Non è che una cantante metta maglioni di Lana del Rey

Sono uscito di casa questa mattina mentre il cielo sputacchiava pioggia congelata. Gocce che solidificavano e venivano giù fitte.
Una si è insinuata verso la mia schiena attraverso ombrello, giaccone e scaldacollo togliendomi 5 anni di vita e aggiungendone altri al periodo nell’Inferno che dovrò trascorrere nel Girone dei violenti contro la Divinità.

Mi ero alzato presto per andare all’ufficio postale, appena avrebbe aperto, a ritirare una raccomandata. La rassegnazione dominava su di me come una mistress.
Avevo lasciato detto in ufficio che avrei fatto tardi, non quantificando un orario. Ho dato istruzioni a CR per far avvisare i miei genitori nel caso non avessi fatto ritorno. Si sa che negli uffici postali si entra e non si sa quando se ne esce.

Ero pronto al peggio, mi aspettavo non sarebbe stata facile.
Magari l’avviso di giacenza non aveva il codice della raccomandata scritto in modo chiaro, magari l’avevano persa, magari non sarebbe bastata la carta d’identità e avrebbero chiesto il passaporto, l’estratto conto in banca oppure mi avrebbero fatto togliere la maglia e in quel momento avrei avuto la lanetta nell’ombelico.

Magari qualsiasi cosa.
Invece ne sono uscito cinque minuti dopo.
Io, la mia raccomandata, e la mia lanugine ombelicale che, seppur fossi lavato e vestito da mezz’ora o poco più, sicuramente nel frattempo si era già formata dalla maglietta.

Non me l’aspettavo.
Del resto, ho una tecnica inconscia di modifica del futuro basata sul pessimismo.
Qualche sprovveduto la definirebbe ansia. In realtà è una filosofia di vita. Consiste nel visualizzare gli scenari peggiori affinché non si verifichino e nel ricevere quindi un grado di soddisfazione elevato nel momento in cui gli eventi volgono invece in positivo.


Perché è noto che D= A-R, dove D sta per Delusione, A per aspettative e R per realtà. Se D è negativo ne consegue che la realtà è migliore di quanto ci aspettassimo.


Affinché la tecnica funzioni, è necessario che il pessimismo sia sincero.

Non funziona visualizzare di proposito che le cose vadano male. Il pessimismo spontaneo si sviluppa solo con lunga e costante dedizione, attività degna di un asceta.

L’importante è lavarsi, perché sennò poi puzza l’asceta.
E avrà tanta lana nell’ombelico.

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The Gintoki Show: un’intervista da dio

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Il fulmine di Zeus nella sigla è interpretato da uno stuntman professionista, quindi don’t try this at home

Siamo giunti alla terza puntata – ebbene sì, qualcuno ha pagato per far proseguire questo show – del Gintoki Show. Potete rivedere le puntate precedenti qui e qui, ma guardatele dopo aver visto questa, perché sennò se andate subito poi rischiate di perdervi questa qui e non trovarla più.

Questa sera, dopo aver ospitato in precedenza un venerabile Faraone e una Venere del calcio, come potevamo far di meglio? Ma ospitando direttamente il Re degli Dei, è ovvio! Gente, ecco Zeus!

G: Per rompere il ghiaccio comincio così: innanzitutto ti ringrazio per aver concesso questa intervista. Immagino che essendo divinità tu sia molto oberato di impegni. Come riesci a conciliare con l’attività sul blog?
Z: Ti ringrazio a te per l’ospitalità e, vista la cortesia, uso un po’ del ghiaccio rotto per l’ambrosia. Hai ambrosia? Se no va bene anche una birra calda.
Per tornare alla tua domanda: ho la fortuna di essere un manager oculato. Truccando le pagliuzze ho sbolognato le rotture più grandi, acqua e inferi, a Poseidone e Ade. A me rimane solo il cielo e il tuono, non proprio un lavoro a tempo pieno.
Rendo breve ciò che è lungo: scrivo sul blog per noia.

G: Ho una Tuborg lasciata al sole, anche se credo tu non intenda ciò per birra calda…
Sono curioso: la noia incrementa la produttività scrittoria, quindi mi dici?…È molto leopardiano. E so quel che dico: di felini me ne intendo!
Z: Io intendevo una Ceres… ah ah ah *matte risate*. Questa mette KO tutto l’Olimpo ogni volta che la dico. Ridono se no li fulmino, ma tant’è.
La noia è uno stimolo potente, anche se non sembra. L’ispirazione è passeggera: che scrive vive del lampo di genio, sfruttando il momento buono fino allo stremo. E si finisce senza parole o idee.
Io no. Scrivo per noia e perciò con la costanza tipica dei Testimoni di Kingu, quelli che bussano al tempio alle 7 di mattina.

G: Questi Testimoni di Kingu mi ricordano qualcuno con la stessa abitudine.
Restando sulla scrittura (un gentile dono agli umani da parte di Prometeo, a proposito, l’hai perdonato per quella storia di averti fregato l’accendino?), ti sei concentrato spesso proprio sull’analisi del modo con cui il blogger vi si approccia. Sono spunti per una semplici riflessione o vogliono anche essere dei semi lanciati affinché germoglino in un qualche cambiamento in ciò che leggi?
Z: Guarda, so con certezza che,a Prometeo, il rimorso sta rodendo il fegato. Spero stia bene, veramente, certe situazioni ti mangiano vivo.
Sì, quando non sparo minchiate o anestetizzo il mondo con la mia musica, cerco di guardare il comportamento dei blogger. Sono una razza strana, interessante. Nuova, se vogliamo. Diversi dal popolo di facebook e, proprio grazie ad internet, possono ambire a più notorietà e influenza… che ne carbura l’ego.
Ecco il perché delle mie sono riflessioni, spesso scoordinate: vorrei è un cambiamento di rotta, un po’ di qualità&contenuti, e anche un pizzico di autoironia, in più.

G: Eppure, nonostante la diversità dal popolo di facebook, come hai fatto notare anche tu in un tuo post, sembra che il blogging a volte assuma connotati molto da social network. La stessa nuova impostazione grafica di WP sembra ricalcare tale dimensione 3.0. Per carità, io poi non me ne intendo, non sono un grafico (infatti in spiaggia non mi capita mai che una ragazza mi veda e si giri esclamando “Però, che grafico quello lì”). Mi piace però lo spirito che hai: sii il cambiamento che vuoi vedere nel blogging.
Z: Sto cercando di portare, nel mio piccolo, un cambiamento… e non vorrei essere scambiato per arrogante per il mio essere il Capo degli Dei. Sono ancora l’umile dio che ha sconfitto i Titani.
Le collaborazioni con il Faraone nei Grandi Antichi e con Cineclan sono la mia idea di nuovo blog/blogger: personale E comunitario. Le idee fluiscono.

