Non è che la moglie di Giuda indossasse calze 30 denari

La settimana scorsa ero seduto accanto al capo nella sala riunioni. A un certo punto, prima di parlare, ha schioccato la lingua.

L’ho guardato con ammirazione e sorpresa per il gesto. Lui avrà pensato che apprezzavo la bontà del discorso. In realtà non me ne importava né tanto né poco dei suoi vaniloqui.

Mi ritengo un buon lettore. Medio. Diciamo un tipo. Non brutto lettore ma simpatico.
Leggo molti libri all’anno, anche se mi secca non aver letto fino ad ora tutto ciò che avrei voluto leggere. Ci sono poi cose che forse avrei dovuto leggere ma non mi riesce perché non vi trovo interesse.

Nel romanzese*, schioccare la lingua è tra i cliché più comuni.


*Cioè la lingua dei romanzi.


Sembra infatti che dopo che ha aperto bocca sia necessario precisare che il personaggio abbia schioccato. Come se fosse una sorta di certificato di qualità dell’affermazione appena fatta. Se c’è schiocco non c’è inganno.

Nel momento in cui il nostro ha proferito verbo, inoltre, nessun altro personaggio presente risponderà: nei romanzi, infatti, tutti “replicano”, “ribattono”, “esclamano”, “contestano”.

Poi, quando nessuno se l’aspetta, fa la sua comparsa Lei. La donna con “le gambe fasciate dalle calze”. È tra i luoghi comuni più diffusi, che prolifera spesso tra le produzioni amatoriali di scrittori wannabe.

Io una così me la figuro sempre con le cosce ferite e scorticate e delle vistose fasciature intorno come medicazione.

Lo so che “fasciato” in senso esteso può riferirsi anche a dell’abbigliamento che avvolge in modo stretto.


Dizionario De Mauro.


È più forte di me, la trovo una forzatura. Le gambe fasciate non riescono ad avere credibilità letteraria per me.

E quel che mi sfugge è perché mai debba sempre comparire una donna con queste “gambe fasciate dalle calze”. Magari potrebbe indossare dei pantaloni, invece. Certo, poi molte donne indossano lo stesso delle calze al di sotto dei pantaloni. Ma di questo il narratore non potrebbe esserne a conoscenza per esibirsi nel proprio virtuosismo retorico fasciante. A meno che non sia un subdolo maniaco che spia all’interno dei pantaloni delle donne.

E mi domando: le donne con le calze si sentono fasciate? Gli uomini che vedono donne con le calze le considerano fasciate?

La mia unica esperienza con una calzamaglia risale a quando da piccolo volli vestirmi da supereroe a Carnevale. Desistetti quando realizzai che le mutande stanno meglio sotto che sopra.

Non mi sentivo fasciato quanto piuttosto imbecille.

Ecco, nel romanzese che vorrei dovrebbero esserci declinati più imbecilli. Sarebbe più vicino al cosiddetto Paese reale.


Che, se vogliamo, il concetto di Paese reale è anch’esso un cliché. Cos’è un Paese reale? Una monarchia? Un Paese concreto? Non ho mai messo piede in molti Paesi, questo non li rende reali? Siamo tutti reali ma alcuni sono più reali degli altri? Questo concetto potrebbe essere pericoloso e per tanto non lo declino in romanzese per evitare che qualcuno ne faccia un uso non congruo.


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Non è che l’universitaria ansiosa è una tesa di laurea

Negli ultimi tre mesi ho fatto da ‘consulente’ a una ragazza per la stesura della tesi di laurea. Ho avuto modo di comprendere, grazie a questa esperienza, come è fatta una persona che vive fuori dal mondo.


Il Maestro di maturità

Pensavo di vivere io fuori dal mondo, perché ad esempio sono il tipo che quando vede un grande negozio di giocattoli devo entrare per cercare le spade laser di Star Wars oppure per guardare i Lego o provare le maschere dei supereroi. Forse si tratta di differenti modi di essere fuori dal mondo, la mia maturità – personificata dal tipo con la barba lunga delle serie Conosciamoci un po’ e Siamo fatti così – me lo dice sempre: “Gintò, ma o’ vir che gli altri trentenni e pure quelli più giovani si sposano e fanno figli?”. Al che ho realizzato una cosa: debbo sposarmi e fare figli così da avere il pretesto, per gli anni a venire, per poter frequentare i negozi di giocattoli.


La mia ‘cliente’ pur essendo al quinto anno complessivo di università e con  già una triennale alle spalle, non aveva la benché minima idea di come fosse fatta una tesi di laurea nella sua struttura basilare, intesa quindi come un testo composto da indice-introduzione-capitoli-conclusioni-bibliografia.


Poi ho avuto modo di capire che per la triennale fosse stato il padre a farle da ‘consulente’ e questo spiega tutto.


Non aveva alcuna idea, inoltre, su come si reperisse il materiale. Ma quello non è stato un problema: il padre le ha fornito dei libri, la madre dei documenti.

Specifico: la madre ha incaricato gli stagisti del suo ufficio di cercarle dei documenti.


E voi che scommetto associate lo stagista a uno che fa le fotocopie. Invece, se siete fortunati, potreste ritrovarvi nell’ufficio di una persona importante che vi incarica di cercare materiale per la tesi della figlia.


A quel punto è stato chiaro come questa famiglia rappresentasse bene un comandamento presente nella civiltà umana sin dai tempi più antichi, sembra fosse scritto anche sulle tavole di Mosè che poi per distrazione deve essersi dimenticato di tramandarlo: non fare qualcosa se gli altri possono farlo per te*. In questo meccanismo mi sono fatto volontariamente coinvolgere anche io, in cerca di possibilità di guadagno facendo il ‘consulente’.


 *A riprova della storicità di tale ammonimento c’è il fatto che il Dio biblico per l’appunto agiva spesso per interposta persona!


La ragazza, comunque, era molto in ansia per il rush finale verso la conquista di ciò che è volgarmente denominato “pezzo di carta”: il suo desiderio è il 110, cosa di cui non si riteneva sicura, partendo da un misero 108-109.

L’altra sua fonte di ansia riguardava la natura della consulenza: sarà giusto – si chiedeva – ricorrere a un piccolo aiutino? Per sicurezza, mi confessò una volta, aveva cancellato tutte le nostre mail per il timore di essere intercettata dalla polizia postale.

Non ritenni di dover fare domande (Quello il pazzo va assecondato, diceva Totò) e mi assicurai che le portiere della sua Smart – stavamo parlando in auto – non fossero bloccate.

Il fondo l’abbiamo toccato quando mi ha inviato un documento riservato, in possesso della madre, da utilizzare nella tesi, ovviamente senza citarlo né riportandone il contenuto, ma utilizzandolo soltanto come ispirazione. La raccomandazione era quella di eliminarlo una volta letto.


Non so che livello di riservatezza potesse avere – non parliamo di segreti di Stato, ovviamente – però di certo credo fosse un documento non disponibile per terze persone e privati cittadini. Ciò mi ha fatto riflettere sul funzionamento delle cose in Italia: la madre dà alla figlia un documento riservato – e già qui non ci siamo proprio – che, a sua insaputa, lo consegna poi a un illustre sconosciuto.

Ho pensato sarebbe stato divertente rintracciare la madre e presentarsi da lei facendole un discorso di questo tipo:
– Signora, in questa penna usb c’è il documento e la mail che sua figlia mi ha inviato. Ne ho una copia conservata in un posto sicuro. Sarebbe un fatto veramente increscioso se si venisse a sapere che simili importanti comunicazioni siano alla mercé del primo che capita, non trova? Per sua fortuna ha trovato una persona onesta come me…Le lascio qui la pennetta. Ah, posso chiederle un’informazione? Sa se per caso da queste parti o una qualche sua conoscenza assume dipendenti? Sa, cerco lavoro e pensavo che forse lei con le sue competenze e capacità potrebbe essermi d’aiuto…sa, se non ci si aiuta tra noi persone oneste dove si andrebbe a finire?

