Non è che lo studente svogliato porti con sé olio e limone per marinare la scuola

Da un’auto di passaggio arrivavano note di Ma come fanno i marinai.

Ho tanti Ma come fanno in mente.

Ma come fanno quelli che prendono il Suv in città, tra problemi di parcheggio, vie molto strette e ansia continua per graffi e specchietti.

Ma come fanno quelle tacco 12 sul basolato che io su un percorso simile una volta ho preso una distorsione con le sneakers.

Anche costei si chiede ma come fanno

Ma come fanno quelli che escono dagli spogliatoi coi capelli bagnati.

Ma come fanno quelli che saltano il pranzo e non muoiono di fame né lo stomaco imita suoni temporaleschi. Se non mangio, io mi spengo e non parlo più né ragiono.

Ma come fanno quelli che stanno insieme da 20 anni con quella che era la compagna di banco del liceo mentre le mie relazioni durano meno di un capo esposto in saldo.

Ma come fanno quelli che parlano di lavoro anche al di fuori dell’ufficio mentre io è sin dai tempi in cui ero studente che, terminato l’orario del dovere, volto decisamente pagina e non voglio parlarne né sentirne più. Fino al mattino dopo.

Ma come fanno quelli che attraversano la strada voltati dall’altra parte o chinati sul telefono a trovare sempre uno come me che non li investe.

Ma come fanno quelle che alle 7 di mattina escono di case perfettamente curate e truccate mentre io sono a tanto così dall’andare a letto vestito per dormire 10 minuti in più al mattino.

Ma come fanno quelli che hanno nostalgie per epoche che non hanno vissuto.

Ma come fanno quelli che “Mi licenzio e giro per il mondo”.

Ma come fanno quelli che, sportivi amatoriali, si imbottiscono di farmaci dopanti per le gare del circolo della parrocchia o i campionati intercondominiali.

Ma come fanno quelli che si radono tutti i giorni a non ridursi il viso come Freddy Krueger.

Ma come fanno i marinai alla fine poi si è capito?

Annunci

Non è che il tipo morigerato dopo una corsa si asciughi il pudore

Una volta, più di 10 anni fa ma meno di 15, quando chimica era ancora la fame e non la scia, mi trovavo seduto in compagnia di una ragazza sotto un’estremità del porticato dell’emiciclo di Piazza Plebiscito, in una serena giornata di primavera con poche nuvole sparse che disegnavano genitali nel cielo.

Ci si scambiava dei baci, anche se forse scambiare non è il verbo adatto, giacché lo scambio presuppone che uno dia e l’altro riceva e a sua volta poi dia, mentre lì sembrava difficile discernere consegna e ricezione, diciamo che forse più che uno scambio era una condivisione del bacio anche se poi a questo punto bisognerebbe capire a chi appartenesse realmente il bacio che veniva compartito.

In ogni caso, era una semplice questione di protrusione di labbra con allontanamento graduale dei corpi dal collo sino al bacino, giacché ogni tentativo da parte mia verso un ulteriore contatto esplorativo si risolveva come in un noto film di kung-fu: Cinque dita di violenza. Direttamente sul mio volto.

A un certo punto si avvicinò un uomo di mezza età, aveva l’aria di un addetto di qualcosa e indossava quel che sembrava un abbigliamento da sorvegliante o custode e in effetti il suo atteggiamento paternalista sembrava proprio da custode anche se non mi era chiaro cosa custodisse, se la piazza, l’emiciclo o la basilica o se fosse soltanto un mitomane giacché non mi è mai stato noto che la zona fosse sotto custodia. Sbucò lateralmente rispetto a noi dicendo Ragazzi qui non potete stare, ci sono dei bambini e noi ci guardammo in faccia un po’ perplessi ma ci alzammo e ci allontanammo in virtù di quella che era una rispettosa obbedienza verso gli adulti che a entrambi era stata inculcata come educazione.

In effetti poco lontano al centro della piazza c’erano dei fanciulli, impegnati nel bambinare con biciclettine e palloni.

Forse era stato giusto il richiamo del custode, anche se per me no in quanto stazionando lateralmente e in ombra sotto i portici avevamo avuto il buon senso di non esporci troppo alla vista, inoltre io, fossi stato bambino, avrei avuto il buon senso a mia volta di pensare ai fatti miei. Tra i valori inculcatimi dai genitori c’era infatti un certo pudore e rispetto verso l’intimità altrui, laddove tale intimità non si presentava ovviamente come invadente e oscena.

Al di là di questo insignificante episodio, mi sono trovato spesso negli anni a riflettere su quanti si comportino da custodi di morale usando l’infanzia come pretesto per barricate contro a o contro chi. Dimenticando – forse in maniera dolosa – che i bambini sono spugne e assorbono chissà quanti comportamenti nocivi – di odio, discriminazione e quant’altro – messi in atto da tali custodi.

