Non è che serva un piromane per fare partenze brucianti

Una volta García Lorca scrisse: “Gli amori bruciano ma le frizioni ancor di più”.

Io mi ci rivedo molto in questa frase.

Ieri mattina, dopo due settimane di dis-onorato servizio, la macchina aziendale ha un buco nella gomma ha bruciato la frizione. Tenderei a escludere mie responsabilità, visto che qui giù ci inviano macchine sottratte all’eutanasia.

Ammetto sì di essere un tipo molto free alla guida, ma ho guidato anni e anni la mia auto personale su salite impervie, anche in retromarcia, senza bruciare nulla a parte i semafori.


Non fatelo a casa anche perché non so in che casa abitiate per avere dei semafori all’interno. Comunque è risaputo che il Giallo voglia dire “Accelera prima che scatti il rosso”.


La frizione aveva un vago odore di grigliata di costolette. Mi chiedo io che costolette abbia mangiato.

Dove scopro di aver sempre chiamato la frizione nel modo sbagliato e che in realtà è la frEzione.

Dato che ero in missione per conto di dio, che ho nominato spesso lungo la strada, ho proseguito con mezzi alternativi tra cui il baratto di prestazioni sessuali in cambio di un passaggio.

I centri commerciali sembrano posti orribili.

Le persone che lo frequentano sono nervose e stressate. Lo stolto si chiede (e io me lo sono chiesto): se devono stressarsi e innervosirsi in questa maniera, perché vi si recano? La risposta è che forse il non andarci li renderebbe ancor più stressati e nervosi. I centri commerciali sono il fusibile del sistema sociale. Proteggono dal sovraccarico di stress e nervosismo che il non andare al centro commerciale causerebbe alle persone.

Il centro commerciale esiste affinché il centro commerciale esista.

Dato che la popolazione mondiale aumenta a causa degli extraterrestri che sbarcano sul nostro Pianeta, c’è sempre bisogno di costruire nuovi e più grandi centri commerciali.

Hanno detto:

“L’unico modo per liberarsi di una tentazione è andare al centro commerciale” (Oscar Wilde)

La vita è troppo breve per non andare al centro commerciale” (Andy Warhol)

“+++ Si vede la patonza +++” (Libero online)

C’è un’umanità disparata e disperata all’interno dei negozi. Bambini, ragazzini, adulti, donne, uomini, uomini col borsello (alcuni in finto bue altri di vero budello) che adocchiano presunte – in quanto il loro stesso borsello li fa presumere che le donne siano interessate al loro borsello – ammiratrici dei loro borselli, famiglie con cani, donne con cani freudiani.

Il cane freudiano, molto banalmente, è il cosiddetto succedaneo fallico. La donna col cane esibisce con fierezza il proprio pseudo-pene laddove la donna col gatto non può.

La donna col gatto in realtà non ha bisogno di un pene. All’occorrenza infatti se lo procura.

La donna col gatto ha bisogno della figura dietro al pene e per questo prende un gatto. Affettuoso e coccolante ma anche scoglionato e indolente e distributore di peli ad libitum. Col vantaggio inoltre di non sgocciolare.


A meno di non avere un gatto come il mio che ha inventato la pisciata acrobatica ponendosi di volta in volta in equilibrio con le zampe sul bordo della lettiera. Ho posto una tavoletta di plastica contro il muro e delle volte disegna dei ghirigori ipnotici. Sto pensando di sostituirla con delle tele e venderle come “Piscio d’artista”.


Queste considerazioni peniene nascono da un pensiero che prendeva forma nella mia mente e rimbalzava tra l’osso frontale e quello occipitale del mio cranio.

“Ma io, qui, cosa cazzo ci faccio?”.

Essendo tipo molto free sono giunto a una conclusione produttiva: devo prendermi un cane come sostituto del mio di pene, da inviare poi in giro a lavorare al posto mio. A cazzo di cane.

Ho visto dei film impegnati. Al Monte di Pietà.

Ho visto questa sera Jurassic World. Tralascio una recensione, perché ce sono ormai a bizzeffe su internet e perché, inoltre, non sono mai molto bravo a parlare di cinema.  Anche se profondo impegno nel vederne di impegnati (non mi riferisco a JW, ovviamente), probabilmente di film non ne capisco nemmeno molto. Ma non lo do a vedere.


