Non è che i compagni di università di Napoleone fossero i colleghi del Corso

Nel precedente post parlavo della salute mentale degli adolescenti. In questi giorni invece mi trovavo a riflettere sugli universitari e la loro vita.

Il mio progetto 2aL – seconda laurea, prosegue. La scorsa settimana ho portato a casa un 30 e un 30 e lode, grazie ancora all’utilizzo della modalità a distanza. In virtù di ciò con i miei colleghi di corso non ho avuto molti contatti. Anzi, direi nessuno: li ho visti fisicamente soltanto una volta. Per me in realtà sono solo delle figure bidimensionali che vedo su uno schermo e di cui leggo nelle varie chat dei corsi.

Pur non avendo io una propensione nel far comunità insieme a loro, ho in qualche modo sviluppato qualcosa di affettivo nei loro confronti. La maggior mi sembra molto in gamba, lo vedo dall’interesse che hanno verso la Storia e verso la ricerca storica, dalle considerazioni e gli interventi che fanno alcuni, dalla volontà di far le cose per bene. E tutto ciò mi è di una qualche forma di conforto, di rassicurazione, nonostante le condizioni.

Vale lo stesso discorso che facevo per chi va a scuola: non riuscire a vivere questa esperienza nella modalità consueta da studente dev’essere per loro molto penalizzante e frustrante.


Poi, a dirla tutta, il semestre appena trascorso era in modalità mista: si poteva seguire in presenza, previa prenotazione. Peccato che le aule disponibili non avessero disponibilità di posti congrua rispetto alla richiesta, quindi riuscire a prenotare il posto era sempre una lotteria.


Non va per niente bene.

Per raccontare, la mia piscina ha chiuso da oggi le porte. I costi di gestione sono alti e i frequentanti attualmente pochi a causa di quarantene e paura di. Sperano di riaprire presto. Intanto, lo staff che ci lavora ha appreso della chiusura da un semplice foglio appeso in bacheca.

E io capisco le difficoltà economiche che si trova ad affrontare chi ha un’impresa, un’azienda, una società privata. Ma non posso capire che uno scopra che non lavorerà da un foglietto che legge quando si presenta al lavoro.

Eppure, non lo so. Cosa dire, cosa fare? Le esigenze dei lavoratori, le esigenze e gli obblighi della proprietà, le esigenze degli studenti, le esigenze e gli obblighi dell’università, le esigenze del cittadino, le esigenze e gli obblighi delle istituzioni. Come si gestiscono tutte insieme?

Come si vive tutti insieme e non si sopravvive?

Non è che il sovrano temuto dagli studenti sia il Re gistro

Ogni esponente di una generazione pensa che quelli della successiva vivano in condizioni migliori. Certo, se come i nonni si è vissuti la guerra, hai una carta bella pesante da giocarti. “Eh, la guerra” e tutti zitti.

Certo, viviamo nel più lungo periodo di pace che la storia ricordi. Certo, oggi non moriamo di tisi e non ci curiamo con i salassi e le sanguisughe. Certo, oggi posso aprire Youtube e guardare un tizio che spiega come diventare miliardario.


Così generoso da condividerlo con noi. Io invece mi ritirerei a vita privata lontano da tutto, forse è per questo che non sono miliardario: non me lo merito.


Il problema è che tutte queste cose sono esterne all’individuo. Di interiorità e salute mentale di una generazione non se ne parla quasi mai.

Io, ad esempio, non so se vorrei avere 20 anni di meno ed essere un adolescente di oggi. Due anni tra DAD, non DAD e Sugar DAD credo avrebbero compromesso il mio equilibrio mentale. E credo stiano mettendo a dura prova quello dei ragazzi di oggi.

Anche senza pandemia non credo che le cose sarebbero migliori. Chat di genitori e registro elettronico sono due cose che sono contento di non aver mai vissuto. In particolar modo il registro elettronico è ai miei occhi uno strumento del male. È assolutamente giusto che si possa essere informati e ci sia un controllo e sulle attività svolte e sul rendimento, eliminando (credo) assenze ingiustificate e cattivo studio, ma a mio avviso toglie anche responsabilità e senso dell’organizzazione allo studente. Ne ho presi di 4 a scuola e a casa non lo dicevo mai: non è un vanto, però mi adoperavo per recuperare (e lo facevo), in autonomia e senza pressione, riorganizzando il mio lavoro di studio.

Mi immagino invece nel mondo di oggi: in tempo reale il mio 4 che viene notificato tramite app a mia madre, che mi aspetta a casa per rimproverarmi, per poi riferire il tutto a mio padre quando ritorna a casa, che mi rimprovererà ed entrambi mi metteranno sotto sorveglianza affinché io studi per recuperare, dandomi loro una scadenza entro la quale farmi interrogare, trasformando lo studio in un momento performativo e nient’altro, con conseguenti aumenti di stress.

