Il Vocaboletano – 34 – L’uosemo

Ricordo che una sera, dopo una cena a base di pesce quando ormai la tavola era stata già ripulita, si affacciò in cucina la gatta. Miagolava con tono insistito e disperato, quello che utilizza di solito quando vuol qualcosa: si era svegliata tardi e aveva mancato il pesce, anche se ne restava nell’aria l’odore.

Madre esclamò “Ten l’uosemo”.
La guadai stranito. Ma che cacchio voleva dire?

In pratica, l’uosemo è la capacità di percepire qualcosa che non è tangibile, che si avverte nell’aria anche se non si vede. Un esempio concreto è il fiuto del cane, che segue piste invisibili all’occhio umano. Difatti uosemo vuol proprio dire fiuto.

Si tratta di un arcaismo derivato direttamente dal greco antico: ὀσμή (osmé), che vuol dire appunto odore, fiuto. Dal termine greco deriva anche l’italiano usmare, parola desueta che ha lo stesso significato: odorare.


Da cui deriva anche un gioco di parole lombardo con il nome del Comune di Usmate e cioè Usmate Milano.


Il vocabolo non ha connotazioni esclusivamente canine: sentire l’uosemo, infatti, riferito a una persona, vuol dire subodorare qualche inganno celato, avere una cattiva sensazione: “questa faccenda puzza” sarebbe in italiano.

In senso esteso, l’uosemo è l’intuito guida: È gghiuto a (è andato a) uosemo vuol dire che è andato a naso, per intuizione.

Adesso scappo che fiuto odor di croccantini.

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Il Vocaboletano #33 La vrenzola

Viaggio al termine della notte

Chiedo scusa innanzitutto per aver saltato il nostro appuntamento col corso di vocaboletano la scorsa settimana, ma son quì per rimediare.

Questa settimana ho ricevuto un grande regalo per realizzare questo post, ossia la collaborazione di Tiz, che ci tengo a ringraziare infinitamente per aver dato voce, forma e colore alla parola che ho scelto per voi, la  vrenzola!

Con il termine vrenzola, si puo’ indicare  un brandello di stoffa, un cencio (qualcosa ridotto male, non in buone condizioni) con tutto il riferimento alla simbolica poverta’ che rappresenta,  e può originariamente riferirsi a persona ridotta in pessimo stato, ad un povero,  uno straccione, che indossa quindi un brandello, ossia una vrenzola. Si puo’ altresi’ indicare con tale vocabolo, un genere di donna che Tiz ha saputo spiegare benissimo delineando in maniera esemplare il vrenzola style. 

Per quanto riguarda l’etimologia del termine, non ci sono dati certi, ma potrebbe derivare…

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Il Vocaboletano – #32 – Il rattuso

L’estate sta finendo ma il caldo perdura e bisogna star più leggeri possibile col vestiario. Ma fate attenzione a non incontrare gli sguardi di un rattuso!

Riconoscerlo è facile. È colui che osserva con fare malizioso e libidinoso e non si fa scappare nessuna ragazza che entra nel suo campo visivo. Non è un semplice voyeur: pur potendo anche tramutarsi in un guardone, il rattuso non è interessato a spiare le attività sessuali altrui. A lui basta anche una apertura tra due bottoni di una camicetta per lanciare il suo sguardo telescopico da camaleonte e “godere della vista”.

Molto spesso al termine rattuso viene accostato l’aggettivo vecchio, perché molto spesso i rattusi sono uomini dai 50 in su che gettano un occhio sulle ragazze giovani. Non è inusitato però dare del rattuso anche a chi frequenta una ragazza più giovane, ad esempio un 30enne con una 18enne, sottolineando la differenza di età e gli intenti dell’interessato come fossero quelli di un vecchio maniaco.

Un comune vecchio rattuso colto nella sua occhiata da rattuso

Il rattuso è anche colui purtroppo che nell’autobus con il pretesto del poco spazio tocca dove non dovrebbe ed è stato ben descritto da Tony Tammaro (sulle note di Edoardo Vianello):

noi siamo quelli che nel votta votta
vuttammo’e mmane pè coppa e pè sotta

trad.
Noi siamo quelli che nella calca
infiliamo le mani dappertutto

Etimologia – Secondo una ipotesi etimologica, rattuso sarebbe una fusione tra rattare e uso, dove rattare in napoletano vuol dire grattare ma anche toccare, quindi il rattuso sarebbe colui dedito a toccare.

Se ne incontrate uno, rendetelo dedito a ricevere schiaffoni.

Vocaboletano #31 ‘ntussecà

Agosto sta finendo ma…non vi intossicate per questo!

