Ho visto dei film impegnati. Al Monte di Pietà.

Ho visto questa sera Jurassic World. Tralascio una recensione, perché ce sono ormai a bizzeffe su internet e perché, inoltre, non sono mai molto bravo a parlare di cinema.  Anche se profondo impegno nel vederne di impegnati (non mi riferisco a JW, ovviamente), probabilmente di film non ne capisco nemmeno molto. Ma non lo do a vedere.


DIDASCALIA CON SPUNTI DI RETORICA
Il segreto è infilare durante la conversazione riguardante un film qualche commento generico e astratto e, come tale, adattabile a qualunque contesto. È importante parlare con aria seria e velatamente autorevole, in modo da impressionare l’interlocutore.
Esempi di commenti di questo tipo possono essere gli apprezzamenti sulla ‘fotografia’, che van sempre bene. Si può lodare un ‘piano sequenza’, dando l’idea di essere fini cultori della tecnica registica. Al negativo, si può dire che il film ‘è lento’, oppure ‘che delude le aspettative’ o, ancora, che ‘nella seconda parte perde ritmo’.
Uno dei commenti di cui vado fiero è stato ‘onanismo cinematografico’, riferito a un noto regista italiano contemporaneo. Una definizione molto rischiosa, considerando che il suddetto regista è divenuto nell’opinione pubblica intoccabile come il Profeta per i musulmani o la parmigiana della mamma per un figlio.


Durante il fim, dato che il tema portante è l’ingegneria genetica, non ho potuto fare a meno di pensare a quello scienziato che voleva creare “un pollosauro”: tecnicamente secondo la teoria si tratta di attivare dei geni atavici durante lo sviluppo embrionale del pollo per far sviluppare quelle caratteristiche (denti, coda, ecc) che con l’evoluzione sono state perse.

Il principio potrebbe valere per qualsiasi altra specie: durante lo sviluppo dell’embrione umano, ad esempio, spunta un accenno di coda, retaggio antico della nostra fase animale, che poi sparisce nelle settimane successive.

Ho pensato come sarebbe riattivare qualche gene e creare esseri umani con la coda.

Secondo me una coda faciliterebbe la comunicazione, come noi gatti ben sappiamo:

Quando non serve la si potrebbe portare arrotolata in vita, come i Saiyan:

Questa cosa di arrotolare la coda mi fa venire in mente una vecchia barzelletta zozza sugli alieni, che credo risalga almeno agli anni ’60, visto che la lessi da ragazzino su una mini enciclopedia di astronomia risalente a quell’epoca.
Allora, c’è un alieno che arriva sulla Terra in esplorazione. Atterra nei pressi di un distributore di benzina deserto e prova a stabilire un contatto con una pompa scambiandola per un terrestre. Dato che non riceve alcuna reazione, se ne torna deluso sul proprio pianeta. Rimproverato dal suo capo dopo aver fatto rapporto, accusato di essere un buono a nulla e incapace di stabilire un contatto, replica così: “Mandaci tua sorella da loro: non comunicheranno ma hanno un coso così lungo che se lo attorcigliano in vita e se lo appendono all’orecchio”.

È così brutta che provo pena per le sorelle degli alieni, vittime del sessismo terrestre.


DIDASCALIA CHIARIFICATRICE
Ci si potrebbe chiedere quale enciclopedia riporti barzellette zozze sugli alieni: ma posso dire che era la cosa più seria che lessi in quei volumetti. Altre pagine raccontavano di presunti episodi di abduction* o del pianeta scomparso dal nostro sistema solare, i cui resti sarebbero gli asteroidi in orbita tra Marte e Giove, residui di un pianeta esploso dopo una guerra nucleare che ne ha sterminato gli abitanti (ma alcuni sopravvissuti avrebbero raggiunto la Terra e contribuito all’evoluzione umana!).

* il rapimento da parte di alieni


La coda però potrebbe anche creare disagi: penso a quanti distratti se la chiuderebbero nelle porte automatiche. Oppure penso ai malintenzionati che potrebbero utilizzarla, dopo aver legato all’estremità una mazza ferrata, come arma di offesa come degli anchilosauri!

Visti i rischi, la morale del film è che quindi non si scherza con l’ingegneria genetica. Perché poi accade sempre un gran casino e deve arrivare un eroe con le spalle doppie che cammina a gambe larghe e ha sempre le mani sui fianchi perché forse i pantaloni gli cascano.

E l’eroe si prenderà la tizia figa, che è figa non perché esprime figosità (perché, volendo, un po’ di figosità la si rimedia facilmente) ma perché sa sempre cosa fare e perché è in grado di correre, saltare e guidare anche col tacco 12.

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La zecca della scuola non teme il DDT ma il DDL

Nella primavera del 1994 la mia scuola elementare venne invasa dalle zecche. Dato che non c’erano immigrati extracomunitari contro cui puntare il dito, sotto accusa per aver portato alla sgradevole presenza finirono:

– il circo che aveva occupato uno spiazzale* a ovest dell’area dell’edificio scolastico;
– il mercato rionale che si tiene ogni giovedì, in un parcheggio a est della suddetta area;
– il terreno incolto sul retro dell’edificio, caratterizzato da un’alta vegetazione infestante;


DIDASCALIA PERPLESSA
In che modo un mercato rionale possa far da veicolo alle zecche mi sfugge: primo perché si tiene una volta alla settimana per mezza giornata, un tempo a mio avviso non sufficiente per una migrazione di parassiti. Secondo, perché è un mercato di frutta, verdura e vestiario e non una fiera di bestiame. Terzo, perché se fosse stato così le massaie della città sarebbero state le prime a essere vittima dei fastidiosi acari.
Il circo sarebbe più indiziabile, per la presenza di animali. Ma prima di dare la colpa agli estranei forse sarebbe stato il caso di considerare di mantenere puliti i dintorni della scuola e disboscare la giungla di gramigna che la attorniava: cosa che, guarda il caso, fu fatta dopo la disinfestazione. Con buona pace dei circhi che negli anni hanno continuato a far tappa nella nostra città e occupare il medesimo spiazzale*.

NOTA LINGUISTICA
Nello scrivere sono stato colto dal dubbio se ‘spiazzale’ fosse un termine diffuso in italiano o meno. Mi sono reso conto che si tratta di un meridionalismo, derivato dal più noto ‘piazzale’ che a sua volta, com’è ovvio, deriva da piazza. Ero quindi tentato di correggere, ma considerato che questo è un post dall’argomento local, l’utilizzo del meridionalismo lo considero una nota di colore.


– infine i cani di Italia, la custode della scuola, due pastori tedeschi cui la padrona era solito dar ricovero di notte nel sottoscala.

Italia – il cui nome era realmente questo, probabilmente i genitori erano particolarmente patriottici, oppure la nonna doveva essere nata quando fu proclamata l’unità d’Italia* – era una donna sulla 60ina, dai capelli tagliati come Bowie negli anni ’70, con un ciuffo bianco centrale e un contorno grigio che virava sul nero verso la nuca, il volto arcigno e severo come Toro Seduto e due sopracciglia nere folte che sembravano due bruchi pelosi che si incontravano.


* BREVE DIGRESSIONE SULLA ‘SUPPONTA’
Supponta in napoletano vuol dire puntello, appoggio, rinforzo. Potrebbe derivare da un latino volgare sub + punctam, ma non mi addentrerei in queste ipotesi. Il termine oltre al significato letterale ne ha anche uno figurato: per supponta si intende l’usanza di mettere a un bambino il nome del nonno o della nonna. In questo caso, quindi, si dà un “rinforzo” al/alla nonno/a assicurando la sopravvivenza del suo nome.