DIDASCALIA CON SPUNTI DI RETORICA
Il segreto è infilare durante la conversazione riguardante un film qualche commento generico e astratto e, come tale, adattabile a qualunque contesto. È importante parlare con aria seria e velatamente autorevole, in modo da impressionare l’interlocutore.
Esempi di commenti di questo tipo possono essere gli apprezzamenti sulla ‘fotografia’, che van sempre bene. Si può lodare un ‘piano sequenza’, dando l’idea di essere fini cultori della tecnica registica. Al negativo, si può dire che il film ‘è lento’, oppure ‘che delude le aspettative’ o, ancora, che ‘nella seconda parte perde ritmo’.
Uno dei commenti di cui vado fiero è stato ‘onanismo cinematografico’, riferito a un noto regista italiano contemporaneo. Una definizione molto rischiosa, considerando che il suddetto regista è divenuto nell’opinione pubblica intoccabile come il Profeta per i musulmani o la parmigiana della mamma per un figlio.


Durante il fim, dato che il tema portante è l’ingegneria genetica, non ho potuto fare a meno di pensare a quello scienziato che voleva creare “un pollosauro”: tecnicamente secondo la teoria si tratta di attivare dei geni atavici durante lo sviluppo embrionale del pollo per far sviluppare quelle caratteristiche (denti, coda, ecc) che con l’evoluzione sono state perse.

Il principio potrebbe valere per qualsiasi altra specie: durante lo sviluppo dell’embrione umano, ad esempio, spunta un accenno di coda, retaggio antico della nostra fase animale, che poi sparisce nelle settimane successive.

Ho pensato come sarebbe riattivare qualche gene e creare esseri umani con la coda.

Secondo me una coda faciliterebbe la comunicazione, come noi gatti ben sappiamo:

Quando non serve la si potrebbe portare arrotolata in vita, come i Saiyan:

Questa cosa di arrotolare la coda mi fa venire in mente una vecchia barzelletta zozza sugli alieni, che credo risalga almeno agli anni ’60, visto che la lessi da ragazzino su una mini enciclopedia di astronomia risalente a quell’epoca.
Allora, c’è un alieno che arriva sulla Terra in esplorazione. Atterra nei pressi di un distributore di benzina deserto e prova a stabilire un contatto con una pompa scambiandola per un terrestre. Dato che non riceve alcuna reazione, se ne torna deluso sul proprio pianeta. Rimproverato dal suo capo dopo aver fatto rapporto, accusato di essere un buono a nulla e incapace di stabilire un contatto, replica così: “Mandaci tua sorella da loro: non comunicheranno ma hanno un coso così lungo che se lo attorcigliano in vita e se lo appendono all’orecchio”.

È così brutta che provo pena per le sorelle degli alieni, vittime del sessismo terrestre.


DIDASCALIA CHIARIFICATRICE
Ci si potrebbe chiedere quale enciclopedia riporti barzellette zozze sugli alieni: ma posso dire che era la cosa più seria che lessi in quei volumetti. Altre pagine raccontavano di presunti episodi di abduction* o del pianeta scomparso dal nostro sistema solare, i cui resti sarebbero gli asteroidi in orbita tra Marte e Giove, residui di un pianeta esploso dopo una guerra nucleare che ne ha sterminato gli abitanti (ma alcuni sopravvissuti avrebbero raggiunto la Terra e contribuito all’evoluzione umana!).

* il rapimento da parte di alieni


La coda però potrebbe anche creare disagi: penso a quanti distratti se la chiuderebbero nelle porte automatiche. Oppure penso ai malintenzionati che potrebbero utilizzarla, dopo aver legato all’estremità una mazza ferrata, come arma di offesa come degli anchilosauri!

Visti i rischi, la morale del film è che quindi non si scherza con l’ingegneria genetica. Perché poi accade sempre un gran casino e deve arrivare un eroe con le spalle doppie che cammina a gambe larghe e ha sempre le mani sui fianchi perché forse i pantaloni gli cascano.

E l’eroe si prenderà la tizia figa, che è figa non perché esprime figosità (perché, volendo, un po’ di figosità la si rimedia facilmente) ma perché sa sempre cosa fare e perché è in grado di correre, saltare e guidare anche col tacco 12.

8 indizi per identificare un insoddisfatto cronico da uno che va be’ dai è più normale anche se a volte rompe le palle

L’espressione serena e rilassata di un tipico esemplare di persona soddisfatta

Come cantava il vecchio Frankie hi-nrg, sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi: gli insoddisfatti cronici, il dito nel sedere molle del pianeta che a sua volta ha un dito nel sedere degli insoddisfatti. Non si spiegherebbe altrimenti quel loro perenne atteggiamento di fastidio misto a una sensazione di stitichezza viscerale.