G: Le iniziative “open source” sono molto interessanti: oltre a quella col faraone (qua il progetto Grandi Antichi) e quella con cineclan (qui l’inizio della serie), ne hai qualche altra in cantiere o che vorresti realizzare? Mi compiaccio comunque che la battaglia coi Titani non ti abbia dato alla testa. Ma c’è stata invece un’occasione in cui qualcosa invece ti ha dato alla testa (non vale l’alcool)? Quella volta magari che hai saputo che i Tool suonavano vicino e non ci hai capito più nulla dall’esaltazione, per dire?
Z: Al momento, oltre a questi progetti, sto portando avanti alcune iniziative personali (di cui mantengo il riserbo). Altre iniziative da realizzare? Ho già accennato una mia idea a qualcuno (no spoiler adesso), ma per il resto: chi ha idee è libero di contattarmi. Senza andare indietro fino a Ercole (il Chuck Norris dell’epoca), direi che il traguardo è il 13 giugno 2016 all’Arena di Verona: tour di addio dei Black Sabbath. Una cosa da far tremare le vene dei polsi.

G: Parlando di musica e concerti, il più bello cui hai assistito o quello che è stato proprio come un’esperienza mistica (anche se per la presenza di una divinità come te sono tutti mistici! )?
Z: Mi stai chiedendo di scegliere fra i miei figli con i concerti eheh. I concerti di Heaven & Hell e Ozzy Osbourne (o i Rotting Christ) sono stati grandiosi, intensi, li attendevo da anni.
Fra tutti i concerti dei Down che ho visto sceglierei quello del 2008: è stato liberatorio. Mi hanno stupito gli Anaal Nathrakh, un concerto così brutale e così cattivo da essere un calcio nei denti. Incredibile. Un grandissimo concerto, non metal, è stato quello di Bruce Springsteen: 3 ore di esaltazione e rock.

G: Mi rendo conto fosse una scelta molto difficile, ma ne sei uscito alla grande. A proposito proprio invece di calci nei denti e di Chuck Norris, visto che hai trattato a volte l’argomento, se dovessi fare una classifica di film “muscoli e sangue” (categoria che mi sono inventato ora), quale sarebbe la tua lista di preferenza?
Z: Diciamo che sull’Olimpo sono rinomato per dare un colpo alla botte ed uno alla ninfa ahaha. ‘Ste battute fanno tremare quei bifolchi perdenti dei Troiani.
“Lacrime e sangue”? Sarò scontato, ma un Terminator (il primo) mi da sempre gioia, come anche un film di guerra. Se voglio la poesia assoluta dell’ignoranza (detto con rispetto assoluto) i vecchi film anni ’80 di Bruce Willis o Kurt Russell o L’Armata delle Tenebre… o Machete… Troppi da elencare tutti.

G: Sapevo non mi avresti deluso, infatti mi hai piazzato lì un John McClane (il personaggio di Willis) taaac! Beninteso, dimenticherei l’ultimo Die Hard, se sei d’accordo.  A parte Machete, comunque, noto che non sono film recenti. Colgo l’occasione per farti allora questa domanda: ritieni che un certo tipo di cinema, così come anche per un certo tipo di musica, abbia perso qualcosa rispetto al passato? E, connessa a questa domanda butto lì quest’altra: sei  un rocker nostalgico, della serie “Era meglio un tempo” oppure rispetto al nuovo ti poni con interesse e curiosità?
Z: La delusione è un fattore fondamentale sul mio blog (Ysingrinus docet). L’ultimo Die Hard è scarso, perde il confronto con la poesia bolsa e dopata di Voltaren di The Expendables.
Il cinema sta producendo cose buone anche adesso (è innegabile), ma quell’ignoranza degli eighties (con le buone storie connesse) non è replicabile. Il troppo politically-correct sta distruggendo il cinema bruto e d’azione. Adesso, in un film, sentire “vaffanculo John” (detto al capo di Polizia) o altre volgarità assortite è impensabile in un film che non sia comico/demenziale di seconda fascia. Stessa cosa per la musica. Si è persa l’innocenza già negli anni 60/70… ma almeno negli anni passati c’era tanta qualità quanta merdazza fetida. Il rapporto, adesso, pende più per la seconda.
Sono sempre curioso delle nuove uscite, ma se voglio “andare sul sicuro” o l’album “vincente”, prendo un disco del passato.

G: E se dovessi mettere su una super band, chi sceglieresti come componenti tra i musicisti che stimi?…Altra domanda “scomoda”, qualche figlio subirà un torto!
Z: Mi stai chiedendo l’impossibile… fortunatamente sono un Dio.
Provo a fare una formazione standard:
– BATTERIA: Carter Beauford (Dave Matthews Band) / backup: Richard Christy (Death)
– BASSO: Geezer Butler (Black Sabbath) / backup: Steve DiGiorgio (Death To All / Testament / Sadus)
– CHITARRA: Tony Iommi (Black Sabbath) & Dimebag Darrell (ex-Pantera) / Ritchie Blackmore
– VOCE: Phil Anselmo (Down / ex-Pantera)

G: Mondogatta! Che supergruppo. Ancora una volta, impossible is nothing per te.
Ne verrebbe fuori un concerto da sogno…o da incubo per chi non apprezza il genere (blasfemi!) ehehe.
Com’è il tuo rapporto con gli incubi? Ricordo ne hai anche raccontato sul tuo blog…
Z: A parte il defunto Dimebag, sarebbe una lineup atomica. Secondo me molto più da incubo (blasfemissimi). Ma, a noi, l’incubo piace.
Non so se definire i miei sogni sei veri incubi o solo dei sogni inquietanti. C’è un particolare però: me li ricordo spesso e le trame, oh le trame!, sono incredibili. Devo ancora capire come ho fatto a sognare un gerarca nazista morto che veniva giù da una collina su una sedia a rotelle.
In ogni caso, gli incubi che do agli umani sono ben peggio! *ahahaha*

G: Sì ma gli umani in fondo se li meritano. Cioè prendi Poseidone, fu provocato da Ulisse e il minimo che potesse fare è farlo poi vagare 20 anni (che secondo il codice olimpico è la pena minima mi risulta) nel Mediterraneo.
Nei tuoi racconti trasferisci un po’ il contenuto di queste sequenze oniriche notturne? Oppure, quanto ci metti di “vissuto” nella tua fase creativa?
Z: Io avrei fatto venire gli incubi ad Enea… quel codardo è scappato facendo finire presto il mio epic-movie preferito. Speravo in più battaglie ma niente. E, comunque, Poseidone ha il senso dell’umorismo un po’ annacquato.
Nei racconti lunghi non ci metto molto dei sogni/incubi: il masterpiece Capra Diddio è al 90% opera creativa di Lord Baffon II… io mi limito ad aggiungere il 10% e lo scritto, mentre nei Grandi Antichi l’opera è un delirio condiviso fra il sottoscritto e Ysingrinus.
Dove metto qualcosa di “vissuto” – anche se talmente mascherato e distorto da non capirsi – è nei racconti brevi.