Qualcuno troverà che sia giusto così, non discuto. Credo che però controllo e sorveglianza costanti non preparino alla vita ma semplicemente a essere entità robotiche.

Non è serva un palcoscenico per far esibire il pass

Mangiar fuori è una delle poche attività rimaste disponibili in questo periodo storico. In verità si può far di tutto, attualmente, se forniti di Pass Super Saiyan 3° livello: ma, sinceramente, nonostante questo di star ad esempio chiusi in una sala di un cinema non è che si abbia molta voglia.

Già poi io son di gusti cinematografici particolari, del livello Pastore moldavo fissa un montone per 2 ore e l’animale ricambia lo sguardo anche se in realtà sta riflettendo sull’angoscia della vita e quindi è difficile che qualcosa nella usuale programmazione commerciale mi interessi. Oggi come oggi mi andrebbe però bene tutto pur di far qualcosa, ma torno all’obiezione di cui sopra sul ritrovarmi al chiuso con tante persone, gomito a gomito.


Oh in realtà magari il cinema è molto meglio di tanti altri posti avendo un ricambio d’aria continuo, cosa di cui non si può dir lo stesso per altri luoghi.


Lo stesso discorso vale per i concerti, io che fino a un paio di anni fa scandivo i giorni in base agli eventi musicali in programma. Che poi, anche qui: non è che l’offerta di questi giorni vada molto incontro i miei gusti; i musicisti che mi interessano e che suonavano in locali con 10 persone ora penso abbiano cambiato mestiere.
Fortuna che in estate qualcosa all’aperto è venuta fuori.

Veder gli amici anche si fa complicato. Li inviti a casa ma fai i conti di quanti cominciano a esser troppi. È vero che non è che ci siano restrizioni. Ma sei tu stesso a preoccuparti: 4 van bene, 6 siam forse troppi in base ai metri quadrati e i litri d’aria disponibili e la capacità di smaltimento dell’anidride carbonica emessa? E se sono 8 quelli che sarebbero interessati a star insieme, cosa fai, in base a che parametri li tieni fuori?

Fortuna poi – fortuna da intendersi in senso ironico – alcuni amici si autoescludono dagli inviti perché non se la sentono di star in gruppo al chiuso. E questo allora fa sentire te, quello che propone della socialità, uno che sta vivendo oltre il margine di rischio.


Mi fa anche abbastanza strano esser io quello che propone di essere sociale. Effetti collaterali delle vaccinazioni?


La tua vita nel quotidiano oscilla appunto tra la sensazione di violare delle regole – non più quelle stabilite dai DPCM ma quelle inconsce di buon senso e autoregolamentazione sanitaria – perché cerchi di incontrare delle persone e la paura in altri frangenti di sembrar una persona scostante quando arriva quello che ti vuol salutare e tu gli porgi un pugno chiuso, con aria rilassata e sorridente come a voler dire Guarda non sto insinuando che tu sia un untore o che non ti lavi le mani, è solo per non lasciar niente di intentato e adeguarci a questa sovrastruttura sociale per il tempo necessario fino a quando non sarà finita. Intanto l’altro, il cui braccio aveva ormai preso l’abbrivo, arriva a mano aperta verso la tua estremità e, non fermando il proprio moto inerziale, ti stringe forte il pugno richiudendo la propria mano sulla tua, come a voler dire Fottesega.

Quindi tornando alla mia affermazione di esordio, il danaro che risparmi da altre attività finisce che da mesi lo spendi in cibo. Con razionalità: preferisco non andare tre volte di seguito da Giggino l’untuoso ma spendere la stessa cifra una sola volta in un posto un po’ di qualità.

Il mio ragionamento si basa su un paio di considerazioni:

– Se devo cibarmi di ciò che posso far a casa mia e anche meglio – tipo aprire un barattolo e saltarne il contenuto con la pasta – lo faccio allora a casa mia;
– Se consideriamo il costo delle materie prime, che è sempre in aumento, e il dover mantenere uno staff non in condizioni di schiavismo, lavoro nero o prestazione coatta varia (una realtà diffusa su cui si chiudono troppo spesso gli occhi), a meno che un posto non abbia una fattoria annessa a conduzione familiare (che pur ha dei costi e non escludo casi di schiavitù anche in quei casi), dubito sia possibile avere una proposta di menù molto economica senza far parsimonia proprio sulle materie prime e le condizioni lavorative (e quindi a maggior ragione me ne sto a casa);
– Se poi magari c’è anche un minimo di cortesia del servizio – mi basta che non mi lancino i piatti sul tavolo (storia vera) – gradisco.

