Non è che Milano sia una città a misura Duomo

Mi sono finalmente trasferito. L’emigrante con la valigia, non di cartone ma quasi. Il trolley mi ha trollato, anzi, trolleyato: le ruote si sono bloccate e ho dovuto trascinare strusciando l’asfalto 30 kg.

La mia stanza si affaccia su tanto verde: il cortile interno del condominio praticamente è un parco. Il mio coinquilino, nonché padrone di casa, un eccentrico professore delle medie, è amante delle piante. Ce ne sono persino in bagno: un rampicante fa da cornice allo specchio.

Forse la cosa è un po’ inquietante.

C’è anche un gatto:

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Non è del proprietario: è di una sua amica che gliel’ha affidato in custodia per 15 giorni mentre lei è in ferie.

Questo è ciò che lui mi disse il 26 luglio, quando venni a vedere la stanza.

Quindi o l’amica ha deciso di farsi più di un mese di vacanza e a questo punto vorrei conoscere una persona che può permetterselo oppure il gatto si è trovato così bene che non vuole più tornare a casa propria. Oppure l’amica non esiste, in realtà il gatto è del professore ma non vuole ammetterlo e si è inventato questa storia.

Il gatto ha subito legato con me, me lo ritrovo sempre nella stanza. O forse è legato alla stanza e io sono solo un ingombro per lui. Mi viene il dubbio quando me lo ritrovo sulla mia sedia. Sulla custodia del portatile. Sul portatile. Gli ho riservato una sedia e un cuscino. Cerco di fargli capire che se vuole stare si può far bastare quel posto. Finge di aver capito.

Sono andato in cerca di una piscina. Nel quartiere dove vivo ce ne sono diverse e mi sono preso un paio d’ore per visitarle e capire quale mi convenisse. Una di queste è all’interno di un centro fitness-wellness-benesseress-tifacciamofess. Non quello della catena multinazionale dell’altra volta. Il principio di funzionamento però è lo stesso. Se alla reception chiedi informazioni, ti mandano da un’assistente personale piazzata in un loculo tipo consulente bancario. Mi ha spiegato come funziona il centro. Alla parola “ti verrà assegnato un life coach” ho finto di aver dimenticato il pollo nel forno e sono scappato, al grido di “Magari ci penso e ritorno”.

Ho fatto l’abbonamento al bike sharing di Mobike. In due giorni secondo l’app ho percorso 25km solo girando il centro. Una quindicina di questi 25 km sono stati giri inutili perché avevo sbagliato strada. Ho un buon senso dell’orientamento, nel senso che se prendo un punto di riferimento so poi direzionarmi tra i punti cardinali. Ma sono anche il tipo che vede una strada che sembra promettente e dice “Andiamo, tanto sbucherà da qualche parte”. Poi apri Google Maps e scopri che ti sei allontanato di 2km dalla tua meta.

Ma anche questo è un modo per conoscere una città.

Una città in cui, tradizione voleva, i palazzi non devono essere più alti della madonnina del Duomo. Poi hanno iniziato a costruire i grattacieli e, per rispettare la tradizione, hanno cominciato a porre delle madonne sulla cima di questi palazzi. O è sempre la stessa statua che passano da uno all’altro, non ho compreso.

Comunque fu così che Milano non fu più a misura…Duomo.

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Non è che quando ti dai fisicamente tanto da fare per mostrare intolleranza ci dai dentro con l’odio di gomito

Nonostante mi piaccia nuotare, non sono proprio un tipo da mare. Forse sono un tipo da amare ma dovrei chiedere in giro. Le ragazze che sono state con me mi hanno amato, penso. Poi mi hanno odiato, penso. Ma va bene. L’odio è una cosa da rivalutare e a cui ridare dignità.

Per fortuna, viviamo in un periodo in cui sembra che alla gente piaccia tanto odiare. Sono tutti lì pronti a sputare veleno: quello deve morire, quell’altro deve fare una brutta fine, quello là deve subire all’amore (senza amore) nel didietro.