La custode negava che i proprio animali fossero infestati, difendendone la cura e la pulizia. Con un’uscita poco felice una volta disse che era più probabile potesse essere qualche bambino a portare le zecche a scuola e infettare i suoi cani. Una frase che oggigiorno finirebbe su facebook nel giro di qualche ora e poi al tg1, prima di tornare su facebook pubblicata su “Ah ma non è Lercio”.

La scuola venne chiusa e noi studenti costretti a frequentare, nel turno pomeridiano, un altro plesso: quello di Fratelli Bandiera.

Fratelli Bandiera era una zona considerata di serie C: erano quelli di là del cavalcavia, quasi considerati non concittadini perché residenti a ridosso del Comune vicino.

Non so come si accese la situazione, credo qualche bambino dei nostri avesse fatto a botte con uno degli altri, fatto sta che si aprì un velato conflitto tra gli autoctoni e noi studenti sfollati. I genitori degli studenti di FB non vedevano di buon occhio la nostra presenza. Qualcuno addirittura mise in giro la voce che potessimo portare le zecche nella loro scuola.
Non ne sono sicuro, ma magari qualcuno potrebbe aver detto che invece di darci ospitalità avrebbero dovuto aiutarci nella scuola nostra.

Ricordo una vivace riunione di emergenza genitori-insegnanti per discutere della questione.

Com’è come non è, le settimane passarono e a FB restammo sino alla fine dell’anno scolastico. Di zecche non sentimmo più parlare sino a settembre, quando in autunno ritornarono a visitarci.

Nonostante pareva avessimo risolto le nostre divergenze con quelli di Fratelli Bandiera, il plesso scelto per ospitarci questa volta fu un altro. Pare che al di là cavalcavia la frontiera fosse stata chiusa.

Prima di passare al turno pomeridiano, la mia classe per un paio di settimane fu parcheggiata nella zona mensa della scuola che ci ospitava. Facevamo lezione su panche e tavoli e, visto che era una zona open space, eravamo sempre accompagnati dal via vai dei bambini delle altre classi che andavano al bagno e che ci fissavano con curiosità mista a quell’irriverenza infantile che ti fa tanto voglia di umiliare il pargolo per vendetta come Giovanni Storti in “Tre uomini e una gamba”.

In quel periodo i miei contatti con gli autoctoni non furono molti, a parte:
– una conversazione nei bagni con uno che si riteneva un esperto di calcio e che sosteneva che Ariel Ortega, di cui all’epoca si diceva stesse facendo meraviglie al River Plate, l’anno successivo sarebbe stato acquistato dal Napoli;


DIDASCALIA SPORTIVA
Ariel Ortega, detto El Burrito (l’asinello) – sapete che in Argentina c’è la moda di dare soprannomi ai calciatori, ad esempio io probabilmente sarei stato El Gatito – è un ex calciatore che resta uno dei grandi misteri del calcio anni ’90: bidone o genio incompreso? Etichettato come nuovo Maradona, al suo sbarco in Europa (mai al Napoli, per la cronaca), ha collezionato prestazioni intermittenti che lo hanno messo in luce per essere più fumoso che incisivo.


– uno scherzo che mi fecero tre compagni che fecero circolare la voce che mi interessasse una della classe che dava sulla nostra sala open-space: fecero arrivare alla suddetta una mia presunta dichiarazione d’amore nei suoi confronti. Due emissarie della tizia vennero poi a comunicarmi il suo rifiuto, al quale io risposi con una frase poco elegante. Il dubbio che mi tormenta da 10 anni a questa parte, cioè da quando un mio amico si è fidanzato con una ragazza, è che proprio questa ragazza possa essere la bambina di quella volta: perché se è pur vero che crescendo si cambia è anche vero che la somiglianza resta.

Il secondo dubbio che mi è venuto in mente è che il bambino presunto esperto sportivo che incontrai in quinta elementare fosse quel ragazzo che al liceo era noto per essere un noto sbruffone contaballe, oltre che convinto di essere dotato di grandi doti pedatorie: così noioso e arrogante che nessuno voleva invitarlo mai a giocare a calcetto.

E tutto questo per colpa delle zecche, che, voglio togliermi il sassolino dalla scarpa, furono portate nella scuola dai cani della custode dopo aver scorrazzato nei terreni erbosi.

La morale della favola è che prima di puntare il dito all’esterno, bisognerebbe guardare l’Italia.

Il Subito del villaggio

Ovvero, prima di vendere qualcosa ricordati che non sei su Real Time.

A volte mi capita di mettere in vendita qualche oggetto su Kijiji o Subito.it. Non mi riesce sempre di fare un buon affare, capita infatti che l’oggetto rimanga invenduto e l’annuncio scada.


DIDASCALIA PUBBLICITARIA
A tal proposito, se siete interessati a una giacca neo goth o al manga Zetman volumi 1-12, contattatemi pure


Mettere un annuncio vuol dire essere contattato da tipologie diverse di utente. Esiste ad esempio il timido, che dopo aver inviato un messaggio in cui si dichiara interessato sparisce. Lui magari scrive “ciao, sono interessato. Fammi sapere”, tu gli rispondi e lui, arrossito e in imbarazzo perché gli è stata rivolta la parola, non si fa più vivo.

Poi c’è l’affarista, quello che ha guardato troppi programmi su Real Time o su Cielo dove dei tizi col fegato steatosico e la pappagorgia realizzano affari milionari scambiando ciarpame. Lui ti contatta e ti propone un baratto. Anche se tu hai specificato nell’annuncio “No scambi”, arriva sempre il genio che vuole scambiare un orologio per un telefono o un telefono per la Playstation.

E poi capita sempre il tipo strano, come quello che mi ha contattato negli ultimi giorni.

Ho messo in vendita un lettore mp3 Samsung, un oggetto secondo me invendibile perché ormai tutti ascoltano musica dallo smartphone.


DIDASCALIA POLEMICA
Poi ci si chiede perché la batteria di uno smartphone duri quanto un fiammifero acceso. Una volta prima di uscire di casa dovevi fare attenzione a non dimenticare il telefono, oggi non devi dimenticare telefono, caricabatterie e, già che ci siamo, anche la batteria d’emergenza, col risultato che un moderno telefono comporta ingombro (distribuito in pezzi) quanto un DynaTAC Motorola anni ’80.


Mi ha scritto un tizio dicendo di essere interessato. Mi lascia il suo numero, io lo chiamo e lui mi dice che vorrebbe acquistare ma non riesce a trovare le specifiche tecniche del lettore su internet perché il codice del modello che ho scritto nell’annuncio non gli dà alcun risultato. La cosa è strana perché il numero l’ho scritto in modo esatto, comunque gli mando via mail l’indirizzo della pagina web sul sito della Samsung. Mi risponde dicendosi interessato (per la precisione mi ha scritto “molto interessante”) e poi mi ha chiesto il prezzo senza spedizione.

Da premettere che l’annuncio l’ho pubblicato sulla città di Roma e lui nella prima telefonata, probabilmente sentendo il mio accento bolzanese, mi ha chiesto se fossi a Roma. Il suo accento era invece fiorentino, dettaglio non secondario.

Quando l’ho chiamato la seconda volta e gli ho chiesto “tu sei a Roma, giusto?”, lui mi ha detto
“No, sono a Firenze”
“Scusami, come fai col ritiro? Perché mi hai poi chiesto il prezzo senza spedizione” ho risposto, dubbioso.
“No tranquillo poi vedo di organizzarmi”
“Tu a Roma studi?” ha proseguito
“Sì, frequento un master”
“E in che sei laureato?”
“Scienze Politiche”
“E com’è questa politi’a? Un gran ‘asino, eh?”


