Non è che serva essere matematici per dividere gli spazi

Dove lavoro io ci sono in maggioranza di donne. Divido poi l’ufficio con due colleghe. Il primo giorno che sono arrivato abbiamo fatto un giro di presentazione: c’è questa imbarazzante usanza di dover fare il giro di tutta la sede per presentarsi, creando imbarazzo nei nuovi ma anche nei “vecchi”, che si sentono obbligati a dover dire qualcosa di brillante ai nuovi arrivati. Infatti uno mi ha fatto “Ah! Condividere lo spazio con tutte queste donne sarà un bell’allenamento per una futura vita matrimoniale!”.

Anche una collega mi ha fatto “Povero te!” alludendo al mio rappresentare una minoranza. Oggi le due colleghe mi hanno detto la stessa cosa, parlando del fatto che nell’ufficio potrebbe arrivare una quarta persona, anch’essa donna.

Mi è capitato in passato, a dei colloqui, quando si passava a delle chiacchiere più o meno informali (dopo un’ora che ti tengono sulla sedia succede), parlando dell’ambiente di lavoro mi dicessero “Eh, siamo tutte donne!” con un tono misto tra “Non hai idea di cosa ti aspetterebbe” e “Qua è un casino”. Come se la cosa dovesse darmi poi da pensare, mentre invece pensavo solo che questa è una non-risposta perché non mi state dando l’informazione che cerco (beninteso, nessuno potrebbe spingersi a dire a un colloquio “Scappa da qui perché c’è un ambiente pessimo” anche se fosse così).

A me non è mai fregato nulla di dover condividere spazi lavorativi con uomini o con donne.

Mi frega e molto il non essere costretto a dividere spazi invece con gente che dà fastidio. E i fastidi possono esseri di varia natura: comportamentale, verbale, ascellare.

Credo quindi che la cosa fondamentale di cui preoccuparsi sia non rompere i testicoli o le ovaie al prossimo, sia esso dotato di testicoli o di ovaie o entrambi e indipendentemente da ciò. E purtroppo – in pochi casi per fortuna – quelli che mi hanno dato fastidio sono stati sia uomini che donne.

Quindi, sì, povero me che devo dividere spazi con gli esseri umani.

Non è che se al mercato trovi un piccolo ortaggio allora quella è una rapina

Ieri ho guardato American Animals: il film racconta la storia (vera) di quattro studenti che nel 2004 decisero di rubare dei libri rari dalla biblioteca dell’università. Il film è intervallato dai commenti dei veri protagonisti della vicenda.

Ciò che traspare dalla storia è che la motivazione alla base di un simile gesto è legata a un senso di frustrazione e impotenza dei protagonisti nei confronti della propria vita. Ragazzi cresciuti con l’idea di essere speciali e che ciò che faranno conterà qualcosa, che poi scoprono che fuori non c’è nulla per loro a meno di non crearselo da soli.

Loro hanno scelto la via più veloce, semplice e illegale per farlo, tra l’altro con modalità che si riveleranno grossolane.

È per questo motivo che ho deciso di scrivere una pratica guida su come dovrebbe ipoteticamente essere una perfetta rapina in stile cinematografico.
Per gli amici delle FdO che leggono da casa: rassicuro che nessuna rapina è stata maltrattata nella guida.

1. Bisogna essere in gruppo perché è difficile fare tutto da soli. Il gruppo però non si costituisce mai all’inizio per risparmiare tempo, ma lo si crea in corso d’opera, quando ci si rende conto a piano già avviato che non c’è nessuno che sappia disinserire sistemi d’allarme/scavare tunnel/guidare un’auto per la fuga e solo a quel punto qualcuno si ricorderà che conosce un tale che sa disinserire sistemi d’allarme/scavare tunnel/guidare un’auto per la fuga.
2. Nel gruppo serve una donna perché c’è sempre almeno una donna nelle rapine quindi trovate il modo di inserirla.
3. Nel gruppo deve esserci uno che è stupido o che fa lo stupido.
4. Serve una parete grande perché bisogna attaccarci fogli, piantine, fotografie e magari prendere anche puntine da disegno e filo rosso per unire il tutto e dare un gradevole tocco estetico.
5. È necessario che qualcuno si incazzi e molli tutto per poi ripensarci e tornare.
6. Gli attrezzi adatti per la rapina devono essere forniti da qualcuno molto losco che non concede a credito ma che per voi farà un’eccezione in cambio di una parte dei proventi.
7. Siate consci che il tizio del gruppo che si occupa di informatica è in grado isolare le telecamere, disinserire l’allarme, riprogrammare i semafori a distanza con qualche click da un portatile. Però non può fare nulla per i sistemi di sicurezza dell’ultima stanza, quella da scassinare, perché non si è mai preso l’ultimo esame di Ingegneria Informatica, Sistemi di sicurezza dell’ultima stanza da scassinare.
8. Ci sarà un intoppo non previsto durante la rapina che potrebbe far pensare di abbandonare il tutto ma bisognerà andare avanti cambiando i piani con un po’ di improvvisazione. In realtà sarebbe opportuno avere già pronto un piano di emergenza, ma così l’intoppo non previsto sarebbe previsto e questa non sarebbe più una perfetta rapina in stile cinematografico e questo non lo vogliamo.

Non è che una canzone senza il cantato sia utilizzata per secondi fini perché è strumentale

Ho un po’ di avversione verso coloro che nei mezzi pubblici parlano al telefono a voce alta e devono far sentire a tutti i fatti loro.

Ho anche però la tendenza a farmi i fatti altrui come fossi la peggiore comare di paese. Quindi ogni tanto l’orecchio si tende a captare frammenti di conversazione.

L’altro giorno per due ore di viaggio ho ascoltato le vicende di una donna che ha aggiornato tutti noialtri passeggeri sulla propria vita. Io avevo le cuffie e ascoltavo del “rallegrante” post rock strumentale ma mi arrivava comunque la sua voce da dietro.

Ciò che le era successo e che ho ricostruito è che lei aveva lasciato l’auto dal meccanico, che l’ha poi consegnata – all’insaputa di lei – a qualcuno, forse il marito o ex tale. E la cosa che le premeva era che dentro l’auto lei avesse tutti i propri vestiti. La cosa più grave è che a quanto pare – non ho capito se fosse vero o meno – l’auto era stata ritirata per farla rottamare. Con tutte le cose sue dentro.