Ecco, detto tutto questo penso forse il 1° gennaio abbiamo esagerato. Non parlo dei prezzi del posto dove siamo stati io e M., ma proprio per quella ricerca del servizio cui accennavo sopra: in questo ristorante, il cameriere ogni volta che spezzavo il pane veniva a togliermi le briciole dal tavolo. Dopo le prime due volte ho iniziato a raccoglierle io e nasconderle sotto il tovagliolo perché mi sentivo in difficoltà, sia nel fargli fare questa cosa sia perché pensavo di essere un rozzo bifolco incapace di spezzare del pane senza far cadere briciole.


Poi magari quel cameriere in realtà è schiavizzato, si ciba di briciole che raccoglie dai tavoli perché è la sua unica fonte di cibo visto che lo tengono in cattività e denutrizione. Oppure ha un uccellino sul retro cui dà da mangiare, suo unico amico, che ne so.


Comunque non vorrei che davvero non ci resteran più manco le briciole.

Non è che puoi mettere in frigo tutto ciò che vorresti conservare

Sono stato a Milano, lo scorso weekend. Erano quasi due anni che non ci tornavo, da quando l’ho lasciata il 18 Febbraio 2020. Inconsapevole tempismo: da lì a pochi giorni si scatenò quel che tutti sappiamo e stiamo vivendo. È da più o meno allora che non rivedevo le mie ex colleghe di lavoro. È stato bello passare del tempo con loro, per una sera chiacchierare, ridere, come non fosse passato un solo giorno.

Una di esse, mentre le altre erano via, mi ha poi confidato, a una mia domanda sui suoi programmi nell’immediato futuro, una brutta notizia. Son rimasto lì inebetito ad ascoltarla. Tutto quel che mi riusciva dire era Ah. Ok. Non immaginavo. L’avrò ripetuto in loop un paio di volte.

Poi ha cambiato argomento. È una persona sempre molto orgogliosa, ferrea nella tutela della propria privacy, intollerante a qualsiasi forma di preoccupazione empatica o partecipazione che odori di commiserazione. Il che mi ha reso impossibile recuperare, in pochi secondi, il discorso, cosa che era evidente non volesse, comunque.

Il dolore altrui è sempre un tema complesso da accettare. Non il dolore in sé, ovvio, ma il prendere coscienza che spesso non ci si può fare molto per risolverlo. Né il prossimo si aspetta d’altronde che tu gli risolva i problemi: non sei Gesùcristo, né Batman né il/la tizio/a che nei film di azione arriva all’ultimo e fa fuori il cattivo dicendo una battuta figa chiusa con “…figlio di puttana”.

Ma io invece, delle volte, vorrei esser solo un frigorifero. Riuscire a conservare le persone, e ciò che hanno caro, intatte, al riparo dalle ingiurie del tempo.

Non è che per tirarti su chiami il carro attrezzi

C’è una villetta di fronte il mio balcone. È l’unica che resta nell’isolato, ormai composto solo di condomini di 3-4 piani (e qualcuno anche oltre). Non mi è chiaro se sia ancora abitata o meno. È sempre chiusa, ogni tanto vi ho visto aggirarsi all’esterno una coppia di anziani.

Aveva – devo parlarne al passato – un giardino rigoglioso di piante e alberi, ornamentali e da frutto.

La settimana scorsa piante e alberi sono stati tutti tagliati via.

Non ho capito se la villetta verrà ristrutturata o sia stata rilevata per abbatterla e farne un altro condominio, uguale a tutti gli altri.

I condomini di nuova costruzione sono fatti con lo stampino: bianchi e grigi, con i balconi con ringhiere di ferro curvi e con appartamenti piccoli.

Ho un po’ di problemi coi cambiamenti. Almeno di questo tipo, di dimensione estetica. Poi ci sono cambiamenti che trovo positivi e per i quali non tendo a rifugiarmi nel nostalgismo.

Tanto per dire, ci sono quelli che ricordano quando per prendere l’ascensore bisognava infilare 10 Lire nella cassettina (“Noi che mettevamo 10 Lire nell’ascensore…). Anche io me lo ricordo. Capisco che la 10 Lire sia in realtà un’ancora per agganciarsi ai ricordi d’infanzia o di un periodo passato, ma forse sarebbe il caso di usare un altro tipo di ancoraggio. Io sono più contento di prendere oggi un ascensore gratis e di vedere le cassettine di quelli vecchi ormai in disuso. Costringere la gente a portarsi dietro monetine fuori corso per prendere l’ascensore la trovavo una bestialità bella e buona e lo trovo tutt’ora, a ripensarci.

Viviamo in un’epoca in cui molte cose sono semplificate rispetto al passato. La variabile di complicazione del sistema resta molto spesso quella umana.

Per esempio: l’altro giorno ho contattato l’assistenza della mia assicurazione, perché dovevo far trainare l’auto fino a un gommista.

L’operatrice mi dice che non ho più diritto a un’assistenza stradale.
Vado in agenzia. Mi dice che è tutto in regola e mi invita a richiamare l’assistenza.
Un operatore mi dice la medesima cosa, ma che ora chiederà verifiche. È possibile che nel rinnovo qualcuno si sia dimenticato di aggiornare i dati.

Mi richiamano: è tutto a posto. Mi chiedono, per la segnalazione al carro attrezzi, dove si trovi la mia auto, come ci si arriva, riferimenti per identificare la strada, tipo di problema e destinazione precisa.

Mezz’ora dopo mi chiama il carro attrezzi. Mi chiede dove si trovi la mia auto, come ci si arriva, riferimenti per identificare la strada, tipo di problema e destinazione precisa.

Al che ho pensato:

a) l’operatrice ha finto di prendere nota dei dati ma in realtà chattava per svagarsi
b) l’operatrice ha trasmesso le informazioni ma il tipo del carro attrezzi non le ha affatto prese in considerazione
c) era in realtà un test per verificare se ci fossero contraddizioni nella mia storia.

A proposito di innovazioni e variabili umane, quando mi sono trasferito ho apprezzato come salto di qualità di vita avere un secondo bagno. Anche se siamo solo in due, può far comodo.

Poi in realtà ne utilizziamo sempre e solo uno perché facciamo tutto insieme (tranne l’opzione 2 dell’esigenza fisiologica, beninteso, che resta un momento privato, personale e solitario).

Il secondo bagno resta comunque una valida opzione per gli ospiti.

Solo che tutti gli amici che vengono a casa utilizzano sempre il bagno principale.

Il primo dubbio che mi sorge è perché, appena saliti su, magari venendo giusto da casa propria, abbiano bisogno del bagno. A me non capita mai con gli altri.

Il secondo è perché non utilizzino quello degli ospiti: forse non si fidano degli altri ospiti che potrebbero aver utilizzato il bagno e si fidano di più di me? Ma se tutti gli ospiti utilizzano il bagno principale c’è comunque un problema di contaminazione generale!

Sono dubbi che mi restano.

Non è che in Grecia si finisca tutti giù per Thera

Santorini è un’isola della Grecia, una di quelle molto note a livello turistico.


Quante cazzo di isolacce deve averci questa merda di una Grecia (citazione).


Circa 3500 anni fa non aveva la conformazione attuale (una mezzaluna): era di forma circolare, finché fu sventrata dall’eruzione del vulcano sommerso su cui poggia. Sembra che la violenza dell’eruzione dello tsunami che ne seguì sia all’origine del mito di Atlantide. Un libro che negli anni ’90 comprai da bambino in edicola per 5900 Lire – un tascabile Newton – si intitolava proprio La fine di Atlantide. L’autore, John Victor Luce – che mi ero immaginato avesse l’aspetto di Indiana Jones mentre invece era un distinto professore del Trinity College – ricollegava la storia di Atlantide all’evento catastrofico di Thera (Santorini), individuando nel declino della civiltà minoica a Creta, probabilmente proprio in seguito ai disastri causati dallo tsunami, l’altra componente del mito insieme all’inabissamento di un’isola: il crollo di una potente civiltà.

Non è un pensiero tanto peregrino che la mitologia antica si nutrisse di fondi di verità.

Anche il mito del Minotauro, del tributo di sangue dovuto da Atene, dell’impresa di Teseo, sembra attingesse dalla realtà storica di una sudditanza ateniese nei confronti di Creta e della sua successiva emancipazione.

È comprensibile il romanzare gli eventi così come, in un’epoca di circolazione delle informazioni molto dilatata e meno precisa e intensiva, affidare a spiegazioni fantasiose gli accadimenti passati.

Capisco meno che accada oggi, dove l’informazione è immediata e accessibile in qualunque momento. Eppure gli eventi vengono distorti e stravolti, fino a creare delle mitologie istantanee ed estemporanee.

Un battito di penna in California crea un uragano di polemiche nel resto del Mondo. Siamo ben oltre la mitologia e le eccentriche spiegazioni di Erodoto e di Plinio il Vecchio. Siamo alla completa distorsione della realtà.

Voglio essere comprensivo e accettare il fatto che alla base di tutto ciò possa esserci la paura. Mi immagino una mamma preoccupata per il destino del proprio figlio, minacciato da ogni dove da scambi di vestiti all’asilo per insegnare il gender (cit. di un esponente politico), dai vaccini che contengono piombo e feti (…no comment) e dall’abolizione delle favole perché non inclusive (lassamo perde…). L’ansia le farà credere di tutto.

In fondo è quel che succede a chiunque. La paura ci fa costruire scenari improbabili e assurdi, che ci sembrano verosimili perché, per quanto spaventosi, offrono delle spiegazioni a quel che ci è ignoto.

Mi ritengo un individuo privo di paure, ma in realtà non è così.

Paura della perdita, paura dell’abbandono, paura dell’inganno, mi espongono a una produzione mentale di miti e leggende sulle persone che mi circondano così arzigogolati e complessi che l’epica greca mi fa un baffo.

Delle volte mi sento così sciocco a credere alle fantasie che mi costruisco da chiedermi che problema io abbia per essere così bacato.

Poi ripenso ai tizi che credono ai microchip nel cervello e ai feti nei vaccini e mi sento meglio.

Non è che ti serva una scarpa per la tua impronta ecologica

Ho comprato degli spazzolini di bamboo. Voglio cercare di dare un contributo alla diminuzione della mia impronta ecologica.

Poi magari per produrre un singolo spazzolino – proprio quello che ho in mano io – hanno versato nell’atmosfera la CO2 per produrre un SUV, chi lo sa.

Il discorso riguarda il sentirsi in grado di poter fare la propria parte partendo dalle piccole cose, quelle che oggi qualsiasi sito o giornale consigliano: e non lasciate il caricabatterie nella presa, e spegnete il pallino rosso del televisore (molti apparecchi, oggi, non hanno più i pallini rossi), fate pipì mentre fate la doccia.


L’ultimo punto realmente viene consigliato, per salvare un tiro di sciacquone.
Anche fare la doccia in due fa salvare acqua.
Fare la doccia in due e pisciare in due insieme attiva un sensore a forma di smile sulla mappa mondiale che ha Greta Thunberg in cameretta.


La questione del proprio contributo personale viene messa a dura prova ovviamente da tutto un insieme di cose che vanno in direzione contraria.

Per dire, ricordo che in un supermercato di una grande catena molto diffusa a Milano ho visto in vendita fettine di mela tagliate, in una bella confezione di plastica.

Ora, io comprendo che a Milano sono tutti di fretta, lavorano sempre – e via di altri luoghi comuni – ma che il milanese ora non abbia neanche il tempo di tagliarsi una mela o mangiarla a morsi mi sembra un po’ eccessivo.


Poi magari la mela a fettine la vendono anche a Crotone, per carità, sta di fatto che, per ora, l’ho vista solo a Milano.


Quindi ciò mi porta a pormi la domanda se realmente fare la propria parte serva a qualcosa.

Anche se tutta la città in cui vivo si servisse di spazzolini di bamboo, riuscirebbe a compensare quel che fa la grande fabbrica che abbiamo in questa stessa città?

La risposta probabilmente è Ni.

Ma in realtà la domanda non è proprio da porsi.

Se spegniamo il pallino rosso o se pisciamo nella doccia alla fine è per avere un’illusione di controllo. È come quando si dice di no una sera alla frittura perché ci illudiamo di poterci allungare la vita. Poi magari nel nostro DNA c’è scritto che a 60 anni il diabete ci farà secchi, a prescindere dalle fritture cui rinunciamo.

Ovviamente non sto dicendo che l’attenzione agli alimenti, a una vita sana, sia una cosa inutile: chiariamo che non è assolutamente in discussione questo. Dico solo che noi abbiamo necessità di vivere con l’illusione di avere controllo, a prescindere che serva o meno a qualcosa.

Poi ci sono quelli cui non importa niente di niente. Ma più che persone che vivono libere dall’idea del controllo, credo sia solo gente che vive facendo del disimpegno e dello sbattersene per il pene una ragione di vita. Chi mi viene a dire Tanto è tutto inutile che compriamo spazzolini di bamboo se poi la Cina inquina per me sta semplicemente cercando una scusa per non fare un cazzo, perché è molto più semplice e immediato.

C’è un vero motivo per cui fare una riflessione sugli spazzoli di bamboo: in bocca mi danno la stessa sensazione dell’abbassalingua del medico, una delle cose più brutte che io abbia provato in vita mia da bambino.

Il medico che mi ficca quella stecchetta legnosa in gola che mi causa conati di vomito è uno degli incubi che ancora mi perseguita.

Al che io vorrei dire: ce la metto tutta per avere una coscienza ecologica, ma è possibile che si debba lottare contro la Cina, i SUV, le fettine di mela tagliate nel supermercato e financo pure con la sensazione di legnetto in gola?

Allora ditelo, eh.

Non è che ti serva la metallurgia per creare una lega

La notizia che nel calcio i grandi Club sono interessati al denaro e si muovono dove possono raccogliere più denaro – per continuare a mantenere in vita un circo attrattivo per nuovi mercati – mi ha sconvolto: non ero così sorpreso da quella volta che dissero che il Presidente turco è una brutta persona. Veramente, ci si sorprende sempre. Che fantastica storia la vita.

