Non è che il meccanico stanco chieda il cambio

Tutto ha una fine.

Soltanto che non si pensa mai che arrivi.

Ho fatto un giro molto largo per tornare a casa. Sapevo che quando mi sarei fermato non ci saremmo più rivisti.

Sei stata la prima.

Abbiamo tanti ricordi insieme. Eppur la prima cosa che mi viene in mente è il sesso. Sono banale, lo so. Sedili posteriori. Sedili anteriori. Veloce (spesso), lento (talvolta).

Mi ricordo quella volta che, sul più bello, ti macchiasti di sangue. Succede, a volte si divertono a presentarsi non annunciate né invitate.

Tornai a casa col timore d’incrociare una volante: sai che buffo farsi vedere con delle macchie di sangue sui vestiti a mezzanotte lungo una statale buia e isolata?

Mi hai visto allegro. Mi hai visto triste. Mi hai visto né allegro né triste. Mi hai sentito dire cose indicibili che varrebbero il bando da tutte le religioni passate e presenti. Mi hai sentito fare discorsi personali che non ho fatto e non farei a nessuno.

Mi hai visto quando non vedevo l’ora di tornare a casa. Mi hai visto quando a casa non ci volevo tornare. E tu mi ci hai riportato.

Mi hai sentito cantare. Male.

Non ricordo la prima canzone che t’ho fatto sentire. Ricordo però di aver messo spesso questa qui quando mi comprai un lettore con altoparlante – uno degli acquisti più inutili mai fatti perché da lì a poco tutti i telefoni avrebbero avuto capacità e qualità per riprodurre musica. La mancanza dello stereo è sempre stata una grande disdetta, sorvoliamo:

 

Ho gusti migliori, eh, lo sai.

Però questa mi divertiva. Mi dava una certa carica. E poi sai che ho orecchio per il giapponese.

Ed è su questa canzone che ho deciso di far nascere Gintoki, qui.

E adesso tutto questo, tutti i ricordi insieme, dovrei farli piccoli piccoli e metterli in un taschino per portarli a un’altra? Assurdo. Mi fa strano. Mi fa triste.

È davvero brutto rottamare la propria prima auto. Grazie per tutti questi anni:

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Non è che l’iracondo nel deserto tema le tempeste di rabbia

Tempo fa avevo cercato notorietà nel campo del giornalismo intervistando un tunnel.

Stupito che qualche grande testata non mi avesse poi contattato, ho lavorato questi mesi per riuscire a realizzare un grande colpo intervistando un personaggio famoso ma molto schivo. E oggi posso finalmente pubblicare l’intervista che mi ha rilasciato niente di meno che l’Odio in persona.

Spero che sia un’intervista abbastanza odiosa perché vorrà dire che avrò fatto bene il mio lavoro.

