Non è che il palestrato va in biblioteca per cercare dei libri da reggere

Mi ritengo un buon lettore. Non riesco a leggere tutto quel che vorrei, però riesco a scoprire di frequente tante cose nuove. Leggo 20-25 libri all’anno e mi sembrano troppo pochi.

Ogni tanto mi capita davanti il mio incubo. Il libro che non se ne scende giù, come una quinoa alle verdure che in realtà è piena di cipolle.

Spero sempre di averlo scampato, e, di solito, mi riesce. Arrivato ad agosto, quando metà anno ormai era scavallato, pensavo che sarei riuscito a farla franca per questa annata.

Poi, proprio pochi giorni dall’inizio di agosto, mi hanno prestato un libro. Chi me l’ha dato ci teneva anche a consegnarmelo. Lo aveva appena finito di leggere mentre attendeva il treno prima di vederci e, mentre me lo raccontava, ha esclamato “Sai che c’è? Te lo presto”.

Quindi alla lettura si aggiunge anche il peso emotivo di sapere di una persona che ti ha prestato il libro che ci tiene probabilmente al tuo parere e al sapere se ti è piaciuto.

Il libro, a dire il vero, è scritto bene. E oggettivamente è credo sia un buon libro.

Solo che io l’ho trovato pesante e poco scorrevole. Ho veramente faticato ad andare avanti. A un certo punto leggevo le pagine senza che del filo del discorso mi rimanesse nulla, anche perché il filo lo perdevo di vista in mezzo alle digressioni mentali che si aprivano da una pagina all’altra.

L’ho terminato per senso del dovere. Detesto non concludere un libro. E odio ancor di più dover deludere le attese di qualcuno.

D’altro canto questa cosa mi ha spinto a una riflessione. In questi giorni sto tornando a casa tardi e mi resta poco tempo per dedicarmi ad altro e, quel poco, l’ho impiegato per terminare il libro.

Facciamo un sacco di cose nella vita che ci portano solo via tempo ma che portiamo avanti per obbligo. Tralasciando cose di cui non si può fare a meno, io vorrei dare un taglio col fare cose che non mi scendono giù. Come mangiare quinoa dichiarata alle verdure ma in realtà piena di cipolle (che è stato il mio pranzo odierno).

Quindi la prossima volta che mi propongono un libro, o farò il difficile nell’accettare o, al limite, sarò onesto e dirò Guarda non ce l’ho fatta a terminarlo.

Il che vorrebbe dire combattere contro un altro mio lato caratteriale, cioè la sensazione di fastidio di fronte alle cose incomplete, non terminate o fuori posto.

Ma facciamo che ho spazio per risolvere un sol buon proposito alla volta.

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Non è che devi studiar musica per scrivere note

C’è quella canzone di Samuele Bersani, Lo scrutatore non votante, che in una strofa recita Intervistate quel cantante/ Che non ascolta mai la musica/ Oltre alla sua in ogni istante.

Frequento spesso la libreria del mio amico. Ne avevo parlato qui. Ormai è diventato un luogo di ritrovo per tutte le persone stravaganti della città.

Due-tre volte la settimana si tengono presentazioni di libri. Di alcune delle quale il mio amico ne farebbe a meno. Esigenze promozionali gli impongono di ospitare anche autori non così apprezzabili.

Sabato c’era un tale a presentare il suo primo libro. La caratteristica di questo autore è che non legge. Gli è stato chiesto quali fossero i suoi riferimenti letterari. Ha risposto “il thriller”. Al che, alla richiesta di indicare qualche autore di questo genere che lui seguiva, ha detto che non ne ha, non li legge. Guarda film.

Autori contemporanei che legge?
Nessuno.

Gli è stato chiesto se, in generale, avesse autori che apprezzava. Ha risposto “Verga, Pirandello e Ungaretti”. In pratica il suo bagaglio letterario è la tesina del liceo.

Io non so come sia essere scrittore, dato che non lo sono. È vero che dicono che tutti abbiano un libro nel cassetto. Io nel cassetto c’ho al massimo delle note spese che ho scritto.
Nonostante ciò fatico a immaginare come si possa scindere la passione per la scrittura da quella della lettura. Sarò io ancorato a un’idea antica. Oggi ci sono tanti strumenti per formarsi e godere di letture elevate senza aprire un libro. Internet non è solo fuffa. Apro una pagina facebook classificata sotto Cultura e società e mi aggiorno sulle teorie della disuguaglianza sociale e la caduta del saggio di profitto, per dire, senza necessità di consultare Il capitale di Piketty. Si legge poco perché per apprendere trovi già tutto reperibile in maniera fluida e accessibile. No?

Non sono convinto che sia questa la motivazione. E che letture fast food – per quanto molte di qualità, ma gli autori che le producono scrivono comunque dei libri per esporre in maniera più chiara e dettagliata le loro idee – bastino.

E davvero vorrei essere certo che quelli che non leggono libri ma scrivono lo stesso si siano formati almeno tramite qualche rivista online o pagina social di divulgazione artistica/culturale. Dubito purtroppo che sia così. Se anche lo fosse comunque non basterebbe solo questo.

Non si tratta di elitarismo. Sono conscio che la pedanteria nei confronti della sacralità e dell’importanza della lettura abbia generato un senso di sottesa riprovazione verso chi non legge, non si accultura, non si informa, tal da creare una contrapposizione sociale, i cui negativi effetti oggi si avvertono ovunque, tra chi è considerato un borioso professore e chi dell’ignoranza ne fa bandiera della libertà di essere come gli pare.

A me che una persona, in generale, non legga non me ne può proprio fregare. Avremo un argomento in meno di conversazione.

Diverso è il caso di chi vuole esordire, presentarsi, irrompere – perché alcuni sono anche rumorosi e irruenti nel proprio introdursi – in un’arte in cui una base di strumenti che si forma solo con la gobba dello studioso è necessaria. Purtroppo accade sempre più (e l’autopubblicazione ha incentivato ciò*) che la pulsione di qualcuno verso la scrittura venga solo dal desiderio di mettere il proprio nome su uno scaffale. Cosa che, a giudizio di quelli che leggono davvero, non basta certo per definirsi scrittori.


* Ci sarebbe un’altra considerazione da fare e cioè che l’autopubblicazione non ha come prodotto finale il libro, come nell’editoria classica, ma l’idea di essere scrittore. Chi paga per crearsi il libro non sta producendo un’opera, sta acquistando un servizio. Come se io comprassi – ed è possibile farlo – la possibilità di farmi qualche giro su un circuito automobilistico su un’auto sportiva per sentirmi un pilota. 


Quello del tale di sabato non è il primo caso: il mio amico, che gestisce con dei soci la casa editrice indipendente di cui la libreria è propaggine, mi racconta che gli arrivano diverse proposte da parte di chi al massimo avrà letto il bugiardino dei farmaci che assume.


Non per intero, ovviamente, perché il mondo si divide in due categorie: quelli che vanno a leggere solo tempi e modalità di somministrazione e quelli che vanno a leggere gli effetti collaterali.

Io appartengo alla prima categoria, perché non mi piace spoilerarmi il finale.

 


Non è che ti serva un ornitologo per un composto volatile

C’è un volatile tropicale, il bucero, che ha sviluppato una strategia di vita vincente. La chiamerei La scelta del bucero. Sarebbe un buon titolo per un libro. Se fossi in grado di scriverne uno.

Il saper scrivere non si limita all’infilare una serie di parole, come perline in una collana, in una lingua corretta e con la dovuta attenzione verso la sintassi. È come dire di saper giocare a basket perché si conoscono le regole. È importante ma non sufficiente.

Inoltre, per me conta anche e soprattutto lo scopo dello scrivere. Una scrittura senza scopo fallisce in partenza.

L’unica volta che ho scritto con un serio scopo è stato in prima media, quando scrissi una lettera, lunga, a una mia compagna di classe di cui ero invaghito.

La lettera finì nel cestino, accartocciata a formare tante circonvoluzioni quante quelle del mio cervello che aveva cercato di mettere insieme qualcosa di pregno e prolisso come un trattato sulla Cacopedia.

Lei poi mi disse che non c’aveva manco capito niente e dopo le prime righe l’aveva gettata.

Posso quindi difendermi dicendo di non essere stato capito dal pubblico e puntare il dito contro la sua ottusità.

Mi sto dilungando.

La strategia del bucero, dicevo.

Questi volatili si piazzano nelle zone dove le manguste scavano le tane e portano allo scoperto cavallette, locuste e altri insetti, di cui sia le manguste che i buceri si cibano. Potrebbero sembrare in competizione per la caccia, ma il bucero svolge una funzione utile per la mangusta: la avvisa dell’arrivo di rapaci suoi predatori. La fiducia della mangusta è tale che non teme di lasciare che le cucciolate si aggirino sotto lo sguardo attento del bucero.

Il bucero agisce per convenienza, chiariamo, non certo per amore della mangusta e spirito fraterno interspecie.

Quantomeno, comunque, evitano di farsi una guerra tra poveri.


Poveri nei confronti dell’aquila, s’intende. Perché nessuno ha chiesto il parere delle locuste!

 


Vedo in giro tante guerre tra poveri.

Ieri, cercando delle informazioni in rete, sono finito su un forum di concorsi. Uno dei più grandi e frequentati. Ho chiuso dopo averne letto un paio di pagine. C’era solo gente che si aggrediva a vicenda. E pure a Vicenza. È vero che in un concorso sono tutti tuoi avversari, ma, alla fine, credo che pur con storie diverse si trovino tutti nella stessa medesima condizione. Un popolo di concorrenti che vivono di speranze, attese e sudore su testi e test. E, alla fine, energie che vengono spese solo per odiare qualcun altro che non sta facendo nulla di male. Proprio come te.

Il forum di concorsi è solo un esempio, che mi era venuto in mente. Se spengo il computer e scendo per strada vedo persone che si gridano disprezzo, accusandosi di rubarsi spazio a vicenda. Ma loro sono solo manguste o buceri che condividono la stessa nicchia e non si accorgono di ciò che qualcun altro, qualche aquila, gli sta portando via.

Sì, qualcuno dovrebbe scrivere La scelta del bucero.

Non è che al fotografo non bisogna dargli Korda

Ho conservata la tessera di un’edizione di un film festival di Bologna. Ricordo andai a vedere un documentario sulla nota foto del Che scattata da Alberto Korda e la sua successiva evoluzione come icona. Mi trovavo nella Turrita di passaggio, mi ero fermato da un amico dopo essere stato a Firenze. Ero andato a consultare un libro per completare la tesi triennale. Era l’unica copia esistente in Italia e l’avevo trovata.

A quel tempo ero ancora ingenuo. Non che io ora sia un’aquila, una volpe o qualunque altro animale cui vengono attribuite caratteristiche umane. Pensavo però che il mio lavoro di ricerca sarebbe stato riconosciuto e apprezzato. Invece il mio relatore neanche lesse la tesi. L’assistente che mi seguiva mi congedò con un “Ah bene”.

Non mi ricordo più chi fossi, all’epoca. Cosa volevo, cosa cercavo, cosa desideravo. Sono diventato ciò che mi aspettavo? Di certo, no. Attualmente cambio aspettative e direzioni di mese in mese: figuriamoci preventivare tutto ciò vari anni fa.

Era la prima volta che prendevo l’alta velocità. Ricordo mi si tapparono le orecchie e mi venne la nausea. Era anche la prima volta che facevo un lavoro del genere, di ricerca e ricostruzione di dati e storie. Forse per questo mi sembrava qualcosa di grandioso. Mi sono sempre sentito un po’ in ritardo rispetto agli altri nel fare le cose.

La tessera del film festival, col suo laccetto, la tengo appesa al mobile porta-cose che tengo vicino al letto. Vorrei dire che mi ricorda qualcosa, mi serve come memoria di chi ero, eccetera eccetera. In realtà no. Mi piace soltanto la sua grafica.

Non è che il buffet sia un legger schiaf sul vis

Sono andato a una mostra ma solo perché pensavo fosse gratis, poi arrivato all’ingresso ho scoperto che era a pagamento ma non volevo sfigurare davanti agli altri e quindi sono entrato lo stesso.

Si scherza.

In un’altra ala del palazzo delle esposizioni c’era un evento. Una presentazione. Un vernissage. Un non so bene cosa.

C’era anche un piccolo buffet con vini e dolci. Le persone entravano avendo adocchiato il tavolo ma ostentando la noncuranza di chi non è interessato. Davano un’occhiata  veloce e distratta all’esposizione/presentazione/vernissage/quel che era e poi, con malcelato stupore, fingevano di inciampare nel buffet dal quale, dato che oramai erano lì, si rifornivano di rinfresco gratis.

Debbo dire era un’utenza abbastanza educata. Sarà stato per l’evento di un certo livello intellettuale: il libro che si accompagnava all’esposizione di fotografie sembrava di un certo spessore, almeno tre dita di altezza.

Sarà stato per la presenza di una sorta di maître dietro il tavolo del buffet, a servire; una figura che incuteva imbarazzo nel mostrarsi troppo avidi, un gentleman che si è rivolto a me dicendomi Per lei, monsieur?. Pensavo non fosse di queste parti, poi l’ho sentito indicare a un altro tizio il cestino dei rifiuti al suon di L’addereto ‘a stell ‘e Natal. Strano francese.

Sarà stato perché il buffet a parte il vino, servito appunto dal francese di cui sopra, non era tanto ricco e vario.

Sto partecipando a un piccolo cineforum. Al termine della proiezione, ci si trasferisce in un’enoteca per un ‘terzo tempo’, con vino e buffet offerto dagli organizzatori. Gli intrattenimenti a base di tarallini, patatine, bruschette e olive non infiammano gli animi. Alcuni mostrano anche di disdegnare. Poi chissà com’è che non restano nemmeno le briciole.

Appena arriva la pirofila di pasta non si capisce più niente. In pochi attimi è necessario guadagnare una buona posizione per essere serviti, stare attenti a mani che sbucano ovunque per afferrare il piatto, conquistare l’ambito trofeo e poi portarlo in salvo uscendo dalla calca che non cederà di un millimetro per farti passare per la paura di di perdere la posizione. Neanche una mischia di rugby è così compatta e resistente.

A tal proposito. Ricordo a un altro evento cui ho partecipato, l’inaugurazione di una mostra d’arte, l’arrivo del rinfresco a base di sushi scatenò una lotta senza quartiere. E dire che l’utenza sembrava essere di una certa estrazione che si direbbe “bene”. In effetti era “bene” ma non benissimo.

Non dimenticherò mai la spallata che una nonnetta ingioiellata come un Faraone mi diede per accaparrarsi un nigiri. Probabilmente da giovane sarà stata una rugbista.

Io per ristabilire il karma e non rimanere a secco, non conoscendo il rugby e avendo praticato fino a quel tempo solo il calcio come sport amatoriale, a parte l’onanismo anch’esso dedicato a materiale amatoriale, mi vendicai su un’altra signora dapprima marcandola stretta come un difensore mentre lei si avventava sul buffet e poi entrandole avanti in anticipo beffandola come un grande attaccante. Nel mezzo ci abbiamo messo una bella ginocchiata come un medianaccio di quelli che pensano solo a picchiare.

Ma quale odio sui social, ma quali manifestazioni di rabbia contro gli altri, ma quali feic nius: l’umanità rivela da sempre i propri lati peggiori ai buffet:

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Si chiede scusa per l’arte dissacrante.

Non è che per sparare sentenze ti serva una pistola

Dicono che Red Dead Redemption II sia il videogioco più bello di quest’epoca. Io non lo so né tanto meno voglio gettarmi in analisi critiche. Internet già pullula di recensori o di censori che si sentono re.

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Io so soltanto che volevo sparare a un po’ di gente – nel gioco, intendo – per svagarmi.

Per carità. Non iniziamo a discettare sui videogiochi diseducativi e la violenza gratuita nell’intrattenimento: a parte che costa un bel po’ di cocuzze quindi direi gratuito Stockhausen, gioco da quando avevo 9 anni e il crimine più grave che io ho commesso in vita mia è il divieto di sosta (va detto che la depenalizzazione della blasfemia a semplice illecito amministrativo ha alleggerito la mia fedina penale).

Certo, poi non è che se non ammazzi nessuno sei una brava persona, lo sappiamo: infatti non mi sono mai definito “brava persona” e comunque dicevo che volevo ammazzare un po’ di gente in Read Dead Redemption II.

Se non che ho scoperto che andarsene in giro a caso nel gioco (oltre alle missioni obbligate è possibile infatti passare il tempo come meglio si crede andando a zonzo a farsi i fatti propri) a commettere crimini non è così semplice: basta un niente per ritrovarsi le guardie alle calcagna e una taglia sulla testa. Per esser andato involontariamente col cavallo addosso a un tale mi sono ritrovato lo sceriffo e altri tre bravacci che mi sparavano alla schiena. Rapinare un tizio in mezzo al nulla neanche è facile: c’è sempre qualche ficcanaso che ti nota e corre a spifferare il tutto al solito sceriffo che ti inseguirà di nuovo per spararti.

Insomma il selvaggio West non è poi così selvaggio se non puoi manco fare il selvaggio come ti pare. Ci hanno tolto tutto.

La mia birra preferita nel mio posto preferito dove vado il weekend (talvolta anche in settimana) ora da 5 euro la pinta è passata a 6. Al di là del rincaro, che nell’economia di un mese di bevuta ti porta via almeno un’altra birra, è quella cifra non tonda che disturba. Ci hanno tolto tutto.

Le regole sui bagagli delle compagnie low cost sono cambiate ancora (in peggio per i viaggiatori): adesso a bordo puoi portare gratuitamente poco più dell’equivalente di una borsa da pc. Il prossimo passo sarà restringere le dimensioni a quelle di una pochette. Poi a quelle del fodero degli occhiali. Poi inizieranno coi nostri corpi: in un futuro in cui saremo iperconnessi, potremo scegliere se viaggiare con la nostra coscienza scaricata in un dispositivo portatile o portandoci dietro – pagando un supplemento – anche il nostro corpo fisico. Ci hanno tolto tutto.

Devo parcheggiare l’auto. Posso scegliere se donare soldi al Comune per l’utilizzo temporaneo delle strisce blu o donarli ai parcheggiatori abusivi. Zone libere da strisce colorate e/o parcheggiatori non ne esistono. Ci hanno tolto tutto.

Certo va detto che videogiochi, birra, viaggi e auto non sono cose necessarie. Ci hanno convinto fossero necessarie. Quindi ci hanno doppiamente tolto tutto.

Per lavoro mi trovo a parlare con la gente. Sempre così accade, io che sono misantropo mi ritrovo sempre a dover avere a che fare con gli altri. Non è vero, non sono proprio refrattario al contatto umano: mi piace parlare con gli estranei. Ebbene, l’altro giorno parlavo con un signore di mezza età e la questione è finita su tematiche generico-qualunquiste: E ci hanno rovinato e il mondo va male eccetera. E poi ha detto, grave e deciso La mia generazione ha rovinato tutto, adesso spetta a voi giovani cambiare le cose.

Quindi tu mi hai rovinato, io devo darmi da fare.

Gli avrei tolto un po’ di aplomb con qualche invocazione iconoclasta alle divinità. Che non è tutto, ma non è manco niente.

Quindi quella sera sono tornato a casa con l’idea di spegnere la testa sparando a caso a un po’ di gente – nel videogioco – e poi come raccontavo sopra ho capito non fosse così facile e alla fine mi son ritrovato a dare un obolo a un veterano della guerra di secessione americana senza un braccio che mi ha anche abbracciato (col braccio restante) per la generosità e poi ho spento console e tv e mi son letto un libro. Almeno questo non me l’han tolto anzi me l’han pure firmato così so che è davvero mio.

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Non è che sei un professore se rimandi a settembre

Ieri ho regalato un libro alla ragazza del Servizio Civile. Come pensiero di commiato, visto che questa settimana ho deciso di smettere di andare in sede causa assoluta assenza di attività e lei il 20 invece termina e parte per l’Erasmus.

La settimana scorsa ho tentato invano di elemosinare cose da fare telefonando a colleghi, ma mi sentivo rispondere sempre “Ne riparliamo a settembre”.


Vedete cosa fa il capitalismo? Prima ti fa odiare il lavoro poi ti costringe a pregare di fare qualcosa.

 


Le ho regalato un libro perché mi andava di fare un gesto carino, senza alcun interesse recondito. Più invecchio e più sento di voler semplicemente selezionare persone cui voler bene e che me ne vogliano. Oggi invece un’amica mi ha confessato che è contenta del nostro rapporto: non ci sperava più dopo che in passato per un periodo ci eravamo allontanati.

Forse sto diventando una brava persona.

Per riequilibrare mi concedo piccoli atti di cattiveria generica e astratta.

Insulto automobilisti con epiteti nei principali dialetti italiani. E cerco di impararne anche di nuovi, con la giusta cadenza.

Quando sono in fase di sorpasso con il lato destro occupato da un’altra vettura – e quindi senza poter rientrare immediatamente – e arriva quello lì da dietro che da 1 km di distanza inizia a sfalanare senza rallentare, a me viene da prendermela comoda. Appoggio il gomito alla portiera, alzo lo stereo, scenderei a prendermi un caffè se potessi. Voglio che quello dietro sappia che me ne batto i coglioni della sua idiozia, perché se io – inizialmente – non scompaio dalla corsia non è per indolenza ma perché non posso gettarmi su un’altra vettura. E se non vado più veloce è perché 130 è il limite, non 180 e i Tutor son pure tornati. Accetterei una tale fregola se avesse accanto la moglie in travaglio che scendendo le scale è caduta rompendosi la tibia che le ha anche lacerato la carne provocandole un principio di dissanguamento con lui invece che ha urgente bisogno di un trapianto di reni, ma dato che dallo specchietto non vedo nulla di tutto ciò ma soltanto un tizio con gli occhiali da CHiPs e uno stecchino in bocca, io me ne batto i coglioni.

Penso di avere già raccontato di avere una vicina che quando esco di casa e lei è in giardino, fugge. Si eclissa, puff. Non le ho fatto nulla, giuro. Questa storia va avanti da quando ero bambino. Una volta mi facevo problemi, rientravo in casa – o mi allontanavo da essa se stavo uscendo – il più velocemente possibile per non inibirla o impedirle di riprendere a fare ciò che stava facendo.

Ora non me ne frega nulla. Resto in giardino a contare le formiche con una tazza di tè in mano e un sigaro – di quelli cubani che durano due ore – nell’altra.

Perché va bene crescere e aprirsi al mondo. Ma non esageriamo.

Non è che il sarto possa soffrire di problemi di gestione dello strass

Al B&b sono arrivati un gruppo di statunitensi. Capivo poco di quel che dicevano perché parlavano storpiando le parole. Uno mi ha chiesto qualcosa riguardo “pampii”. Avevo capito pumpkin. Ho pensato davvero questo qui mi sta chiedendo della zucca?

– Pampii
ancora
– Sorry?
– Pompiii?

Allora ho capito che o mi stava chiedendo di Pompei o era una proposta indecente. Mi son buttato sulla prima, così gli ho dato spiegazioni per arrivarci. Non sembrava convinto della mia risposta.

Combinazione, a Pompei ci sono andato di sera, a teatro. Da solo. Credo bisognerebbe imparare a fare più cose da soli. Credo anche si debba disimparare a farlo perché poi ci si abitua troppo e non si sa più stare con gli altri.

Avevo delle persone di fianco che commentavano ogni scena. Non conosco bene le regole del teatro non essendone frequentatore assiduo, ma sono quasi certo che si debba tacere durante la rappresentazione.

Quelli che parlano durante gli spettacoli, di qualsiasi tipo siano, non li comprendo.

Ero a vedere Nick Cave a inizio settimana. Mentre eseguiva una canzone al piano un tizio davanti a me faceva la traduzione simultanea delle parole a un amico. A voce alta. Un mio amico gli ha chiesto di non disturbare, la sua risposta è stata Ti sposti da un’altra parte se ti dà fastidio.

Siamo una civiltà di egoisti. Se non ti sta bene vattene è la regola base della società.

Poiché non volevo dormire con finestre ermeticamente chiuse (perché entrano le zanzare) e condizionatore spento (perché fa rumore) mi è stato detto Se non ti sta bene vai a dormire in auto. Ho reagito con stile. Fino a quando non ho dato un pugno a una porta e un calcio a una sedia e dedicato un paio di pensieri lesivi della dignità della Chiesa Cattolica. Fino a quel momento lo giuro che avevo avuto un ottimo stile.

Ho un serio problema di gestione dello stress e dei nervi e non so come farvi fronte.

Ho anche un problema di gestione dei libri.

Ne ho perso uno. L’ho poggiato da una parte in mezzo alla campagna e l’ho lasciato lì. Spero venga considerato bookcrossing e che qualcuno ne abbia beneficiato. Non era neanche mio e l’ho riordinato su Amazon.

Ho chiesto informazioni riguardo un annuncio di lavoro che avevo trovato su internet. Nell’introduzione si parlava di “ricerca personale per la sede di xyz”. Ho dedotto che fossero ricercati più profili: personale indica un gruppo di dipendenti. Non ho mai sentito parlare di un personale singolo.

A meno che personale non fosse da intendersi come aggettivo: pssst questa è una ricerca molto privata.

La mia deduzione era corroborata dal fatto che le attività che questo personale era chiamato a svolgere erano molteplici e variegate. L’unico mio dubbio è che nel descriverle ci si riferiva però a “la risorsa” al singolare.

Ho chiesto quindi informazioni su quanti e quali profili stessero cercando. La risposta è stata: “Stiamo selezionando una persona che risponda al profilo indicato nell’annuncio”.

Quindi loro stanno cercando una persona che:

– Apra, chiuda la sede e si occupi del suo mantenimento ordinario
– Gestisca volontari
– Si occupi di amministrazione e contabilità e rendicontazione
– Gestisca la comunicazione
– Gestisca i rapporti con altri enti/istituzioni
– Gestisca i rapporti con le altre sedi
– Gestisca e aggiorni il database contatti
– Si occupi delle risorse finanziarie

Ho capito perché parlavano di personale: in effetti per seguire tutto ciò bisogna scindersi in più persone.

Non ho ritenuto opportuno rispondere.

Se ne è andato il mio Prof della tesi triennale e con cui ho fatto 2 esami e diversi seminari. Una persona eccezionale. Lo so che quando se ne va qualcuno sembra sempre un po’ retorico dire che fosse una persona eccezionale, ma se io lo scrivo è perché ne vale realmente la pena.

È stata una settimana particolare.

Non è che l’auto elettrica se perde il controllo faccia un Teslacoda

48 vasche, boccheggio.
L’istruttore: Ancora troppo poco, non ci siamo
Io: Questo è il massimo che posso.
Che ti devo dire, ti auguro di migliorare, aggiunge lui con un velo di rassegnazione. Sì in effetti non ci siamo, non ho efficienza idrodinamica e per fare più strada acqua devo spendere il triplo di energie con uno spreco enorme. Come una vecchia lampadina a incandescenza che per illuminare un ripostiglio consumava i MegaWatt di un’odierna auto Tesla.

A pensarci è ciò che mi succede anche nella vita. Brucio tanta energia per un risultato minimo.

Quando cammino lungo strade che non conosco mi capita sempre di finire a fare il tragitto più lungo verso il posto dove devo andare. Quando me ne accorgo allora comincio a tagliare seguendo svolte e controsvolte che credo non facciano altro che allungare ancora il percorso.

Se ho un appuntamento, di qualsiasi tipo esso sia, comincio a prepararmi da un’ora a due ore prima a seconda dell’importanza dell’occasione. Per fortuna che non sono una ragazza: non devo truccarmi, depilarmi, fare le sopracciglia, scegliere cosa si abbina con i lacci delle scarpe e l’elastico delle mutande. Mi basta una doccia e al massimo una spazzolata alla barba per togliere qualche rondine che c’ha fatto il nido. Potrebbe sembrare che così io mi prenda le cose con tanta calma, in realtà è solo una fonte di stress ulteriore. Più è ampia la finestra di tempo del pre-appuntamento più mi stanco. Mi rendono felice le persone che mi dicono “Tra 10 minuti scendi”. Non mi danno il tempo di mettermi in moto e sprecare energie.

Faccio tabelle su Word se devo fare comparazioni. Case, viaggi, acquisti. In realtà è una pratica vantaggiosa per aver sott’occhio la situazione, ma delle volte basterebbe anche solo seguir l’istinto senza perdere due ore a raccogliere i dati utili e metterli in colonna.

All’università trovai un metodo di studio a me congeniale quando iniziai ad approfondire gli argomenti di un libro. Facevo ricerche, mi stampavo altre cose a casa, mettevo note e digressioni ai capitoli. In pratica, per studiare un libro ne dovevo imparare un altro.

Cucinare mi brucia tantissime calorie (se non altro è una cucina dietetica!). Mi servono 2 pentole, 3 fornelli, un mestolo, un piatto fondo, un piatto piano, un cucchiaio, una cucchiara, tre piani di appoggio e un’ora…per una frittata.

Facciamo che almeno per stasera scaldo in forno dei bastoncini Findus, va’.

Non è che se non paghi le bollette puoi fare solo appuntamenti al buio

Test clinici dimostrano che sempre più persone si rivolgono ad applicazioni e siti di incontri per trovare partner (occasionali o meno). In gergo – forse non tutti sanno che – questi siti e app si chiamano “dating” perché tu gli lasci i tuoi dati per farci fare ciò che vogliono, ricevendo in ricompensa un po’ di amore e/o sesso (se ti va bene).

E chi sono io per non interessarmi all’argomento? Chi non sono io per interessarmi all’argomento? Chi siete voi e cosa ci fate qui?

La risposta a quest’ultima domanda è semplice: per avere consigli su come creare un perfetto profilo per avere successo su questi dating.

La foto
La foto è la componente più importante. La scienza dice che chi ha una foto cucca di più rispetto a chi la foto non l’ha. E, sempre la scienza dice, una foto preparata con cura che lancia i giusti messaggi cucca più di una foto scelta a caso.

Attenzione: la foto non deve dichiarare i propri messaggi in modo aperto. Sempre quell’impicciona della scienza dice che i messaggi che l’occhio non coglie ma il cervello registra sono quelli che più fanno breccia.

Osservate la foto che ho scelto per il mio profilo (forse non tutti sanno che anche se è frontale si chiama sempre profilo).

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Innanzitutto ho affittato una location adeguata per farmi questo scatto. Chi cerca un partner che dia sicurezza questo lo nota e lo apprezza: non sto ostentando il mio potere economico, lo dimostro in modo sottile.

L’ambiente grezzo ma genuino mostra il mio carattere: non sono diverso da come mi mostro, di me ci si può fidare.

La posa. Sono operoso (la ramazza) e al tempo stesso gaudente e rilassato (il bicchiere di vino). Dimostro di essere una persona che lavora ma che sa anche godersi la vita.

Il fatto che io sappia usare la scopa serve anche da messaggio subliminale per un volgarotto gioco di parole intuibile ma che non sto qui a spiegare: in questo modo sono allusivo ma non apertamente, perché l’uomo che sa alludere senza essere volgare in modo dichiarato ha quel giusto mix di malizioso e intrigante che piace sempre.

L’outfit. La canottiera dimostra che sono una persona legata ai sani valori della nostra tradizione, che le nostre madri prima e le nonne ancora prima ci hanno tramandato. L’uomo che tiene alla famiglia riscuote sempre successo, perché è considerato serio e responsabile.

Attenzione, però: la canottiera di lana di capro effetto Vergine di Norimberga come quella dei nostri nonni darebbe segnali negativi. Sa di vecchio, di antiquato. Una donna non vuole un vecchio ma un uomo che sa mantenersi giovine. È per questo che ho scelto del cotone elasticizzato nero, mostrandomi sportivo e casual.

Il jeans strappato potrebbe significare tante cose: mi sono inginocchiato a cambiare una gomma, ho un animale esuberante in casa, prego molto. Ognuna potrà vederci quel che gli pare, perché bisogna sempre lasciare un po’ di spazio alla fantasia altrui: non si può mica servire la pappa pronta al prossimo.

La presentazione
La presentazione a corredo del profilo deve essere accattivante, un po’ misteriosa, non noiosa, divertente ma non da buffoni, umile ma presuntuosa, non lunga ma non un telegramma. Deve dire e non dire, incuriosire chi legge spingendolo a voler andare oltre e conoscere la persona che c’è dietro quelle parole. Si può anche utilizzare qualcosa di non scritto di proprio pugno ma tratto da un libro, un film, un’opera teatrale eccetera. Vale sempre la regola di essere originali: basta con Oscar Wilde e il Piccolo Principe!

Nel mio caso ho utilizzato una citazione che ben mi descrive: le avvertenze nel manuale di istruzioni di una cappa aspirante da cucina.

Il presente dispositivo non è stato progettato per essere utilizzato da persone prive di esperienza o conoscenze adeguate, a meno che non agiscano sotto la supervisione di una persona responsabile o che da essa abbiano ricevuto istruzioni relativamente all’uso del dispositivo.

Spero che questi pochi consigli che mi sono umilmente permesso di elargire vi possano essere utili con questi fatti di dating!

Non è che ti serva una scala per raggiungere un’alta uniforme

Per la rubrica “Una cosa divertente che non farò mai più (spero)”, sabato scorso per lavoro sono dovuto intervenire alla presentazione di un libro in una ridente cittadina di Terra di Lavoro/Campania Felix.

È stato un evento grottesco.

L’autore, un ex sottufficiale dell’esercito appassionato di storia, ha scritto un libro su un aviatore della Prima Guerra Mondiale, nativo della ridente cittadina.

L’età media dei partecipanti alla presentazione era 60 anni.

Visto l’argomento, in prima fila c’erano degli alti papaveri dell’esercito di una caserma locale. Più che papaveri li avrei definiti crisantemi, visto il volto sprizzante allegria funerea. Uno di essi, il più impettito, quando ha preso la parola si è messo in posa mussoliniana col braccio puntato sul fianco. Non so cosa abbia detto nel suo quarto d’ora di discorso, ho staccato le orecchie quando ha cominciato a parlare dei giovani che non si interessano alla vicende storiche di Ridente Cittadina.

C’è stato un tizio invitato a parlare, presidente di non so quale associazione di blablaologia, che si è autodefinito “Fiero suddito delle Due Sicilie”. Spero che le Due Sicilie siano allo stesso modo fiere del proprio suddito.

Ero seduto alla destra del Sindaco, che mi ha completamente ignorato tutto il tempo tranne quando, all’improvviso, si è girato verso di me porgendomi un libro sulla storia della ridente cittadina, dicendomi “Questo è per lei”. Volevo ringraziare ma si era di nuovo girato dall’altra parte.

L’autore del libro ha fatto un discorso molto verboso e prolisso. Ha tenuto a darci ragguagli sulle cifre delle sottoscrizioni per la cerimonia funebre dell’aviatore, elencandole con tanto di centesimi e virgole. Dettagli significativi.

Il moderatore ha concluso la presentazione al grido di “W Tizio (l’aviatore), W Ridente Cittadina, W l’Italia!”. Stavo per aggiungere “W la passerina!” ma non volevo esser eccessivo.

L’autore mi ha porto una copia del libro con tanto di dedica e io l’ho fatta cadere. Succede sempre così quando mi donano qualcosa: mi cade dalle mani. Aspetto sempre il giorno in cui mi doneranno una palla rimbalzante per non sentirmi più a disagio.

Sul tavolino all’ingresso c’era un vassoio di caramelline. C’è stato un tizio che è passato e ne ha prese due. Poi è ripassato e ne ha prese tre. Poi è ripassato di nuovo e ne ha prese una manciata.

Una coppia attempata voleva che io scrivessi loro una dedica su una copia del libro. Non so per qual motivo. Non avevo la penna. Ne ho chiesto una disperato alle persone intorno, che si sono dileguate scuotendo la testa. I signori hanno detto Va be’ non fa niente, delusi. Mi sono sentito una persona orribile e sono certo loro staranno ancora parlando male di me e quando vedranno il libro si ricorderanno sempre di quell’individuo che li ha delusi.

Non è che al tipo prolisso tu possa far dono della sintesi

Per la rubrica Cose originali che accadono nella vita quando ci si circonda di persone originali, racconto di quella volta che un regalo che mi fecero deluse quelli che me lo avevano fatto.

C’è un autore di fumetti molto quotato che aveva scritto un romanzo, molto atteso e sul quale si creò molta aspettativa nell’ambiente, che non saprei definire bene quale tipo di ambiente ma in questi casi basta dire “ambiente” e hai risolto.

Degli amici, pensando di farmi cosa gradita, dopo averlo visto in vetrina in una libreria comprarono il volume per farmene dono.

Quella in vetrina credo fosse l’unica copia, oppure forse al piano di sopra ce ne erano altre, fatto sta che io la scena me la immagino così – e non credo di andare molto lontano dalla realtà visto il colpo di scena finale:

– Vogliamo quello (indicando col dito)
– Ve lo prendo subito
– È un regalo
– Ok, allora tolgo il prezzo e ve lo incarto?
– Sì, grazie.

Salto temporale di un tot di ore dopo:

– Sorpresa!
– No dai ragazzi m’avete fatto il regalo? (mannaggia la miseria vorrei sotterrarmi dalla vergogna mi sento sempre a disagio e ho paura di fare espressioni deludenti)

Scarto il regalo

– Vediamo…Oh! Ma è lui!

Mentre lo sfoglio, un amico fa:

– Non ha alcun disegno…?!

Un’altra fa:

– Non è un fumetto?!

Vediamo, cos’è che ha le dimensioni di un libro, sembra un libro ed è completamente scritto?

Un romanzo!

D’un tratto quindi realizzai che a essere delusi erano coloro che avevano fatto il regalo. Un caso più unico che raro di vita vissuta. Come diceva il mio docente di Analisi della semiotica istituzionale, il Prof. Durbans dell’Università di Scarborough (North Yorkshire), È la vita vissuta a dare il senso della vita, vissuta.


Si dilettava in aforismi. E qualcuno dei suoi l’ho anche usato in questo blog.


La storia di come da Scarborough si sia umilmente prestato a insegnare in Italia dopo una messa al bando permanente dagli ambienti accademici britannici è molto interessante ma non nel contesto di questo post.


E in secondo tempo provai un incredibile senso di sollievo: sono sempre terrorizzato dal ricevere regali perché ho paura di deludere chi me li fa; anche se il regalo è la cosa più bella che possano farmi, temo che le mie espressioni non siano in grado di soddisfare abbastanza i presenti e non compensino il pensiero che hanno avuto per me.

Cosicché da alcuni anni metto in scena questa rappresentazione

Ma in quel frangente erano tutti così delusi da non essere interessati alla mia interpretazione. Che delusione!


Qualcuno si può chiedere come sia possibile, seppur è vero che non era stato sfogliato, pensare che un libro sia una graphic novel; la risposta è che non lo so. Va detto che essendo il nostro autore noto soprattutto come fumettista, una sua opera in circolazione può facilmente essere indicata come fumetto, per chi non la conosce. Esteticamente ci sono poi graphic novel che possono sembrare libri, anche se ora così su due piedi non me ne vengono esempi.