Non è che la moglie di Giuda indossasse calze 30 denari

La settimana scorsa ero seduto accanto al capo nella sala riunioni. A un certo punto, prima di parlare, ha schioccato la lingua.

L’ho guardato con ammirazione e sorpresa per il gesto. Lui avrà pensato che apprezzavo la bontà del discorso. In realtà non me ne importava né tanto né poco dei suoi vaniloqui.

Mi ritengo un buon lettore. Medio. Diciamo un tipo. Non brutto lettore ma simpatico.
Leggo molti libri all’anno, anche se mi secca non aver letto fino ad ora tutto ciò che avrei voluto leggere. Ci sono poi cose che forse avrei dovuto leggere ma non mi riesce perché non vi trovo interesse.

Nel romanzese*, schioccare la lingua è tra i cliché più comuni.


*Cioè la lingua dei romanzi.


Sembra infatti che dopo che ha aperto bocca sia necessario precisare che il personaggio abbia schioccato. Come se fosse una sorta di certificato di qualità dell’affermazione appena fatta. Se c’è schiocco non c’è inganno.

Nel momento in cui il nostro ha proferito verbo, inoltre, nessun altro personaggio presente risponderà: nei romanzi, infatti, tutti “replicano”, “ribattono”, “esclamano”, “contestano”.

Poi, quando nessuno se l’aspetta, fa la sua comparsa Lei. La donna con “le gambe fasciate dalle calze”. È tra i luoghi comuni più diffusi, che prolifera spesso tra le produzioni amatoriali di scrittori wannabe.

Io una così me la figuro sempre con le cosce ferite e scorticate e delle vistose fasciature intorno come medicazione.

Lo so che “fasciato” in senso esteso può riferirsi anche a dell’abbigliamento che avvolge in modo stretto.


Dizionario De Mauro.


È più forte di me, la trovo una forzatura. Le gambe fasciate non riescono ad avere credibilità letteraria per me.

E quel che mi sfugge è perché mai debba sempre comparire una donna con queste “gambe fasciate dalle calze”. Magari potrebbe indossare dei pantaloni, invece. Certo, poi molte donne indossano lo stesso delle calze al di sotto dei pantaloni. Ma di questo il narratore non potrebbe esserne a conoscenza per esibirsi nel proprio virtuosismo retorico fasciante. A meno che non sia un subdolo maniaco che spia all’interno dei pantaloni delle donne.

E mi domando: le donne con le calze si sentono fasciate? Gli uomini che vedono donne con le calze le considerano fasciate?

La mia unica esperienza con una calzamaglia risale a quando da piccolo volli vestirmi da supereroe a Carnevale. Desistetti quando realizzai che le mutande stanno meglio sotto che sopra.

Non mi sentivo fasciato quanto piuttosto imbecille.

Ecco, nel romanzese che vorrei dovrebbero esserci declinati più imbecilli. Sarebbe più vicino al cosiddetto Paese reale.


Che, se vogliamo, il concetto di Paese reale è anch’esso un cliché. Cos’è un Paese reale? Una monarchia? Un Paese concreto? Non ho mai messo piede in molti Paesi, questo non li rende reali? Siamo tutti reali ma alcuni sono più reali degli altri? Questo concetto potrebbe essere pericoloso e per tanto non lo declino in romanzese per evitare che qualcuno ne faccia un uso non congruo.


Non è che l’universitaria ansiosa è una tesa di laurea

Negli ultimi tre mesi ho fatto da ‘consulente’ a una ragazza per la stesura della tesi di laurea. Ho avuto modo di comprendere, grazie a questa esperienza, come è fatta una persona che vive fuori dal mondo.


Il Maestro di maturità

Pensavo di vivere io fuori dal mondo, perché ad esempio sono il tipo che quando vede un grande negozio di giocattoli devo entrare per cercare le spade laser di Star Wars oppure per guardare i Lego o provare le maschere dei supereroi. Forse si tratta di differenti modi di essere fuori dal mondo, la mia maturità – personificata dal tipo con la barba lunga delle serie Conosciamoci un po’ e Siamo fatti così – me lo dice sempre: “Gintò, ma o’ vir che gli altri trentenni e pure quelli più giovani si sposano e fanno figli?”. Al che ho realizzato una cosa: debbo sposarmi e fare figli così da avere il pretesto, per gli anni a venire, per poter frequentare i negozi di giocattoli.


