Non è che Verdone si vestisse in fretta e Furio

Avevo raccontato de IL FISSATO che frequenta la piscina. Coi figli si comporta come Furio:

– Marco hai preso lo shampoo?
– Matteo hai preso la chiavetta?
– Marco ti sei insaponato?
– Matteo, hai finito?
– Marco, è possibile che ti stai ancora lavando?*


* Notare che la doccia ha una durata prestabilita, circa 2 minuti di getto, quindi non è che Marco si trattenga a lavarsi, utilizza semplicemente i 2 minuti che ha a disposizione (che sono anche pochi)!


Marco e Matteo non proferiscono mai verbo e mi danno l’idea di sbattersene.

L’altra sera nello spogliatoio un tale, vedendo “Furio” già vestito da capo a piedi, fa:

– Il papà fa sempre per primo

e lui

– I ragazzi devono imparare a muoversi.

I ragazzi devono imparare a muoversi.

Va detto che i bambini/ragazzini, in generale, hanno la tendenza a intalliarsi (perder tempo), come diciamo a Napoli. Ed è pur vero che a casa sua ognuno li educa come gli pare.

Questa cosa del Bisogna imparare a muoversi mi dà però da pensare. Perché bisogna imparare a muoversi? Quand’è che è iniziata la tirannia del tempo? Quand’è che è diventato obbligatorio gestirlo con furia e superficialità, considerando un grave peccato l’essersi posati un attimo?

A volte osservo le persone e mi chiedo cosa mai abbiano da dover andare così di fretta.

Poi guardo me e mi accorgo di essere spesso anche io schiavo del dovermi muovere, del dover fare presto a volte senza ragione alcuna.

Mettiamo che io sia in coda nel traffico e si avanzi lentamente. Non appena si apre uno spiraglio, com’è malcostume di molti, mi infilo per sopravanzare giusto quel paio di auto per tornare poi a restare fermo. Cos’è che mi spinge a questo sorpasso che non mi farà guadagnare nulla, in termini pratici? È giusto la frustrazione dovuta allo stare fermo sentendomi impotente mentre il tempo scorre?

Ho dovuto imparare a mangiare più lentamente perché mi faceva male. Quando mi chiedevano perché mai facessi sparire il cibo così veloce come un prestigiatore non sapevo mai bene cosa rispondere. In effetti, non c’era motivo di andar di fretta.

Ho la mania dell’anticipo e anche quando cerco di tardare riesco ad arrivare sempre puntuale nell’anticiparmi.

Viviamo nel terrore di doverci fermare e non capisco se sia più per lo stigma sociale nel mostrarci pigri o per l’ansia di ritrovarci a disagio nello stare con le mani in mano senza sapere cosa fare.

Poi però andiamo alla ricerca di posti “dove il tempo si è fermato”. Secondo me è una bella cazzata. Il tempo scorre, sempre e comunque. Siamo noi che ci fermiamo o che rallentiamo il nostro tempo, ma anche quando viviamo un momento di relax forse non siamo capaci di ammetterlo.

Mettiamo che poi ci piaccia e non vogliamo più correre?

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casa abbandonata dove mi sono fermato per vedere se il tempo si fosse fermato

Non è che per Sherlock Holmes la scuola fosse elementare

«L’insegnante è un vero eroe!» firmato, Paperino&Paperoga. Così si chiudeva una vecchia storia su Topolino in cui i due cugini venivano inviati, quali cronisti del Papersera, a fare un servizio sull’attività da insegnante calandosi per un giorno in queste vesti. Dopo essere stati calciati (letteralmente) via da Università, Licei, scuole medie, una scuola elementare li accoglieva e i risultati erano, com’è prevedibile, disastrosi e massacranti per i due.

L’insegnante è un vero eroe. L’ho sempre pensato. Ora che però sto toccando con mano la realtà, occupandomi, come raccontavo in un altro post, di far delle lezioni tematiche in giro per scuole, ne ho compreso il senso appieno.

Dopo l’esperienza traumatica in un ITC devo dire che bambini e ragazzini di elementari e medie che ho successivamente incontrato sono stati molto bravi ed educati, interessati e curiosi. Sarà stato perché la figura mia di estraneo incuteva un po’ di timore reverenziale il che li teneva buoni.

