Non è che disinfetti un video solo perché è virale

Sono qui oggi in veste di chiarificatore per fare chiarezza su alcune cose su cui bisogna fare chiarezza.

Dovendo trattare di materie molto tecniche, mi sono questa volta avvalso della consulenza del mio vecchio docente di Chimica dello smegma sociale, il Prof Durbans dell’Università di Scarborough. Ciò che segue è frutto di un lungo scambio via chat iniziato quando la pandemia si chiamava solo epidemia, che pubblico oggi avendo finalmente potuto mettere insieme il materiale – spesso comunicavamo in differita, io lasciavo il messaggio e lui mi rispondeva – per adattarlo sotto forma di dialogo coerente e avere un quadro completo.

E poi il Prof è passato a miglior vita due giorni fa e quindi non posso più scrivergli.

Prof, il virus le risulta sia stato un progetto di laboratorio?
Affé mia nella maniera più categorica affermo sia una cialtronata. Nel virus non sono state trovate tracce di colla vinilica né di forbici dalla punta arrotondata né di carta igienica, qualunque strumento che facesse quindi pensare insomma a un attacco d’arte.
Mi sento di smentire anche che sia frutto di un progetto di Bill Gates: se così fosse, tra i sintomi avremmo di certo rilevato una schermata blu.
E le antenne 5G? Che ruolo hanno avuto in tutto ciò?
Anche qui, ci troviamo in presenza di una totale mancanza di informazione in materia. I popoli dell’Estremo Oriente non hanno gli enzimi necessari per digerire le antenne, quindi affermare che il virus si sia diffuso sulla base della credenza che loro mangino i ripetitori 5G vivi non corrisponde affatto al vero.
Il 5G va però detto che aiuta il virus nel daunlood più veloce di materiale pornografico in HD quindi io terrei monitorata la situazione ché non vorrei che ci possa ingolfare la banda.
Ma perché il virus ha circolato così tanto in Italia?
Perché gli hanno detto la feic niùs dei 35€ al giorno e degli alberghi gratis. Vede cosa succede a fare disinformescion?
I famosi alberghi che Cristiano Ronaldo ha messo a disposizione? 
No, quella è un’altra feic niùs. Gli alberghi servono a Ronaldo per alloggiare gli addominali.
Sto facendo molto esercizio fisico in casa in questo periodo, a proposito. Crunch, squat, elastici, trazioni.
Avevo letto i tuoi consigli di fitness, sei stato bravo ed esauriente. Però non trascurare l’onanismo, mi raccomando.
Quello mai anzi mi sa con l’isolamento toccherà abituarcisi.
Andremo incontro a un lungo periodo di ripiego dai contatti sociali. A tal proposito, vorrei far crollare un’altra feic niùs ancora. Non corrisponde al vero che aglio e cipolla curano l’infezione. È vero però che posso aiutare nella prevenzione del diffondersi del contagio: il loro potere distanziometrico è riconosciuto. Ieri mi sono cimentato nella preparazione di un piatto del vostro Nord Italia, la bagna cauda: come mi ha aiutato a tenere le distanze quando sono uscito, davvero lo consiglio. Ho anche trasmesso la preparazione in diretta da Instagram.
Non mi è comparsa la sua diretta nella home.
Il video mi è stato segnalato e bloccato perché mi si vedeva il pene.
Ah le è tornato quel problema di priapismo di cui soffriva?
No no, stavo proprio inquadrando il mio pene mentre cucinavo nudo. Pensavo fosse questo lo scopo delle dirette.
Ma tutti questi personaggi famosi che fanno dirette non hanno un po’ scocciato?
Non lo so, non le ho mai seguite queste dirette. Pensavo che fossero video per mostrare il pene per compiacimento personale e dato che ai peni non sono interessato non le guardavo mai. D’altronde non credo di essermi allontanato dalla realtà: l’esibizione di sé stessi tramite lo strumento socials non è altro che una manifestazione del pene, un’autoaffermazione di un popolo che soffre di impotenza sociale e che quindi cerca altre forme di piacere per avere erezioni.
Ma pure le donne vogliono avere erezioni?
Certo, allo stesso modo. D’altronde clitoridi e peni sono perfettamente uguali matrici erettili di tessuto sessuale senziente. Se ti interessa l’argomento ho da poco pubblicato un libro: Penologie Clitoridee-Un’analisi erettile del Novecento.
Sì, l’ho già scaricato in pdf. Tornando al virus, ma è vero che resta sull’asfalto?
Ne dubito, è così piccolo che è difficile investirlo con la macchina.
E invece c’è qualche altra avvertenza alimentare che potremmo seguire?
I bambini non sono immuni dal contagio, come qualcuno ha erroneamente detto. Quindi consiglierei di non mangiarli crudi.