DIDASCALIA LINGUISTICA
Da qui in poi la conversazione viene riportata con l’inflessione dell’interlocutore per renderne meglio l’efffetto. Non si tratta di luogocomunismo o di qualche allusione sul fatto che il parlato del toscano – toscano con la gorgia* – abbia connotati buffi o comici. Perché poi ognuno potrebbe dire la propria, che a far ridere sia il siciliano, o il milanese, o il bolognese o il napoletano e così via. Del resto molti comici e pseudo tali impostano i propri sketch – a volte in maniera discutibile – sul dialetto, calcando molto sull’intonazione originaria o addirittura imitando altre inflessioni con intento parodistico. Non è scopo di questo blog fare della pseudo comicità spicciola.

* NOTA ALLA DIDASCALIA
Dall’enciclopedia Treccani: La gorgia è un fenomeno fonetico diffuso nei dialetti toscani (noto anche come spirantizzazione o aspirazione toscana). È un processo di ➔ indebolimento che coinvolge le consonanti ➔ occlusive scempie determinando la perdita della fase di occlusione, motivo per cui le consonanti interessate sono pronunciate ➔ fricative o spesso approssimanti.


“Sì…in Italia è difficile governare e far politica perché ci sono molte linee di frattura e particolarismi…” rispondo in politichese.
“E ‘he ne pensi del mio ‘oncittadino, eh?”
Non riporto per intero la risposta ma, sostanzialmente, in maniera ampollosa e retorica ho ripetuto la mia frase precedente.
“Eh ma sai quale è la verità? La gente s’è rotta i ‘oglioni, scusa la parola, ma perché vedi in tempi di crisi non poi mi’a fa’ chiacchiere, prendi pure la ‘osa degli immigrati, se non c’ho soldi mi dici te ‘ome si fa a mantenerli? Qua non c’è lavoro per gli italiani, ma fi’urati te per gli immigrati”
“Purtroppo sono processi lunghi che necessitano di valutazioni che al momento il dibattito politico anche a livello europeo sembra non concedere” ho esclamato mentre mi trattenevo dal mettere un dito nel naso nonostante una crosticina che mi prudeva, primo perché ero su un autobus, secondo perché evito di toccare qualunque parte del mio corpo se prima non ho lavato le mani.
“Eh se parliamo dell’Europa ti mando giù la batteria del cellulare. Va bene, ‘scolta ti fo’ sapere domani o al più tardi tra due giorni, va bene?
“Va bene”
“Allora a presto, tante ‘are ‘ose e buon tutto”
“Grazie, anche a te”.

Impostazioni->Impostazioni chiamata->Rifiuto Chiamata->Elenco rifiuto automatico.

Come disse il siamese, la Cina è micina


DIDASCALIA TECNICA
In questo post provo a mettere a punto il sistema delle didascalie di accompagnamento al testo. È ancora in fase di rodaggio.


Come accennavo nel post di ieri, a casa sono arrivate dalla Cina (non è chiaro se con furore o col furgone ma propenderei per quest’ultimo vista la quantità di roba che si son portate dietro) Maestra e Astro Nascente.

Incarnano in modo perfetto lo spirito economico del loro Paese: occupano, trasformano, si espandono.


DIDASCALIA DOVEROSA-1
Preciso che in tutto il post sto scherzando.
Sono due persone molto educate e gentili, anche troppo: oggi Maestra era in cucina, seduta a messaggiare con lo smartphone. Sono entrato e ho chiesto se le servissero i fornelli. Lei si è alzata esclamando “No no no fai fai!” e vrummm è andata via. Mi sono sentito in colpa, si sarà sentita scacciata.


Il problema è che quando si ha a che fare con uno come me, a un tacca così (fare il gesto di avvicinare indice e pollice senza che si sfiorino) dal disturbo ossessivo compulsivo, certe cose sono molto complicate.

Entro in casa lunedì mattina, vado in bagno (il mio bagno) e trovo la tavoletta abbassata. Il mio bagno personale è stato utilizzato. È inaccettabile in quanto costituisce una violazione della mia privacy: io, convinto che il bagno sia a mio usufrutto personale, potrei anche lasciarvi del materiale compromettente. Riviste di meccanica, fiori anche se non è detto che io debba fare il fiorista. E poi qualcuno invece entra senza autorizzazione!

In cucina sono invece subito apparse delle bustine di tè, abbandonate dove capita, per marcare il territorio. Sul microonde, ad esempio, come dimostra il Reperto 1:

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Reperto 1

Perché mai delle bustine di tè dovrebbero giacere sul microonde quando c’è un’intera cucina piena di mobili, ante e ripiani? È chiaro che stiano tentando di piantare delle bandierine, pardon, delle bustine.

E, ancora, perché sempre sul suddetto elettrodomestico c’è un uovo sodo da stamattina, come evidenziato dal Reperto 2?

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Reperto 2

Nel cesto della frutta invece giacciono abbandonati mezzi limoni, mezze banane e mezze mele, come si può notare dal terzo e ultimo reperto.

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Reperto 3

E io mi chiedo: può capitare di dover utilizzare soltanto metà limone e che quindi l’altra rimanga inutilizzata: ma perché ce ne sono due metà, allora? Non era il caso di usare la metà rimasta prima di aprire un altro limone?!

Potrei sorvolare su tutto questo se non fosse per un altro grave problema.
La pattumiera.
Ho già i miei problemi con Coinquilino che porta fuori la spazzatura a ogni cambio di stagione: l’ha fatto a marzo per salutare la primavera, ora l’ha fatto di recente per l’arrivo dell’estate.

Maestra e Astro Nascente hanno invece un’idea molto personale della gestione del pattume: riempire tutto sino all’orlo e, quando sta per traboccare, spingere giù per incastrare altre cose come nel Tetris. È chiaro che più la colonna di incastri sale più si avvicina il game over e a chi toccherà tale onta? A chi prenderà in mano il sacchetto, cioè il sottoscritto.

Purtroppo sono in una situazione di scarso potere: Maestra è una vecchia fiamma di Coinquilino. Magari un giorno si scoprirà che Astro Nascente è figlia di Maestra e che Coinquilino potrebbe esserne il padre.


DIDASCALIA DOVEROSA-2
Se non era chiaro dalla prima didascalia, sto volutamente esagerando. Fossero questi veramente i problemi della vita o della coabitazione.



DIDASCALIA POLEMICA
Ciò non toglie che la questione della pattumiera mi provochi pessimismo e fastidio.


DIDASCALIA DELLA DIDASCALIA POLEMICA
La didascalia precedente non era invece scherzosa.


Questa storia dell’olio ha rotto le palme

Sottotitolo: la Cina è in cucina.

Mio nonno diceva sempre che bisogna scegliersi le proprie battaglie.
Non è vero, non me l’ha mai detto, ma avrebbe potuto farlo mentre mi insegnava a fare il vino o le conserve di pomodori.

Oggigiorno il mondo sembra impegnato in tante battaglie. Uno dei nemici odierni che ho scoperto recentemente, più dannoso del Da’ish*, più infestante della cellulite e più noioso di un comizio elettorale, a quanto pare è l’olio di palma.
* acronimo di al-Dawla al-Islāmiyya fī al-ʿIrāq wa l-Shām, Stato Islamico di Iraq e Grande Siria.

A prescindere da come la si pensi in merito, credo che al giorno d’oggi se si vuol esser certi di cosa si stia consumando bisognerebbe ritirarsi in un rettangolo di terra con un paio di animali e un orticello.