Ciò nonostante, dopo 5 ore se ne esce provati e io mi chiedevo: come fanno le insegnanti tutti i giorni?


La spiegazione «tanto fanno tre mesi di vacanza all’anno» non è contemplabile, ma se non siete convinti provate a dirla a un docente e poi, se vi restano integre le dita, scrivetemi.


Quando questa esperienza finirà la inserirò nella lista delle “Cose divertenti che non farò mai più”.

Alcune cose che ho imparato:

– La lavagna interattiva è fantastica, finché funziona. E se funziona, a non funzionare bene è il pc a essa collegato;
– Se il pc funzionava bene è stato poi sicuramente rubato;
– Quando un insegnante vede avvicinarsi un genitore teme sempre che questi abbia qualche rimostranza sul perché suo figlio è stato richiamato o ha preso un brutto voto. E l’insegnante non l’ammetterà mai, ma vorrebbe replicare «Perché suo figlio è un imbecille, caga il cazzo e non studia»;
– I ragazzini di oggi sono fortunati. Ora in classe fanno il “progetto merenda” e insieme studiano un menù settimanale bilanciato per l’intervallo. Ai miei tempi nessuno se ne fregava che facevi merenda con le merendine riciclate del discount, asciutte come il Sahara e dalla densità di un stella di neutroni, che ti si piantavano nell’esofago e là restavano per le ore successive;
– Ogni classe di età ha il suo puzzo tipico tal che in un paio di giorni riesci anche a distinguerli e puoi trovare le classi a fiuto;
– Fuori le scuole ci sono volontari della Protezione Civile o vigili o chi altri che all’ingresso e all’uscita regolano afflussi/deflussi e fermano il traffico. Sempre ai famosi miei tempi, ci si gettava nelle strade come mandrie di bufali d’acqua che entrano nei fiumi, tra automobilisti che smadonnavano e altri che sudavano freddo perché arrotare un bambino non è una cosa carina per la propria fedina penale.

Non è che il postino prenda tutto alla lettera

Mentre ero seduto ad attendere il treno, la signora di fianco a me si è avvicinata con una lettera in mano dicendomi:

– Mi scusi, mi può aiutare che non capisco tutto?…Non so leggere bene italiano e lei visto che è uomo può aiutarmi…

La signora avrà chiaramente imparato l’italiano ascoltandolo ma non leggendolo; un po’ il problema contrario che abbiamo noi italiani con l’inglese, che lo studiamo sui libri ma non lo parliamo.

L’ho aiutata volentieri. Dopo ho però riflettuto sulle sue parole.

Che vuol dire “visto che è uomo”? Perché sottolineare che io lo fossi? Pensa che io non sappia di esserlo? La signora mi stava forse facendo del mansplaining?


Cioè quando si spiega a un uomo che è un uomo.


In quanto uomo, poi, avrei avuto l’obbligo di aiutarla? Cos’è questa imposizione?

Al contrario, proprio perché uomo sono in possesso di ottime capacità logico-spaziali ma carente in abilità comunicative e linguistiche. Ed è un fatto risaputo. La signora mi stava prendendo in giro? Voleva forse umiliarmi insinuando il mio essere inferiore in quanto uomo?

O forse voleva sovvertire l’ordine delle cose mettendomi a interpretare testi? Stava facendo del gender facile? A quando un uomo che chiede informazioni stradali?

O forse, infine, la signora stava cercando di estorcere il mio aiuto tramite la via dell’adulazione della mascolinità? Non sa che io prima che un uomo sono una persona e dovrebbe trattarmi come tale e non far leva su attribuzioni di virilità?

Adesso so che tutti rideranno o prenderanno la cosa con leggerezza o si arrabbieranno perché con tutto quel che succede nel campo delle discriminazioni sessuali questo racconto suona ridicolo se non irrispettoso.

Ebbene, io chiamo tutte le persone ferite nell’orgoglio come me a uno scatto del summenzionato: quante volte vi hanno fatto aprire barattoli di sottaceti solo perché siete maschi? A me neanche piacciono i sottaceti!


Solo che non ho mai confessato questa idiosincrasia e per questo per me sono dei…sottaciuti.