G: Enea era proprio un figlio della sua città!
E con questa direi proprio che siamo alle battute finali.
Comunque, vorrei che oltre a quanto già detto in questa intervista ci raccontassi chi è Zeus per chiudere il cerchio (o il quadrato, fai tu). E, visto che l’hanno affrontato anche i tuoi predecessori, tocca anche a te il giochino che vanta il peggior numero di imitazioni. Descriviti inserendo nel testo questi tre elementi: brodo di pollo, Babbo Natale, puritanesimo. Ci sarebbe anche un’altra cosa: ci vorrebbe un bel consiglio musicale non richiesto per i lettori, come la tua famosa rubrica. Il problema è che questa sarebbe una richiesta, quindi ne invaliderebbe il senso! Quindi facciamo che io te lo chiedo, poi dalla regia questa la tagliamo e tu allora dai il consiglio e io dico ma che bella idea!

Z: Enea era proprio un figlio della sua città. Anche se non riconosciuto, vista la tendenza della città ad aprire le porte ad un mirmidone qualunque.
Chi è Zeus? Zeus è IL dio dell’Olimpo, colui che regna e che, al contrario di Babbo Natale, non vi porterà doni o simpatia. Zeus guarda, ghigna (ma non ride) e si incattivisce di fronte alle cose più inutili. Quali? Rinunciare a grigliare il pollo e farne una gustosa mangiata per creare un brodo di pollo sciapo e inconsistente. La peggior bestemmia che si potrebbe immaginare in queste lande antiche; anche se, a dirla tutta, gli antichi greci non erano sostenitori del puritanesimo del New England, quindi la bestemmia non può essere annoverata come tale.
Visto che siamo alle battute finali, mi permetto di far scendere il già magro share che ho in questa intervista e, inoltre, di farti perdere adoranti lettori e seriosi follower: ecco perché un consiglio musicale ci sta sempre bene. Soprattutto se viene ascoltato da cima a fondo.
Voglio andare sul classico e non cercare qualcosa di estemporaneo, perciò ecco a voi… i ROTTING CHRIST – ZE NIGMAR (a quanto si dice è una parola aramaica e potrebbe significare “è finita”. La canzone fa riferimento ad una delle ultime parole di Cristo in croce).

Ma che bella idea…Ach! Mi ero scordato che eravamo in diretta! Ehm, grazie comunque! Signore e Signori, il grande Zeus!

The Gintoki Show: intervista coll’ysingrino

gintoki show


Sottotitolo: non è che il Faraone fedele abbia una dieta poco varia perché vuol solo la Faraona.


Ho deciso di inaugurare un talk show virtuale a periodicità casuale e che forse avrà solo questa puntata, dedicato alle interviste.

Il primo ospite è un personaggio che non saprei come introdurre: artista? Creativo? Faraone? Me lo son fatto dire direttamente da lui:

G: Chi è ysingrinus?
Y: «Ysingrinus è un semplice Faraone di periferia come chiunque altro, se solo esistessero altri Faraoni. Un genio misconosciuto che sostiene di essere un genio misconosciuto».

G: Non trovi che nella società odierna ci sia un abuso nell’utilizzo dell’etichetta di genio? Non temi il rischio di venir sottostimato a causa dell’aggettivo ormai così inflazionato?
Y: «C’è ovviamente un’insopportabile inflazione. Il desiderio di ridurre ed etichettare è una piaga della cultura di massa. Credo anche ci sia un desiderio di riconoscimento: ci vuole un genio per riconoscerne un altro. Per questo non accetto tale etichetta, se mi fai un complimento lo fai a me, non lo fai anche a te, un po’ di rispetto ed ordine!
Specifico, anche se non ce ne sarebbe bisogno, che definirsi in qualche modo genio non equivale ad etichettarsi, ovviamente»

G: La critica ragionata alla cultura di massa è un tema che ricorre nei tuoi post, non ultimo ad esempio quello su un noto cantante che si fa chiamare Fedez. Credi che l’esser Faraone di periferia abbia influito sullo sviluppo del tuo spirito osservatore e critico?
Y: «Credo di sí, perché vivendo in periferia ho avuto modo di frequentare ed osservare molte situazioni particolari, da un punto di vista privilegiato, essendo io Faraone. Ho avuto modo di mescolarmi tra la folla e di essere stato punto di riferimento per determinati contesti riconoscibili dalla massa.
Non apprezzo questi fenomeni commerciali perché ingannano e impediscono lo sviluppo della massa, per questo ne parlo molto».

G: Quindi non sei contro la massa a prescindere, ma contro un suo sviluppo amorfo e distorto.
Y: «Nella maniera piú assoluta. Io vivo nella massa, faccio parte della massa. Odio lo sviluppo amorfo e distorto, come lo chiami tu. La massa supporta gli artisti e le menti brillanti, ma se viene educata male, i brillanti e gli artisti faranno piú fatica ad essere riconosciuti e supportati e conseguentemente sarà per loro piú difficile migliorare il mondo»

G: La tua arte veicola quindi messaggi educativi per il pubblico?
Y: «È una domanda semplice che richiede una risposta complessa. Per ora posso dirti che non mi arrogo la volontà di educare, penso però di poter dare un’idea alternativa, sicuramente non visibile ai piú, ma solo a chi può essere interessato a vedere. C’è altro, questo è quello che dico. Non è necessariamente bello o piacevole, ma esiste».

G: Ed Euro Top come la vede, invece?…Qualcuno dice che siate la stessa persona, un alter ego per rappresentare istinti più primordiali!
Y: «Euro Top chiaramente non sono io, non è un mio alter ego. È però il desiderio di rappresentare gli istinti piú bassi, o migliori della vita, quello che spinge Euro Top a fare quello che fa».

G: Quale è il tuo rapporto invece con gli istinti più bassi o migliori della vita?
Y: «Molto sano. Vivo bene con me stesso»

G: Rimanendo in tema: la tua notorietà come artista e blogger credi abbia accresciuto, se mai fosse stato necessario, il tuo sex appeal?
Y: «Questo, mio malgrado, è stato inevitabile»

G: Se serve un aiuto per gestire la situazione….non conosco nessuno. I tuoi fan ti pressano di richieste (non sessuali, intendo. O forse sì)?
Y: «Questo mio corpaccione da Faraone ancora riesce a reggere i ritmi del successo. Vengo subissato sí, ma che vuoi farci? Questa è la fama!»