La mia ‘cliente’ pur essendo al quinto anno complessivo di università e con  già una triennale alle spalle, non aveva la benché minima idea di come fosse fatta una tesi di laurea nella sua struttura basilare, intesa quindi come un testo composto da indice-introduzione-capitoli-conclusioni-bibliografia.


Poi ho avuto modo di capire che per la triennale fosse stato il padre a farle da ‘consulente’ e questo spiega tutto.


Non aveva alcuna idea, inoltre, su come si reperisse il materiale. Ma quello non è stato un problema: il padre le ha fornito dei libri, la madre dei documenti.

Specifico: la madre ha incaricato gli stagisti del suo ufficio di cercarle dei documenti.


E voi che scommetto associate lo stagista a uno che fa le fotocopie. Invece, se siete fortunati, potreste ritrovarvi nell’ufficio di una persona importante che vi incarica di cercare materiale per la tesi della figlia.


A quel punto è stato chiaro come questa famiglia rappresentasse bene un comandamento presente nella civiltà umana sin dai tempi più antichi, sembra fosse scritto anche sulle tavole di Mosè che poi per distrazione deve essersi dimenticato di tramandarlo: non fare qualcosa se gli altri possono farlo per te*. In questo meccanismo mi sono fatto volontariamente coinvolgere anche io, in cerca di possibilità di guadagno facendo il ‘consulente’.


 *A riprova della storicità di tale ammonimento c’è il fatto che il Dio biblico per l’appunto agiva spesso per interposta persona!


La ragazza, comunque, era molto in ansia per il rush finale verso la conquista di ciò che è volgarmente denominato “pezzo di carta”: il suo desiderio è il 110, cosa di cui non si riteneva sicura, partendo da un misero 108-109.

L’altra sua fonte di ansia riguardava la natura della consulenza: sarà giusto – si chiedeva – ricorrere a un piccolo aiutino? Per sicurezza, mi confessò una volta, aveva cancellato tutte le nostre mail per il timore di essere intercettata dalla polizia postale.

Non ritenni di dover fare domande (Quello il pazzo va assecondato, diceva Totò) e mi assicurai che le portiere della sua Smart – stavamo parlando in auto – non fossero bloccate.

Il fondo l’abbiamo toccato quando mi ha inviato un documento riservato, in possesso della madre, da utilizzare nella tesi, ovviamente senza citarlo né riportandone il contenuto, ma utilizzandolo soltanto come ispirazione. La raccomandazione era quella di eliminarlo una volta letto.


Non so che livello di riservatezza potesse avere – non parliamo di segreti di Stato, ovviamente – però di certo credo fosse un documento non disponibile per terze persone e privati cittadini. Ciò mi ha fatto riflettere sul funzionamento delle cose in Italia: la madre dà alla figlia un documento riservato – e già qui non ci siamo proprio – che, a sua insaputa, lo consegna poi a un illustre sconosciuto.

Ho pensato sarebbe stato divertente rintracciare la madre e presentarsi da lei facendole un discorso di questo tipo:
– Signora, in questa penna usb c’è il documento e la mail che sua figlia mi ha inviato. Ne ho una copia conservata in un posto sicuro. Sarebbe un fatto veramente increscioso se si venisse a sapere che simili importanti comunicazioni siano alla mercé del primo che capita, non trova? Per sua fortuna ha trovato una persona onesta come me…Le lascio qui la pennetta. Ah, posso chiederle un’informazione? Sa se per caso da queste parti o una qualche sua conoscenza assume dipendenti? Sa, cerco lavoro e pensavo che forse lei con le sue competenze e capacità potrebbe essermi d’aiuto…sa, se non ci si aiuta tra noi persone oneste dove si andrebbe a finire?

Sì, più o meno l’avevo visualizzata così la scena, prima di eliminare il file.


Vorrei poter raccontare altre perle ma scenderei troppo nei dettagli. Sono grato alla mia vita comunque per farmi incontrare sempre persone che non mi annoiano.

Cercava l’amore e finì in spiaggia: da una donna da amare si ritrovò con una donna da mare


Questa è una storia che potrebbe essere vera ma potrebbe benissimo essere falsa: si sa che ogni fondo di verità ha una leggenda alla base.

È disponibile anche in versione audio letta da Gintoki (che poi sono io!), in presa diretta e con errori per la serie “buona la prima perché mi son scocciato!” con tono monocorde e l’incedere Jovannottesco che neanche un logopedifta potrebbe rifolvere.

Ascolta la storia (oppure non ascoltarla!)


Tizio era un giovane. Un giovane di genere “tipo”, fiero delle proprie tonsilliti stagionali. Si trovava in quell’età che porta un individuo a non essere socialmente definibile né come un ragazzo né come un adulto, la qual cosa gettò Tizio in una crisi personale, che superò solo dopo aver saputo il costo di un ciclo di sedute di psicoterapia.

Tizio (un altro Tizio) convinto e deciso della propria affermazione

Stanco di delusioni in campo sentimentale, un giorno esclamò, con decisione, convinzione e una ventata di alitosi:
“Basta con donne uguali a me, instabili e nevrotiche!”
rivolto a un ausiliare che gli stava contestando il biglietto di sosta scaduto.


O.T. (OFF TIZIO)
Ma anche dalle vostre parti gli ausiliari della sosta girano per strada tronfi e impettiti come degli sceriffi?


Il caso volle che sulla strada di Tizio, del tutto inaspettatamente, si mettesse una bella e avvenente ragazza.

Per evitarla, Tizio andò a sbattere con la macchina.

Raccontò l’incidente su facebook, perché una cosa non accade finché non viene scritta su facebook. Una sua vecchia conoscente, letto il post, gli scrisse su whatsupp – perché ormai non esisti e non sei reperibile se non hai whatsupp – chiedendogli cosa mai fosse successo. Da quel momento i due cominciarono a sentirsi spesso e fare lunghe chiacchierate al telefono.

Insomma, avete già capito dove condurrà questa storia: da un carrozziere perché un’auto non si ripara mica da sola.

Nel frattempo i due uscivano, bevevano, mangiavano: insomma facevano tutte le cose che in genere fanno un uomo e una donna che escono. Ma anche che fanno due uomini o due donne, ma questo non bisogna raccontarlo ai bambini perché poi lo riferiscono a casa e si sa che gli adulti sono impressionabili.

Non erano comunque tutte rose e fiordi (come dicono in Norvegia): i due erano completamente all’opposto in tutto.
Lei vegetariana, lui onnivoro;
lei andava ai concerti di Leegabue, lui preferiva Lee Ranaldo;


Lee Ranaldo è quello dei Sonic Youth.
I Sonic Youth sono quelli che hanno saccheggiato il frigo di Peter Frampton in “Homerpalooza”, uno degli episodi più belli della storia dei Simpson


lei ammirava estasiata rocce nei musei di scienze naturali e lui nel frattempo dormiva;
lui ammirava estasiato Rothko nei musei d’arte e lei nel frattempo dormiva;
lei amava i cani, lui i gatti;
lei voleva andare da Starbucks, lui rispondeva stocazz’;
lei faceva foto al cibo prima di mangiarlo, lui aveva già finito di mangiare mentre gli stavano scattando la foto;
lei amava il mare, tanto da definirlo la propria vita, lui non lo amava affatto ma dietro lunghe lamentele di lei si era deciso ad andarci, prima che lei si sentisse troppo ingrassata per stare in costume, decidendo di non andare più.

La vita, quindi, scorreva tra un litigio e un’incomprensione e momenti di tranquilla compagnia intervallati da qualche buon coito.

Visto che le cose non avevano la piega comunque di un gioco e viste le prospettive di vita di entrambi che sembravano antitetiche – l’una stanziale, l’altra seminomade – tra i due si conversava anche del futuro ipotetico prossimo remoto venturo.

