Non è che il panettiere vada in Tibet a fare esercizi di lievitazione

In questi giorni va di moda un’applicazione che invecchia le fattezze. Io non so che fretta abbia la gente di invecchiare o di vedersi vecchia. In questo stesso periodo riflettevo sulla necessità per me di investire su un fondo pensione o un’assicurazione di questo tipo, dovendo per forza di cose confrontarmi con la dura realtà di un sistema pensionistico che, stando così le cose, mi porterebbe un giorno, cessata l’età lavorativa, credo a far la fame.

Ecco, il solo pensare a tutto ciò, alla vecchiaia, agli stenti, mi ha gettato in angoscia e ansia cosicché ho smesso di pensarci distogliendo la mente per il momento, dedicandomi a esercizi di l’evitazione.

L’evitare è una pratica antica che, se eseguita in modo sapiente, può dare grande soddisfazione e senso di leggerezza.

Tanti anni fa io ho praticato l’evitazione ma nel modo sbagliato. Ero agli inizi del liceo, intorno ai 14-15 anni. Rispetto ai miei amici, avevo il coprifuoco molto prima. Dato che mi dava peso e vergogna dovermene sempre scappare via nel mezzo della serata, a volte lasciando i soldi sul tavolo in pub o in pizzeria, presi a l’evitare. Non uscivo più, a volte dicevo Sì sì vengo – pur sapendo che non ci sarei andato ma non volevo dar spiegazioni – ci vediamo lì e poi non mi presentavo.

Questo non è il modo giusto di praticar l’evitazione.

L’evitazione non si pratica in modo disonesto, anzi, è una forma di giustizia e raddrizzamento dell’equilibrio karmico dell’universo. Il l’evitante non cerca di abusare della buona fede altrui né usa la pratica in modo indiscriminato.

Forse starò generando confusione in chi mi legge, mi sia d’aiuto allora un reperto fotografico esplicativo:

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Questo sono io qualche giorno fa mentre pratico l’evitazione. L’evitazione della fatica. Notare la leggerezza che traspare da ogni singola parte del corpo. Cosa importante, io l’evito la fatica ma senza arrecar nocumento a persona alcuna.

Forse sarò eccessivo con questi ammonimenti, ma devo diffidare il principiante dall’esagerare con l’evitazione, pena il rischio che gli si ritorca contro. L’evitante savio sa quando è d’uopo darsi alla pratica e quando no. È colui che sul posto di lavoro sa quando l’evitare una incombenza ingiusta può sollevarlo dallo stress e quando invece è opportuno tornare con i piedi per terra e rimboccarsi le maniche. È l’individuo angariato da un postulante o da un seccatore e quindi l’evita, mentre non solleva se stesso dall’aiutare chi lo cerca bisognoso di un aiuto.

Certo di aver offerto qualche chiarimento opportuno, spero quindi che altri come me si concentrino sulla nobile arte di l’evitare.

 

Non è che devi per forza lavorare al supermercato per etichettare

Sono M.E.B..

Che non vuol dire Maria Elena Boschi. Sta per Maschio Etero Bianco.

Non ho mai avuto problemi per l’appartenenza a queste tre categorie. Al massimo sono stato oggetto di scherno per l’insinuazione di non appartenervi abbastanza. Si sa come sono i ragazzi: coglioncelli.

Al liceo se non mostravi di posseder figa – perché non ci si accompagna, il vero MEB ce l’ha come proprietà – potevi esser accusato di non soddisfare appieno la voce E. Oppure di indugiar soltanto nelle attività manuali. A me è andata bene, capitò appunto di esser accusato della seconda. Meglio onanista che ricchione, si diceva.

Alle scuole medie  l’esser M lo si dimostrava righello alla mano. Mi sono sempre sottratto a queste discipline geometriche. Non perché avessi dubbi su di me. All’inizio. Poi alcuni compagni iniziarono a vantare virtù elefantiache e allora smisi persino di andare a orinare a scuola per non sottopormi a imbarazzanti rivelazioni. Suppongo quei compagni ora siano tutti dediti al cinema d’intrattenimento adulto professionale viste le loro presunte dimensioni artistiche.

Durante le scuole elementari, invece, ero più scuro di adesso. Poi negli anni mi son sbiancato: effetto Michael Jackson, probabilmente. Non ho avuto particolari criticità a parte quando nel club degli Acchiappafantasmi dissero che io al massimo potevo fare “quello nero”.

Accantonati questi patetici trascorsi scolastici, oggi vivo l’età della consapevolezza, conscio del mio esser MEB e certo che nessuno mi fischierà, additerà, guarderà con sospetto in strada perché io in quanto MEB ho pieno diritto di fare e disfare quel che mi pare.

Il MEB è socialmente intoccabile.

A parte qualche giorno fa.

Non ho mai fatto mistero di esser del Napoletano (tra l’altro non vedo perché dovrei). L’altro giorno ero per lavoro nel Salernitano, insieme ad altri colleghi. Una signora di una cittadina di quelle parti, sentendo delle origini, fa, accigliandosi (giuro):

– Ah…siete di Napoli…

Cambiando discorso, mi metto a parlare con lei del più e del meno. Lei non so perché ci tiene a raccontarmi della figlia che vive a Reggio Emilia:

– Lei sta da sola là…come si deve fare…Che poi, pure là…ci sono un sacco di napoletani…

E di nuovo si acciglia.