La piccola guida che segue contiene gli elementi per identificare e distinguere gli insoddisfatti cronici da quelli che semplicemente si son svegliati una mattina per caso con la luna storta, magari perché han mangiato pesante la sera prima. Attenzione: se vi riconoscete in anche solo uno degli elementi di questa lista, cominciate a porvi delle domande (come ho fatto io che mentre scrivevo ho cominciato ad avere dei dubbi su me stesso).

Nota bene: il post è ironico e scherzoso e prende di mira chi tendenzialmente si comporta da scassapalle senza ragione: non intende prendere in giro chi invece soffre di un malessere serio.

    1. L’insoddisfatto cronico è come quel soprammobile che vi hanno regalato e che non potete gettar via perché era una bomboniera di vostra zia Clodovea che ci tiene tanto, poverina, anche se la vedete solo a Natale e a Pasqua (ma solo negli anni bisestili): dovunque lo mettete, sta male. Si sente fuori posto, non si trova a proprio agio, sta scomodo, non sta bene.

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      L’incomparabile e sempiterna bellezza di questo perfettamente inutile geco multicolor da me comprato in quel di Barcelona, che non può esser collocato in alcun posto a meno di non vivere in una casa disegnata da Gaudí, cosa che crea in me somma insoddisfazione

    2. L’insoddisfatto cronico 2.0 sfrutta internet come megafono del proprio malcontento. Scrive su facebook per lamentarsi della pioggia quando piove, del sole quando c’è il sole, delle nuvole quando il tempo è così così e non si capisce se voglia piovere o schiarire. Coloro che sono in grado di scrivere testi più lunghi di un sms aprono un blog, dove far scorrere fiumi di parole lagnose come i Jalisse e confrontarsi con altri insoddisfatti che giungeranno a commentare offrendo la propria empatica partecipazione.
    3. L’insoddisfatto cronico è stato morso da un Enrico Ghezzi radioattivo che era stato esposto a raggi Sgarbi durante un esperimento per clonare un Joe Bastianich potenziato: insomma, critica, si sente in dovere di farlo e in diritto di dirlo a tutti. Il risotto non è ben cotto, l’insalata è salata, gli amplificatori son poco sonori, la trama è grama (non mi venivano altre rime): nulla è di suo gradimento perché tutto è imperfetto, sbagliato, non incline ai suoi gusti eccelsi e sopraffini.
    4. L’insoddisfatto cronico ha il dono della preveggenza. Dovunque lo si sta conducendo, sa già che non si divertirà, che non mangerà bene, che non si troverà a proprio agio e via dicendo.
    5. L’insoddisfatto cronico entra in crisi quando si trova a dover ammettere con sé stesso (e anche con gli altri) che le sue previsioni erano sbagliate. È statisticamente impossibile che nulla possa accontentarlo: prima o poi si divertirà, prima o poi farà qualcosa che gli sarà piaciuto. I più bravi hanno un diploma all’Actors Studio per l’aver imparato a dissimulare il proprio entusiasmo e non darla vinta al prossimo.
    6. L’insoddisfatto cronico ha la sindrome da risveglio del lunedì mattina applicata a tutti i giorni della settimana, sabato e domeniche comprese. Alcuni membri della comunità scientifica contestano la classificazione di sindrome del lunedì, chiedendo che venga invece coniata una nuova definizione a parte, cioè “sindrome del risveglio e basta”. Finora sono rimasti inascoltati e quindi insoddisfatti.
    7. L’insoddisfatto cronico, contrariamente a quel che si può pensare, è un animale sociale. Predilige la compagnia delle persone, prospera nei luoghi frequentati, spesso ha un partner (anche se non a lungo perché tende a eliminarlo per sfinimento). In assenza di compagnia non avrebbe come e dove sversare il proprio flusso di lagnanze.
    8. L’insoddisfatto cronico è un fine stratega militare: degno interprete dell’arte della guerra di Sun Tzu, finge di autosabotarsi mentre in realtà prepara un’astuta trappola per liberare il proprio potere lagnoso. Ad esempio, quando bisogna decidere come trascorrere una serata lui non dice la sua o non si sforza di far valere le proprie ragioni: salvo, poi, lamentarsi di essere stato costretto a fare una cosa che non voleva.

 E voi conoscete un insoddisfatto cronico? Come lo identificate o come lo tenete a bada?