Ci ripensavo quando sono entrato l’altro giorno in un negozio bio e ne sono uscito bestemmiando contro bio per i prezzi da gioielleria che ci sono all’interno. La qualità si paga così come si paga la quantità di lavoro che c’è in quel prodotto, certamente. Ma se volessimo essere tutti bio ci vorrebbero stipendi da ingegneri (ingegneri non italiani perché ho visto ingegneri qui lavorare gratis o a 1000 euro al mese). Quindi tocca accontentarsi delle confetture industriali che costano meno e che sull’etichetta scrivono “con vera frutta!” come se fosse un valore aggiunto**
** Il che apre considerazioni inquietanti: sulle altre c’è della finta frutta? Mi ricorda quando comprai uno yogurt Muller. “Alla ciliegia” era scritto sulla confezione. Poi leggo l’etichetta e c’era scritto “con 33% di frutta (di cui 39% ciliegie)”. E quindi il 39% di ciliegia su un 33% di frutta (ripeto, non il 39% sul 100% di prodotto, ma il 39% del 33!) ne farebbe uno yogurt “alla ciliegia”? Più che fate l’amore con il sapore, è fate sesso con gli sconosciuti.

D’altro canto ammesso e non concesso che i costi fossero accessibili, mi chiedo se di prodotti naturali e non industriali ce ne sarebbe abbastanza per tutti. Mi piacerebbe, ad esempio, che il resto d’Italia sapesse quanto è buona una Margherita col pomodoro datterino giallo***, ma credo che se tutta Italia volesse pizze col datterino giallo neanche se ci limitassimo a un pomodoro a testa ciascuno la produzione basterebbe a soddisfare la richiesta.
*** chiamato anche Lemon Plum, è una varietà di pomodoro dal colore giallo ambrato-arancio coltivata secoli fa e che si riteneva scomparsa.

A proposito di pomodori, a Casa Romana sono arrivate due cinesi. Una è una vecchia amica di Coinquilino, insegnante di canto, che accompagna la sua discepola, futuro astro nascente della lirica del celeste impero che è a Roma per perfezionarsi. A quanto pare Astro Nascente resterà a lungo qui, anche se non so quanto.

Ebbene, Maestra e Astro Nascente hanno portato con sé in valigia due barattoli di salsa di pomodori cinesi. Forse pensavano di non trovarne in Italia?

E voi, mangereste pomodori cinesi?****
Io no per diversi motivi, ma forse sono vittima di luoghi comuni.
****Magari ne ho/avete già mangiati a mia/vostra insaputa in un ristorante italiano o in una pizzeria.

È un luogo comune quello che mi faceva ritenere le cinesi tutte graciline e piccoline. Poi ho visto Astro Nascente e mi son reso conto che al confronto sembro io il cinese. I cinesi stanno crescendo.

Io non sono così piccolo, anzi, fossi cresciuto una-due generazioni fa sarei probabilmente stato considerato alto.

Il problema delle generazioni odierne è che sono grosse, troppo. Mi hanno detto che per colpa loro hanno anche ridefinito le taglie delle scarpe. Non so se sia vero, ma fino a una decina d’anni fa io compravo sneakers numero 44/45. Poi un giorno provandolo in negozio il 45 ha cominciato a farmi l’effetto delle scarpe di Pippo. Oggi porto 43.

Dev’essere colpa di tutti gli ormoni che hanno assunto col cibo. Io ricordo alle scuole medie le mie compagne erano piatte, a parte due-tre sviluppate e una che invece era veramente molto avanti. Quest’ultima aveva anche una cotta per me, pare, ma a 12 anni purtroppo pensavo al fantacalcio e non alle fantatette.

È impossibile controllare ciò che assumiamo, ergo, e ciò apre delle questioni: un mio futuro figlio nascerà già dotato di baffi e fluente barba? Se sì, esistono camicie a quadri per neonati? È un problema notevole, qualcuno dovrebbe interessarsene.

Anche se fai il parrucchiere non è detto tu ci sappia fare con la frizione

Salve, sono Gintoki.
Forse vi ricorderete di me per post come “Il tifo è una brutta malattia“, oppure “Studio culturale sul popolo delle trentenni“, o ancora “Animali da concerto“.

Oggi prenderemo in esame una specie diffusa in qualunque parte del globo: l’automobilista.

Esistono diversi generi di automobilista, ognuna con caratteristiche diverse.

Il cappellaio matto – Tutti ne incontrano uno, prima o poi. Il motivo per cui un individuo senta il bisogno di tenere il cappello in testa anche all’interno del veicolo, è ignoto. Pare che alcune persone ingiuste e tendenziose dicano che un simile guidatore sia un imbranato: ebbene, è sbagliato. Non sono ingiuste e tendenziose. L’uomo col cappello è una fonte di perdite di tempo incommensurabili. Con la sua 127 color verde carroarmato dell’Unione Sovietica viaggia veloce quanto un piccione che accelera il passo. Come il tonno, è insuperabile: guida a centrostrada rendendo impossibile il sorpasso. Dopo aver svoltato, dimentica immancabilmente la freccia inserita. Attenzione alla combo: uomo col cappello + donna col cappello di fianco: ne sono stati avvistati esemplari sulle strade.

Il finto distratto – Quello che da lontano vede una colonna di auto e, con molta nonchalance, le sorpassa tutte fingendo di dover andare a sinistra/destra. Poi, con l’aria di chi casca dal pero, mette la freccia per rientrare avanti perché, oh cielo, si è accorto di essersi sbagliato.

Il segugio – Il segugio è colui che quando ha un’altra auto davanti sente l’irrefrenabile bisogno di stargli addosso, come a volergli annusare il sedere. È ancora ignoto il motivo di tale comportamento: è possibile che il guidatore-cane riconosca le altre vetture non a vista ma dal tubo di scappamento. L’ipotesi non è ancora confermata.

Vittorio Sgarbi – Guidare lo rende leggermente nervoso, tanto da costringerlo a proferire improperi e contumelie verso gli altri automobilisti a ogni minimo fastidio. Quando qualcuno sente ciò che dice e ferma l’auto minacciando di scendere, lui sgomma via più veloce di Speedy Gonzales.

Il maldestro (e anche malsinistro) – Gli dicono di girare a destra e lui svolta a sinistra, accende i fari e partono i tergicristalli, mette la retro e l’auto parte in quarta. Chiede comprensione perché non guida molto: ha la patente soltanto da 20 anni.

Il suonatore Jones – Quello che il resto del mondo chiama rottura di palle, lui la definisce sinfonia, diceva Lao Tse. Il suonatore è evidente che ami la musica proveniente dal proprio clacson (altrimenti non lo userebbe così spesso) e, da musicista professionale quale è, si tiene in allenamento pigiando il pulsante più volte al giorno per non perdere il ritmo. Per avvistare un suonatore Jones in azione, basterà appostarsi a un semaforo. Ce ne sarà sicuramente uno annidato nel branco. Tu che lo suoni, che cosa ascolti di migliore?

Il pellerossa – Colui che ha sotterrato ascia di guerra e, soprattutto, frecce: ne ignora l’utilizzo quale strumento direzionale. È l’uomo della svolta improvvisa non segnalata.

Un modesto impianto audio

Il tamarro – Era una notte buia e silenziosa…fino a quando con una sgommata non è sbucato dalla curva accompagnato dal suono della techno music. Il tamarro viaggia su Golf, Mito e, ultimamente, sulla nuova 500, decorate con spoiler, alette e luci a led sotto il paraurti. Ha fatto asportare il finestrino perché tanto non gli serve: qualunque sia la stagione, viaggia col braccio fuori e la musica che si diffonde all’esterno dall’impianto audio rubato in una discoteca di Riccione. Il tamarro guida con gli occhiali da sole anche di notte, perché tanto la strada non la guarda. Cieco e anche oramai sordo, si orienta come un pipistrello utilizzando le onde sonore di M2O come radar.

