Non è che ti servano le istruzioni per montare una polemica

Il corpo umano sarà pure una macchina fantastica come si dice ma è una macchina che se la tieni ferma un po’ si rammollisce.

Mi sono fatto l’ultimo concerto in piedi penso nel 2019. Poi non ci sono più stati eventi, come sappiamo, in seguito sono tornati ma solo da seduti. E io mi ero abituato molto bene ai concerti seduto: sì, è vero, non è una cosa che fa molto rrruoocck ma è una cosa che fa molto comodo alle tue chiappe.


Ad esempio andare a vedere Iosonouncane nel Teatro Bellini dal balconcino dove ti puoi anche appoggiare è stata un’esperienza che si situa molto in alto nel mio comodometro.


Sono stato al Sonar – festival di musica elettronica – a Barcelona lo scorso fine settimana. E passare da qualche concerto seduto a un festival in piedi per ore devo dire mi ha fatto rendere conto che la mia macchina fosse proprio fuori allenamento per questo tipo di attività.

Dei festival avevo dimenticato anche un’altra cosa: sono un’economia chiusa in regime monopolistico. I prezzi di cibo e bevande sono degni di un locale di *nuovo imprenditore delle pizze*


Difatti, tra le varie proposte alimentari, ho visto un chiosco dove c’erano pizze a 12€.


Sì, proprio quello lì che si sta facendo un sacco di pubblicità in questi giorni con una polemica montata ad arte.

Uno dei problemi che affrontiamo nella realtà di oggi è ritenere rilevante qualsiasi opinione pubblica e degna di essere riproposta affinché se ne discuta a forza.

«Dei vaccini non mi fido, ci sono dentro cormorani sbeffeggiati e frullati»
Ce lo dice Valchirio Fannulloni, partecipante Isola dei Famosi

«La teoria del gender nuoce allo sviluppo»
La polemica su TikTok lanciata da Asfodelia Crudelini, suonatrice di rutti

«Sulla guerra so io la verità, ci stanno mentendo»
Afferma Misogino Andropatico, ex componente del Bagaglino

Beninteso, Valchirio e Asfodelia e Misogino possono avere delle opinioni personali, ma in quanto personali sono soggettive e fallibili e, comunque, non degne – quantomeno non dovrebbero esserlo – di competenza.

Invece bisogna replicare per giorni e giorni a quelle che sono delle stronzate, e a volte mi viene il dubbio che, così come nel sistema di un festival sei in un regime economico monopolistico e ti magni e ti bevi quello che dicono gli organizzatori ai prezzi che dicono gli organizzatori (sto pensando per le prossime volte, prima che agli ingressi introducano le perquisizioni come in carcere, di infilarmi una bottiglia nel sedere prima di accedere, sarà meno doloroso di pagare poi un bicchiere d’acqua a 3€), siamo anche nella realtà di tutti i giorni in un monopolio. Quello della stronzata.

Non è che chiami la Piaggio per un problema con una vespa

La primavera porta con sé tante cose.

Ad esempio, calabroni grossi come elicotteri.


Nostrani, non quelli asiatici di cui si sente ogni tanto parlare. Ma, comunque, ipertrofici come usciti da una Virgin con un cocktail di steroidi.


Ne ho trovato uno ieri sul vetro, lato interno, della finestra della camera da letto. La finestra era chiusa e anche la porta della stanza. Un giallo perfetto per Arthur Conan Doyle. Un giallo-nero, anzi.

Ho pensato: lo schiaccio. Ma si ponevano due problemi. Il primo era dover ripulire il delitto e, considerando le dimensioni dell’imenottero, ci sarebbe stato tanto da pulire.

Il secondo intoppo era il rischio che il bersaglio avrebbe potuto evitare il colpo e irritarsi un po’ per il tentativo. Insomma, non fa piacere ricevere una ciabattata, lo capisco.

Così ho preso un contenitore e ho intrappolato il vespide contro il vetro. Poi, con il metodo del foglio fatto passare al di sotto, ho aperto la finestra e l’ho posato sul balcone.

Qui subentrava comunque il problema del da farsi: come eliminare il calabrone? Sollevare il contenitore avrebbe comunque potuto portare l’essere a rivolgersi contro la mia persona.

L’ho quindi lasciato intrappolato aspettando morisse per carenza d’aria.

Com’è come non è, stamattina era ancora vivo, seppur abbattuto. A quel punto mi è sembrato veramente di compiere crudeltà (sarebbe stata meglio una morte veloce) e il karma avrebbe potuto punirmi, quindi, approfittando dell’intontimento dell’insetto, ho spinto il contenitore verso il bordo del balcone, aspettando se ne andasse via verso l’apertura creatasi.

Così ora ho rimesso in libertà un pericoloso essere che magari pungerà qualcuno.

Il karma tornerà a punirmi lo stesso.

Non è che vai dal barista per avere un parere espresso

Non scrivo da un po’ in questo spazio.

Il motivo è che sono stato un po’ preso. Lavoro, studio – a proposito, settimana scorsa un altro esame in meno. Ne mancano 3 più la tesi – vita privata, non mi consentono di ritagliare un momento in cui mi dico, come facevo di solito, adesso mi isolo (mentalmente) e metto giù qualcosa.