E io avrei voluto dirle: “Signora, cos’ha da dire? Insinua che non siamo anche noi dei MEB?”.

Poi mi son ricordato di tutte le battute sui napoletani che ho sentito. Di tutte le volte che da gente di fuori Napoli ho sentito dire, nello stesso tono preoccupato e rassegnato della signora di cui sopra, che “Qua si stanno trasferendo un sacco di napoletani…”

Mi sono ricordato di tutte le volte che qualcuno mi ha detto “Però! Non sembri di Napoli”. Come se si aspettassero forse che io parlassi urlando, saltassi all’improvviso sulla sedia per intonare Abbiamo un sogno nel cuore Napoli torna Campione e mangiassi solo pizza e sfogliatelle.

Com’è possibile? Io sono un MEB. Riconoscetemi in quanto tale!

Per carità, queste son sciocchezze. Sono aneddoti per strappar una piccola risata perché, in sostanza, qui sopra scrivo per rider di tutto e niente. Puttanate, stronzate, per dirla in francese.

Però che la gente sia cogliona, questa non è una stronzata. Che ami etichettare, aver pregiudizi, offendere, insinuare, questa non è una puttanata. Lo vedo fare ogni giorno su chiunque essere umano non si trovi in una condizione di privilegio. E allora per costoro ho coniato una nuova etichetta: BEM.

Bastardi Emeriti Minchioni.

Non è che Batman rida della Bat-tuta

Mi capita di incrociare quotidianamente le mandrie di liceali che transumano verso le /dalle scuole. Alcune cose – come le nuvole “d’odore d’adolescenza”* che ci si porta dietro in quell’età – noto non cambiare mai tra le generazioni, altre invece mi rendo conto che si sono modificate tanto.


* Smells like teen spirit, No?


Le mode, ad esempio. Come quella della tuta. Oggi maschi e femmine vanno in giro in tuta come se fosse un capo di tendenza e forse lo è.

Quando andavo al liceo io la tuta era giustificata solo se quel giorno c’era educazione fisica. Parliamo del solo pantalone. L’abbinamento pantalone-giacchetta tuta era considerato socialmente inaccettabile dopo la terza media.

A meno che uno non volesse essere picchiato all’ingresso e poi additato al pubblico ludibrio per tutte le cinque ore successive per essersi conciato da sfigato, s’intende.


Son gusti.


Le ragazze, che sono sempre più avanti dei loro coetanei maschi, smettevano la tuta in via definitiva alle medie. Al liceo se decidevano di partecipare all’ora di educazione fisica lo facevano in jeans.

Oltre alla condanna sociale, per i maschi c’era anche una necessità pratica.

La tuta non permette di nascondere. Cosa? Beh tu chiamale se vuoi…emozioni.

Un adolescente maschio medio in normale sviluppo ormonale ha in media da 4 a 10 volte le emozioni spontanee che ha un maschio adulto. Inoltre a livello mentale è ancora incapace di gestirle come si deve. Da qui la necessità di preferire un capo come il jeans che permette di nascondere meglio le proprie…emozioni.

Oggi invece viviamo in una completa rivoluzione: da quand’è che andare in giro in tuta non è più considerato da sfigati?

E soprattutto: i maschi di oggi non hanno più paura delle proprie emozioni spontanee oppure sono incapaci di provarle?

La tuta per questo è l’inizio dell’estinzione della specie?

Carico di questi dubbi sono andato in piscina. In tuta. Ma solo il pantalone perché ho ancora paura di essere picchiato.

Le fantastiche tute in acetato anni ’80-’90 in grado di produrre elettricità libera e gratis per sfregamento ma le grandi multinazionali non vogliono che voi sappiate.

Non è che lo studente svogliato porti con sé olio e limone per marinare la scuola

Da un’auto di passaggio arrivavano note di Ma come fanno i marinai.

Ho tanti Ma come fanno in mente.

Ma come fanno quelli che prendono il Suv in città, tra problemi di parcheggio, vie molto strette e ansia continua per graffi e specchietti.

Ma come fanno quelle tacco 12 sul basolato che io su un percorso simile una volta ho preso una distorsione con le sneakers.

Anche costei si chiede ma come fanno

Ma come fanno quelli che escono dagli spogliatoi coi capelli bagnati.

Ma come fanno quelli che saltano il pranzo e non muoiono di fame né lo stomaco imita suoni temporaleschi. Se non mangio, io mi spengo e non parlo più né ragiono.

Ma come fanno quelli che stanno insieme da 20 anni con quella che era la compagna di banco del liceo mentre le mie relazioni durano meno di un capo esposto in saldo.

Ma come fanno quelli che parlano di lavoro anche al di fuori dell’ufficio mentre io è sin dai tempi in cui ero studente che, terminato l’orario del dovere, volto decisamente pagina e non voglio parlarne né sentirne più. Fino al mattino dopo.

