Il Vocaboletano – #23 – ‘A cannarizia

Ci abbiamo preso gusto con questo vocabolario napoletano – italiano. E non ci fermiamo perché, come si suol dire, l’appetito vien mangiando.

E proprio con riferimento all’appetito, oggi vado a introdurre il termine cannarizia.

Cominciamo col dire che in napoletano gola si dice canna. La parola è spesso accompagnata dalla preposizione in nell’espressione ‘ncanna (in gola), utilizzata di frequente in senso figurato.

Se qualcuno vi dice Te teng ‘ncanna (lett. Ti tengo in gola), non è qualcosa di piacevole: vi sta dicendo che vi sopporta a malapena. Arrivare ‘ncanna ‘ncanna vuol dire all’ultimo momento. Avere U core ‘ncanna vuol dire avere il cuore in gola per l’affanno e/o per l’ansia.

E potrebbero esserci tantissimi altri esempi.

Da canna ci sono tanti termini derivati, tra cui la cannarizia (detta anche cannarutizia) che, ora si sarà capito, ha a che fare con la gola: indica infatti la golosità sfrenata, la crapula e l’ingordigia, di cibo ma non solo. Ci può esser cannarizia anche nella ricerca di danaro o di potere o fama come obiettivo.

Hieronymus Bosch, Gola da I sette peccati capitali

Circoscrivere il significato solo all’atto del mangiare è limitante. Dietro la cannarizia c’è un desiderio, una brama insaziabile che non trova ragione in qualcosa di materiale. È il desiderio per il desiderio stesso. È una sfumatura sottile difficile da rendere tradotta se non con un esempio.

Chi mangia una fetta di torta e poi chiede il bis, lo fa per golosità. Chi mangia una fetta di torta, chiede il bis e poi, vedendo un’ultima fetta rimasta solitaria la reclama pur essendo sazio, lo fa per la cannarizia di doverla consumare e non lasciar niente.

Confessate: quante volte siete stati cannaruti (cioè interpreti di cannarizia)?

Il Vocaboletano – 22# – O’ mastuggiorgio

Viaggio al termine della notte

Il termine di oggi è 0’Mastuggiorgio.
Questo vocabolo può avere una doppia valenza: può definire un uomo intraprendente e determinato, capace di prendere le redini di una situazione difficile, ma può anche riferirsi ad un uomo violento e pronto ad ottenere ciò che vuole ad ogni costo. L’origine etimologica può risalire alla parola greca mastigophoròs, e cioè il portatore di frusta. ”Mastuggiorgio” indica l’infermiere di manicomio o più genericamente il sorvegliante dei pazzi. Un’altra derivazione della parola,non del tutto improbabile,è spiegata nella figura di Mastro Giorgio Cattaneo, un castigamatti, che nel Seicento pretese di curare le malattie nervose con le percosse, infatti si narra che tale mastuggiorgio lavorava presso l’Ospedale degli Incurabili a Napoli, il suo metodo correttivo consisteva nello sfinire fisicamente i pazienti, legandoli ad una pesantissima ruota e costringendoli a girare ripetutamente intorno ad un pozzo, accompagnandoli con bastonate e alla fine di tale tortura i malati dovevano…

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Il Vocaboletano – #21 – La Janara

Siamo arrivati al ventunesimo episodio del Vocaboletano curato da me e crisalide77.

Oggi in via un po’ alternativa voglio introdurre un termine legato al folklore e all’occulto locale seppur non proprio natìo dell’area napoletana.

Janara: nella credenza popolare con questa parola si suole indicare una strega originaria delle zone rurali del Sannio. Essa si aggira di notte per le stalle e ruba cavalli per cavalcarli lungo le campagne fino allo sfinimento, abbandonandoli poi con le criniere intrecciate (è per questo che Umberto Balsamo poi doveva andare in giro a scioglierle!).

È molto pericolosa soprattutto per i bambini: li rapisce o li fa ammalare di notte per gelosia in quanto alla Janara è negata la possibilità di concepire.

Anche gli adulti devono stare in guardia da costei: sembra che ami sdraiarsi su di essi mentre dormono, per appesantirne il respiro o immobilizzarli durante il sonno.


È il comune fenomeno della paralisi del sonno che, in tempi antichi di superstizione e credenze veniva imputato alla presenza di esseri maligni per la casa.


