Non è che quando sei stufo vai dal barbiere per darci un taglio

Ho tagliato i capelli perché speravo di non riconoscermi.

Per un po’ ci sono cascato, finché non sono arrivato a casa e, guardandomi allo specchio, mi sono chiesto Chi sei? Vattene da casa mia prima che chiami la polizia. Allora ho gettato la maschera. Nel bidone della latta, perché era una faccia di tolla.

Si trattava di un bluff perché in realtà non saprei come chiamare la polizia ungherese. Conosco il numero ma non so se chiamandola in altre lingue sappia rispondermi. E, inoltre, “polizia ungherese” è troppo lungo da dire: il tempo di esclamarlo e il malintenzionato è già scappato (Troisi docet).

Di cattivi soggetti a parte il sottoscritto comunque non ne ho visti mai nella mia zona.

Il caso più interessante – per rendere l’idea – si è verificato la settimana scorsa, verso mezzanotte. Un semplice ubriaco che cantava giusto sotto la mia finestra. O forse era uno sobrio che cantava canzoni di un ubriacone (tipo Vászko Rószi, noto artista magiaro).

Volevo omaggiarlo della performance con qualche frase apotropaica dialettale ad ampio spettro geografico (cioè coprendo un ventaglio di improperi Nord-Sud), solo che ha smesso dopo poco. Mi sono sentito molto triste. Un essere umano dovrebbe pur aver diritto di sfogarsi col primo ubriaco di passaggio. Tanto lui beve per dimenticare, quindi non avrà memoria dell’accaduto.

Quando abitavo a Blaha, una zona un po’ più borderline, qualcuno è stato da me apostrofato male ma credo fosse troppo ciucco per rendersene conto. Erano comunque ubriaconi a modo, mettevano le lattine di birra nel cestino.

Il riciclaggio è importante. Vorrei darmi a quello del denaro.

Ho imparato da molto tempo a separare i rifiuti.

I due di picche, ad esempio, vanno nell’organico. Perché in fondo tutto si riduce a una questione di organi.

I feedback negativi al CV vanno nel vetro, perché sono speranze in frantumi.

Gli intenti positivi bloccati sul nascere, nella carta, perché sono castelli di tal materiale.

I Non lo so, nell’indifferenziato.

Potrei aggiungere altro ma temo di non riconoscermi più. Già ho avuto problemi a identificare collutorio e shampoo, causa flaconi simili.

Almeno, comunque, ora il mio taglio di capelli non perderà lo smalto di un tempo.

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Non è che quando sei stanco chiami la Celere per avere un po’ di carica

Oggi un tale, cui non avevo risposto a una mail del 3 marzo, mi ha scritto con tono vagamente polemico.

Ha esordito con:

Caro Gintoki,
forse sei giovane e inesperto, ma sarebbe professionale replicare a una mail scrivendo “Chiedo scusa, al momento non posso rispondere perché…”.

Oppure è un tipo di linguaggio (eh?) o forse un atteggiamento culturale dell’Est Europa, […]

Ha ragione, senza dubbio.
A parte quando l’ha buttata sulla “cultura dell’Est Europa”.

Ho commesso una mancanza su un aspetto cui tengo molto quando mi trovo nella posizione di attesa di una risposta. È fastidioso e disdicevole vedere una mail cadere nel vuoto.

Il fatto è che a volte le ciance altrui mi stancano.

Mi stanco di molte cose.
Sarò sincero.

A volte mi stanco di esser sincero.

Mi stanco di dover contraddire qualcuno. Mi stanco a essere contraddetto.

Mi stanco di quelli che credi ti stiano ascoltando e poi rispondono in base a una loro idea precostituita in testa, che prescinde da ciò che tu stai dicendo.

Mi stanco di dovermi giustificare per conto terzi, come se la cosa mi riguardasse.

Mi stanco del calzino che cade dal bucato tolto dalla lavatrice. Poi debbo tornare indietro a cercarlo e mi sembra che, finendo a terra, appena lavato, si sia contaminato.

Mi stanco delle cose che cadono dopo tanto tempo.

Mi stanco di trovare un buco nei boxer.

Mi stanco dell’obsolescenza programmata. Porto con me un notebook del 2009 e mi stanco se dicono di cambiarlo.

Mi stanco di chi pensa abbia speso troppo. Mi stanco di chi pensa sia avaro. Mi stanco di chi fa i conti in tasca agli altri.

Mi stanco di non avere abbastanza tasche per chiavi, telefono, tessera dei mezzi, scaldacollo, cappello, libro, fazzoletti, cose acquistate.

Mi stanco di uscire e preferisco rimanere sul divano.
Mi stanco di star da solo e preferisco uscire.

Mi stanco di quelli che ai controlli all’aeroporto dimenticano di togliere qualcosa e rallentano la fila. Mi stanco di concentrarmi su quello che fanno gli altri e come un fesso dimenticare io qualcosa.

Mi stanco che in aeroporto un panino dalla consistenza del cartone con una fetta di prosciutto trasparente del LIDL costi quanto un piatto di penne al tartufo a Norcia.

Mi stanco dei veleni che sono contenuti nei cibi. Mi stanco di passare oltre alcuni scaffali senza prendere niente pensando di guadagnare un mese di salute in più. Mi stanco di cucinare e allora prendo una cosa a caso senza leggere l’etichetta sul retro.

Mi stanco di quelli che mangiano al cinema. Mi stanco di quelli che guardano il cellulare durante la proiezione e mi illuminano la sala come a un concerto di Tiziano Ferro.

Mi stanco degli attacchi usb, delle canottiere, dei preservativi, di tutte le cose che hanno due lati quasi uguali e che puntualmente nella fretta prendo dal verso sbagliato.

Mi stanco di correre e di fare sempre le cose di fretta. Mi stanco di avere qualcuno che mi mette fretta se me la prendo con calma.

Mi stanco di ascoltare quelli che credono alle ricette magiche trovate su internet, la dieta dei peli del pube, la cura a base di sperma di lumaca e tutte le altre pozioni magiche degli stregoni 3.0. Mi stanco che non se le tengano per sé talune minchiate.

Mi stanco di quelli “ma perché non fai…?”. Mi stanco di non poter rispondere “ma perché non ti fai i cazzi tuoi?” perché poi si diventa cattivi.

Mi stanco di chi non afferra l’ironia e necessita spiegazioni. Mi stanco di dare spiegazioni. Mi stanco di spiegare la tovaglia e allora preferisco cenare su una tovaglietta di PVC.

Mi stanco a non poter dire che mi stanco perché mi sembra offensivo per tutti gli altri che si stancano. Mi stanco che gli altri mi offendano senza lo stesso riguardo.

Mi stanco di riguardarmi allo specchio.

Mi stanco e quindi vado a dormire.
Per stancarmi anche l’indomani.

Non è che porti una donna su un fiume bergamasco per prenderla sul Serio

Io sono una persona seria.

Sul serio.

Chi mi vede può dire che sia un tipo serio.

Oppure che mi stia rompendo i maglioni. A volte l’espressione seria e quella smaglionata si confondono. È per confondere l’interlocutore. Come disse Oscar Wilde: È meglio tacere e sembrare scoglionati che aprire bocca e togliere ogni dubbio.

Io sono una persona seria.

Anche se i jeans mi danno fastidio al pacco non mi toccherò mai lì per darmi una sistemata finché non sarò tra le mie quattro pareti dove ci sono solo io e a volte dove nemmeno io ci sono, perché io, il serio, dopo una giornata di serietà sono stanco e vado a dormire per primo.

Io sono così serio che poi non mi riconosco più di fronte alle persone.
Esse sono come uno specchio: in ogni individuo con cui interagisco vedo un me stesso.

E allora vorrei dire a chi mi sta parlando Scusa, mentre mi parli io penso che vorrei sistemarmi il pacco perché mi dà fastidio, ma non posso perché giusto un momento prima mi ha detto quanto fossi serio che non sono tipo da sconcezze allora mi sembra di deludere le idee altrui e finisco col riconoscermi ancor di meno tutto perché ho un jeans che forse non andava bene per me ma che porto con ostinata serietà.

 

Non è che il deejay parcheggi solo in zona disco

Divido le persone in due categorie: quelli per i quali il giorno solare si conclude solo quando vanno a dormire, pur essendo trascorsa la mezzanotte, e quelli per cui a mezzanotte scatta inesorabilmente il nuovo giorno.

Io non appartengo a nessuna delle due scuole di pensiero: se sono sveglio dopo mezzanotte e dovrò rivedere una persona nella giornata appena cominciata, continuerò a dire “Ci vediamo domani”. Ciò però vale fino alle 3 del mattino: passata quest’ora, dirò “Ci vediamo più tardi”.

In tema di attività notturne, ultimamente ho ripreso a fare sogni strani, articolati, lisergici. Alcuni poi svaniscono al risveglio e non riesco ad afferrarli più, altri mi restano impressi.

Ho sognato ad esempio di desiderare un giradischi nell’auto.

In questo sogno, infatti. ero al volante della mia auto e mi rammaricavo del fatto che essa non avesse un impianto stereo. In effetti, è una cosa di cui mi lamento anche nella realtà. A volte cerco di ovviare con la musica dal cellulare, ma l’altoparlante non è tanto potente e la connessione in viaggio è instabile. Altre volte canticchio.

Nel sogno mi viene un’idea: piazzare un giradischi in auto.
Così sistemo l’impianto – un Pioneer anni ottanta – sul sedile posteriore e lo collego alla presa accendisigari. Il giradischi è intelligente: basta porre una scorta di vinili in una busta ai piedi del sedile e, acceso l’impianto, il braccino prenderà un disco a caso e se lo piazzerà sul piatto.

In una dormita pomeridiana, che doveva essere costituita da 10 minuti di riposo tramutatisi in una sonora ronfata di un’ora, ho invece sognato di aspettare un infermiere a casa per un prelievo di sangue. Per risparmiare tempo, nell’attesa sono quindi andato in bagno e mi sono ficcato un ago nel braccio per farmi trovare già pronto.
Mi sono svegliato con l’incavo del gomito che mi prudeva.

Non è un sogno ma un incubo, invece, il mio rapporto con le Poste.