Al telefono parlava di ciò con il fratello del (forse) marito o ex tale.

Il colpo di scena – a un certo punto la cosa si era fatta inquietante come un thriller – è che lei ha cominciato a pensare che dietro la macchinazione ci fosse una certa R. Dato il linguaggio colorito con cui l’ha citata, opterò per riportare una versione più forbita:

«Sai cos’è? Dev’essere stata quella proterva meretrix di R; avrà praticato una fellatio a tuo fratello, si sarà fatta aspergere da lui la cavità orale e si è fatta consegnare la macchina».

Confesso mi sono chiesto questa R. quali arti amatorie potesse vantare tali da riuscire ad avere un’auto in cambio di un favore carnale.

Poi ha cominciato ad avanzare l’ipotesi che dietro la macchinazione potesse esserci la madre di loro. «Se è così – ha minacciato – le do fuoco alle finestre».

Perché mai le finestre, mi domandavo io?

«Così non può uscire».

O cacchio. Leggeva anche nel pensiero.

Poi sono sceso e non ho saputo com’è andata a finire. Può sembrare la vicenda mi abbia fatto sorridere, in effetti le gesta della summenzionata R. lo hanno fatto, in realtà mi ha lasciato con un senso di inquietudine e angoscia. La gente che si minaccia azioni e ritorsioni mi spaventa, anche se nel 99% dei casi si tratta solo di sfoghi dettati da ira e frustrazione – anche comprensibili, se ti rottamano o ti fanno credere di rottamare il tuo guardaroba.

Forse dovrei cominciare ad ascoltare musica meno disagiante per non farmi condizionare.


Cosa ascoltavo in viaggio:

 

Non è che l’amante dei cani metta nel presepe pure un pastore tedesco

Sono passato davanti a un negozio che vende articoli da cartoleria, strumenti per hobby come il decoupage e la pittura, decorazioni e amenità varie. Le vetrine sono state abbellite per le festività. In bella mostra al centro c’è un presepe. Vi ho dato uno sguardo di sfuggita passandovi davanti. Qualcosa ha colto la mia attenzione e mi sono fermato a osservare meglio.

Il presepe è di quelli classici napoletani. Case che si innestano le une sulle altre, vita varia che si snoda tra gli anfratti, tra un pizzaiolo che inforna e una donna che si affaccia al balcone e che sembra Sophia Loren.

Al centro non c’è la Natività: a essa è affidata un anfratto in un angolo. Le linee di convergenza della struttura presepiale conducono invece verso una scalinata. Sui gradini è seduta una ragazzina. Bionda, una lunga veste rosa. Le ginocchia ravvicinate al petto, le braccia appoggiate sopra le rotule. Lo sguardo è triste e fissa un punto nel vuoto, in basso.

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Il vetro e le luci della vetrina purtroppo non hanno consentito una testimonianza fotografica migliore

È lei ad aver attirato la mia attenzione: cosa ci fa lì in mezzo? Perché nel contesto del clima festoso lei è triste? Perché è giusto lì al centro? Qualcuno vuole comunicarci qualcosa?

Perplesso, ho provato a chiederlo direttamente all’interessata:

– Oh!
– …
– …ciao?
– Ah allora sai salutare. O in genere dici “oh” alla gente che incontri?
– …Scusami…Senti, va tutto bene?
– Alla grande! Non vedi come me la spasso? Il tizio delle capre laggiù ha appena finito di raccontarmi, per la centesima volta, la barzelletta di quello che chiede al pastore se è Lucano e lui risponde No io so lu pastore, lui è lu cano!. Da sganasciarsi, eh?
– …Va be’. Senti, ho visto che sei triste.
– Wow, a te non sfugge niente. Come ti chiami? Occhio di Falco? Di’ la verità, sei un X-Men in incognito?
– Tecnicamente Occhio di Falco era affiliato ai Vendicatori e il suo potere non era cogliere i dettagli ma la mira che lo rendeva un incredibile arciere…
– Senti, che vuoi? Mi lasci deprimere in pace sì o no?
– Va be’, scusa. È che la gente passa vede il presepe e tira dritto. Io invece ho notato che al centro di questo quadretto che sembra felice c’eri tu triste e sola e mi chiedevo il perché…Niente, ero curioso. Comunque io sono Gintoki.
– Piacere, sono Orfana.
– Ah, mi spiace. Ma come ti chiami?
– Orfana, te l’ho detto.
– Non capisco.
– Ooooh, ma sei un ciuoto allora! Così come c’è Madonna, Sangiuseppe, Bambinello, ci siamo tutti quanti noialtri: Caldarrostaio, Pastore, Zampognaro, eccetera. Ci chiamiamo coi nostri ruoli. Io sono Orfana, la figlia di Nessuno. Nessuno è un altro personaggio che però non c’è mai.
– Ah, quindi siete tutti dei figuranti?
– Essì, che t’aspettavi che nel presepe ci fossero personaggi veri? Scusa, ma se tu vai a vedere Star Wars per caso credi che Chewbecca sia davvero un cane peloso bipede alto due metri? O che esistano davvero i draghi del Trono di Spade? Ma che vivi nelle favole? Son figure di fantasia. Piglia quella che fa Madonna: quando stacca qui va a fare il turno in un call center. Siamo quasi tutti al doppio impiego per arrotondare.
– Pure il pizzaiolo? Scusa, volevo dire Pizzaiolo.
– No lui c’ha davvero una pizzeria. Ma lascialo stare, si è rotto le palle. Una volta fare la pizza era semplice, era una roba da poveri. Oggi con ‘sta mania di fare gli chef e gli esperti di alta cucina pure alla pizza cagano la minchia. Adesso se non ti inventi le pizze speciali con la granella di pistacchio di ‘ndocazzoviene, il lardo della maiala di tua suocera e l’ombra di cipolla di Ascellasudata sul Minchia non vali niente. Oh, certo che avete un palato fino per rompere i coglioni, guarda…
– Tu invece vedo che hai una proprietà di linguaggio oxfordiana. E una cosa non mi torna: tu sei una bambina. Com’è che lavori?
– Ma quale bambina, io ho 30 anni! È che m’hanno truccata peggio di Barbara d’Urso e sembro appena uscita dalle elementari. Pensa invece che ho due lauree e un master e son qui a fare la figurina. Che figurina di merda! Ah, scusami, ho detto merda: il mio linguaggio ti offende? Cos’è, solo perché sono donna non mi è concesso essere volgare?
– Per quanto mi riguarda puoi pure dire l’alfabeto ruttando.
– Una volta sono arrivata fino alla G. Poi quando ho detto l’H ho rigettato sul tavolo. Avevo bevuto troppo.
– Interessante.
– Già. No, comunque devi sapere che il CCCP (Codice di Condotta Corretto Presepe) vieta l’uso di bambini. Una volta c’erano, adesso è considerato sfruttamento.
– Pure il bambinello è un adulto? Pardon, Bambinello.
– No, lui è un Cicciobello. Sai com’è, gli sponsor. Comunque ‘sta roba del Codice di Condotta ha un po’ rovinato il mercato. Cioè, una volta prendevi i bambini pure per fare qualche ruolo adulto, magari gli mettevi una barba finta, davi loro due lire e stavi a posto. C’era più trippa per gli attori adulti. Trippa in senso figurato, eh, chiarisco visto che non mi sembri sveglio.
– Avevo capito. E quindi?
– E quindi adesso devi prendere dei maggiorenni e ti tocca pagarli e quindi ora c’è meno da mangiare per tutti, poi se soprattutto se sei l’ultimo arrivato ti danno lo stage, i voucher, il Co.Co.Dé…
– Il Co.Co.Co. vuoi dire?
– No no proprio Co.Co.Dé: ti mettono al reparto recinto animali, galline, tacchini e se hai sfiga anche maiali. Immagina tutto il giorno in mezzo a questi esseri che cagano e puzzano. Amo gli animali e potrei anche essere vegana se eliminassi pesce e carne dalla mia dieta, però puzzano.
– Oddio che lavoraccio…
– Eh. Per carità, non sto dicendo che era meglio quando sfruttavano i minori, anzi: dico solo che in un modo o nell’altro devono sempre trovare il modo di sfruttare qualcuno. E alla fine noi ci riduciamo a farci la guerra tra poveri. L’altro giorno ho detto a Pescivendolo che dovremmo ribellarci e lui m’ha tirato una cernia dietro dicendomi di non parlare di queste cose, che a lui mancano solo 20 Presepi alla pensione e non vuole rovinarsi. La pensione, capisci? Ma quando cazzo mai la vedrò io, invece?
– Non dirlo a me…
– No però non cominciare a raccontarmi i tuoi guai. Guarda, sembri un bravo ragazzo, ma oggi proprio no. Ho pure i piedi gelati perché ‘sta cacchio di Orfana ovviamente è povera e non ha i soldi per un paio di sandali. Ho solo questa veste e un paio di mutande sotto, capisci? Ho chiesto almeno un paio di calze, di quelle che non si vedono. Niente. Secondo il regista è “Per realismo”. Mi fa: “Ma ti pare che 2000 anni fa mettessero le calze? Gli unici 30 denari che conoscevano erano quelli di Giuda, ah ah ah. A noi ci piace il realismo”. E mentre diceva quest’ultima cosa mi ha strofinato l’interno coscia con la mano. E ho dovuto pure impuntarmi per tenere le mutande. Secondo lui le orfanelle dell’anno 0 non le avevano.
– Secondo me questa è molestia.
– Noo, se vai a dirlo in giro sei una pazza mitomane che c’ha lei il sesso in testa perché affamata di mazza e quindi vede il marcio dappertutto. Oh certo che voi maschi (e pure qualche donna) come rigirate la frittata quando si tratta di sessismo, guarda…Lasciamo stare. Senti, a proposito di mazza, quand’è che te la levi dal sedere? Mi sembri tutto rigido.
– Oh?!
– Scherzavo, né. Mammamia e come prendi tutto sul serio. Dovresti scioglierti un po’. Oppure ti alleni a fare il pastore da presepe?
– Divertente. Senti, ma da dove vieni? Hai delle inflessioni regionali varie.
– Eh è perché siamo sempre in tournée. Mai un Natale nello stesso posto. Alla fine parlo come capita.
– Ho capito. Senti, non dirmi niente ma ora devo andare…ti disturba se ripasso a trovarti?
– Oh sì, guarda, mi dai proprio tanto fastidio. Una fa tanto per starsene tutto il giorno a rompersi i coglioni da sola e poi arrivano a distrarla. Che tempi.
– Ho capito. Ho capito che con te debbo evitare la retorica.
– Allora non sei così addormentato…Testina, passa quando vuoi!

Che incontro strano. Che conversazione assurda!

Non è che puoi dare la colpa a una cattiva educazione se l’aria è viziata

Non so come sia possibile un tamponamento in fase di parcheggio eppure l’ho visto accadere: una 600 che nell’accostare dietro una Lancia Thema nuova all’improvviso parte in velocità e le parcheggia dritta nel bagagliaio. A giudicare dalla lucidatura della Thema – livello “addestramento Karate Kid” – il proprietario doveva tenerci molto.


Il guidatore della 600 non si è fatto male. Per adesso.

 


Entro a prendere un caffè al bar ancora ripensando a quel che ho visto.

Il bar, così come altri 3 locali in città, appartiene a un tizio cui non daresti 2 euro in mano. Infatti di euro gliene dai uno solo, il costo del cicchetto il venerdì sera. Questo tizio che nella vita probabilmente non avrà superato neanche l’esame della prostata maneggia più soldi ed eroina di quanti ne potrei vedere io nella mia vita. Di soldi, intendo: di eroina mi è sempre bastata solo Lara Croft.

Erano tempi difficili all’epoca della comparsa di Lara. La PlayStation era sì un oggetto di culto ma uno status ancora da sfigati e raccontare in giro di passarci il tempo era fare outing e ammettere di esserlo. Non è mica facile come oggigiorno, dove le persone dicono con fierezza di aver acquistato un 46 pollici 4k solo per attaccarci la console. Di riserva, perché poi per la console principale hanno un 72 pollici con impianto audio da concerto dei Prodigy.