Viaggio al termine della notte

Eccoci ritrovati al consueto appuntamento con il corso intensivo di napoletano. La parola che è scelto per voi questa settimana è un verbo ‘NTUSSECA’,  che vuol dire letteralmente avvelenare, amareggiare, arrabbiare,  ma che essendo riflessivo diventa ‘ntussecarsi, ossia avvelenarsi,  quindi amareggiarsi, arrabbiarsi. Colui che che si avvelena è o’ ‘ntussecato, ma il risultato essendo un avvelenamento è o’ ‘ntussecamiento. Poi c’è un’ulteriore sfumatura che è:  o’ ‘ntussecuso : letteralmente è chi è facilmente irascibile, aspro nei modi e nelle maniere, sdegnoso, quando non velenoso. L’etimologia di ‘ntussecà può essere trovata nel latino in-toxicare che è formato da un in illativo + il sostantivo toxicum, di cui troviamo l’ evoluzione della x in ss; il basso latino toxicum(forgiato su un greco toxikòn)= veleno, ma pure rabbia, sdegno che è divenuto in napoletano tuosseco, ossia veleno. Una frase della cultura popolare del luogo in cui vivo è: ‘o…

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Il Vocaboletano – #30 – Fittiare

Test clinici dimostrano che d’estate è cosa comune far nuove conoscenze sentimentali e dedicarsi ad approcci anche invadenti quando le altre persone magari vorrebbero soltanto rilassarsi in pace.

In termini di invadenza, il napoletano, in tempi passati quando il corteggiamento si svolgeva soprattutto (o soltanto) a distanza come in un romanzo di Jane Austen, ha sviluppato una forma di approccio interessato molto particolare: il fittiare.

Fittiare vuol dire guardar da lontano, in modo continuato e con intenso desiderio. Lo scopo è quello di rendere palese il proprio interesse all’altra persona e attendere che, una volta inviato il messaggio telepatico, si riesca a combinare qualcosa (magari finire con l’ammoccarsi ->vedasi).

La fittiata in genere andava avanti finché la donna, infastidita, si alzava e se ne andava oppure quando accorreva qualche giovane a lei legato da parentela o relazione per far capire, senza tanti giri di parole (->paliatone), che si stava fitteando la donna sbagliata .


Un tipico sguardo intenso e conturbante proprio di chi sta fitteando.


In quei rari casi in cui la persona fittiata ricambia gli sguardi di chi fittea, si può dire che quelle due persone si fitteano/si stanno fitteando.

L’espressione può anche riferirsi a un oggetto inteso come obiettivo da raggiungere: si può fittiare ad esempio un telefono visto in un negozio. Vuol dire che lo si è puntato e si aspetta di poterlo prendere alla prima occasione (quando si avrà disponibilità o quando scenderanno i prezzi).

Etimologia – È opinione comune che sia ricollegabile al latino figere, “colpire da lontano”. Proprio come chi sta fitteando, che spera di far colpo a distanza.

O, al contrario, potrebbe riceverlo lui un colpo (in fronte) dalla distanza per l’attenzione troppo molesta.

Vocaboletano #29 a’ Pipita

Una nuova puntata del Vocaboletano e appuntamento al prossimo mercoledì: io vado in vacanza ma il dizionario di napoletano pratico non lo farà!

Viaggio al termine della notte

Buonasera a tutti! Mentre la maggior parte di voi in questo momento è in vacanza, io e Gintoki abbiamo deciso di non abbandonarvi, ma di continuare con il Vocaboletano e di non farlo andare in vacanza, anche perchè è proprio  durante un viaggio o mentre siete rilassati in qualche località esotica che potrete sfoggiare la vostra conoscenza del nuovo idioma. La parola di stasera è come avete letto dal titolo: a’ pipita. La pronuncia è esattamente identica a come si scrive. E cosa vuol dire? Innanzitutto toglietevi dalla testa che abbia a che fare col nomignolo dato ad Higuaìn. Questa è tutta un’altra storia.

pipita s. f. [lat. *pipīta, alteraz. pop. di pituīta «muco, catarro; ascesso» (v. pituita)]. – Malattia degli uccelli (nota spec. nei polli): consiste in una formazione abnorme, simile a una pseudomembrana, costituita da un ispessimento dell’epitelio corneo che riveste il dorso…

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Il Vocaboletano – #28 – Abbabbiare

Vi hanno detto che il Vocaboletano ad Agosto si sarebbe fermato e voi ci avete creduto? Beh fatevelo dire, vi siete fatti proprio abbabbiare!