G: Come una popstar…a tal proposito: come accennavo, hai avuto di recente un dissidio – direi una querelle se io sapessi lo svedese – con Fedez. Ma quale è la musica che ascolta ysingrinus?
Y: «Con Fedez e con gli altri scrausi affabulatori, uso questo termine, anche impropriamente, perché Fedez non possa capire.
Ascolto una vasta gamma musicale che spazia piú o meno ovunque evitando fenomeni hip-hop e la cosiddetta musica “commerciale”. Ma è un argomento molto vasto che andrebbe approfondito in un altro momento»

G: Avremo altri momenti e anche qualche attimo e un secondo. Ultime due domande, le solite che, purtroppo, ti toccano (avverti se toccano troppo perché hanno già un’ordinanza restrittiva): hai progetti per il passato? C’è qualcosa che non vorresti dire al tuo pubblico?
Y: «Solo altre due domande?
Ho ovviamente dei progetti per il passato ed ovviamente, ancor di piú, ho diverse cose che non vorrei dire al mio pubblico!»

G: Fai il misterioso. Comunque ho mentito, c’è un’altra richiesta. Scegli un’immagine che ritieni rappresenti al meglio l’ysingrinus. E argomenta la scelta inserendo queste tre parole – non necessariamente in quest’ordine – nella risposta: carambola, simposio, tetraggine.
Y: «Una bella richiesta. Non esistono immagini fisse, posso dire quelle che mi piacciono di piú e conseguentemente quelle che ritengo a me piú affini. La tetraggine dei paesaggi notturni, come la “richiesta di notturno” che ho pubblicato qualche settimana fa, o il boschetto in bianco e nero piú recente. Mi farebbe piacere poter tenere un simposio sul mondo marino, alieno e no, cui sono strettamente legato, tanto che numerosi miei quadri e foto lo hanno come soggetto. Piú in generale direi che la mia persona si potrebbe descrivere in una carambola di paesaggi notturni o desolatamente diurni, marini e no»

Spettacolare.

Signori, l’unico, vero, originale ysingrinus!

Non è che tutta la filosofia sia una questione Spinoza

Sono una persona che spesso riesce a fingere bene di sapere cose che in realtà non sa. Se interpellato su un argomento, posso fornire un parere autorevole e saccente senza rivelare la mia ignoranza.

Ricordo un episodio che credo sia illuminante.

18 anni, in un’altra vita (tra l’altro durata poco): arrivo fuori la facoltà di ingegneria, mi avvicino al gruppetto di persone con le quali scambiavo di solito due parole (alle volte mi azzardavo anche a tre). C’è una discussione in corso. Lo Sheldon Cooper del gruppo (uno che una volta di fronte alla spiegazione sul calcolo del volume di un solido irregolare rimase in adorazione osservando la lavagna come un pastorello cui era apparsa la Madonna) mi saluta e mi chiede: “Ma tu ricordi se la derivata di terapia tapioco come se fosse antani ha il grafico a cuspide?*“. E io, con austera sicumera, gli dico: “Guarda, non vorrei dirti una sciocchezza ma credo sia proprio così. Fammi vedere…sì sì, non vorrei sbagliare. Tu che dici?”.


*Non ricordo assolutamente cosa mi chiese perché neanche lo capii, quindi ho sostituito le parole della domanda con qualcosa che più potrebbe avvicinarvisi.

Comunque da quell’episodio compresi che dovevo cambiare aria.


Il segreto dell’ignoranza non svelata è questo: non bisogna rispondere subito, perché la risposta potrebbe sembrare falsa. Bisogna indugiare nel rispondere – non troppo – come se si stesse riflettendo. E poi rigirare la domanda all’interlocutore e concordare con lui. Perché, tanto, molto spesso l’interlocutore ha già la risposta dentro di sé. Bisogna farla uscire fuori.

Questa è applicazione della maieutica socratica.


La maieutica era il metodo di Socrate basato sul riuscire a far venire alla luce la verità nell’interlocutore tramite il dialogo.


E, a proposito di filosofia, ho ripreso a dar ripetizioni al ragazzo frustrato (dalla madre). Dovrei occuparmi di storia e filosofia, ma sembra che la madre sia più propensa a fargli fare filosofia.

Quest’anno inizialmente aveva provato ad affidarlo alla mia ex – che gli fa già matematica – ma lei dopo aver speso due ore su Kant ha poi desistito non avendoci compreso nulla.

Secondo la mia ex la filosofia kantiana è un insieme di ovvietà e banalità, diffuse con interminabili giri di parole. Ora, io non voglio difendere il buon nativo di Könisberg e posso concordare che certe cose possano suonare ridondanti o retoriche. Ma bollare così uno sul quale tutto il mondo ci ha sbattuto, ci sbatte e ci sbatterà la testa, mi sembra un tantino presuntuoso. Soprattutto da parte di chi non ha mai studiato la filosofia e per la quale un Kierkegaard potrebbe benissimo essere il nome di un medicinale per i dolori mestruali.


Immagino già lo spot:
Inquadratura di una giovane donna stesa sul divano. Mora, capelli legati indietro, top bianco e pantaloni della tuta grigi, si tiene un cuscino sulla pancia con una mano, mentre l’altra regge la testa.
Arriva la sua coinquilina facciocosevedogentesonounpo’stronzetta, castana, capelli ricci, tutta pimpante come se fosse riuscita ad andare in bagno dopo una settimana

– Allora stasera apericena?
– Non lo so, ho un mal di testa…
(l’amica tira fuori dalla patata una scatolina) Ma da oggi c’è Kierkegaard!
~Intermezzo animato che mostra la magica pillola che entra nel corpo della donna e tramite delle onde lampeggianti come l’attacco solare di Daitarn 3 diffonde i suoi benefici effetti~
Cambio di scena
Un locale all’aperto che dà su una piazza, viavài di persone, vociare di sottofondo. Gruppo di amiche sedute intorno a un tavolo che chiacchierano gaie e spensierate.
Arriva la nostra protagonista, stavolta niente più tuta e capelli legati. Sembra appena uscita da una beauty farm, elegantissima, tacchi a squillo.
L’amica riccia la vede e le fa
– Ma tu non restavi a casa? (sottotitolo: che cazzo ci fai qua che devo rimorchiarmi il tipo che ti interessa)
(con un sorriso a 32 denti come a dire: ti piacerebbe, brutta stronza) Ma io esco con Kierkegaard!
(scoppio di risate false e demenziali da parte di tutte).


A proposito di demenzialità, credo di essermelo già chiesto ma ogni tanto mi ritorna questo interrogativo: perché le donne negli spot pubblicitari, soprattutto quelli che riguardano la loro fisiologia riproduttiva o intestinale, sembrano tutte delle povere mentecatte che non riuscirebbero neanche a trovare la propria testa se non ci fosse uno specchio in casa?


Sono rimasto sorpreso, comunque, nel constatare che il giovane discepolo sia studiando sullo stesso libro che ho utilizzato io più di 10 anni fa. È ovvio che la filosofia non sia cambiata da allora e che Kant&soci essendosi ritirati a vita privata (privata…della vita)* non abbiano scritto altre cose.