Si dirà che è sempre stato così per l’umanità. Forse è vero, ma oggi quel che c’è di nuovo è che sembra molto più amplificato. E diciamola tutta: se non odi nessuno, sembri anche un po’ uno sfigato. A parte che probabilmente ti diranno che stai fingendo di non odiare e quindi ti daranno dell’ipocrita.

Dato che ogni cosa deve però avere un bilanciamento perché sennò il troppo stroppia, serve anche esternare un po’ di amore. È per questo che esistono gattini e cagnolini.

Su questo punto però ho qualcosa da contestare. Non fraintendetemi: da gatto, che la gente ami i gattini e si intenerisca guardando gattoni ciccioni in pose buffe, non può che farmi piacere. Se però la gente ama solo i gatti e poi desidera la morte degli esseri umani, non va bene.

Se morissero gli umani, i gatti resterebbero senza servitori.

Ecco perché l’odio va anche un po’ ragionato.

Tutta questa digressione per dire che io stamattina, non essendo proprio tipo da mare, ho fatto il bagno in mare con il portafogli nel costume e ora odio il mio esser maldestro e distratto. Però amo il fatto che le nuove banconote euro siano idroresistenti.

Non è che il solitario invidi il cambio della bici perché ha un sacco di rapporti

A volte provo un senso di colpa per il non aver mai coltivato relazioni con i parenti.

Non ho mai saputo da che parte iniziare. Non ho idea di come si costruisca un rapporto con loro.

Il fatto è che la famiglia te la ritrovi lì. Nessuno te li introduce. Nessuno te li fa scegliere.  Magari nulla ti dà qualcosa in comune. Niente ti spiega come devi rapportartici.

Con quel che non scelgo io ho difficoltà: quando seleziono una persona io so invece come comportarmi perché sono già tarato su di essa ancor prima di conoscerla.

Una volta una persona mi disse che le mie relazioni hanno valore perché io le persone me le scelgo; non so se sia vero o se fosse una presa per il mulo. Fatto sta però che il lato negativo di ciò è che si va a deprimere qualsiasi altro tipo di rapporto su cui non si è fatto investimento.

È proprio un comportamento del gatto.

La gente pensa che i gatti siano antipatici e anaffettivi. Il che è vero. Tranne che con la persona che loro hanno selezionato. Perché il gatto non te lo scegli tu: è lui che ti elegge a suo riferimento.


Riferimento paritario: il felino domestico non concepisce la logica padrone/animale.

 


Ci sono vari livelli di relazione col gatto: non è scontato che sia possibile scalarli. Uno stadio può rimanere lo stesso per sempre, per dire.

Lv I: Il gatto vi vede, soffia e poi scappa in un altro Stato – stadio “Mi fai schifo al gatto”;
Lv II: Il gatto vi vede, se rimanete a distanza non va via. Se gli lasciate il cibo, lui verrà a prenderlo ma solo quando vi sarete allontanati – stadio “Levati dal gatto”;
Lv III: Gli lasciate il cibo, lui si avvicina a mangiare in vostra presenza. Se però proverete a toccarlo scapperà – stadio “Non mi stare sul gatto”;
Lv IV: Il gatto si fa accarezzare, gioca con voi, vi si struscia addosso però manterrà sempre una certa indipendenza fissando dei paletti relazionali – stadio “Fatti comunque i gatti tuoi”;
Lv V: Senza che ve ne accorgiate il gatto ha preso possesso di casa vostra, del divano, vi si piazzerà sul computer quando dovete lavorare, vi farà noie sulle scatolette spingendovi a comprare quelle che più gradisce, etc. – stadio “E ora son gatti tuoi!”.

Ora che avete ben chiari i livelli, buon divertimento.