Il termine sembra ricordare la parola babbeo e, in effetti, il senso del verbo è proprio quello: rendere qualcuno uno stupido, abbindolandolo con false promesse o giri di parole allettanti facendolo cascare in un tranello.

Avete presente Totò che vende la fontana di Trevi? Lui stava proprio abbabbiando il malcapitato turista!

Chi finisce col farsi prendere in giro è stato, si suol dire, abbabbiato. Riferito al maschile può anche star a indicare qualcuno che si è fatto irretire dal fascino di una donna.

Abbabbiare può anche essere inteso come ingraziare, portar dalla propria parte: esiste infatti in Irpinia un proverbio che rende molto bene l’idea:

Chi volu fa’ l’amore cu la figlia adda abbabbià prima a la mamma
(Chi vuole fidanzarsi con la figlia deve prima farsi piacere dalla madre)

Insomma, comunque vada, il mondo è questione di abbabbiamenti.

Il Vocaboletano – 27# – o’ scuorno

Viaggio al termine della notte

Quante volte vi è capitato di provare vergogna in una determinata situazione? Eccovi servita la parola di stasera: o’scuorno! Ossia la vergogna!
Ma da dove deriva questo termine? L’etimologia affonderebbe le sue radici nel greco. La parola “scuorno” infatti deriverebbe dal vocabolo ellenico αισχύνομαι che vuole dire appunto “vergognarsi”.
Altre ipotesi invece, come quella di un linguista, fanno derivare questa parola dal verbo scornare, che a sua volta deriva dal vocabolo “corno”, con L’aggiunta di una “s” iniziale che ha un valore privativo ed indica la perdita di qualcosa, nello specifico la perdita della durezza del corno, il cui quindi significato è
“senza corno o corna” cioè “scornato”. Per comprendere meglio il legame tra l’avere “scuorno” e l’essere scornati possiamo pensare ai cervi, a quando lottano per conquistare il cuore di un esemplare femmina e si scontrano utilizzando le proprie corna. Il cervo che per primo viene privato di…

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Il Vocaboletano – #26 – Cofecchie

Una delle attività preferite dalle persone è quella di parlare e fare commenti alle spalle degli altri.

Questa pratica del far capannello e scambiarsi pettegolezzi sotto voce a Napoli è detta “Fa’ ‘e cufecchie”, fare le cofecchie. A volte più semplicemente si usa direttamente il verbo – derivato – cofecchiare come sinonimo di spettegolare, fare inciuci.

“Senti, sarà pure bravo a carte ma mi hanno detto che ce l’ha moscio”

Sembra un termine un po’ desueto e probabilmente lo è. Oggigiorno è più facile sentirlo utilizzato più nel centro di Napoli che in provincia.

La prima volta che lo sentii fu una decina di anni or sono. Una mia amica, indicando due nostri amici che avevano allungato il passo e parlottavano, disse “Stanno cofecchiando”.

Io annuii intuendo che si riferisse a qualcosa limitato a loro due, ma non conoscevo tale espressione. Pensavo fosse uno slang da bimbominchia.

Quando feci qualche ricerca e scoprii la mia ignoranza, mi emendai. Ma questa è un’altra storia.

Etimologia – Le origini sono incerte, ma sembrerebbero ricollegabili al greco antico κόβαλος, aggettivo che indicava il bugiardo, l’imbroglione, colui dedito a intrighi alle spalle degli altri.

A tal proposito, cofecchia vien talvolta ancora utilizzato per indicare una furbata, un inganno: non è inusitato sentir parlare di qualche manovra politica poco pulita riferendosi a essa come una “cofecchia”.

E, ancora, con riferimento all’agire all’insaputa del prossimo, fare le cofecchie ha anche un altro significato: è un’altra maniera per riferirsi al tradimento amoroso.

Alla prossima settimana e…non cofecchiate, con qualunque significato lo intendiate!

Il Vocaboletano – #25 – ‘O Mamozio

Vi è mai capitato che un vostro amico o conoscente rimanesse un po’ interdetto e imbambolato nel mezzo di qualcosa? Magari con lo sguardo da pesce lesso con contorno di patate e un’espressione del viso che nel complesso gli dava un’aria da stolido?

Ebbene, potevate apostrofare il tale dicendo che sembrava proprio un Mamozio!

Dicesi Mamozio, infatti, l’individuo dall’aria assente, con lo sguardo perso nel vuoto, privo di alcuna reazione tal da far sospettare un encefalogramma piatto, come un pupazzo o bamboccio malfatto.