Ma come fanno quelli che attraversano la strada voltati dall’altra parte o chinati sul telefono a trovare sempre uno come me che non li investe.

Ma come fanno quelle che alle 7 di mattina escono di case perfettamente curate e truccate mentre io sono a tanto così dall’andare a letto vestito per dormire 10 minuti in più al mattino.

Ma come fanno quelli che hanno nostalgie per epoche che non hanno vissuto.

Ma come fanno quelli che “Mi licenzio e giro per il mondo”.

Ma come fanno quelli che, sportivi amatoriali, si imbottiscono di farmaci dopanti per le gare del circolo della parrocchia o i campionati intercondominiali.

Ma come fanno quelli che si radono tutti i giorni a non ridursi il viso come Freddy Krueger.

Ma come fanno i marinai alla fine poi si è capito?

Non è che il voto sia una sofferenza perché ognuno apporta la propria croce

A livello politico mi ritengo un buon gattocratico, nel senso che comunque la pensiate non mi interessa sapere come la pensiate.

Fatta questa premessa, vorrei esprimere il mio rammarico per non aver ricevuto la nota lettera di invito al voto del Presidente del Consiglio.


D’altro canto, non essendo io ufficialmente residente all’estero non vedo come avrei potuto averla!


Mi sarebbe piaciuto riceverla, però, per conservarla: è nota la questione del refuso grossolano contenuto in tale lettera.

Io allora l’avrei incorniciata e conservata. Magari un giorno potrebbe divenire di valore come un Gronchi rosa, il francobollo ritirato a causa di un errore di stampa.

E la mia fantasia è corsa a immaginare la scena del dire a una fanciulla “Vuoi salire su da me a vedere la mia lettera di Renzi?”.

Com’è ovvio, se la ragazza fosse già decisa a trascorrere più tempo insieme, non baderebbe al contenuto formale del mio invito.


In generale penso che sia un bene che talvolta le donne sorvolino su molte minchiate che noi uomini diciamo nel tentare di corteggiarle, riuscendo a discernere l’uomo dietro la maschera delle sopracitate minchiate.


Qual sarebbe poi la sua sorpresa e la mia soddisfazione, una volta entrati nell’appartamento, nel mostrarle invece un originale Renzi 2016!

E, dopo, mandarla via in quanto riterrei esaurito lo scopo della sua visita!

Sento e leggo spesso lamentele da parte delle donne su quanto gli uomini non siano più capaci di sorprenderle.


Quando ero al liceo provavo a nascondermi dietro gli angoli e poi saltare fuori gridando Buh! davanti le mie compagne, ma sembra che questo non fosse il modo giusto per sorprenderle.


Questo invece sarebbe un vero atto sorprendente!


Che poi la questione che uomini e donne non siano più quelli di una volta mi lascia sempre privo di argomenti, perché non ho mai potuto frequentare uomini o donne di una volta e quindi non saprei proprio cosa dire in merito. E non capisco perché tutti guardino al passato e nessuno si preoccupi invece del futuro, sottolineando che uomini e donne di oggi non sono quelli del futuro, purtroppo!


Non è che se la paura fa novanta tu debba farle gli auguri di compleanno

Ascolto discorsi di persone che si confessano le proprie paure.

Si stanno in realtà a vicenda identificando in un qualcosa di comune. Hanno paura dei treni, hanno paura delle bombe, hanno paura di questo e di quello. Le chiamerei paure generali, perché ne parlano tutti e perché sono contagiose, a differenza di quelle personali che se le hai alla fine son cacchi tuoi.

Delle volte la paura instrada su ragionamenti irrazionali. Come il tizio che ti manda da un’altra parte quando chiedi indicazioni.

Ricordo una volta, di ritorno dalla gita al liceo, lungo l’autostrada il pullman perse un pezzo di battistrada. Ci fu uno scossone e un po’ di apprensione. Durante la sosta in autogrill, mentre l’autista controllava il tutto, una compagna di classe esclamò

– Questa gita non si doveva fare, era stato annullata, infatti.


Nel 2003 causa lo scoppio della II Guerra del Golfo i viaggi scolastici all’estero furono annullati e sostituiti con viaggi nazionali.


Loro sono voluti andare contro il destino – proseguì – e il destino ora ci punisce.

La guardai desiderando di cospargerla di pece e piume e farla rotolare lungo il pendio dell’area di sosta dell’autogrill perché a me i discorsi “1000 e non più 1000!” danno fastidio.

Non che la paura non sia utile. Probabilmente è quella che ci ha fatto sopravvivere ed evolvere.

Sarà andata così: una mattina, milioni di anni fa, un homo si svegliò. Probabilmente era un Abilis, anche se alcuni ritrovamenti lasciano ipotizzare che già Australopithecus afarensis avesse dimestichezza con gli arnesi. Senza impelagarci in dispute scientifiche, restiamo sul fatto che un homo si svegliò un mattino. Forse un po’ erectus perché al risveglio succede sempre così.

Un giorno se ne doveva andare in giro, ma aveva paura di fare brutti incontri. Allora portò un bastone con sé perché non si può mai sapere, infonde sicurezza e può venir buono per mazzolar qualcuno. Un altro homo lo vide e pensò: E che son scemo io? Prenderò un bastone più bello. E di bastone in bastone, di perfezionamento in perfezionamento, l’homo è arrivato a questo:

Anche io ho paura, come tutti.