G: Devo dire che sono un po’ sorpreso. Non vorrei sembrarle impertinente, ma mi avevano descritto lei come molto brutto e spaventoso. Invece davanti a me trovo una persona elegante, di bell’aspetto, dal fisico atletico. Sono colpito.
O: Mio caro, chi sarebbe più vicino a provocarle rodimenti d’invidia? Un vecchio decrepito tristo e allampanato o un novello Adone modello di vigore giovanile che le ricorda quanto il suo di fisico invece lasci molto a desiderare?
G: Beh il secondo senza dubbio.
O: Per l’appunto. Mi compiaccio di prendermi cura di me per fomentar odio.
G: Veniamo appunto all’odio che circola in società. Credo siano bei tempi per lei, con tutto il livore che circola tra noi, o sbaglio?
O: Le dirò – e la prego di concedermi un po’ di credito di saggezza mentre lo faccio – che questa storia che viviamo in tempi di odio è per l’appunto una storia, una favola per marmocchi, una fanfaluca, una panzana insomma, che vi siete creati voi radical chic per giustificare i vostri panetti di tofu e le vostre foto dei gattini. La realtà – e se mi è rimasto ancor del credito da consumare la prego di lasciarmelo per questo picciolo investimento di saggezza fondamento dell’insegnamento che le sto impartendo – è che viviamo nell’epoca dell’odio di facile consumo, un odio fast fudus direste voialtri, che arde e si spegne nel tempo di un cerino acceso per avviare il tabacco d’una pipa. Il volgo si infiamma per due bustine di plastica ma tempo due giorni volge la sua indignazione ad altro. E io non posso correr dietro a tutte queste minutaglie – dal valore nutrizionale di una galletta di segale – come un bracco che trascorre le proprie giornate saltando dall’inseguimento di una carrozza a un’altra.
G: Quindi secondo lei c’è poco odio di questi tempi?
O: Au contraire, ne circola molto ma di fattura grossolana, di valore risibile. È parcellizzato. Viviamo in uno scontro continuato tra volgari tribù che si aggregano e si disaggregano intorno a valori fluidi e tale moto perpetuo rende il mio operato molto più dispersivo. Ma essendo io in rapporto privilegiato con quella nobildonna che chiamano Fortuna, posso dirle che ho avuto buon gioco e sorte da quando ho avuto l’idea di avere dalla mia una Boldrini.
G: Scusi, in che senso?
O: Credevo ragazzo mio che lei fosse più sagace e meno sprovveduto e non fosse a digiuno di informazioni basilari come il fatto che la Boldrini l’abbia creata io. Nel moto perpetuo di confusione generale giova al mio operato qualcuno che raccolga un po’ di odio come un imbuto che lo travasa in una botticella e piuttosto che assumere qualcuno a bottega – coi tempi che corrono capirà occorre esser diffidenti – e doverlo anche pagare preferisco produrmelo da solo. Certo non sempre la ciambella riesce col buco e dal buco si cava un ragno, come quando ebbi l’idea di crearmi uno Sgarbi. Pensavo sarebbe stato soggetto ideale e congeniale invece ho scoperto che personaggi di natura tanto aggressiva e bipolare non attiran odio come i Boldrini oggi ma riscuotono invece il favore del pubblico. Va’ a capire come nelle vostre testoline in che senso girino le rotelle ma io do alla moda dell’odio ciò di che abbisogna.
G: Ma come crea questi personaggi?
O: Seguo Mastro Geppetto.
G: Cioè?
O: Lui si assicurò un discendente con una sega. Ah ah ah! Vede, so anche cimentarmi nel motteggio.
G: Andiamo avanti. Lei non ha ogni tanto dei ripensamenti? Non si sente in colpa per ciò che fa?
O: Affé mia non saprei di che colpa farmi carico ma se esiste una corte autorevole in grado di giudicare mi sia notificato seduta stante da cosa io dovrei esser chiamato a difendermi siccome lo ignoro. Giacché io svolgo una funzione sociale, senza qualcuno o qualcosa da odiare come fareste a trovar forza per aprir gli occhi al mattino? Immagini svegliarsi e non poter puntare il dito contro niente e nessuno per trovar distrazione dalla nullità congenita che lei rappresenta. Che altro le resterebbe se non rivolger alla sua testa un’arma – avendo cura di mirar dritto per non spirare dopo faticosa agonia come il Werther – e tirar il grilletto per un colpo risolutivo? Sarebbe l’estinzione della razza umana per suicidio di massa. Dal mio punto di vista, invece, più umani, più lavoro. Assolutamente pro life, la vita è una cosa sacra.
G: Adesso parla come un cattolico…
O: Senza falsa modestia, le religioni sono la mia più grande invenzione. Perfezionarle ha richiesto tempo come un artigiano del legno che lavora di lima per sgrezzar dalle scaglie, ma sono soddisfatto del lavoro svolto. Il monoteismo è stata un’intuizione spettacolare. A volte mi domando perché io non ci abbia pensato sin da subito.
G: Scusi ma non capisco. Le religioni veicolano messaggi di amore, lei è l’Odio. Cosa fa, va contro i suoi interessi?
O: I migliori a odiare sono quelli che predicano amore. E mi sembra che abbiano svolto il loro lavoro in modo egregio. Devo comunque, per non esser superato dai tempi che corrono – e chissà dove corrono – pensare a qualcosa di nuovo.
G: Ha già qualche progetto per il futuro?
O: Pensavo di acquistare la Apple. Credo non sia lontano il realizzarsi di uno dei mondi più abietti che possa esserci e cioè quello in cui l’aver letto – o quantomeno conservare nel cassetto del comodino giacché non leggete più – la biografia di Steve Jobs possa far differenza tra l’aver salva la vita e perderla in una guerra di religione.
G: A proposito di lavori – ah ah faccio anche io battute, visto? -, lei come si rilassa dal suo?
O: Nel tempo libero mi diletto impiegandomi come commercialista. Non sa che piacere dir alla gente che deve pagare. L’Agenzia delle Entrate è un’altra creazione di cui vado fiero.
G: Mi sembra di capire che le piaccia molto crear cose per dar fastidio.
O: Sa, quando si è dotati di vivace intelligenza e guizzo creativo come me è una cosa normale. Reco con me sempre la valigia col campionario – a volte mi scambiano per un commesso viaggiatore -: suocere, ausiliari del traffico, solleciti di pagamento, malesseri femminei…tutte mie invenzioni. Gradirebbe dei crampi da mestruo un’ora prima di un appuntamento? Sono gratis.
G: Scusi, ma io sarei un uomo…
O: Per l’appunto. L’inconveniente ovarico è destinato alla povera giovinetta con cui ha fissato l’incontro. Quest’ultima avrà da lanciar Madonne per i dolori mentre lei, mio caro, nel suo limitato cervellino di cinghiale da copula, le lancerà per una serata andata in fumo una volta tanto che si era concesso il lusso di mondarsi il corpo con un salutare lavacro altresì noto come doccia.
G: Ma lei sa che è proprio antipatico?
O: Oh, non mi aduli, la prego.