Non ho mai ammesso di essere sfigato ma mi sono sempre comportato come se non ci fossero dubbi sul fatto che io lo fossi. Ho sempre prestato fede alla regola letteraria Show, don’t tell.

Sfigato sì, ipocrita mai.

Eppure c’era una professoressa che ogni volta che entrava in classe e noi ci alzavamo ci dava degli ipocriti: se fino a quel momento prima, durante il cambio d’insegnante, stavamo facendo chiasso – diceva – che senso aveva presentarsi poi composti e riverenti al suo ingresso?

Una volta però non ci alzammo e lei ci diede dei maleducati.

Insomma, persona*, deciditi! Non possiamo essere composti, coerenti ed educati allo stesso tempo!

*Un tempo avrei scritto donna, ma oggi mi rendo conto avrebbe forse un che di sessista. Dato che siamo tutti persone prima che uomini e donne, mi rivolgo a tutti come persone, appunto.

Una volta dissi quindi a una persona: “Tu mi sembri proprio una persona viziata”.

Speravo avrebbe potuto apprezzare il fatto che la mia analisi era rivolta al suo essere come persona e non fosse legata, superficialmente, a una questione di genere, ma lei si limitò a commentare con un “Vergognati!” che somigliava al “Ipocriti!” che esclamava la professoressa. Prima che potessi chiederle se nello specifico io dovessi vergognarmi come persona, come uomo o come mammifero dell’ordine dei primati – e in virtù della sua scelta impostare poi la mia arringa finale – scese dall’auto sbattendo la portiera con una forza da primato straordinario.

Quella notte però io dormii benissimo perché mi ero tolto un peso con quel che avevo detto: e realizzai che va bene sì mostrare e non dire, ma in certi casi è meglio tell e lo sanno bene in Svizzera dove lì è eroe nazionale.

Non è che metti la camicia di forza a un burattino perché è un pu-pazzo da legare

Le grandi domande vengono sempre in momenti in cui la mente è libera di vagare. Mi succede mentre lavo i piatti, mentre mi trovo sotto la doccia, mentre guido in auto verso casa lungo la strada che avrò percorso migliaia di volte.

Oggi durante una lunga minzione, stanco di fissare le piastrelle e ancor più di contemplare l’organo deputato all’atto – già contemplato forse troppo durante l’adolescenza costandomi qualche diottria – mi sono come assentato e lì mi è venuta questa curiosità: ma il pupazzo Uan, che fine avrà fatto?

Avevo già sentito parlare del suo destino ma non ricordavo la storia. Facendo qualche ricerca, ho scoperto che Uan, insieme ai suoi colleghi Four (un orso col naso rosso che io chiamavo sempre Ciao invece, visto che era presente nella trasmissione Ciao-Ciao) e Five (un drago giallo di cui invece non ho memoria), è sparito più di 10 anni or sono.

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I fatti. Giunta l’ora di andare in pensione, a inizio anni 2000 i tre pupazzi sono finiti ospiti della Scuola di Teatro di Milano Paolo Grassi. Me li immagino lì a raccontare ad annoiati studenti dei loro trascorsi televisivi e di quando hanno incontrato questo o quel personaggio famoso.

Finché una notte del 2005 il fattaccio: qualcuno irrompe nella scuola e se li porta via.

La storia, però, secondo me non finisce qui: io sono convinto che i tre abbiano semplicemente inscenato il proprio rapimento per uscire di scena e andarsi a godere una vecchiaia tranquilla su qualche isola della Grecia dove non li avrebbero trovati. In fondo sapete quante cazzo di isolacce deve averci questa merda di una Grecia? (cit.).

Chi può dar loro torto? Pensate a essere costretti a lavorare con Paolo Bonolis. E con qualcuno che ti infila una mano su per il sedere tutto il tempo, non potendo denunciare per il rischio di perdere il posto di lavoro. Facile dire: Perché non hanno detto nulla?. Sapete quanto è difficile per un pupazzo peloso rifarsi una vita?

A proposito del subire atti molesti, sabato un’amica mi ha raccontato di alcuni episodi che le son accaduti.

Ha deciso a 35 anni di prendere la patente e, ricevuto il foglio rosa, ha iniziato a far le guide con l’istruttore, un placido signore – così sembrava – over 60.

In auto costui si è rivelato abbastanza monotematico: i suoi discorsi finivano sempre su un solo argomento. Un esempio: Eh i giovani d’oggi non sanno che farci con una donna, magari vedono una bella ragazza e subito è tutto finito, non hanno l’esperienza di un adulto…

Per non parlare di quando commentava qualche passante donna per strada.

Pazienza, la mia amica non ci bada molto a queste cose. A 35 anni di persone che credono di esser simpatiche se ne sono già viste.

Ha iniziato ad accorgersi però di una sua progressiva “invasione fisica” nel corso delle guide: per darle indicazioni ha iniziato a mettere la mano sulla spalla o sul braccio. Va be’, pazienza.

Poi un paio di volte per dirle di guardare bene lo specchietto le ha girato il mento con la mano. Va be’, pazienza.

Poi per dirle di fare attenzione ha iniziato a metterle una mano sulla coscia. Va be’, pazienza.

Poi per aiutarla a sterzare ha steso il braccio sfiorando la tetta.

Al secondo sfioramento mammellare “involontario” la mia amica gli ha allontanato la mano dicendo che la distraeva.

Io ad ascoltare il racconto ho detto che per me queste son molestie.

Lei concordava con me, ha detto che il giorno dopo quest’ultimo episodio si è sentita malissimo, sia per non aver realizzato subito dei suoi atteggiamenti sia per non aver reagito prima. Le ho chiesto come mai non l’avesse fatto e ha detto che lì per lì era troppo agitata per la guida e magari poi si trattava solo di una sua impressione.

Io penso che se il giorno dopo uno ci sta male non può essere stata soltanto un’impressione. Così come un atteggiamento molesto non deve per forza implicare qualcosa di palese e violento. Molesta è qualunque intromissione – non autorizzata – nella propria sfera personale, mentale e/o fisica.

Ho consigliato alla mia amica, la prossima volta, di rompere con un pugno le “sfere personali” dell’istruttore, nel caso si ripetesse la storia.

 

Non è che se alzi il pollice sull’erba stai facendo OK su prato.