Ma le mie paure non riesco a confessarle, perché non sono generali. Dietro la collina.

Una delle mie paure è quella di rimanere solo. Può sembrare paradossale, considerato che da solo mi trovo bene. Ma posso dire di trovarmici bene finché sono certo di non essere realmente solo.

E ho paura che gli altri se ne accorgano e di ritrovarmi con il non avere niente da offrire perché Ehi, sono qui solo per accompagnare la paura, poi me la vengo a riprendere dopo. E la gente penserà Ti presenti a mani vuote con la paura di star solo mentre qui si bussa coi gomiti.

E dovrei far vedere che i gomiti me li son mangiati, a forza di ri-morsi.

Non è che il testimone alla maturità traduca la versione dei fatti

Ho fatto l’esame di maturità quando “Dopo l’11 settembre” era un refrain sempre presente in qualsiasi discorso.
Gli aeroporti non sono più sicuri, dopo l’11 settembre.
L’economia è in flessione, dopo l’11 settembre.
Le ragazze non vogliono uscire con te, dopo l’11 settembre.


No, l’ultima cosa era vera anche prima.


Michael Schumacher era il signore assoluto della Formula 1, Lance Armstrong col suo cocktail di steroidi andava in bici come sulla motocicletta, nel mondo ancora si pensava che con un paio di bombardamenti a caso sarebbe regnata la pace, internet per molti andava ancora a 56k e quindi per scaricare la foto di una donna nuda si spendeva l’equivalente di una telefonata in Nicaragua, la tamarrodance italiana dominava ancora la scena musicale tamarra.


Chi dimentica è complice di ciò:


Insomma, a parte la Ferrari era proprio un’epoca del cazzo.

I telefonini – tra i quali regnava il Nokia 3310 – erano proibiti in aula e furono messi sotto sequestro.
Il mio compagno di banco ne aveva due, consegnò il telefono farlocco e utilizzò l’altro per inviare via sms la prima riga della versione di latino a un amico a casa. Storia vera, il complice divenne famoso su Studenti.it per essere stato il primo ad aver diffuso la traccia.

Fu un accorgimento inutile, in quanto il nostro professore – buonanima – dopo un paio d’ore ci dettò la traduzione.

La cosa strana è che pur avendo traduzioni tutte uguali i voti alla fine furono diversi.

In realtà io me l’aspettavo, immaginavo che tutta la faccenda della maturità fosse una farsa e che, con una commissione interna – fatta eccezione per il presidente – il risultato finale fosse né più né meno che una fotografia del rendimento durante gli anni di liceo.

Il primo giorno, alla prova di italiano mi presentai con tutta calma, con soltanto una penna in tasca – che decise di non scrivere più – e nient’altro. Non ho mai sentito l’esigenza di portarmi dietro un vocabolario di italiano. Conosco le coniugazioni e sono in possesso di un decente numero di vocaboli. Se per caso il significato di uno mi fosse stato ignoto – poniamo, zeotropo – la mia regola era “Non utilizzarlo!”.


Dicesi zeotropo una miscela chimica.


Anche all’esame orale mi presentai molto tranquillo e fu poco più che una chiacchierata piacevole. Fino a che non mi chiesero cosa volessi fare in futuro. Balbettai che non avevo le idee molto chiare. La professoressa di matematica mi disse, solenne come in un film d’azione anni ottanta dove c’era sempre un momento in cui qualcuno diceva qualche frase epica per galvanizzare l’eroe: “Tu puoi fare tutto”.

Questo fu molto scorretto.

Fino al giorno prima un ragazzo si sente ripetere che non può fare questo, che non deve fare quest’altro, che è un imbecille e via dicendo.


La definizione specifica data dal professore era Maccarone di semmenta, che potremmo tradurre con roba da poco, inetto.


Poi dopo ti dicono che sei speciale, che rispetto a chi ti ha preceduto hai tante nuove possibilità. Come il porno online e i deodoranti che non bucano l’ozono.

È questo il problema della mia generazione: ci è stato detto di essere speciali, il che riflettendoci è una cosa che non ha senso: “speciale” è chi si differenzia dagli altri. Se tutti sono speciali, la differenziazione non c’è, ergo nessuno è speciale.

La realtà è che non siamo speciali e sarebbe stato meglio se avessero continuato a trattarci da maccaroni, forse.

Non è che nella Pianura Padana gli scolari studino tra i banchi di nebbia


Il luogocomunismo sulla fenomenologia meteorologica del Settentrione è a uso e consumo del gioco di parole contenuto nel titolo. L’autore declina (in tutte e 5 le declinazioni latine) ogni tipo di responsabilità derivante da conflitti su campanilismi climatici Nord-Sud.


Ho sognato di trovarmi al liceo.
Ero nervoso perché mi sentivo costretto in quel luogo. Ero io, il me stesso di oggi e mi chiedevo perché mai dovessi ancora stare tra i banchi.

Infastidito, esco nel corridoio. Me ne importa poco se posso o non posso starmene a bighellonare. Penso che, per quel che mi riguarda, può anche andare tutto in malora.

Una bambina di un anno di età o poco più mi passa davanti. Ha da poco imparato a camminare e in pratica avanza correndo come se andasse a molla, come tutti i bambini che fanno pratica di deambulazione. Una bidella anzianotta tenta di starle dietro, in ansia che la piccola possa cadere. Tende le braccia per cercare di afferrarla dicendole Piano! Piano!.

Sorrido e penso che, in fondo, la vita è divertente.

Una persona mi ha detto che questo sogno rappresenta la mia condizione. Io mi sento bloccato e, pertanto, in ritardo. Attendo qualcosa di nuovo, di positivo.
Devo, però, smetterla di pensare agli altri. Perché ci sarà sempre chi avrà fatto 100, o 50, o avrà avuto un altro percorso di vita.

A volte basta poco per fare la differenza.

Stamattina ho saputo di aver perso una gara.
Serviva un consulente da inviare in Cercaguay, esperto in sviluppo sociale e gender. Il gender, quella cosa terribile che minaccia i nostro bambini e che vuol insegnare loro che la mattina ci si sveglia e si può scegliere se indossare un pisello o una patata.


Io la patata la indosserei rigorosamente dopo essere già andato in bagno col pisello, però. Vogliamo mettere il poter farla in piedi, questo meraviglioso dono dell’evoluzione?


Forse è superfluo da specificare, ma è bene ricordare che non esiste alcuna “teoria gender” che mira ad annientare le differenze biologiche tra uomo e donna. Il problema è che, vivendo in un’epoca dominata dalla “Montagna di merda”¹, la puzza di tale cumulo di stronzate sul gender sovrasta qualsiasi altro discorso.


¹ Secondo la teoria della montagna di merda, centinaia di migliaia di scimmie che battono a caso su una tastiera per un tempo lunghissimo prima o poi potrebbero, per caso, mettere insieme un capolavoro. Ma, contemporaneamente, avranno prodotto anche tantissima merda. E riuscire a ripulire il capolavoro da tutta quella merda ti costerà tempo e fatica. A loro invece non costa nulla. Stanno lì e battono volontariamente e gratis. Tu, invece, per smontare un tizio che ti lancia della merda, dovrai prendere un esperto. E poi un altro e un altro ancora, perché la caratteristica della merda è che è facilmente ricreabile, quindi il tizio, cioè la scimmia, avrà a disposizione tantissimo materiale da lanciarti addosso. Dato che tu non puoi controbattere con la merda ma necessiti di cose più articolate che richiedono più tempo, non puoi stargli dietro. E la merda cresce.


Avevo trovato una consulente proveniente dalla Colonbia. Mi sembrava molto valida.
La nostra consorella più grande, quella di Brumxelles, fino a ieri alle 17 non aveva di meglio.

Stamattina invece ho saputo che abbiamo perso il confronto perché in extremis loro hanno trovato una consulente proprio dal Cercaguay, nota e apprezzata attivista LGBT, inoltre. Mancava solo che accompagnasse i vecchietti a vedere i cantieri o desse da mangiare ai cercopitechi sbeffeggiati, ma tanto aveva già raggiunto il massimo punteggio.

La mia candidata l’ha presa con filosofia. Era già contenta di essere stata contattata e mi ringraziava per questo. Andrà meglio la prossima volta, diceva.
Pensavo di doverla consolare, invece era lei a dirmi di non preoccuparmi.

A volte questo è ciò che basta. Un po’ di spirito sportivo e ottimismo. Siamo così concentrati nel fare paragoni e sentirci in competizione o sotto giudizio altrui da perdere di vista anche un lato positivo.

Mi guardo allo specchio e me ne cerco uno di lato positivo. Da far venire bene in foto.

Questa stessa notte ho fatto un altro sogno.

Mi toglievo i pantaloni davanti a una donna. La situazione lo esigeva, non è che ho l’abitudine nei miei sogni di togliermi i pantaloni davanti alle donne come fossi un maniaco onirico. Quindi, donne, continuate a sognare tranquille che non costituisco un pericolo per i vostri sogni.

Sotto avevo dei boxer di pelle che lasciavano il deretano scoperto, di quelli che praticamente hanno solo degli elastici che passano sopra e sotto le chiappe.

Mi sveglio.

Come al solito, ero semi-nudo: il pantalone del pigiama l’avevo gettato contro il muro. E avevo i boxer calati dietro, giusto sotto le chiappe.

Mi domando se il sogno abbia influenzato la realtà o se sia stato il contrario.

Che forse non debba cercarmi in faccia il mio lato positivo?

Del resto, nella vita poi ci vuole anche un po’ di quell’altro lato. Come chi si è trovato in extremis il CV dell’attivista del Cercaguay.

Non è che se al liceo ti picchi con tutti sei marxista perché fai lotta di classe

La vita di un adolescente è dura e gli adulti non se ne rendono conto.
Anche io non me ne rendo conto, eppure non è passata un’eternità.
Ma forse io ero già vecchio al liceo.

Di una cosa sono convinto. Per poter vivere serenamente la propria adolescenza è necessario scegliersi qualcosa o qualcuno da odiare.