In realtà il tempo, volendo, lo si trova. Diffido sempre delle affermazioni “Vorrei…ma non trovo il tempo”. Se una persona analizzasse il modo in cui spende il tempo durante una giornata sono certo che, nella maggior parte dei casi, troverebbe spazi in cui avrebbe potuto dedicarsi a quel che dice di voler fare.

È una questione di volontà.

È un po’ quella che mi manca ultimamente.
La colpa è del mio rapporto con internet.

O nostro Signore della Rete, dacci oggi la polemica quotidiana per aver di cui parlare.
Mi sono reso conto che tutto ciò che mi viene in mente da scrivere è legato a qualcosa che ho letto o di cui mi hanno raccontato (e che hanno letto su internet) o sulla quale hanno un parere e che è legata a vicende che non si svolgono nella mia vita quotidiana né hanno attinenza con essa né in/con quella della persona che eventualmente me l’ha raccontato.

Considerato che, allora, cerco di orientare la mia vita secondo 3 regole:
1) Non sei obbligato ad avere un’opinione su tutto;
2) Puoi provare ad avere un’opinione su tutto, ma non sei obbligato a rendere partecipi gli altri a tutti i costi;
3) Puoi provare ad avere un’opinione su tutto e rendere partecipi gli altri: assumiti la responsabilità delle stronzate che dirai;
cerco di disintossicarmi dall’invasione non richiesta di informazione ed evitare di applicarmici troppo.
Viva la desistenza.

Per rinfrescarmi le idee ho messo i piedi a mollo perché ragiono con i medesimi.


Comunque la cosa sembra aver funzionato e mi sento pronto a scrivere più regolarmente.


 

Non è che ti serva la colla per applicarti

In quanto figlio degli anni ’80 ho vissuto un’infanzia in cui supereroi e videogiochi erano qualcosa da sfigati. Raccontare di considerarli come propri hobby equivaleva a un’ammissione di scarsa vita sociale. Se dicevi di preferire startene a casa ti guardavano in modo strano. Oggi a vedere i film Marvel ci va chiunque e un qualsiasi ragazzino ti considererà uno sfigato se non sai cosa siano Fortnite, Minecraft o CoD.

Qualche settimana fa parlavo con un amico che organizza da quasi vent’anni una rassegna di cinema d’autore. Affermava che secondo lui il cinema sta andando verso la morte. Ha sempre la tendenza a parlare con toni apocalittici di qualunque cosa e credo l’ultima volta che abbia guardato alla vita con ottimismo sarà stato all’ultimo scudetto del Napoli.

Però questa volta mi sa che ragione ne ha. La pandemia ha accelerato un declino. Le sale non si riempiono più. Leggevo un commento, a caso, sotto un articolo sulla crisi dei cinema, di un tizio che diceva “Preferisco stare a casa sul divano”.

Ecco. Vent’anni fa “preferisco stare a casa sul divano”, come accennavo, era un atto coraggioso che andava incontro al giudizio altrui. Oggi, invece, è la normalità.

Certo, a casa ti puoi alzare quando vuoi, ti stendi, parli.

Due delle azioni che ho elencato sono a mio avviso sindromi di un deficit di attenzione. Non è più concepibile nell’homo applicans (cioè l’essere umano che si dedica a fare un sacco di cose, tutte male) l’idea di stare fermi e dedicarsi a una singola attività per un tempo prolungato. Magari anche in silenzio. Mi vengono in mente quelli che dicono «Non riesco a leggere». Apri il libro e mettitelo davanti agli occhi: è un buon inizio.

Anche io, già distratto di mio di natura, vivo saltando da una cosa all’altra. Con tutte le conseguenze del caso: per dire, ormai sono oltre l’entrare in una stanza e dimenticarmi il perché di averlo fatto. Mi dimentico proprio di entrare nella stanza.

Voglio provare a fermarmi. A tornare a ragionare di più sulle singole azioni. A fare esercizio di consapevolezza. E se magari il cinema non muore, pure sarei contento.

Non è che il presentatore televisivo sia uno che faccia telelavoro

L’Università eroga anche per questo semestre i corsi in modalità mista: online e in presenza. Riesco quindi ancora a essere un frequentante. Ho notato alcuni docenti non sono però contenti di tenere i corsi su Teams e non vedono l’ora che si smetta; sarà una coincidenza, ma sono gli stessi docenti che hanno delle evidenti difficoltà con la tecnologia: registrare la riunione, cambiare l’audio da altoparlanti del pc a casse esterne, far visualizzare un Powerpoint; situazioni che li rendono nervosi e insofferenti.

Forse, l’anno scorso, potevano cogliere l’occasione per imparare qualche rudimento di informatica, cosa che credo sia necessaria per tutti ma soprattutto per chi insegna, divulga, fa formazione.

Ma, si sa, del senno di poi son piene le fosse.