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Non è che fare protesi dentarie non convenga perché sono lavori per-denti

Uno degli effetti collaterali – se vogliamo definirlo così – del tornare a casa è il rapportarsi di nuovo con i propri connazionali.

Non che io in Ungheria non lo faccia, anzi frequento soltanto italiani.
Si tratta, però, in genere, di frequentazioni volontarie e selezionate.

Tornare in patria invece reintroduce l’interazione occasionale e, in certi casi, obbligata. Nel senso che non vi si può sfuggire.

Capita così che, sull’aereo che mi riportava a Napoli dopo uno scalo a Roma, il mio vicino di posto fosse alquanto ciarliero.

Anche troppo.

Dopo alcuni convenevoli e commenti sul viaggio, da me incentivati in quanto tendo sempre a fornire un’impressione di me rispettabile e affabile, ha iniziato a raccontarmi la propria vita.

Lì è stato chiaro che quest’uomo, un odontotecnico napoletano ma trapiantato da vent’anni ad Alicante dove ha messo su famiglia, avesse un disperato bisogno di parlare.

Non fin quando mi ha parlato del clima di Alicante, secco e meno umido del nostro (che gli causava invece cefalee e sinusiti).
Non fin quando mi ha raccontato dei suoi ricordi d’infanzia.
Non fin quando mi ha raccontato di quanto i suoi figli siano svegli con computer e tablet.

Ma quando ha iniziato a parlar dell’odontotecnica.

Vedevo che durante questo discorso iniziava a infervorarsi. Sudava, tanto era preso dall’argomento, si sporgeva verso di me e si vedeva che il bracciolo gli era d’intralcio. Lui ormai era un fiume in piena e quella diga lo costringeva.

A un certo punto ho smesso anche di inserire intercalari come , Certo, Capisco, tanto lui andava avanti in automatico.

Mi limitavo ad annuire col capo, anche se in realtà erano colpi di sonno che mi sorprendevano.

Sono rimasto toccato quando lui, con un po’ di amaro in bocca e un principio di alitosi, ha parlato dei progressi dell’odontotecnica, che fa ormai uso di stampanti 3D e computer, laddove lui e pochi altri sono ancora degli artigiani che lavorano a mano, come residui di epoche passate. Degli odontosauri.

È lì, infine, forse ho colto il disperato bisogno di costui di raccontare del proprio campo, del mondo della protesi dentaria, di lasciare una testimonianza di sé, di…e poi siamo atterrati e la gioia è stata tale in me che ho smesso di seguirlo.

Alla fine si è scusato per la sua prolissità e verbosità, giustificandosi dicendo Sono poche le persone con cui parlare e che ascoltano…, certo, avrei aggiunto io, soprattutto se sono bloccate su un aereo dal lato del finestrino.

Sono però giunto alla conclusione che tutto ciò sia vero.

Viviamo in un’epoca di overdose comunicativa dove nessuno ascolta, in realtà.