Il motivo a mio avviso è semplice. L’adolescente, in quanto in fase di formazione identitaria, abbisogna di un contorno che lo definisca. L’odio è un ottimo strumento di definizione, perché se io odio te mi sto qualificando come diverso da te, quindi mi sto dando una forma per differenza.


Odi i fascisti e fai il comunista.
Odi i comunisti e fai il fascista.
Odi i deboli e fai il bullo, bravo coglione.
Odi i coglioni e fai il superbo.
Odi i superbi e fai l’amico del popolo.
E torni quindi a fare il comunista ma di ispirazione messianica.

Un tempo credo fosse più semplice scegliersi chi odiare.
Ad esempio, eri contro l’imperialismo degli Stati Uniti. Niente Coca Cola ma solo Chinotto San Pellegrino nonostante chiunque ti vedesse con la lattina facesse una battuta sconcia sul nome della bevanda, un boicottaggio al McDonald’s – talmente boicottato che tutti lo chiamano McDonald e non McDonald’s – in favore di Spizzico e anche per quella giornata potevi ritenerti fiero di aver salvato il mondo.

Oggi siamo germanofobi, islamofobi, qualcuno poi resiste nel proprio oltranzismo contro gli Stati Uniti, unioneuropeofobi, insomma è una grande ammucchiata perché abbiamo troppi nemici tra cui scegliere.

Sarà per questo che molte persone mi sembrano persistere nell’assumere, nei confronti della cosa pubblica, dell’attualità, di tutti i fatti e i non foste del mondo, un atteggiamento adolescenziale.

Mi sembra di avere a che fare sempre e solo con soggetti che urlano contro qualcosa. “Urlano” inteso in senso allegorico.


Poi se c’è gente che urla sul serio, anche se ti trovi a 50 cm di distanza da loro.


L’urlo è adolescenziale.
A meno che non sia quello di Munch, però anche quello sembra il ritratto di un uomo che si scopre in un’angoscia adolescenziale.

Gli adulti sono posati e ragionati. Anche se molti adulti dove li posi non li ritrovi, ma questo è un altro discorso.

Quello che voglio dire, è che stando dietro a soggetti simili tengo a sviluppare un atteggiamento di insofferenza. L’insofferenza si tramuta in fastidio, il fastidio è il germe dell’odio.

Questi adulti-adolescenti tendono a farmi tornare adolescente a mia volta e la cosa mi destabilizza.

Non è che il colmo dello spazzaneve sia andare in bianco

Sono tornato al lavoro aspettando al varco qualche imboscata di Aranka Mekkanica o qualche confessione sentimentale di CR, ma nulla di ciò è avvenuto perché erano entrambe assenti.

Ho provato del disappunto perché in quanto personaggi di questo blog dovrebbero come minimo rendermi nota l’assenza con un preavviso di tre giorni.

Da solo in ufficio e con poco lavoro da svolgere per le prime 3-4 ore (ho udito una parola che fa rima con “mulo” provenire dal fondo della sala da parte di qualcuno il cui rientro è stato meno soft), ho finito con l’indugiare nel pensare. Di solito i miei pensieri non si arrestano mai, ma quando sono fisicamente inattivo penso anche più del solito, finché il processo diventa un rimuginamento ruminatorio, come un bovino che di continuo fa circolare il proprio bolo tra bocca e apparato digerente. E difatti i miei pensieri alla fine puzzano proprio di vacca.

Sabato avevo rivisto Baci rubati di Truffaut. Di quel film apprezzo molto la chiusura nonsense del finale, con la famosa scena “Detesto il provvisorio”.

Oggi ripensavo al protagonista, Antoine Doinel (il ragazzo che nel video assiste sulla panchina con la ragazza al discorso dello sconosciuto): un giovane mediocre, anche un po’ meschino, che si barcamena tra varie attività senza riuscire in nessuna, fino a cedere alla banalità della vita forse per mera presa di coscienza della propria inutilità.

Mi sono rivisto in lui.
Mi sono applicato in varie cose, senza eccellere. Ho vari interessi, senza averne una conoscenza molto profonda di nessuno. Conosco molte persone, ma poche in realtà le conosco realmente e loro conoscono me. Ho affrontato relazioni con la stesso approccio con cui mi preparavo ai compiti in classe di matematica al liceo: sufficienza, spocchia, arroganza, lassismo.


Il primo 6 allo scritto lo vidi al terzo anno. Poi una volta presi un 7 ma avevo 5 all’orale.


Mi sento imperfetto.
Nei confronti di me stesso, innanzitutto. Potrei tollerare l’inadeguatezza nei confronti altrui, ma non riesco a essere clemente tra me e me.

Ho aperto YouTube per distrarmi. Al lavoro mi è concesso ascoltare un po’ di musica in sottofondo, di tanto in tanto. Com’è ovvio, soltanto cose tranquille.

Ciò che di pacato conosco sono Radiohead, National, Arcade Fire e similari, difatti ascolto spesso questi gruppi quando mi trovo in ufficio.