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Lettura consigliata

Non è che se ti perdi vai al vivaio chiedendo di una piantina

Venerdì è passato in ufficio il ragazzo della schiava volontaria del Servizio Civile. Mi ha rivolto un’occhiata di malcelata diffidenza e disprezzo stendendo il braccio per un paio di metri per stringermi la mano: praticamente mi ha salutato da un’altra stanza senza neanche avvicinarsi a me.

Potrei essermi fatto delle impressioni fallaci come Oriana io, ma non mi è nuovo tale atteggiamento. Ancora mi ricordo di quando CR mi presentò il suo fidanzato di allora: senza neanche guardarmi in faccia con un labbro contorto dal disgusto lui mi porse una mano moscia e priva di vita. E poi la ritirò. Credo per disinfettarla col fuoco di una grigliata lì vicino.

In passato nella mia vita anche io ho lanciato occhiate di tal genere. È lo sguardo rivolto a chi ti sta sulle balle per il semplice fatto di essere maschio. L’altro maschio.

Nell’homo gelosus subentra il germe del parvus sospectus, che infetta il cervello ospite attivandolo negativamente nei confronti di un – a suo dire – potenziale rivale che potrebbe insidiare la foemina-foeminae della I declinazione.

Il grosso problema sta nel fatto che le donne con cui lavoro tendono sempre a parlare, con leggera ingenuità, di me ai loro compagni. La repetitio del nome della stessa persona in più conversazioni tende a far da terreno di coltura del parvus sospectus.

Va detto che sull’ambiente di lavoro tendo a farmi notare. In passato ho sì cercato di rendermi completamente anonimo e di raggiungere una completa invisibilità sociale con lo status di pianta da interni; quando hanno iniziato a versarmi acqua sulle scarpe non ho detto niente. Quando hanno preso a concimarmi coi fondi di caffè, neanche. Ma spegnermi i mozziconi addosso era un po’ troppo e quindi ho deciso di piantarla con l’essere una pianta.

Anche perché al lavoro io mi annoio a stare sempre composto. Soffro di deficit di attenzione e di iperattività, per ovviare ai quali mi rendo allora disponibile a esser di compagnia con chi mi ispira fiducia. Sono tranquillo e delle volte anche piacevole da aver accanto. Fu una volta che allora compresi: non ero una pianta, ma un gatto da interni!

Infatti dovunque io lavori hanno preso anche a regalarmi delle palline con cui giocare.

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Questa è del periodo di Budapest

Ora, quindi, vorrei dire all’homo gelosus: come fai a essere geloso di un gatto? Tanto non puoi competere con un essere superiore.

Non è che ti servano buone scarpe per affrontare un passo di un libro

Oggi non ho avuto neanche il tempo di entusiasmarmi per la notizia della conferma del rinnovo del mio contratto che sono stato impegnato in una call durata 80 minuti. Quanto una partita di rugby.


Si dice call perché telefonata è volgare: telefoni a tua madre, a tua sorella, alla tua ragazza, ai tuoi amici. Al lavoro fai solo call. Ne fai così tante che dopo ci fai il call.


 

Una delle due partecipanti, con cui non avevo mai parlato perché subentrata da poco, mi ha fatto: Gintoki, ciao, noi già ci conosciamo da tempo, su LinkedIn ci seguiamo da molto prima.

Come, scusa?

Per sicurezza sono andato a controllare. Non siamo in contatto e non lo siamo mai stati. Chissà costei con chi mi ha scambiato: dico io, Gintoki, l’unico, inimitabile, gatto domestico dotato di favella, confuso con chissà quale tizio qualunque?

Lei e l’altra persona con cui ero in comunicazione fanno parte dell’Ufficio Grandi Progetti. Detta così farebbe presupporre che ci siano uffici anche per i piccoli e medi progetti. E uffici per i progetti metà e metà che non si capisce da che parte vogliano stare.

Invece no. Solo Grandi Progetti. Ha un che di megalomane e classista.

Dopo circa una quarantina di minuti dall’inizio della telefonata, quando ancora non si vedeva la fine, ho cominciato a sentire un richiamo fisiologico. Succede, quando bevi mezzo litro d’acqua in un’ora.

Fingo di ignorare il richiamo.

Per 10 minuti.

Poi 20.

Mi sembrava brutto sospendere la telefonata adducendo scuse, così continuavo a resistere.

Al trentesimo minuto del secondo tempo della telefonata ho iniziato a camminare per l’ufficio – tanto ero rimasto completamente da solo – e a esibirmi in passi di danza e contorsionismi vari per tenere a freno la necessità. Ho fatto dei movimenti che neanche la Carolina Kostner dei giorni migliori.

Mentre mi esibivo nelle mie mossette, è entrata d’improvviso l’ultima persona che vorresti vedere mentre fai cose imbarazzanti e che non era affatto previsto arrivasse lì, in quel giorno, in quell’ora, in quel momento.

Chiariamo: non vorresti mai che qualcuno ti vedesse mentre fai cose imbarazzanti. Ma in una lista ipotetica, all’ultimo posto c’è di sicuro una persona: la psicologa.

Io sono terrorizzato dalla categoria. Temo non escano mai dal personaggio e anche quando gli stai parlando di cosa hai mangiato a pranzo durante una pausa caffè penso che loro stiano analizzando il tuo modo di parlare per capire quali conflitti irrisolti tu abbia col tuo pene.

Colto in flagranza di carpiato, ho fatto finta di nulla fingendo di fare stretching perché i migliori fisioterapisti consigliano di prendersi cura della propria salute in ufficio.

Lei mi ha guardato ed è corsa via nella propria stanza.

Ironia della sorte, un minuto dopo, la telefonata, pardon, la call, si è conclusa.

Non è che puoi usar un ansiolitico contro le agitazioni sindacali

Una volta uscii con questa ragazza che mi scriveva da qualche settimana. La conoscevo di vista, ma non ci avevo mai parlato perché sostanzialmente se ne stava sempre a braccia conserte, gambe incrociate e sguardo rivolto verso l’infinito e oltre.

Mi era chiaro che se aveva preso a scrivermi era per un interesse, ma io nicchiavo. Mi ero proprio fatto una nicchia in cui mi ero raccolto e facevo finta di niente perché non avevo proprio idea di cosa avessi da spartire con una donna – bella invero – di cui non conoscevo neanche il tono di voce.

Se non che una sera fu lei che mi inchiodò scrivendomi “Che ne dici di parlare davanti a una birra”.

Accettai.

Ero in ansia. Posso sembrar gatto spigliato sempre pronto con la coda ritta ma quando ci sono situazioni sulle quali non ho un controllo totale mi destabilizzo: chi era costei? Di cosa avrei potuto mai parlarci? E se fosse stata appassionata di trifonie della Mongolia Orientale e yoga trascendentale e quindi non avremmo avuto nessun terreno comune di conversazione?

Senza contare la sua apparenza apparentemente apparente come scontrosa: insomma, non ero nelle migliori condizioni mentali.

La andai a prendere sotto casa. Arrivò trafelata, correndo. Entrò in macchina e cominciò a parlare scusahofattotardiseiarrivatoprimamiofratellosièmessoemiamadrenonsaioggiquantaacquablablablabla.

Parlava a raffica. Masticava le parole. Anzi, le masticava, le risputava e le rimasticava. Io annuivo ma capivo un concetto ogni 3 e una parola ogni 5. Credo mi abbia raccontato che una delle sue amiche è un cane pincher. O che ha messo in casa un’amica facendole impersonare un pincher.

Andammo a prendere una birra. Mentre io sorseggiavo lei l’aveva tracannata tutta. Poi fumò una sigaretta in una sola tirata, aspirandone anche il filtro.

Dopo mi sembrò più rilassata, anche se continuava ad agitare le mani mentre parlava in modo così frenetico che credo abbia creato dei tornado in Florida.