È come avere più gente che scrive che gente che legge.
Più dj che frequentatori di locali.
Più musicisti che pubblico.

Le persone vivono in una solitudine comunicativa autoreferenziale.
Non so cosa voglia dire ma mi sembra abbia senso.

E allora, forse, la mia propensione all’ascolto è una merce rara.

Dunque io decido da oggi di metter a disposizione questo mio dono.
Parlate: io vi ascolterò.

A pagamento, con tariffa oraria a scatti di quarti d’ora.

No ore pasti e sonno, no volgarità, no politica, no religione. Tenere lontano dalla portata dei bambini.

No odontotecnici.

Non è che tu possa giudicare un catalogo di lenzuola dalla copertina

I libri di Coelho sono citazionistici: se ne può espungere un pezzo a caso e si otterrà sempre un aforisma valido per ogni occasione. Del resto la tematica è più o meno sempre la stessa: l’impossibile è solo possibile con un altro nome, quando si chiude una porta si apre un portone, l’infelice è solo un felice che non sa come essere felice e via dicendo.

Un libro del summenzionato, dato in pasto a generazioni di giovani donne che vivono con un romanzo a lustro e che lo eleggono a Bibbia personale, è causa di tedio e ambascia per l’umanità un po’ come le citazioni a cazzo di Alda Merini.

Ma tutto ciò io un tempo lo ignoravo. Era molti anni fa, il poo popopo po poo era solo una canzone appena uscita dei White Stripes.

Conobbi una ragazza che mi intrigò. Saranno stati i suoi magnifici occhi marroni pensosi. O forse la sua terza piena. Di silicone.


Non è una illazione. A 18 anni le fu regalato un impianto mammellare nuovo.


Le piaceva Coelho. Io me ne interessai, perché mi piace sempre allargare i miei orizzonti prendendo in considerazione cose che non avevo considerato sino a quel momento.


Dimenticando che se non le considero di proposito forse è perché ce ne sarà un motivo.


E anche per avere un argomento di conversazione.
Le altre opzioni tra i suoi interessi erano la religione wicca e i videogiochi di ruolo online.

Ho sempre avuto un rapporto molto pragmatico con qualsiasi religione, insomma, ognuno crede di essere il migliore, ma cosa fate per essere i migliori?-mi domando. Almeno offritemi qualcosa per convincermi, se mi volete come cliente. Quindi evito sempre l’argomento.

Dei giochi di ruolo online invece mi annoia eliminare 100 volte lo stesso mostro imbecille che si fa uccidere 100 volte senza imparare, per aumentare di livello e…ottenere una beneamata ceppa.

Così mi buttai su Coelho. Una lettura prima di andare a letto bastò per un ebook de L’Alchimista e la sua scrittura elementare (di quinta, direi) era molto scorrevole.

Sfortunatamente, la ragazza non la rividi più.
Il Coelho poi mi fu però utile con un’altra ragazza che conobbi dopo, stesso genere maestri di vitacitazioni a cazzo.

Promisi comunque a me stesso che non mi sarei più interessato a letture che non mi interessavano.

Sfortunatamente (ancora), ci ricascai.
Questa volta toccò a un altro scrittore che o si ama o si odia. Che sa tanto di frase fatta, in realtà ci sono anche scrittori che tu li vedi e sei un po’ così così però alla fine va bene, come quando non c’è nulla di pronto e potendo scegliere tu ordineresti una pizza, ma ti fai andare bene le melenzane grigliate trovate in frigo.

Baricco io invece non riesco a sopportarlo. Non so se è perché trovo il suo modo di scrivere onanistico o perché in realtà non odio lui ma il suo pubblico, fatto dei programmi di Fabio Fazio, dei film di Sorrentino, magari anche un Ligabue e anzi alle volte sono comunista ma non mi sono sempre interessato (cit.).

In ogni caso lo lessi perché piaceva a una mia ex. E avrei dovuto capire che quella era la punta dell’iceberg, fatta di tutte le cose che ho testé citato.

Un paio di anni fa, invece, avvenne un episodio divertente.

Era il 24 dicembre e mi fiondai in libreria per un regalo last minute. Tra libri, dvd, cd, matite colorate di legno, legnetti colorati di matita e colori matitati legnosi, insomma tutte quelle cazzate rubasoldi che vendono nelle librerie, scelsi un libro di Baricco per andare sul sicuro (il solito discorso Leggo un libro all’anno e solo Baricco).