Ho fatto un colloquio di lavoro via Skype, ieri. Non sto pensando di cambiare ma se capitasse qualcosa di migliore perché no.

Non era purtroppo questa l’occasione giusta, per quanto la città da dove veniva la proposta offra molte opportunità.

C’era una cosa in una delle due intervistatrici che mi infastidiva molto. Era una delle classiche persone da “piuttosto che” usato in modo improprio. Non sono un maniaco della corretta grammatica, negli anni mi sono abbastanza ammorbidito. Diciamo che dopo aver rischiato il linciaggio per aver corretto, per l’ennesima volta con conseguente rottura di maglioni, l’uso del pronome maschile per riferirsi a una donna, ho cominciato a mordermi la lingua.

Se non che, dopo aver ignorato i primi 2-3 “piuttosto che” fuori posto, costei ne ha infilata una combo in sequenza che mi ha fatto partire un tic all’occhio.

Non c’è nulla da fare, resto un insofferente viscerale.

Ad esempio una delle cose che mi dà più fastidio è quando, utilizzando i moderni strumenti di rimbambim…comunicazione, tu scrivi o registri un articolato messaggio e ti rispondono con l’emoticon del pollicione alzato.

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E nient’altro.

Attenzione: ci sono due tipi di pollicione. Ho notato che gli amici maschi rispondono in modo genuino col pollicione. Questo perché la comunicazione maschile, retaggio credo del Neolitico, segue schemi essenziali e primitivi. Cibo! Birra? Cazzo proprio stasera che c’è la partita?. In genere così sono le conversazioni con i miei amici. Il pollicione quindi non è indifferenza, è semplicemente un “Non sono in grado di esprimere altro”.

Le donne, invece, ho notato che quando rispondono col pollicione in genere sarebbero in grado di esprimere altro ma semplicemente non vogliono. Perché in quel momento ce l’hanno con te e quindi ti riservano assoluta sufficienza e indifferenza in quanto qualcosa in ciò che hai detto/scritto le ha urtate ma non ti diranno cosa.

In entrambi i casi, a me che mi sono sprecato a intavolare un discorso parte il tic all’occhio e quindi rispondo con un dito medio.

La terza cosa che mi causa insofferenza è quando qualcuno si ostina a entrare in dettagli clinici personali di cui farei a meno. Beninteso, non sono un insensibile e se una persona vuole condividere con me io sono sempre disponibile. Forse anche troppo.

C’è però il mio responsabile, uomo over50, che ogni volta che lo vedo deve aggiornarmi riguardo lo stato della sua prostata e delle sue minzioni. E per fortuna che lo vedo una volta al mese al massimo.

Oggi mi ha detto che c’è un farmaco che non vuole prendere perché ha scoperto gli causa disfunzione erettile. Non che io debba farci qualcosa con quello…, ha tenuto a precisare.

Ecco, tra scoperta e precisazione non so cosa più mi abbia fatto venire un altro tic.

Quasi quasi ricontatto la tizia del “piuttosto che”.

Non è che se non paghi le bollette puoi fare solo appuntamenti al buio

Test clinici dimostrano che sempre più persone si rivolgono ad applicazioni e siti di incontri per trovare partner (occasionali o meno). In gergo – forse non tutti sanno che – questi siti e app si chiamano “dating” perché tu gli lasci i tuoi dati per farci fare ciò che vogliono, ricevendo in ricompensa un po’ di amore e/o sesso (se ti va bene).

E chi sono io per non interessarmi all’argomento? Chi non sono io per interessarmi all’argomento? Chi siete voi e cosa ci fate qui?

La risposta a quest’ultima domanda è semplice: per avere consigli su come creare un perfetto profilo per avere successo su questi dating.

La foto
La foto è la componente più importante. La scienza dice che chi ha una foto cucca di più rispetto a chi la foto non l’ha. E, sempre la scienza dice, una foto preparata con cura che lancia i giusti messaggi cucca più di una foto scelta a caso.

Attenzione: la foto non deve dichiarare i propri messaggi in modo aperto. Sempre quell’impicciona della scienza dice che i messaggi che l’occhio non coglie ma il cervello registra sono quelli che più fanno breccia.

Osservate la foto che ho scelto per il mio profilo (forse non tutti sanno che anche se è frontale si chiama sempre profilo).

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Innanzitutto ho affittato una location adeguata per farmi questo scatto. Chi cerca un partner che dia sicurezza questo lo nota e lo apprezza: non sto ostentando il mio potere economico, lo dimostro in modo sottile.

L’ambiente grezzo ma genuino mostra il mio carattere: non sono diverso da come mi mostro, di me ci si può fidare.

La posa. Sono operoso (la ramazza) e al tempo stesso gaudente e rilassato (il bicchiere di vino). Dimostro di essere una persona che lavora ma che sa anche godersi la vita.

Il fatto che io sappia usare la scopa serve anche da messaggio subliminale per un volgarotto gioco di parole intuibile ma che non sto qui a spiegare: in questo modo sono allusivo ma non apertamente, perché l’uomo che sa alludere senza essere volgare in modo dichiarato ha quel giusto mix di malizioso e intrigante che piace sempre.

L’outfit. La canottiera dimostra che sono una persona legata ai sani valori della nostra tradizione, che le nostre madri prima e le nonne ancora prima ci hanno tramandato. L’uomo che tiene alla famiglia riscuote sempre successo, perché è considerato serio e responsabile.

Attenzione, però: la canottiera di lana di capro effetto Vergine di Norimberga come quella dei nostri nonni darebbe segnali negativi. Sa di vecchio, di antiquato. Una donna non vuole un vecchio ma un uomo che sa mantenersi giovine. È per questo che ho scelto del cotone elasticizzato nero, mostrandomi sportivo e casual.

Il jeans strappato potrebbe significare tante cose: mi sono inginocchiato a cambiare una gomma, ho un animale esuberante in casa, prego molto. Ognuna potrà vederci quel che gli pare, perché bisogna sempre lasciare un po’ di spazio alla fantasia altrui: non si può mica servire la pappa pronta al prossimo.