 

[le conversazioni finiscono qua perché poi l’altro giorno ho trovato un messaggio in cui mi diceva che passava a miglior vita: è scappato su un’isoletta della Polinesia senza mezzi di comunicazione a godersi la pensione. Questo è un estratto del dialogo, tutto il resto della chat era fatta di foto di cazzi e adesivi buffi e cazzi buffi]

Non è che l’informatico si abbeveri al codice sorgente

Si è parlato in questi due giorni di hacker. Ma chi sono? Cosa fanno? Per rispondere a queste domande ne ho contattato uno telefonicamente, che ha gentilmente accettato di rispondere a questa breve intervista.


NOTA: Per tutelare l’identità dell’intervistato, questo post è stato scritto al buio e leggendolo lo sentirete con una voce contraffatta.


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La prova che parlato realmente a uno di questi hacker

G: Buongiorno Signor Hacker. Innanzitutto, ci può fornire una prova che lei è realmente chi dice di essere e non un millantatore?
H: E lei può fornire prove di non aver realmente fatto acquisti online su Tutto per il BDSM come invece sto vedendo dal suo estratto conto?
G: Perfetto, andiamo avanti. Ci può raccontare, per iniziare, un po’ di storia dell’hacking? Quando è iniziato tutto ciò?
H: È facile. Basta aprire la Bibbia per saperlo.
G: Cosa intende?
H: Quella roba della mela proibita, eccetera, ha presente? Non è altro che il racconto del primo furto di dati della storia. EVA sta per Eversori Virtuali Anonimi, un collettivo situazionista-nichilista che voleva accedere al codice sorgente di DIO, il Dispositivo di Interfaccia Olistico che controllava la Giardino Segreto Inc., una software house il cui scopo era il controllo dell’umanità tramite un programma onirico.
G: E Adamo? Per cosa stava?
H: Ah quello era uno che cercava un po’ di figa e pensava che Eva fosse una persona. Fu adescato in chat. Era così disperato che si era tolto persino una costola per procurarsi dei piaceri solitari, non so se mi spiego.
G: Sì, è chiarissimo. Senta, e invece lei? Quando ha pensato di fare hacking?
H: Da bambino mi piacevano tantissimo i wafer e gli altri compagni avevano preso a indicarmi soprannominandomi Loacker. E così crescendo ho deciso di essere Lo Hacker.
G: Molto bene. E la sua prima azione da pirata informatico? Ce ne può parlare?
H: Ha presente il sito dell’INPS?
G: Ma…questo è uno scoop! Quindi è stato lei a mandarlo in tilt ieri? Il suo battesimo di hacking?
H: No, non mi riferisco a quello. Anni fa ho iscritto nel sistema degli utenti farlocchi e dall’istituto di previdenza stanno ancora in cerca della signora Gina Lava, della signora Dall’Uccello Consolata, del signor Lino Maia e dei fratelli Dina e Dario Lampa…
G: Spettacolare. Ma non prova un po’ di rimorso quando compie queste azioni?
H: Un po’ sì, ma quando telefonano cercando Lava Gina mi scompiscio sempre e passa tutto.
G: Senta, restando in argomento, quanto invece successo ieri all’INPS cosa ne pensa? Voi hacker avete negato il vostro intervento.
H: Infatti. Non ci piace appropriarci di meriti altrui. Quando un lavoro è ben fatto va riconosciuto, complimenti all’INPS.
G: Per concludere, ha un consiglio informatico per chi ci segue?
H: Sì, vorrei chiedere al suo lettore che ci sta leggendo in questo momento se può smetterla di grattarsi il sottopalla e poi annusarsi le dita. Lo sto vedendo tramite la sua webcam e non è un bello spettacolo.