Incrociai un conoscente, trafelato, nervoso e bestemmiante perché stava mettendo insieme anche lui dei regali last minute.

– Regali, eh?
Dissi, sfoderando il mio Capitan Ovvio d’occasione.

Il conoscente rispose scuotendo la testa in segno di sconforto. E con una bestemmia.

– Io ho dovuto comprare un libro di Baricco.
Aggiunsi.

Lui allora mi fissò negli occhi, mi mise una mano sulla spalla e disse:
– Hai avuto un Natale peggiore del mio.

Non è che ti serva un mazzo di carte per fare il solitario

Ogni qual volta mi dedico a una qualche attività in solitaria – onanismo escluso dal discorso – , c’è qualcuno che mi chiede

– Ma da solo?
– Come, da solo?
– Così, da solo?

Come se fosse così inusitato.

Mettiamo anche il caso che volessi coinvolgere qualcuno, ma nessuno fosse disponibile: dovrei rinunciare a una cosa che vorrei fare per non farla da solo?

Fare cose in compagnia, anche a tutti i costi, è sopravvalutato.

Beninteso, è bello condividere attività.
Scambiarsi un parere su quello che si sta vedendo, divertirsi e vedere che anche gli altri si stanno divertendo, avere qualcuno cui rifilare lo zaino prima di andare al bagno e puntualmente non trovarlo perché per fare il simpatico l’ha gettato in un cassonetto…Non c’è dubbio su questo.

Ma lo stupore di fronte al passar del tempo da soli non lo comprendo.

In contraddizione con quanto detto sinora, va detto che anche fare cose da soli è sopravvalutato.
E chi ne fa uno status ha un po’ rotto il Casio, come disse l’orologiaio.

Leggo sempre più spesso (tipo sui blog di Fuffington Post Italia e altri portali per chi vuol far credere che non accede a internet solo per i porno e le serie tv ma non ha voglia di impegnarsi molto a leggere) testimonianze di chi rivendica indipendenza come se fosse una nuova religione di vita di cui alcuni non hanno capito la vera essenza. Perché fare cose da soli rafforzerebbe l’autostima, aprirebbe la mente e allargherebbe gli orizzonti.


Possibile, anzi probabile.
A patto che l’autostima di partenza non sia 0 (zero), perché moltiplicare qualcosa per 0 sempre 0 dà come risultato.


Ed è buona cosa aprire la mente, purché all’interno ci sia poi qualcosa di rilevante, altrimenti è meglio tenerla chiusa.


Credo allora che invece valga anche la pena condividere.
Come quando ti sembra di vedere un UFO volteggiare in cielo e ti giri e vorresti dire “Ehi ma lo vedi anche tu?” ma non c’è nessuno e ti rammarichi di ciò.

Tutta un’altra cosa invece la soddisfazione di essere presi per il culo dal 2004 al 2006 per aver visto un oggetto volante non identificato sopra Piazza S. Giovanni a Roma durante il Primo Maggio.

Ed è proprio per questo episodio che cominciai quindi a muovermi da solo.


Per la cronaca, l’UFO si rivelò essere un palloncino volato in cielo e poi esploso.


Questo è quel che vogliono farci credere, CONDIVIDI! se hai mai avuto un palloncino.


Non è che dei pareri sulla sessualità siano l’opinione pubica

Un caro amico mi scrive e mi chiede: “Io non capisco questa necessità dei gay di fare outing o anche le giornate dell’orgoglio gay. Come se io mi svegliassi una mattina col bisogno di gridare ‘Mi piace la figa!’. Sarebbe normale? No!”.


In realtà non è vero, non è un caro amico e non mi ha scritto, è una figura mitologica che racchiude tutti coloro, vicini e lontani, dai quali ho sentito questa obiezione da che io ne ho memoria sino a stasera.


Ma, caro amico, se tu mi avessi scritto mi troverei a risponderti che convengo con te. Non mi sono mai svegliato al mattino col grosso bisogno di dichiarare il mio amor per “L’origine del mondo”. Tutt’al più mi son svegliato col bisogno grosso, ma è un altro discorso.

