Non è che ti serva un sovrano per avere una corte

Salve, sono Gintoki. Forse vi ricorderete di me per storie come l’uomo che fissava le zanzare.

Oggi, per la rubrica “Conversazioni interessanti”, ho raccolto un po’ di aneddoti del mio amico libraio riguardo il suo vicinato.

Lui non è un tipo strano o fuori dal mondo. Ma, dove vive, risulta essere lui quello fuori dal mondo perché non si uniforma a pensiero e azioni delle persone in quel contesto. In realtà, agli occhi di un osservatore esterno, sarebbero i suoi vicini quelli strani e al di fuori ecc. Ma, calato nell’interno di quel microcosmo, l’osservatore stranito sarebbe strano! Chiaro, no?

Un po’ di fatti.

Tanto per cominciare, il vicinato pensa di vivere in una sit-com americana, dove le porte non sono chiuse a chiave e la gente entra nelle case altrui senza bussare. L’appartamento del mio amico è piano terra e da un lato affaccia in questa corte condivisa con altre case. A volte capita che i vicini gli aprano la porta di casa e al grido di Buongiorno! si affaccino dentro, salutando con un ampio gesto della mano per poi congedarsi.


Al che ha preso a tenere la porta sempre chiusa a chiave ma è cambiato poco perché tanto provano sempre prima a girare la maniglia e poi bussare.


Poi ci sarebbe da raccontare quello che ha un po’ esagerato con la potatura. Il mio amico aveva piantato un rampicante che era cresciuto lungo un muro diroccato che divideva uno spazio di giardino tra lui e un altro vicino. Il rampicante si era esteso sino ad affacciarsi dall’altro lato del muro. Temendo che, col peso, potesse minacciare la tenuta dei mattoni apicali del muro, il vicino gli ha chiesto il permesso di spuntarlo. Il mio amico ha acconsentito.

Tornato a casa dal lavoro ha trovato il rampicante sradicato del tutto e, come se non bastasse, sfrondati dei rami anche un albero di limone e un’altra pianta (che stavano dal lato suo e non quello del vicino):

– Scusa ma perché hai tolto tutto il rampicante?
– Tu m’hai detto potevo farlo
– Io ti ho detto sì a una spuntata
– Sì, ho spuntato la pianta infatti

(al che si comprese che nella lingua italiana del vicino “spuntare” vuol dire sradicare)

– Sì ma gli altri alberi?
– Ah era per farti un piacere

I rami tagliati e il rampicante poi furono lasciati per terra per giorni. Il mio amico gli chiese conto di ciò:

– Va be’ mo’ li levo io, anche se sarebbero le tue piante…

Gli rispose il tale.

Poi ci sarebbe l’auto lasciata parcheggiata a bloccare la strada a un camionista, che, alle 7:30 del mattino, strombazza per cercare di far accorrere l’automobilista incivile e lasciar strada al camion. Senza successo. Si sveglia in pratica tutta la città, il clacson pluritonale lo sente anche il barista a 400 metri da lì. Arriva la Municipale (alle 8, perché prima non sono di servizio), che più di far una multa dice di non potere.

– E chiamare il carroattrezzi?
fa il mio amico, ingenuamente.
– Lo paga lei? Il Comune non lo paga.
Risponde il vigile.


Se ne deduce che quindi uno potrebbe abbandonare un’auto, un furgone, un camminatore imperiale di Star Wars per strada e la città rimarrebbe bloccata per sempre.


Finché, alle 8:30, scende di casa un vicino e, mezzo assonnato, chiede scusa per il fastidio, sale nell’auto d’ingombro e se ne va.

Ma la storia più bella è legata a quelli che dovevano svuotare dei mobili un appartamento al secondo piano.

Flashforward: un giorno il mio amico torna a casa e trova la finestra della stanza da letto in pezzi, con dei frammenti di legno sparsi ovunque.