La Janara non è soltanto dedita ad atti malvagi: per il suo legame profondo con la terra, conosce le piante, i segreti delle erbe e i modi per preparare medicamenti di erboristeria. In origine la figura non era associata col demonio ma era più assimilabile a una entità pagana: soltanto in epoche successive la Janara fu accostata al Diavolo e fiorirono leggende su riunioni infernali tra Janare tenute sotto un grande albero di noce lungo il Sabato, il fiume che bagna il Sannio.


All’albero di noce sono stati attribuiti tanti significati. Per la forma dei suoi frutti, simili a testicoli, è considerato carico di simbologia fallica. Il gheriglio interno ricorda un cervello. Inoltre il noce ha natura ambivalente: le sostanze che produce possono essere utili per rimedi medicamentosi, ma possono anche essere tossiche se mal manipolate.


Con la loro maestria nella preparazione di pozioni, le Janare sarebbero in grado di volare grazie a un unguento da spalmare sul corpo. Come la Margherita di Bulgakov (Il Maestro e Margherita) che volava dopo essersi cosparsa di una crema donatale dal demone Azazello.

Per difendersi dalla Janara un metodo molto efficace era quello di lasciare fuori l’uscio durante la notte una scopa di miglio capovolta. La strega si distrarrebbe per contarne i rametti fino al mattino, quando alle prime luci dell’alba è costretta a ritirarsi.

Un altro rimedio sarebbe quello di appendere fuori la finestra un sacchettino pieno di sale: anche in questo caso la megera si intallierebbe (ricordate che significa?) a contare i granelli evitando così di insidiare casa.

Per poterla catturare, invece, bisogna afferrarla per i capelli e rispondere alla sua domanda “Che cos’hai in mano?”.

Al che bisogna rispondere “Ferro e acciaio” per poterla bloccare. Se si risponde “Capelli”, lei scappa via!

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Etimologia – Il nome deriverebbe da Dianara, seguace o sacerdotessa di Diana, dea della caccia e anche di incantesimi notturni. Potrebbe anche essere legato a ianua, cioè porta, perché come detto la strega è dedita a insidiar l’uscio di casa.

L’altra Janara – Esiste una versione marina della Janara, quella di Conca dei Marini (Salerno). Le Janari locali sono donne normalissime, mogli e fidanzate di pescatori e marinai. Essendo la vita dell’uomo di mare spesso lontana dalla terraferma, queste donne, per solitudine prolungata, cadevano in uno stato di cupezza e malinconia che le portava a diventare streghe e a praticare malefici.

Alcune, come le Sirene di Ulisse, attiravano sugli scogli i marinai per giacere con loro e poi sacrificarli al mare.

A essere onesto, io di strega del beneventano conosco solo questo:

Il Vocaboletano -20#- Pucundrìa

Viaggio al termine della notte

Buonasera linguisti! Siamo già arrivati alla ventesima parola di vocaboletano! Non potevo non farvi conoscere questo nuovo termine che è: a’ pucundrìa! per la traccia audio cliccate quì.
Veniamo al significato! Son certa che state pensando che il significato sia IPOCONDRIA, poichè la pronuncia è quasi simile al nostro termine ipocondria, ma in realtà vuol dire tutt’altra cosa.
Se si dice di qualcuno che “ten’ a’ pucundrìa”, vuol dire che sta soffrendo di una forte nostalgia, che è affatto da un senso di malinconia, che non può essere neanche definito tale, un misto di tristezza, che non è solo tristezza, di noia, di insoddisfazione, di mal di vivere, di solitudine, metteteci dentro tutti questi aspetti e viene fuori ‘a pucundrìa.
Io stessa l’ho provata molte volte, uno stato d’animo senza contorni, ma molto, molto profondo.
Pino Daniele ha scritto una canzone sulla pucundrìa.

Appocundria me scoppia / ogne minuto…

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Il Vocaboletano – #19 – Arrevotare

Siamo arrivati all’appuntamento 19 del Vocaboletano. Il successo che ha riscosso sinora è tale che si può dire che abbiamo proprio arrevotato!

Come? Non sapete cosa voglia dire arrevotare? Eh ma allora bisogna proprio spiegare tutto.

In senso letterale, arrevotare, dal latino volvitare (“volgere”, con il ri- iniziale che sta a indicare “volgere dall’altro lato”) vuol dire proprio rivoltare, verso la parte opposta.

Il termine è però usato in senso figurato: è raro infatti sentir dire di aver arrevutato un oggetto. Si usa, invece, per descrivere aggiungendo enfasi un’azione che crea sconvolgimento in senso positivo, tal da suscitare ammirazione e meraviglia in chi sta intorno.