La presentazione
La presentazione a corredo del profilo deve essere accattivante, un po’ misteriosa, non noiosa, divertente ma non da buffoni, umile ma presuntuosa, non lunga ma non un telegramma. Deve dire e non dire, incuriosire chi legge spingendolo a voler andare oltre e conoscere la persona che c’è dietro quelle parole. Si può anche utilizzare qualcosa di non scritto di proprio pugno ma tratto da un libro, un film, un’opera teatrale eccetera. Vale sempre la regola di essere originali: basta con Oscar Wilde e il Piccolo Principe!

Nel mio caso ho utilizzato una citazione che ben mi descrive: le avvertenze nel manuale di istruzioni di una cappa aspirante da cucina.

Il presente dispositivo non è stato progettato per essere utilizzato da persone prive di esperienza o conoscenze adeguate, a meno che non agiscano sotto la supervisione di una persona responsabile o che da essa abbiano ricevuto istruzioni relativamente all’uso del dispositivo.

Spero che questi pochi consigli che mi sono umilmente permesso di elargire vi possano essere utili con questi fatti di dating!

Non è che ti serva un rossetto grande per delle grandi labbra

– Senti, debbo domandarti una cosa
– Cosa?
– Allontaniamoci dalle persone
– Perché?
– Poi ti spiego

– Allora?
– Ecco…Io lì sotto sono normale?
– Eh?
– Sì…lì sotto…
– Beh direi di sì, sembra tutto nella norma, nessuna serpeggiante sorpresa virile né Demogorgoni che sbucano all’improvviso da varchi bui e umidi
– Non fare lo scemo. Mi sono guardata in bagno prima e ho come l’impressione…che se ne sia un po’ scesa
– Prego?
– Sì, come se fosse più flaccida…secondo te è possibile che se ne scenda giù?
– Ma cos’è che dovrebbe scendere?…Cioè intendi la parte esterna o quella interna?
– Cioè?
– Ok, sorvoliamo sul mio disagio a parlare di anatomia femminile a una donna. Partiamo dall’ABC. Saprai che lì l’apparato si compone di due parti più esterne e due parti piccole interne…
– Sì, io dico quelle ultime lì: è possibile che se ne escano fuori? Io non voglio, che schifo
– Beh alcune donne ce le hanno più sporgenti, di natura. Altre invece più piccole e ripiegate – che è il tuo caso -, insomma è genetica. Poi che si facciano più sporgenti con l’avanzare dell’età, non so, può accadere, non mi sono mai posto io il problema direttamente!
– No dai che schifo. E come fanno?
– Come fanno cosa?
– Come fanno a far sesso quelle che ce le hanno più fuori? Io mi vergognerei…
– Beh fanno lo stesso…direi

Questa conversazione avvenne realmente. Scoprii che così come esiste un mondo fatto di uomini e complessi fallici, esiste un mondo fatto di donne e complessi vulvari da me sottovalutato a causa della mia scarsa sensibilità.

Sono qui per correggere un errore del passato e analizzare più a fondo la questione.

Gli uomini possano trarre le loro considerazioni dal confronto reciproco e nelle docce e negli orinatoi affiancati, la donna, mi domando, ha modo di trarre conforto (o sconforto) allo stesso modo?

Detto in soldoni: sotto la doccia le donne fanno a gara a chi ha le labbra più corte? Io non credo. Inoltre, i bagni femminili sono sempre singoli e separati, il che pone un’altra questione: perché mai la donna non può usufruire di orinatoi affiancati dove poter, durante la minzione, gettar l’occhio sulla mercanzia della vicina e metter in mostra la propria?

Two-Girls-Using-urinal

Donne felici di poter mingere affiancate

Terza questione: i libri di testo. Io ricordo che sul libro di educazione fisica delle scuole medie, nel capitolo riguardante l’educazione sessuale, la vulva era abbozzata poco più che come un taglietto nel pube. Sembrava un POS dove si striscia il bancomat.

Immaginate una ragazzina che si trova a far un confronto tra la propria vulva e quel taglietto disegnato: si sentirà mortificata come se avesse qualcosa di non conforme alla norma.

Ahimè, anzi, ahivoi, io mi faccio allora portavoce dei dubbi intimi altrui e così come esiste un mondo che giustamente si prende gioco di peni flaccidi e tozzi e ricurvi rendendoli, paradossalmente, sdoganati e normali, affermo che debba esistere un mondo dove si parli di vulve di tutti i tipi e ci si burli di loro. Perché il peccato originale sta nell’aver reso la fica come un qualcosa di eccelso e divino e aver innescato una corsa alla perfezione vulvare.

È ora invece di farla scendere dal piedistallo, perché essa – qui lo dico e non lo nego – è brutta.

Ma ci si consoli: la verità è che è brutta per tutte quante.

Questo avrei voluto dire a quella ragazza a quell’epoca e questo le sto dicendo in questo momento riscrivendo il passato e facendola di sicuro sentire meglio grazie alla mia nuova sensibilità.

Non è che puoi usar un ansiolitico contro le agitazioni sindacali

Una volta uscii con questa ragazza che mi scriveva da qualche settimana. La conoscevo di vista, ma non ci avevo mai parlato perché sostanzialmente se ne stava sempre a braccia conserte, gambe incrociate e sguardo rivolto verso l’infinito e oltre.

Mi era chiaro che se aveva preso a scrivermi era per un interesse, ma io nicchiavo. Mi ero proprio fatto una nicchia in cui mi ero raccolto e facevo finta di niente perché non avevo proprio idea di cosa avessi da spartire con una donna – bella invero – di cui non conoscevo neanche il tono di voce.

Se non che una sera fu lei che mi inchiodò scrivendomi “Che ne dici di parlare davanti a una birra”.

Accettai.

Ero in ansia. Posso sembrar gatto spigliato sempre pronto con la coda ritta ma quando ci sono situazioni sulle quali non ho un controllo totale mi destabilizzo: chi era costei? Di cosa avrei potuto mai parlarci? E se fosse stata appassionata di trifonie della Mongolia Orientale e yoga trascendentale e quindi non avremmo avuto nessun terreno comune di conversazione?

Senza contare la sua apparenza apparentemente apparente come scontrosa: insomma, non ero nelle migliori condizioni mentali.

La andai a prendere sotto casa. Arrivò trafelata, correndo. Entrò in macchina e cominciò a parlare scusahofattotardiseiarrivatoprimamiofratellosièmessoemiamadrenonsaioggiquantaacquablablablabla.