Cos’era successo: non volendo fare le scale su e giù con dei mobili che erano peraltro da buttare, i Genialloyd della situazione hanno pensato di adottare una soluzione che avranno visto in qualche cartone animato con Topolino, Pippo e Paperino alle prese con una delle loro attività. Hanno steso un materasso matrimoniale al suolo e hanno cominciato a gettare i mobili dalla finestra, senza guardare giù se non a fine lavoro. Alla fine si sono accorti di aver così sfondato due-tre finestre degli appartamenti piano terra che si affacciavano da quel lato.

03

Ci sarebbero altre storie surreali, ma me le riservo per un’altra occasione!

Non è che il mattino abbia l’oro in bocca perché porta una protesi dentale

La ragazza seduta di fronte a me sul treno sembra avere un pezzo di cibo su un incisivo. Mi giro per non guardare e non sentirmi in imbarazzo per il farmi i fatti altrui. D’altro canto penso che forse dovrei avvertirla. Ma è il caso di farlo con una sconosciuta e metterla a disagio? Però poi quando tornerà a casa e si accorgerà della cosa si sentirà più a disagio per aver girato tutto il giorno con un pezzo di qualcosa su un dente.

Mentre sono immerso in queste riflessioni un raggio di sole entra dal finestrino. La sua bocca inizia a luccicare. O siamo in uno spot Mentadent e non me ne sono accorto o qui c’è qualcosa di strano. Mi giro e noto che quello che pensavo fosse cibo è in realtà un brillantino. Quindi la ragazza o ha l’abitudine di sgranocchiare Swarovski a pranzo o quella è semplicemente una decorazione odontoiatrica.

La morale della storia è che non è tutto oro quel che luccica: può essere pure un brillantino, ma di sicuro non è cibo.

In tema di quel che sembra oro luccicante, ieri di buon mattino ho fatto il trasloco nella nuova stanza. La proprietaria/coinquilina si è mostrata nuovamente ospitale è accogliente: mi ha offerto un caffè e dei cannoli siciliani.

Ho iniziato ad aver paura di cotanta gentilezza. Siamo così abituati a non avere fiducia del prossimo e a enfatizzare le notizie di merda che ora ci aspettiamo sempre che ci sia merda dappertutto e quando qualcosa non sembra merda ci chiediamo quest’ultima dove sia sotterrata.

E, purtroppo, devo constatare che avevo ragione. Qualcosa costei mi stava nascondendo: la sua casa picchia.

Avevo già parlato in passato delle case che maltrattano gli umani. Il mignolo contro la base del mobile? La testa contro una mensola? Un’anta che si stacca e ti finisce addosso? Non siete voi: è la vostra casa che vi picchia.

Ieri mentre sistemavo le mie cose prima la base del letto mi ha colpito un piede, poi un ginocchio è stato oggetto di violenza da parte di una porta. Infine, mentre provavo a spostare un bottiglione di vetro da un ripiano – che io mi domando perché uno come decorazione in casa debba avere delle bottiglie vuote, non siamo mica in una natura morta di Giorgio Morandi – in cima a un mobile per fare spazio salendo su un puff per arrivarci,


Attenzione: non provate a farlo a casa. Queste scene sono state girate da un professionista.


il suddetto puff mi ha fatto perdere l’equilibro facendomi cadere e causandomi anche un taglio al dito a causa del bottiglione che si è spaccato.

Direi un’aggressione in piena regola.

Ma se questa casa tenta di intimidirmi, si sbaglia di grosso. In serata, quando la coinquilina mi ha chiesto Ti sei sistemato? Tutto bene? io ho risposto di sì con un sorriso smagliante. Non se l’aspettava tanta serenità da parte mia, scommetto, dopo avermi lasciato da solo con il suo appartamento violento.

Ma ora so e non abbasserò più la guardia!

Non è che lo smartphone faccia tutto quello che vuoi perché chi touch acconsente

Chiedo a una di indicarmi il suo domicilio – essendo diverso dalla residenza – per inviarle via posta il contratto. Lei mi risponde: “Sì, aspe’ che lo cerco su Google Maps”.

In che senso, scusa?

Poi ho capito. Costei è già proiettata nel futuro. Un futuro dove non servirà più sapere dove viviamo, perché sarà Google a dirci dove e cosa è casa. Già adesso Google sa dove abitiamo e dove lavoriamo anche se non glielo diciamo, ricavando l’informazione dai nostri tragitti abituali. Un domani gli daremo le chiavi di casa direttamente.