E a quel punto realizzai: avevo di fronte una persona agitata per l’appuntamento. D’improvviso, l’illuminazione: se lei è più in ansia di me, di cosa mi preoccupo? Ho di fronte una persona che avrà i miei stessi dubbi elevati al quadrato.

Ed è così che vorrei brevettare l’invenzione del secolo per tutti noi agitati : l’Ansiogen. Un farmaco in grado di mettere in ansia gli altri. Si potrebbe nebulizzare nell’aria e farlo inalare all’inconsapevole vittima.

Sei nervoso per un colloquio di lavoro? Ansiogen! Metti in ansia il tuo esaminatore, e sentiti tranquillo mentre lui gronderà sudore per l’agitazione!
Primo appuntamento? Agitala/o come una bottiglia di Pepsi e rilassati!

Ansiogen: perché se tu sei in ansia, gli altri debbono allora esserlo più di te!

Non è che il turista se non va in pensione incolpi la Fornero

Sto cercando casa in centro a Napoli. A differenza di altre grandi città, il centro qui è una zona economica a livello immobiliare. Il problema è che da 3-4 anni a questa parte, complice il boom turistico della città, il centro storico si sta trasformando in un conglomerato di B&b o di affitti Airbnb. Tra un po’ ci saranno più turisti che abitanti: è una vera invasione, il Governo cosa fa? Non possono fare i turisti a casa loro? Sapete che ce ne sono alcuni che soggiornano negli alberghi, tutti i comfort, wi-fi gratuito, per soli 35 euro al giorno?

Mentre mi impegno nella ricerca, dormo a casa dei miei. Ciò comporta che capitino inconvenienti che, pur essendo io gatto fatto e cresciuto, mi procurano ancora qualche imbarazzo.

Ho l’abitudine di coprire il tatuaggio di vaselina quando vado in piscina. Precauzione in realtà che mi hanno detto inutile, una volta guarito. In ogni caso, porto il tubetto con me sempre in borsa.

L’altro giorno però non lo trovavo. Poi a casa l’ho visto nel mobile dove ripongo il portafogli, i ciondoli, eccetera.

Dato che sono sicuro di non avercelo messo io, temo che mi sia caduto dal borsone – cosa probabile perché ogni volta che torno dalla piscina lo svuoto per arieggiarlo e non fargli assumere quel bell’odore di calzino sudato aromatizzato al cloro – e uno dei miei genitori l’abbia riposto nella mia zona effetti personali.

Io non voglio sapere cosa possa pensare un genitore di un figlio con un tubetto di vaselina. Un tubetto fuxia.

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Ricordate che i tubetti – di vaselina e no – si spremono dal fondo. Chi spreme dall’inizio va all’inferno.

Non è che il professore di educazione tecnica lavori al cinema perché sa fare le proiezioni

Ho recuperato fiato dopo venti giorni di sosta. Di diventare un atleta non mi interessa molto ma io vorrei giusto divertirmi senza poi ansimare come in un porno tedesco.

Ho recuperato fiato e volevo raccontartelo.

Ho recuperato fiato e ora posso parlar di più.

Abbiamo avuto tante conversazioni. Nella mia testa. A un certo punto hai iniziato ad anticipare le mie risposte e ho cominciato a credere che fossi io a esser solo una proiezione dei tuoi pensieri.

Poi mi sono guardato intorno – lo faccio sempre per ritrovare contatto con la realtà – e mi sono reso conto che forse non mi stavi pensando più manco per il gatto. Quand’è che hai iniziato a farlo? Mesi? Settimane? Giorni? Forse non lo hai mai proprio fatto durante tutto il tempo insieme?

Lascio andare via la nostra conversazione.

Va bene così. Vai via. Stendo tappeti per la tua fuga, li pulisco coi miei vestiti, con le mani, con la lingua.

Sì, avrei proprio voglia di leccarti la fuga. Prima di vederti di nuovo scomparire.