Devo chiudere un Bancopostaclick che non uso da anni e sul quale è depositata la considerevole somma di euro trentotto e settanta. Il fatto di aver ricordato di disporre di questi soldi mi ha fatto pensare a quale sarebbe il modo migliore per sprecarli.


Laddove migliore equivale a massimizzare la soddisfazione che può dare ciò che verrebbe acquistato con tale denaro.


Chiedo sulla pagina facebook di Poste Italiane se debbo necessariamente recarmi all’ufficio postale dove il conto è stato aperto oppure posso andare ovunque. Avendo un ufficio a 50 metri da casa, preferirei l’ultima ipotesi. Loro mi confermano di sì:

Ciao, per la chiusura del conto corrente Bancoposta Click puoi recarti in un qualsiasi ufficio postale

All’ufficio postale non c’è fila ma l’impiegato allo sportello mi respinge sostenendo che per questa operazione debbo recarmi lì quando c’è il direttore o il consulente. Mi dà appuntamento al lunedì successivo (ieri).

Chiedo di nuovo delucidazioni alla pagina della Poste e mi rispondono:

Per la chiusura del Conto Corrente puoi recarti in qualsiasi Ufficio postale, previo appuntamento con la sala Consulenza

Ah. Non mi era stato specificato.

Lunedì (sempre ieri), torno all’ufficio postale. Un’altra impiegata questa volta mi respinge sostenendo che o invio una raccomandata alle Poste (a Torino) o mi reco all’ufficio dove ho aperto il conto. Io dico che non è così che funziona, ma l’addetta si giustifica al suon di Eh sa qua le normative cambiano da un giorno all’altro.

Sto per sbattergli il cellulare sul vetro mostrandole cosa dice l’informativa ma mi accorgo che non c’è campo e che dietro di me è comparsa come per magia una fila di anziani nervosi e impazienti in attesa del proprio turno.

Non capisco l’impazienza. Io pensavo gli anziani facessero la fila solo per trovare un posto in cui sedersi e passare il tempo lamentandosi.

Tornato a casa ho segnalato con un reclamo la cosa alle Poste, che mi hanno telefonato un’ora dopo invitandomi a tornare all’ufficio postale in questione, da loro sollecitato ad esaudire la mia richiesta.

Non ci sono ancora andato, un po’ perché a questo punto desidero prenderla comoda, un po’ perché ho paura di ritrovare gli anziani.

Non è che il fotografo si rivolga a un piromane per mettere a fuoco

Quando lo sguardo indica il castello, l’uomo savio contempla la mia camicia
(dal Libro gintokiano dei motti)

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Ci sono delle volte in cui mi blocco. Mi fermo, pur rimanendo attivo.
È come il cellulare che va in risparmio energetico quando non è utilizzato.

È un esempio stupido.
Dubito che qualcuno dia modo al telefono di andare in risparmio energetico. Forse durante la notte, ma ci sarà chi magari lo tocca anche dormendo.

L’ultima che mi aveva adescato probabilmente era una di queste persone. Se accedevo a Whatsupp per leggere un messaggio, lei mi scriveva o mi chiamava per dirmi “Sei online”. Quindi o aveva un programma spia nel mio telefono o stava continuamente a monitorarlo. O forse monitorava un programma spia. O era essa stessa una spia.

Sì, sono online. Non sempre. Vado spesso offline.
In alcuni momenti non mi interessa nulla di ciò che mi avviene intorno. O di ciò di cui mi stanno parlando.

In quei momenti, semplicemente, non mi importa.
Non mi importa del calciomercato.
Non voglio sapere chi ha lasciato chi perché ha fatto cosa.
Non ho visto quel film e non credo che lo guarderò anche se sto dicendo “Uhm, allora devo guardarlo”.
Non conosco quel tizio quindi è inutile che continui a parlarmene.
Non so cosa mangerò stasera: toccherò il frigo dicendogli “Adesso ti aprirò e la prima cosa che mi mostrerai la mangerò. E non fare come l’altra volta che c’era una scatoletta di cibo per gatti”.
Non ho voglia di ascoltare verbosi e prolissi soliloqui come i monologhi di un cameriere che racconta la storia del piatto che ti ha messo in tavola, che ho sempre pensato che sarebbe buffo se uno parlasse come un cameriere che descrive un piatto: ebbene, io conosco il proprietario di un ristorante e un giorno, vedendolo col braccio ingessato, gli chiesi cosa fosse accaduto, per convenzione sociale; mi aspettavo un “Sono caduto dalla scala”, “Stavo giocando a calcio” e cose così, lui invece esordì con “Infrazione dello scafoide carpale con interessamento…”. Su “interessamento” ho smesso di interessarmene e quindi non ricordo come sia finita la storia.
Non mi importa sapere che non ti sei fermata a salutarmi perché quella volta stavi per perdere la metro: ce ne è una ogni 10 minuti, quindi a meno che “perdere la metro” non fosse da interpretare letteralmente e che tu fossi proprietaria di un convoglio della metro che rischiavi di perdere all’assemblea degli azionisti, non mi interessa.

In quei momenti, non mi importa.
Voglio solo stare fermo.
Come se fossi una fotografia vivente.

 

Non è che per Italo Svevo le chiacchiere stessero a Zeno

Nel momento in cui mi prometto di smettere di fare qualcosa, sto già iniziando a farlo di nuovo.

È un po’ come l’ultima sigaretta di Zeno Cosini.

Eppur non si tratta di fumo o bere o altri vizi concreti. Non mi è difficoltoso evitare una tentazione concreta.

Ma il cattivo pensiero, il sentimento negativo, l’atteggiamento pernicioso, stati persistenti che convivono in me, sono basati su automatismi che non riesco ad aggirare.

E quindi ogni metaforica ultima sigaretta non lo è mai.

Anche il fatto di voler smettere di far qualcosa è diventato un vizio.

A volte, quando osservo le persone, mi chiedo se anche loro stiano combattendo un vizio nel loro intimo.


Nel mio intimo c’è vizio!


E mi chiedo se stiano vincendo o perdendo o pareggiando ai tempi supplementari.

Non è che lasci il foglio in bianco perché non ci esci assieme

Alcune considerazioni che non avevano abbastanza energia germinale per poter dar vita a un post.

  • Paradossi: se volessi fare un post vuoto, rendendo noto che quella è una pagina bianca, nel momento in cui io scrivessi “Questa è una pagina bianca” l’enunciato non sarebbe più vero. Certo, potrei lasciare la pagina vuota senza aggiunger commento alcuno, ma si porrebbe il problema di comunicare che quella è una pagina volutamente bianca e non, ad esempio, un errore di invio. Ergo, comunicare la pagina bianca non è possibile.
  • Ogni volta che devo entrare in un negozio e interagire con una persona dietro al bancone mi coglie un senso di afflizione. Il motivo è che so che dovrò interagire con un individuo scoglionato. O che verrà scoglionato dai clienti che mi hanno preceduto. Per questo motivo preferisco un grande negozio dove l’interazione si riduce alla consegna della merce al banco e il relativo pagamento. Oppure, ancor meglio, acquistare online elimina qualsiasi tipo di contatto. Mi rendo conto di avere una quota di responsabilità, in questo modo, nella crisi del piccolo commercio con conseguente ulteriore fonte di scoglionamento per chi ne gestisce l’attività.
  • In tema di individui scoglionati, mentre mi trovavo nel negozio – pardon, nello store – di una compagnia di telefonia mobile, suona il telefono. Il tizio dietro al bancone risponde:
    – Pronto?…Sì…sì…meglio che viene in negozio…ci sono diverse offerte…sì…sì…è meglio che viene, perché è inutile che le dico delle opzioni internet se poi a lei interessano solo i minuti…sì…arrivederci.
    Riaggancia.
    – E m’ha preso per il call center! E che palle! Ma quanto li schifo i clienti così, sono proprio fraccomodi. Vieni qua e ne parliamo, non è che ti metti al telefono a fare le domande, è giusto?
    – Eh sì.
    Abbozzo.
    Avrà avuto ragione, ma uno che davanti a un cliente, estraneo, parla male di un altro cliente non mi vedrà più. Non voglio correre il rischio di essere insultato alle spalle a mia volta da uno con i capelli unti e l’alito diserbante.
  • Cammino. All’improvviso odo due donne che, con l’interposizione ogni tanto di una voce maschile, all’interno di una casa litigano ad alta voce. Urlano. Il tutto avviene in dialetto, ma tutto ciò che dicono mi è incomprensibile. Mi chiedo se sia una questione di orecchio mio o meno. È pur vero che esistono sacche linguistiche dialettali geograficamente a me vicine eppur lontanissime in termini di comprensibilità.
  • Ho fatto un sogno in cui c’era la ‘Flaca’ di Orange Is The New Black:
    Nel sogno, non era un personaggio televisivo ma una persona che mi conosceva. E io fingevo di conoscerla perché pensavo Se mi conosce vuol dire che la conosco!. Non era vestita da detenuta: indossava un jeans blu e una camicetta bianca. Era ansiosa di mostrarmi il posto in cui lavora, anche se io non capivo bene che posto fosse e di che lavoro si trattasse. Ma facevo finta di nulla.  E poi dice che devo assolutamente conoscere il nuovo arrivato: Max Verstappen. E io esclamo Caspita! Mi ricordo di quando il padre gareggiava in Formula 1 negli anni ’90. Mi sento proprio vecchio!.


    Max Verstappen è attualmente pilota della scuderia Red Bull. È figlio per l’appunto di Jos Verstappen, ex pilota Benetton e di altre scuderie minori.


    L’ufficio di Max si trova nel seminterrato. Ed è ricavato da un bagno. Anzi, è proprio all’interno del bagno: tra la vasca e il water c’è una scrivania. Poi all’improvviso appare il caro Max, vestito come un pinguino. Non un pinguino animale: indossava un frac nero su una camicia bianca. Mi stringe frettolosamente la mano e poi non mi presta più attenzione. Dopo questo simpatico incontro, io e la Flaca andiamo in un altro ambiente, un magazzino di cinesate. Si ferma a guardare una fila di scaffali e poi si accovaccia a guardare chincaglierie natalizie. Nel frattempo continuavo a chiedermi chi minchia fosse questa tizia e cosa fosse il posto dove mi trovavo. E poi non mi ricordo altro.

 

Non è che nel Signore degli Anelli l’essenziale sia invisibile agli orchi

Oggi il Capo ci ha comunicato che a breve la società cambierà nome. Decisione della nostra consorella di Bruxelles.

Anche se più che sorella maggiore, per potere e dimensioni sembra una suocera.

Dovremmo assumere quindi il nome del gruppo di cui facciamo parte (Pinco Pallino) + Central Europe. A meno di non avere altre proposte di denominazione.

Al che mi sono alzato (metaforicamente perché sono rimasto seduto) e ho detto che, sì, suonerebbe più internazionale ma finirebbe per far smarrire identità alla società. Sarebbe forse meglio un qualcosa come Pinco Pallino Hungary oppure Pinco Pallino Budapest.

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È sempre positivo con gli ungheresi far leva su questioni come l’identità e l’orgoglio, ovviamente esaltandoli. Ad esempio, per guadagnare la loro stima puoi parlare di calcio citando la squadra storica (non è che poi il panorama calcistico nazionale offra altri esempi), l’Aranycsapat (“la Squadra d’Oro), cioè l’Ungheria degli anni ’50 che arrivò a giocarsi un Mondiale con la Germania. Acquisterai punti ai loro occhi.

Da questo punto di vista ci sarà molta attesa per i prossimi Europei di calcio, dove la squadra nazionale si è qualificata dopo anni. Vorrò essere altrove in quei giorni perché ho sempre remore a dire agli altri che non me ne importa nulla del loro entusiasmo e non me ne sento partecipe.


So fingere tante cose (tra cui anche orgasmi ma questa storia la riservo per momenti peggiori) ma l’entusiasmo non rientra tra le cose su cui riesco a recitare.


Come quella volta che arrivai a Londra il giorno della finale di Wimbledon tra Murray (idolo di casa seppur scozzese: gli inglesi storicamente si son sempre presi ciò che gli serviva) e Federer nel 2012.

La tizia che mi mostrò la stanza ci tenne a farmi presente che il televisore era funzionante e riceveva tutti i canali, in particolare quello che avrebbe trasmesso l’incontro.
– Perché, sai, oggi c’è la finale di Wimbledon, alle 16 (orario inventato perché non lo ricordo).
– Ah, sì, certo, la finale. Dissi io.

Il pomeriggio ovviamente me ne sono andato in giro perché non ero affatto interessato alla finale di Wimbledon.


NOTA 1
Non riesco a farmi piacere il tennis.
Ho un problema con uno sport dove è previsto il silenzio. Per me lo sport deve essere rumoroso, perché se non puoi fare rumore non so come ci si possa divertire.


NOTA 2
È lo stesso principio che seguivo per le feste alle scuole elementari. Non vedevo il perché andarci se non per fare casino.


NOTA 3
Poi arrivò la dannata festa delle medie (cit.) e cambiò tutto, ma su questo argomento c’è già una esauriente letteratura.


Insomma, col mio discorso sull’orgoglio identitario del nome li ho colpiti. O almeno ne sono convinto ma non ne sono certo perché non li guardavo in volto mentre parlavo.

Ho l’abitudine, quando dico qualcosa di serio, di fissare un punto a medio-bassa altezza davanti a me e tenerlo lì inquadrato, muovendo anche le mani come Alberto Angela intorno a qualcosa che vedo soltanto io.

È il discorso. È lì, prende forma mentre esce dalla mia bocca. Lo plasmo con le mani. Lo vedete?, penso mentre parlo. Poi alzo gli occhi e mi accorgo che gli altri non hanno visto un bel niente e credo non mi abbiano dato molto retta. Faccio discorsi invisibili seppur – credo – interessanti. È proprio vero che l’essenziale è invisibile agli occhi, come disse Galileo Galilei prima di inventare la fotocamera digitale.

Non parlo comunque sempre in questo modo. Fissando punti inesistenti davanti a me, intendo.

Ad esempio, Ti amo l’ho sempre detto guardando negli occhi.
Non è per quella convinzione che si è sinceri solo se ci si guarda negli occhi e se distogli lo sguardo allora significa che eccetera. Trappole da mentalisti.

Semplicemente, anche in quel caso sto seguendo un discorso. Negli occhi dell’altra persona. Come se ci fosse un “gobbo” che regge il cartello con scritto “Ti amo” celato nell’iride altrui.

Perché secondo me l’amore non è un qualcosa che nasce dal di dentro. Non del tutto, almeno. L’amore è lì fuori, prende corpo nelle altre persone. Lo andiamo semplicemente a cercare per riacquisirne il contatto. Come si spiegherebbe che si possa pensare a persone lontane centinaia e centinaia di chilometri se non con il fatto che hanno un qualcosa di nostro dentro di loro e che noi rivogliamo.

A volte c’è chi poi esagera e trova amori troppo facilmente e di continuo. Secondo me costui/costei o si è spezzettato/a troppo o vede amori altrui come se fossero i propri e allora lì è un problema perché non c’è mai amore per tutti.


È un discorso molto da libro di Moccia, ne convengo. “Amore è abbassare la tavoletta del water”, da venerdì in tutti gli Autogrill in promozione con “50 sfumature di Topo Gigio”.


La questione dei nomi è comunque intrigante.

Ho scoperto che nel nostro stabile al piano interrato prolifica una società hipster.
Prima scoperta è che quindi gli hipster sono qui più diffusi di quanto pensassi e si radunano insieme, seppur nei seminterrati.

La seconda scoperta è che questi hipster sono quelli di BP Shop, linea di abbigliamento marchiato Budapest: loro cavallo di battaglia è lo slogan Buda Fucking Pest.

Geniale, non c’è che dire. Avere successo è trovare il nome giusto e diffonderlo in giro.

La prima impressione che avevo di loro si ricollegava a una battuta di Bart Simpson: Guardatemi, sono un laureato, ho guadagnato 600 dollari l’anno scorso!

Poi ho scoperto che in realtà i loro affari vanno abbastanza alla grande e allora forse Bart Simpson si addice più a me. 

E quindi il tutto sta nel farsi un nome ed essere visibili.

Non è che non sai quel pregiato caffè quanto mi sia tostato

Qualche volta dovremmo prendere un caffè insieme.

Intendo proprio un locale, coi tavolini e le sedie e tutto.

Io e te.

Il posto si chiamerà proprio Io e Tè. Con buona pace del dizionario. E della Crusca. La useremo per qualche beverone salutare per Vegane.

Purché dimostrino la reale appartenenza a Re Vega. Non chiameremo Actarus.

Ordineremo prodotti biologici certificati e garantiti. Per chi è religiosamente devoto a bio.

Avremo poi caffè equo-solitario. Per chi ha bisogno di sedersi a riflettere da solo.

Unica regola: non produrremo caffè fatto coi chicchi d’orzo. Non voglio rendermi complice dell’aborto di una birra.

A metà pomeriggio serviremo spuntini. Di riflessione.

Ci saranno libri da reggere. Per chi ha poco tempo per la palestra.

Gli scrittori in erba avranno un angolo dove leggere i propri scritti. Purché lascino l’erba a casa perché, purtroppo, non siamo in Olanda.

Sarà concesso criticare, non demolire. Altrimenti chi demolisce dovrà ricostruire tutto con le proprie mani.

Ci sarà il wifi ma si potrà utilizzare soltanto se ci sarà una risposta convincente alla domanda Why-fai così? È proprio necessario che tu stia connesso ora?.

Ci dovrà essere un’adeguata musica in diffusione in sottofondo. Mi assumerò tutti i dischi del caso.

Dei gatti gireranno in libertà nel locale. A chi non piacciono, non saranno gatti che lo riguarderanno. Gatti chiari, micizia lunga.

Ho cambiato idea. Lo chiameremo Starmeows perché suona più internazionale e attira turisti.

Ne faremo una catena. Di S. Antonio. A chi pubblicizza il locale ad almeno 10 amici, un caffè omaggio.

I turisti verranno e non se ne vorranno andare più. Diverranno tu-resti?.

Gestirai tu i conti. E tutti gli altri nobili che verranno.

Sì, dai. Prendiamoci un caffè.

Ne avrei bisogno.

Non è ghe se non ho nulla da dire poi mi bloggo/Non è che il pescatore non abbia dei polpi da maestro

Leggo più blog di quanti io ne commenti o lasci un mi piace. Ognuno parla di sé in un modo: chi si racconta molto, chi poco, chi per niente, chi crede di non dire nulla e dice molto.

Io considero il blog come un diario e, quindi, racconto di me. Sono il tipo che può costruire un intero post sul fatto che è entrato in un Caffè. Ma non dirò che sono entrato in un Caffè, ma che sono entrato in un Caffè e ho fatto Splash!.

Perché questo è  il modo in cui io vedo la realtà: cioè io realmente quando entro in un Caffè penso Ehi, ho fatto Splash!.


A scanso di equivoci, so anche essere normale. Non penso cose deliranti tutto il giorno. Va bene che la stramberia oggi è cool, ma a tutto c’è un limite.


Anche se forse è passata di moda. Oggi è figo dire di avere l’ansia. Da ansioso chiedo: cosa ha di bello l’ansia? Perché forse non l’ho mai guardata con occhi giusti.


Non racconto proprio tutto tutto. Ad esempio, non scrivo di quante volte mi metto le dita nel naso al giorno.


E Dita von Teese le metterà le dita nel naso? Quindi sarebbe dita al quadrato (le dita di Dita)?


Non per pudore (non avrei problemi a dirvelo se me lo ricordassi), ma perché rientra in quelle cose di poco interesse perché facciamo tutti ma che fingiamo di ignorare. Un po’ come voi donne fingete di ignorare le cose ignobili che fanno i vostri uomini.


Sapete a che mi riferisco. Tipo che stanno sempre a grattarsi tra le gambe. Che io ho una mia teoria: non è per scarsa igiene (spero) o per indumenti scomodi (la grattata non va confusa con la sistematina, dovuta al fatto che le cose spesso non stanno ferme e, un po’ come un politico trasformista, possono passare da destra a sinistra al centro con facilità). È semplicemente come per gli animali che si strusciano sulle cose per spandere il proprio odore. Secondo me grattarsi lì sotto serve a liberare degli ormoni nell’aria. Tant’è che dopo l’uomo si annusa la mano, con vivo compiacimento.


A prescindere da quel che racconto, non vi sto comunque dicendo nulla.
È come mostrare una fotografia che mi ritrae a cavalluccio su un dondolo. Non è che la fotografia dopo non sarà più mia una volta che qualcuno l’ha vista oppure che qualcuno possa ricavare un’idea di me aderente alla realtà soltanto per quella foto. Lo stesso dicasi per il condividere un’idea, un pensiero, un ricordo o un’esperienza.

Lasciare tracce di sè è come distribuire delle molliche agli uccelli. Potrà il piccione ricostruire la forma del pane dalla singola briciola che ha ingerito? Tanto di becco se ci riesce, portatemelo questo volatile che poi mi ci scatto un selfie perchè oggi se non mi scatto non esisto.

Tutto questo preambolo (la conclusione sarà molto più breve, garantisco) è per dire che se questo vale per un blog, varrà anche per la vita reale. Le persone possono realmente conoscersi l’una con l’altra?

Ogni giorno interagiamo in contesti diversi e con persone diverse.
Il mio me stesso al lavoro, il mio me stesso a casa, il mio me stesso col partner, il mio me stesso in fila alla posta. Tutti questi noi stessi che lasciamo in giro come peli di gatto siamo noi stessi?

Vorrei conoscere il vostro pensiero.


Minchia, come ti è venuto questo pippone?
Semplicemente parlando di tentacle porn giapponese con la CR.
Dopo mi son chiesto che cosa poi potesse pensare lei: che sono uno dedito alla visione di tentacle porn? Avrò fatto una faccia sufficientemente disgustata mentre lei cercava esempi su Google immagini per dissuaderla dal pensare una cosa simile?
E poi ho pensato: me ne importa realmente qualcosa dell’immagine che possa formarsi in lei di me?


Siamo finiti a parlare di ciò discutendo di come i giapponesi siano repressi sessualmente ma, in contrasto, grandi pervertiti e dove l’industria del porno è sviluppatissima.
Un esempio è avere sviluppato tutto un filone pornografico sul porno coi tentacoli, partendo come fonte ispiratrice dalla famosa stampa di Hokusai Dream of the Fisherman’s wife.

Lei si è mostrata molto interessata e ha subito voluto cercare su internet esempi.


Siamo finiti a parlare di sessualità giapponese parlando di convenzioni sociali e morale pubblica, facendo considerazioni su come all’estero ti guardino male per determinate azioni, tipo non stare dal lato giusto della scala mobile ecc.


Non è che.


Questo post non ha un titolo umoristico con i soliti giochi di parole perché mi sento malinconico. Quindi è da intendersi Non è che ci sia un errore, il titolo è proprio così.


Sono tornato a Kerepesi questa volta volontariamente, deciso a scattare delle brutte foto dall’andamento sbilenco.


Il Kerepesi è un vecchio cimitero di Budapest, risalente a metà dell’800.


Ho questa brutta piega che mi porta a rendere storta qualunque cosa, una linea tracciata a mano libera – o anche ammanettata, una foto, una curva disegnata con l’auto e cancellata dalle gomme, una scritta su un quaderno senza margini di miglioramento.

Mi manca artisticamente il senso della profondità e qualche volta infatti sarò stato invero superficiale.

Superficiale come quella volta che non capii che mi stavi comunicando un disagio e io da 2000 km mi feci piccolo piccolo agli occhi tuoi credendo di ergermi a grande.


È facile rendersi uomini piccoli in maniera inversamente proporzionale all’apparenza di grandiosità che ci si vuol dare, come una puntata di Tom & Jerry in cui Tom beve una pozione per diventare mostruosamente grosso ma più voleva esser grosso più lui diventa microscopico.


Ho sempre odiato Tom & Jerry e mi sono sempre chiesto perché nell’iconografia del fumetto e dell’animazione i topi debbano essere invece simpatici ed eroici. Sono giunto alla conclusione che deve esistere una lobby del roditore che vuole inculcare l’idea che un topo possa risultare gradevole.


Di nuovo mentre passeggio senza uno scopo e senza una scopa per spazzarmi via i pensieri mi arrivano dei flashback. E allora per distrarmi ho cercato il gatto che avevo visto l’altra volta, ma non c’era, perché i gatti sono così, spariscono quando li cerchi e non sai dove vadano.

Ho incrociato un paio di persone durante il mio girovagare: uno che sembrava un tedesco e l’altro che pareva un allevatore di pecore e dall’incrocio è venuto fuori Rex. Oppure Ratzinger.

Ho osservato le lapidi e i monumenti funebri fino a che qualcosa non mi ha chiamato a sé. Era l’uomo di questa statua, parte di un monumento, minaccioso e pronto ad assestarmi una crociata sulla testa per i miei peccati.


Una crociata è un colpo di croce.


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Ho atteso il colpo per lungo tempo, forse un minuto o anche un minuto e una pannocchia, ma non è accaduto nulla. Deluso, mi sono messo alla ricerca degli angeli. Ne ho volevo qualcuno inquietante che mi ricordasse una puntata del Doctor Who:

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Nell’universo del Dottore, gli angeli di pietra sono alieni che hanno l’apparenza di statue fin tanto che li si osserva. Appena si distoglie lo sguardo prendono vita.


Nel cimitero ci sono delle tombe perse tra gli alberi, completamente avvolte dall’edera. Sono lì da chissà quanti anni e discendenti che le visitano non ce ne saranno più.

Non so se sia giusto che giacciano così abbandonate, senza manutenzione e pulizia.

Ma questa è una città spartana.


L’uso dell’aggettivo spartano per indicare qualcosa di rozzo, privo di eleganza e fronzoli, è in realtà errato. A Sparta erano colti e raffinati, ma l’immagine austera e severa è frutto della propaganda della lobby ateniese.


Eppur mi chiedo, se qualcuno un giorno vorrà cercare quei resti in che modo potrà identificarli? Forse tu, tra plebei tumuli, guardi vagolando ecc ecc?

Sono andato via mentre il cielo si rendeva cupo, facendosi Foscolo.

Non è che a forza di smanettare diventi cieco

Stanotte ho sognato di trovarmi a Stoccolma o quantomeno avevo la sensazione di esserci.

In realtà ero in un ambiente chiuso che non aveva niente di Stoccolma, ma non essendo mai stato a Stoccolma non ho idea di come possa essere un tipico ambiente chiuso di quella città, quindi fino a prova contraria nel sogno io ero convinto di essere a Stoccolma.

So perché ho avuto questa sequenza onirica.
Nel pomeriggio avevo trovato un volo per la Svezia, Malmö per la precisione, a poco più di 40 euro. È anche a uno sputo da Copenaghen, volendo.

Non ho intenzione di andare in Svezia né in Danimarca, quantomeno a breve.
Tempo e denaro remano contro e quel poco che ho se ne andrà questo w/e perché devo rientrare in Terra Stantìa da venerdì a domenica.

A volte quindi faccio questo gioco di controllare voli su Skyscanner a tempo perso. Imposto la mia località di partenza e poi seleziono come destinazione Ovunque, per le date più convenienti.

Escono fuori risultati interessanti. Con 30/50 euro da qui a una settimana vai dall’altra parte dell’Europa. È bello pensare che puoi volare dove ti pare come se stessi prendendo un intercity Napoli – Roma. Sarebbe forse il caso di approfittarne per viaggiare prima che chiudano definitivamente tutte le frontiere alla libera circolazione o che decidano che portare la barba sia procurato allarme.

Programmare viaggi da non fare è come guardare vetrine di negozi in cui non entreresti. L’importante è non diventarne dipendenti.

Spero che il mio lavoro nei prossimi anni mi porti a espandere sempre più il mio raggio d’azione. Mentre i miei coetanei – o anche i più giovani – progettano viaggi di nozze, io ci vado a nozze col poter viaggiare.


NOTA AL POST CHE IN REALTÀ AVREBBE DOVUTO ESSERE IL VERO POST
Quando mi trovai a parlare di Skyscanner a due amici, raccontando di come mi ero programmato le vacanze, loro mi ascoltavano come se stessi rivelando un segreto di Fatima. E mi chiesero “Ma dove li trovi sempre tutti questi siti?”. “Su Google” è la risposta ovvia. A parte che certi portali sono abbastanza popolari, ma questo non lo dissi perché è come quando ascolti un nuovo gruppo e lo racconti a qualcuno e quello ti risponde “Wa, li ascoltavo tre mesi fa!”. E non è bello.

Io vado sempre in difficoltà di fronte domande simili perché sento di deludere le attese. Gli altri si aspettano che ci sia una momento fondativo, una data simbolo in cui io, novello Colombo (non il tenente), navigando in rete abbia scoperto il fantastico sito grazie a qualche straordinario artificio e una botta di culo.

Restano sempre delusi quando rispondo che semplicemente “li trovo” e li uso come se li avessi sempre usati, perché mi sembra un atto normale trovare altre cose su Google oltre a materiale anatomico/ginecologico per l’intrattenimento della solitudine maschile.
“Com’è che io non li trovo?” è la domanda successiva che mi pongono.

Come si suol dire, in un paese di ciechi chi ha un occhio fa il sindaco. Ci sono persone quindi poco pratiche di internet che pensano che io sia il Re di Smanettonia Informatica soltanto perché magari so svuotare una cache. Che io manco so se una cache si svuoti nell’indifferenziato se visiti siti misti o nell’umido se vai solo sui siti porno.

Il problema è che so appunto fare soltanto quello. La grande virtù dell’ignorante sapiente, però, come ho raccontato altre volte, è fingere di sapere tanto con poco. Quindi per non deludere più le persone che mi fanno domande, d’ora in avanti mi inventerò qualche risposta stravagante del tipo “Sono amico di quello che fabbrica l’internet, ogni tanto mi passa sottobanco qualche scarto di produzione”.


NOTA DELLA NOTA CHE AVREBBE DOVUTO RAPPRESENTARE IL POST
Sono stronzo e saccente ma il ruolo dell’ignorante sapiente lo esige.