Io sono più che contento per i miei colleghi di corso, più giovani di me di 10 anni e più, che hanno potuto tornare in aula. L’università non è – o non dovrebbe essere – un esamificio, dove paghi e ti laurei. È un luogo da frequentare e vivere nel quotidiano. Per questo io mai la vorrei vedere trasformata in una università telematica.

Detto questo, la didattica online permette a studenti lavoratori e lavoratori studenti – come me – e studenti fuori sede di poter frequentare e partecipare. Sono conscio di parlare da persona che ha un interesse e quindi una visione parziale, ma credo che comunque il poter allargare la platea dei frequentanti sia un valore aggiunto per l’università.

Non tutti la pensano così e io credo che prima o poi si tornerà esclusivamente alla modalità di frequenza classica: la tecnologia resta ancora un pericoloso demonio, per alcuni.

Al lavoro, invece, è da Novembre che non abbiamo più a disposizione telelavoro illimitato e si è tornati a due giorni al massimo fruibili in questa modalità. In realtà da Gennaio la Spurghi&Clisteri dove lavoro aveva introdotto la possibilità di un terzo giorno di telelavoro settimanale fruibile fino a fine marzo. La Dirigente del nostro Dipartimento però si è dimostrata ostile a questa eventualità. Sua frase ormai entrata già nel mito: «Non è che se una cosa è disponibile uno allora se la prende solo perché c’è». Giusto. Sottoscrivo. L’ossigeno che lei respira, cara Dirigente, non è che dovrebbe prenderselo solo perché c’è aria a disposizione: ci giustifichi il fatto di consumarlo dando aria alla bocca.

Chiariamo: non baratterei mai una vita fatta di contatti e interazioni vis-à-vis con una vita in cui ognuno sta a casa propria e vede gli altri solo attraverso uno schermo.

Però, avere la possibilità di scegliere quando e come vivere online e offline, su quello forse bisognerebbe rifletterci.

Si diceva che «Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema». Temo invece stiamo proprio tornando a quella problematica normalità. Altrimenti non mi spiego perché, pur avendo bisogno per il mio lavoro solo di un pc e una connessione, sia necessario che la mattina io perda un’ora sulla tangenziale in una scatola di latta per andare in ufficio, a fare cose che fisicamente non sono comunque presenti e svolte né nel mio posto di lavoro, né nella città del mio posto di lavoro e nemmeno nella mia Regione. Tradotto, io mi reco in ufficio per svolgere, comunque, un lavoro a distanza.

Sono tante le persone nella mia situazione: gli stessi di cui vedo le facce afflitte e nervose in altre scatole di latta in tangenziale.

Mi rendo conto ci siano tanti interessi che si scontrano: perché il lavoratore che si sposta non crea danni all’ambiente e basta ma genera anche dei ritorni positivi; penso a tutti i bar e ristoranti che vivono intorno gli uffici, per dire. Il battito d’ali di una farfalla che vuol starsene a casa genera un uragano nel portafogli del povero ristoratore.

Non so quindi quale sia la cosa giusta da fare, se razionalizzare il lavoro a discapito di tutto un indotto che vive grazie a esso oppure lasciare tutto come sta, intasando le strade, l’aria, le arterie del lavoratore che non fa altro che stressarsi ancor di più.


C’è un convitato di pietra che non nomino in questo discorso: il trasporto pubblico. Quando inventeranno il teletrasporto, allora potremo parlarne, per il resto, non credo che, al di là delle deficienze del trasporto pubblico di molti territori italiani, sia possibile pensare che la nostra realtà, fatta di tanta provincia meccanica con i propri Comuni autonomi, sia paragonabile al territorio metropolitano delle megalopoli, dove anche chi vive a 30km dal centro è in realtà parte della stessa città e gli basta prendere una metropolitana per muoversi.


Continuo a essere convinto che lo stile di vita che conduciamo non sia sostenibile e abbia dei risvolti illogici; forse bisognava solo pensarci molto prima.

Come quella volta che, quando ancora c’era a livello generale lo smart working diffuso, un sindaco di una grande città italiana richiamava alla necessità di far tornare tutti al lavoro in presenza, al grido di «Mi viene tristezza a vedere le torri in centro vuote».

Forse ci si poteva pensare prima di riempire di vetro e cemento una città e ingrassare i costruttori. Ma, come dicevo, del senno di poi son piene le fosse.

E del senno di Poe (Edgar Allan), son pieni i gialli?

Non è che il sacerdote abbia preso i voti delle recensioni

Ordino un paio di pizze tramite un’applicazione di consegne a domicilio. Scopro che ha implementato un sistema di valutazione del corriere. O forse già c’era ed è stato reso più visibile.

Ho dimenticato quale sia l’ultima cosa che NON mi hanno chiesto di valutare. Addirittura per prenotare un esame all’università dove sono iscritto è necessario prima completare il questionario di valutazione del corso. Altrimenti non è possibile procedere avanti.

Beninteso, non sono contro il votare o recensire esperienze, prodotti, attività. E, a parte il mio caso dell’università, non si è  quasi mai obbligati a farlo. Né temo che finiremo come in un episodio di Black Mirror (terza stagione, Caduta libera) dove in un ipotetico futuro l’intera società si basava sul dare un punteggio alle persone. E, in base a quel punteggio, era possibile accedere o meno a servizi e benefici.