In compenso lo stile grafico del libro è mutato. Il mio aveva come colore dominante l’azzurro Nazionale italiana. L’edizione attuale è basata sul rosso Ferrari.

Immagino tra 10 anni cambieranno di nuovo. Consiglierei un rosa Giro d’Italia.


* humour nero


Ho utilizzato humour in luogo di humor perché preferisco il british english a quello americano. Quindi meglio humour, colour, centre e così via.


Discutere del sesso degli angeli e chiedersi se sia prematrimoniale

Amore e Psiche, Antonio Canova

Ho notato che ovunque tu ti muova, in qualsiasi ambiente, condizione climatica, latitudine, troverai sempre qualcuno disposto a cooptarti. E avviene maggiormente nel caso tu sia un uomo libero.

La Dichiarazione universale dei diritti umani afferma che Tutti gli esseri umani nascono liberi (ONU, 10 dicembre 1948).

Bugia.

Nasci in una famiglia che in qualche modo ti indirizzerà – in buona fede perché non credo una famiglia voglia il male di un figlio (beninteso parliamo di famiglie sane) – o ti fornirà un bagaglio di conoscenze, opinioni, credenze.

È solo in seguito, a mio avviso, che l’individuo si affranca e potrà inseguire la libertà.

Bene, nel momento in cui ti poni come sfera libera che vaga in un modo di tante palline di un colore o di un altro che girano su sé stesse (e quanto girano queste palline!), prima o poi si incontra qualcuno che vorrà portarti nel proprio gruppo di sfere.

Nella vita mi hanno invitato:
– ad andare in una chiesa (più volte)
– a frequentare un gruppo parrocchiale
– a frequentare un circolo politico
– a frequentare la sede di un movimento
– a frequentare un’associazione di cucina etico-bio-vegan-slow-déjeuner sur l’herbe

E tutte le volte mi chiedo perché proprio io e perché si comportino con me come degli assicuratori che vengono a sapere che tu non hai una polizza sulla vita, guardandoti come Wile Coyote guarda Beep Beep.

L’ultima cosa mi è successa ieri, al master: a fine lezione, dopo che il medico di MSF, divagando, ci aveva parlato dell’importanza dell’attività fisica per la salute e la prevenzione di alcune patologie, W. parlando con me mi ha invitato ad andare con lui in palestra. Convintissimo, mi ha detto che può studiarmi un programma d’allenamento su misura.

Va bene che ho il fisico da lanciatore di coriandoli (categoria pesi medi/welter se taglio la barba. Purtroppo il Comitato Olimpico Internazionale non ci ammette ai Giochi), ma non capisco perché avesse tanta voglia di cooptare proprio me.

È simpatico W.
Viene dalla Palestina e mi piace fermarmi a parlare con lui a fine lezione (tranne quando vuol iscrivermi alla palestra). Mi racconta delle differenze culturali esistenti tra i nostri diversi Paesi, come ad esempio la concezione che hanno da lui riguardo le relazioni sentimentali e il sesso. Premesso che in Palestina sono laici, c’è comunque una morale religiosa abbastanza presente. Mi racconta che alle donne lì non interessa stare con tanti uomini, cercano l’uomo della loro vita e uno solo quindi basta loro. E per il sesso c’è il matrimonio.

Che sia condivisibile o meno, è una cultura. E non credo si possa giudicarla stando immersi in un’altra realtà. Chiedersi se alle donne (ma anche agli uomini) interessi realmente una sola persona nella vita per libera scelta personale* o invece per influenza culturale sull’individuo dalla sua nascita sino alla maggiore età, è una discussione oziosa a mio avviso. Come parlare del sesso degli angeli, di cui non si sa niente e infatti sono anni che su youporn cerco “sesso tra angeli” ma non trovo mai nulla di attinente.
*Quando parlo di scelta libera non mi riferisco banalmente alla sola assenza di costrizioni fisiche, ma anche a un pensiero per l’appunto non influenzato da morali, opinioni, credenze esterne. Ma del resto, chi non è influenzato dall’ambiente in cui vive, da ciò che ascolta, legge, impara? Esiste la scelta realmente libera? Se adottiamo un approccio da empiristi radicali, possiamo affermare che tutto il nostro pensiero venga plasmato dall’esperienza sensibile.

Del resto credo che un po’ tutti vorrebbero la persona della loro vita, poi c’è chi la trova e chi ne trova sempre di sbagliate.
Come si fa a sapere quindi quando una persona è quella giusta? Altra domanda inutile.

A proposito di sessi e differenze di impostazioni mentali, vorrei concludere parlando di un fenomeno che sto riscontrando e che mi sembra peculiare tra le donne: il non saper distinguere la destra e la sinistra. Questa mattina ho avuto l’ultima prova, dopo essermi imbattuto in diversi casi simili. Sono tornato giù a Napoli tramite Blablacar (che da quando lo sto utilizzando rappresenta la svolta definitiva) e la conducente, una ragazza simpatica ma un po’ svampita (difatti era una nanerottola, ciò rafforza la tesi che enunciavo qui secondo la quale le nane siano tutte svampite!), aveva difficoltà con la destra e la sinistra e non solo come direzioni: mi ha detto che confonde anche le scarpe quando va a comprarle e deve provarle!

La mia domanda è: il confondere destra e sinistra è una condizione comune tra le donne? Se sì, perché?

Prossimamente su Rieducational Channel.

La mia credenza non è popolare perché la presi al Mercatone Uno

Ricordo quando mi dissero “È per colpa di quelli come te che esiste il male nel mondo” e io ci rimasi un po’ così. In quel periodo c’era la guerra in Iraq (la chiamo guerra perché geopoliticamente parlando sono rimasto indietro di decenni e non mi sono aggiornato), tra le tante cose che affliggevano il mondo. E io sarei voluto andare lì e dire Ragazzi, vi prego smettetela, state facendo un casino solo per colpa mia. Purtroppo voli diretti Napoli – Baghdad non ce ne erano e così alla fine non ho risolto niente.

Una compagna di classe, invece, si infervorò proprio tanto e alzò la voce dicendo “Ma allora che cazzo ci stai a fare al mondo, perché non ti uccidi allora” e in effetti me lo chiesi anche io, non proprio al mondo ma mi chiesi Sì, cosa cazzo sto a fare qui di fronte a te, che a parte sei sempre stata una stronza, ora ti inalberi e attacchi in modo gratuito. Mi ha sempre infastidito la predicazione di amore e il contrabbando di odio che alcune persone mettono in atto.

Uno sconosciuto su un forum fece un’osservazione: “Ma scusa, se tu vedi uno che si sta gettando da un ponte, non corri a fermarlo?” E io pensai che non faceva una piega, come disse lo stiratore mettendo l’appretto. Se non fosse per un particolare: una persona che sta per suicidarsi è una realtà sensibile e oggettiva, mentre tu parli di una cosa che vedi tu. Insomma, provate a immaginare la scena: siete lì che camminate per strada placidi e tranquilli, con le mani dietro la schiena, canticchiando urca urca tirulero

All’improvviso vi si avventa contro una persona che vi abbranca e vi grida Non lo fare! Pensaci! Fermati finché sei in tempo!