Quante volte vi hanno detto “comportati da uomo” o, da ragazzini, “adesso sei un ometto”? Non è ora di smetterla con queste imposizioni di ruoli?

È il momento di Basta!

Come vedono gli uomini chi fa aprire loro controvoglia vasetti di sottaceti

Non è che serva un piromane per fare partenze brucianti

Una volta García Lorca scrisse: “Gli amori bruciano ma le frizioni ancor di più”.

Io mi ci rivedo molto in questa frase.

Ieri mattina, dopo due settimane di dis-onorato servizio, la macchina aziendale ha un buco nella gomma ha bruciato la frizione. Tenderei a escludere mie responsabilità, visto che qui giù ci inviano macchine sottratte all’eutanasia.

Ammetto sì di essere un tipo molto free alla guida, ma ho guidato anni e anni la mia auto personale su salite impervie, anche in retromarcia, senza bruciare nulla a parte i semafori.


Non fatelo a casa anche perché non so in che casa abitiate per avere dei semafori all’interno. Comunque è risaputo che il Giallo voglia dire “Accelera prima che scatti il rosso”.


La frizione aveva un vago odore di grigliata di costolette. Mi chiedo io che costolette abbia mangiato.

Dove scopro di aver sempre chiamato la frizione nel modo sbagliato e che in realtà è la frEzione.

Dato che ero in missione per conto di dio, che ho nominato spesso lungo la strada, ho proseguito con mezzi alternativi tra cui il baratto di prestazioni sessuali in cambio di un passaggio.

I centri commerciali sembrano posti orribili.

Le persone che lo frequentano sono nervose e stressate. Lo stolto si chiede (e io me lo sono chiesto): se devono stressarsi e innervosirsi in questa maniera, perché vi si recano? La risposta è che forse il non andarci li renderebbe ancor più stressati e nervosi. I centri commerciali sono il fusibile del sistema sociale. Proteggono dal sovraccarico di stress e nervosismo che il non andare al centro commerciale causerebbe alle persone.

Il centro commerciale esiste affinché il centro commerciale esista.

Dato che la popolazione mondiale aumenta a causa degli extraterrestri che sbarcano sul nostro Pianeta, c’è sempre bisogno di costruire nuovi e più grandi centri commerciali.

Hanno detto:

“L’unico modo per liberarsi di una tentazione è andare al centro commerciale” (Oscar Wilde)

La vita è troppo breve per non andare al centro commerciale” (Andy Warhol)

“+++ Si vede la patonza +++” (Libero online)

C’è un’umanità disparata e disperata all’interno dei negozi. Bambini, ragazzini, adulti, donne, uomini, uomini col borsello (alcuni in finto bue altri di vero budello) che adocchiano presunte – in quanto il loro stesso borsello li fa presumere che le donne siano interessate al loro borsello – ammiratrici dei loro borselli, famiglie con cani, donne con cani freudiani.

Il cane freudiano, molto banalmente, è il cosiddetto succedaneo fallico. La donna col cane esibisce con fierezza il proprio pseudo-pene laddove la donna col gatto non può.

La donna col gatto in realtà non ha bisogno di un pene. All’occorrenza infatti se lo procura.

La donna col gatto ha bisogno della figura dietro al pene e per questo prende un gatto. Affettuoso e coccolante ma anche scoglionato e indolente e distributore di peli ad libitum. Col vantaggio inoltre di non sgocciolare.


A meno di non avere un gatto come il mio che ha inventato la pisciata acrobatica ponendosi di volta in volta in equilibrio con le zampe sul bordo della lettiera. Ho posto una tavoletta di plastica contro il muro e delle volte disegna dei ghirigori ipnotici. Sto pensando di sostituirla con delle tele e venderle come “Piscio d’artista”.


Queste considerazioni peniene nascono da un pensiero che prendeva forma nella mia mente e rimbalzava tra l’osso frontale e quello occipitale del mio cranio.

“Ma io, qui, cosa cazzo ci faccio?”.

Essendo tipo molto free sono giunto a una conclusione produttiva: devo prendermi un cane come sostituto del mio di pene, da inviare poi in giro a lavorare al posto mio. A cazzo di cane.