L’altro ieri ho sentito la notizia secondo la quale Google ha presentato un servizio per la digitalizzazione dei documenti (carta d’identità, patente, ecc.), grazie al quale potremmo dire addio al cartaceo o alle tessere di plastica. Sarà lo smartphone a essere ufficialmente il nostro sistema certificato di identificazione e accreditamento.

Con la batteria scarica cesseremmo di esistere.

Non è lontano il tempo in cui trasferiremo l’intera nostra esistenza in un dispositivo, senza il quale non saremo più niente. Gli daremo la delega per svolgere funzioni al posto nostro.

Mi sono accorto della mia inutilità da umano quando sono passato dai guanti senza dita a quelli integrali. Con mio sommo rammarico, avendo perso un guanto, ho dovuto comprarne un altro paio. Ho deciso per quelli integrali perché andando in bici di questi tempi più freddi avevo difficoltà a staccare le falangi scoperte dal manubrio.

Ebbene, è sorto il problema di usare il telefono con quei guanti: è un tal fastidio che per non metterlo e toglierlo rinuncio delle volte a prendere il dispositivo. Una liberazione ma un intoppo quando sei costretto per lavoro a essere reperibile.

È vero che esistono pure guanti con la punta dell’indice sottile e di materiale leggero appositamente pensati per toccare lo schermo, che, si sa, necessita di un contatto delicato, manco fosse un clitoride o una clitoride (non ho mai imparato la pronuncia). È buffo che esistano guanti da smartphone ma credo non guanti da clitoride. Metti che una gelida sera d’inverno ci si voglia ritagliare un intimo momento digitale, per non togliersi i guanti potrebbe far comodo un guanto con l’indice appositamente pensato per.

Ma con la delocalizzazione di qualsiasi attività e materiale umano a un unico dispositivo forse non sarà più nemmeno necessario. Avremo semplicemente clitoridi e peni contactless, basterà avvicinare lo smartphone come quando si vuol pagare alla cassa per attivarli. Andremo in roaming oltre che per avere il 4G, anche per il puntoG e basta.

In attesa del futuro, comunque, io attendo di sapere dalla tizia se Google Maps le ha trovato la sua dimora o se ora è sotto un ponte.

Non è che trovi Medusa in un museo perché è una mostra

In questo week-end volevo fare tante cose, alla fine un po’ per indolenza un po’ per la pioggia non mi sono dato molto da fare. Ho ritirato il libro per preparare il concorso, dopo aver saputo di aver superato la prima prova. Sono andato a nuotare, ho fatto il bucato, la spesa, il resto del tempo l’ho trascorso leggendo e guardando serie tv.

Sono proprio il soggetto di cui parlano quegli articoli online in cui ogni tanto mi imbatto e che dicono che “La vita è troppo breve per trascorrerla a fare la spesa il sabato”, che fanno il paio con altri articoli del tipo “La mia vita è migliorata da quando mi alzo alle 5 del mattino” o “La mia vita è cambiata da quando ho lasciato casa, lavoro e amici per viaggiare zaino in spalla”.

Io ho scoperto che la mia vita è migliorata da quando ho smesso di leggere questi articoli.

A dire il vero qualcosa comunque di rilevante ho fatto. Sono andato a una mostra fotografica in una struttura riqualificata che ospita laboratori, esibizioni, workshop, bar, eccetera.

Ho quindi stilato una lista di piccole avvertenze per chi vuole addentrarsi in questi luoghi.

Appena sono entrato c’era davanti a me la zona bar con una fila di banconi di legno e tanta gente che era lì seduta davanti al proprio MacCoso. Avvertenza 1: Un MacCoso è troppo importante per tenerlo tra quattro mura, quindi è opportuno portarselo al bar in modo da fargli conoscere altri MacCosi e farli socializzare.

