Non è che l’ecologista cerchi sinonimi di “no” per differenziare un rifiuto

Scrivo molto di meno qui sopra. Leggo anche con meno frequenza, sia altri blog che libri. Ho terminato due giorni fa un Urania che avevo iniziato partendo per le vacanze il 5 di agosto. A me che in un mese leggevo 3-4 libri. Almeno.

Il tempo. Dove se ne va il tempo? Esce, fa due passi, torna fischiettando mentre tu sei sul divano preoccupato fino a prima che apra la porta. Poi lui entra e tu cambi volto e lo guardi male perché se ne è andato via.

In realtà sento il mio corpo che rallenta o chiede di rallentare. E se non sei tu a fermarti sono gli altri che te lo fanno fare, imponendoti di non andar sempre di fretta.

L’altra sera stavo rientrando a casa dopo 12 ore che ero fuori, di cui 10 passate attaccato a uno schermo a riempire celle Excel. Parcheggio e vedo fuori al cancello del palazzo le due inquiline del primo piano che litigano.

Non mi hanno visto. Potrei girare al largo e camminare intorno l’isolato, entrare nel supermercato per uscirne mezz’ora dopo con un pacchetto di caramelle, andare a farmi un bicchiere di vino all’angolo, qualunque cosa pur di evitarle. Ma io sono stanco, voglio solo togliermi i vestiti e girare nudo per casa.

Allora opto per la tattica ariete: testa bassa mi dirigerò verso l’ingresso, saluterò con un cordiale ma volante “buonasera”, infilerò la chiave nel portone e schizzerò sopra.

Nella mia testa è tutto giusto. Nella pratica loro, vedendomi arrivare, si sono girate e piantate davanti al cancello stile picchetto del liceo al grido di Oggi non si entra.

I fatti, in breve: una fa presente che i sacchi dei rifiuti, quando vengono portati fuori di sera, non debbano essere messi in corrispondenza – in linea d’aria – del suo balcone, perché sale cattivo odore fin al primo piano, dove abita. Una volta infatti la trovai che prendeva a calci i sacchi per spostarli più in là, verso un muretto perpendicolare al cancello. E accusava l’altra – che negava, difendendosi – di non rispettare l’indicazione di mettere i summenzionati sacchi più in là.


Qui nel palazzo funziona così: per secco e umido ci sono dei bidoni all’interno, che vengono svuotati dai netturbini. Invece plastica, cartone, vetro, devono esser posti fuori la sera prima.


Bisogna trovare una soluzione, dicono in coro. Parlare con l’amministratrice, affermano sempre in coro. Nessuno però fa niente, cantano ancora in coro. Io guardo in basso a destra seguendo con gli occhi un piccione che prova a rimorchiare una picciona, fingendo di non cogliere la velata richiesta di ergermi a loro capopopolo.

Una delle due, l’accusata, poi getta in campo un altro argomento: afferma che le dicono di non essere pulita, che dal suo appartamento arriva cattivo odore. Ma lei sotto il balcone (che dà sull’interno, non sulla strada) si ritrova i bidoni dove viene messo indifferenziato e umido. E mi invita ad andare a osservare (come se non li avessi mai visti). Poi trascina uno dei bidoni e fa per mettermelo sotto il naso: «Sentite come puzza, io non dico bugie!».

Mi scosto, dicendo di non dubitare certo che un secchio del pattume esali cattivi odori.

Lei, proseguendo, lamenta che nessuno provveda alla loro pulizia. E fa di nuovo per mettermelo sotto il naso per mostrarmi il lerciume all’interno.

Mi scosto di nuovo, dicendo di non dubitare che non sia certo pulito come la palandrana del Papa.

L’accusatrice dà ragione all’accusata. I bidoni sono gestiti e posizionati male, il sistema stesso della differenziata in questo palazzo non è eseguito bene.

«Tutti si lamentano e però nessuno dice niente», fa la prima accusatrice.

Io cerco con gli occhi il piccione che vedo è rimasto solo. Avrà ricevuto un due di penne. Approfitto di un momento di pausa – la capacità invidiabile di queste persone è quella di sparare raffiche di parole senza respiro – per congedarmi con un «Eh va così qui le cose vanno sempre peggio» e salire verso la mia dimora.

Che dire, in questo mondo in cui si corre, esci da una scatola (la tua casa), per entrare in una scatolina (l’auto) che ti porterà verso un’altra scatola (l’ufficio) dal quale, ore dopo, farai il percorso inverso, senza pause, ben venga chi ti blocchi, ti dica, portandoti anche in situazioni surreali, che tu ti devi fermare un attimo.

Il giorno dopo, sempre tornando dal lavoro, ho trovato di nuovo le due signore a parlare fuori il cancello. Questa volta, però, amabilmente come due comari.

Io ho girato al largo rientrando solo quando se ne erano andate via.

Non è che ti serva la colla per applicarti

In quanto figlio degli anni ’80 ho vissuto un’infanzia in cui supereroi e videogiochi erano qualcosa da sfigati. Raccontare di considerarli come propri hobby equivaleva a un’ammissione di scarsa vita sociale. Se dicevi di preferire startene a casa ti guardavano in modo strano. Oggi a vedere i film Marvel ci va chiunque e un qualsiasi ragazzino ti considererà uno sfigato se non sai cosa siano Fortnite, Minecraft o CoD.