Il genio delle lampade – Colui che appena compra l’auto ne smonta le lampade per montare i riflettori di uno stadio di serie A. Particolarmente apprezzati sono i fari allo xeno, che causano attacchi di xenofobia negli automobilisti che lo incontrano. Incrociarlo può causare cecità momentanea, ma averlo riflesso nello specchietto retrovisore è un’esperienza psichedelica: alcuni giurano di aver visto la Madonna, dopo averla a lungo invocata.

Speed – 20 anni usciva il film con Keanu Reeves e Sandra Bullock, ambientato su un autobus che non poteva rallentare pena lo scoppio di una bomba. Nessuno sa che è tratto da una storia vera: ogni giorno viaggiano sulle nostre autostrade automobili che non possono rallentare: il tipo Speed comincia a lampeggiare già dal proprio garage per segnalare di dover avere pista libera. Alcuni lampeggiano anche a casa con l’interruttore della luce del soggiorno. Se avesse un cannone montato sul paraurti anteriore lo userebbe per far saltare in aria gli altri. Se a 200 metri di distanza vede un’auto davanti intenta a sorpassare, lui non rallenta ma con i fari invia un messaggio morse: sparisci.

Microcosmo – Forse intenzionato a ricreare la scoperta della Penicillina di Fleming o dimostrare la teoria del brodo primordiale, l’automobilista microcosmo fa della propria auto un ambiente atto a ospitare nuove forme di vita. Pezzi di cibo sparsi sui sedili anteriori, bottiglie di plastica ammaccate e deformate dal sole, terreno, residui di verdure della spesa e, ovviamente, scontrini in quantità industriale, perché la carta chimica è la scintilla necessaria a mettere in modo i processi fermentativi.

Il multitasking – Con una mano regge la sigaretta, con l’altra parla al cellulare, se è una donna poi bada al figlio di fianco sul sedile passeggero, se è un uomo carezza il cane (sempre sul sedile di fianco). Google li sta studiando per mettere a punto l’auto senza conducente, per capire come sia possibile procedere senza tenere il volante.

“Cogito, ergo Suv” – I possessori di Suv sono la categoria più odiata delle altre. Le malelingue dicono che sia solo invidia per il mezzo. Potrebbe anche darsi, ma utilizzare un’auto delle dimensioni di un Monster Truck per andare al bar a prendere un caffè forse è un tantino esagerato. La donna col Suv invece guida per un nobile scopo: andar a prendere il proprio pargolo a scuola, gareggiando con altre mamme col Suv per riuscire a posizionarsi il più possibile vicino all’entrata, perché il piccolo non deve camminare troppo.

Teoria della relatività – Per i relativisti al volante il tempo scorre in modo diverso a seconda che un osservatore si trovi all’interno del veicolo o all’interno degli altri veicoli. Il relativista guida col braccio fuori, l’aria spensierata e l’andatura da bradipo addormentato perché non ha alcuna fretta, al contrario di quelli che gli stan dietro. Un esemplare tipico è quello che si incontra la domenica mattina, è colui che esce per comprare un paio di pasticcini per il pranzo domenicale e che impiega tre ore per farlo, perché attende si faccia ora di mettersi a tavola (non sia mai che debba contribuire ad apparecchiare).

Se avete segnalazioni di altri animali automobilisti sono ben accette.

Un brutto carattere non si cambia in tipografia

Sottotitolo: il medico falso fece il giuramento d’ipocrita.

Ipprocrate riteneva che nel corpo umano risiedessero quattro umori basilari, bile nera, bile gialla, flegma e sangue, a cui corrispondevano quattro temperamenti diversi: malinconico, collerico, flemmatico e sanguigno. La presenza in quantità maggiore rispetto agli altri di uno dei quattro umori determinava la predominanza di un carattere rispetto all’altro.

La bile gialla, quella prodotta dalla cistifellea, forma un individuo magro, irascibile e permaloso. La parola stessa irascibile fa venire in mente la bile.

Questa sera mentre con uno spiedino infilzavo una patata per verificarne la cottura* ho pensato per un attimo di colpirmi l’addome con il summenzionato per controllare se ne uscisse la famosa bile gialla.
* Non è vero, avevo fame e ho pensato di mangiarne una mentre aspettavo si cuocessero le altre.

Chi non mi conosce mi ritiene una persona seria e tranquilla, qual effetti io posso considerarmi in qualità di individuo semi-addomesticato per vivere in società. Le persone che non condividono con me tempi e spazi a lungo ignorano quanto io sia incline allo sbalzo umorale e al nervosismo.

Viceversa, chi passa lungo tempo con me se ne rende conto. Una collega una volta mi definì fumantino e io la ringraziai per il termine specifico utilizzato perché il resto dell’ufficio ne ignorava il significato. Qualcuno capì che mi avesse dato del fumatore.

In genere mantengo sotto controllo le mie produzioni di bile, tuttavia essa tende a liberarsi in maniera improvvida e inopportuna. In alcuni periodi, come in queste ultime due settimane, mi sento più irascibile più del solito. Me ne accorgo dal fastidio eccessivo che mi arrecano anche eventi minori.

Ho pertanto ripreso a fare esercizi di rilassamento e respirazione e credo di trarne giovamento. Quantomeno ho ripreso a ridere, perché uno degli effetti collaterali della bile è quello di ritrovarsi musoni come un cammello e, con franchezza, non è simpatico.

Il riso, pur facendo buon sangue e abbondando nei possessori di Iphone che credono serva a ripararlo dopo esser caduto in acqua, però neanche va bene se non è controllato. Nell’autobus ho rischiato una brutta figura quando mi son messo a sogghignare da solo, dopo aver notato il tatuaggio che aveva sulla spalla una signora.

Il tatuaggio raffigurava Jim Morrison. Ho capito che si trattasse di lui perché sotto c’era scritto “Jim Morrison”. A me il disegno ricordava Branduardi. E poi ho pensato che se J.M. fosse stato vivo magari avrebbe potuto assomigliare a Branduardi da anziano. E ho riso. Poi me ne sono vergognato. E poi ho riso di nuovo.

Il che vuol dire che puoi lavorare sul tuo brutto carattere ma comunque non sarai una bella persona. Quindi smettila di usare font con le grazie** su Word.
** Le grazie sarebbero le codine o le appendici delle lettere che visivamente le rendono più gradevoli e meno squadrate. Probabilmente lo sanno tutti ma sto attraversando un periodo didascalico. È interessante poi l’origine del termine “didascalico” e, a esso connesso, “didascalia”. Nell’Antica Grecia il didascalo era colui che impartiva istruzioni e insegnamenti al coro nelle tragedie teatrali, da qui il significato di maestro e…zZzZzZz

Ho una chitarra che non so più dove sia. Infatti è scordata.

Sottotitolo: è così stancante dimenticare sempre le cose che alla sera arrivi a casa distratto.

Forse l’avrò già scritto, ma nel frattempo ho dimenticato di averlo fatto e quindi lo riscrivo. Ho la tendenza a distrarmi e dimenticare le cose. L’attimo prima mi sto dicendo “devo ricordarmi di fare questo”, l’attimo dopo il pensiero è stato azzerato.

Mi rincuora il fatto di essere sempre stato così sin da bambino, quindi gli episodi che mi capitano non sono segni di un deterioramento precoce delle facoltà mentali.