Non è che il telelavoro sia quello che fa Pippo Baudo

Non posso lamentarmi del mio lavoro per quanto riguarda la libertà organizzativa e di orari che mi concede; non essendo vincolato a una presenza fissa in sede posso anche usufruire della possibilità di lavorare a distanza.

Se mi reco in ufficio tutti i giorni è per una sorta di auto-disciplina che mi sono dato non suicidarmi.

Lavorare da casa può essere interessante per un giorno. Due, al massimo. Poi quando ti rendi conto che passi in modo immediato dal letto al lavoro e dal lavoro al letto oppure che quando hai finito di fare ciò che devi fare stacchi per aprire Netflix (o YouPorn…) senza alzarti dalla sedia, non ti senti molto bene con te stesso.

Anzi ti senti un po’ coglione, se mi è consentito.

Stare a casa poi ti porta ad assumere alcune abitudini tipicamente casalinghe. Ad esempio quella di avere telefonate importanti in ciabatte e boxer.


Quando ti sei ricordato di indossare i boxer.


Diventa problematico, una volta avvezzi a tali comodità, rinunciarvi quanto non sei più a casa tua.

Come fai a convincere gli altri che in ufficio ti deve essere concesso ogni tot di tempo di “cercare qualcosa profondamente nelle tasche” in totale libertà per scaricare la tensione?


Si dibatte molto, tra le donne, sul perché gli uomini abbiano questa triviale abitudine di cercare cose profondamente nelle tasche, quando non si tratta di rituali apotropaici – beninteso volgari in ugual maniera ma giustificabili in qualche modo. Le ragioni posson essere diverse, come la necessità di ricollocare le truppe spostatesi fuori territorio o la ricerca di sollievo da un tessuto scomodo o dermatologicamente aggressivo; in generale comunque va detto che lo sfregamento dell’anguinaia, come di altre parti del corpo, stimola la produzione di endorfine come fosse una sorta di ricompensa dell’atto. L’abitudine, per l’essere maschile, ad avere molta confidenza con le proprie zone private sembra spinga quindi a cercare ricompensa più spesso proprio lì che da altre parti.


Per questo resto a casa solo in caso di malattia o necessità tipo visite dal medico (mie o di altri) o dal veterinario.

Coincidenza o Legge di Murphy vuole che quando sono impegnato in queste situazioni e non presente in sede, mi cerchi al telefono, puntuale come la pioggia di Pasquetta, l’intero mondo – un mondo tra l’altro che non è a conoscenza che io non son presente in sede, dato che chiamano da altre parti d’Italia – e per conversazioni ovviamente non brevi.

Dato che non riesco a ignorare un telefono che squilla, a meno che io non sia alla guida, mi sono spesso dovuto esibire in equilibrismi vari: una volta con una mano mi sono trovato a reggere il telefono, con l’altra la gabbietta del gatto, mentre con il piede aprivo la porta, con il naso accendevo la luce e non so come ma nello stesso tempo mi sono anche cercato qualcosa molto profondamente nelle tasche.

Non è che serva un piromane per fare partenze brucianti

Una volta García Lorca scrisse: “Gli amori bruciano ma le frizioni ancor di più”.

Io mi ci rivedo molto in questa frase.

Ieri mattina, dopo due settimane di dis-onorato servizio, la macchina aziendale ha un buco nella gomma ha bruciato la frizione. Tenderei a escludere mie responsabilità, visto che qui giù ci inviano macchine sottratte all’eutanasia.

Ammetto sì di essere un tipo molto free alla guida, ma ho guidato anni e anni la mia auto personale su salite impervie, anche in retromarcia, senza bruciare nulla a parte i semafori.


Non fatelo a casa anche perché non so in che casa abitiate per avere dei semafori all’interno. Comunque è risaputo che il Giallo voglia dire “Accelera prima che scatti il rosso”.


La frizione aveva un vago odore di grigliata di costolette. Mi chiedo io che costolette abbia mangiato.