Il futuro in questo caso prevedeva che un giorno Tizio andasse a vivere da lei, perché era fuori discussione che lei abbandonasse la propria casa e la ridente città in cui viveva; che si sposassero, perché lei accettava la convivenza solo se limitata a un anno o poco più e poi esigeva il matrimonio; che avrebbero avuto un cane e un gatto purché ognuno si fosse occupato dei rispettivi animali. Ma, se Tizio aveva intenzione – come era sua intenzione – di avere un lavoro che lo portasse, per la natura stessa di tale lavoro, a stare due-tre mesi lontano da casa, il gatto avrebbe fatto una brutta fine o sarebbe stato regalato, perché era fuori questione che lei se ne occupasse. Troppo impegno e, per giunta, per un animale non amato.

Tizio prese allora una decisione importante.

Si sarebbe messo alla ricerca dell’ausiliare che gli aveva contestato il parcheggio, perché non tutti sanno che il protrarsi della sosta non è un’infrazione (non comporta una multa!) e, quindi, richiede semplicemente il pagamento della differenza di tariffa come integrazione. Tizio l’aveva saputo e ora non si sarebbe fatto sfuggire l’occasione di rivalsa.

La morale della storia è: le vie del cuore sono strane e tortuose ma se vuoi parcheggiare controlla di avere spiccioli sufficienti per il parchimetro.

Recensire mutande e reggiseni non fa di te uno scrittore intimista

Lulu mi ha chiesto di scrivere qualcosa da farle leggere. Non una fiaba o un racconto, la richiesta è stata molto più specifica: “qualcosa che ti viene in mente”.

Ho sempre timore del qualcosa: qualcosa da dire, qualcosa da pensare, qualcosa di personale.

Qualcosa deve venire da dentro, qualcosa è qualcosa che in genere non si mostra. Come una canottiera, non la si fa certo vedere agli altri.


DIDASCALIA ESTETICA
Anche se ricordo qualche tempo fa la moda della canottiera bianca per uscire il sabato sera e io pensavo ogni volta agli americani che hanno in mente lo stereotipo dell’italiano canottiera e baffoni.


Ho sempre problemi a raccontare qualcosa di mio. Sul blog può essere più semplice perché io non conosco chi mi legge e chi mi legge non conosce me, quindi tra non conoscenti ci si può sentire più a proprio agio. E comunque non è detto, perché non scrivo tutto e se per caso lo scrivessi lo camufferei in modo che chi legge non possa avere idea alcuna di cosa io stia parlando.


A volte mi è riuscito così bene che anche io non capivo più di cosa stessi parlando.


Questa stipsi espressiva l’ho sempre avuta. A scuola non amavo le tracce dei temi troppo intimiste: “Parla del valore che ha per te l’amicizia raccontando un episodio in cui un amico è stato per te importante”.

Cosa dovevo dire dell’amicizia? Al massimo, essendo gatto, potevo scrivere della micizia.

Per questo sceglievo sempre il saggio breve, l’articolo o il tema di attualità. Purtroppo, tutti gli insegnanti assegnavano come compiti per casa per le settimane successive le altre tracce. E quando non c’erano compiti in classe in quel periodo, un tema personale come lavoro a casa finiva sempre nell’assegno.

In genere evadevo sempre il tema in maniera molto impersonale e distaccata. Nel caso citato come esempio, dopo qualche frase retorica e ridondante (e anche verbosa e prolissa per riempire la pagina) sull’amicizia, concludevo brevemente con un esempio freddo e materialista: un amico è stato per me importante quando mi ha ceduto la figurina di Roberto Policano.


DIDASCALIA CALCISTICA
Roberto Policano, classe ’64, è un ex calciatore che ha vestito, tra le altre, le maglie di Roma, Torino e Napoli a cavallo di ’80 e ’90. Era detto Rambo per la grinta che metteva in campo. Per dare un’idea del personaggio, consiglio di guardare questo video storico della purtroppo sfortunata finale di Coppa Uefa del 1992 del Toro. Minuto 4:44, lo svedese Pettersson perde tempo vicino la bandierina per far trascorrere i secondi, Rambo irrompe e fa giustizia. Lo svedese tornerà a casa con un braccio rotto…


Il clou lo raggiunsi una volta, alle scuole medie. Compito a casa (non ricordo la traccia per filo e per segno ma il senso era questo): “Parla dell’importanza del ricevere aiuto e di quando tu ne hai avuto bisogno”.

Svolgimento:
Non ho mai chiesto l’aiuto di qualcuno e se l’ho chiesto non me lo ricordo.

La professoressa, che mi aveva chiesto di leggere il mio tema, ascoltando queste parole esclamò: Eccolo! Il solito Gintoki, arrogante e irriverente. Bah, vai avanti, su.

Prof, guardi che è finito qui, dissi.

Scoppio di risa della classe. La professoressa sgranò gli occhi, poi riprese lucidità e mi mise una nota sul registro.

Suonò la campanella in quel momento. Ero stato beffato a pochi minuti dal fischio finale!

Alla luce di queste premesse, come mi si può chiedere di essere intimo? E poi intimo come? Di seta, di cotone, di lycra, di microfibra?

Materia oscura

Entro il 4 devo consegnare un racconto per la finale di un piccolo concorso. Il racconto c’è, devo rifinirlo, aggiustare delle cose, spostare qualche virgola. Mi sento come se stessi dipingendo un quadro, mi piazzo davanti lo schermo, arretro il busto e poi, col pollice in alto, un occhio chiuso e la lingua tra le labbra, prendo le misure per vedere dove intervenire.

Il problema è che non riesco a rimetterci mano, la materia visibile del racconto è sovrastata da una materia oscura nella mia testa di cui avverto l’esistenza ma che non riesco a vedere e non posso mettere nero su bianco. E così non ho ancora sistemato nulla.

Composizione dell’Universo

Sì, è ricominciato Big Bang Theory. È il secondo post di fila in cui cito la fisica. Dovrei parlare di più invece di quell’altra cosa che inizia per fi- e termina per -a.

La filosofia, stolti!

Una scrittura ecologica è una bio-grafia?

Ho superato la prima fase di selezione di un contest letterario. Niente di che, non è mica il Campiello. E nemmeno il Premio Seminale Miglior Poesia Onanistica di Vergate sul Membro.

Comunque, mi hanno chiesto di riscrivere la mia biografia, perché quella che ho inviato per la precedente selezione è troppo breve. E che cavolo ci dovrei mettere dentro?

Se dovessi essere totalmente sincero (un po’ come per il curriculum verità), scriverei una cosa come quella che segue. È tutto vero (purtroppo).

Gintoki, vita e opere

Gintoki nasce il giorno dopo il Carnevale di vari anni fa. Tutti pensavano fosse uno scherzo, ma poi dovettero arrendersi alla dura realtà.

Fin da bambino mostra spiccate doti artistiche e creative. Il suo primo interesse è stata la radiofonia, passione trasmessagli dal padre, noto acquirente compulsivo di radio, stereo e impianti hi-fi. Dopo aver rotto vari apparecchi, smontando manopole, staccando antenne, svitando altoparlanti, è stato indirizzato – con efficaci e dolorosi metodi educativi – verso interessi meno distruttivi.

Il secondo amore del giovane Gintoki è stata l’arte, in particolare la pittura. Purtroppo non esistono in circolazione opere del Giovane Maestro: i graffiti a carbonella per il fuoco dipinti sugli intonaci esterni della casa, ispirati alle pitture rupestri di Altamira, sono stati cancellati poco dopo la loro creazione dallo stesso autore, sempre dietro dolorose indicazioni familiari.

È in prima media che viene a contatto con la penna e conosce anche il primo rifiuto editoriale: le sue rime sparse indirizzate alla ragazzina dell’ultimo banco sulla destra, vengono smistate nel cestino della carta straccia. Scioccato dall’evento, riversa il proprio estro creativo ancora sulla pittura. Anche in questo caso, i graffiti a penna bic blu sul banco scolastico non hanno ricevuto il plauso della critica (costituita da insegnante e bidello).

I primi anni del liceo segnano l’ultimo prorompente tentativo verso la pittura: ma i graffiti apotropaici richiamanti divinità falliche pompeiane sui muri dei bagni scolastici sono rimasti ignorati e incompresi.

Dopo aver fatto breccia nel mondo della carta stampata sulle prestigiose pagine dei giornalini di classe, cimentandosi in grandi inchieste come l’inaugurazione di una piazza dopo i lavori di riqualificazione e l’avvio della raccolta differenziata cittadina, ha fatto il grande salto verso le testate giornalistiche, seguendo le imprese sportive delle più importanti compagini calcistiche locali del campionato di settima categoria, una tacca più di Scapoli vs Ammogliati.

Da alcuni anni si dedica con assiduità alla scrittura di racconti, partecipando a concorsi inutili come quello per il quale ha scritto questa biografia.

Alice che fissava e altri casi (dis)umani

Tim Burton non mi ha ancora fatto causa e io proseguo con torturarne le opere. Ho deciso di riprendere Alice (Staring Girl) mostrandola una volta cresciuta, affiancandola ad altri due personaggi tratti da due poesie, sempre visualizzati da adulti. Le poesie originali dei due nuovi personaggi sono James e Mummy Boy.

Altri racconti: Amore ardente, Voodoo Girl

Alice che fissava e altri casi (dis)umani
Guidava il pettine con movimenti ad arco regolari e precisi. Terminato il lavoro, col palmo della mano passò a lisciare i radi capelli avendo cura di appiattirli sul lato destro della fronte, coprendo in modo parziale una cicatrice che correva dall’attaccatura sino giù allo zigomo. Osservò compiaciuto il risultato. Aggiustò il cravattino e tornò nella stanza da letto. Prese in mano un orso di peluche che giaceva adagiato Immaginetra i cuscini: un fiocco rosso con sopra ricamata la scritta Natale 19.. penzolava dal collo del pupazzo.
– “Anche oggi non ci accadrà nulla di spiacevole, vero, J.?” disse l’anziano signore rivolto all’orsetto. Uscì di casa, tenendo il peluche sotto braccio. 
Raggiunse il Caffè sotto casa, dove si accomodò al tavolino posto di fronte al bancone, a metà strada tra la porta di ingresso e quella che dava sul retro. Sistemò J. accanto alla propria sedia.
– “La solita tazza di tè riempita a metà, con tre biscotti nel piattino, Signor James?” chiese un ragazzo esile, dalle gambe lunghe e magre e dalle braccia ossute, chinandosi verso di lui.
– “Certamente, Jimmy” rispose il Sig. James, guardandolo in quella sottile fessura tra le bende intorno la testa che lasciava scoperti gli occhi, unica cosa visibile del ragazzo.
Jimmy la Mummia tornò reggendo il vassoio dell’ordinazione con una sola mano. Camminava come un equilibrista su una fune, a guardarlo si sarebbe potuto scommettere che avrebbe fatto cadere il tutto, ma al Sig. James servì quanto richiesto senza causare alcun incidente.
– “Grazie. Tieni, questa è per te” disse l’anziano signore, porgendogli una moneta di mancia.
– “Grazie! Grazie!” rispose in modo ossequioso.
– “Jimmy! Smettila di perdere tempo e vieni qui! C’è una consegna a domicilio!” la voce tonante di un uomo dalla statura imponente fece tremare Jimmy. Il ragazzo prese il sacchetto di carta che gli porgeva il padrone e corse fuori. Saltò sulla cigolante bicicletta che teneva appoggiata al muro sul retro del locale e partì zigzagando, chinato sul manubrio.
Immagine
Davanti al negozio di fiori rallentò. Alice stava sistemando delle piante all’esterno. Al suono del campanello della bicicletta si voltò.
– “Ciao Jimmy!” esclamò squillante lisciandosi con le mani uno dei codini biondi.
Jimmy rispose abbassando il capo ed emettendo un suono che avrebbe voluto essere un saluto ma che era più simile a un rantolo. Mentre si allontanava, Alice lo seguì con lo sguardo.
Jimmy raggiunse il condominio dove abitava la Signora Van Dort. Un cartello appeso sulla porta dell’ascensore segnalava un guasto, così dovette utilizzare le scale. Alla quarta rampa cominciarono a venirgli meno le forze. Un lembo di garza si staccò e cominciò a ondeggiare giusto davanti ai suoi occhi al ritmo di ogni passo. Al settimo piano le sue fatiche terminarono. Suonò il campanello e l’abbaiare nervoso di un cane rispose dall’interno.
– “Oh, finalmente! Ce la prendiamo comoda, nevvero? – una donna di mezza età alta quanto un comodino e larga in ugual misura aprì la porta – Forse se perdessi meno tempo a conciarti come una mummia potresti essere più puntuale” disse arricciando il naso.
Jimmy non proferì parola, anche perché non aveva fiato dopo aver salito le scale, e porse con servile cortesia il sacchetto alla donna.
“Aspetta qui, vado a prendere il denaro. Buono, Billy, buono!” disse socchiudendo l’uscio. Un minuscolo cane dalle orecchie più grandi del resto del corpo zampettava intorno le gambe della Signora Van Dort.
Jimmy, sbuffando, appoggiò il capo alla porta. Questa si aprì di colpo, facendolo ruzzolare sul pavimento dell’ingresso.
“Oh santo cielo! Cosa volevi fare? Non ci si può distrarre che tentano di rubarti in casa! Ti farò licenziare! Via via, prendi i soldi. E dammi il resto, non fare il furbo!”
Jimmy rovistò nelle tasche e porse alla donna la moneta ricevuta dal Sig. James. Dopo essersi accertata che la cifra fosse esatta, la Signora Van Dort gli sbatté con violenza la porta in faccia.
Stava per mettersi a tavola per consumare la propria colazione, quando suonò il telefono.
“Oh, ma chi è tanto maleducato da disturbare a quest’ora?” esclamò con disappunto.
“Pronto?…Oh cara…sì sì…oh che disgrazia! Ma certo che lo ricordo, una così cara persona…guarda, sì, certo…Sì sì, è proprio vero…sempre i migliori!…Oh, grazie, anche a te, cara. Buona giornata”. Riagganciò il telefono e si soffermò a riflettere.
“Come ha detto che si chiamava quello che è morto? Farò meglio a mandare subito dei fiori, non vorrei fare brutta figura. Ma non prima di aver terminato la mia colazione. Giusto, Billy?”. Il cane starnutì.

fine prima parte
(lo so che ti annoi…riposati, dai!)

seconda parte
(incredibile, sei tornato? Leggi il seguito!)

La Signora Van Dort, con a tracolla una borsetta da cui spuntavano solo le orecchie di Billy, arrivò al negozio mentre Alice era intenta a spruzzare acqua vaporizzata a un cardo. Ordinò un’economica composizione di gerbere e crisantemi e pagò facendo tintinnare sul tavolo il denaro, tra cui la moneta ricevuta da Jimmy. Poi se ne andò col naso all’insù. Mentre Alice stava per uscire per provvedere alla consegna, notò qualcosa nella pianta di caprifoglio che teneva in un vaso all’ingresso.
– “Oh no, signor bruco, questo non va bene!” disse, con la testa inclinata di lato e gli occhi sbarrati. Un piccolo bruco rossiccio e dalla peluria grigia faceva bella mostra di sé su una foglia. Aveva già lasciato un segno del proprio passaggio sul bordo esterno creando un buco a semicerchio e si apprestava a proseguire l’opera.
– “Ti dovrò trovare una nuova sistemazione! – proseguì, avvicinando il naso all’animale. I due potevano guardarsi nelle pupille, o qualsiasi altra cosa abbia un bruco per vedere – Appena sarò tornata, ci penserò”.
Sistemò il mazzo di fiori nel cestino della bicicletta e stava per salire sulla sella, quando si accorse che una ruota era bucata. Si piegò a fissarla, preoccupata. In quel momento passò Jimmy, impegnato in un’altra consegna. Alla vista di Alice lui si fermò di colpo, facendo stridere i freni. Lei sollevò il capo, lo osservò, poi guardò ancora la propria bici, poi di nuovo prese a guardare Jimmy. Il ragazzo deglutì e con un filo di voce le disse
– “Puoi…biciclire sulla mia saletta!”
– “Uh?” Alice iniziò a lisciarsi il codino destro.
– “Puoi salire sulla mia bicicletta!” gridò chiudendo gli occhi.
– “Grazie!” esclamò Alice, che, saltellando, lo raggiunse per andare ad accomodarsi di traverso sulla canna.
Chi li avesse osservati avrebbe notato uno spettacolo ben strano. Un ragazzo conciato come una mummia che guidava una bicicletta, sulla quale portava una ragazza che fissava il vuoto e stringeva un mazzo di fiori funebri sul proprio petto.
Jimmy avrebbe voluto approfittare di quel momento per dire qualcosa, ma la voce non gli usciva. La sua mente vagava confusa nel riflettere su quel che un ragazzo dovrebbe dire quando è solo in compagnia di una ragazza, l’immaginazione lo portava molto lontano senza permettergli di rompere un umiliante silenzio che gli dava un’espressione severa e imbronciata, intuibile anche se celata da uno strato di bende.
Avevano appena svoltato l’angolo quando un grosso topo che stringeva in bocca qualcosa passò loro davanti. Jimmy sterzò d’istinto per evitarlo, andando contro il bordo del marciapiede: la bicicletta si inclinò in avanti e i due giovani finirono stesi lungo l’asfalto.
– “Billy! Billy! Oh cielo! Billy!” la Signora Van Dort accorse col fiato corto.
– “Oh, Billy! Che spavento! Perché sei scappato così, bambino mio? Non devi far preoccupare la tua mamma in questo modo” proseguì, con le mani giunte. Poi si voltò e notò Jimmy per terra.
– “Ancora tu! – ringhiò – Dopo aver tentato di rapinarmi volevi assassinare il mio tesoro? Altro che licenziare, io ti farò chiudere in cella! Guardie!”
ImmagineAlice, in ginocchio, fissava Jimmy che era immobile sull’asfalto, stirandosi entrambi i codini con violenza, quasi a volerseli strappare. Petali di fiori erano sparsi tutt’intorno. Una moneta era rotolata via, arrestando la propria corsa contro un lampione.
– “Puff…Pant…aiuto!” il Sig. James arrivò ansimando. Diede un’occhiata a Jimmy inerte, poi ad Alice, infine alla Signora Van Dort. L’occhio gli cadde sul cane che infieriva su un orso di peluche. Il pupazzo era a brandelli, l’ovatta sbucava fuori come se il corpo fosse esploso dall’interno.
Il Signor James si accasciò al suolo “Oh no, J.! Ora chi mi proteggerà dagli orsi?” gridò, straziato.
– “Signor James – disse Alice timidamente – Jimmy non si muove più. È morto?”
– “Jimmy non è mai stato vivo, ragazza mia. – rispose l’anziano signore, scuotendo il capo – L’ho creato io dal cadavere di un giovane che ho dissepolto dal cimitero”
– “Oooh!” la Signora Van Dort svenne, ma nessuno le prestò attenzione. Neanche Billy, intento a divorare l’imbottitura dell’orsetto.
– “E può aggiustarlo?” chiese Alice, chinando il capo.
– “Può darsi…Ma perché vorresti che lo sistemassi?”
– “Perché…gli voglio bene”
– “Vuoi bene a un cadavere ambulante che va in giro coperto di bende?”
– “Lei vuol bene a J. perché è un pupazzo o per ciò che rappresenta per lei?” disse, sbattendo le palpebre in modo frenetico.
Il Signor James tirò un lungo sospiro.
– “Va bene. Vieni, andiamo ad aggiustare Jimmy” disse prendendo per mano Alice e aiutandola a rialzarsi. Con attenzione, sollevò poi il ragazzo e lo prese in spalla.
– “Ah, dimenticavo – si fermò a indicare una moneta – questa dobbiamo ridargliela. Gli appartiene”. Alice la raccolse e la mise in tasca.
Billy tossicchiò sputando un batuffolo di ovatta accanto alla propria padrona, ancora svenuta a terra.