Accedo alla home. Ci sono i suggerimenti sulla base dei video da me visti in precedenza. Mi salta all’occhio Creep: sembra messa lì a bella posta. Calza a pennello quando Yorke canta I want to have control/I want a perfect body/I want a perfect soul.


C’era tra i suggerimenti anche un video didattico su una ceretta pubica femminile, non capisco il perché. Youtube-di-falloppio?


La neve mi ha poi salvato dal cattivo mood. E non è una metafora per indicare la dama bianca, che è una metafora per indicare il motore bianco, che è una metafora per indicare la coca.

Mi sono girato e dalla finestra ho visto che fuori fioccava:

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E poi il fiocchettìo è proseguito:

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Notare la splendida veduta di una tettoia in lamiera in primo piano con sullo sfondo le spalle di due condomini non so di quale epoca storica, forse tardo decadentismo perché li vedo decadere a pezzi.

Questa è invece una veduta di persone che aspettano il tram come di consueto, al termine di una consueta giornata: tram tram quotidiano.

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Anche io aspettavo il tram come di consueto alla fine di una consueta giornata, quindi sono sia osservatore che oggetto – pur non visibile – della scena e ciò mi sembrava molto metateatrale. Con questa idea sono rientrato a casa soddisfatto ma col passo un po’ incerto, perché dove la gente cammina la neve diventa una pappetta sporca e sdrucciolevole, un po’ come dei pensieri grigi e insidiosi.

Non è che alle persone esaurite tu debba dar la carica #1

Il modo migliore per concludere l’anno è passare in rassegna l’elenco di persone strane che ho avuto modo di incontrare o con cui ho avuto a che fare nel corso del 2015.

Mi sono reso conto che in giro c’è molta gente esaurita. E, se Tantum mi dà Tantum – come disse la ragazza con un’infezione intima – chissà io chi debbo aspettarmi nel 2016!

10 – Lilla
Lilla non l’ho ancora introdotta, ma è una che lavora dove sto io a Budapest.


Si chiama appunto Lilla, non è un mio soprannome.


Se non ne ho scritto sinora un motivo c’è: non parla. Mai.
Ha il viso di ghiaccio. Non muove un muscolo facciale, forse non respira neanche. Una volta l’ho vista mangiare, quindi credo non sia un robot. È una giovane donna (penso non superi i 25) che ha l’aspetto e il fisico di una modella e veste sempre molto elegante e raffinata.
Non saprei che altro dire, perché in ufficio è praticamente presenza invisibile.
Però ha un’ottima resistenza alcolica. Alla cena di Natale l’ho vista buttar giù 6 bicchieri di rosso e due di palinka (la grappa locale) senza perdere un grammo di aplomb. Complimenti.


E quando dico bicchieri di grappa, intendo proprio bicchieri interi: non i cicchettini.


9 – L’ingegnera
22 dicembre, ore 21. Faccio scalo a Roma. Volo per Napoli.
Di fianco sull’aereo ho una donna che, dopo avermi chiesto l’ora e aver commentato con stupore che il mezzo avesse ben 200 posti (e a prova di ciò mi ha anche mostrato una pagina della rivista di bordo in cui erano elencate le specifiche tecniche dei velivoli della flotta: timore magari che non le credessi?!), attacca a fare conversazione.
Una persona interessante, che, come mi ha raccontato, girava il mondo per supervisionare impianti petroliferi.
Mentre le parlavo dei miei viaggi cominciò però a inquietarmi, perché mi fissava con gli occhi sbarrati e spalancati e una strana espressione di meraviglia. Tanto che non riuscivo a guardarla in faccia e non capivo il perché. Tornato a casa, ho avuto un’illuminazione. La sua espressione, che il Dio dei gatti mi fulmini se mento, era identica a questa:

Una ragazza sorpresa dallo scoprire che un aereo abbia ben 200 posti

8 – Il poeta Fiorentino
Ottobre.
Alla stazione Termini mi viene incontro un tizio sulla sessantina, tutto gioviale e sorridente. Trascinando un carrellino di quelli che le sciure utilizzano per fare la spesa al mercato, con un ampio sorriso mi si pianta davanti e fa:
– Permette? Sono un poeta fiorentino!

Io rispondo I’m sorry, I don’t speak italian.

7 – L’Affarista Fiorentino
Giugno.
Metto in vendita un lettore mp3 su Subito.it. Mi scrive un tizio dicendosi interessato chiedendomi il prezzo senza spedizione (non era prevista alcuna spedizione, comunque!). Poi mi chiama.
– Tu sei a Roma, giusto? (chiedo)
– No, sono a Firenze
– Scusami, come fai col ritiro? Perché mi hai poi chiesto il prezzo senza spedizione
– No tranquillo poi vedo di organizzarmi
(che vuol dire?)
– In che sei laureato? (prosegue)
– Scienze Politiche (ma che ti frega?)
– E com’è questa politi’a? Un gran ‘asino, eh?
– Penso che in Italia sia difficile governare e far politica perché ci sono molte linee di frattura e particolarismi
– E ‘he ne pensi del mio ‘oncittadino, eh?
– Il superamento dei particolarismi rende difficile la pratica di governo, quindi a prescindere dal personaggio l’Italia è un Paese difficile


Una cosa che ho imparato è che la gente non ti ascolta, quindi basta fingere di dire qualcosa con tono saccente e autorevole, come già ho ampiamente dimostrato in passato e come ho intenzione di continuare a fare in futuro.