Dove scopro di aver sempre chiamato la frizione nel modo sbagliato e che in realtà è la frEzione.

Dato che ero in missione per conto di dio, che ho nominato spesso lungo la strada, ho proseguito con mezzi alternativi tra cui il baratto di prestazioni sessuali in cambio di un passaggio.

I centri commerciali sembrano posti orribili.

Le persone che lo frequentano sono nervose e stressate. Lo stolto si chiede (e io me lo sono chiesto): se devono stressarsi e innervosirsi in questa maniera, perché vi si recano? La risposta è che forse il non andarci li renderebbe ancor più stressati e nervosi. I centri commerciali sono il fusibile del sistema sociale. Proteggono dal sovraccarico di stress e nervosismo che il non andare al centro commerciale causerebbe alle persone.

Il centro commerciale esiste affinché il centro commerciale esista.

Dato che la popolazione mondiale aumenta a causa degli extraterrestri che sbarcano sul nostro Pianeta, c’è sempre bisogno di costruire nuovi e più grandi centri commerciali.

Hanno detto:

“L’unico modo per liberarsi di una tentazione è andare al centro commerciale” (Oscar Wilde)

La vita è troppo breve per non andare al centro commerciale” (Andy Warhol)

“+++ Si vede la patonza +++” (Libero online)

C’è un’umanità disparata e disperata all’interno dei negozi. Bambini, ragazzini, adulti, donne, uomini, uomini col borsello (alcuni in finto bue altri di vero budello) che adocchiano presunte – in quanto il loro stesso borsello li fa presumere che le donne siano interessate al loro borsello – ammiratrici dei loro borselli, famiglie con cani, donne con cani freudiani.

Il cane freudiano, molto banalmente, è il cosiddetto succedaneo fallico. La donna col cane esibisce con fierezza il proprio pseudo-pene laddove la donna col gatto non può.

La donna col gatto in realtà non ha bisogno di un pene. All’occorrenza infatti se lo procura.

La donna col gatto ha bisogno della figura dietro al pene e per questo prende un gatto. Affettuoso e coccolante ma anche scoglionato e indolente e distributore di peli ad libitum. Col vantaggio inoltre di non sgocciolare.


A meno di non avere un gatto come il mio che ha inventato la pisciata acrobatica ponendosi di volta in volta in equilibrio con le zampe sul bordo della lettiera. Ho posto una tavoletta di plastica contro il muro e delle volte disegna dei ghirigori ipnotici. Sto pensando di sostituirla con delle tele e venderle come “Piscio d’artista”.


Queste considerazioni peniene nascono da un pensiero che prendeva forma nella mia mente e rimbalzava tra l’osso frontale e quello occipitale del mio cranio.

“Ma io, qui, cosa cazzo ci faccio?”.

Essendo tipo molto free sono giunto a una conclusione produttiva: devo prendermi un cane come sostituto del mio di pene, da inviare poi in giro a lavorare al posto mio. A cazzo di cane.

Non è che il tifoso della Lazio non degusti i cibi perché odia l’a-roma

Sono tornato dal Festival a Utrecht con alcune indicazioni e riflessioni e un alito importante.

Confermo innanzitutto che nei Paesi Bassi siano dediti ad attività alquanto libere, al limite talvolta della licenziosità.

Una statua dedicata a Satana in centro a Utrecht ne è la prova.

Nelle ore notturne la statua rallegra e rischiara l’ambiente lanciando globi di luce

Come forse inoltre è noto, da quelle parti praticano il gender, come ben dimostra questo cartello appeso all’entrata di una toilette.

Un po’ confuso sono entrato, dovendo rispondere a un impellente richiamo fisiologico.

Avevo delle vaghe idee sul funzionamento del gender, apprese in Italia assistendo a un comizio pubblico – o forse ero tra una folla scostumata al banco ortofrutta del mercato, non ricordo bene -, e cioè che ci si sveglia la mattina e si cambia sesso o addirittura si debba dimenticare di avere un sesso e comportarsi come fossimo tutti uguali (di sesso).