Parlava a raffica. Masticava le parole. Anzi, le masticava, le risputava e le rimasticava. Io annuivo ma capivo un concetto ogni 3 e una parola ogni 5. Credo mi abbia raccontato che una delle sue amiche è un cane pincher. O che ha messo in casa un’amica facendole impersonare un pincher.

Andammo a prendere una birra. Mentre io sorseggiavo lei l’aveva tracannata tutta. Poi fumò una sigaretta in una sola tirata, aspirandone anche il filtro.

Dopo mi sembrò più rilassata, anche se continuava ad agitare le mani mentre parlava in modo così frenetico che credo abbia creato dei tornado in Florida.

E a quel punto realizzai: avevo di fronte una persona agitata per l’appuntamento. D’improvviso, l’illuminazione: se lei è più in ansia di me, di cosa mi preoccupo? Ho di fronte una persona che avrà i miei stessi dubbi elevati al quadrato.

Ed è così che vorrei brevettare l’invenzione del secolo per tutti noi agitati : l’Ansiogen. Un farmaco in grado di mettere in ansia gli altri. Si potrebbe nebulizzare nell’aria e farlo inalare all’inconsapevole vittima.

Sei nervoso per un colloquio di lavoro? Ansiogen! Metti in ansia il tuo esaminatore, e sentiti tranquillo mentre lui gronderà sudore per l’agitazione!
Primo appuntamento? Agitala/o come una bottiglia di Pepsi e rilassati!

Ansiogen: perché se tu sei in ansia, gli altri debbono allora esserlo più di te!

Non è che non puoi far l’idraulico anche se non capisci un tubo

In settimana per lavoro ero in una sala comunale. Un sopralluogo per una presentazione. Non mia, in quanto mi presento benissimo, soprattutto se non invitato.

Mentre gironzolavo grattandomi i pollici ho avuto necessità di risolvere un breve momento fisiologico. La sala era attrezzata di bagni, molto puliti invero, ma che emanavano un odore di cadavere putrefatto.

Ho fatto quel che dovevo in due secondi e poi stavo per scappar via, quando, sul penzolante rotolo di carta igienica, ho notato una scritta:

X Gintoki.

Chi sarebbe questo XGintoki? Una mia versione X-Men? Ho tirato giù il foglio e ho notato altre cose scritte: avevo capito. Era un’altra opera di Lira Trap, la scrittrice erotica transizionale, diretto a me.

Come faceva a sapere che mi sarei trovato lì e avrei utilizzato il bagno? Questa storia diventa sempre più inquietante.

In ogni caso, ecco a voi il nuovo sforzo rettale di Lira Trap!

Chi la fa l’aspetti

Non o mai capito gli uomini ke vanno con le donne stupide.
Ancora meno ma però comprendo le donne che si sentono troppo stupide per un uomo. Stupide per cosa?! Non ci vuole mica un test di inteliggenza per trombare! Fidatevi monellacci miei, ke mi fingo stupida per raccogliere piselli. Mi dicono che sono bravissima nel recitare la parte, non si nota la finzione. Mi rende molto orgogliona questa cosa.

Questa è la storia di quando ho provato a fare la stupida con Savierone l’idraulico col baffone.

– ‘sera Miss Trap, dov’è la perdita?
– Hihih oddio scusi non mi ricordavo la sua visita. Scusi se sono qui in vestaglia di pelle di caimano tutta nuda sotto. Perdita? Eh ne ho in mezzo una grossa…sono fradicia…hihih
– Le perde il lavabo?
– Ecco…oddio ke imbarazzo…sarebbe il water in realtà…è…bloccato. Che vergogna, mi sento come una scolaretta alla prima gang bang.
– Capisco. Darò un’occhiata allo scarico
– Eh sì avrei proprio bisogno di una guardata al mio tubo di scarico…hihihihih
– Provvedo subito.

E si è chiuso in bagno senza neanche levarmi le mutande (che non avevo ma le avrei messe x farmele sfilare!). Mi aveva ignorata, incredibile! Me, la Divina Lira! Non solo, è rimasto lì dentro due ore, a fare non so che, a parte prendersela di continuio con un suo zio cui dava del cane e del maiale. Ke brutti parenti deve avere.

– Fatto…è stato un gran lavoraccio…
– Sarà tutto sudato…dovrebbe togliersi la tuta…hihihi
– Sì appena vado a casa mi faccio una doccia. Il conto sarebbe 150 euro per l’intervento, più 50 per la chiamata, più 50 per l’urgenza, più 55 l’iva.
– Dio mio, per saldare questo conto…dovrei dar via il sedere! Hihihi
– Contanti o carta?

Mi ero proprio stufata. Come si permetteva di ignorare le mie avanzes? Allora sono passata all’azione: mi sono lanciata verso la sua patta dei pantaloni per vedere il funzionamento della pompa idraulica.

– No, Miss Trap!
– Sì, tis-trappo tutto!

Ma però quando ho aperto non e uscito un bel tubo da 15 di diametro, ma una matassa di peli di rovo da cui veniva un puzzo di baccalà.

– Ma cosa…
– E così ha scoperto il mio segreto.
Ha detto togliendosi il baffo.

– Oh no! Hai l’alopecia al baffo! Terrò il segreto, tranquillo!
– Io non sono Saverione l’idraulico col baffone. Sono Saveriana, l’idraulico con la bagiana.
– Oh! Ed è una cosa grave?
– Sa, in questo mondo tradizionale una donna idraulico non viene presa sul serio. Non mi chiamano, oppure se mi vedono arrivare mi ridono in faccia. Una volta una signora mi aprì la porta, mi vide e disse “Suo marito sta parcheggiando?”.
– Ke stronzi! Io sono per un mondo transizionale. Hai provato a usare uno strapon su di loro?
– E così sono diventato Saverione. E ora lavoro bene. Per favore, non lo riveli in giro. Mi conoscono in tanti e se sapessero la verità…beh, immagini cosa accadrebbe.
– Certo. Tutti ti kiederebbero perché nascondi il baccalà nelle mutandine. Comunque non dirò niente, stai tranquilla.
– Grazie. Del resto tra di noi ci capiamo…anche lei ha un grosso segreto che riguarda quel che ha tra le gambe, dico bene?
– …N…non capisco…
– Suvvia, ho lavorato 2 ore sul suo water intasato. Sembra che ci abbia cagato dentro una squadra di rugbisti. Dica, c’entra qualcosa la Polisportiva qui di fronte? Le piace accogliere a casa i grossi calibri, eh?
– Hihihi eh sai com’è…
– Tranquilla, non dirò niente! Mi inviti però qualche volta ai suoi festini. È da parecchio che non mi faccio stantuffare come una macchina a vapore. Altro che Punto G: mi tocca ripartire dall’A,B,C.