Ho l’abilità di andare a fare la spesa e comprare tutto tranne la cosa che mi serviva e che era il motivo per cui ero lì. Eppure ho un’alimentazione molto parca – parca miseria! – fatta di pasta, legumi, pesce, insalata e frutta, quindi non dovrebbe essere difficile tenere a mente la lista della spesa.

Purtroppo a rotazione ogni settimana dimentico invece di comprare uno degli alimenti citati.

L’andirivieni settimanale da Terra Stantìa a “Aaa Capitale” aumenta il rischio di dimenticanze. Mi è capitato di lasciare a casa
– asciugamani
– occhiali (più di una volta)
– lentine
– quaderno appunti
– chiavi (di casa a Terra Stantìa, per fortuna).

Sempre con la stessa modalità: una cosa a settimana.

In compenso non dimentico gli orari né itinerari/distanze/tempi di percorrenza. Appuntamenti, treni, aerei. Se viaggiate con me state certi di arrivare puntuali. Magari senza le valigie, che saranno rimaste indietro, però volete mettere la soddisfazione di arrivare all’aeroporto con la possibilità di sbrigare tutto con calma?

Per non rischiare di dimenticare cellulare, portafogli e fazzoletti (le cose che un maschio in genere porta in tasca), quando esco di casa mi esibisco in un balletto che è un misto tra la macarena e una perquisizione: mi tasto per verificare che il necessario sia al proprio posto.

Questa sera ho purtroppo invece lasciato il giubbetto di jeans in aula. Breve digressione sul giubbetto di jeans: è quel capo che porto in giro appollaiato sulla mia spalla o a peso morto sul mio avambraccio per prendere aria, dato che non lo indosso mai perché, pur col tempo variabile, fa sempre troppo caldo.

È la prova provata da test clinici che il capo da mezza stagione non esiste, perché o fa troppo freddo o fa troppo caldo per poterlo indossare.

Lo scopo di giubbetto di jeans a questo punto diventa quello di: posto in cui riporre le chiavi.

Bingo.

Giunto sotto casa mi sono posto una domanda, gettando un’occhiata al mio corpo: ma io non avevo un giubbetto con me?

Poi mi sono posto una seconda domanda: ma io le chiavi non le metto sempre nella tasca anteriore del suddetto giubbetto?

Fortunatamente Coinquilino era reperibile, mentre il prezioso reperto potrò recuperarlo domattina.

A meno che io non me ne dimentichi.

post scriptum: la cosa buffa è che veramente a casa ho due chitarre, scordate!

Ho fatto il portiere, finché non sono arrivati i citofoni

Tra le prime regole che impari quando da bambino prendi a calci un pallone con altri tuoi coetanei, è che alcune cose sono privilegio soltanto dei veri calciatori.
Stramazzare al suolo e poi rotolarsi in preda a dolori indicibili per un intervento scorretto è una di queste.

Non c’è spazio per sceneggiate, qui. I feriti si lasciano sul cemento, è il pallone che comanda. Quando la sfera si arresta allora e soltanto allora ci si può fermare guardando indietro per controllare il campo di battaglia. Non dite che non è fair play: non si facevano discriminazioni, sia che morissero avversari che tuoi compagni di squadra il gioco andava avanti.

In virtù di ciò io alle medie decisi di fare il portiere.
In realtà la prima volta non fu una mia scelta. Fui un volontario obbligato.

In porta non piaceva stare a nessuno, tanto meno a me. Non potevi correre, ti annoiavi stando lì a guardare gli altri giocare. Rimanevi lì, isolato e solitario: altra regola del calcio fanciullesco, infatti, è che si va tutti dietro la palla. Era il calcio totale totalitario, una variante dei noti schemi del calcio olandese, molto dispendiosa in termini di fiato tant’è che la nostra squadra si chiamava Arranca Meccanica*.
* Breve digressione per i non addetti ai calcioni: Arancia Meccanica era il soprannome della Nazionale dei Paesi Bassi degli anni ’70, che divenne famosa per il suo calcio spettacolare basato su copertura degli spazi da parte di tutti gli uomini, pressing, scambi veloci.

In porta si faceva a turni per dividere l’incombenza dell’ingrato compito. Ma una volta qualcuno saltò il turno e io, che fui indirizzato verso i due pali (due pietre di tufo scheggiate) mi arrabbiai. Litigai con un compagno finché non dissi una frase orribile: “Allora mi farò segnare”. È come dire alla propria ragazza che si desidera far sesso con un’altra. Il compagno mi spinse a terra, urlando, con gli occhi lucidi, “Si t’ faje signà nu’ si omm (se ti fai segnare non sei uomo)”.

Per la cronaca io presi un gol a freddo immediatamente e restai in porta per punizione, subendone altri due finché non finì l’ora di educazione fisica. Nessuno mi guardava in faccia o mi rivolgeva la parola mentre rientravamo in classe. Io giurai di non averlo fatto apposta ed era vero, ma la mia uscita verbale non aveva giocato a mio favore.

Siccome il destino ama prendere per il culo i più deboli, quel giorno l’insegnante dell’ultima ora era assente. Venne una professoressa di educazione fisica e la convincemmo a farci scendere giù in cortile. Dato che i campetti erano tutti occupati dalle altre classi, ci adattammo sulla pista di atletica. Ennesima regola del calcio da ragazzini: si può giocare su qualunque terreno basta che sia calpestabile – anche se giurerei di aver visto qualcuno giocare anche sull’acqua.

Durante l’incontro venne il momento del cambio portiere: toccava a me. Il compagno con cui avevo litigato disse “Per piacere…”, col pugno chiuso e l’indice alzato nell’atto di chiedere un favore. “Vado, vado” risposi per farmi perdonare dell’accaduto in precedenza ma rassegnato a un’altra magra figura.

Un minuto dopo un uomo cadde a terra nella nostra area di rigore.

In realtà giurerei di non aver visto cadere nessuno, ci fu un calcetto che sfuggì su una gamba ma quello più bravo della classe a calcio era il classico tipo che chiedeva – e otteneva – rigore per uno starnuto. Una volta lo vidi avere un rigore per una parolaccia rivoltagli contro. Aveva poi inventato una regola che se tu subivi fallo ma proseguivi – o un tuo compagno proseguiva – a giocare, anche solo percorrendo per inerzia un paio di centimetri dietro la palla, allora il fallo non valeva più perché avevi ottenuto il vantaggio*.
La “norma del vantaggio” nel calcio vero prevede che se un giocatore subisce fallo ma la sua squadra mantiene il possesso del pallone, si lascia proseguire per non interrompere la sua azione. Ma se il vantaggio non si concretizza si concede il fallo.

In quel momento stavamo vincendo 1-0.
Il famoso compagno dello spintone – sempre lui – si mise la mano in faccia dallo sconforto.

Sul dischetto c’era ovviamente il piangina-fenomeno. Breve digressione sul dischetto del rigore: era un punto ipotetico individuato a una distanza di 7 passi dal portiere, che generava ogni volta discussioni sulla propria collocazione e che per essere calcolato richiedeva tre misurazioni. Prima il “difendente” percorreva i 7 passi, poi lo faceva il richiedente dopo aver protestato per la falcata dell’avversario, poi dopo un’altra protesta ci si accordava a occhio.

Mentre il rigorista prendeva la rincorsa mi accorsi che fissava l’angolo in basso alla mia destra. Mi buttai in quella direzione.

Palla bloccata. Partita vinta.

In seguito durante altre partite gliene parai altri perché mi resi conto che aveva l’abitudine di fissare sempre il punto in cui avrebbe messo la palla. Finché una volta non mi fregò, forse capito il trucco, guardando da una parte e mandando la palla dall’altra.