All’interno dello spazio della mostra c’era una temperatura gradevole per non dire calda, eppure nessuno si toglieva il cappello di lana dalla testa. Sembravano tanti Todd Chavez di Bojack Horseman:

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Avevo anche io un cappellino ma non l’ho indossato perché poi mi avrebbero sudato i capelli. Inoltre le tonalità che vanno di moda quest’anno sono rosso, giallo oppure arancione e il mio non rientra in nessuno di questi tre colori e quindi ho evitato per non sembrare un poser, un wannabe. Avvertenza 2: portatevi quindi sempre il cappellino giusto per non sfigurare.

In queste mostre c’è sempre roba bella, tal che la mascella potrebbe cascarvi per la meraviglia. Avvertenza 3: aggiratevi per gli ambienti tenendovi il mento tra indice e pollice come se steste cercando di ricordare se avete chiuso il gas o no.

Se volete scattare foto alle opere, anche se dovete farlo solo a un metro di distanza, usate sempre una Reflex col teleobiettivo. Avvertenza 4: c’è bisogno di dirlo? Non uscite mai senza una Reflex.

Se siete accompagnati da qualcuno che è meno esperto di voi su ciò che state ammirando, gli fornirete spiegazioni e delucidazioni purché a voce alta anche se gli state parlando all’orecchio in modo che anche gli altri possano sentire. Avvertenza 5: portatevi qualcuno che ne sappia poco per darvi adito di sfoggiare conoscenza.

Se c’è un bar è d’obbligo fermarsi per una birra. Avvertenza 6: chiedete solo birre artigianali. Oppure non chiedetele, perché potrebbero dirvi che lì hanno SOLO birre artigianali e li offendereste se pensassero che potreste pensare che lì hanno anche birre industriali.

Spero di aver dato valide indicazioni per permettervi di far ottima figura e sembrare veri animali da certi eventi!

Non è che pensi di vivere inchiodato a un muro perché ti senti un fissato

Posso ritenermi contento di vivere una vita tutto sommato senza preoccupazioni e, in effetti, esternamente sembro tale.

Eppure ci sono momenti, quando mi trovo da solo, che sono assalito da inquietudini varie. Vorrei delineare la classica immagine dei pensieri che arrivano quando sei a letto e spegni la luce, in realtà molto spesso dopo aver spento la luce prendo sonno e basta.

Ultimamente va detto che invece i pensieri vengono a trovarmi tra le 2 e le 3 di notte durante un risveglio notturno. Probabilmente rincasano in quel momento da chissà quale bisboccia, festino o evento e hanno ancora la scimmia addosso che svegliano me e mi tengono 1-2 ore con gli occhi spalancati.

A parte questo, le inquietudini mi prendono durante il giorno in momenti di attività ad attenzione delocalizzata.


Chiamo attività ad attenzione delocalizzata quelle in cui non c’è bisogno di profondere chissà quale concentrazione, in quanto il cervello le ha delocalizzate ad aree non a nostro diretto controllo, permettendoci di svolgerle in modalità automatica. Esempi possono essere lavarsi i denti, guidare un mezzo, lavare i piatti, ecc.


Ci sono cose che mi spaventano. Come il fatto che il tempo scorra sempre e solo in una direzione. Ammesso che il tempo esista. Chiamiamo tempo solo il fatto che vediamo le cose crescere, invecchiare, morire. In pratica identifichiamo il tempo con lo strumento che lo misura: la vita.

Penso che ogni giorno i miei genitori invecchiano e io non posso farci nulla. Penso che sono figlio unico e un giorno avranno bisogno di me e non potrò trovarmi lontano. Penso che cosa potrebbe succedere se io mi ritrovassi invece in quel momento ad aver bisogno di loro perché non ho un lavoro fisso, non ho una casa fissa, non ho un telefono fisso e sarò ancora pieno di fisse. E anche se nessuno me lo dirà io penserò che sarà colpa mia.

Penso che questi sono i problemi che si pongono tante altre persone e penso allora come si possa sopravvivere tenendosi tutto dentro di sé perché “Eh sì, mò è arrivato lui, il signorino dice di avere dei problemi!” e io non voglio sembrare Signorino anche perché non sono più Young e non ho intenzione di riempirmi di scritte in faccia.

Penso che ancora non ho capito chi sono, se sono una brutta persona o meno. Non credo di esserlo, eppure delle volte mi sembra di recitare soltanto il ruolo dell’educato e gentile e mi sento insofferente, come un attore di una serie tv prorogata all’ennesima stagione che accetta di interpretare la parte solo in cambio di un aumento del cachet.

Io mi accontenterei di un cachet, ogni tanto. In blister monouso.

Non è che se ti ritiri da solo a Foligno tu sia umbratile

Le settimana scorsa ero a Perugia per l’Umbria Jazz, concerto dei King Crimson. Combinazione, negli stessi giorni degli amici umbri dei miei erano a Napoli.

Ritornando da giri vari nelle terre umbre, in luoghi in cui ho trascorso per anni le vacanze da ragazzino, mi sono chiesto come sia l’impatto per chi, originario di luoghi come questi, aerosi e statici e acusticamente ovattati, si trova di fronte la chiassosa e confusa realtà partenopea.

Il mio pensiero è che per me sarebbe uno shock. Già a volte in genere ne ho uno quando ritorno da luoghi ameni, in cui mi sono mentalmente sintonizzato sull’equilibrio acustico e urbano dell’ambiente, dopo pochi giorni di assenza da casa. Chissà allora come potrebbe essere per chi ci è sempre vissuto in tali luoghi ameni e si confronta con una realtà totalmente opposta la sua.

D’altro canto sento dire che la vivacità di Napoli è in fondo ciò che la rende fascinosa. Comprendo che in fondo trattasi di una sorta di attrazione per l’esotico e inusitato, laddove per chi ci vive non è altri che la banale normalità.

Il turista nativo di luoghi ameni si giovi allora di queste pillole sulla realtà napoletana che fornisco di seguito, senza anticipare troppo ma per renderlo comunque più coinvolto e consapevole di quel che si troverà di fronte.

Innanzitutto si sappia che molte donne dei quartieri di Napoli a partire dalla pubertà sviluppano l’enfisema vulgaris, altresì dicasi voce sfiatata, ovvero una voce roca e gutturale degna di uno che ha passato la serata a cantare in una cover band di un gruppo brutal metal. L’enfisema vulgaris è permanente, ma ciò non impedisce al soggetto di urlare di continuo le proprie comunicazioni per strada o dal balcone.

L’urlofono è l’immediato mezzo di comunicazione nelle strade, più pratico del telefono e più efficace di un intimo giudiziario.

Per attraversare la strada si fa come i gatti. Ci si lancia tra le auto correndo velocemente verso il lato opposto.

I parcheggiatori chiedono sempre qualcosa a piacere. È sottinteso che però deve trattarsi del piacere suo.

Prestando attenzione alle voci di strada, si noterà che una frase ogni tre è un’imprecazione alla Madonna.


Le restanti due frasi sono discorsi sul calcio.


È ormai diventato un luogo comune banale quello della famiglia intera sul motorino, padre alla guida, madre e figli piccoli dietro. Oggigiorno è il figlio piccolo a guidare e il resto della famiglia dietro.

Se il cibo non ha almeno una di queste caratteristiche, grasso, frittura, sugo, vi trovate in un’altra città e questa lista non fa per voi.

Il babà, la pizza, la sfogliatella. Prodotti tipici che in qualsiasi luogo andrete a mangiare ci sarà qualcuno che, sentendo ciò, dirà che state sbagliando perché il vero babà, la vera pizza, la vera sfogliatella si mangia solo da…


Saluto Foligno e la sua servizievole accoglienza:


Non è che il corrotto va fuori tema perché parte per la tangente

Per un futuro prossimo viaggio stavo esaminando qualche alloggio su Airbnb. Ho visto una casa che sembra disegnata da Salvador Dalí:

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È sicuramente intrigante e progettata da qualcuno sotto acidi ma mi ha trasmesso un senso di ansia. Non ne capivo il motivo, finché non ho realizzato: l’assenza di angoli e squadrature mi inquieta.