Non voglio comunque parlare di superleghe di calcio – l’unica super-lega di cui mi può importar qualcosa è l’adamantio – seppur mi faccia ridere questa cosa de Mi porto via il pallone e mi farò un calcio mio.


Con black jack e squillo di lusso, avrebbe detto Bender.


Non so cosa voglia dire essere in una lega di gente speciale. Da piccolo ero sempre nel novero dei pipponi quando si facevano le squadre. Ecco, noialtri avremmo potuto creare una Supersega: il torneo di quelli che sono una pippa.

La verità è che a me non fregava una beneamata mazza di competere per essere bravo nell’ora di educazione fisica a fare punti a pallavolo. Conoscendomi – e credo ci conoscermi – se ci avessi tenuto avrei passato ore a casa a sbattere il pallone contro il muro per esercitarmi.

Sarei rimasto una pippa, ma sarei stato una pippa allenata: questo forse mi avrebbe reso meno pippa agli occhi degli altri o comunque avrebbe generato apprezzamento l’impegno.

Essere parte di un club elitario è faticoso: da una parte è richiesto di mantenere uno standard adeguato. Dall’altra, ciò ti renderà inviso a quelli fuori dal club.

Non so come, ma ad esempio alle scuole medie ero parte del gruppo elitario della classe. Non potevo dirmi tra i più fighi, ma diciamo avevo uno standard minimo. Per tornare al discorso calcistico: non riuscivo a lottare per lo scudetto ma avevo i punti minimi per l’ultimo piazzamento nelle zone alte.

Così ero il meno figo nel club dei fighi e il primo odiato – per vicinanza – di tutti gli altri, gli esclusi.

E questa è la mia storia con le leghe e i club elitari.

C’è un altro club di cui faccio parte mio malgrado e che mi garantisce una posizione in qualche modo da privilegiato, quantomeno in termini di seccature in meno.

Ci riflettevo qualche tempo fa, leggendo questo post.

Sono un M.E.B.. No, non un Mario Eleno Boschi, ma un Maschio Etero Bianco.

Chiunque non sia MEB si ritrova con qualche vantaggio in meno e qualche svantaggio in più. Lo noto tutti i giorni nel mondo che mi circonda, anche nelle cose che sembrano più piccole che accadono agli altri.

Non è essere parte di un club il problema, anzi. Ma chi prova a sollevare la questione sugli svantaggi di chi non ne fa parte, viene tacciato di essere nemico del club; è un ottimo strumento dialettico per mandare il discorso in caciara ed evitare di porre invece il problema fondamentale: far sì che anche gli altri club possano giocare nello stesso campionato, con regole e diritti uguali.

Le Superleghe rompono proprio il cazzo.

Non è che il pugile al mare si difenda dai pugni di sabbia

Che fantastica storia è la vita, disse Sandro Pertini quando mise il piede sulla Luna.

È proprio vero, infatti. Non cessa mai di stupirmi. Ogni giorno scopro qualcosa di nuovo che mi entusiasma.

Magari passerò per ingenuo e ignorante parlando di cose risapute e già note al resto del Mondo, ma io mi pongo sempre con l’atteggiamento dell’umile cercatore di verità, sapendo di non sapere, come direbbe Ciampolillo.

Così capita che sono di recente venuto a conoscenza di una tizia che mischia la sabbia ai matrimoni.

Proprio così. Lei, abbigliata un po’ come una sacerdotessa sciamanica, durante le nozze celebra il rituale della sabbia.

Un hobby? Macché. Questo è il suo lavoro ed è pagata per versare in un recipiente, da due ampolle, delle sabbie di diverso colore che rappresentano l’unione, la mescolanza nel rapporto, l’indipendenza nel tutto, la qualità, la convenienza, la cortesia e l’ampio parcheggio.

Può sembrare un rituale inusitato per noi, e in effetti sembra che appartenesse ai Nativi Americani. Fortuna che prima di sterminarli ci siamo appropriati delle loro cose che ci sembravano simpatiche, altrimenti oggi non avremmo questo rito e magari invece di dire Fare le nozze coi fichi secchi diremmo Fare le nozze senza la sabbia.

Può sembrare che nelle mie parole ci sia un qualche intento derisorio, ma chiarisco che non ne ho affatto l’intenzione. Ho profonda ammirazione, infatti, per chi riesce a essere credibile e autorevole in ciò che fa, riuscendo anche a farsi retribuire per questo.

Ed è da qui che, per la mia indole felina che mi rende credibile e autorevole e investito della venerazione come divinità da parte degli Egizi, che vorrei lanciare il mio progetto imprenditoriale per i matrimoni.

Il rito della pummarola.


trad. pomodoro.


Cosa c’è di più simbolico della passione che vive nel matrimonio del rosso vivo di una bella pummarola, che si trasforma in un sugo da far pippiare in pentola?


trad. quando il sugo, che cuoce da ore a fuoco lento, ribolle allegro e borbottante.