Qualche settimana fa parlavo con un amico che organizza da quasi vent’anni una rassegna di cinema d’autore. Affermava che secondo lui il cinema sta andando verso la morte. Ha sempre la tendenza a parlare con toni apocalittici di qualunque cosa e credo l’ultima volta che abbia guardato alla vita con ottimismo sarà stato all’ultimo scudetto del Napoli.

Però questa volta mi sa che ragione ne ha. La pandemia ha accelerato un declino. Le sale non si riempiono più. Leggevo un commento, a caso, sotto un articolo sulla crisi dei cinema, di un tizio che diceva “Preferisco stare a casa sul divano”.

Ecco. Vent’anni fa “preferisco stare a casa sul divano”, come accennavo, era un atto coraggioso che andava incontro al giudizio altrui. Oggi, invece, è la normalità.

Certo, a casa ti puoi alzare quando vuoi, ti stendi, parli.

Due delle azioni che ho elencato sono a mio avviso sindromi di un deficit di attenzione. Non è più concepibile nell’homo applicans (cioè l’essere umano che si dedica a fare un sacco di cose, tutte male) l’idea di stare fermi e dedicarsi a una singola attività per un tempo prolungato. Magari anche in silenzio. Mi vengono in mente quelli che dicono «Non riesco a leggere». Apri il libro e mettitelo davanti agli occhi: è un buon inizio.

Anche io, già distratto di mio di natura, vivo saltando da una cosa all’altra. Con tutte le conseguenze del caso: per dire, ormai sono oltre l’entrare in una stanza e dimenticarmi il perché di averlo fatto. Mi dimentico proprio di entrare nella stanza.

Voglio provare a fermarmi. A tornare a ragionare di più sulle singole azioni. A fare esercizio di consapevolezza. E se magari il cinema non muore, pure sarei contento.

Non è che ti serva una canoa per superare una riunione-fiume

Ho terminato un libro che aveva preso ad annoiarmi. L’inizio sembrava promettente, poi si è ridotto come gli auricolari che metti in tasca: un groviglio non dipanabile. Prima di iniziarlo avevo letto un paio di commenti su Anobii che davano un giudizio mediocre al romanzo proprio per il suo aggrovigliarsi senza capire che direzione volesse prendere.

Ora però non saprò mai se mi sono fatto più condizionare dalle critiche o se il libro seriamente non funzionasse bene. Un libro non si giudica dalla copertina (vero, ma fino a un certo punto: ci sono copertine dalle quali sai già cosa aspettarti), ma neanche dai giudizi altrui (vero ma fino a un certo punto?).

Eppure noi, nonostante le belle dichiarazioni d’intenti, subiamo gli effetti di pregiudizi, giudizi affrettati, delle opinioni altrui. È inevitabile.

Va anche detto che i giudizi altrui non è che siano sempre sbagliati.

Io per esempio ho una collega con la quale quest’anno mi trovo a condividere un lavoro per il raggiungimento dell’obiettivo 2021. Ci interfacciamo a distanza, visto che lei lavora in un altro Centro a 900km dal mio. Non so manco che volto abbia. Per comodità narrativa, la chiameremo Asciughina.

Di Asciughina, prima di iniziare questo lavoro in collaborazione, avevo solo sentito dire che è pesante e rompimaglioni. È pesante, ma così pesante nel suo vagliare, analizzare e programmare ogni singolo aspetto, che di lei la mia collega di stanza d’ufficio diceva che (cito testualmente) «Anche una chiavata, se mai se ne fa una, se la deve programmare in agenda».

Di certo non erano le premesse ideali per approcciarsi senza pregiudizi. E, sarò sincero, quando mi hanno detto che avrei dovuto lavorarci assieme, ho invocato Anubi perché ho pensato che, essendo io l’ultimo arrivato, me l’avessero affibbiata di proposito perché nessuno la regge più.

Anubi è sceso e mi ha detto «Sopporta».

Fatto sta che i giudizi dicevano il vero.
Asciughina è il tipo di persona che parla per ascoltare il suono della propria voce. Butta lì un quesito, fa una pausa (e tu pensi di poter intervenire) e poi riprende a parlare rispondendo a ciò che aveva detto. Una conversazione con lei dura due ore (e non scherzo), perché continua a buttare sul tavolo cose su cose. È lenta e monocorde.
È accaduto più di una volta che, terminata una riunione (di due ore e 20) con altri tizi con cui lavoriamo, appena cliccato il tasto rosso lei mi scrivesse in chat chiedendomi di sentirci per fare il punto di quanto si era detto.

Siccome non sono una brava persona e c’è sicuramente un posto nell’inferno per i perculatori che mi aspetta, ho iniziato a questo punto a fingere impegni per troncare le chiamate.

All’inizio dicevo che avevo un appuntamento a breve (nota: si erano fatte le 18 e di solito stacco alle 17). Non funzionava perché dopo avermi detto «Va bene ci aggiorniamo la prossima volta» poi riprendeva il discorso come se niente fosse e andava avanti senza lasciar intravedere una fine.