Non è che il cinefilo ami la Domopak perché produce buone pellicole

Non vado molto al cinema, inteso come multisala. Soprattutto da quando ho maturato la convinzione che molte cose in circolazione non valgano il denaro speso.


Fatta eccezione per i nuovi film di Star Wars.


Che, detto per inciso, sono una mossa per cavar denaro.


Preferisco le piccole sale e le proiezioni riservate a pochi appassionati.

Ho così dimenticato, fino a ieri, come sia trovarsi al cinema in una grande sala piena di ragazzini. Che siano tanti o pochi inoltre fa poca differenza: 3 ragazzini o 50 producono la medesima quantità di rumore e lo stesso livello di fastidio negli altri spettatori.

Mi sono reso conto che l’irritazione in questi frangenti è una cosa abbastanza comune e che quella dei ragazzini al cinema sia una vera e propria piaga sociale sottovalutata dai media e dalla politica. Anzi, i poteri forti ci raccontano una realtà distorta: parlano da anni di bassa natalità nel nostro Paese, allora com’è che dovunque mi giri io trovi ragazzini?

Ho pensato quindi a una lista di soluzioni per ovviare al problema del fastidio prodotti dai ragazzini al cinema.

1) Dedicarsi a generi alternativi che – inspiegabilmente – non incontrano il favore del pubblico dei giovanissimi e quindi azzerano il rischio di aver a che fare con loro. Ad esempio, andare a vedere solo produzioni di nicchia di registi uzbeki che con un piano sequenza di 3 ore raccontano la malinconia delle notti nel deserto del Kyzyl Kum mentre un passero giace stecchito sotto l’ombra che una roccia proietta alla luce lunare e il protagonista un umile coltivatore di capre e allevatore di cavoli si suicida per non assistere più al dolore della figlia con le adenoidi.

2) Creare nei cinema sale apposite per under 18 dove poterli confinare coi loro simili.

3) Istituire la “Tessera dello spettatore”: chi viene sorpreso a dar fastidio verrà squalificato e gli verrà proibito di andare al cinema per un determinato periodo di tempo.

4) Aggiungere sedativi alla bibite servite ai ragazzini al bar del cinema. Potenti sedativi.

5) Distribuire occhialini 3D che oscurano la visuale quando chi li indossa disturba.

6) Installare poltrone intelligenti che al primo segnale di intemperanza infilino un calzino sudato – di quelli di spugna che si impregnano bene e fanno da terreno di coltura di batteri – nella bocca del disturbatore.

Nella prossima occasione parlerò dei rimedi contro quelli che, siano giovani o adulti, tirano fuori il cellulare durante la proiezione. +++SPOILER: un cecchino appostato in sala che fredda il telefono appena si illumina! Quello che succede è incredibile!+++

Il dizionario delle cose perdute – La carta telefonica


Le precedenti voci sono disponibili qui.
Ricordo sempre che il dizionario è  aperto a suggerimenti su cose nostalgiche o proposte di articoli su questo tema :).


Tra le cose inerenti al tempo che passa che più mi inquietano, dopo i calciatori con cui sei cresciuto che oggi vedi fare gli allenatori (come una volta in un post ricordò Zeus), c’è il fatto che esistono giovani in giro che non hanno mai utilizzato una cabina telefonica. Se oggi Superman nascesse, dove andrebbe a cambiarsi?

Io ricordo anche quando si usava il gettone. Quel dischetto bronzeo (ma che dopo averlo utilizzato un paio di volte diventava nero perché i telefoni pubblici erano sempre sudici come una officina meccanica) rigato che Madre mi faceva inserire dopo avermi preso in braccio.


Faceva la stessa cosa per la 10 lire dell’ascensore. Io ero l’addetto all’inserimento gettoni, un compito di grande responsabilità.


Ciò che ricordo meglio sono comunque le schede telefoniche. Il motivo è legato al collezionismo.

Da piccolo ho sempre avuto il pallino di voler iniziare una collezione di un qualcosa. Iniziai con i tappi di sughero, per poi passare a quelli di alluminio. Una collezione priva di valore che finiva dopo poco tempo nella spazzatura a causa delle frequenti operazioni di pulizia etica (secondo lei era moralmente disdicevole raccogliere tappi) di Madre.