Sono però un filo stanco di vedere tutto così parametrizzato, dimensionato, da stelline, palline, numeretti. Sono stanco di chi recensisce. Per quanto mi sia utile: prima di andare in un ristorante nuovo io ne controllo le recensioni.

Una sera ho passato un’intera cena con uno che attualmente (dico attualmente perché a quanto ho capito ha delle fissazioni periodiche) ha la fissa di fare delle storie su Instagram mentre mangia. Non si limita a fare una foto o un video al piatto, ma si registra mentre osserva il cibo e poi lo mastica, commenta poi il boccone: Mmmh divino ragazzi, spettacolare.

Sostiene di farlo un po’ per divertimento un po’ per parodia del mondo degli influenzatori. Intanto però in quell’occasione ha trascorso l’intera serata al telefono rivolgendosi a un ipotetico pubblico e alla fine ha difeso l’utilità del suo hobby, in quanto, sostiene, la sua valutazione può essere utile ad altri.

Io vorrei invece rivalutare il valore del non giudizio. Il disimpegno. La dichiarazione di non competenza: «Salve, sono un cazzaro. Qualunque opinione, giudizio, voto che darò in questo frangente, non va preso sul serio».

Nell’epoca in cui tutti sono impegnati a dire la loro su qualunque cosa, la desistenza potrebbe essere un atto rivoluzionario. E non è, attenzione, un atto di ignavia. Non si tratta di non schierarsi per viltà o di essere passivi rispetto a tutto. È la scelta consapevole di dire: «Ho mangiato, bevuto, guardato, esplorato, vissuto e non sento l’esigenza di far sapere agli altri cosa ne penso al riguardo».

Non è che ET andasse in palestra per fare alienamento

L’altro giorno, nel mio girovagare su internet cercando delle notizie di astronomia, mi è ricapitata davanti l’immagine della placca d’oro dei Pioneer, le sonde lanciate nello spazio nel 1972 e nel 1973. A bordo di entrambe, fu posizionata una placca con un messaggio per eventuali esseri extraterrestri:

A parte tutti i significati dei simboli incisi (posizione della Terra nel sistema solare; posizione del Sole rispetto a 14 Pulsar; transizione iperfine dell’atomo di idrogeno), l’attenzione viene catturata dall’immagine di un uomo e una donna, inseriti qui per dire agli alieni “Siamo fatti così”.

Un particolare che mi è sempre stato davanti agli occhi tutte le volte che ho visto questa immagine ma al quale non avevo mai prestato attenzione, è che questa raffigurazione degli esseri umani ha qualcosa che non va.

Tralasciando che, mentre l’uomo è rappresentato nell’atto di porgere un amichevole saluto come fosse il capo mentre la donna sembra abbastanza passiva (era pur sempre 50 anni fa) e che l’uomo sembra un bianco occidentale (era sempre 50 anni fa), c’è una cosa davvero evidente.

Il disegno dell’uomo è anatomicamente fedele. La donna, direi non tanto.

Non ha la vulva. È una Barbie, dalla vita in giù.

Ho cercato qualche informazione in più al riguardo. Si dice che chi preparò il disegno – l’astronomo Carl Sagan, mentre l’artista Linda Salzman, sua moglie, realizzò la bozza da inviare all’incisione – preferì non evidenziare i genitali della donna (che poi era giusto una lineetta verticale) per evitare un rifiuto da parte della NASA. Sempre Sagan poi disse che la donna venne disegnata così perché nell’arte classica, nelle sculture greche, le donne erano sempre così: lisce.

Io me lo sto immaginando un alieno che trova la sonda con la placca d’oro, la guarda, vede la donna ed esclama «Ah! Sì! Proprio come nelle statue greche sul mio libro di storia dell’arte terrestre!».

Oppure, ancora: immagino un alieno che vede il disegno, poi arriva sulla Terra, conosce una donna, la vede nuda e scappa sconvolto perché trova qualcosa che non si aspettava di trovare.

Curioso quindi di capire meglio, ho chiesto direttamente ad un alieno. Ne conosco uno, infatti, della cui identità non posso dir nulla perché mi ha chiesto di preservare l’anonimato. Mi ha proprio detto «Non ho proprio voglia che vengano a ficcar NASA dalle mie parti».

Premessa: mi rivolgerò al maschile con l’alieno, anche se, a quanto ho capito, il concetto di sesso è estraneo alla sua gente: sono neutri tendenti all’Achille Lauro e si riproducono per tassazione spontanea.


In pratica la civiltà aliena ha sviluppato il concerto di aliquota volontaria: il momento dell’accoppiamento è frutto di un movimento di scaglioni, il corteggiamento parte esibendo il CUD davanti all’interessato che, se propenso, prosegue facendo registrare la propria entrata. Termina in breve tempo con una liquidazione.