Non ho avuto il coragio di dirle qual’è la verità. Ke invece era stato il ristorante indo-bengalese-giamaicano che mi aveva fatto intasare il water, da sola. Mai più etnico: tanto era il bruciore ke non ho potuto farmi inculare per ben tre giorni.

Questa storia mi ha imparato che le donne che fanno le stupide vogliono scopare ma non sempre ci riescono. E inoltre ke ki la fa (grossa) la aspetti perché tanto non va giù con lo sciacquone.

Per consolarmi sono andata a far visita alla Polisportiva ke diceva Saveriana. Ma questa è un’altra storia.

Alla prossima, monellacci
La vostra Lira Trap

Grande, meravigliosa Lira Trap. Oltre a impartirci insegnamenti morali, basati non su pensieri astratti ed oziose elucubrazioni radical chic ma su vicende di vita vera e vissuta, ci pone di fronte a grandi interrogativi: potete dirvi di fidarvi del vostro idraulico? E se non fosse ciò che afferma di essere?

Meditate, gente, meditate…

Non è che il medico si lavi con l’Anitra WC perché è un prodotto per la pulizia dei sanitari

Trovo assurdo che ci sia bisogno di affiggere un simile cartello, ma è evidente che educazione&modi appropriati non appartengono a tutte le persone.

Capitò anche una volta a Madre, nel rivolgersi a una farmacista: “Signorina, scusi…”. Io la ripresi con un colpo di gomito: “Madre, per favore…”. E Madre non è affatto una persona ottusa, nel senso di persona che ottende. Eppure è evidente che anche lei risente di una certa cultura dominante maschilista che vuole che a un uomo in camice ci si rivolga con deferenza, a una donna in camice con confidenza.

Premetto che trovo ridicoli i titoli e gli appellativi. Io stesso, quando al lavoro mi dissero che dovevo presentarmi come “dottore” – non in quanto medico ovviamente ma in qualità di laureato – mi sentivo un po’ ridicolo. Ma sarà questione di autostima e di sindrome dell’impostore.


La sindrome dell’impostore colpisce le persone che non sentono un traguardo e un successo come propri, giustificandoli solo come frutto del caso e/o di circostanze fortunate. Essi vivono nella condizione di sentire di non meritare una posizione e temono di essere prima o poi scoperti.


Laddove però esistono contesti formali trovo molto irrispettoso che ci si rivolga a un uomo in un modo e a una donna in un altro.

Fatta tale premessa, al foglio che ho pubblicato all’inizio di questo articolo vorrei fare un’aggiunta sotto il dottoresse: “Ma davvero?”.

Perché l’ambulatorio veterinario che frequento e dove è presente quel cartello sembra gestito come una bancarella del mercato. La titolare fa sia il medico che (male) l’assessore all’ambiente e ha l’aria perenne di chi ha ricevuto una botta in testa e perso la memoria.

Un paio di mesi fa avevo la gatta ricoverata per un ciclo di terapie. Andai a vederla per controllare come stesse e la titolare disse a un tirocinante:

– Questa è la gatta col tumore allo stomaco
– Eh?

Dissi sbiancando

– Ah no no scusa mi sono confusa col cane di quell’altro.

Ah. Ah. A soreta.

Nell’ambulatorio si alternano non so quante dottoresse. Perché ne incontro sempre una diversa. Ho rinunciato a imparare i loro nomi.

Il problema sorge quando devi tornare più volte e a ognuna devi raccontare la storia daccapo perché non si parlano tra di loro. Anche perché quando si parlano ognuna ha la propria versione:

(dottoressa 1) Si deve operare, bisogna aprire
(dottoressa 2) Non si deve operare, basta un prelievo con l’ago
(dottoressa 3) È guarita
(dottoressa 4) Scusa, tu sei?
(va avanti con altre dottoresse)

Avevo la gatta -una quasi ventenne- che pisciava sangue come una statua della Vergine e la soluzione offertami da una dottoressa era darle un integratore e comprare un diffusore di feromoni perché “Sarà colpa dello stress”.

Le diedi solo l’integratore perché 25 euro per uno spruzzatore erano troppo. Tornai dopo una settimana:

– Ma tu lo spruzzatore non l’hai messo, vero?
– No
– Eh…bravo. Hai visto?

Alla fine quindi lo comprai visto che mi si indicava come corresponsabile della patologia per la mia negligenza sparagnina e inoltre tra i due il medico è lei.


I gatti possono soffrire di stress, è vero, e la cistite può esser causata da questo fattore.


Ovviamente non servì a nulla, così dopo un’altra settimana le facemmo un’ecografia e scoprimmo una palla di sangue che occupava 2/3 della vescica e cominciammo quindi delle terapie col cortisone. Avremmo potuto iniziarla facendo un controllo sin da subito ma non si può certo rinunciare a un po’ di feromoni sintetici. Che per la cronaca non sono serviti a niente, a parte che io adesso ho voglia di fare pipì sui muri.

C’è poi una dottoressa che ha un carattere scorbutico. Per esempio, una volta, sempre dovendo fare il consueto riassunto delle puntate precedenti:

– Settimana scorsa ho parlato con la dottoressa…ehm…non ricordo…
– Boadicea? Clitemnestra? Pentesilea?*
– È una giovane
– Più giovane di me? (si indica, con gli occhi sbarrati)
– No no…cioè di me, dico
– Ah ok, no perché già stavo…(e non completa la frase)


* Nomi di fantasia così a caso.


Stavi cosa? Sì, vuoi sapere la verità, lei sembra una liceale e tu sua madre. Ora posso avere il mio responso?

No, qua non ci sono signorine ma teste di clitoride.