Anche volendo poi non potrei rilasciar dichiarazioni. Perché al mattino ci metto un po’ a carburare e tutto ciò che riuscirei a esprimere sarebbero suoni sconnessi che all’orecchio umano sembrerebbero un misto tra grugniti suini, brontolii da orso e un Klingon che ordina un caffè macchiato.

Però, caro amico, mi son trovato nella vita a fare confessioni dopo che era un bel pezzo che tentavo di seppellirle e che tornavano sempre su. Come quando mangi dei peperoni.

A 18 anni mi iscrissi a una fuckoltà che non faceva per me. Ma questo non lo sapevo, me ne resi conto dopo. E nonostante i miei tentativi, non riuscivo ad andare avanti. Per lo sconforto cominciai a non uscire di casa e non vedere gente. Ero stanco di sentirmi chiedere come andasse e dover mentire perché non volevo ammettere di fronte agli altri di aver sbagliato. Mi cercai un lavoretto perché mi pesava anche dipendere dai genitori. Ma è una cosa difficile da tener nascosta. Insomma, alla fine vuotai il sacco con parenti e amici perché non ne potevo più.

Caro amico, non è la stessa cosa, me ne rendo conto, ma vorrei ti soffermassi sul principio.

La faccio più facile e fornisco un altro esempio.

Io e la religione sono diversi anni che non abbiamo rapporti. Almeno non consenzienti, poi ogni tanto la religione ci prova sempre con me, in maniera un po’ brutale. La religione non ti bacia nemmeno, vuole soltanto la tua anima!

Sia come sia, son fatti miei e non sento l’esigenza di parlarne.

O forse è solo per evitare noiosi battibecchi e astruse reazioni?

Molte persone reagiscono guardandoti come se davanti a loro ti stessi mettendo un dito nel naso dopo averlo in precedenza infilato nel sedere.

Una donna invece una volta mi disse che io avevo il diavolo dentro. No, è solo il burrito messicano che sta facendo effetto, replicai.

A volte poi ti chiedono “Ma è Pasqua, non sei andato in chiesa nemmeno oggi?”.
Cavolo era oggi Pasqua? Mannaggia, pensavo che fosse di lunedì, debbo cambiare calendario.

C’è chi prova a convincerti/convincersi che in realtà tu non sia veramente così, allora ti invita a qualche incontro galante:

– Allora domani ti passo a prendere, andiamo alla missione a fare volontariato, poi magari resti lì ascolti Don Xyz cosa dice…

Ed è lì che risiede il problema. È come incontrare un assicuratore, vorrà per forza farti una polizza furto incendio sulla moto. Che non possiedi.

Va bene, neanche questa è la stessa cosa ma un pochino ci stiamo avvicinando, credo.

Certo, se esco con una ragazza o sono in un gruppo posso celare le mie idee senza problemi. Non è che tutti i giorni mi sia richiesta una attestazione di fede, che sia politica, religiosa, sportiva o alimentare.

Credo ci siano invece cose che tener nascoste sia più difficile e logorante.

Caro amico, allora penso che se non ci alziamo al mattino con la voglia di affacciarci alla finestra per dichiarare il nostro amor alle labia majora e minora è perché nessuno ci rompe le palle per questo. Forse ce le rompe quando pensano che ci piaccia troppo poco. In ogni caso, nessuno ci considera poco normali e profonde immensi sforzi  per convincer gli altri che sia anormale. Che se si potesse convertire tale impegno negativo in energia elettrica penso potremmo tagliare i costi della bolletta.

Caro amico, dici che non è vero, che in tv ci sono tanti omosessuali che fan le macchiette ben inseriti come se fosse normale?

Caro amico, se basi i tuoi parametri della società su quel che vedi in televisione, allora forse sei tu a non essere normale. Tranquillo però, ti accettiamo così come sei.

Non è che puoi menar il can per l’aia: al massimo ti dirà “bau”*


* Per una volta prendo un titolo in prestito, in questo caso è citazione di Corrado Guzzanti.


Ci sono persone che hanno bisogno di certezze nella vita.
Tipo sapere che la Terra stia continuando a girare intorno al Sole, che i Rolling Stones continuino a fare tour o che Leonardo DiCaprio continui a non vincere l’Oscar.

Una di queste certezze è appena crollata.