Altre collezioni furono da me abbandonate perché non avevo costanza di seguirle.

Poi un giorno mi capitò tra le mani una scheda telefonica.
Ero in seconda media. Un compagno per disfarsi del doppione mi regalò una scheda raffigurante sulla facciata una pubblicità progresso che invitava all’uso del preservativo.

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Questa pubblicità era molto nota in classe e generava sempre qualche battutina, qualche sorrisino, qualche stupida gomitatina di malizioso umorismo. C’è da capirlo. Non era prevista educazione sessuale a scuola.


Forse è un bene non fare educazione sessuale nelle scuole. Poi si sa che bambini e ragazzini vanno a casa a raccontare ciò che hanno ascoltato e i genitori si allarmano. Dio sa quanto siano vulnerabili e impressionabili gli adulti, abbiamo il dovere di proteggerli da tutto ciò che può turbarli.


Decisi quindi che avrei collezionato schede telefoniche e mi chiesi come mai non ci avessi pensato prima.

Divenni in breve tempo una piaga. Mi appostavo come un’arpia vicino chiunque utilizzava un telefono pubblico per chiedergli se la scheda fosse esaurita e se fosse così gentile da donarmela. Io ero un cacciatore solitario di carte. Esisteva poi chi andava a caccia in branchi per poter controllare più telefoni. Troppo facile in questo modo. La natura di un uomo si vede quando è da solo alla prese con la propria preda.

Quale era il mio disappunto quando mi sentivo rispondere “Le colleziono anche io/Le colleziona mio figlio”. Tuo figlio è così pigro da aspettare a casa comodo la scheda esaurita invece di stressarti per averla? Non merita niente.

La mia raccolta non aveva comunque molto valore. La maggior parte delle mie carte superava le centinaia di migliaia di copie come tiratura. Giusto un paio erano le più rare, ma andiamo sempre nell’ordine del migliaio di esemplari.

Il rituale del ce l’ho ce l’ho mi manca, territorio assoluto del mondo delle figurine, invase anche queste schedine di plastica.

Con i doppioni delle schede ci si poteva poi creare un giochino interessante. Non so come si chiamasse ufficialmente, se mai avesse avuto un nome: era, in modo onomatopeico, un clic-clac. In pratica la scheda veniva ripiegata su sé stessa fino a creare una scatolina con una protuberanza che, se pigiata, faceva clic-clac. Utilità: nessuna. A parte quella di rompere le palle agli altri.

Non so chi l’avesse inventato e mi ha dato da pensare il fatto che, in un periodo in cui il termine virale era ancora quasi esclusivo appannaggio delle malattie e non della condivisione di minchiate social, fosse un giochino diffuso da Nord a Sud del Paese. Mi sono sempre chiesto se, spontaneamente, l’idea del clic-clac fosse venuta indipendentemente a ragazzi sparsi lungo la penisola o se qualcuno avesse avuto l’idea e l’avesse poi diffusa proprio come un virus.

Il boom – Ben presto il collezionismo divenne un vero e proprio affare. In vendita in cartoleria arrivarono raccoglitori ad anelli fatti apposta per conservare le schede, con i fogli trasparenti con le taschine apposite. La De Agostini nel 1999 produsse una raccolta intitolata “Carte telefoniche”, con schede provenienti da tutto il mondo. Mentre le nostre avevano la banda magnetica, altre funzionavano col chip, altre ancora, come quelle giapponesi della NTT (Nippon Telegraph and Telephone), non avevano nulla di tutto ciò perché loro (i giapponesi) devono essere sempre un passo avanti.

Ovviamente io acquistai tale raccolta. Dovrei ancora averla conservata da qualche parte.

I negozi di filatelia si specializzarono anche in schede. Il mio spacciatore di fiducia era il proprietario di un negozio di monete e francobolli. Si chiamava Filippo, un uomo dall’aria placida e tranquilla con un paio di folti baffoni che gli donavano un aspetto ancor più placido e tranquillo. Era molto amico di mia zia perché anni addietro lei gli aveva salvato moglie e figlio durante il parto. Così, quando andavo nel suo negozio lui mi dava delle schede per pochi spiccioli o niente. Tanto prendevo sempre pezzi poco rari, come avevo accennato: quando mi resi conto che fosse impossibile mettere su una collezione di valore, scelsi infatti di puntare sull’estetica. Mi limitavo a raccogliere schede graficamente attraenti.

Mi ha detto mio cugino – Sulle schede fiorirono anche delle vere e proprie leggende metropolitane, legate alla possibilità di poterle riutilizzare anche una volta che il credito fosse esaurito. C’era chi diceva bastasse mettere del nastro adesivo sulla banda magnetica (tentativo che feci anche io dietro consiglio di un amico), chi le lasciava una notte nel congelatore. La tecnica più nota era quella di strusciarla contro lo schermo di un televisore che era stato spento da poco.

Percentuali di funzionamento: 0%. Ma c’era chi giurava di aver sentito dire che un tale gli aveva detto che aveva visto che funzionava.

Con il boom dei telefoni cellulari le schede telefoniche a inizio anno 2000 diventarono via via sempre meno utili. Contemporaneamente, la Telecom iniziò la sostituzione dei tradizionali telefoni pubblici Rotor (in funzione dalla seconda metà degli anni ’80), gli scatoloni arancioni con la cassettina di fianco con il lettore di schede.

Dal 2002 entrarono in funzione i Digito, ancora oggi in circolazione. Furono predisposti per l’utilizzo dell’euro e con nuovi optionals quali l’invio di sms, fax ed email.

Inutile dire che fossero meglio i primi. A partire dal nome: Rotor rende l’idea di lavoro, movimento, operosità. Digito sa invece di bimbominchia. Ehi ciao da dv dgt?. Per non parlare della forma da suppostone racchiuso in un blister di alluminio.

Con il declino del loro uso, le carte oggigiorno sono più affare da collezionisti. Ne esistono molti che vanno in cerca di introvabili pezzi degli anni ’90, ricerca difficile in quanto trovare esemplari in buone condizioni e con magari la banda magnetica non smagnetizzata (un handicap per il loro valore) è sempre più raro.

In rete c’è un catalogo consultabile online con le quotazioni.

Non è che Santa Claus sia fesso solo perché è un babbo


Non so se al di là della Linea Gotica “babbo” sia usato come sinonimo di “scemo”: considerando che in Toscana vuol dire “padre”, ne dubito. In realtà credo sia molto molto meridionale, forse l’origine è siciliana ma non ne son certo.


Penso sia giunto il momento di cominciare a condividere alcune osservazioni sugli autoctoni magiari.

Innanzitutto, credo che qui sia florida e ancora in vigore una rigida educazione di stampo est-europeo.

Scena: bimbetto che saltella sul marciapiede, forse per testare le proprie scarpe con la suola che si illumina. Si divertiva a guardarsi i piedi luccicare a ogni salto. Una cosa che non vedevo più dagli inizi degli anni ’90. Non ricordo più all’epoca di che marca fossero le scarpe luminose, forse erano le Bull-Boys, scarpe di qualità invereconda ma che a volte regalavano un videogioco tascabile, altre volte un pallone, altre volte ancora erano dotate di qualche altra minchiata per fare fessi i ragazzini.


È inutile dire che io sono uno di quelli che si faceva far fesso. “Con le scarpe di Bull-Boys, hai in regalo il videogame, corri presto corri dai che puoi scegliere tra seiiii”, recitava il jingle. Vorrei conoscere il geniale paroliere che l’ha scritto: le scarpe DI Bull-Boys? Perché voi acquistate le scarpe DI Nike, DI Lumberjack, immagino. Ma poi che finale è: “che puoi scegliere tra sei”? È una rima orribile.


Tornando al bimbetto salterino, a un certo punto inciampa e finisce steso faccia a terra al suolo. La madre, lì accanto, intenta a sistemare la sciarpa al fratellino, non si lancia a rialzarlo: lo guarda di sbieco e gli dice qualcosa con un tono sordo e gutturale che sembrava vagamente sprezzante.
Nella mia testa lo avrà umiliato verbalmente con una frase tipo: “Alla tua età tuo nonno combatteva i russi a Stalingrado, tu invece non sei neanche capace di stare in piedi!”.
Com’è come non è, il bimbetto si rialza subito senza un lamento.

La seconda considerazione di questa serata, riguarda l’argomento che tutti hanno in testa quando si parla di Ungheria: le donne.

Per introdurlo, racconto un episodio narratomi da collega-responsabile (d’ora in avanti CR), che ho già eletto a mia fonte privilegiata di amenità.

Sabato sera: compleanno (40 anni) di un’amica di CR. Per l’occasione, l’amica sceglie di puntare sulla massima sobrietà: noleggio di una limousine che porta le ragazze (dai 20 ai 45 anni) direttamente in discoteca. Un gruppo di queste ragazze, sempre per l’occasione, sempre all’insegna della sobrietà, si veste da Babbe Natale.

Babbe Natale Porno (d’ora in avanti BNP, come la banca. Infatti credo che a fine serata abbiano accettato molte…donazioni): top in microfiga, minigonna, autoreggenti e tacchi a squillo. Tutto rigorosamente rosso e bianco, con abbinato il tradizionale berretto del buon vecchio Santa Claus made in Coca-Cola.

Com’è come non è, la mia CR (vestita in modo normale) a un certo punto mentre si trovava all’interno della limousine con le BNP sente accarezzarsi una gamba. Una delle ragazze voleva evidentemente esplorare il territorio.

A questo punto, io che ascoltavo, speravo in un epilogo con i fuochi d’artificio. Ma CR ha tenuto a precisare che ha fatto capire che quel territorio non era sondabile, eccetto che dal proprio fidanzato.
In discoteca poi vi è rimasta poco: un po’ stanca, un po’ perché le altre dopo mezz’ora erano già pregne di alcool come botti di rovere, alle 23:30 ha chiamato un taxi e se ne è tornata a casa.

Deluso dall’avere una CR così pusillanime, confido però in ulteriori racconti da parte sua. Magari da vivere anche in prima persona, ho già chiesto infatti se magari lei possa introdurmi in questo ambiente di conoscenze. Per raccogliere materiale sui miei studi culturali su usi e costumi (discinti) dei popoli, ovviamente.

Ho fatto il portiere, finché non sono arrivati i citofoni

Tra le prime regole che impari quando da bambino prendi a calci un pallone con altri tuoi coetanei, è che alcune cose sono privilegio soltanto dei veri calciatori.
Stramazzare al suolo e poi rotolarsi in preda a dolori indicibili per un intervento scorretto è una di queste.

Non c’è spazio per sceneggiate, qui. I feriti si lasciano sul cemento, è il pallone che comanda. Quando la sfera si arresta allora e soltanto allora ci si può fermare guardando indietro per controllare il campo di battaglia. Non dite che non è fair play: non si facevano discriminazioni, sia che morissero avversari che tuoi compagni di squadra il gioco andava avanti.

In virtù di ciò io alle medie decisi di fare il portiere.
In realtà la prima volta non fu una mia scelta. Fui un volontario obbligato.

In porta non piaceva stare a nessuno, tanto meno a me. Non potevi correre, ti annoiavi stando lì a guardare gli altri giocare. Rimanevi lì, isolato e solitario: altra regola del calcio fanciullesco, infatti, è che si va tutti dietro la palla. Era il calcio totale totalitario, una variante dei noti schemi del calcio olandese, molto dispendiosa in termini di fiato tant’è che la nostra squadra si chiamava Arranca Meccanica*.
* Breve digressione per i non addetti ai calcioni: Arancia Meccanica era il soprannome della Nazionale dei Paesi Bassi degli anni ’70, che divenne famosa per il suo calcio spettacolare basato su copertura degli spazi da parte di tutti gli uomini, pressing, scambi veloci.

In porta si faceva a turni per dividere l’incombenza dell’ingrato compito. Ma una volta qualcuno saltò il turno e io, che fui indirizzato verso i due pali (due pietre di tufo scheggiate) mi arrabbiai. Litigai con un compagno finché non dissi una frase orribile: “Allora mi farò segnare”. È come dire alla propria ragazza che si desidera far sesso con un’altra. Il compagno mi spinse a terra, urlando, con gli occhi lucidi, “Si t’ faje signà nu’ si omm (se ti fai segnare non sei uomo)”.