D: Buongiorno Alieno.
R: Chiamami Al.
D: Al, quindi, vengo subito al punto: hai mai visto una donna terrestre nuda, dal vivo?
R: Ne ho viste più di te, fidati.
D: Sii serio. Cos’hai pensato? Tu avevi visto il disegno sulla placca della Pioneer, vero?
R: Sì. Quel pezzo di latta mi si era incastrato tra le ruote del disco volante. Lo so, qualche lettore tuo penserà Ma cosa ci fa un disco nello spazio con le ruote? Servono per fare le sgommate sugli anelli di Saturno. Comunque: vedo questo disegno e tutti questi simboli che per noi non significano niente – vorrei farlo presente ai vostri scienziati – e resto incuriosito da questi due esseri. E la prima cosa che ho pensato: perché uno ha un’antenna per le comunicazioni e l’altro no?
G: Scusami se ti interrompo: che antenna?
R: Ma lì, guarda (indica tra le gambe dell’uomo): quell’appendice è sicuramente un’antenna. Solo non capivo perché non stesse sulla sommità dell’essere. Poi ho pensato che il centro operativo di questi esseri (intende il cervello) dovesse risiedere lì giù. E devo dire che alcuni terrestri che ho incontrato sembrano confermare la mia teoria.
Il secondo essere però mi incuriosiva di più. Ho pensato che il disegno stesse a significare che prima i terrestri hanno l’antenna e poi gliela rimuovono/la perdono. Guarda qui: il secondo essere sta guardando proprio lì, con rimpianto.

G: C’era un certo Freud che avrebbe discusso volentieri con te di sindrome di castrazione e invidia…
R: Non conosco questo Froid. È un’altra razza di umani? Comunque, dal disegno avevo capito che la vostra razza ruota intorno all’antenna. Dovevo capirne di più e quindi ho cercato di organizzare un incontro ravvicinato del terzo Tinder.
D: Cosa sarebbe il terzo Tinder?
R: Voi siete ancora a due versioni fa. Questa ti cerca contatti in tutta la Galassia e puoi scegliere, strisciando il dito in un verso o nell’altro, se mostrare interesse, rifiutare o far eliminare il profilo.
D: Intende farlo cancellare dall’app?
R: No no, proprio inviare dei sicari a uccidere il soggetto. Comunque incontro questa tizia, ci scambiamo dei messaggi, poi mi manda un video dove mi mostra la cosa.
D: Per “cosa”, intendi…
R: Sì sì, proprio la figa. E poi mi ha detto che mi ha registrato e se non le mandavo dei soldi avrebbe fatto vedere il mio video a tutto l’Universo.
D: E tu cos’hai fatto?
R: Mi sono rifiutato di pagare. Il video è stato diffuso e io ora sono famoso, perché ho rivelato l’esistenza della figa.
D: Beh noi qua già la conoscevamo.
R: E chi se ne frega! Quando il mio collega esploratore, quello lì, Kol-Omb, scoprì la vostra “America” qualcuno si è posto il problema che i suoi abitanti la conoscessero già e non c’era nessuna scoperta? Ringraziateci anzi che non vi sterminiamo! Oramai comunque, per la figa, siete morti!
D: No, senti: morti di figa lo eravamo già da tempo e non serve che arrivi qualcuno a insegnarcelo…
R: Contenti voi…Comunque, toglimi una curiosità: ma che problema avete con la figa? Cioè, io sono un po’ confuso:
– Siete pieni di pornografia sulla figa e ne abusate ma poi la nascondete e la censurate;
– Parlarne per fare educazione sessuale è una cosa per voi sconcia e inopportuna, ma poi per fare pubblicità, vendere, è tutto pieno di riferimenti alla figa;
– Parlate appunto sempre di figa ma poi a volte non sapete usarla o non la conoscete bene.
Cioè insomma, siete una razza ben strana!
D: Senti guarda, ti è scaduto il disco orario volante…forse dovresti partire…

Insomma, come avete sentito anche gli alieni sono confusi.

Non è che Talebano tale figlio

Viviamo abituati agli orrori e alle cattive notizie. Esistono, purtroppo, e parlarne è doveroso. Esiste anche però da parte di chi fa il mestiere dell’informazione una sorta di spettacolarizzazione del male, degradato a fiction cui tutti assistiamo, senza eccezioni, puntata per puntata.

Parlar di cose belle o di bellezza, a meno che non sia La grande (della quale fregiarsi in nome di una superiorità dell’ingegno italico rispetto a tutto il resto del Mondo che può solo guardare e rosicare), sembra fuori luogo. Quasi sconveniente.

Ecco perché, in un contesto grigio di malessere, accolgo qualsiasi evento positivo come boccate di aria pura.

C’è una storia che si è conclusa da poco, durata settimane e settimane, della quale non posso rivelar tutti i dettagli ma giusto una trama generale.

Una famiglia in fuga dai Talebani è riuscita ad approdare qui. Ci è arrivata con tutti i mezzi e i canali ufficiali garantiti dal Ministero degli Esteri e da quello degli Interni. Ma se la macchina amministrativa si è attivata è solo grazie a un mio amico. Che non lavora per i ministeri, né per enti umanitari, né per altre istituzioni. È un commerciante. È venuto a conoscenza della situazione di questa famiglia tramite uno scrittore afgano e ha fatto l’unica cosa che poteva fare: rompere il cazzo.