Assurdo, no?
Eppure avevo pensato di provare a farlo. Solo che la gente che cammina per strada non credo abbia tutta questa voglia di giocare e poi non si sa mai chi incontri, si possono rischiare le botte. A meno di non avere la prontezza di riflessi di dire Sorrida alla telecamera! Stiamo girando, guardi lì in fondo, vede?

Perché, in fondo, la televisione ci rende tutti più buoni.

Una collega universitaria invece provò a convincermi che in realtà io credessi nel niente e quindi tecnicamente io professassi un credo. Quindi alla fine non si scappa perché uno può pure dir di no ma alla fine crede sempre ed è come se quello che ti dice questa cosa avesse vinto perché ha dimostrato la tua ipocrisia.

Io vorrei dire, al di là del ragionamento capzioso, Ma va là, che scoperta.
Io credo in tante cose. Credo che, avendolo visto per 29 anni, 10 mesi e un giorno, domani il Sole sorga di nuovo, a meno di cataclismi imprevedibili e immediati. Credo che se mangio i peperoni o una qualsiasi cosa che contenga un aroma al peperone, poi mi sento dell’acidità salire dal fondo della gola. Mi hanno detto che bisogna mettere un po’ di zucchero nei peperoni per ammazzarne l’acido, ma finché non provo non ci credo. Credo che non bisognerebbe perdere mai la capacità di emozionarsi di fronte alle piccole cose, perché se poi ci pensi anche questo ti fa sentire vivo. Credo non ci sia bisogno a volte di tante parole, perché le persone spesso vogliono semplicemente essere ascoltate e l’ascolto attivo è un esercizio difficile ma produttivo di benessere per te e per il prossimo. Credo che gli esseri umani siano esseri umani e gli animali siano animali e non si debbano confondere le cose, ma credo anche che possiamo pure mettere camicie a quadri ma al di sotto di esse restiamo dei mammiferi e facciamo tutte le cose che fa un mammifero e questo non andrebbe dimenticato.

Credo nei batteri.
È inquietante sapere che abbiano all’interno del nostro corpo miliardi di microrganismi che influenzano la nostra vita più di un Concilio Vaticano. Magari le nostre scelte, il nostro carattere, le nostre azioni, sono decise dal nostro microbiota. Ti sei svegliato con una voglia di kebab alla cipolla? Magari non sei tu realmente a volerlo, ma è un bifidobatterio microscopico dentro il tuo tubo digerente.

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E ho pensato a tutte queste cose mentre oggi rassettavo un po’ casa, approfittando della giornata che sembra primaverile. E ho concluso poi la mattinata operativa dando una bella spazzolata all’anziana gatta. Era da tempo non lo facevo. Vederla che si beava al sole delle mie attenzioni mi ha riempito di gioia. E forse questo non è dovuto a un batterio e mi ha fatto sorridere.

Cogito, ergo meow.

E credo infine che questo qui fosse un bel film, anche se poi per un lungo periodo ho odiato l’eterna adolescenzialità di Accorsi tanto da non sopportare l’idea di vedere un film con lui presente.

Hai paura del buio?

Immagine presa a caso su internet – 50watts.com

(C’è una scena in La finestra sul cortile di Hitchcock che mi ha sempre colpito. Quando Grace Kelly arriva a casa di Jeff, alla domanda di lui “Chi sei?”, lei risponde accendendo in sequenza le abat-jour mentre dice il proprio nome. È una situazione dalla forte valenza simbolica. Quando va via, dopo una discussione spiacevole proprio con Jeff, prima di uscire dall’appartamento ce la mostrano invece in penombra. Come se lui l’avesse spenta o come se andandosene via lei portasse con sé anche la luce.)

Ho sfogliato in libreria un manga dove una sadica studentessa ricattava un proprio compagno di classe. Il suo intento era togliergli di dosso la pelle (in senso figurato) e rivelare il pervertito che è dentro ogni essere umano. Pervertito non inteso solo in senso sessuale: lo stesso termine hentai (col quale viene identificato sia il materiale sessualmente esplicito sia il maniaco sessuale) ha un significato più ampio di “anormalità”. L’esser diversi.

In effetti le persone, messe all’angolo, perdono la propria pelle strato dopo strato.

Prendiamo un black out. Una situazione banale, che però ci mette in uno stato di agitazione. Si spegne il pc, proprio quando ci serve. Il fornello elettrico non va. È sera, senza luce non puoi fare un cavolo e via dicendo. In realtà, volendo, con un black out si può fare comunque di tutto, basta un minimo di organizzazione. In ogni caso, ci infastidiamo, ci agitiamo.

Ecco, qualsiasi circostanza che ci blocca le vie d’uscita è un black out mentale. Brancoliamo a tentoni nel cercare di uscirne fuori, lottando con il buio che ci ostacola.

Il buio. Nel periodo estivo sembra che il buio cali lento, come un qualcosa di vischioso che si attacca su di un telo.

Vorrei riuscire a insinuarmi proprio dove e quando inizia il buio. Raccoglierne con un’ampolla le gocce che cadono ancora fresche, come una parete appena dipinta (male). Poi le conserverei, per farne un concentrato di oscurità da far assumere a piccole dosi, per temprare: una mitridatizzazione*.

Da piccolo – 5 anni, forse – ricordo che mi svegliai di notte, durante un’interruzione di corrente. Dormivo con un punto luce acceso che illuminava porta e corridoio, perché ho sempre avuto l’abitudine di svegliarmi a metà sonno per andare a bere o cambiare l’acqua alle olive. E ho sempre avuto anche la tendenza agli incidenti domestici, dalla tenera età di 3 anni, quando cascai faccia a terra dal divano rompendomi i denti davanti e avendo, sino a quando non spuntarono i definitivi, il sorriso di un novantenne. Quindi il punto luce era la mia ancora di salvezza. Una notte, dicevo, venne a mancare la corrente e mi svegliai di colpo avvertendo la mancanza di luce. Non vedevo nulla e cominciai ad avvertire una sensazione di soffocamento. Non riuscivo a respirare. Il buio lo percepivo come un drappo pesante calato sul mio volto. Urlai, credo. Poi arrivò un genitore con la luce.

Da allora, però, non ho più avuto paura del buio. Anzi, credo inconsciamente lo cercassi. Tempo addietro ho inserito in un racconto un incubo che ho realmente fatto da bambino: mi allontanavo dal severo sguardo carico di riprovazione dei miei genitori indietreggiando nel buio, mentre delle mani cercavano di tirarmi via qualcosa. Forse la pelle, strato dopo strato.