– Eh ma sai quale è la verità? La gente s’è rotta i ‘oglioni, scusa la parola, ma perché vedi in tempi di crisi non poi mi’a fa’ chiacchiere, prendi pure la ‘osa degli immigrati, se non c’ho soldi mi dici te ‘ome si fa a mantenerli? Qua non c’è lavoro per gli italiani, ma fi’urati te per gli immigrati
– Purtroppo sono processi lunghi che necessitano di valutazioni che al momento il dibattito politico anche a livello europeo sembra non concedere
– Eh se parliamo dell’Europa ti mando giù la batteria del cellulare. Va bene, ‘scolta ti fo’ sapere domani o al più tardi tra due giorni, va bene?
– Va bene
– Allora a presto, tante ‘are ‘ose e buon tutto
– Grazie, anche a te.

Una delle invenzioni più utili dopo il deodorante.

6 – Lo Studente
Per qualche tempo ho dato ripetizioni a un ragazzo del liceo. Uno che temo che da adulto si darà all’alcolismo. Oppure sposerà una donna che lo tiranneggerà.
Sua madre, infatti, lo tratta come un perfetto incapace.
Ricordo dopo la prima lezione, quando ci accordammo per la seconda:
– Quindi lei quando è libero?
– Io fino a domenica son qui.
– Allora potremmo fare venerdì. Oppure sabato, che dici, T. (rivolta al ragazzo)?
– … (il ragazzo fissa il vuoto)
– Allora va benissimo, facciamo venerdì. Ma lei è libero anche di mattina?
– Venerdì sì.
– Allora potremmo fare venerdì mattina che è festa a scuola. Va bene, vero, T.?
– …(il ragazzo fissa di nuovo il vuoto ma non si sa se è lo stesso di prima o ha trovato un altro vuoto da contemplare)
– Va bene, allora venerdì alle 10:30. Poi ci penso io a svegliarlo e farlo stare in piedi.

Il povero T. all’università vuole studiare lingue, ma in famiglia non sono convinti.
Interpellato sull’argomento, io risposi che con le lingue si può lavorare in vari ambiti, certo è importante sapersi vendere. Madre Sua disse:
– Eh, appunto…(facendo davanti a lui con la mano un gesto come a dire “purtroppo lui è quel che è”).

Se copia il compito e si fa sgamare, la madre lo rimprovera due volte: per aver copiato e perché è così fesso da essersi fatto scoprire.

5 – Il Seduttore
Ottobre, Roma.
A via dei Fori richiama la mia attenzione un ragazzo ben vestito, con i capelli da Goku e oro che spuntava un po’ dovunque, chiedendomi aiuto per una foto con i Mercati di Traiano sullo sfondo. Ce ne sono volute una decina, perché o erano troppo scure o troppo luminose o passava qualcuno.

Durante i tentativi scambia qualche parola con me e mi racconta di lui. Poi fa:
– Ieri sono stato con un’asiatica, da urlo, amico. Però io voglio divertirmi e fare esperienze: oggi voglio proprio cosare un coso. Sai dove posso andare stasera per cosare un coso?
– Non ho idea perché non sono mai andato in cerca di cosi da cosare
– Dovresti provare
– No amico (ridendo), preferisco le donne
– Certo, anche io. Ma poi ho scoperto che provando cambia tutto. Un uomo sa meglio di una donna cosa piace a un altro uomo (abbassa gli occhi verso la mia cintura)
– Sarà anche così, ma…
– Non vorresti provare? (mi interrompe)…Sai, io ho proprio tanta voglia di cosare un coso (abbassa di nuovo gli occhi)
– Mi dispiace, senti ho l’autobus che mi parte.

“Ha un ritardo ma non è in gravidanza, cos’è? Un autobus di Roma”

4 – L’Enigmista
Lo citai in questo post.
Novembre.
Sull’autobus sale un tale che sembra Edward Nygma 10 anni più vecchio. Ha anche gli stessi occhiali. Si siede davanti a me. Ha degli atteggiamenti ansiogeni: si tiene le mani nervosamente, guarda fuori con aria preoccupata.
A un certo punto, con accento barese, mi chiede:
– Scusi, sa…se questo autobus ferma in qualche posto…
– Come?
– Se si ferma in un qualche posto…un deposito…cioè un posto…
– Al capolinea?
– Sì! Al capolinea!
– Certo, arriva sino alla Stazione San Pietro
– Ok, grazie.
– Però non è un deposito di autobus – preciso – cioè è uno spiazzale e basta, eh
– Sì sì, sta comunque fermo 2-3 minuti e poi dopo riparte, vero?
– Sì, certo
– Grazie (appare tranquillizzato).
– Sa, io sono a Roma a cercare lavoro e casa (aggiunge)
– Ah (non te l’ho chiesto. E li cerchi ai capolinea?)
– Ma non è facile, sa
– Eh, lo so.

Appuntamento tra 24 ore per il fantastico podio!