Mi sono sempre ritenuto un tipo che con l’ordine e l’inquadramento non va molto d’accordo. In un recinto chiuso non ci sto, come cantava Pierluigi Bersani. Eppure invece sono molto più avvezzo a cercare di raggiungere sempre una conformazione geometrica:

– Mi piace ritagliarmi degli angoli solo per me
– Spesso dimostro di essere acuto, delle volte mi sento ottuso
– Mantengo la linea
– Cerco di non deviare dalla retta via
– Mi piace esaminare le cose a 360°
– In una discussione accesa parto per la tangente
– I problemi si affrontano facendo quadrato
– Nonostante non sopporti chi abusa di calcio sono sempre attratto da un rettangolo di gioco

Non avevo piena coscienza di tutto ciò, come se finora avessi vissuto in uno stato di dissociazione tra il mio Io e la visIone che ne avevo.

E tutto ciò l’ho realizzato cercando un appartamento. Invece ho trovato me stesso. Forse non devo neanche partire per un viaggio, l’ho soltanto immaginato: era solo una scusa per rendermi presente a me.

Adesso andrò alla ricerca di me stesso e spero di trovare un alloggio. Possibilmente non lisergico.

Non è che il professore di matematica non possa soffrire i calcoli

È da qualche mese che la signora che assisteva mio nonno se ne è tornata nel suo Paese d’origine. Confesso un po’ mi manca: non so perché m’avesse preso molto in simpatia, quando mi vedeva mi abbracciava sempre soffocandomi nel suo prominente petto e mi chiedeva un sacco di cose su di me. La nuova signora che ha preso il suo posto invece a stento mi saluta e mi guarda con sospetto.

Gli entusiasmi e la cortesia sono sempre o eccessivi o scarsi.

Ho avuto un esempio di entusiasmo eccessivo l’altro giorno.

Ho una ex che da 3/4 anni a questa parte, cioè da quando è entrata nel cimitero (allegorico) delle ex, mi scrive a puntuale cadenza semestrale per chiedermi Come va?. In genere la conversazione si conclude – o la lascio cadere io – dopo qualche breve scambio di frasi. L’altro giorno invece in occasione del suo contatto ormai calendarizzato mi son trovato a chiederle se conoscesse una buona piscina – una volta lei gareggiava – , visto che quella dove vado ha chiuso in anticipo per lavori.

– Io ne conosco solo una, che fa gli ingressi liberi, di fronte a dove mi sono trasferita, dove vado in palestra
– Ah
– Se vuoi t’accompagno a vedere
– …Ok

Ci troviamo lì, dopo un paio di saluti formali mi presenta alla tizia delle reception, la quale sul foglio con il programma dei corsi mi scrive un problema di trigonometria che sto ancora cercando di risolvere:

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Non ho capito nulla delle opzioni che mi ha descritto, anche perché non mi interessavano: volevo soltanto sapere se potessi avere 6 ingressi da qui a fine mese.

Espletata questa pratica, Ex poi mi fa:

– Ci pigliamo un caffè, aperitivo, qualcosa?
– Beh se
– Sennò anzi il caffè ce lo pigliamo sopra tanto io abito qua, ti faccio vedere casa

Non mi aveva dato tempo di rispondere. Comunque salgo da lei, mi fa fare il giro turistico della casa e a ogni cosa che mi mostra io fingo meraviglia e ammirazione anche se guardare case altrui mi annoia.

Poi mi fa accomodare, mi offre da bere, chiacchieriamo. Ogni tanto guardo l’orologio ma sembra non cogliere questi miei segnali non verbali. Così a un certo punto dico:

– Dai, ora ti tolgo l’ingombro

Che è la formula che uso sempre per dire che me ne voglio andare via ma per non sembrare maleducato nel desiderare di andare via allora mostro che sono molto educato nel non voler essere d’impiccio.

– Ma no dai figurati, non ti preoccupare, anzi possiamo pure andare a cena al pub qua vicino, oppure puoi cenare qua andiamo al supermercato a fare la spesa oppure guardiamo in frigo e vediamo cosa c’è

Il passaggio ceniamo fuori->usciamo a comprare da mangiare->non usciamo proprio e restiamo chiusi qui mi ha fatto colare delle gocce di sudore dalla nuca, dove finiscono i capelli, al collo, raccoltesi sul cordino del ciondolo e colate poi sul davanti seguendo il medesimo cordino fino a confluire verso lo sterno dove mi si è formata una pozzetta di disagio liquido.

Mi sono ricordato di essere arrivato lì con l’auto del lavoro e ho pensato di usarla come scusa.

– Eh sai com’è sto con l’auto aziendale…non voglio tenerla in giro la sera…poi se la vedono…oppure magari succede qualcosa…sai com’è
– Se vuoi puoi andare a posarla e poi tornare qua con la tua ti aspetto
– Devo scappare mi dispiace comunque l’invito lo ritengo valido per un’altra volta ciao.

Così sono fuggito perché francamente quella sorta di frenesia che avvertivo in lei nell’avermi a casa sua mi procurava una vaga sensazione di soffocamento, oltre che di trappola.

E poi avevo un problema di trigonometria da risolvere che mi aspettava!

Non è che devi far palestra per portare una famiglia sulle spalle

Ho un amico che l’anno prossimo ha programmato di sposarsi. Per esser sicuro ha prenotato non una ma due chiese, per due giorni diversi. Coscienzioso e pieno di rimorsi com’è mi chiedo come si sentirà poi a far dispiacere uno dei due preti dicendogli che non se ne fa più niente.

Mi chiedo anche come faccia a pianificare un simile evento e a pensare di stabilirsi qui, dato che lavora precario a 600 km da casa mentre la fidanzata è impegnata in un Erasmus+ all’estero e quando tornerà troverà pronta una beata ceppa di lavoro.

Ma penso anche che se uno ha la volontà le cose in un qualche modo s’aggiustano. I miei son i ragionamenti di quello che se ne sta lì alla finestra a guardare la gente che passa e commentare come una vecchia mai stata moglie senza mai figli senza più voglie.

Che a dir la verità io a metter su una famiglia ogni tanto è un pensiero che mi viene, ma è più come quando in un negozio di animali vedi un’iguana e pensi di volertela portare a casa, perché…beh in fondo perché non tu? Solo che un’iguana è un impegno a lungo termine, campa almeno vent’anni, devi pensarci a questo. Sei in grado di gestire un’iguana in casa quotidianamente per tutto questo tempo? Non è che puoi avercela a mezzo servizio o lasciarla lì nel suo terrario ad aspettarti.


Nota: con l’iguana non mi riferisco a una moglie ma proprio al concetto di famiglia; gestirne una è come gestire l’iguana.


È per questo che allora penso di ricorrere all’affidamento a distanza: il mio scopo è tenere i legami con un/un’ amico/a e adottarne la famiglia. Ad esempio, comprare i Lego al figlio per poterci giocare io o portar ai coniugi le birre a casa per potermele bere io.

Penso pure all’iguana convenga più così.

A proposito di iguane:

Non è che il turista se non va in pensione incolpi la Fornero

Sto cercando casa in centro a Napoli. A differenza di altre grandi città, il centro qui è una zona economica a livello immobiliare. Il problema è che da 3-4 anni a questa parte, complice il boom turistico della città, il centro storico si sta trasformando in un conglomerato di B&b o di affitti Airbnb. Tra un po’ ci saranno più turisti che abitanti: è una vera invasione, il Governo cosa fa? Non possono fare i turisti a casa loro? Sapete che ce ne sono alcuni che soggiornano negli alberghi, tutti i comfort, wi-fi gratuito, per soli 35 euro al giorno?

Mentre mi impegno nella ricerca, dormo a casa dei miei. Ciò comporta che capitino inconvenienti che, pur essendo io gatto fatto e cresciuto, mi procurano ancora qualche imbarazzo.

Ho l’abitudine di coprire il tatuaggio di vaselina quando vado in piscina. Precauzione in realtà che mi hanno detto inutile, una volta guarito. In ogni caso, porto il tubetto con me sempre in borsa.

L’altro giorno però non lo trovavo. Poi a casa l’ho visto nel mobile dove ripongo il portafogli, i ciondoli, eccetera.

Dato che sono sicuro di non avercelo messo io, temo che mi sia caduto dal borsone – cosa probabile perché ogni volta che torno dalla piscina lo svuoto per arieggiarlo e non fargli assumere quel bell’odore di calzino sudato aromatizzato al cloro – e uno dei miei genitori l’abbia riposto nella mia zona effetti personali.

Io non voglio sapere cosa possa pensare un genitore di un figlio con un tubetto di vaselina. Un tubetto fuxia.

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Ricordate che i tubetti – di vaselina e no – si spremono dal fondo. Chi spreme dall’inizio va all’inferno.

Non è che il meccanico stanco chieda il cambio

Tutto ha una fine.

Soltanto che non si pensa mai che arrivi.

Ho fatto un giro molto largo per tornare a casa. Sapevo che quando mi sarei fermato non ci saremmo più rivisti.

Sei stata la prima.

Abbiamo tanti ricordi insieme. Eppur la prima cosa che mi viene in mente è il sesso. Sono banale, lo so. Sedili posteriori. Sedili anteriori. Veloce (spesso), lento (talvolta).

Mi ricordo quella volta che, sul più bello, ti macchiasti di sangue. Succede, a volte si divertono a presentarsi non annunciate né invitate.

Tornai a casa col timore d’incrociare una volante: sai che buffo farsi vedere con delle macchie di sangue sui vestiti a mezzanotte lungo una statale buia e isolata?

Mi hai visto allegro. Mi hai visto triste. Mi hai visto né allegro né triste. Mi hai sentito dire cose indicibili che varrebbero il bando da tutte le religioni passate e presenti. Mi hai sentito fare discorsi personali che non ho fatto e non farei a nessuno.

Mi hai visto quando non vedevo l’ora di tornare a casa. Mi hai visto quando a casa non ci volevo tornare. E tu mi ci hai riportato.

Mi hai sentito cantare. Male.

Non ricordo la prima canzone che t’ho fatto sentire. Ricordo però di aver messo spesso questa qui quando mi comprai un lettore con altoparlante – uno degli acquisti più inutili mai fatti perché da lì a poco tutti i telefoni avrebbero avuto capacità e qualità per riprodurre musica. La mancanza dello stereo è sempre stata una grande disdetta, sorvoliamo:

 

Ho gusti migliori, eh, lo sai.

Però questa mi divertiva. Mi dava una certa carica. E poi sai che ho orecchio per il giapponese.

Ed è su questa canzone che ho deciso di far nascere Gintoki, qui.

E adesso tutto questo, tutti i ricordi insieme, dovrei farli piccoli piccoli e metterli in un taschino per portarli a un’altra? Assurdo. Mi fa strano. Mi fa triste.

È davvero brutto rottamare la propria prima auto. Grazie per tutti questi anni:

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Le parole sono importanti 3

Rubrica estemporanea a periodicità seminale.


“Stasera non scendo”

Non so quando sia accaduto che scendere sia divenuto sinonimo di uscire. Fin quando il soggetto si muove da un luogo in alto a uno più in basso ha un senso dir così: abiti in un palazzo, puoi quindi affermare che scendi da casa.

Già io che vivo a un piano rialzato non so se tecnicamente sia valido che al citofono mi dicano “scendi”. Potrebbero anche dirmi “salta”, visto che mi basterebbe scavalcare il balcone come nella miglior esperienza olio Cuore.

Ma, ecco, tu che vivi al pianterreno, anzi, in un sottoscala, in una città costruita interamente in una depressione caspica, che ragione hai per scendere di casa per scendere in piazza?

Tralasciamo poi altre aberrazioni come il “Scendo a pisciare il cane” che sono entrate nell’immaginario collettivo come allegoria della barbarie linguistica attuale ma che dubito abbiano un reale riscontro.


Si spera.


Non posso però dimenticare, e qui torno al verbo uscire, il bidello della scuola elementare che ci invitava a entrare in classe al grido di “Uscite dentro, forza”, generando una comprensibile confusione.