Poi ho iniziato a fingere urgenze. Mi facevo chiamare da M.. Per esempio una volta ha finto di essere rimasta a piedi con l’auto.

Solo che quante volte ci possono essere urgenze?

Poi ho iniziato a fingere scadenze impellenti di lavoro cui mettere mano.

La volta scorsa le ho detto «Ciao, se è una cosa veloce sentiamoci pure, sennò rimandiamo».
Ha preferito rimandare. E tenermi il giorno dopo sempre due ore in conversazione.

Non bisogna farsi influenzare dagli altri, certo; si deve però ammettere che delle volte hanno più che ragione.

Non è che ti serva un croupier per mischiare le carte in tavola

Avevo delle cose da sistemare in banca.

L’impiegata, colei che ci ha dato un appuntamento, un appuntamento in cui si presume che, per essere stato fornito dopo circa un anno di attesa, le cose sono a posto.

Invece arriviamo e parla di intoppi, procedure, cose da fare e da non fare. Intanto smista carte. Sono tutti i documenti che le sono stati forniti.

Lo fa di continuo. Dice una mezza frase e poi prende in mano tutto il pacchetto di documenti e lo mischia come un croupier.

A volte fa come il giornalista che dà le notizie al telegiornale: prende un foglio e lo gira a faccia sotto mettendolo di lato.

A un certo punto nella mia mente inizia un bombardamento di sensazioni diverse. Ho un déjà vu, per iniziare: mi sembra di aver già vissuto questo momento in cui di fronte ho qualcuno che blatera e mischia i documenti, senza logica alcuna.

Poi mi si apre una finestra sui ricordi: ricordi scolastici, di quando all’interrogazione non sapevi cosa rispondere e intanto allora sfogliavi il quaderno, il libro, cercando qualcosa che non avresti mai trovato ma tanto quel gesto serviva per darti sicurezza, per non affrontare lo sguardo inquisitore dell’insegnante.

E allora realizzo: costei, qui, davanti a me, che gira e rigira fogli in realtà non sa un cazzo.

Mi lascio andare appoggiando la schiena sulla sedia. Non pongo domande, non oppongo obiezioni, non faccio niente. La mia presenza, muta, gelida, basterà a farle capire che ho svelato il suo gioco e non potrà più continuarlo. Ché risolva orsù la situazione e non mi faccia perdere tempo menando i fogli per l’aia.


La situazione si è risolta ma lei comunque per tutto il tempo ha continuato a girare fogli, a dire “Ma qui manca il…” per due-tre volte, costringendo ogni volta a farle notare che il documento mancante era ovviamente tra i fogli che lei mischiava e metteva in disordine.


Non usate l’arte di mischiare i fogli per prendere tempo, se non sapete realmente padroneggiarla.

Non è che serva essere musicisti per una nota di colore

Mi sono reso conto solo oggi che è parecchio che non salgo su un mezzo pubblico. Uno dei miei sport preferiti era osservare le persone. Chiedermi chi fossero e cosa facessero sulla base di qualche particolare.

A volte mi ispiravano un colore. Vedevo persone ‘nere’ o ‘blu’ o ‘rosa’ eccetera. In genere l’attribuzione del colore era sulla base dell’umore o del modo di porsi se chiacchieravano con qualcuno.

Le persone rosa, ad esempio, mi sembravano troppo svenevoli e stucchevoli nel loro parlare.

Le persone verdi non lo erano di rabbia, ma semplicemente neutre rispetto al mondo intorno. Quelle gialle caldo, paciose e rassicuranti.

Il viaggio su un mezzo, quando non avevo un libro con me, era accompagnato da tutta una fase di soliloqui interiori. Anche i miei monologhi mentali avevano un colore. In genere era legato al clima esterno, ma non sempre. Potevo avere pensieri positivi giallo-arancio anche con un temporale in corso, talvolta.

Il resto dipendeva anche dal contesto. A prescindere dal pensiero che avevo in quel momento, quello che mi spingeva mentre salivo o scendevo mi faceva vedere rosso. Che era il sangue che desideravo fargli scorrere dal naso.

Abbinare i colori alle persone mi fa venire in mente una filastrocca di Gianni Rodari che ci insegnò la maestra di italiano alle scuole elementari.

Io so i colori dei mestieri:
sono bianchi i panettieri,
s’alzano prima degli uccelli
e han farina nei capelli;
sono neri gli spazzacamini,
di sette colori son gli imbianchini;
gli operai dell’officina
hanno una bella tuta azzurrina,
hanno le mani sporche di grasso:
i fannulloni vanno a spasso,
non si sporcano un dito
ma il loro mestiere non è pulito.

Ho sempre trovato i colori un dato oggettivo, purché non si insistesse troppo sulle sfumature. Intendiamoci, in certi casi è utile essere precisi, mentre in altri distinguere un rosso carminio da un rosso cremisi o un blu petrolio da un blu anatra (ma poi le anatre non hanno la testa verde?) è una cosa di cui non me ne cale né tanto né poco.