Io non so se funzioni la terapia d’urto con le paure. So che tanti della mia generazione sono spaventati. Sì, lo sappiamo, sembrano discorsi triti e ritriti perché li sentiamo ripetere spesso. Però le paure ci sono e non possiamo denigrarle perché pensiamo stiano solo nella testa di chi vive. È bello mostrarsi eroici, ma per me anche l’eroe si caga sotto, scusate. Ne parlavo con S., l’ho conosciuta oggi. Anche lei mi parlava di paure. Io le ho detto che per me, arrivati a un certo punto, bisogna saltare giù, senza pensarci più. Pure se hai paura. Un bel tuffo nel buio, tanto non sappiamo cosa ci sia dentro. Questo è eroico.

Dopo averla salutata, mi son chiesto: e io, invece? Quand’è stata l’ultima volta che son saltato anche io nel buio?

Penso che dovrò cominciare ad assumere delle gocce di distillato d’oscurità. Lo chiamerò Maldoror, mal d’aurora. Così, perché mi ispira. Perché quando il magone verrà non sarà per quando precipiteremo nel buio, ma quando vedremo apparire le luci (è pur sempre un veleno, dovrà avere effetti collaterali! Così poi creerò un distillato di luce da vendere e il cerchio ricomincerà!).

E voi, avete paura del buio?

* Si dice che Mitridate VI, Re del Ponto, assumesse piccole dosi di veleno per immunizzarsi. Alla fine pare diventò assuefatto, infatti sviluppò resistenza alle sostanze tossiche.

Di vita e di morte

Un ospedale a 10 minuti scarsi di macchina è una risorsa. O una iattura, se è ridotto in condizioni pessime. Non so se sia messo più male l’edificio o il personale che vi lavora.
Pareti che non vengono tinteggiate probabilmente da prima della caduta del Muro, sporcizia, medici che fumano nei corridoi, infermieri scortesi che trattano le persone come bestiame in un mattatoio.

Scendo le scale e attraverso un cortiletto interno. La porta è aperta, non ci sono indicazioni di alcun tipo. Entro in questo ambiente completamente spoglio e privo di luce artificiale, rischiarato da enormi finestroni sulla parete in fondo. Qualche vetro è rotto, ma tanto ci sono le sbarre di ferro a prevenire intrusioni. Ho un déjà vù. Questo stanzone mi ricorda il campo di concentramento di Dachau.
Giro a sinistra e una stanza che trasuda ocra e grigio dalle pareti mi accoglie. Una fila di quattro sedie sulla destra. A sinistra, abbandonato sul pavimento, un negativoscopio 32 pollici impolverato. Probabilmente è rotto ma non capisco perché debba stare qui.
Di fronte a me si erge un un crocifisso di un metro e novanta di altezza. Salve, Sig. Yehoshua ben Yosef.

Al centro della sala, il tavolo di ferro su cui giace mia nonna 92enne.

Benvenuti nella camera mortuaria del nostro ospedale.

Mia nonna è avvolta alla bell’e meglio in un lenzuolo bianco, chiuso sul petto con un pezzo di scotch di carta con sopra scritto a penna il suo nome e cognome. Neanche un cartellino o un foglietto, un nome scritto sullo scotch. Non le hanno neanche chiuso la bocca, il volto sembra congelato nell’atto di lasciar sfuggire l’ultimo respiro. Le gambe non sono state composte, abbiamo dovuto pensarci noi con delle fascette di garza prima che sopraggiungesse il rigor.

Ho visto animali trattati meglio. Mi è salita una rabbia. Avrei voluto salire sull’auto e irrompere con l’acceleratore a tavoletta nel cancello dell’ospedale falciando a caso qualche medico appena sceso dalla sua bella Mercedes. Così, perché non avevo altro da fare.

Poi ho pensato.

Ho pensato che, alla fine dei conti, tante attenzioni per i morti servano solo ai vivi.
Io ho le mie idee. Penso che si possa vivere in modo dignitoso, ma morire no. Nella morte non c’è nulla di dignitoso. La morte è brutta e fa cose brutte ai nostri corpi. Io penso che tutto ciò che facciamo per i morti sia fatto unicamente per noi stessi. Sono solo rituali catartici di liberazione per farci sentire meglio. Ma a chi non c’è più cosa può importare?

È probabile che le mie considerazioni siano influenzate dal fatto che non sono un credente. Mi sono scontrato spesso con le persone per questo motivo. La gente non può accettare che tu non sia credente. È come se dicessi loro “Sai, mi piace fare sesso con gli animali”. Con l’aggravante che, al disgusto provocato dalla tua affermazione, si aggiunge un malcelato senso di astio nei tuoi confronti. Una volta questo atteggiamento mi innervosiva, poi ho imparato a prenderlo con filosofia. E sorrido pensando alla facilità con cui chi predica amore passa all’odiare. Io non so se sono una brava o una cattiva persona, ai posteri l’ardua sentenza. Diciamo che preferisco subire il male piuttosto che farlo, ma non riesco sempre bene nell’intento. A parte questo, preferisco essere giudicato per ciò che faccio e non per ciò in cui credo o non credo.

Ieri sera, quando mi hanno avvisato che mia nonna era stata ricoverata, ero in ansia. Mi avevano detto che non c’era bisogno che venissi, non si aspettavano uno sviluppo degli eventi così. Stamattina ero ancora più in ansia, poi è arrivata la notizia. Mentre raggiungevo l’ospedale avevo un groppo in gola e un nodo allo stomaco.

Poi, quando sono arrivato nella camera a gas mortuaria e l’ho vista, passata la rabbia è scomparso tutto. Il rituale. Aiuta.

L’ultimo ricordo che ho di mia nonna risale a questo venerdì mattina. Mia madre mi sveglia, mia nonna era scivolata in bagno e occorreva una mano a rialzarla. Non si era fatta niente, accadeva sempre così. Era buffo. Mia nonna cadeva spesso per terra ma praticamente scivolando e finendo in posizione seduta. Come una bambina.
Una volta che l’abbiamo rialzata, la mettiamo a letto. Mia zia le chiede, indicandomi, “Chi è questo?”. Lei mi guarda e dice il mio nome. È l’ultimo ricordo che ho.

Però io preferisco ricordare quest’altro episodio. L’avevo narrato qui. Ero appena tornato da Berlino. Le avevo portato una calamita da frigo. Lei la prende in mano, la guarda e le dà un bacio come se fosse una reliquia.
Ecco, io ho scattato questa fotografia mentale che porterò con me.

Lei offende, effendi

Scusa.
La parola del pentimento.

Una delle parole più difficili da dire per le persone. Probabilmente, l’essere umano non è fatto per chiedere perdono per le proprie azioni. E neanche per accettare le scuse.