A scanso di equivoci e per restare fedele all’intento didascalico di questo blog, anche se c’è chi dice che la Terra non gira intorno al Sole (vi rimando a una esauriente letteratura reperibile in rete) io propenderei per considerare la vittoria di DiCaprio come caduta di una certezza.


Il mio personalissimo punto fermo che invece è venuto meno è che Ex² da oggi ha un cane.

La cosa mi tange nella misura in cui il possesso del cane abbia efficacia retroattiva: io sono quindi stato con una persona che, seppur gattara, un giorno avrebbe poi avuto un cane.


In realtà nella sua famiglia che io ricordi ne avevano avuto un altro, ma l’età del possesso effettivo dell’animale per me scatta quando ce ne si occupa direttamente.


Difatti anche quando ero io piccolissimo la mia famiglia ha avuto un cane, salvo poi io essere cresciuto un’intera vita in mezzo ai gatti.


Ciò fa aumentare a 3 le fidanzate che avevano a che fare con i cani. Le altre 2, esclusa quindi Ex², sono state cattive esperienze, imputabili sicuramente al possesso del cane perché io ho una mia teoria secondo la quale gattari e canari non possono stare insieme per differenti visioni di vita.


Ovviamente arriverà qualcuno a smentirmi parlando di felici coppie gattari/canari, gattari/canarinidi, canari/canarinidi e via dicendo. Buon per loro.


Questo episodio, seppur io e lei non stiamo più insieme da 3 anni e un paio di pannocchie, mi turba. È come se i già citati Rolling Stones si sciogliessero: fa niente che non ascolto più qualcosa di loro da 20 anni, mi turba lo stesso.

Una doverosa precisazione è che io non ho nulla contro i cani.


Seppur di vecchia concezione, l’atto di mettere le mani avanti oggi gode ancor più di maggior impulso, in un’epoca contrassegnata da scontri di valori su diverse materie: umanità, religione, sessualità e via dicendo. Premettendo di non avere nulla contro qualcosa si sgombra il campo dall’accusa di essere intolleranti, seppur poi inserendo nella successiva subordinata un’affermazione inconfutabilmente intollerante.


Escluso da questa regola resta in modo ignobile il cibo, sul quale si possono apertamente dichiarare intolleranze o lanciare accuse di perniciosità per la salute.


Ricordiamoci però sempre che la prima causa di morte resta la vita stessa. Soltanto dopo viene tutto il resto.


Ho conosciuto cani simpatici.

Sono i padroni a volte a essere idioti.

Avere un cane non ti rende idiota, ci mancherebbe. Ma così come, ad esempio, un’automobile non ti rende idiota ma esistono idioti che esplicitano la propria idiozia con l’automobile (il tipo con gli abbaglianti che ti acceca dallo specchietto, per dire), ci sono idioti che estrinsecano idiozia col cane.

Mi riferisco a quello che porta in giro senza guinzaglio in pubblico un cane della grandezza di un puledro, probabilmente per mostrare al mondo la propria potenza di essere umano capace di esercitare un biblico controllo e dominio sulle bestie.

Oppure la sciura che, con la sua bella bustina, raccoglie le deiezioni del proprio cane per poi gettare il tutto nella prima aiuola che trova, forse pensando che l’utilità del sacchetto sia appunto quella di confezionare, a mo’ di pacco regalo, il prodotto del proprio animale.

Sperando di far cosa gradita, un giorno vorrei farle trovare fuori la porta il contenuto della lettiera dei miei gatti, ovviamente confezionato come neanche una commessa di Lush potrebbe fare.


Dovrò prima però imparare da una commessa di Lush.


Una cosa invece fastidiosa che fanno i cani è quella di annusare tra le gambe.
E l’idea che lo faccia anche con la propria padrona mi dà ancor più fastidio: sarò possessivo, ma non è carino pensare che, mentre stai con una persona, c’è qualcun altro che metta il naso tra le sue zone intime (ginecologo escluso, ovviamente).


Sulla cosa del ginecologo avrei aneddoti su mariti che esigono che le proprie mogli si facciano visitare esclusivamente da medici donna e mogli che vanno da ginecologi maschi di nascosto per tal motivo.


E, no, non si tratta di integralisti religiosi ma di persone di una dichiarata mentalità progressista. A detta loro.


Adesso che so che Ex² ha un cane penso che non avrò mai più possibilità di vederla.