Per i due anni e mezzo successivi delle scuole medie feci il portiere. Comprai anche due guanti. Passai successivamente alla squadra del piangina, perché qui si facevano le cose in grande e quindi c’era anche il calciomercato.

I buchi e i rattoppi sulle tute si sprecavano. Buttarsi a terra sul cemento non faceva bene al poliestere.

Io mi divertii. Presi il ruolo come una missione e mi disperavo quando capitavano giornate no (molte), invece di giornate sì (poche). Però era bello prendersi qualche complimento per un bell’intervento. “Wà, t’amma chiammà Buffon! (Wow, dobbiamo chiamarti Buffon*)”, “Wa ma chi sì, Batman! (Wow, ma chi sei, Batman?**)”.
*Che all’epoca era un giovane emergente che mostrava già di essere un grande portiere
** Detto dopo un mio “volo” al’incrocio dei pali (inesistenti anch’essi)

Quando incontrate qualcuno, prima di giudicarlo, soffermatevi a pensare. Forse da bambino avrà fatto il portiere.

Come dicevano negli anni ’80, il Den Harrow non fa la felicità

Il mio obiettivo di questa settimana era sopravvivere da martedì a venerdì con 10 euro in tasca. Traguardo ampiamente alla mia portata perché a volte sono riuscito anche a tirare avanti con soli 5 euro. Il segreto è non spenderli.

Il mio programma è andato a farsi benedire quando lo stesso martedì la caldaia si è spenta per non riaccendersi più (ne danno il triste annuncio gli utilizzatori dell’acqua calda, Me Medesimo e Coinquilino) e il tecnico il giorno dopo ha presentato un conto di 210 euro. Tale conto andava diviso a metà, come avevo concordato sin dall’inizio con Coinquilino che mercoledì sera mi ha poi fatto trovare sul tavolo della cucina:
– i pezzi sostituiti dal tecnico
– la fattura
– un lunghissimo biglietto in cui mi spiegava il tutto e specificava l’esborso maledicendolo come un “balzello della malìa” o qualcosa di simile*
*Non so se ho letto bene, comunque non ho mai sentito un’espressione simile. Se qualcuno ne è a conoscenza, si faccia vivo e mi illumini.

Quindi dopo aver prelevato 150 (i piccoli tagli negli ATM vanno sempre via), ho lasciato sul tavolo 110 euro, tenendo in tasca 50 che non immaginavo mi avrebbero impedito questa sera di prendere la metro.

Avevo appuntamento a casa di questo bel gattone

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dimenticando, da furbone qual io sono, che le macchinette per fare il biglietto non accettano carte o bancomat e che il resto massimo che possono dare è pari al costo di una caramella Goleador.

I negozi intorno erano tutti chiusi, ammesso e non concesso che qualcuno avrebbe accettato di cambiare 50 euro. Mi è già successo in passato che qualcuno mi dicesse di non avere contante da cambiare* e comprendo anche il motivo: con i tempi che corrono**, non è semplice fidarsi del prossimo. E capisco anche che forse il mio aspetto barbuto-casual non ispiri fiducia.
* Una farmacia e un minimarket che non hanno contante, mah!
** Ma poi dove corrono questi tempi?

E pensare che quando Coinquilino mi ha ringraziato per i soldi e mi ha detto “Devo darti 5 euro di resto, perdonami ma al momento non ho spiccioli” io ho anche risposto, con sicumera, “Figurati, fa’ con comodo”, tronfio del mio bigliettone da 50 che avevo in tasca che mi permetteva di assumere pose da ricco.

E poi accade che sei ricco e non puoi prendere la metro!* **
* Con gli autobus – sottolineo il plurale perché avrei dovuto prenderne più di uno per raggiungere la meta – ci avrei impiegato un paio d’ore, probabilmente.
** Sì, mi è anche passata per la testa l’idea di scavalcare i tornelli.

NOTA
Il gatto di cui ho pubblicato le foto senza fargli cliccare l’accettazione dei cookie (sembra che sia diventata una necessità, anche il mio barbiere l’altro giorno prima di tagliarmi i capelli mi ha chiesto l’autorizzazione a procedere) è della coinquilina di una collega, a casa della quale dovevamo recarci per un lavoro da portare a termine entro domani. L’assenza non mi esonera dal fare la mia parte, purtroppo.

E ora, visto che è stato citato – e lui citato dovrebbe esserlo anche per tutta un’altra serie di ragioni – un po’ di trash anni ’80

Se non c’è più religione assumeranno un supplente?

Una vignetta di Natangelo sul suo vecchio prof di religione mi ha ispirato dei ricordi sui miei trascorsi scolastici e i professori di “dottrina” (come ho sentito dire da persone di una certa età).

Ho avuto un solo professore di sesso maschile, che assunse la cattedra per gli ultimi due anni di liceo. Il percorso dalle elementari in su è stato invece accompagnato da maestre e professoresse. Mi sono sempre chiesto se in generale l’insegnante di religione fosse un ruolo più maschile o più femminile, non trovando mai una risposta esauriente.

Il prof del liceo era un insegnante non convenzionale, di quelli che religione la divulgano a modo loro. Preferiva far lezione con gli studenti tutti raccolti attorno la cattedra, chi seduto sul banco, chi in braccio a qualcun altro, chi in piedi. Si dialogava a ruota libera su qualsiasi tema ed era un modo produttivo per impiegare un’ora che altrimenti sarebbe stata sprecata.

Fu un cambiamento di impostazione rispetto alla precedente insegnante, che lasciava dialogare ma non offriva molto spazio a interpretazioni personali. Se la Genesi afferma che l’uomo è stato fatto con la polvere e la donna con una costola – diceva – allora è accaduto tutto letteralmente così e non va considerata come una metafora o un’allegoria.
Ciò che all’epoca mi pento di non averle chiesto è cosa pensasse delle edizioni della Bibbia e dei cambiamenti nel testo che sono stati effettuati di volta in volta dai traduttori: se il libro è la parola letterale di Dio, quale sia il bisogno di modificarla non si comprende. Certo, se la scrittura è opera di Dio forse lo saranno anche le richieste di modifica? È alquanto strano: non è che Umberto Eco dopo aver pubblicato un romanzo telefona di tanto in tanto alla Bompiani per chiedere di cambiare il testo. Ma Eco non è Dio, quindi forse il vantaggio di essere una divinità è quello di poter contattare il proprio editore quando più aggrada.

La professoressa delle medie è stata l’unica tra tutti gli insegnanti di religione che ho avuto a interrogare e distribuire anche voti negativi. Amava le storie dell’Antico Testamento, difatti un giorno mi salvai durante una raffica di interrogazioni a sorpresa raccontando la storia di Esaù e Giacobbe, che ricordavo perché mi aveva colpito per il puzzolente inganno perpetrato da Giacobbe ai danni del padre e del fratello.
Si racconta infatti che Giacobbe, per avere la benedizione del padre morente al posto del fratello, si presentò da lui sotto mentite spoglie. Il vecchio Isacco, cieco, riconosceva i figli al tatto. Esaù era molto peloso, così Giacobbe si ricoprì di pelli di capra – che non credo avessero un buon odore, ma forse non lo aveva neanche il buon Esaù – per ingannare il padre. Mi lasciava sempre perplesso come un uomo potesse essere villoso quanto una capra e mi chiedo cosa ne avrebbe pensato Vittorio Sgarbi a proposito di un tal individuo caprino.