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Nel gergo giovanile è spesso diventata una spacconata, “Questa sera arrevutamm!”, immaginando una serata con donne che cadono ai propri piedi, sguardi di ammirazione e invidia da parte del popolo, divertimento e sconvolgimento assicurati.


Che poi il più delle volte si traduce nella storia dei pifferai di montagna che andarono per suonare e furono suonati.


A volte arrevutare può anche avere un’accezione negativa, nel senso di crear grande disordine. Ad esempio ricordo è un’accusa che mi è stata spesso mossa da Madre in quanto quando cerco qualcosa e non la trovo ho l’abitudine di mettere sottosopra tutto.

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Un uso più desueto di arrevotare è quello con il significato di dar vita a una rivolta. La piazza s’è arrevotata!. Non succede tutti i giorni, quindi è comprensibile scompaia dall’utilizzo comune.

Spero con questo post di aver arrevutato la vostra serata e di non aver arrevutato casa vostra.

Il Vocaboletano – #18 – Alluccà

Viaggio al termine della notte

Buonasera a tutti! il termine a cui ci accostiamo questa sera è molto caro alla gente del sud, perchè dalle nostre parti i toni pacati sono altamente vietati. Da noi, s’addà alluccà!
E che cosa significa nello specifico alluccà, ossia alluccare, vuol dire alzare la voce, urlare, strillare, gridare, sbraitare, rimproverare, abbaiare.
Traccia audio di Alluccà.
Se il cane del vostro vicino abbaia tutta la notte potrete dire: ‘e ‘lluccat’ tutta a nuttata, numm è fatt rorm proprie.! Tradotto: non ho dormito affatto, perchè il cane ha abbaiato tutta la notte. Per la traccia audio cliccare quì.

Vale anche, nella forma transitiva, come “rimproverare”: quindi un bambino irrequieto viene “alluccato” se combina pasticci. Un tipo di rimprovero potrebbe essere il seguente: dagli n’allucca ncapa e virimm si s’impara! Ossia:fagli una sgridata bella assestata (in testa, così se la ricorda meglio),  e vediamo se impara. Per la traccia audio cliccate quì.

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Il Vocaboletano – #17 – O’ 4 e maggio

Oggi mi è tornato in mente un termine che ho sentito nominare qualche volta da mio padre, in una di quelle occasioni in cui all’improvviso si presenta dicendo cose del tipo “Ma tu lo sai che significa O 4 e maggio?”, domanda retorica perché tu, ovviamente, non hai coscienza di un termine per te arcaico. È come se io gli chiedessi “Ma tu sai chi è Ezio Auditore?”.

Io la prima volta risposi, sempre in modo retorico, che il 4 di maggio era una data, ben sapendo che nascondesse un altro significato.

Il 4 di maggio, infatti, era un tempo a Napoli il giorno dei traslochi o degli sfratti.

La scelta del giorno non fu per casualità.

Nel 1587, l’allora Vicerè spagnolo di Napoli Juan de Zuniga conte di Morales (Pdor figlio di Kmer…) istituì come giorno da destinare ai traslochi – usanza esistente già durante l’Impero Romano, laddove per evitare disagi durante l’anno si sceglieva un solo giorno in cui chi voleva star tranquillo si chiudeva in casa mentre gli altri si spostavano di casa – il primo di Maggio.

Il distratto dimenticò o non si curò che il primo Maggio era già festa destinata ai Santi Filippo e Giacomo, celebrati con grandi feste in città. Una concomitanza di eventi che aveva conseguenze disastrose.

Fu così che il suo successore, Pedro Fernandez de Castro, nel 1611 spostò la data al 4 di maggio, data coincidente con una delle scadenze per il pagamento del pesone (pigione di casa), insieme al 4 gennaio e il 4 di settembre.

Si può immaginare in quelle occasioni il traffico per le strade, famiglie in movimento, carretti e carrettini, persone cariche come muli e muli carichi di persone con masserizie e carabattole. Quasi un’intera città si fermava per dedicarsi agli spostamenti di residenza.

Se ci si ferma a immaginare la scena si può quasi sentire il gran vociare di persone che, armi e bagagli, si incrociavano lungo le scale dei palazzi, con grandi disagi perché ovviamente gli ascensori non erano disponibili.

Da una stampa ottocentesca

È per questo motivo che in un’occasione di grande caos e confusione si suole (o si soleva, essendo il termine caduto un po’ in disuso) esclamare: Ma che ré, o quatt e maggio?!.

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