Potete quindi immaginare la mia difficoltà: ho creduto di dover lasciare il mio sesso all’entrata del bagno per essere gender neutral ma non avevo idea di dove poggiarlo. Ho chiesto a una ragazza dello staff del festival se potesse tenermelo per un po’ – in cambio potevo offrirmi di tenere il suo sesso se avesse avuto bisogno – ma un po’ spiazzata ha convocato un energumeno. Pensavo fosse l’addetto guardarobiere dei sessi e notando i suoi muscoli ho detto No guardi il mio non è così pesante da portare, sono onorato mi sovrastimiate ma sono molto umile e modesto. Mi ha spintonato.

Comunque alla fine sono entrato in bagno col mio sesso e forse ho fatto brutta figura col gender.

Sessi a parte, altra peculiarità di quelle zone è che è tutto composto con la cipolla. Gli unici cibi che non contengono cipolla sono quelli cui la cipolla è stata tolta prima di essere serviti, in modo da lasciarne solo l’aroma.

Anche le persone sono fatte di cipolla, visto gli effluvi che fuoriescono quando aprono bocca.

È per questo che quando ho provato a capire come si chiamassero gli abitanti di Utrecht – vero scopo del mio viaggio – mi è stato detto che le persone lì non si chiamano. Si cercano a fiuto.

Tra le abitudini alimentari particolari c’è quella di mangiare kebab di carne di Bambi

Il clima presenta due modalità: pioggia e non pioggia, che si alternano più volte nel corso di un minuto. Tale rapida alternanza agevola la vita in quanto i passaggi da uno stato climatico all’altro sono così impercettibili che alla gente non gliene frega niente di che tempo ci sia fuori e continua a vivere come se niente fosse. In questo modo liberi da pensieri possono dedicarsi ad altre attività, come l’andare in bici sfrecciando da un capo all’altro della città accelerando quando davanti a loro appare un passante.

Capitano comunque a volte quelle che loro definiscono “belle giornate” e che noi definiamo “che tempo di merda ora mi giro dall’altro lato del letto”.

Questa foto l’ho scattata ad esempio in una tipica bella giornata. Poi lì sono morto per aver fumato troppa cipolla in un Onion Shop e il mio viaggio è terminato.

Un gatto del II sec. a.C a caso

Il Vocaboletano – 34 – L’uosemo

Ricordo che una sera, dopo una cena a base di pesce quando ormai la tavola era stata già ripulita, si affacciò in cucina la gatta. Miagolava con tono insistito e disperato, quello che utilizza di solito quando vuol qualcosa: si era svegliata tardi e aveva mancato il pesce, anche se ne restava nell’aria l’odore.

Madre esclamò “Ten l’uosemo”.
La guadai stranito. Ma che cacchio voleva dire?

In pratica, l’uosemo è la capacità di percepire qualcosa che non è tangibile, che si avverte nell’aria anche se non si vede. Un esempio concreto è il fiuto del cane, che segue piste invisibili all’occhio umano. Difatti uosemo vuol proprio dire fiuto.

Si tratta di un arcaismo derivato direttamente dal greco antico: ὀσμή (osmé), che vuol dire appunto odore, fiuto. Dal termine greco deriva anche l’italiano usmare, parola desueta che ha lo stesso significato: odorare.


Da cui deriva anche un gioco di parole lombardo con il nome del Comune di Usmate e cioè Usmate Milano.


Il vocabolo non ha connotazioni esclusivamente canine: sentire l’uosemo, infatti, riferito a una persona, vuol dire subodorare qualche inganno celato, avere una cattiva sensazione: “questa faccenda puzza” sarebbe in italiano.

In senso esteso, l’uosemo è l’intuito guida: È gghiuto a (è andato a) uosemo vuol dire che è andato a naso, per intuizione.

Adesso scappo che fiuto odor di croccantini.