E lo dico con accezione positiva. In certe situazioni, quando non hai poteri decisionali né esecutivi, l’unica cosa in tuo potere per far smuovere le acque e le terre è rompere. A qualsiasi livello.

Ha cominciato tampinando un assessore della città. Il quale aveva dichiarato di prendere a cuore la vicenda, salvo poi svanire come un partner di appuntamento che non vuole più vederti né sentirti. Allora ha parlato col Sindaco. Il Sindaco l’ha messo in contatto col Ministero. Nel Ministero ha iniziato a tempestare di email e chiamate degli esponenti politici locali che ci lavorano. Nel frattempo faceva da tramite con la famiglia afgana. Insomma, deve aver tanto rotto che alla fine la macchina burocratica si è messa in moto per aprire un canale legale per farli approdare.

Finito di rompere a Peppone (lo Stato), ha iniziato con Don Camillo (il maggior prete di città): la chiesa alla fine ha messo a disposizione un alloggio.

Una raccolta fondi aperta e chiusa in 24 ore ha poi permesso di farli arrivare qui.


Infatti il Ministero aveva garantito il canale legale. Ma sul farli arrivare qui, avere garanzie che avrebbero avuto un alloggio il cui proprietario garantiva fosse loro dimora, trovare un tirocinio in una rivista per il capofamiglia (è un giornalista), il Ministero ha detto, sintetizzo romanzando, «Vedetevela voi».


Questa è la storia molto in breve: in realtà fino all’ultimo ci sono stati imprevisti, contrattempi, problemi, sui quali non mi soffermo.

Il Don Camillo della situazione ora scalpita che vuol intestarsi l’iniziativa: in realtà sta cercando di farlo già da un mese, aveva pronti i comunicati stampa e sperava per la festa patronale di aver già qui la famiglia, forse da esibire come miracolo.
Io, sincero, lo lascerei fare. Soprattutto in certi contesti, le persone non si mettono a criticare quel che fa la Chiesa.

Al contrario, qualunque altra persona che volesse rendere partecipi della vicenda quante più persone possibili – ho dimenticato di dire che tutto ciò che è avvenuto, per motivi di sicurezza come da indicazioni della Farnesina, non ha visto pubblicità se non tra la cerchia di noi amici e i riferimenti istituzionali interpellati – prima o poi se li vedrebbe arrivare.

Succede. Problemi complessi finiscono per l’esser trattati in modo semplice o superficiale.

E quindi alla fine arrivano.

Chi?

Come chi. Quelli de «Ma come, aiutate degli sconosciuti afgani e per gli erinaceidi che qui soffrono non fate niente?».

Ho smesso, e non ne vado fiero del mio atteggiamento, di cercar qualsiasi dialogo complesso laddove, come dicevo sopra, la complessità non viene analizzata.

Io in genere rispondo solo con una domanda: «Ma tu, invece, cosa fai?».


Oh, non ho mai ricevuto una risposta soddisfacente.


 

Non è che i compagni di università di Napoleone fossero i colleghi del Corso

Nel precedente post parlavo della salute mentale degli adolescenti. In questi giorni invece mi trovavo a riflettere sugli universitari e la loro vita.

Il mio progetto 2aL – seconda laurea, prosegue. La scorsa settimana ho portato a casa un 30 e un 30 e lode, grazie ancora all’utilizzo della modalità a distanza. In virtù di ciò con i miei colleghi di corso non ho avuto molti contatti. Anzi, direi nessuno: li ho visti fisicamente soltanto una volta. Per me in realtà sono solo delle figure bidimensionali che vedo su uno schermo e di cui leggo nelle varie chat dei corsi.

Pur non avendo io una propensione nel far comunità insieme a loro, ho in qualche modo sviluppato qualcosa di affettivo nei loro confronti. La maggior mi sembra molto in gamba, lo vedo dall’interesse che hanno verso la Storia e verso la ricerca storica, dalle considerazioni e gli interventi che fanno alcuni, dalla volontà di far le cose per bene. E tutto ciò mi è di una qualche forma di conforto, di rassicurazione, nonostante le condizioni.

Vale lo stesso discorso che facevo per chi va a scuola: non riuscire a vivere questa esperienza nella modalità consueta da studente dev’essere per loro molto penalizzante e frustrante.


Poi, a dirla tutta, il semestre appena trascorso era in modalità mista: si poteva seguire in presenza, previa prenotazione. Peccato che le aule disponibili non avessero disponibilità di posti congrua rispetto alla richiesta, quindi riuscire a prenotare il posto era sempre una lotteria.


Non va per niente bene.

Per raccontare, la mia piscina ha chiuso da oggi le porte. I costi di gestione sono alti e i frequentanti attualmente pochi a causa di quarantene e paura di. Sperano di riaprire presto. Intanto, lo staff che ci lavora ha appreso della chiusura da un semplice foglio appeso in bacheca.