Il termine ha origine nel ‘700, quando a Pozzuoli – città Flegrea al confine con Napoli – durante gli scavi per la costruzione di una chiesa venne ritrovata una statua acefala (cioè senza testa). L’epigrafe diceva che si trattava del console Romano Quinto Flavio Mesio Egnazio Lolliano Mavorzio: chissà che casino quando dovevano chiamarlo!

La statua fu ricollocata in sede e si decise di donarle una nuova testa, commissionata a uno scultore locale che forse in carriera avrà fatto al massimo lo scalpellino: la nuova testa risultò infatti non rispettare le proporzioni del corpo, essendo molto più piccola e donando al povero Mavorzio un’aria poco credibile e, anzi, abbastanza ridicola e buffa. La testa minuscola sembrava denotare poco cervello e da lì a poco il Mavorzio divenne simbolo di stupidità.

Il nome venne poi storpiato dai Puteolani che iniziarono a riferirsi alla statua come a “Mamozio”, termine che si è consolidato nel tempo assumendo appunto il significato di persona tonta e dall’aria imbambolata.

Una foto di inizio ‘900 della cittadinanza in posa con il “Mamozio”.

Per chi volesse ammirare il povero Mavorzio e si trovasse a passare al Museo Archeologico dei Campi Flegrei potrà trovarlo lì dove è ospitato attualmente.

Curiosità: nel film Il monaco di Monza, l’assistente stupidotto e poco sveglio di Fra Pasquale da Casoria (Totò) si chiamava proprio Mamozio (“Ah, un bel nome! Bello, bello!”), interpretato da un ottimo Erminio Macario.

E voi, ne conoscete di Mamozi? O siete stati voi stessi un Mamozio?

Il Vocaboletano – #24 – Paliatone

Viaggio al termine della notte

Il vocabolo di cui vi parlo stasera, mi è molto caro.
Anche perchè in questo periodo farei un bel paliatone a parecchie persone e son sicura che a meno che non abbiate abbracciato la dottrina di Gandhi, allora la penserete esattamente come me a tal riguardo, ci son momenti in cui le parole son davvero poca cosa, e allora rimangono bene poche alternative, e scatta quindi il paliatone.
I ricordi dell’infanzia legati a questo vocabolo, risalgono a tutte quelle volte in cui io facevo, o ero intenta a fare qualche danno e mia madre dopo avermi richiamato varie volte invano, allora urlava: “Marilù, se non la smetti ti faccio un paliatone che non ti credi e non ti pensi!” ossia, se non la smetti, dopo i vari richiami, prenderai le botte, botte di tal portata che neanche puoi immaginare.
Questa minaccia bastava a farmi bloccare immediatamente, qualsiasi cosa stessi facendo…

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Il Vocaboletano – #23 – ‘A cannarizia

Ci abbiamo preso gusto con questo vocabolario napoletano – italiano. E non ci fermiamo perché, come si suol dire, l’appetito vien mangiando.

E proprio con riferimento all’appetito, oggi vado a introdurre il termine cannarizia.

Cominciamo col dire che in napoletano gola si dice canna. La parola è spesso accompagnata dalla preposizione in nell’espressione ‘ncanna (in gola), utilizzata di frequente in senso figurato.

Se qualcuno vi dice Te teng ‘ncanna (lett. Ti tengo in gola), non è qualcosa di piacevole: vi sta dicendo che vi sopporta a malapena. Arrivare ‘ncanna ‘ncanna vuol dire all’ultimo momento. Avere U core ‘ncanna vuol dire avere il cuore in gola per l’affanno e/o per l’ansia.

E potrebbero esserci tantissimi altri esempi.

Da canna ci sono tanti termini derivati, tra cui la cannarizia (detta anche cannarutizia) che, ora si sarà capito, ha a che fare con la gola: indica infatti la golosità sfrenata, la crapula e l’ingordigia, di cibo ma non solo. Ci può esser cannarizia anche nella ricerca di danaro o di potere o fama come obiettivo.

Hieronymus Bosch, Gola da I sette peccati capitali

Circoscrivere il significato solo all’atto del mangiare è limitante. Dietro la cannarizia c’è un desiderio, una brama insaziabile che non trova ragione in qualcosa di materiale. È il desiderio per il desiderio stesso. È una sfumatura sottile difficile da rendere tradotta se non con un esempio.

Chi mangia una fetta di torta e poi chiede il bis, lo fa per golosità. Chi mangia una fetta di torta, chiede il bis e poi, vedendo un’ultima fetta rimasta solitaria la reclama pur essendo sazio, lo fa per la cannarizia di doverla consumare e non lasciar niente.

Confessate: quante volte siete stati cannaruti (cioè interpreti di cannarizia)?