E ho ripensato a tutto ciò ieri, seduto in un ristorante giapponese di quelli con il nastro trasportatore, mentre attendevo impaziente che arrivasse verso di me un solitario roll al tonno che avevo adocchiato da lontano. Dall’altro lato del nastro, alla mia destra, c’era una famigliola composta da padre, madre e una bambina all’incirca di 7-8 anni. Quando il roll aveva già oltrepassato la famiglia e stava finalmente percorrendo la curva che l’avrebbe condotto verso il mio insaziabile appetito, la bimba si è sporta per prenderlo. Il padre è intervenuto bloccandola: No, rispetta lo spazio altrui e non invadere. La bimba ha quindi arrestato il proprio gesto ed è tornata al proprio posto.

Ho avuto il mio roll e avrei voluto ringraziare quel padre per avermi restituito un po’ di fiducia nell’umanità con quel suo comandamento. Rispettare lo spazio altrui penso sia tra i migliori e più semplici insegnamenti che si possano impartire eppure chissà perché sembra tanto difficile da condividere.

Io per esempio a volte non riesco ad aver rispetto degli spazi e ancora oggi finisce a kung-fu in faccia.

Non è che sei così sicuro della cucina da metterci la mano sul cuoco

Capita, qualche volta ogni tanto, di pranzare in un posto un po’ più raffinato della trattoria di Ciruzzo il zozzoso cui si è soliti andare. Solo su invito, ovviamente, se le possibilità di autonomia manducatoria si limitano al già citato livello trattoria.

Di fronte alla ristorazione da chef ho un atteggiamento a tratti agnostico. Non è che io non ci creda, anzi, ne sono più che compiaciuto quando mi ci accosto, ma ci sono dei dogmi verso i quali la mia razionalità mi blocca.


Probabilmente è un atteggiamento da profano qual io sono, non in grado di apprezzare a tutto tondo forma e sostanza della cucina elaborata, frutto di una certa diffidenza verso l’esplorazione e la sperimentazione in alternativa al piatto tradizionale di stampo vetero-popolare.


Alcune cose mi lasciano comunque perplesso.

I menù, ad esempio. Sembrano ideati  da Franco Battiato e Manlio Sgalambro, anche per descrivere solo un’insalata mista: Fantasia di primizie con guizzi di vinagre catalano. Poi arrivano carote e radicchio sconditi, accompagnati da un cumshot di aceto intorno (su cui tornerò più avanti).

Avrei a tal proposito qualche suggerimento di titolo per l’elenco alla carta:

Passacaglia dello chef al tocco di cembalo
Traviata euclidea dell’ayatollah Khomeini
Putti bretoni all’ombra di cinghiale bianco

La seconda cosa che mi sfugge è la moda della croccantezza. Credo, ma parlo pur sempre da ignorante – nel senso di colui che ignora -, che sia un po’ sfuggita di mano agli chef. Me ne resi conto quando, durante una delle centinaia di edizioni di MasterChef (credo fosse MasterChef Vergate sul Membro), vidi un giudice lamentarsi dell’assenza del croccante. In un brodo.

Una volta ordinai una tagliata con contorno di rucola.
La rucola era stata croccantizzata.

Perché mai, io mi chiedo.
Pretendo di brucar come una capra la mia rucola e non di farla scrocchiare come fosse pop corn. Avrei chiesto del pop corn, nel caso. Invece esigo dell’erbaccia, dalla consistenza di erbaccia.

Quando hanno tentato di offrirmi il caffè ho rifiutato. Ho avuto paura che me lo avrebbero servito a cubetti soffiati.

A far da contraltare al croccante, c’è la mania di vellutare tutto.
Gustose le vellutate, non c’è che dire. Lynch ne fece anche un film: Vellutata blu, storia di uno chef che tagliava orecchie à la julienne.

In un’altra occasione, scelsi una Terra & Mare rivisitata.
Null’altro che fagioli con le cozze, ma chiamarli fagioli con le cozze è da parvenu (si veda il discorso sui menù precedente).
All’arrivo del piatto, c’erano le cozze adagiate su una melma color vomito post concerto dei Nine Inch Nails.
Praticamente quella melma erano i fagioli.
Credo che il nome giusto sarebbe allora stato Terra & Mare rimasticata, visto che sembrava bolo alimentare.

Altri commensali presero altre cose che poi si scoprirono tutte vellutate o ridotte in poltiglia. In pratica era un pranzo per l’asilo. O per ottuagenari in una casa di riposo.

Questo è ciò che succede quando si ordina senza chiedere ragguagli al cameriere. Il fatto è che uno non chiede spiegazioni onde evitare di doversi sorbire due volte la stessa cantilena: quando si ordina e quando si viene serviti. L’altra peculiarità, infatti, è la didascalia verbale del cameriere come accompagnamento al piatto.

Una volta c’era a centrotavola un misto di affettati di varia origine, lavorazione e misura. Credo ci fossero in mezzo anche un paio di specie estinte ma per fortuna non era ancora epoca di squadrismo vegano.

Il cameriere si prodigò nello spiegare ogni singola fettina lì presente. Quando finì il giro ovviamente avevo già dimenticato tutto e gli avrei voluto dire “Senti, puoi ricominciare al contrario perché ho dimenticato l’inizio, magari prendo appunti questa volta?” ma avevo fame.

Infine, la cosa che più mi infastidisce sono i ghirigori, gli spruzzi di salsine intorno al cibo. Sono una mera decorazione? Perché allora sono indicate nel nome del piatto come fossero condimento ma è impossibile condire alcunché vista la loro inconsistenza? Potrei leccare il piatto o sarei troppo barbaro? Quei ghirigori sono casuali o le spirali seguono una successione di Fibonacci?

Aguzzando la vista lì giusto al centro della spirale aurea c’è anche il cibo

Ho capito che ho ancora molto da imparare.

Un brutto carattere non si cambia in tipografia

Sottotitolo: il medico falso fece il giuramento d’ipocrita.

Ipprocrate riteneva che nel corpo umano risiedessero quattro umori basilari, bile nera, bile gialla, flegma e sangue, a cui corrispondevano quattro temperamenti diversi: malinconico, collerico, flemmatico e sanguigno. La presenza in quantità maggiore rispetto agli altri di uno dei quattro umori determinava la predominanza di un carattere rispetto all’altro.

La bile gialla, quella prodotta dalla cistifellea, forma un individuo magro, irascibile e permaloso. La parola stessa irascibile fa venire in mente la bile.

Questa sera mentre con uno spiedino infilzavo una patata per verificarne la cottura* ho pensato per un attimo di colpirmi l’addome con il summenzionato per controllare se ne uscisse la famosa bile gialla.
* Non è vero, avevo fame e ho pensato di mangiarne una mentre aspettavo si cuocessero le altre.

Chi non mi conosce mi ritiene una persona seria e tranquilla, qual effetti io posso considerarmi in qualità di individuo semi-addomesticato per vivere in società. Le persone che non condividono con me tempi e spazi a lungo ignorano quanto io sia incline allo sbalzo umorale e al nervosismo.

Viceversa, chi passa lungo tempo con me se ne rende conto. Una collega una volta mi definì fumantino e io la ringraziai per il termine specifico utilizzato perché il resto dell’ufficio ne ignorava il significato. Qualcuno capì che mi avesse dato del fumatore.

In genere mantengo sotto controllo le mie produzioni di bile, tuttavia essa tende a liberarsi in maniera improvvida e inopportuna. In alcuni periodi, come in queste ultime due settimane, mi sento più irascibile più del solito. Me ne accorgo dal fastidio eccessivo che mi arrecano anche eventi minori.

Ho pertanto ripreso a fare esercizi di rilassamento e respirazione e credo di trarne giovamento. Quantomeno ho ripreso a ridere, perché uno degli effetti collaterali della bile è quello di ritrovarsi musoni come un cammello e, con franchezza, non è simpatico.

Il riso, pur facendo buon sangue e abbondando nei possessori di Iphone che credono serva a ripararlo dopo esser caduto in acqua, però neanche va bene se non è controllato. Nell’autobus ho rischiato una brutta figura quando mi son messo a sogghignare da solo, dopo aver notato il tatuaggio che aveva sulla spalla una signora.

Il tatuaggio raffigurava Jim Morrison. Ho capito che si trattasse di lui perché sotto c’era scritto “Jim Morrison”. A me il disegno ricordava Branduardi. E poi ho pensato che se J.M. fosse stato vivo magari avrebbe potuto assomigliare a Branduardi da anziano. E ho riso. Poi me ne sono vergognato. E poi ho riso di nuovo.

Il che vuol dire che puoi lavorare sul tuo brutto carattere ma comunque non sarai una bella persona. Quindi smettila di usare font con le grazie** su Word.
** Le grazie sarebbero le codine o le appendici delle lettere che visivamente le rendono più gradevoli e meno squadrate. Probabilmente lo sanno tutti ma sto attraversando un periodo didascalico. È interessante poi l’origine del termine “didascalico” e, a esso connesso, “didascalia”. Nell’Antica Grecia il didascalo era colui che impartiva istruzioni e insegnamenti al coro nelle tragedie teatrali, da qui il significato di maestro e…zZzZzZz