E io capisco le difficoltà economiche che si trova ad affrontare chi ha un’impresa, un’azienda, una società privata. Ma non posso capire che uno scopra che non lavorerà da un foglietto che legge quando si presenta al lavoro.

Eppure, non lo so. Cosa dire, cosa fare? Le esigenze dei lavoratori, le esigenze e gli obblighi della proprietà, le esigenze degli studenti, le esigenze e gli obblighi dell’università, le esigenze del cittadino, le esigenze e gli obblighi delle istituzioni. Come si gestiscono tutte insieme?

Come si vive tutti insieme e non si sopravvive?

Non è che il sovrano temuto dagli studenti sia il Re gistro

Ogni esponente di una generazione pensa che quelli della successiva vivano in condizioni migliori. Certo, se come i nonni si è vissuti la guerra, hai una carta bella pesante da giocarti. “Eh, la guerra” e tutti zitti.

Certo, viviamo nel più lungo periodo di pace che la storia ricordi. Certo, oggi non moriamo di tisi e non ci curiamo con i salassi e le sanguisughe. Certo, oggi posso aprire Youtube e guardare un tizio che spiega come diventare miliardario.


Così generoso da condividerlo con noi. Io invece mi ritirerei a vita privata lontano da tutto, forse è per questo che non sono miliardario: non me lo merito.


Il problema è che tutte queste cose sono esterne all’individuo. Di interiorità e salute mentale di una generazione non se ne parla quasi mai.

Io, ad esempio, non so se vorrei avere 20 anni di meno ed essere un adolescente di oggi. Due anni tra DAD, non DAD e Sugar DAD credo avrebbero compromesso il mio equilibrio mentale. E credo stiano mettendo a dura prova quello dei ragazzi di oggi.

Anche senza pandemia non credo che le cose sarebbero migliori. Chat di genitori e registro elettronico sono due cose che sono contento di non aver mai vissuto. In particolar modo il registro elettronico è ai miei occhi uno strumento del male. È assolutamente giusto che si possa essere informati e ci sia un controllo e sulle attività svolte e sul rendimento, eliminando (credo) assenze ingiustificate e cattivo studio, ma a mio avviso toglie anche responsabilità e senso dell’organizzazione allo studente. Ne ho presi di 4 a scuola e a casa non lo dicevo mai: non è un vanto, però mi adoperavo per recuperare (e lo facevo), in autonomia e senza pressione, riorganizzando il mio lavoro di studio.

Mi immagino invece nel mondo di oggi: in tempo reale il mio 4 che viene notificato tramite app a mia madre, che mi aspetta a casa per rimproverarmi, per poi riferire il tutto a mio padre quando ritorna a casa, che mi rimprovererà ed entrambi mi metteranno sotto sorveglianza affinché io studi per recuperare, dandomi loro una scadenza entro la quale farmi interrogare, trasformando lo studio in un momento performativo e nient’altro, con conseguenti aumenti di stress.

Qualcuno troverà che sia giusto così, non discuto. Credo che però controllo e sorveglianza costanti non preparino alla vita ma semplicemente a essere entità robotiche.

Non è serva un palcoscenico per far esibire il pass

Mangiar fuori è una delle poche attività rimaste disponibili in questo periodo storico. In verità si può far di tutto, attualmente, se forniti di Pass Super Saiyan 3° livello: ma, sinceramente, nonostante questo di star ad esempio chiusi in una sala di un cinema non è che si abbia molta voglia.

Già poi io son di gusti cinematografici particolari, del livello Pastore moldavo fissa un montone per 2 ore e l’animale ricambia lo sguardo anche se in realtà sta riflettendo sull’angoscia della vita e quindi è difficile che qualcosa nella usuale programmazione commerciale mi interessi. Oggi come oggi mi andrebbe però bene tutto pur di far qualcosa, ma torno all’obiezione di cui sopra sul ritrovarmi al chiuso con tante persone, gomito a gomito.


Oh in realtà magari il cinema è molto meglio di tanti altri posti avendo un ricambio d’aria continuo, cosa di cui non si può dir lo stesso per altri luoghi.


Lo stesso discorso vale per i concerti, io che fino a un paio di anni fa scandivo i giorni in base agli eventi musicali in programma. Che poi, anche qui: non è che l’offerta di questi giorni vada molto incontro i miei gusti; i musicisti che mi interessano e che suonavano in locali con 10 persone ora penso abbiano cambiato mestiere.
Fortuna che in estate qualcosa all’aperto è venuta fuori.

Veder gli amici anche si fa complicato. Li inviti a casa ma fai i conti di quanti cominciano a esser troppi. È vero che non è che ci siano restrizioni. Ma sei tu stesso a preoccuparti: 4 van bene, 6 siam forse troppi in base ai metri quadrati e i litri d’aria disponibili e la capacità di smaltimento dell’anidride carbonica emessa? E se sono 8 quelli che sarebbero interessati a star insieme, cosa fai, in base a che parametri li tieni fuori?

Fortuna poi – fortuna da intendersi in senso ironico – alcuni amici si autoescludono dagli inviti perché non se la sentono di star in gruppo al chiuso. E questo allora fa sentire te, quello che propone della socialità, uno che sta vivendo oltre il margine di rischio.