Sì, più o meno l’avevo visualizzata così la scena, prima di eliminare il file.


Vorrei poter raccontare altre perle ma scenderei troppo nei dettagli. Sono grato alla mia vita comunque per farmi incontrare sempre persone che non mi annoiano.

Cercava l’amore e finì in spiaggia: da una donna da amare si ritrovò con una donna da mare


Questa è una storia che potrebbe essere vera ma potrebbe benissimo essere falsa: si sa che ogni fondo di verità ha una leggenda alla base.

È disponibile anche in versione audio letta da Gintoki (che poi sono io!), in presa diretta e con errori per la serie “buona la prima perché mi son scocciato!” con tono monocorde e l’incedere Jovannottesco che neanche un logopedifta potrebbe rifolvere.

Ascolta la storia (oppure non ascoltarla!)


Tizio era un giovane. Un giovane di genere “tipo”, fiero delle proprie tonsilliti stagionali. Si trovava in quell’età che porta un individuo a non essere socialmente definibile né come un ragazzo né come un adulto, la qual cosa gettò Tizio in una crisi personale, che superò solo dopo aver saputo il costo di un ciclo di sedute di psicoterapia.

Tizio (un altro Tizio) convinto e deciso della propria affermazione

Stanco di delusioni in campo sentimentale, un giorno esclamò, con decisione, convinzione e una ventata di alitosi:
“Basta con donne uguali a me, instabili e nevrotiche!”
rivolto a un ausiliare che gli stava contestando il biglietto di sosta scaduto.


O.T. (OFF TIZIO)
Ma anche dalle vostre parti gli ausiliari della sosta girano per strada tronfi e impettiti come degli sceriffi?


Il caso volle che sulla strada di Tizio, del tutto inaspettatamente, si mettesse una bella e avvenente ragazza.

Per evitarla, Tizio andò a sbattere con la macchina.

Raccontò l’incidente su facebook, perché una cosa non accade finché non viene scritta su facebook. Una sua vecchia conoscente, letto il post, gli scrisse su whatsupp – perché ormai non esisti e non sei reperibile se non hai whatsupp – chiedendogli cosa mai fosse successo. Da quel momento i due cominciarono a sentirsi spesso e fare lunghe chiacchierate al telefono.

Insomma, avete già capito dove condurrà questa storia: da un carrozziere perché un’auto non si ripara mica da sola.

Nel frattempo i due uscivano, bevevano, mangiavano: insomma facevano tutte le cose che in genere fanno un uomo e una donna che escono. Ma anche che fanno due uomini o due donne, ma questo non bisogna raccontarlo ai bambini perché poi lo riferiscono a casa e si sa che gli adulti sono impressionabili.

Non erano comunque tutte rose e fiordi (come dicono in Norvegia): i due erano completamente all’opposto in tutto.
Lei vegetariana, lui onnivoro;
lei andava ai concerti di Leegabue, lui preferiva Lee Ranaldo;


Lee Ranaldo è quello dei Sonic Youth.
I Sonic Youth sono quelli che hanno saccheggiato il frigo di Peter Frampton in “Homerpalooza”, uno degli episodi più belli della storia dei Simpson


lei ammirava estasiata rocce nei musei di scienze naturali e lui nel frattempo dormiva;
lui ammirava estasiato Rothko nei musei d’arte e lei nel frattempo dormiva;
lei amava i cani, lui i gatti;
lei voleva andare da Starbucks, lui rispondeva stocazz’;
lei faceva foto al cibo prima di mangiarlo, lui aveva già finito di mangiare mentre gli stavano scattando la foto;
lei amava il mare, tanto da definirlo la propria vita, lui non lo amava affatto ma dietro lunghe lamentele di lei si era deciso ad andarci, prima che lei si sentisse troppo ingrassata per stare in costume, decidendo di non andare più.

La vita, quindi, scorreva tra un litigio e un’incomprensione e momenti di tranquilla compagnia intervallati da qualche buon coito.

Visto che le cose non avevano la piega comunque di un gioco e viste le prospettive di vita di entrambi che sembravano antitetiche – l’una stanziale, l’altra seminomade – tra i due si conversava anche del futuro ipotetico prossimo remoto venturo.

Il futuro in questo caso prevedeva che un giorno Tizio andasse a vivere da lei, perché era fuori discussione che lei abbandonasse la propria casa e la ridente città in cui viveva; che si sposassero, perché lei accettava la convivenza solo se limitata a un anno o poco più e poi esigeva il matrimonio; che avrebbero avuto un cane e un gatto purché ognuno si fosse occupato dei rispettivi animali. Ma, se Tizio aveva intenzione – come era sua intenzione – di avere un lavoro che lo portasse, per la natura stessa di tale lavoro, a stare due-tre mesi lontano da casa, il gatto avrebbe fatto una brutta fine o sarebbe stato regalato, perché era fuori questione che lei se ne occupasse. Troppo impegno e, per giunta, per un animale non amato.

Tizio prese allora una decisione importante.

Si sarebbe messo alla ricerca dell’ausiliare che gli aveva contestato il parcheggio, perché non tutti sanno che il protrarsi della sosta non è un’infrazione (non comporta una multa!) e, quindi, richiede semplicemente il pagamento della differenza di tariffa come integrazione. Tizio l’aveva saputo e ora non si sarebbe fatto sfuggire l’occasione di rivalsa.

La morale della storia è: le vie del cuore sono strane e tortuose ma se vuoi parcheggiare controlla di avere spiccioli sufficienti per il parchimetro.

Recensire mutande e reggiseni non fa di te uno scrittore intimista

Lulu mi ha chiesto di scrivere qualcosa da farle leggere. Non una fiaba o un racconto, la richiesta è stata molto più specifica: “qualcosa che ti viene in mente”.

Ho sempre timore del qualcosa: qualcosa da dire, qualcosa da pensare, qualcosa di personale.

Qualcosa deve venire da dentro, qualcosa è qualcosa che in genere non si mostra. Come una canottiera, non la si fa certo vedere agli altri.


DIDASCALIA ESTETICA
Anche se ricordo qualche tempo fa la moda della canottiera bianca per uscire il sabato sera e io pensavo ogni volta agli americani che hanno in mente lo stereotipo dell’italiano canottiera e baffoni.


Ho sempre problemi a raccontare qualcosa di mio. Sul blog può essere più semplice perché io non conosco chi mi legge e chi mi legge non conosce me, quindi tra non conoscenti ci si può sentire più a proprio agio. E comunque non è detto, perché non scrivo tutto e se per caso lo scrivessi lo camufferei in modo che chi legge non possa avere idea alcuna di cosa io stia parlando.


A volte mi è riuscito così bene che anche io non capivo più di cosa stessi parlando.


Questa stipsi espressiva l’ho sempre avuta. A scuola non amavo le tracce dei temi troppo intimiste: “Parla del valore che ha per te l’amicizia raccontando un episodio in cui un amico è stato per te importante”.

Cosa dovevo dire dell’amicizia? Al massimo, essendo gatto, potevo scrivere della micizia.

Per questo sceglievo sempre il saggio breve, l’articolo o il tema di attualità. Purtroppo, tutti gli insegnanti assegnavano come compiti per casa per le settimane successive le altre tracce. E quando non c’erano compiti in classe in quel periodo, un tema personale come lavoro a casa finiva sempre nell’assegno.

In genere evadevo sempre il tema in maniera molto impersonale e distaccata. Nel caso citato come esempio, dopo qualche frase retorica e ridondante (e anche verbosa e prolissa per riempire la pagina) sull’amicizia, concludevo brevemente con un esempio freddo e materialista: un amico è stato per me importante quando mi ha ceduto la figurina di Roberto Policano.


DIDASCALIA CALCISTICA
Roberto Policano, classe ’64, è un ex calciatore che ha vestito, tra le altre, le maglie di Roma, Torino e Napoli a cavallo di ’80 e ’90. Era detto Rambo per la grinta che metteva in campo. Per dare un’idea del personaggio, consiglio di guardare questo video storico della purtroppo sfortunata finale di Coppa Uefa del 1992 del Toro. Minuto 4:44, lo svedese Pettersson perde tempo vicino la bandierina per far trascorrere i secondi, Rambo irrompe e fa giustizia. Lo svedese tornerà a casa con un braccio rotto…


Il clou lo raggiunsi una volta, alle scuole medie. Compito a casa (non ricordo la traccia per filo e per segno ma il senso era questo): “Parla dell’importanza del ricevere aiuto e di quando tu ne hai avuto bisogno”.

Svolgimento:
Non ho mai chiesto l’aiuto di qualcuno e se l’ho chiesto non me lo ricordo.

La professoressa, che mi aveva chiesto di leggere il mio tema, ascoltando queste parole esclamò: Eccolo! Il solito Gintoki, arrogante e irriverente. Bah, vai avanti, su.

Prof, guardi che è finito qui, dissi.

Scoppio di risa della classe. La professoressa sgranò gli occhi, poi riprese lucidità e mi mise una nota sul registro.

Suonò la campanella in quel momento. Ero stato beffato a pochi minuti dal fischio finale!

Alla luce di queste premesse, come mi si può chiedere di essere intimo? E poi intimo come? Di seta, di cotone, di lycra, di microfibra?

Materia oscura

Entro il 4 devo consegnare un racconto per la finale di un piccolo concorso. Il racconto c’è, devo rifinirlo, aggiustare delle cose, spostare qualche virgola. Mi sento come se stessi dipingendo un quadro, mi piazzo davanti lo schermo, arretro il busto e poi, col pollice in alto, un occhio chiuso e la lingua tra le labbra, prendo le misure per vedere dove intervenire.

Il problema è che non riesco a rimetterci mano, la materia visibile del racconto è sovrastata da una materia oscura nella mia testa di cui avverto l’esistenza ma che non riesco a vedere e non posso mettere nero su bianco. E così non ho ancora sistemato nulla.

Composizione dell’Universo

Sì, è ricominciato Big Bang Theory. È il secondo post di fila in cui cito la fisica. Dovrei parlare di più invece di quell’altra cosa che inizia per fi- e termina per -a.

La filosofia, stolti!

Una scrittura ecologica è una bio-grafia?

Ho superato la prima fase di selezione di un contest letterario. Niente di che, non è mica il Campiello. E nemmeno il Premio Seminale Miglior Poesia Onanistica di Vergate sul Membro.

Comunque, mi hanno chiesto di riscrivere la mia biografia, perché quella che ho inviato per la precedente selezione è troppo breve. E che cavolo ci dovrei mettere dentro?

Se dovessi essere totalmente sincero (un po’ come per il curriculum verità), scriverei una cosa come quella che segue. È tutto vero (purtroppo).

Gintoki, vita e opere

Gintoki nasce il giorno dopo il Carnevale di vari anni fa. Tutti pensavano fosse uno scherzo, ma poi dovettero arrendersi alla dura realtà.

Fin da bambino mostra spiccate doti artistiche e creative. Il suo primo interesse è stata la radiofonia, passione trasmessagli dal padre, noto acquirente compulsivo di radio, stereo e impianti hi-fi. Dopo aver rotto vari apparecchi, smontando manopole, staccando antenne, svitando altoparlanti, è stato indirizzato – con efficaci e dolorosi metodi educativi – verso interessi meno distruttivi.

Il secondo amore del giovane Gintoki è stata l’arte, in particolare la pittura. Purtroppo non esistono in circolazione opere del Giovane Maestro: i graffiti a carbonella per il fuoco dipinti sugli intonaci esterni della casa, ispirati alle pitture rupestri di Altamira, sono stati cancellati poco dopo la loro creazione dallo stesso autore, sempre dietro dolorose indicazioni familiari.

È in prima media che viene a contatto con la penna e conosce anche il primo rifiuto editoriale: le sue rime sparse indirizzate alla ragazzina dell’ultimo banco sulla destra, vengono smistate nel cestino della carta straccia. Scioccato dall’evento, riversa il proprio estro creativo ancora sulla pittura. Anche in questo caso, i graffiti a penna bic blu sul banco scolastico non hanno ricevuto il plauso della critica (costituita da insegnante e bidello).

I primi anni del liceo segnano l’ultimo prorompente tentativo verso la pittura: ma i graffiti apotropaici richiamanti divinità falliche pompeiane sui muri dei bagni scolastici sono rimasti ignorati e incompresi.

Dopo aver fatto breccia nel mondo della carta stampata sulle prestigiose pagine dei giornalini di classe, cimentandosi in grandi inchieste come l’inaugurazione di una piazza dopo i lavori di riqualificazione e l’avvio della raccolta differenziata cittadina, ha fatto il grande salto verso le testate giornalistiche, seguendo le imprese sportive delle più importanti compagini calcistiche locali del campionato di settima categoria, una tacca più di Scapoli vs Ammogliati.

Da alcuni anni si dedica con assiduità alla scrittura di racconti, partecipando a concorsi inutili come quello per il quale ha scritto questa biografia.

Alice che fissava e altri casi (dis)umani

Tim Burton non mi ha ancora fatto causa e io proseguo con torturarne le opere. Ho deciso di riprendere Alice (Staring Girl) mostrandola una volta cresciuta, affiancandola ad altri due personaggi tratti da due poesie, sempre visualizzati da adulti. Le poesie originali dei due nuovi personaggi sono James e Mummy Boy.

Altri racconti: Amore ardente, Voodoo Girl

Alice che fissava e altri casi (dis)umani
Guidava il pettine con movimenti ad arco regolari e precisi. Terminato il lavoro, col palmo della mano passò a lisciare i radi capelli avendo cura di appiattirli sul lato destro della fronte, coprendo in modo parziale una cicatrice che correva dall’attaccatura sino giù allo zigomo. Osservò compiaciuto il risultato. Aggiustò il cravattino e tornò nella stanza da letto. Prese in mano un orso di peluche che giaceva adagiato Immaginetra i cuscini: un fiocco rosso con sopra ricamata la scritta Natale 19.. penzolava dal collo del pupazzo.
– “Anche oggi non ci accadrà nulla di spiacevole, vero, J.?” disse l’anziano signore rivolto all’orsetto. Uscì di casa, tenendo il peluche sotto braccio. 
Raggiunse il Caffè sotto casa, dove si accomodò al tavolino posto di fronte al bancone, a metà strada tra la porta di ingresso e quella che dava sul retro. Sistemò J. accanto alla propria sedia.
– “La solita tazza di tè riempita a metà, con tre biscotti nel piattino, Signor James?” chiese un ragazzo esile, dalle gambe lunghe e magre e dalle braccia ossute, chinandosi verso di lui.
– “Certamente, Jimmy” rispose il Sig. James, guardandolo in quella sottile fessura tra le bende intorno la testa che lasciava scoperti gli occhi, unica cosa visibile del ragazzo.
Jimmy la Mummia tornò reggendo il vassoio dell’ordinazione con una sola mano. Camminava come un equilibrista su una fune, a guardarlo si sarebbe potuto scommettere che avrebbe fatto cadere il tutto, ma al Sig. James servì quanto richiesto senza causare alcun incidente.
– “Grazie. Tieni, questa è per te” disse l’anziano signore, porgendogli una moneta di mancia.
– “Grazie! Grazie!” rispose in modo ossequioso.
– “Jimmy! Smettila di perdere tempo e vieni qui! C’è una consegna a domicilio!” la voce tonante di un uomo dalla statura imponente fece tremare Jimmy. Il ragazzo prese il sacchetto di carta che gli porgeva il padrone e corse fuori. Saltò sulla cigolante bicicletta che teneva appoggiata al muro sul retro del locale e partì zigzagando, chinato sul manubrio.
Immagine
Davanti al negozio di fiori rallentò. Alice stava sistemando delle piante all’esterno. Al suono del campanello della bicicletta si voltò.
– “Ciao Jimmy!” esclamò squillante lisciandosi con le mani uno dei codini biondi.
Jimmy rispose abbassando il capo ed emettendo un suono che avrebbe voluto essere un saluto ma che era più simile a un rantolo. Mentre si allontanava, Alice lo seguì con lo sguardo.
Jimmy raggiunse il condominio dove abitava la Signora Van Dort. Un cartello appeso sulla porta dell’ascensore segnalava un guasto, così dovette utilizzare le scale. Alla quarta rampa cominciarono a venirgli meno le forze. Un lembo di garza si staccò e cominciò a ondeggiare giusto davanti ai suoi occhi al ritmo di ogni passo. Al settimo piano le sue fatiche terminarono. Suonò il campanello e l’abbaiare nervoso di un cane rispose dall’interno.
– “Oh, finalmente! Ce la prendiamo comoda, nevvero? – una donna di mezza età alta quanto un comodino e larga in ugual misura aprì la porta – Forse se perdessi meno tempo a conciarti come una mummia potresti essere più puntuale” disse arricciando il naso.
Jimmy non proferì parola, anche perché non aveva fiato dopo aver salito le scale, e porse con servile cortesia il sacchetto alla donna.
“Aspetta qui, vado a prendere il denaro. Buono, Billy, buono!” disse socchiudendo l’uscio. Un minuscolo cane dalle orecchie più grandi del resto del corpo zampettava intorno le gambe della Signora Van Dort.
Jimmy, sbuffando, appoggiò il capo alla porta. Questa si aprì di colpo, facendolo ruzzolare sul pavimento dell’ingresso.
“Oh santo cielo! Cosa volevi fare? Non ci si può distrarre che tentano di rubarti in casa! Ti farò licenziare! Via via, prendi i soldi. E dammi il resto, non fare il furbo!”
Jimmy rovistò nelle tasche e porse alla donna la moneta ricevuta dal Sig. James. Dopo essersi accertata che la cifra fosse esatta, la Signora Van Dort gli sbatté con violenza la porta in faccia.
Stava per mettersi a tavola per consumare la propria colazione, quando suonò il telefono.
“Oh, ma chi è tanto maleducato da disturbare a quest’ora?” esclamò con disappunto.
“Pronto?…Oh cara…sì sì…oh che disgrazia! Ma certo che lo ricordo, una così cara persona…guarda, sì, certo…Sì sì, è proprio vero…sempre i migliori!…Oh, grazie, anche a te, cara. Buona giornata”. Riagganciò il telefono e si soffermò a riflettere.
“Come ha detto che si chiamava quello che è morto? Farò meglio a mandare subito dei fiori, non vorrei fare brutta figura. Ma non prima di aver terminato la mia colazione. Giusto, Billy?”. Il cane starnutì.

fine prima parte
(lo so che ti annoi…riposati, dai!)

seconda parte
(incredibile, sei tornato? Leggi il seguito!)

La Signora Van Dort, con a tracolla una borsetta da cui spuntavano solo le orecchie di Billy, arrivò al negozio mentre Alice era intenta a spruzzare acqua vaporizzata a un cardo. Ordinò un’economica composizione di gerbere e crisantemi e pagò facendo tintinnare sul tavolo il denaro, tra cui la moneta ricevuta da Jimmy. Poi se ne andò col naso all’insù. Mentre Alice stava per uscire per provvedere alla consegna, notò qualcosa nella pianta di caprifoglio che teneva in un vaso all’ingresso.
– “Oh no, signor bruco, questo non va bene!” disse, con la testa inclinata di lato e gli occhi sbarrati. Un piccolo bruco rossiccio e dalla peluria grigia faceva bella mostra di sé su una foglia. Aveva già lasciato un segno del proprio passaggio sul bordo esterno creando un buco a semicerchio e si apprestava a proseguire l’opera.
– “Ti dovrò trovare una nuova sistemazione! – proseguì, avvicinando il naso all’animale. I due potevano guardarsi nelle pupille, o qualsiasi altra cosa abbia un bruco per vedere – Appena sarò tornata, ci penserò”.
Sistemò il mazzo di fiori nel cestino della bicicletta e stava per salire sulla sella, quando si accorse che una ruota era bucata. Si piegò a fissarla, preoccupata. In quel momento passò Jimmy, impegnato in un’altra consegna. Alla vista di Alice lui si fermò di colpo, facendo stridere i freni. Lei sollevò il capo, lo osservò, poi guardò ancora la propria bici, poi di nuovo prese a guardare Jimmy. Il ragazzo deglutì e con un filo di voce le disse
– “Puoi…biciclire sulla mia saletta!”
– “Uh?” Alice iniziò a lisciarsi il codino destro.
– “Puoi salire sulla mia bicicletta!” gridò chiudendo gli occhi.
– “Grazie!” esclamò Alice, che, saltellando, lo raggiunse per andare ad accomodarsi di traverso sulla canna.
Chi li avesse osservati avrebbe notato uno spettacolo ben strano. Un ragazzo conciato come una mummia che guidava una bicicletta, sulla quale portava una ragazza che fissava il vuoto e stringeva un mazzo di fiori funebri sul proprio petto.
Jimmy avrebbe voluto approfittare di quel momento per dire qualcosa, ma la voce non gli usciva. La sua mente vagava confusa nel riflettere su quel che un ragazzo dovrebbe dire quando è solo in compagnia di una ragazza, l’immaginazione lo portava molto lontano senza permettergli di rompere un umiliante silenzio che gli dava un’espressione severa e imbronciata, intuibile anche se celata da uno strato di bende.
Avevano appena svoltato l’angolo quando un grosso topo che stringeva in bocca qualcosa passò loro davanti. Jimmy sterzò d’istinto per evitarlo, andando contro il bordo del marciapiede: la bicicletta si inclinò in avanti e i due giovani finirono stesi lungo l’asfalto.
– “Billy! Billy! Oh cielo! Billy!” la Signora Van Dort accorse col fiato corto.
– “Oh, Billy! Che spavento! Perché sei scappato così, bambino mio? Non devi far preoccupare la tua mamma in questo modo” proseguì, con le mani giunte. Poi si voltò e notò Jimmy per terra.
– “Ancora tu! – ringhiò – Dopo aver tentato di rapinarmi volevi assassinare il mio tesoro? Altro che licenziare, io ti farò chiudere in cella! Guardie!”
ImmagineAlice, in ginocchio, fissava Jimmy che era immobile sull’asfalto, stirandosi entrambi i codini con violenza, quasi a volerseli strappare. Petali di fiori erano sparsi tutt’intorno. Una moneta era rotolata via, arrestando la propria corsa contro un lampione.
– “Puff…Pant…aiuto!” il Sig. James arrivò ansimando. Diede un’occhiata a Jimmy inerte, poi ad Alice, infine alla Signora Van Dort. L’occhio gli cadde sul cane che infieriva su un orso di peluche. Il pupazzo era a brandelli, l’ovatta sbucava fuori come se il corpo fosse esploso dall’interno.
Il Signor James si accasciò al suolo “Oh no, J.! Ora chi mi proteggerà dagli orsi?” gridò, straziato.
– “Signor James – disse Alice timidamente – Jimmy non si muove più. È morto?”
– “Jimmy non è mai stato vivo, ragazza mia. – rispose l’anziano signore, scuotendo il capo – L’ho creato io dal cadavere di un giovane che ho dissepolto dal cimitero”
– “Oooh!” la Signora Van Dort svenne, ma nessuno le prestò attenzione. Neanche Billy, intento a divorare l’imbottitura dell’orsetto.
– “E può aggiustarlo?” chiese Alice, chinando il capo.
– “Può darsi…Ma perché vorresti che lo sistemassi?”
– “Perché…gli voglio bene”
– “Vuoi bene a un cadavere ambulante che va in giro coperto di bende?”
– “Lei vuol bene a J. perché è un pupazzo o per ciò che rappresenta per lei?” disse, sbattendo le palpebre in modo frenetico.
Il Signor James tirò un lungo sospiro.
– “Va bene. Vieni, andiamo ad aggiustare Jimmy” disse prendendo per mano Alice e aiutandola a rialzarsi. Con attenzione, sollevò poi il ragazzo e lo prese in spalla.
– “Ah, dimenticavo – si fermò a indicare una moneta – questa dobbiamo ridargliela. Gli appartiene”. Alice la raccolse e la mise in tasca.
Billy tossicchiò sputando un batuffolo di ovatta accanto alla propria padrona, ancora svenuta a terra.

Amore ardente

Liberamente ispirato a Stick Boy and Match Girl in Love di Tim Burton. Qui il testo originale della poesia:

Stick Boy liked Match Girl,
he liked her a lot.
He liked her cute figure,
he thought she was hot.
But could a flame ever burn
for a match and a stick?
It did quite literally; 
he burned up pretty quick.

Amore ardente
L’albero cadde al suolo idealmente accolto tra le braccia della terra. L’impatto sollevò foglie morte e terriccio. Un brivido di freddo scosse il Sig. Octave, che scrollò le spalle per liberarsi dalla gelida sensazione. Sospirò. Una nuvola di condensa si materializzò mulinando nell’aria prima di svanire.
Per quella giornata il lavoro poteva dirsi concluso ed era giunta l’ora di una fumata. Le indicazioni del medico erano state ben chiare a tal proposito, ma sussiste in ogni paziente un margine di contrattazione con la propria salute che contempla il persistere di peccati giudicati di lieve entità. Il Sig. Octave estrasse quindi dal giubbetto pipa e tabacco e si apprestò a godersi il momento di pausa nel silenzio autunnale della collina. Dai calzoni trasse una piccola scatola di fiammiferi decorata con un disegno di propaganda bellica, un ricordo di tempi andati cui si era affezionato al punto da continuare a utilizzarla. Ogni volta che i fiammiferi all’interno si esaurivano, ne comprava altri da inserire nella scatola. Mentre si apprestava a sfregarlo, un fiammifero gli cadde dalle dita per volare a terra, tra il fogliame.
– “Maledetta artrite…ah!”
Tirò fuori un altro fiammifero. Dalla superficie della scatola gli occhi di un soldato in assetto da guerra lo fissarono. Spense il fiammifero e lo gettò, avendo cura di calpestarlo con la suola di gomma dello stivale prima di abbandonare il posto, per scendere a valle verso la propria casa.

ImmagineQuello che era ridotto ormai a uno stecchino combusto giaceva su un letto di foglie, indolenzito ma ancora integro dopo lo sgradevole calpestamento. Si guardò intorno e notò il fiammifero che era caduto in precedenza al Sig. Octave. Appena vide quella testa rossa si rianimò, e dal proprio capo bruciacchiato partì un filo di fumo.

– “Scusami…dico a te, rossa”
– “Parli con me?” si udì una risposta
– “A chi altra potrei rivolgermi? Trovo che tu sia bellissima”
– “Non so chi tu sia e perché mi importuni, ma non mi interessa”. La fiammifera si indispettì per l’eccesso di confidenza, ma nel cuore – o meglio, nella testa rossa – un moto di vanità la pervase per l’attenzione ricevuta.
Lo stecchino tossicchiò una nuvoletta fumosa, si schiarì la voce e riprese a parlare con voce impostata
– “Potrebbe mai una fiamma d’amore ardere tra uno stecchino bruciato qual io sono e una bella fiammifera come te? Oh, potessi prender fuoco ancora una volta, io e te insieme che bel falò faremmo”
La fiammifera si imbarazzò per le sfacciate parole e si sentì avvampare tutta, di un calore che scorreva da dentro e andava crescendo. Una fiammella dal contorno bluastro e la punta arancione si sviluppò intorno la sua testa. Lo stecchino, vedendola accendersi, le si avvicinò per condividere quel calore e lasciarsi travolgere dal fuoco.

Il Sig. Octave fu svegliato dalle grida concitate delle persone in strada. Con la mano cercò a tentoni gli occhiali sul comodino, rovesciando un bicchiere colmo d’acqua. Imprecò. Ricompose i cocci di vetro sul pavimento, indossò la vestaglia di lana e corse in strada. Gli occhi inviavano segnali contrastanti: credeva di essere saltato giù dal letto in piena notte, eppure nel cielo si avvertiva un chiarore rossastro come se stesse sopraggiungendo l’alba. Aguzzò la vista e scrutò in lontananza, dove prese forma la terribile ragione di quella luce. La collina andava a fuoco.

Fine Parte I
(vai in bagno, preparati un caffè, rispondi agli scocciatori su Whatsapp…)

(Fatto? Ok)
Parte II

L’autopompa dei pompieri, guidata dal sindaco, non era sufficiente. Gli altri abitanti del villaggio aiutavano come potevano. Uomini con i trattori, donne con secchi, bambini con bottiglie d’acqua e persino un cane che portava legato sul dorso un bacile da riempire e svuotare. Eppure non c’era nulla da fare, a ogni intervento le fiamme parevano dapprima ritirarsi e ripiegare su sé stesse, per poi prorompere con nuovo impeto e aggredire una porzione maggiore di territorio. Qualcuno avrebbe giudicato fossero vive, tal era intelligente il loro comportamento.

“È opera dei Viola, ne son certo!” il Sig. Octave tuonò attirando l’attenzione delle persone intorno. Quando vide che le proprie parole avevano avuto l’effetto desiderato, come un oratore che dopo aver guardato soddisfatto la platea prende nuovo slancio per il proprio discorso, proseguì
“Da sempre in quel partito sono invidiosi della prosperità della nostra comunità e oggi alle minacce politiche hanno fatto seguito i fatti! Questo è un secondo ben più grave attentato, dopo che il mese scorso le galline ovaiole di Monsieur Bernard sono state fatte sparire!”
Il povero Monsieur Bernard che era lì presente, sentendosi chiamato in causa provò con timidezza a replicare
“Ma, veramente, caro Octave, poi le ho ritrovate. Fu colpa mia, non avevo chiuso bene il recinto ed erano scappate”.
“Grazie Bernard della tua conferma! No, è lì che si nota l’astuzia del nemico, far credere che ogni atto di sabotaggio sia sempre frutto di un incidente! Credetemi, voi non lo potete sapere, ma in guerra ne ho viste tante e so di cosa parlo”
A dire il vero in paese ogni maschio adulto sopra i 40 anni aveva fatto la guerra e voci più autorevoli in proposito ce ne sarebbero state, ma non ci fu tempo di rifletterci che una lingua di fuoco, avventuratasi solitaria lungo delle sterpaglie, arrivò indisturbata fin sotto la vestaglia del Sig. Octave, che cominciò ad avvertire uno strano calore provenire dalle parti del proprio fondoschiena. Quando lo avvertirono che le fiamme stavano bruciando la vestaglia, da vero eroe di guerra che non fugge dal pericolo il Sig. Octave invece di spogliarsene cominciò a saltellare sul posto, urlando. Una provvidenziale secchiata d’acqua gli evitò guai peggiori.

Qualsiasi tentativo di domare l’incendio si rivelò infruttuoso, nulla era in grado di arginare quel crescendo di fiamme che turbinavano intorno agli scheletri secchi degli alberi, dividendosi e ricongiungendosi in una continua danza dalle tonalità rosso-arancio.
Solo un provvidenziale temporale, preceduto da fragorosi tuoni sempre più ravvicinati, come i tamburi che preannunciano l’arrivo di un esercito, mise fine all’inferno. Dopo aver osservato il fuoco morire lentamente, gli abitanti del villaggio fecero ritorno alle proprie dimore per trovar rifugio dal violento scroscio di pioggia.

L’indomani, in un mucchietto informe di cenere e fango uno stecchino bruciacchiato e sul punto di sfaldarsi fremette.
– “Sei ancora qui con me?” chiese quella che era stata la fiammifera, tremante.
– “Forse” rispose un puntino annerito.
La fredda replica inquietò la fiammifera, che tacque a lungo prima di riprendere a parlare
– “Che cosa siamo ora, noi?”
– “Siamo ciò che rimane dopo l’amore”.

Un refolo di vento spazzò via la cenere portandosi via ciò che restava dei due amanti.

Napoli 2025

L’elevatore sale in modo lento e snervante, come se qualcuno lo stia trascinando su con gran fatica e dispendio di energie. Tra un livello e un altro posso leggere le scritte sui muri, testimonianze lasciate da qualcuno e risalenti ad anni e anni addietro. L’assenza di protezioni laterali accresce il senso di vertigine durante l’ascesa. Ogni cigolio della lamiera arrugginita e delle giunture mi crea ansia. È quasi certo che di sopra abbiano notato il nostro arrivo e ci stiano aspettando. Le scale, purtroppo, come in gran parte degli edifici di quest’area, erano impraticabili. Ogni tentativo di compiere una sortita silenziosa sarebbe stato vano.

– “Fra’, secondo te quanti ne troveremo, lì sopra?” Miché rompe il mio flusso di pensieri con la sua domanda.
– “E che cazzo ne so, mica ho fatto gli ho fatto il censimento” rispondo nervoso. Quel ragazzo poneva spesso questioni ingenue o fuori luogo.
– “Secondo me ci faranno le mani come i piedi, fra’” esclama preoccupato, avvicinando al petto le armi come a cercare sicurezza.

Le mani. Sfiorano, accarezzano, toccano, esplorano. Fanno del male. Da quanto tempo le mie mani erano impegnate solo in atti di violenza? La Grande Eruzione ci aveva resi tutti più ferini di quanto non fossimo già, impegnati nel sopravvivere in un territorio ostile che ci ostinavamo a considerare come una casa o un qualcosa che ci appartenesse. Il problema nasce quando ogni singolo individuo ha un concetto di proprietà del tutto personale e incompatibile con le altrui ambizioni. Del resto, era sempre stata una questione di egoismo e insufficiente senso della collettività a caratterizzare la nostra gente.

La proclamazione della Regione Autonoma Metropolitana di Napoli, che avrebbe dovuto significare un intervento diretto nell’emergenza e garantire maggiore efficienza e decisionismo nell’affrontare le esigenze del territorio, ha portato solo caos e senso di abbandono. In fondo, erano sviluppi prevedibili. Il governo centrale italiano aveva necessità di liberarsi di un pesante e oneroso fardello, dopo che i lombardo-veneti avevano chiesto e ottenuto libertà federali e autarchia economica.
Borbonici e neosudisti salutarono con trepidazione quello che doveva essere l’avvento del Nuovo Regno di Napoli. Elementi ansiosi di riportare le lancette del tempo indietro di qualche secolo. Gran parte della popolazione restò invece alquanto indifferente. Queste persone si sentivano ai margini già in precedenza, ora il loro status non sarebbe cambiato o peggiorato. Almeno così credevano.

La polizia locale si rivelò insufficiente nel fronteggiare le nuove famiglie malavitose organizzate. Milizie private di difesa si formarono un po’ ovunque, ma spesso erano capeggiate dagli stessi clan. I Quartieri periferici si autoproclamarono indipendenti e iniziò un po’ ovunque una sorta di Regime del Terrore. Il risultato è che un gran numero di profughi si è riversato verso il centro, occupando bassi[1] e palazzi. Alcuni vivono nelle stazioni della metro e non escono quasi mai fuori, ridotti a vivere come topi.

Eppure queste persone sono ancora in grado di sorprenderti per la loro vitalità. La scorsa settimana mi aggiravo per quella che una volta era Piazza del Gesù e ora è solo una baraccopoli, un agglomerato di stamberghe percorso da rivoli di liquami. Nonostante la miseria e il degrado, potevo ancora percepire vita e calore nella gente di lì. Anziane signore sedute in cerchio che conversavano, bambini che rincorrevano un pallone di stracci, due ragazzini che si tenevano per mano come a un primo appuntamento. Chiusi gli occhi qualche attimo per raccogliere quel vociare e immaginare di trasportarlo in un’altra epoca. Nel cuore mi si coagulò un grumo di serenità prima di rimettermi in cammino verso il Centro di Distribuzione.

Le Nazioni Unite tramite il WFP fanno arrivare cibo e medicinali che vanno in gran parte a incrementare le scorte del mercato nero. I clan mettono le mani su risorse da rivendere alla povera gente che non può abbandonare le proprie case a causa dei blocchi ai varchi di accesso.

Questa città è il mio male. La mia piaga di dolore e vergogna che non posso curare o rimuovere amputando una parte di me. Una città che non cresce più, che divora i figli sani per partorire aberrazioni. È un complotto di sangue e veleno che fatico ad abbracciare con lo sguardo essendo tanto esteso e avviluppato. In questa città, coloro che sembravano somigliarmi non erano affatto come me. Ero solo. Ero un fantasma. Nella disperata ricerca di un posto dove nascondermi da me stesso, mi sono imbattuto in altri spettri. Cacciatori o recuperatori, si fanno chiamare. Combattono le fazioni e i clan assaltando i depositi, rubando generi di prima necessità e anche compiendo qualche assassinio. Mi sono unito alla loro schiera. Con quella di oggi ho perso il conto delle mie incursioni. Gli abitanti di qui ricevono il nostro aiuto anche se ci tengono a distanza. Ci considerano portatori di malattie e morte. Siamo in cima alla catena alimentare, mangiamo qualunque cosa che non ci uccida. Le nostre vite sono comunque destinate a essere brevi.

– “Fra’! – sussurra Miché guardando in alto – Siamo quasi arrivati. Appena scatta la porta ne faccio quanti più posso”.
– “Miché, meglio che cominci a sparare prima, sennò per quando si apre ti devo dare l’estrema unzione”.

Clang.
Cominciamo.

[1] Il basso, detto anche vascio, è un appartamento (monolocale o bilocale) molto piccolo situato al livello della strada. Apri la porta e sei in camera da letto, in pratica. Scrisse Matilde Serao (che sapeva descrivere meglio di me):
Case in cui si cucina in uno stambugio, si mangia nella stanza da letto e si muore nella medesima stanza dove altri dormono e mangiano; case i cui sottoscala, pure abitati da gente umana, rassomigliano agli antichi, ora aboliti, carceri criminali della Vicaria

Voodoo Girl

Va bene, ci ho preso gusto. Tim Burton non mi ha denunciato per aver messo mano alla sua poesia, quindi ci riprovo senza l’obbligo stavolta di doverne fare un soggetto cinematografico realizzabile. Ho scelto la poesia Voodoo Girl, di cui ho anche recuperato il testo dalla versione ufficiale italiana (Morte malinconica del bambino ostrica e altre storie, traduzione di Nico Orengo, Einaudi):

ImmagineLa sua pelle è un panno bianco
ricucito da ghirigori di fili neri,
molti spilli colorati
nel suo cuore son puntati.

Ha un bel paio di occhioni
che usa per intontolire
i ragazzoni.

In sua malia
ha molti intronati
uno persino in Algeria.

Eppure anche lei è preda
di un maleficio da superstrega,
un sortilegio che non può
spezzare: se qualcuno le
si avvicina gli spilli si
fanno spina e nel cuore
vanno ad affondare.

Ho tratto spunto per l’idea e ne ho fatto un breve racconto.

Voodoo Girl

Le storie di questo genere iniziano sempre con uno stravagante scienziato un po’ folle che si costruisce un assistente. Oppure con un geniale ragazzo introverso che come rimedio alla solitudine si inventa un amico artificiale. Ma quella che narro non è una storia di questo tipo. Questo, è un racconto che nasce dall’odio e dalla vanità.
___Patty la Rossa e Cindy la Bionda non erano andate d’accordo sin dal primo sguardo. Anzi, da ancor prima che si guardassero negli occhi. Nate lo stesso giorno, dentro la propria culla del reparto di ostetricia della clinica di Greenwood l’una scalciava nella direzione dell’altra. Se la prima piangeva, la seconda strillava più forte. Se una taceva all’improvviso, l’altra si quietava a sua volta, per non apparire una frignona. Più che due bambine, Greenwood vedeva nascere una rivalità che avrebbe diviso due famiglie.
___I litigi delle due erano all’ordine del giorno e in città erano l’argomento principale di conversazione. Non che ci fosse qualcos’altro di eclatante di cui parlare, di solito. “Patty ha tirato una bambola nell’occhio di Cindy!”, “Cindy le ha dato un morso sul braccio!” erano queste le frasi che avreste sentito passando fuori il principale bar del paese. Che, tra l’altro, fungeva anche da aula per le assemblee cittadine, dato che il proprietario era anche il Sindaco di Greenwood.
___Divenute adolescenti, le ragazze non avevano cessato di farsi la guerra. Rivaleggiavano in qualsiasi campo: Patty era la stella della squadra di volley femminile, Cindy il capitano di quella di atletica. Nello studio i loro voti si rincorrevano, quando l’una prendeva una A al compito in classe l’altra otteneva una A+, sopravanzata dalla A++ che la nemica avrebbe preso alla prova successiva. Gli scherzi e i tiri mancini che le due si facevano erano originali e crudeli. Come quella volta che Cindy chiuse una puzzola nell’armadietto di Patty. O come quando Patty versò un richiamo liquido per cani da caccia sulla gonna di Cindy. Quella volta la Bionda venne rincorsa per tre interi isolati dai levrieri di Greenwood.
___La situazione divenne tragica quando iniziò a entrare in gioco il fattore R. R come ragazzo, R come Ricky Richardson, elemento di spicco della squadra di baseball del liceo. Se vi steste chiedendo quante squadre potesse mai avere un paesino poco rilevante come Greenwood, la risposta è: tante. Ogni studente era tenuto ad associarsi a un club sportivo, a meno di motivate e giustificate inabilità allo pratica agonistica. Più squadre voleva dire più sovvenzioni statali per il liceo. Ma torniamo a Ricky. Era l’oggetto del desiderio di Patty e Cindy, che se lo contendevano. Patty aveva fatto per prima la propria mossa, riuscendo a farsi invitare da lui a un party esclusivo. Peccato che alla stessa festa ci fosse anche Cindy, che in un momento di distrazione della propria nemica si avvicinò a Ricky per conversare e lanciargli sguardi ammalianti. Quando Patty tornò dal suo cavaliere era troppo tardi. Era già intento a scambiarsi affettuosità con l’odiata rivale.

fine prima parte – riposa gli occhi!

seconda parte – sei pronto? Vai avanti!

Dopo quella serata Patty decise che era ora di chiudere i conti una volta e per sempre. In soffitta aveva recuperato un vecchio libro di sortilegi e incantesimi appartenuto a una sua bisnonna, sospettata di praticare la stregoneria. Si raccontava che avesse trasformato in una gallina una donna che aveva tentato di rubarle quello che poi sarebbe stato il bisnonno di Patty. Erano solo dicerie, ma il fatto che in casa della bisnonna ci fosse a tavola brodo di gallina proprio il giorno della scomparsa della seduttrice, diede non poco da pensare.
___Seguendo le indicazioni del manoscritto, Patty sera dopo sera cucì e mise insieme una bambola con le fattezze di Cindy. Affinché la magia facesse effetto, era necessario che il manichino voodoo fosse il più somigliante possibile. Patty decise a tal proposito di farne uno di dimensioni naturali, della stessa statura della nemica. All’interno del petto la ragazza vi pose un cuore di stoffa e lana, infilzato da decine di spilli. Non appena il sortilegio sarebbe stato ultimato, Cindy avrebbe dovuto soffrire ogni volta che avrebbe visto il proprio amato Ricky, fino a che non sarebbe stata costretta a lasciarlo perdere per sempre a causa del dolore.
___Un lungo capello biondo di Cindy, legato alla testa della bambola, avrebbe permesso il trasferimento del maleficio. Quando fu tutto pronto, Patty si preparò a compiere l’ultima importante azione: recitare la formula per attivare la magia.
___Nel momento stesso in cui Patty disse l’ultima parola della formula, i grandi occhi della bambola presero vita e cominciarono a roteare per guardarsi intorno. Quando vide la ragazza, la Cindy-voodoo si sollevò per alzarsi, ma cadde in modo goffo battendo il volto sul pavimento. Patty lasciò cadere il libro e strillò, ma in casa non c’era nessuno che poteva sentirla. La bambola alzò la testa e cominciò a muoversi gattonando verso la propria creatrice, che indietreggiava cercando con le mani qualcosa con cui difendersi. Lanciò la lampada da scrivania, colpendo giusto in mezzo la fronte la creatura, che mugolò qualcosa di incomprensibile. Del resto, aveva le labbra cucite e non avrebbe potuto esprimersi in altro modo. L’attacco non la fermò, sembrò anzi animarla ancor più.
___Mentre Patty era arrivata ormai fuori la porta della propria stanza, la Cindy-voodoo si era alzata in piedi e si reggeva sulle proprie gambe. Non aveva impiegato molto per imparare a camminare. Si slanciò con le braccia di pezza per afferrare la ragazza, che tentò di divincolarsi e scappare. Una scarpa slacciatasi nel momento meno opportuno fece inciampare la povera Patty, che volò giù dalle scale, rompendosi il collo e anche qualche altro osso.
___La bambola restò in cima alle scale a fissare stranita il cadavere di Patty. Quando udì il rumore delle chiavi nella toppa, segno che qualcuno stava arrivando, tornò con le proprie gambe malferme nella cameretta, da dove fuggì gettandosi dalla finestra. Essendo fatta di lana e stoffa, non si procurò alcun danno nel cadere. Si allontanò indisturbata dalla casa, mentre le urla disperate della madre di Patty facevano accorre l’intero vicinato.
___Non è ben chiaro cosa fosse realmente successo. Forse l’odio che Cindy nutriva per Patty era così forte da trasferirsi nella bambola, che per questo avrà tentato di aggredire la propria creatrice. O, forse, le magie andrebbero lasciate a persone pratiche della materia.
___La notizia della morte di Patty fu un trauma per la cittadinanza. L’intera Greenwood era presente ai funerali, compresa Cindy, che fu vista in lacrime. È probabile che piangesse perché qualche ora prima aveva scoperto che l’amato Ricky Richardson aveva utilizzato tutto il suo fattore R per tradirla con Joanna la cheerleader. Per la depressione non si riprese più, i suoi voti cominciarono a peggiorare e la sua dieta si fece sempre più sregolata, tanto da farle perdere il posto nella squadra di atletica. Non riuscì ad avere la borsa di studio per il college e finì a lavorare in un locale notturno.

___Nessuno seppe mai della bambola. Il capello che la legava a Cindy era caduto via quando si era lanciata dalla finestra e l’incantesimo avrebbe dovuto quindi sciogliersi. Eppure c’è chi giura di aver visto, di notte, una figura femminile camminare barcollando per le campagne di Greenwood. Pare che, delle volte, questa si sieda su un grosso masso e passi la notte a fissare la Luna. Poggia una mano sul proprio petto e lo stringe, come se soffrisse.
Forse anche voi l’avrete intravista. Dicono che quel dolore sia una malattia. Lo chiamano amore. Ma questa è, come al solito, un’altra storia.

(se non mi vedete scrivere più è perché mi sarà arrivata qualche diffida dagli States)

Staring girl

PREMESSA – Questo raccontino un po’ sul fantastico (altrimenti sarebbe inverosimile) nasce come idea per un cortometraggio che avevo proposto al laboratorio di cinema che sto frequentando. È ispirato a una poesia di Tim Burton, cui ho attinto per l’idea della bambina che fissa le cose. Purtroppo il soggetto non è entrato nei quattro selezionati per farne una sceneggiatura. Oggettivamente c’erano altre idee più valide (e spero che il Comune sganci i fondi perché vorrei lavorarci alla realizzazione) però con altre due potevo giocarmela, quantomeno in termini di maggiore praticità nella realizzazione, casomai in futuro le sceneggiature possano diventare cortometraggi. E pensare invece che uno dei soggetti selezionati prevede un museo arroccato su uno scoglio in mezzo al mare, credo ci voglia il budget di un film di Hollywood.
Il fatto è che io non sono molto bravo a vendermi, sono il tipo di persona che dice ma no ma dai fa schifo è poca roba non vale la pena ecc., infatti alla fine non è stata manco letta, l’ho solo raccontata a voce. E non faccio il modesto per finta, sono proprio così.

Questo è il testo originale

I once knew a girl
who would just stand there and stare.
At anyone or anything
she seemed not to care
She’d stare at the ground,
She’d stare at the sky.
She’d stare at you for hours,
and you’d never know why.
But after winning the local staring contest,
she finally gave her eyes
a well-deserved rest

Il mio racconto

Staring girl

Il ragno aveva catturato una falena. Con quattro zampe le impediva di muoversi e con altre due si era messo all’opera muovendole come le mani di un pianista. Suonava l’ultima melodia che avrebbe udito la sua preda: la sinfonia della morte.
___Alice seguiva la scena distesa sul proprio letto. Fissava il ragno all’opera. Erano tre mesi che quell’aracnide si era insediato in casa facendo di un angolino in alto della stanza la propria dimora. Tre mesi che ogni notte veniva osservato a propria insaputa. Alice fissava le cose, gli animali, le persone. Era capace di restare immobile per ore con lo sguardo fisso sullo stesso soggetto, se qualcuno non fosse intervenuto a portarla via. La madre cominciava a provare imbarazzo per l’atteggiamento della figlia. Per strada era un tormento andare a passeggio, la bambina all’improvviso si fermava come stregata a osservare una formica su un filo d’erba o un’anziana signora alla fermata dell’autobus. Tale scena si ripeteva di frequente, al punto che una semplice commissione che avrebbe richiesto un quarto d’ora si prolungava nel tempo in maniera indefinita.
___Alice non era stata sempre così. Fino all’età di 8 anni era stata una tranquilla e normale bambina come tante altre. Aveva sviluppato quella singolare abitudine da circa un anno. Da allora, erano passati 365 giorni senza che chiudesse mai gli occhi, neanche per trovare ristoro nel sonno. 365 giorni dalla morte del padre in un incidente stradale.
___Era stato un attimo. Un segnale non rispettato, lo stridio dei freni, il suono dell’impatto e le lamiere che si contorcono. Per suo padre non ci fu niente da fare. Alice in quel momento dormiva sul sedile posteriore. Era crollata dal sonno per stanchezza, l’auto le faceva sempre quest’effetto. Era reduce da una festa di compleanno di una compagna di classe, il padre era passato a prenderla tornando dal lavoro. Alice era uscita illesa dall’incidente, ma non era più la stessa.
___Nei mesi successivi la madre si era rivolta a vari specialisti, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, assistenti per l’infanzia. Nell’elenco era assente un santone indiano ma solo perché non ne conosceva qualcuno, altrimenti l’avrebbe portata anche da lui. Pillole, omeopatia, rimedi erboristici e terapie i metodi di cura proposti.  Non ci fu mai alcun risultato positivo. La bambina non dormiva più. E fissava le cose.
La prima terapeuta che la visitò le chiese
– Dimmi, Alice: come mai non chiudi gli occhi?
Alice, che nel frattempo stava fissando un bonsai di abete sulla scrivania della dottoressa, rispose con voce monocorde
– Perché così posso controllare le cose.
___Fu questa la risposta che si sentì dire chiunque seguisse il caso della bambina. Cominciarono a interessarsi anche specialisti da altre zone Paese, attirati dallo scalpore che aveva fatto la notizia della bambina che fissava. Specializzandi universitari chiedevano l’esclusiva della storia per farne un caso di studio. La madre fu costretta a cambiare numero di telefono per avere un minimo di tranquillità.
___A scuola il cambiamento di Alice provocò reazioni differenti. Le maestre ignorarono presto la stranezza della proprio alunna, anche perché restava comunque una scolara diligente. Se interrogata rispondeva in modo corretto, anche se in quel momento stava fissando qualcosa che aveva visto fuori la finestra. Ciò su cui avevano rimostranze era semmai l’effetto che aveva sugli altri. Il fatto che li fissasse, poteva indurre gli altri bambini a distrarsi o peggio, turbarli. Le insegnanti consigliavano spesso alla madre di portare la figlia in un altro istituto, dove magari fossero presenti altri studenti “particolari”.
___I compagni l’avevano isolata. “Sei strana!”, “Fai paura!”, “Ragazzi, arriva la strega che vi ipnotizza!”, dicevano. Nell’intervallo allora Alice restava sempre da sola e non giocava con nessuno.
___Un giorno in classe arrivò un nuovo alunno. Marco, un bambino ipovedente. Non ebbe molta difficoltà a integrarsi, anche se durante la ricreazione non partecipava ai giochi degli altri. Restava seduto al proprio banco, proprio di fianco a quello di Alice. I due strinsero amicizia in breve tempo. Parlavano spesso. Alice prese a fissarlo. Anche durante la lezione continuava a osservarlo, disinteressandosi di qualunque altra cosa. Gli altri bambini se ne accorsero e iniziarono battute e risate.
___Marco, alle cui orecchie non erano sfuggiti i commenti dei compagni, durante una pausa entrò in argomento.
– A scuola dicono che fissi le persone.
– Non tutte le persone. Solo quelle a cui voglio bene.
– Tu mi fissi?
– Sì. Io ti fisso tanto.
– Perché?
– Perché se chiudo gli occhi tu scompari.
E restarono in silenzio. Poi Marco allungò il braccio verso Alice. La mano andò timidamente a cercarne il viso, dove si poggiò con delicatezza. La accarezzò. Lui le disse
– Io non ti vedo. Eppure tu sei qui. Non scompari.
Alice aprì la bocca ma non seppe come replicare. La mano di Marco era intanto ancora poggiata sulla guancia. La toccò.
E poi alla fine sorrise e chiuse gli occhi.

Shah Mat

Alfiere Nero attacca Regina Bianca.

Qualcuno poggia nella mia mano un bicchiere con un liquido ambrato. Annuso. Emana un effluvio di legno affumicato. Intorno a me risa, urla, pianti, lingue che si cercano. Mi allontano, cerco rifugio nell’ombra, perché è da lì che provengo ed è lì che anelo ritornare. A passo lento, come nella mia condizione immutabile di pedone. 13 passi, 13 come un numero poco propizio.

Guardo dentro il bicchiere. Lui guarda dentro di me e vi trova l’abisso nel quale tuffarsi. Un ganglio nervoso mi si blocca, il mio umore scivola verso l’infastidito ostile. Comincio a imprecare. Preferirei tornare a casa.

La Regina Bianca intanto è caduta.

Andiamo via. Accelero il passo volando sul basolato. Adesso ho il passo della torre, quella in cui mi rinchiudo.

La bellezza di questa città sta nel suo centro di vie e piccoli vicoli dal sapore antico, che parlano di storie diverse. La bruttezza sta nel sudicio che trasuda e che vorrei lavare via con gli idranti e, se di tempo ne avanza, cogliere l’occasione per lavare anche i miei pensieri.

Shah Mat, Monsieur. Un’altra partita?

No, grazie. Io non so neanche giocare.