Per la cronaca io presi un gol a freddo immediatamente e restai in porta per punizione, subendone altri due finché non finì l’ora di educazione fisica. Nessuno mi guardava in faccia o mi rivolgeva la parola mentre rientravamo in classe. Io giurai di non averlo fatto apposta ed era vero, ma la mia uscita verbale non aveva giocato a mio favore.

Siccome il destino ama prendere per il culo i più deboli, quel giorno l’insegnante dell’ultima ora era assente. Venne una professoressa di educazione fisica e la convincemmo a farci scendere giù in cortile. Dato che i campetti erano tutti occupati dalle altre classi, ci adattammo sulla pista di atletica. Ennesima regola del calcio da ragazzini: si può giocare su qualunque terreno basta che sia calpestabile – anche se giurerei di aver visto qualcuno giocare anche sull’acqua.

Durante l’incontro venne il momento del cambio portiere: toccava a me. Il compagno con cui avevo litigato disse “Per piacere…”, col pugno chiuso e l’indice alzato nell’atto di chiedere un favore. “Vado, vado” risposi per farmi perdonare dell’accaduto in precedenza ma rassegnato a un’altra magra figura.

Un minuto dopo un uomo cadde a terra nella nostra area di rigore.

In realtà giurerei di non aver visto cadere nessuno, ci fu un calcetto che sfuggì su una gamba ma quello più bravo della classe a calcio era il classico tipo che chiedeva – e otteneva – rigore per uno starnuto. Una volta lo vidi avere un rigore per una parolaccia rivoltagli contro. Aveva poi inventato una regola che se tu subivi fallo ma proseguivi – o un tuo compagno proseguiva – a giocare, anche solo percorrendo per inerzia un paio di centimetri dietro la palla, allora il fallo non valeva più perché avevi ottenuto il vantaggio*.
La “norma del vantaggio” nel calcio vero prevede che se un giocatore subisce fallo ma la sua squadra mantiene il possesso del pallone, si lascia proseguire per non interrompere la sua azione. Ma se il vantaggio non si concretizza si concede il fallo.

In quel momento stavamo vincendo 1-0.
Il famoso compagno dello spintone – sempre lui – si mise la mano in faccia dallo sconforto.

Sul dischetto c’era ovviamente il piangina-fenomeno. Breve digressione sul dischetto del rigore: era un punto ipotetico individuato a una distanza di 7 passi dal portiere, che generava ogni volta discussioni sulla propria collocazione e che per essere calcolato richiedeva tre misurazioni. Prima il “difendente” percorreva i 7 passi, poi lo faceva il richiedente dopo aver protestato per la falcata dell’avversario, poi dopo un’altra protesta ci si accordava a occhio.

Mentre il rigorista prendeva la rincorsa mi accorsi che fissava l’angolo in basso alla mia destra. Mi buttai in quella direzione.

Palla bloccata. Partita vinta.

In seguito durante altre partite gliene parai altri perché mi resi conto che aveva l’abitudine di fissare sempre il punto in cui avrebbe messo la palla. Finché una volta non mi fregò, forse capito il trucco, guardando da una parte e mandando la palla dall’altra.

Per i due anni e mezzo successivi delle scuole medie feci il portiere. Comprai anche due guanti. Passai successivamente alla squadra del piangina, perché qui si facevano le cose in grande e quindi c’era anche il calciomercato.

I buchi e i rattoppi sulle tute si sprecavano. Buttarsi a terra sul cemento non faceva bene al poliestere.

Io mi divertii. Presi il ruolo come una missione e mi disperavo quando capitavano giornate no (molte), invece di giornate sì (poche). Però era bello prendersi qualche complimento per un bell’intervento. “Wà, t’amma chiammà Buffon! (Wow, dobbiamo chiamarti Buffon*)”, “Wa ma chi sì, Batman! (Wow, ma chi sei, Batman?**)”.
*Che all’epoca era un giovane emergente che mostrava già di essere un grande portiere
** Detto dopo un mio “volo” al’incrocio dei pali (inesistenti anch’essi)

Quando incontrate qualcuno, prima di giudicarlo, soffermatevi a pensare. Forse da bambino avrà fatto il portiere.