Non è che servisse un gatto contro il ratto delle Sabine

Sembra che la notizia più letta e condivisa in questi due giorni sia quella di un ratto incastrato in un tombino e io sono sconvolto da tanta banalità e superficialità: qualcuno si è interessato al tombino? In che condizioni era? Come si sentiva? No.

Allora ci ho pensato io e sono andato a intervistare il tombino protagonista, suo malgrado, del fatto.

G: Salve Signor Tombino
T: Mi chiami pure Tom
G: Signor Tom, lei si è trovato a essere il tombino più chiacchierato della storia, lo sa?
T: Guardi, non vorrei sembrare scortese, ma non me ne importa niente. Cioè apprezzo anche il lavoro che ora sta facendo lei, ma a me, guardi, queste cose non interessano proprio e non vorrei sembrare che non so accettare qualcosa di buono…non lo so non sono bravo in queste cose, non sono come mia sorella. Lei è una…grata
G: Vogliamo parlare dell’incidente? Quale è la sua versione?
T: È successo tutto così in fretta. Io stavo lavorando come al solito, in mezzo alla puzza dei vostri scarichi, che, parliamone, non vorrei essere volgare ma che cacchio mangiate? Comunque, ero al lavoro, quando arriva ‘sto ciccione di topaccio…
G: Mi scusi, non facciamo body shaming, per cortesia. Sia politically correct
T:…quando arriva un topo chubby che voleva fare il figo
G: Voleva fare il figo? Con chi? Perché?
T: Ma con la topa, no? La compagna lo infamava dicendo che si era appesantito – sfido, con quello che mangiano: ormai nella spazzatura con quello che buttate mangi come da Cracco. E comunque, lui voleva zittirla perché si sa come siamo noi maschi, dobbiamo far vedere che la femmina ha torto gonfiando i muscoli. Al topo però si era gonfiata solo la panza. Comunque lei a dirgli che non ci passava nel buco, lui invece «Ma taci, zoccola! Ti faccio vedere io»
G: Ah, la insultava pure?!
T: Ma no, zoccola nel senso dell’animale. Pantegana, sorca, non mi faccia fare l’elenco dei dialetti
G: Sì ma si contenga che alcuni dei vocaboli che ha detto nel linguaggio comune hanno significati più osceni
T: Certo che siete proprio strani! Fate i puritani, le sconcezze no, occhio a non dire questo, poi però non visti ne fate di cotte e di crude. Siete maestri nel nascondere la vostra merda, e fidatevi che so quel che dico per il lavoro che faccio
G: Senta, torniamo al topo
T: Niente, poi sto deficiente era convinto che dove passa la testa passa tutto il resto. Ma se sei un microcefalo mentre hai il girovita di una betoniera, mi sa che non ci passi proprio!
G: Poi cos’è successo?
T: Poi un casino, arrivo di curiosi, i vigili, i pompieri…tutti lì appresso a quest’imbecille, non potevo manco augurarmi che lo lasciassero perdere – chi è causa del suo mal pianga sé stesso, no? – perché poi me lo dovevo piangere io. Poteva andare peggio, comunque, abbiamo scongiurato un arrivo più indesiderato
G: Cioè? Gli amici del topo incastrato?
T: Macché, un tizio con l’armadio pieno di felpe e divise. Fosse venuto pure lui a farsi un selfie me ne sarei andato
G: Alla fine comunque l’hanno liberato. Tutto è bene…no?
T: Capirai, quanto me ne fregasse…senta comunque, giacché è qui, me lo farebbe un favore? Vorrei utilizzare il mezzo per un messaggio sociale, uno slogan, diciamo, che vorrei la gente adottasse affinché capisca che non può buttare qualsiasi cosa nello scarico perché poi ve la ritrovate nei mari, nei fiumi, nei laghi, in quello che mangiate
G: Prego
T: La tua merda è come la peperonata. Più ne mandi giù, più ti torna su.