La pummarola che diventa sugo è la metafora della passione che si rende liquida e investe ogni aspetto della vita della coppia, abbracciando la braciola, la polpetta, lo spezzatino, la…salsiccia.

Alle vostre nozze celebrerò quindi l’unione con una pentola pippiante in cui vi emenderete e risorgerete a nuova vita, perché davanti a un ragù fumante nessuno può resistere e nessuno riesce a non insozzarsi.

Per il tuo matrimonio, scegli il rito della pummarola: lasci il passato, abbracci la passata.


So che a qualcuno pippiare fa pensare a pipppero e quindi glielo piazzo qui

Non è che devi varcare una frontiera per entrare in uno stato di degrado

Mi concedo un’ora di evasione dal lavoro. Salgo in bici, cambio il solito tragitto e mi dirigo verso una pseudo campagna che scopro decorata di rifiuti ai due lati.

Ché io mi chiedo perché mai uno si prenda la briga di uscire di casa, caricarsi un sacchetto di immondizia in auto e portarselo dietro per abbandonarlo da qualche parte. Già solo la scocciatura di una cosa simile mi farebbe desistere. Sono forse troppo pigro anche per essere inquinatore?

Pedalando nel degrado mi incupisco sempre più. Mi tornano alla mente conversazioni, atteggiamenti tossici.

“Mò ti do una testata in bocca”.

Delle volte questo modo di scherzare non mi fa ridere.


Dando il beneficio che una persona stia scherzando. È una gran fortuna che io non mi faccia mai prendere dal dubbio che non sia uno scherzo. Non so come potrei reagire e non voglio neanche scoprirlo.


Poi però mi dicono che se non rido e me la prendo sono collerico. Si fa presto a dire collerico, gettato lì senza una contestualizzazione filosofica.


Parlo di filosofia non a caso: collera viene dal greco antico e voleva dire bile, giacché lo stato d’animo incollerito, secondo i saggi Greci, lo si faceva risalire a uno squilibrio di umori e un eccesso proprio di bile.


Scriveva Aristotele:

Gli irascibili si adirano rapidamente e con chi non si deve e per motivi per cui non si deve, e più di quanto si deve, ma la loro ira rapidamente anche cessa: e questo è il lato più bello del loro carattere. Questo, poi, accade loro perché non trattengono l’ira, ma per la loro vivacità reagiscono in modo che sia chiaro, e poi la loro ira cessa. I collerici, poi, sono eccessivamente vivaci e si adirano contro tutto ed in ogni
occasione: di qui il loro nome. I rancorosi sono difficili da riconciliare e restano adirati per molto tempo, giacché trattengono l’impulso. Ma la quiete in loro ritorna quando abbiano reso la pariglia: la vendetta, infatti, fa cessare l’ira, producendo in loro un piacere al posto del dolore precedente. Se questo, invece, non avviene, sentono il peso del loro risentimento, perché, non essendo esso manifesto, nessuno cerca di
persuaderli a calmarsi, e d’altra parte digerire l’ira in se stessi richiede tempo. Tali uomini sono molto molesti a se stessi e agli amici più stretti. Chiamiamo poi “difficili” quelli che si inquietano per motivi per cui non si deve, di più e per più tempo di quanto si deve, e non cambiano sentimento senza aver vendicato o punito l’offesa ricevuta […]


Tratto da L’Etica Nicomachea.


Visto come è complicato? Certo non so se ad Aristotele abbiano mai minacciato testate in bocca. Avrebbe magari potuto farla più semplice, a quel punto.

Arrivo a uno slargo e intravedo un palazzo storico. In una zona periferica scopro un edificio credo cinquecentesco. Una piazza riqualificata mi riporta a un’idea di civiltà che pensavo aver abbandonato in mezzo al degrado (meno male non è così: non son certo la civiltà sia biodegradabile).

Torno indietro. Una nonna che è andata a prendere la nipote a scuola. Un tizio seduto a un lato della ciclabile, di fronte la bici parcheggiata, che si tiene la testa tra le mani. Chissà che gli è successo.

Vedo corrieri in giro. Tanti. Gialli e rossi, rossi e bianchi, bianchi e gialli, neri e gialli.

I corrieri sono aristotelici. Come un sillogismo, collegano un punto e un altro verso una conclusione.

I postini invece sono poco sillogistici. Quello della mia zona invece di citofonare per lasciare le raccomandate, mette nella buca delle lettere direttamente un avviso di giacenza. Mi sembra il periodo storico migliore per mandare le persone ad affollare gli uffici postali.

Chissà se sarebbe accettabile dare al postino una testata in bocca o risulterei troppo collerico E sono certo di non stare scherzando.

Non è che sei un estorsore se al negozio di intimo chiedi il pizzo

Oggi stavo facendo una riflessione su quanto a volte impegno, sforzi e costi non ricevano una proporzionale attenzione o il giusto riconoscimento.

La constatazione mi è venuta pensando a un capo voluttuoso e provocante come la lingerie, che noi gentiluomini non esterofili definiamo lingerina.

Nell’intimità di un’alcòva, la lingerina è suadente preambolo dell’amplesso amoroso. Ma, essendo l’incontro appunto votato al coito, la lingerina, indossata a volte con sfoggio di abilità contorsionistiche per infilare, far combaciare, legare, e pizzi e nastri e lacci e reti, dopo la sua apparizione finisce in presto in secondo piano. A volte anche al secondo piano, se la si lancia con troppa foga verso la finestra aperta.

Con un amico ricordo una conversazione sul cinema d’autore; il film ricercato, in quanto fotografia in movimento, quindi arte, non può essere relegato a una visione fugace e distratta che alla fine ti fa esclamare Bello! Divertente!. Il cinema d’autore è una cosa che concentra la tua attenzione, ti resta dentro, come quando davanti a un quadro opera d’arte non ci si limita a passargli davanti esclamando Bella pittura! ma ci si sofferma, si analizza, si scruta per carpirne i segreti.

Anche la lingerina meriterebbe un’attenzione artistica, seppur mi rendo conto che quando ce la si ritrova di fonte non è che si può star lì come se si stesse ammirando un film di Tarkovskij o un quadro di Pollock; me lo immagino un gaudente amante che invece di passare a fare altro resta concentrato a cercar di cogliere la profondità del tulle o il gioco di luci delle trasparenze.

Il destino della lingerina è dunque quello di ricever un riconoscimento limitato, per poi farsi da parte e svelar altro di bello su cui non mi soffermo perché si è capito cos’è. D’altronde, in questo effimero ci rivedo l’opera di impacchettamento di Christo, capace di donare un nuovo valore estetico alle cose che avvolge, trasformandole però per un tempo limitato.

Alla lingerina artistica!

Non è che ti sbagli ad Accra perché l’apparenza in Ghana

Il mio meccanico è un tipo particolare.

Potrei descriverlo così: una parola è troppo, due mi stai dando veramente fastidio.

Mi inquieta.

Ti guarda sempre come se pensasse Adesso ti meno.

Oh in realtà è una brava persona, solo che è grande come un grizzly e ingrugnito come un ippopotamo.

Una volta gli portai l’auto per una regolazione veloce. Finito, gli chiesi quanto gli dovessi. Lui si avvicinò torvo alzando il braccio verso di me: oddio ora mi piglia a schiaffi.

Niente, mi stava porgendo il gomito – la mano era cosparsa d’olio e non voleva sporcarmi – affinché glielo stringessi, come a dire Stiamo a posto così.

È solo una questione di apparenze.

Purtroppo nella società sono importanti.

Lo sono in vita e anche in post vita.

Leggevo una cosa curiosa riguardo il laboratorio che si occupava (presumo ne sia incaricato ancora oggi) della manutenzione della salma di Lenin. Alla caduta dell’Unione Sovietica negli anni Novanta l’istituto perse i finanziamenti pubblici. Stava rischiando la bancarotta, se non che poi avvenne qualcosa:

Nella seconda metà degli anni Novanta, quando le mafie moscovite e i banditi della città cominciarono ad accumulare ingenti patrimoni, le cose cambiarono repentinamente. Non furono i denari del mafiosi a dare speranza ai nostri medici, bensì le faide mortali che si scatenarono tra loro. Ogni settimana aveva luogo una resa dei conto e si sentiva dire che un’altra delle “autorità” della mafia locale era stata crivellata di proiettili. E, allora, al manager della squadra di medici venne un’idea salvatrice: perché non andare da uno di questi banditi e offrire i propri servigi? […] I banditi russi, noti per la loro crudeltà e i metodi barbari con cui sono soliti operare, hanno però un animo e una sensibilità particolari […] sono toccati profondamente da parole sacre come “madre” o “memoria dei compagni di banda”.
[…] i banditi continuavano a venire da loro, con un ordine molto semplice: “Fa’ che il nostro capo sembri vivo, proprio come Ilič”. In pochi anni il Paese si riempì di Ilič, il modello Lenin si moltiplicò all’infinito.
da Vasile Ernu – Gli ultimi eretici dell’Impero

Ecco, se esiste la possibilità di un ingentilimento delle apparenze anche per un mafioso russo bisognerebbe prevederne uno anche in vita per tutti quanti noi – il mio meccanico, io, noi tutti – che a volte veniamo travisati nelle nostre intenzioni perché non ci siamo presentiamo al prossimo seguendo un canone di apparenza prestabilito nei modi e/o nei costumi.