Mi fa anche abbastanza strano esser io quello che propone di essere sociale. Effetti collaterali delle vaccinazioni?


La tua vita nel quotidiano oscilla appunto tra la sensazione di violare delle regole – non più quelle stabilite dai DPCM ma quelle inconsce di buon senso e autoregolamentazione sanitaria – perché cerchi di incontrare delle persone e la paura in altri frangenti di sembrar una persona scostante quando arriva quello che ti vuol salutare e tu gli porgi un pugno chiuso, con aria rilassata e sorridente come a voler dire Guarda non sto insinuando che tu sia un untore o che non ti lavi le mani, è solo per non lasciar niente di intentato e adeguarci a questa sovrastruttura sociale per il tempo necessario fino a quando non sarà finita. Intanto l’altro, il cui braccio aveva ormai preso l’abbrivo, arriva a mano aperta verso la tua estremità e, non fermando il proprio moto inerziale, ti stringe forte il pugno richiudendo la propria mano sulla tua, come a voler dire Fottesega.

Quindi tornando alla mia affermazione di esordio, il danaro che risparmi da altre attività finisce che da mesi lo spendi in cibo. Con razionalità: preferisco non andare tre volte di seguito da Giggino l’untuoso ma spendere la stessa cifra una sola volta in un posto un po’ di qualità.

Il mio ragionamento si basa su un paio di considerazioni:

– Se devo cibarmi di ciò che posso far a casa mia e anche meglio – tipo aprire un barattolo e saltarne il contenuto con la pasta – lo faccio allora a casa mia;
– Se consideriamo il costo delle materie prime, che è sempre in aumento, e il dover mantenere uno staff non in condizioni di schiavismo, lavoro nero o prestazione coatta varia (una realtà diffusa su cui si chiudono troppo spesso gli occhi), a meno che un posto non abbia una fattoria annessa a conduzione familiare (che pur ha dei costi e non escludo casi di schiavitù anche in quei casi), dubito sia possibile avere una proposta di menù molto economica senza far parsimonia proprio sulle materie prime e le condizioni lavorative (e quindi a maggior ragione me ne sto a casa);
– Se poi magari c’è anche un minimo di cortesia del servizio – mi basta che non mi lancino i piatti sul tavolo (storia vera) – gradisco.

Ecco, detto tutto questo penso forse il 1° gennaio abbiamo esagerato. Non parlo dei prezzi del posto dove siamo stati io e M., ma proprio per quella ricerca del servizio cui accennavo sopra: in questo ristorante, il cameriere ogni volta che spezzavo il pane veniva a togliermi le briciole dal tavolo. Dopo le prime due volte ho iniziato a raccoglierle io e nasconderle sotto il tovagliolo perché mi sentivo in difficoltà, sia nel fargli fare questa cosa sia perché pensavo di essere un rozzo bifolco incapace di spezzare del pane senza far cadere briciole.


Poi magari quel cameriere in realtà è schiavizzato, si ciba di briciole che raccoglie dai tavoli perché è la sua unica fonte di cibo visto che lo tengono in cattività e denutrizione. Oppure ha un uccellino sul retro cui dà da mangiare, suo unico amico, che ne so.


Comunque non vorrei che davvero non ci resteran più manco le briciole.

Non è che puoi mettere in frigo tutto ciò che vorresti conservare

Sono stato a Milano, lo scorso weekend. Erano quasi due anni che non ci tornavo, da quando l’ho lasciata il 18 Febbraio 2020. Inconsapevole tempismo: da lì a pochi giorni si scatenò quel che tutti sappiamo e stiamo vivendo. È da più o meno allora che non rivedevo le mie ex colleghe di lavoro. È stato bello passare del tempo con loro, per una sera chiacchierare, ridere, come non fosse passato un solo giorno.

Una di esse, mentre le altre erano via, mi ha poi confidato, a una mia domanda sui suoi programmi nell’immediato futuro, una brutta notizia. Son rimasto lì inebetito ad ascoltarla. Tutto quel che mi riusciva dire era Ah. Ok. Non immaginavo. L’avrò ripetuto in loop un paio di volte.

Poi ha cambiato argomento. È una persona sempre molto orgogliosa, ferrea nella tutela della propria privacy, intollerante a qualsiasi forma di preoccupazione empatica o partecipazione che odori di commiserazione. Il che mi ha reso impossibile recuperare, in pochi secondi, il discorso, cosa che era evidente non volesse, comunque.

Il dolore altrui è sempre un tema complesso da accettare. Non il dolore in sé, ovvio, ma il prendere coscienza che spesso non ci si può fare molto per risolverlo. Né il prossimo si aspetta d’altronde che tu gli risolva i problemi: non sei Gesùcristo, né Batman né il/la tizio/a che nei film di azione arriva all’ultimo e fa fuori il cattivo dicendo una battuta figa chiusa con “…figlio di puttana”.

Ma io invece, delle volte, vorrei esser solo un frigorifero. Riuscire a conservare le persone, e ciò che hanno caro, intatte, al riparo dalle ingiurie del tempo.