Però a volte anche senza andare nel dettaglio dei pantoni non ci si trova d’accordo. Per me è rosso, per te è mattone. E va bene così, perché, parafrasando il bambino di Matrix che sosteneva di dover giungere alla verità, cioè che il cucchiaio non esiste, la realtà è che i colori non esistono.

Quindi, non esiste giallo, arancio o rosso.

Però secondo me il marrone sì.

Non è che ascolti Mina solo perché ti sembra esplosiva

Le tragedie di attualità mi colpiscono ma in una dimensione relativizzata, come se appartenessero a un mondo classificato come “altro” rispetto a quello in cui vivo. Forse può sembrare una prospettiva un po’ cinica, ma credo sia una forma di ragionato distacco per non venire travolti dall’Informazione. Un metodo di sopravvivenza che più o meno tutti sviluppano.

Le piccole e grandi tragedie che invece colpiscono persone che conosco o che mi sono intorno mi caricano di inquietudine.

Come diceva Luttazzi: La vita è un gigantesco campo minato e l’unico posto che non è un campo minato è il posto dove fanno le mine.

A volte mi spaventa questo campo minato.

Spaventa e non sai come rapportartici. Perché non vuoi che domani qualcuno metta il piede su una mina. Perché non vuoi che a metterlo sia tu. Perché però non puoi escludere che succeda. Perché non sai cosa dire e fare quando qualcuno si è trovato su una mina. Perché ci sono momenti che vorresti parlare della tua paura delle mine, ma poi pensi che tutti o quasi ce le hanno in casa e non vorresti risultare indelicato o fuori luogo a parlar di mine a casa del minato.

Oggi sfogliavo distrattamente un libro di Stephen Hawking. In un capitolo, paragonava la nascita dell’universo a un tizio che vuol tirar su una collina sfruttando la terra che ha sotto i piedi. Quando ci sarà riuscito, avrà ottenuto sì una collina ma ci sarà anche una buca della medesima grandezza ed estensione. Ecco, l’universo funziona allo stesso modo: c’è la materia e c’è una buca vuota di materia che lo pareggia.

Hawking l’avrà spiegato meglio di me, ma il succo del discorso è che per sopravvivere all’ansia dell’esistenza delle mine considero che ci siano anche non-mine intorno a me.

O, per restare più vicini all’esempio, se si alza una montagna di merda esisterà anche una buca vuota di merda.

E diciamo che può bastare.

Non è che un tipo bizzarro si trovi in libreria perché è il posto dei bei tomi

Lunedì, in giro per delle commissioni, sono andato anche nella mia libreria di fiducia, che quel giorno aveva riaperto dopo due mesi. Ci sono andato in bici, ma, incerto se fosse attività praticabile in quanto spostamento con mezzo di locomozione o proibita in quanto considerabile attività sportiva o ancora consentita purché senza finalità ludico/ricreative, pedalavo in moviola con una smorfia da pagliaccio triste. A un certo punto ho quasi imparato a stare in surplace.

Un paio d’ore dopo, circa, sono stato contento di rimettere finalmente piede nella libreria. Prima della chiusura era il luogo di ritrovo di vari personaggi stravaganti. Ne cito alcuni:
Il Maestro: che un giorno, senza che gli fosse chiesto, si è messo a dare lezioni di scacchi nella libreria e aveva proseguito nelle settimane successive. Un giorno gli è stato fatto notare che la libreria non è un circolo e lui si è giustificato dicendo che voleva fare proseliti per il club di scacchi. Al che il mio amico gli ha chiesto Allora al club di scacchi io potrei presentarmi coi libri a far proseliti per il gruppo di lettura? Il Maestro non è più tornato.
Il Premio Strega: ce ne sono diversi. È il tipo che afferma che nella libreria non deve assolutamente mancare il suo libro, perché lui è autore, sceneggiatore, regista, artista, fanculoalmondoista, Netflix gli ha già comprato per 20mila euro il soggetto (davvero, c’è chi ha detto così). Poi guardi il libro è vedi che a) è scritto per un editore a pagamento; b) è di 50 pagine scritte in font 18; c) ha evidenti errori di sintassi; d) infine se lui è tanto importante e conteso non si capisce perché abbia bisogno di mettere la bandiera in una piccola libreria di città a tutti i costi.


Nota: La mia idea sugli editori a pagamento (da non confondere col self-publishing), frutto di una valutazione generale – che non toglie ci possano essere casi particolari diversi – è che l’autore per loro sia un semplice cliente cui vendere un prodotto: la pubblicazione. Tolto quello, non c’è alcun interesse a una fase di editing, anzi, spesso non c’è proprio un editing, perché non esiste un piano editoriale concordato, fatto anche di promozione e distribuzione (e questo spiega perché l’artista di cui sopra debba andare porta a porta a elemosinare un posto sullo scaffale). Tutto ciò comporta che, alla fine, molti libri pubblicati con edp siano di qualità infima e non solo per punteggiatura e ortografia (che alcuni edp controllano anche) ma soprattutto per costruzione della trama, stile, coerenza narrativa.


Il negozio è triste e sta sempre qua: Quello che viene, chiacchiera, si lamenta per due ore, conclude dicendo No basta non torno più. E poi il giorno dopo ritorna.

Avendo trovato il mio amico a rassettare, gli ho chiesto come si regolasse con le norme igieniche: insomma, la gente raramente entra e dice “Voglio questo libro”. Chi fa così in genere lo fa per un regalo o per uno specifico evento (es. l’uscita programmata di un’opera di una serie). Nella maggior parte dei casi, le persone girano, guardano, sfogliano e leggono. In poche parole, toccano. Quindi, se decine di mani si posano sui libri, mani che sono state altrove, in giro,  come si fa di questi tempi? La gente non può più sfogliare libri?

– Eh o debbo disinfettarli con la candeggina oppure obbligare la gente a comprare i libri che hanno toccato
– Va be’ ma la candeggina li rovina
– Appunto. Quindi?

Ha detto ammiccando al libro che avevo appena tirato fuori dallo scaffale.

Scherzo, non è andata così.
Però il libro l’ho realmente preso perché dopo averlo sfogliato e maneggiato sul serio mi sentivo un po’ untore.

Non è che la modella burlesque che pratica zen si chiami Medita Von Teese.

Le scene in esterni di questo post sono state registrate prima dell’adozione del DPCM.


Abilità manducatorie
Una domenica d’inverno che pezzava ascelle come in primavera. Ero a Bologna per lavoro e per pranzo avevo voglia di specialità locali. Con davanti la lista di Tripadvisor delle osterie e trattorie consigliate camminavo cercando un posto che avesse posto. Avevo iniziato ad abbassar sempre più le mie pretese, man mano che trovavo cartelli esposti con scritto “al completo”. Addirittura un paio di locali lo hanno affisso mentre mi stavo avvicinando alla porta. Il problema approvvigionamento cibo, dopo aver percorso qualche km a piedi, fu alla fine risolto in un chiosco pugliese, con una puccia salsiccia, cipolla e senape.

Disturbi del sonno ovvero delle rimembranze
Sono alcuni giorni che fatico ad addormentarmi. Chiudo il libro appena sento arrivare la sensazione di sonno, spengo la luce e in quel momento la mente, come una lavatrice, si attiva e comincia una centrifuga di pensieri. Non si tratta di riflessioni negativi, o per lo meno la maggior parte non lo sono. Per lo più sono domande del tipo “Chissà se avessi completato la raccolta DeAgostini Monete e Banconote se oggi varrebbe qualcosa” o ricordi, tipo quella volta che a 8 anni inciampai giusto all’ingresso della scuola finendo in una pozzanghera.
Ho provato a iniziare dei video di meditazione guidata. Sono passati pochi giorni per dire se porta risultati. So solo che dopo la pratica mi viene fame.

Preoccupazioni discrete
Durante questo mese ogni tanto ho controllato se accedeva su Whatsupp il tipo da cui avevo affittato la stanza a Milano da settembre a gennaio. Una volta quando ero lì mi aveva raccontato che soffriva di ristagni periodici in un polmone e di doversi ogni tanto sottoporre anche a drenaggi. Non il tipo di persona che si trova più a suo agio in questo periodo. Comunque si collega.

Abilità manducatorie/2
Como. Cercavo una birreria che secondo Google era aperta. La trovo invece chiusa. Ne cerco un’altra che sempre secondo l’amico Google era aperta. Fiducioso, svolto l’angolo con ampia gambata per finir contro la serranda. La terza da lontano sembrava aperta. Invece aveva soltanto lasciato le luminarie accese dietro i vetri. Vado in una burgheria (l’ham forse non era previsto). Non ha tavoli per chi non prenota. Alla fine sono andato in un posto esattamente sotto l’edificio dove alloggiavo. Avrei potuto starmene in casa e calar loro giù dal balcone un cesto con le mie richieste. Con buona pace di Google.

Discrezione sociale ovvero del disagio urbano
Quella volta l’appuntamento era all’uscita di un giardinetto pubblico situato tra due blocchi di edifici. Ero arrivato in bici, in anticipo. Nel giardino c’erano delle madri con i bambini che giocavano. Ho pensato che un tipo fuori l’uscita (o l’entrata, dipende dai punti di vista) che ogni tanto guardava verso l’interno sarebbe sembrato loro sospetto e mi sono scostato più in là, verso l’edificio. Poi ho pensato che un tipo che si sporge dall’edificio per guardare verso il giardinetto è ancora più sospetto. Così mi sono scostato ancora più in là a fissare le auto parcheggiate.

Scambi di nomi
Devo sempre soffermarmi un momento a riflettere se l’attore che sto vedendo sullo schermo è Colin Firth o Colin Farrell. La stessa cosa mi succede con Will Ferrell/Steve Carell. John Oliver mi viene da chiamarlo Jamie Oliver, il bello è che non so chi sia Jamie Oliver. Invece Hugh Jackman so che è Hugh Jackman ma quando invece sullo schermo compare Gene Hackman per un attimo mi viene da chiamarlo Hugh Jackman.

Era iniziato coprendo un buco
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Non è che il tempo abbia uno stipendio solo perché è impiegato

Salve, sono Gintoki. Forse vi ricorderete di me per post come Non è che il plantigrado devastatore venga accusato di pandalismo, in cui davo consigli su siti internet interessanti per impiegare il tempo in questo periodo.

Oggi voglio scendere più nello specifico e andare incontro a quelli che possono essere gli interessi del pubblico. Ad esempio, siete patiti di calcio e state soffrendo senza campionato? Ho dei consigli da dare. Ma non parlerò solo di calcio, non preoccupatevi. Cercherò di essere il più ecumenico possibile.

FILM
Con tanto tempo libero, guardare film è la prima cosa che viene in mente. Ma quali film? Perché, per una volta, non lasciar perdere il mainstream e dedicarsi a opere ingiustamente sottovalutate dalla critica, che, a volte, in un eccesso di protagonismo da professoroni intellettualoni, non ha esitato a definire queste pellicole “brutte”?

  • Batwoman l’invincibile superdonna. Batwoman che probabilmente aveva lasciato la tuta in lavanderia e quindi gira in bikini. Pistole che sembrano uscite dalle sorpresine delle patatine. Un mostro con un tutone di plastica gommosa. Cos’altro devo aggiungere per farvi guardare questo capolavoro del 1968? Film completo nel link.
  • La croce dalle 7 pietre. Conosciuto anche come Il lupo mannaro contro la camorra, narra la storia di un povero impiegato di banca di Napoli cui rubano una croce che porta al collo. Trattasi in realtà di un talismano che gli impedisce di trasformarsi in lupo mannaro. Nella sua ricerca della croce si troverà a che fare con la camorra. Ah e poi c’è una misteriosa setta sadomaso. Film completo nel link.
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La famosa “maschera di merda che te la fa solo Shpalman”

  • Sharknado. Squali che piovono dal cielo? Squali che te li ritrovi nel salotto allagato? Ma è una idea geniale! Tal da meritarsi ben 5 sequel.
  • Sempre a proposito di squali, non perdetevi Mega Shark vs Giant Octopus. Cosa succede quando si risvegliano due creature giganti degli abissi? Eh, son volatili per diabetici.
  • Box Office 3D. Può vantare di aver addirittura aperto la 68a Mostra del Cinema di Venezia – forse ricattando il direttore artistico con foto compromettenti – quest’opera scritta, diretta e interpretata nientepopodimeno che da Ezio Greggio! Da citare anche un cameo di Bruno Pizzul, che da quando gli avevano tolto la Nazionale non si era mai adattato alla vita da pensionato.
  • Parentesi tonde. La critica ignorante, nel senso che ignora, ha ignorato questo film rifiutandosi addirittura di recensirlo. Un cast stellare: Raffaella Lecciso, Karim Capuano (chi?), Éva Henger, Antonio Zequila, Giucas Casella, Flavia Vento (nella parte di sé stessa e ha avuto problemi a imparare il copione), tutti insieme per un’opera il cui sequel è stato ingiustamente bloccato, solo perché il film ha incassato meno di un chiosco di zucchero filato. Film completo nel link.
  • Troppo belli. Forse avete dimenticato, ma a inizio 2000 gli uomini più desiderati dalle giovani italiane erano Costantino&Daniele, due esperimenti fuggiti (o liberati dolosamente come piaga) dai laboratori di Maria de Filippi.
  • Alex l’ariete. Capolavoro assoluto, non c’è bisogno di dire altro.

LETTURA
Avete divorato tutti i libri che avete a casa e non sapete cos’altro leggere? Vi segnalo delle interessantissime e stravaganti opere che desteranno la curiosità dei vostri amici quando gliene parlerete.

SPORT
Se non potete fare a meno di guardar in tv tirare calci a un pallone, come si può ovviare ora che tutti i principali campionati fermi?

Beh, in realtà non tutti si sono fermati. È appena iniziata infatti la Vysheyshaya Liga, il campionato Bielorusso. I campioni in carica della Dinamo Brest devono difendere il primo titolo che hanno conquistato lo scorso anno, ponendo fine a 13 anni di dominio ininterrotto del Bate Borisov!

Segnalo anche questi altri campionati in corso:

  • Liga Primera (Nicaragua), che è alla 12a giornata con un interessante testa a testa tra il Managua FC e il Real Estelí campione in carica. Prossimo turno, 1 aprile.
  • Girabola League (Angola), che riprende il 18 aprile.

Se il calcio invece non vi entusiasma, sappiate allora che è in corso il campionato di Tennis da tavolo della Repubblica Ceca. Prossimo turno 31/03. Mentre il 15 aprile prende il via la India Premier Leagueil campionato indiano di cricket, con il big match tra Mumbai Indians e Chennai Super Kings, le due squadre finaliste dello scorso anno, con i Mumbai poi vincitori.

Insomma, con tutte queste idee non avrete modo di annoiarvi, spero.

Non è che trovi Medusa in un museo perché è una mostra

In questo week-end volevo fare tante cose, alla fine un po’ per indolenza un po’ per la pioggia non mi sono dato molto da fare. Ho ritirato il libro per preparare il concorso, dopo aver saputo di aver superato la prima prova. Sono andato a nuotare, ho fatto il bucato, la spesa, il resto del tempo l’ho trascorso leggendo e guardando serie tv.

Sono proprio il soggetto di cui parlano quegli articoli online in cui ogni tanto mi imbatto e che dicono che “La vita è troppo breve per trascorrerla a fare la spesa il sabato”, che fanno il paio con altri articoli del tipo “La mia vita è migliorata da quando mi alzo alle 5 del mattino” o “La mia vita è cambiata da quando ho lasciato casa, lavoro e amici per viaggiare zaino in spalla”.

Io ho scoperto che la mia vita è migliorata da quando ho smesso di leggere questi articoli.

A dire il vero qualcosa comunque di rilevante ho fatto. Sono andato a una mostra fotografica in una struttura riqualificata che ospita laboratori, esibizioni, workshop, bar, eccetera.

Ho quindi stilato una lista di piccole avvertenze per chi vuole addentrarsi in questi luoghi.

Appena sono entrato c’era davanti a me la zona bar con una fila di banconi di legno e tanta gente che era lì seduta davanti al proprio MacCoso. Avvertenza 1: Un MacCoso è troppo importante per tenerlo tra quattro mura, quindi è opportuno portarselo al bar in modo da fargli conoscere altri MacCosi e farli socializzare.

All’interno dello spazio della mostra c’era una temperatura gradevole per non dire calda, eppure nessuno si toglieva il cappello di lana dalla testa. Sembravano tanti Todd Chavez di Bojack Horseman:

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Avevo anche io un cappellino ma non l’ho indossato perché poi mi avrebbero sudato i capelli. Inoltre le tonalità che vanno di moda quest’anno sono rosso, giallo oppure arancione e il mio non rientra in nessuno di questi tre colori e quindi ho evitato per non sembrare un poser, un wannabe. Avvertenza 2: portatevi quindi sempre il cappellino giusto per non sfigurare.

In queste mostre c’è sempre roba bella, tal che la mascella potrebbe cascarvi per la meraviglia. Avvertenza 3: aggiratevi per gli ambienti tenendovi il mento tra indice e pollice come se steste cercando di ricordare se avete chiuso il gas o no.

Se volete scattare foto alle opere, anche se dovete farlo solo a un metro di distanza, usate sempre una Reflex col teleobiettivo. Avvertenza 4: c’è bisogno di dirlo? Non uscite mai senza una Reflex.

Se siete accompagnati da qualcuno che è meno esperto di voi su ciò che state ammirando, gli fornirete spiegazioni e delucidazioni purché a voce alta anche se gli state parlando all’orecchio in modo che anche gli altri possano sentire. Avvertenza 5: portatevi qualcuno che ne sappia poco per darvi adito di sfoggiare conoscenza.

Se c’è un bar è d’obbligo fermarsi per una birra. Avvertenza 6: chiedete solo birre artigianali. Oppure non chiedetele, perché potrebbero dirvi che lì hanno SOLO birre artigianali e li offendereste se pensassero che potreste pensare che lì hanno anche birre industriali.

Spero di aver dato valide indicazioni per permettervi di far ottima figura e sembrare veri animali da certi eventi!

Non è che il palestrato va in biblioteca per cercare dei libri da reggere

Mi ritengo un buon lettore. Non riesco a leggere tutto quel che vorrei, però riesco a scoprire di frequente tante cose nuove. Leggo 20-25 libri all’anno e mi sembrano troppo pochi.

Ogni tanto mi capita davanti il mio incubo. Il libro che non se ne scende giù, come una quinoa alle verdure che in realtà è piena di cipolle.

Spero sempre di averlo scampato, e, di solito, mi riesce. Arrivato ad agosto, quando metà anno ormai era scavallato, pensavo che sarei riuscito a farla franca per questa annata.

Poi, proprio pochi giorni dall’inizio di agosto, mi hanno prestato un libro. Chi me l’ha dato ci teneva anche a consegnarmelo. Lo aveva appena finito di leggere mentre attendeva il treno prima di vederci e, mentre me lo raccontava, ha esclamato “Sai che c’è? Te lo presto”.

Quindi alla lettura si aggiunge anche il peso emotivo di sapere di una persona che ti ha prestato il libro che ci tiene probabilmente al tuo parere e al sapere se ti è piaciuto.

Il libro, a dire il vero, è scritto bene. E oggettivamente è credo sia un buon libro.

Solo che io l’ho trovato pesante e poco scorrevole. Ho veramente faticato ad andare avanti. A un certo punto leggevo le pagine senza che del filo del discorso mi rimanesse nulla, anche perché il filo lo perdevo di vista in mezzo alle digressioni mentali che si aprivano da una pagina all’altra.

L’ho terminato per senso del dovere. Detesto non concludere un libro. E odio ancor di più dover deludere le attese di qualcuno.

D’altro canto questa cosa mi ha spinto a una riflessione. In questi giorni sto tornando a casa tardi e mi resta poco tempo per dedicarmi ad altro e, quel poco, l’ho impiegato per terminare il libro.