Della maestra delle elementari ricordo la tinta di capelli rosso mogano, sempre la stessa per tutti i 5 anni. Una decina di anni dopo la incontrai per strada e sfoggiava la medesima tinta: non ho mai visto una simile coerenza di stile, encomiabile.
La maestra Pina (così la chiamavano) oltre per il capello, era nota per fare da coordinatrice per le recite scolastiche, soprattutto per ciò che concerneva i cori. In quelle recite ho sempre avuto un ruolo marginale o insignificante. come quella recita di Natale dove a me e altri due tapini fu affidato il compito di fare da intermezzo pubblicitario tra primo e secondo tempo, parodiando uno spot della Melegatti. Avevo imparato a memoria la mia battuta, se non che due giorni prima della recita le maestre la cambiarono. Provammo e riprovammo il nuovo sketch ma sul palco la mia sicumera mi tradì e feci confusione tra le battute, tra l’ilarità del pubblico formato dalle altre classi.
Non era colpa mia se non avevo esperienza di recitazione perché qualcuno aveva voluto così. Non era neanche colpa della maestra Pina che con me fu sempre buona. Una volta mi difese quando, durante le prove del coro che sarebbe stato inserito in una recita, fui sbattuto fuori dall’aula dalla maestra di matematica (che chiamavo “la maestra a quadretti”, mentre la “maestra a righe” era quella di italiano) con l’accusa di aver fatto lo spiritoso e aver cantato urlando.
Resto ancora convinto di essere stato vittima di un errore giudiziario.

Comunque a parte la maestra Pina e il buon samaritano del liceo, spero che le altre due siano andate in pensione e non esercitino più, perché non mi piacevano affatto.

E a pensarci non ho mai amato neanche l’ora di religione, ma questa è un’altra storia.

Dalla politica cool alla politica del fun cool

A ogni giro di elezioni aumenta il numero di coloro che, per dirla con un’orribile locuzione giornalistica, sono membri del partito dell’astensionismo*.
Se si chiede il perché di un numero così elevato di persone che non si recano a votare, la risposta più comune è che è diventato molto difficile esercitare il diritto di voto e scegliere qualcuno che vada a proprio genio, perché ormai sono tutti quanti dei ladri che pensano soltanto i propri interessi.

Questa è la giustificazione diffusa e accettata dall’opinione pubblica.

Balle.

Credete che -enta o -anta anni fa i politici fossero più onesti?

Interrogato sull’argomento onestà della classe politica**, l’Uomo Della Strada risponderà che “Anche una volta rubavano, ma soltanto il necessario e poi ce ne era per tutti, ora invece quel poco che c’è vogliono prenderselo tutto”.***

Tralasciando cosa vorrebbe significare “il necessario” e quale sarebbe “la necessità” di un dirigente politico, l’enunciato lascia perplessi per la implicita giustificazione dell’arte dell’appropriazione indebita da Prima Repubblica. È come incontrare un rapinatore e dirgli “Senti, se vuoi svaligiare quella banca almeno non prendere tutto ma lascia cadere qualche banconota per gli altri”****.

A questo punto in colui che vi scrive dopo aver parlato con l’UDS sorge allora una domanda: i governati hanno forse i governanti che meritano?

Al di là di simili considerazioni, a mio avviso la crescita dell’astensionismo va ricercata in una diminuzione di personaggi cool: coloro che possono essere definiti tali, pur riuscendo a far del proprio meglio, non sono in grado di far breccia nell’intero elettorato.

Ad esempio, un personaggio con un armadio pieno di felpe che anche negli anni ’80 sarebbero state pulciose e che si fa fotografare nudo può apparir ridicolo, invece è cool.

In fondo basta sforzarsi di guardare le cose da un’altra prospettiva. Vivete in una zona che fino a qualche tempo fa poteva dirsi ricca ma che è stata investita dalla crisi, negozi che chiudono, imprese che falliscono. Pensate che la pressione fiscale sia troppo alta e il commercialista non è vostro buon amico. Tornate a casa e al telegiornale vi dicono che in una scuola di Vergate sul Membro non si farà il presepe per non offendere i bambini di altri credo religiosi. Voi in chiesa non ci andate dal giorno delle nozze, avete saltato anche il battesimo del primogenito perché c’era un derby in tv, però questa cosa vi rode e gettate un occhio dal balcone dove di fronte la vostra villetta ci sono un kebabbaro e un ristorante indiano e voi non sopportate più l’odore di curry e cipolle. Sempre il telegiornale vi riporta la notizia di una rapina in villa nelle vostre zone.
Se qualcuno vi parla di ruspe voi esclamerete, rivolto alla vostra compagna: “Ecco cosa ci vuole!”. Non avete voglia di ascoltare qualcuno che vi parli di Keynes o di Kelsen e di teorie sulla democrazia*****.

Può sembrare un discorso enfatizzato al massimo, ma ritengo che l’elettore non voglia paternalismi e sentirsi trattato con condiscendenza o anche ascoltare discorsi che non facciano altro che farlo sentire un idiota: preferisce qualcuno che gli parli come se gli stesse di fronte al tavolino del bar, che si rivolga a lui come se lo stesse considerando davvero una persona e che lo faccia sentire importante e possibile artefice di un cambiamento.

Nella città di chi vi scrive è stato riconfermato sindaco un signore over 70 che, per festeggiare la rielezione, ha pensato bene di far sfilare per strada una gigantografia con il fotomontaggio del suo volto sul corpo di Rocky Balboa. Ai comizi parla in dialetto alle persone delle zone più popolari e offre panem et circenses tutto l’anno. È un personaggio cool, e lo è ancor di più da quando qualche anno fa è stato assolto con formula piena da accuse di legami con la camorra, retaggi di storie di fine anni ’80 che andavano di moda. Fermo restando che un uomo assolto è innocente e onde evitare di cadere nel travaglismo, non racconterò di quando il noto capo del locale clan camorristico si aggirava per le sale del Municipio, sedendosi alla scrivania del Sindaco per colloqui privati. E non dirò che se è vero che avere un amico “difficile” non rende anche te un poco di buono, è anche vero che dovresti fare in modo di non riceverlo sul posto di lavoro. Perché questo non ti rende cool.

NOTA
Sull’astensionismo si sprecano le analisi politiche e di certo non si può esaurire il discorso in poche righe. Ciò che va valutato è che esiste in tutte le democrazie una quota di astensione fisiologica che aumenta all’invecchiare della popolazione; accanto a questo esiste un astensionismo dovuto alla crisi delle ideologie e dei partiti di massa, un fenomeno partito negli anni ’80 e che credo oggigiorno si sia ridimensionato e di molto. Esiste infine l’astensionismo di sfiducia verso i partiti e la politica ma non va sottovalutata anche l’astensione che definirei relativa: le persone non si recano a votare ma non vuol dire che si disinteressino di politica. Preferiscono invece altre forme di partecipazione che consentono (o lasciano credere di consentire) un legame più diretto coi processi decisionali. Da questo punto di vista, il voto diventa allora un momento irrilevante nella vita politica dell’individuo.

* A proposito di locuzioni giornalistiche, attendo con ansia il ritorno del “popolo dei vacanzieri”.
**
 Il più delle volte non c’è bisogno di interrogarlo, perché l’UDS è propenso a condividere spontaneamente le proprie opinioni con il primo che passa.
*** Ne esistono differenti versioni di tale linea di pensiero, ma tutte convergono sul punto cardine: cioè che anche una volta si rubava ma si stava meglio. Chiunque, prima o poi, avrà sentito qualcun altro esprimersi in tal guisa.
**** Ho sempre avuto un debole per le similitudini estremizzate. In effetti forse sono un apostolo dello straw men argument.
***** Ammesso e non concesso che si trovi qualcuno che parli così.