Nella mia vita ho chiesto scusa in svariate occasioni. Ho commesso molti errori e altri continuo a produrne ininterrottamente.
Non conosco crisi e cassa integrazione.
In virtù di ciò, ho smesso da tempo di considerarmi una brava persona. Lascio credere agli altri che io lo sia, mi serve per continuare a vivere. Sono un Dexter Morgan. Seguo anche io un codice e non commetto azioni esecrabili. Sono, però, meno maniacale e preciso, infatti dopo ogni “delitto” vengo sempre smascherato.

Nessuno, però, mi ha mai chiesto scusa.
E dire che, di cose che offendono la mia persona, ne ho viste.
Sto cercando di imparare a non darvi peso, a lasciar scorrere addosso, come il greto di un torrente fa con l’acqua, fermo e immobile come un bonzo (di Riace. ah ah ah).

È scritto nel Dhammapada:

Si abbandoni la rabbia, si lasci l’orgoglio,
si trascenda ogni legame.
Su colui che non si attacca a nome e forma
e che non possiede niente, non ricadono
le sofferenze.

Per nome e forma si intendono mente e corpo: il senso è quello di abbandonare qualunque attaccamento, sia materiale che psicologico, e raggiungere l’imperturbabilità di fronte alle esperienze sensibili; ἀταραξία e ἀπονία, se vogliamo parlare in senso epicureo.

Ecco, se ci riuscite veramente, vi prego di passare di qua a spiegarmi. Magari coi disegnini, sono lento di comprendonio.

E voi? Avete mai chiesto e/o ricevuto “scusa”?

Wabi-sabi (la caducità è bella a mamma sua)

Guardo mia nonna over 90 dare un bacio alla calamita da frigo che le ho portato da Berlino (forse l’ha scambiata per un’iconcina sacra) e una lacrima sorridente si affaccia al balcone della mia palpebra. Rammento che un momento così oggi c’è e domani, beh, forse. Oltre che molto anziana, è malata, ma va detto che ha una volontà di ferro. Ha visto la guerra. La povertà prima, un pessimo marito che l’ha lasciata a crescere 4 figli ancor più in povertà, poi. Ne ha visti due andarsene manco raggiunti la mezza età. Ha fatto la maestra per anta anni (ditemi voi se non ci voglion gli attributi). Diabete. Due ischemie.  Eppure riesce a dare un bacio a un pezzetto di ferro e, anche se ormai parla pochissimo, si ricorda perfettamente cose che persone più giovani dimenticano. E io mi sento malinconicamente felice.

Wabi-sabi.


Accettazione della transitorietà.
Che poi io sta cosa non l’ho miha ‘apita bene (scusate, in queste situazioni mi viene il fiorentino), anche perché non studio giapponese e poi non posso comprendere pienamente una sensazione che non ha un corrispettivo nel mondo occidentale e che viene spiegata a parole in un’altra lingua.
Io alla fine ne ho carpito un’interpretazione per caso: trovandomi in un periodo hermannhessiano, stavo sfogliando un altro libro  che avevo dello svizzero tedesco, e lì, arrivato a uno dei miei passi preferiti (che avevo anche inserito nelle citazioni di questo blog-che testina!), ci ho riflettuto su. 

Se le cose dovessero perdurare uguali a se stesse per l’eternità, certo, mi farebbe piacere, ma le guarderei con più freddezza, pensando: tanto non cambi, non occorre che sia oggi. Invece tutto ciò che è caduco e non può rimanere uguale a se stesso, lo guardo con gioia mista a compassione (da Knulp).

Wabi-sabi.
Quando sei lì al tramonto, che hai goduto della bellezza del sole ma sta arrivando la sera e ti appoggi al gradino della malinconia sulla scala della serenità.

Ma non è solo un concetto basato sulla caducità. Sennò era troppo facile.
Tale visione del mondo si estende oltre. È anche apprezzare la bellezza delle cose imperfette. Non si riferisce solo all’aspetto esteriore delle cose; il significato, infatti, si estrinseca a un livello più profondo. Certamente, si può tradurre anche nell’apparenza: un tappeto di foglie autunnali (o, ancor meglio, una casetta rustica, mattoni grezzi a vista), ad esempio, può considerarsi espressione di tale concezione di bellezza; ma, come dicevo, il livello nativo risiede più nel concettuale. Parliamo di una visione antitetica al nostro ideale di bellezza, che è caratterizzato da ordine e simmetria e dal bello considerato in quanto manifestazione del divino nella materia (reminiscenze plotiniane?).
Qui invece non abbiamo nessun valore intrinseco nelle cose: wabi-sabi accade, semplicemente. Non risiede dentro qualcosa. Come avevo precisato all’inizio, è sensazione.

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Ho chiesto a Sacchan maggiori delucidazioni, approfittando del fatto che una giapponese non ti fanculizzerebbe mai. Mi immagino la stessa cosa con un amico italiano:
– We, senti, mi spieghi a parole tue il crepuscolarismo (che non è wabi-sabi ma mi piaceva infilarlo nel discorso)?
– Ma comm t ven p cap?? (trad. “come si sono formate nella tua testa tali inusitate curiosità??”)

Comunque, questo è ciò che mi ha detto (chiedendomi poi scusa perché non era una risposta esauriente e chiara: io l’ho rassicurata, spero non abbia posto termine alla sua vita per il disonore):

Wabi-sabi includes the essentials of nature which is the opposite of gorgeous decoration. It’s the Japanese traditional way of beauty and like “simple”. And it also means the beauty of silence.
Wabi-sabi bases on Japanese culture and spirits which has a unique nuance.

Oh, io alla fine non c’ho capito comunque tutto. E mi sembra bello lo stesso.
Sarà wabi-sabi?

“Questo è zen”

Molto tempo fa, uno studente cercava ogni giorno di capire il vero significato dello zen e, siccome non ci riusciva, il maestro lo colpiva continuamente con il bastone. Arrivò il giorno in cui l’allievo decise di partire per un viaggio, per riuscire a capire cosa fosse lo zen. Dopo un anno tornò dal maestro, e questo gli chiese: “Ora sai cos’è lo zen?“. Allora, il ragazzo rispose: “Sì, questo è zen“, e colpì il maestro con il bastone.

Testa pesante

Hogen, un insegnante cinese di Zen, viveva tutto solo in un piccolo tempio in campagna. Un giorno arrivarono quattro monaci girovaghi e gli chiesero se potevano accendere un fuoco nel suo cortile per scaldarsi. Mentre stavano preparando la legna, Hogen li sentì discutere sulla soggettività e sull’oggettività.
Andò loro accanto e disse: «Ecco questa grossa pietra. Secondo voi, è dentro o fuori della vostra mente?».
Uno dei monaci rispose: «Dal punto di vista del Buddhismo, tutto è un’oggettivazione della mente, perciò direi che la pietra è nella mia mente».
«Devi sentirti la testa molto pesante,» osservò Hogen « se te ne vai in giro portandoti nella mente una pietra come questa».
Tratto da 101 storie Zen – A cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps