Non è che il geologo chiami un ortopedico per studiare una frattura

Una delle cose belle che ti insegna l’Islanda è la relatività del tempo.

Te ne accorgi mentre viaggi per chilometri e chilometri in mezzo al nulla. Ogni tanto qualche fattoria isolata, qualche cavallo capellone, qualche caprone che alza la testa e ti guarda con l’espressione di chi pensa tu abbia proprio un’aria da fesso.

fb3c1a27-0539-44cb-abf3-a9ed1efd266b

Acconciature discutibili (foto non mia)

Sembra tutto immobile da millenni. Eppure lì si muovono tutti gli elementi. Acqua, aria, fuoco, terra.

Gli abitanti si aspettano un paio di eruzioni in tempi brevi. Ne parlano come se stessero aspettando uno scroscio di pioggia.

C’è una spaccatura che si allarga di 2 centimetri all’anno e che sta a significare che l’America vuol allontanarsi dall’Europa. O forse è il contrario. O forse è un complotto degli scieanziatei che nottetempo vanno a scavare per perpetuare il grande complotto quando poi ormai lo sanno tutti che la Terra era piatta e poi si è fatta una mastoplastica additiva.

40390829_10217260282764003_2912053543982596096_n

Una frattura. Ahia chissà che male!

Che poi per viaggiare in mezzo al niente e vivere l’isolamento non c’è bisogno di andar tanto lontano.

Puoi avere la stessa sensazione spostandoti in Basilicata. Una volta Google Maps, che cerca sempre di far sì che tu non ti possa mai annoiare, ha tentato di farmi smarrire in qualche punto imprecisato del Potentino.

Essendo forse programmato per cercare sempre il percorso più breve, oppure sentendosi solo un gran burlone, invece di dirigermi verso una statale mi ha fatto scalare una montagna dove l’unico segno di civiltà era un distributore di benzina abbandonato da 20 anni almeno. La strada sembrava fosse stata vittima di un bombardamento (oltre che e di fenomeni bradisismici).

Ho pensato che se in quel momento l’auto mi avesse abbandonato sarei rimasto lì. Forse mi sarei rifugiato in una grotta e mi sarei dato al brigantaggio per sopravvivere.

Ed è proprio in questi momenti che capisci quanto sia relativo e poco significativo il tempo: perché non ti importa di arrivare prima, sarebbe meglio arrivarci sano e salvo.

Annunci

Non è che in Austria per le camicie usino l’asse da Stiria

Il 15 marzo qui in Ungheria è festa nazionale per la Rivoluzione del 1848.


Il 15 marzo 1848 con la lettura di un proclama pubblico di 12 punti cominciò la rivoluzione che portò alla guerra di indipendenza dell’Ungheria contro l’Impero Asburgico, guerra che si concluse con la capitolazione – in un bagno di sangue – degli ungheresi, che dovranno attendere il 1867 (anno dell’Ausgleich, il compromesso) per vedere riconosciuta autonomia: in quell’anno, infatti, nacque l’Impero Austro-Ungarico, la Duplice Monarchia.


Già da oggi ho cominciato ad avvistare persone in giro con coccarde tricolore (è tradizione infatti apporne una sul petto per questa occasione) e bandierine, mentre suonatori ambulanti fuori la stazione Nyugati intonano canti patriottici.


O magari erano invece romanze neomelodiche che parlavano di tradimenti e amori impossibili e le coccarde mi han fuorviato.


Dato che le celebrazioni mi mettono sempre a disagio, me ne andrò via tre giorni. La società ha infatti deciso di far ponte il 14.


Che poi non è vero, rientrerò il 15 mattina in tempo per vedere qualunque cosa facciano gli ungheresi in questa giornata.


Se lo avessi saputo con largo anticipo mi sarei organizzato. Una prima idea sarebbe stata cercare un volo per tornare in patria, anche se comunque ho già in programma di rientrare a Pasqua.

La seconda idea sarebbe stata prendere un volo low cost per il Nord Europa. È stato sorprendente sapere quanti voli diretti ci siano da qui alla Scandinavia. Avrei potuto approfittare di quei fantastici biglietti a 30-40 euro per la Svezia.


La storia che i biglietti aerei conviene comprarli 8 settimane prima sembra essere purtroppo vera¹.


¹ Anche se, se tutti si convincono di questo modello matematico e iniziano ad acquistare biglietti 8 settimane prima, non c’è il rischio che il boom di click online intorno quel periodo faccia lievitare i prezzi?


Sento un bisogno di estremo Nord.

“Vieni, vieni, il Nord ti aspetta”

Non potendo soddisfare questo nordismo e vedere bionde pure prima che si estinguano,


Il biondismo sembra infatti destinato a scomparire.


Anche se in realtà poco mi interessa: sono per il nero scuro. Temo purtroppo però che i miei geni non siano total black: ogni tanto nella barba mi spunta un pelo chiaro o rossiccio.


ho deciso di prendere un treno per l’Austria, direzione Graz (preg!), capolouogo della Stiria, regione verde.


Ma esistono regioni non verdi in Austria?


Oltre a quello specifico di Nord, sento un generale bisogno di viaggiare spesso.
Non compro dischi e vivo di YouTube e Spotify, risparmio su altri intrattenimenti, ma a un viaggio, se posso e le mie possibilità manducatorie mensili me lo permettono, non riesco a rinunciare.

Ho il bisogno di vedere e di conoscere, anche perché non so se un giorno dovrò smettere o limitarmi.

Conosco anche molte persone sparse in giro, il che può essere rassicurante perché è piacevole pensare che se rimani a piedi con l’auto in un punto puoi ricordarti di qualcuno che potrebbe dare una mano lì nei dintorni.


Ammesso che si ricordi di me: sono così schivo nei rapporti umani che non li approfondisco, non li coltivo. A volte mi faccio proprio schivo da solo. Non è che non mi piacciano le persone: al contrario, più ne incontro e più trovo rassicurante sapere che ci sia vita nel mondo. Eppure di queste vite non riesco a spingermi a farne parte in misura più ampia. A volte penso sia inabilità sociale, a volte credo che quella della inabilità sia solo una giustificazione di comodo.

Quanti Fatti sentire ho ricevuto.
Oppure quanti Potevi avvisarmi che eri lì.


¹ Ma l’uso della giustificazione di comodo non è esso stesso una prova di una inabilità sociale?


Dopo tanti viaggi in treno, ancora mi affascina che dall’esterno sembri un proiettile ma quando ci sei dentro invece il paesaggio sembri scorrere più lento. Che è un po’ il contrario che accade quando si è pensierosi: la tua mente vaga a pensare mille cose in poco tempo, chi ti guarda invece pensa che tu ti sia pietrificato.

Provai a raccontare a lei, una volta, di questi miei momenti di raccoglimento. Della malinconia che mi prendeva quando dovevo specchiarmi nel finestrino perché non c’era nessuno a potermi dire che mi ero rasato male.


Uno dei motivi per cui alla fine ho lasciato crescere la barba è stata la mia presa di coscienza di essere incapace a farmi un pizzetto dritto o regolare.


Ma non mi espressi bene. Urtai la sua sensibilità. Non poteva viaggiare e lo prese come un tentativo di colpevolizzarla per il fatto di lasciarmi da solo.

Io come mio solito reagii alterandomi, perché la diplomazia per me è solo una sorella di un genitore con un titolo di studio.

Tanta voglia di vedere il resto del mondo da non riuscire poi a scorgere oltre il mio naso chi mi è più vicino.

Un giorno vorrei andare nello Spazio e, come il Doctor Who, tenderti la mano dicendo Vieni con me.

Andiamo a fare una passeggiata sul lungoMarte.

La zecca della scuola non teme il DDT ma il DDL

Nella primavera del 1994 la mia scuola elementare venne invasa dalle zecche. Dato che non c’erano immigrati extracomunitari contro cui puntare il dito, sotto accusa per aver portato alla sgradevole presenza finirono:

– il circo che aveva occupato uno spiazzale* a ovest dell’area dell’edificio scolastico;
– il mercato rionale che si tiene ogni giovedì, in un parcheggio a est della suddetta area;
– il terreno incolto sul retro dell’edificio, caratterizzato da un’alta vegetazione infestante;


DIDASCALIA PERPLESSA
In che modo un mercato rionale possa far da veicolo alle zecche mi sfugge: primo perché si tiene una volta alla settimana per mezza giornata, un tempo a mio avviso non sufficiente per una migrazione di parassiti. Secondo, perché è un mercato di frutta, verdura e vestiario e non una fiera di bestiame. Terzo, perché se fosse stato così le massaie della città sarebbero state le prime a essere vittima dei fastidiosi acari.
Il circo sarebbe più indiziabile, per la presenza di animali. Ma prima di dare la colpa agli estranei forse sarebbe stato il caso di considerare di mantenere puliti i dintorni della scuola e disboscare la giungla di gramigna che la attorniava: cosa che, guarda il caso, fu fatta dopo la disinfestazione. Con buona pace dei circhi che negli anni hanno continuato a far tappa nella nostra città e occupare il medesimo spiazzale*.

NOTA LINGUISTICA
Nello scrivere sono stato colto dal dubbio se ‘spiazzale’ fosse un termine diffuso in italiano o meno. Mi sono reso conto che si tratta di un meridionalismo, derivato dal più noto ‘piazzale’ che a sua volta, com’è ovvio, deriva da piazza. Ero quindi tentato di correggere, ma considerato che questo è un post dall’argomento local, l’utilizzo del meridionalismo lo considero una nota di colore.


– infine i cani di Italia, la custode della scuola, due pastori tedeschi cui la padrona era solito dar ricovero di notte nel sottoscala.

Italia – il cui nome era realmente questo, probabilmente i genitori erano particolarmente patriottici, oppure la nonna doveva essere nata quando fu proclamata l’unità d’Italia* – era una donna sulla 60ina, dai capelli tagliati come Bowie negli anni ’70, con un ciuffo bianco centrale e un contorno grigio che virava sul nero verso la nuca, il volto arcigno e severo come Toro Seduto e due sopracciglia nere folte che sembravano due bruchi pelosi che si incontravano.


* BREVE DIGRESSIONE SULLA ‘SUPPONTA’
Supponta in napoletano vuol dire puntello, appoggio, rinforzo. Potrebbe derivare da un latino volgare sub + punctam, ma non mi addentrerei in queste ipotesi. Il termine oltre al significato letterale ne ha anche uno figurato: per supponta si intende l’usanza di mettere a un bambino il nome del nonno o della nonna. In questo caso, quindi, si dà un “rinforzo” al/alla nonno/a assicurando la sopravvivenza del suo nome.


La custode negava che i proprio animali fossero infestati, difendendone la cura e la pulizia. Con un’uscita poco felice una volta disse che era più probabile potesse essere qualche bambino a portare le zecche a scuola e infettare i suoi cani. Una frase che oggigiorno finirebbe su facebook nel giro di qualche ora e poi al tg1, prima di tornare su facebook pubblicata su “Ah ma non è Lercio”.

La scuola venne chiusa e noi studenti costretti a frequentare, nel turno pomeridiano, un altro plesso: quello di Fratelli Bandiera.

Fratelli Bandiera era una zona considerata di serie C: erano quelli di là del cavalcavia, quasi considerati non concittadini perché residenti a ridosso del Comune vicino.

Non so come si accese la situazione, credo qualche bambino dei nostri avesse fatto a botte con uno degli altri, fatto sta che si aprì un velato conflitto tra gli autoctoni e noi studenti sfollati. I genitori degli studenti di FB non vedevano di buon occhio la nostra presenza. Qualcuno addirittura mise in giro la voce che potessimo portare le zecche nella loro scuola.
Non ne sono sicuro, ma magari qualcuno potrebbe aver detto che invece di darci ospitalità avrebbero dovuto aiutarci nella scuola nostra.

Ricordo una vivace riunione di emergenza genitori-insegnanti per discutere della questione.

Com’è come non è, le settimane passarono e a FB restammo sino alla fine dell’anno scolastico. Di zecche non sentimmo più parlare sino a settembre, quando in autunno ritornarono a visitarci.

Nonostante pareva avessimo risolto le nostre divergenze con quelli di Fratelli Bandiera, il plesso scelto per ospitarci questa volta fu un altro. Pare che al di là cavalcavia la frontiera fosse stata chiusa.

Prima di passare al turno pomeridiano, la mia classe per un paio di settimane fu parcheggiata nella zona mensa della scuola che ci ospitava. Facevamo lezione su panche e tavoli e, visto che era una zona open space, eravamo sempre accompagnati dal via vai dei bambini delle altre classi che andavano al bagno e che ci fissavano con curiosità mista a quell’irriverenza infantile che ti fa tanto voglia di umiliare il pargolo per vendetta come Giovanni Storti in “Tre uomini e una gamba”.

In quel periodo i miei contatti con gli autoctoni non furono molti, a parte:
– una conversazione nei bagni con uno che si riteneva un esperto di calcio e che sosteneva che Ariel Ortega, di cui all’epoca si diceva stesse facendo meraviglie al River Plate, l’anno successivo sarebbe stato acquistato dal Napoli;


DIDASCALIA SPORTIVA
Ariel Ortega, detto El Burrito (l’asinello) – sapete che in Argentina c’è la moda di dare soprannomi ai calciatori, ad esempio io probabilmente sarei stato El Gatito – è un ex calciatore che resta uno dei grandi misteri del calcio anni ’90: bidone o genio incompreso? Etichettato come nuovo Maradona, al suo sbarco in Europa (mai al Napoli, per la cronaca), ha collezionato prestazioni intermittenti che lo hanno messo in luce per essere più fumoso che incisivo.


– uno scherzo che mi fecero tre compagni che fecero circolare la voce che mi interessasse una della classe che dava sulla nostra sala open-space: fecero arrivare alla suddetta una mia presunta dichiarazione d’amore nei suoi confronti. Due emissarie della tizia vennero poi a comunicarmi il suo rifiuto, al quale io risposi con una frase poco elegante. Il dubbio che mi tormenta da 10 anni a questa parte, cioè da quando un mio amico si è fidanzato con una ragazza, è che proprio questa ragazza possa essere la bambina di quella volta: perché se è pur vero che crescendo si cambia è anche vero che la somiglianza resta.

Il secondo dubbio che mi è venuto in mente è che il bambino presunto esperto sportivo che incontrai in quinta elementare fosse quel ragazzo che al liceo era noto per essere un noto sbruffone contaballe, oltre che convinto di essere dotato di grandi doti pedatorie: così noioso e arrogante che nessuno voleva invitarlo mai a giocare a calcetto.

E tutto questo per colpa delle zecche, che, voglio togliermi il sassolino dalla scarpa, furono portate nella scuola dai cani della custode dopo aver scorrazzato nei terreni erbosi.

La morale della favola è che prima di puntare il dito all’esterno, bisognerebbe guardare l’Italia.

Tax driver

Cliente: “Non si va in giro senza assicurazione…”
Ragazzo: “Eh lo so lo so, ma si pigliano 1800 euro l’anno, io come li faccio a pagare…” replica a testa bassa con tono sconsolato
“O’ guaglione tiene ragione, ma come si fa a pagare tutti questi soldi?” interviene un secondo cliente, polemico
Cliente: “Allora scusate, è giusto non pagare? Guardate che se paga 1800 euro è proprio perché c’è gente che l’assicurazione non se la fa”
Secondo cliente: “Ma scusate è giusto che un ragazzo debba pagare tutti questi soldi?  Io lo capisco se poi non se la fa l’assicurazione”
Cliente: “Bisogna cambiare le leggi e siamo d’accordo, ma la soluzione quale è allora? Che è giusto non pagare? Io pago 500 euro di assicurazione per la mia macchina proprio perché pago pure per gli altri”
Secondo cliente: “Ma qua in Italia come vogliamo uscire dalla crisi con tutte ste tasse, mentre a Roma i politici pensano solo a mangiare i soldi, giusto ieri ho letto su internet hanno fatto una legge che se prendono una multa pagano l’80% in meno…”

E il discorso è andato avanti così per un quarto d’ora sempre col medesimo schema.
Amo il salone del mio barbiere. Offre sempre spunti di riflessione interessanti.

Il giovane assistente del Figaro era molto preoccupato. Un automobilista lo aveva investito mentre lui era sul motorino: nulla di rotto ma il mezzo aveva riportato dei danni. Si erano messi d’accordo che il ragazzo avrebbe fatto riparare il motorino dal meccanico e poi avrebbe presentato il conto al pirata. Era la soluzione più comoda soprattutto per l’investito, considerando che è privo di assicurazione. Se non che l’investitore o avrà subodorato la cosa o si sarà consultato con qualcuno, fatto sta che trascorsa qualche ora gli ha telefonato affermando di aver cambiato idea e che preferisce fare la lettera. Dramma. Perché se è vero che l’automobilista deve comunque pagare, il ragazzo ora teme guai nel caso si scoprisse che va in giro senza assicurazione.

Nel salone allora si è aperto il dibattito che ho riportato sopra.

È la solita vecchia storia. Le tasse sono troppo alte. Pagare tutti, pagare meno. E via dicendo.

È un dato di fatto che si paghi troppo. A Napoli si pagano le polizze assicurative più care d’Italia, probabilmente d’Europa. Eppure il numero di incidenti è inferiore a quello di altre grandi città, secondo l’Istat (da pag. 17 del documento).

Fonte: Facile.it, marzo 2013

Fonte: Facile.it, marzo 2013

È una discriminazione geografica a tutti gli effetti e le compagnie di assicurazione ci marciano sopra in modo fraudolento.
Va detto che è anche vero che il tasso di veicoli non assicurati in giro qui sia altissimo. Non ho recuperato statistiche, chi dice il 40% dei veicoli, chi il 30%.
È un cane che si morde la coda. Non pago perché costa troppo, costa troppo perché non pago.

Al di là del caso specifico, io noto comunemente che in nome di un fine che consideriamo giusto si ritiene giustificabile una furbizia.

Un esempio è saltare la lista d’attesa per un esame medico: in Italia siamo costretti ad attendere tempi biblici, per rimediare si chiede allora un favore a un medico amico o compiacente. Crediamo di non far nulla di male, in realtà così facendo ingolfiamo ancor di più la già fiacca macchina sanitaria.

La furbata, la cultura del favore, la conoscenza diretta che ci aiuti: sono tante le vie per mettere in atto escamotage che giustifichiamo col fatto che in questo Paese non funzioni nulla.

Allora concludo con una domanda: le cose funzionano male, la furbizia, anzi furbata, le migliora?

ps. Ovviamente mentre i due dibattevano come se fossero a Ballarò c’ero io sotto le forbici del guaglione, il quale ascoltava in silenzio infervorandosi sempre più a giudicare dalla foga che avvertivo mentre mi tosava. Ho temuto mi tagliasse via anche le orecchie, rovinando il mio bel profilo da gattone.

Mettiamo fieno in cascina

 
E anche oggi è andata, abbiam fatto un altro esame, portiamo a casa un bel 28 in storia contemporanea. Come al solito sono stato l’ultimo ad essere chiamato, e invece, poi, di capitare col professore che era tranquillo e ti teneva 10 minuti – un quarto d’ora al massimo, sono finito con l’assistente, che faceva durare un esame una quarantina di minuti. Ma dato che ero l’ultimo e volevan sbaraccare, mi ha sbrigato subito, son stato fortunato.
 
Certo è stata dura, mi ha fatto una serie di domande, tutte sullo stesso tema, che col programma c’entravano, ma erano tutte proprio specifiche, e un paio credo manco ci fossero sui libri. Mi ha chiesto:
 
 
– I partiti comunisti dell’Europa centro-orientale (esclusa quindi la Russia) come erano organizzati, in che modo svolgevano la loro attività
 
– Quali regimi autoritari, sempre nell’Europa centro-orientale, si opposero a tali partiti
 
– Sempre in questa benedetta Europa centro-orientale, come, tali partiti, arrivarono al potere
 
– Cos’è il Cominform, e a quali Paesi appartenevano le segreterie dei partiti comunisti che vi partecipavano
 
– In che occasione ci fu in Italia la scissione tra socialisti e comunisti
 
Al che io ho risposto al congresso di Livorno, la sapevo di mio, non perchè l’avessi trovato sul libro, mi ha chiesto in che anno: io ho buttato a caso, 1912. Lui mi fa “No! In quell’anno ci fu il congresso di Reggio Emilia del partito socialista. Cosa successe in quel congresso? L’ala massimalista chi cacciò dalle fila del partito?”………mboh (non ho detto mboh, ovviamente, nella mia testa si è formata magicamente questa parola)…
 
– La Jugoslavia di Tito
 
– Boulanger, chi era (unica domanda che non c’entrava col resto, tra l’altro me l’ha fatta mentre già mi metteva il voto)
 
 
 
Meno male che m’ha messo 28, comunque, potevo vedermela brutta…certo che se sapevo dirgli chi era sto tizio (Ivano Bonomi..lo conoscevo anche, ma sta cosa dell’espulsione non la sapevo) che fu espulso, potevo avere qualcosa in più, ma tant’è, oramai è andata.