Una conversazione illuminante. E voi, avete mai intervistato un tombino?

Non è che ai Triestini non gliene freghi un Carso

Mi sono ritagliato 6 giorni – è stato molto difficile, ci vogliono forbici grandi – zaino in spalla itinerando tra Friuli e Veneto. Non è stato molto difficile, visto che sono in vacanza fino al 1° settembre quando poi inizierò a fare altro, ma non è di questo che voglio parlare. E non voglio parlare neanche delle mie vacanze, ma di quella volta che a Trieste ho intervistato una galleria perché non avevo altro da fare.

Trieste, Galleria di Montuzza o della Fornace o Sandrinelli, olio su smartphone.

Gintoki: Buonasera.
Galleria: Buonasera a lei.
Gi: Come va?
Ga: Eh, ho un po’ di acciacchi…sa, l’età…ho la sindrome del tunnel carpale!
Gi: Come va il lavoro?
Ga: Sempre uguale…il solito tram tram. Un va’ e vieni continuo e gente che passa e non saluta neanche.
Gi: E i rapporti sociali?
Ga: Così così. Dicono che qualsiasi cosa mi riferiscano da una parte mi entri e dall’altra mi esca.
Gi: Posso chiederle come mai ha scelto questa professione?
Ga: Questioni di famiglia. Sa, mio padre e mio nonno erano del mestiere. Io invece volevo lavorare all’acquedotto, ma si sa come vanno le cose in Italia, se non conosci qualcuno nel settore non puoi far niente. Mio padre conosceva invece l’ingegnere a capo dei lavori sotto questo colle e quindi…
Gi: Scusi mi sta dicendo quindi che lei è raccomandata?
Ga: Macché raccomandazione, è stata una onesta transazione amichevole. L’ingegnere mi ha dato il lavoro e a lui io ho dato…il mio buco.
Gi: Ah. Preferisco non approfondire. Com’è la vita di voi gallerie? Vi sentite apprezzate per la vostra attività?
Ga: Insomma. A noi, scusi il termine, non ci incula nessuno. L’unico momento di notorietà l’abbiamo avuto quando Caparezza cantava Fuori dal tunnel. All’epoca stormi di imbecilli fuori le gallerie cantavano Siamo fuori dal tunnel-l-l-l-l. A quel tempo li odiavo – e non c’erano neanche i selfie e i social sennò sai che casino – ma oggi li rimpiango.
Gi: Cosa si potrebbe fare per rivalutare la vostra immagine?
Ga: Si potrebbe cominciare a non utilizzare espressioni discriminatorie. Per esempio, perché quando una persona è in un brutto periodo dice di trovarsi “in un tunnel senza via di uscita”? Non ha senso, se non c’è uscita non è un tunnel! È scorretto, qualcuno dovrebbe far qualcosa e lanciare questo messaggio!
Gi: A proposito di messaggi, ha lei qualcosa da dire ai giovani?
Ga: Sì: smettete di lanciar salami nelle gallerie per far battute sulle donne!
Gi: Lo trova sessista, non è vero?
Ga: Macché! È che sono vegana! Lanciate dei panetti di tofu, piuttosto!
Gi: Arrivederci.