Facciamo un sacco di cose nella vita che ci portano solo via tempo ma che portiamo avanti per obbligo. Tralasciando cose di cui non si può fare a meno, io vorrei dare un taglio col fare cose che non mi scendono giù. Come mangiare quinoa dichiarata alle verdure ma in realtà piena di cipolle (che è stato il mio pranzo odierno).

Quindi la prossima volta che mi propongono un libro, o farò il difficile nell’accettare o, al limite, sarò onesto e dirò Guarda non ce l’ho fatta a terminarlo.

Il che vorrebbe dire combattere contro un altro mio lato caratteriale, cioè la sensazione di fastidio di fronte alle cose incomplete, non terminate o fuori posto.

Ma facciamo che ho spazio per risolvere un sol buon proposito alla volta.

Non è che devi studiar musica per scrivere note

C’è quella canzone di Samuele Bersani, Lo scrutatore non votante, che in una strofa recita Intervistate quel cantante/ Che non ascolta mai la musica/ Oltre alla sua in ogni istante.

Frequento spesso la libreria del mio amico. Ne avevo parlato qui. Ormai è diventato un luogo di ritrovo per tutte le persone stravaganti della città.

Due-tre volte la settimana si tengono presentazioni di libri. Di alcune delle quale il mio amico ne farebbe a meno. Esigenze promozionali gli impongono di ospitare anche autori non così apprezzabili.

Sabato c’era un tale a presentare il suo primo libro. La caratteristica di questo autore è che non legge. Gli è stato chiesto quali fossero i suoi riferimenti letterari. Ha risposto “il thriller”. Al che, alla richiesta di indicare qualche autore di questo genere che lui seguiva, ha detto che non ne ha, non li legge. Guarda film.

Autori contemporanei che legge?
Nessuno.

Gli è stato chiesto se, in generale, avesse autori che apprezzava. Ha risposto “Verga, Pirandello e Ungaretti”. In pratica il suo bagaglio letterario è la tesina del liceo.

Io non so come sia essere scrittore, dato che non lo sono. È vero che dicono che tutti abbiano un libro nel cassetto. Io nel cassetto c’ho al massimo delle note spese che ho scritto.
Nonostante ciò fatico a immaginare come si possa scindere la passione per la scrittura da quella della lettura. Sarò io ancorato a un’idea antica. Oggi ci sono tanti strumenti per formarsi e godere di letture elevate senza aprire un libro. Internet non è solo fuffa. Apro una pagina facebook classificata sotto Cultura e società e mi aggiorno sulle teorie della disuguaglianza sociale e la caduta del saggio di profitto, per dire, senza necessità di consultare Il capitale di Piketty. Si legge poco perché per apprendere trovi già tutto reperibile in maniera fluida e accessibile. No?

Non sono convinto che sia questa la motivazione. E che letture fast food – per quanto molte di qualità, ma gli autori che le producono scrivono comunque dei libri per esporre in maniera più chiara e dettagliata le loro idee – bastino.

E davvero vorrei essere certo che quelli che non leggono libri ma scrivono lo stesso si siano formati almeno tramite qualche rivista online o pagina social di divulgazione artistica/culturale. Dubito purtroppo che sia così. Se anche lo fosse comunque non basterebbe solo questo.

Non si tratta di elitarismo. Sono conscio che la pedanteria nei confronti della sacralità e dell’importanza della lettura abbia generato un senso di sottesa riprovazione verso chi non legge, non si accultura, non si informa, tal da creare una contrapposizione sociale, i cui negativi effetti oggi si avvertono ovunque, tra chi è considerato un borioso professore e chi dell’ignoranza ne fa bandiera della libertà di essere come gli pare.

A me che una persona, in generale, non legga non me ne può proprio fregare. Avremo un argomento in meno di conversazione.

Diverso è il caso di chi vuole esordire, presentarsi, irrompere – perché alcuni sono anche rumorosi e irruenti nel proprio introdursi – in un’arte in cui una base di strumenti che si forma solo con la gobba dello studioso è necessaria. Purtroppo accade sempre più (e l’autopubblicazione ha incentivato ciò*) che la pulsione di qualcuno verso la scrittura venga solo dal desiderio di mettere il proprio nome su uno scaffale. Cosa che, a giudizio di quelli che leggono davvero, non basta certo per definirsi scrittori.


* Ci sarebbe un’altra considerazione da fare e cioè che l’autopubblicazione non ha come prodotto finale il libro, come nell’editoria classica, ma l’idea di essere scrittore. Chi paga per crearsi il libro non sta producendo un’opera, sta acquistando un servizio. Come se io comprassi – ed è possibile farlo – la possibilità di farmi qualche giro su un circuito automobilistico su un’auto sportiva per sentirmi un pilota. 


Quello del tale di sabato non è il primo caso: il mio amico, che gestisce con dei soci la casa editrice indipendente di cui la libreria è propaggine, mi racconta che gli arrivano diverse proposte da parte di chi al massimo avrà letto il bugiardino dei farmaci che assume.


Non per intero, ovviamente, perché il mondo si divide in due categorie: quelli che vanno a leggere solo tempi e modalità di somministrazione e quelli che vanno a leggere gli effetti collaterali.

Io appartengo alla prima categoria, perché non mi piace spoilerarmi il finale.