Se volessi chiederle, un giorno che mi trovassi in Italia, di vederci per un caffè e parlare serenamente come qualche volta abbiamo fatto, non potrò fare altro che pensare che potrebbe avere peli di cane addosso, odorare di cane, magari si presenterebbe addirittura con il cane al seguito!

Considerando la vita media di un cane e augurando tutto il meglio all’animale, direi che dovrò aspettare almeno una ventina d’anni circa per incontrarla di nuovo.

Ho il cuore a pezzi: oggigiorno le certezze crollano come le mura di Pompei e non ho manco un commissario straordinario o un sovrintendente da nominare per gestirle affinché cadano in modo commissariato o sovrainteso.


Avete mai fatto caso che in Italia per risolvere un problema basta nominare un commissario straordinario?


Non è che puoi filtrare gli atti impuri

Un pomeriggio al catechismo a noi discepoli stavano parlando di qualcosa come i desideri positivi che una persona esprime alla divinità: Vorrei la pace nel mondo, vorrei cibo per gli affamati e altre cose per vincere Miss Italia.


Non ricordo se stessero presentando l’argomento propri in questi termini parlando di desideri positivi, la mia è una ricostruzione sulla base di vaghi ricordi, il contesto comunque era quello.


Al che io dissi, sottovoce, rivolto a un mio vicino di posto: “Vorrei vincere la lotteria”.

Il vicino di posto, con la simpatia di uno che ti fa gol all’87esimo, rivelò il mio commento alla catechista, che mi redarguì al suon di “Eh no! Questo è consumismo! Di cosa stiamo parlando ora? Di pensieri altruistici”.

– Ma io poi darei il denaro in beneficenza – aggiunsi prontamente per riscattarmi.
Ma nessuno prestò attenzione al mio buon proposito, essendo stato additato come consumista.

A scuola sono sempre stato vittima di spioni, delatori e sicofanti vari. Il più delle volte poi chi mi denunciava non era uno stinco di santo, per rimanere in tema. Ovvio: è il godimento di trascinare gli altri nel fango.


Sicofante. Non è una bella parola? In origine in greco sembra indicasse “Colui che denuncia il contrabbando di fichi nell’Attica”, dato che all’epoca l’esportazione dei fichi era vietata. Ma divenne presto una parola negativa, perché sorse la figura del calunniatore professionista, quello che, dietro compenso, era pronto a giurare e spergiurare.


A scanso di equivoci, io non ho mai contrabbandato fichi fuori dall’Attica o zone limitrofe o altrove.


In quella medesima lezione – o forse era un’altra – ricordo che il delatore chiese cosa si intendesse per “atti impuri”.

Al che la catechista rispose “Tutte quelle coppie che si sbaciucchiano per strada”, sottolineando la cosa con una smorfia di disgusto.  E io pensai che non avevo certo intenzione di commettere atti impuri nella mia vita. Eppure ritenevo inevitabile* che prima o poi io avrei finito con l’avere una compagna e che ci sarebbe potuto scappare uno sbaciucchiamento per strada.


* Eh, quando uno si ritiene destinato a essere un figo.


Ignoravo che per anni questo pericolo non ci sarebbe stato affatto.


Tornai a casa e per distrarmi dal timore di quei futuri atti impuri mi concentrai su dei pensieri sconci riguardanti Elisabetta Ferracini, co-conduttrice di Solletico. Non essendo conscio della esauriente connotazione di un atto impuro, perché la catechista non ci aveva raccontato tutto.


C’erano tante cose che al catechismo non hanno spiegato molto bene* e io mi trovavo in difficoltà essendo ancora nella fase infantile dei perché. Una fase che dura ancor oggi.


* Anche qui non sono però molto sicuro perché potrei essere stato io poco attento alle spiegazioni.


Ho riflettuto su quegli eventi oggi mentre passeggiavo.
C’erano molte coppie per strada. Una di queste mi ha colpito. A parte il loro evidente indugio nell’atto impuro – nella declinazione data dalla catechista – seppur coperti da un ombrello, ho colto un messaggio all’interno della scena.

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Non è evidente? Da un lato la coppia e dall’altro i cannoni da guerra. Mi sembra chiaro cosa significhi.
È un messaggio politico: fate la guerra, non fate l’amore.

Sconvolto da queste dichiarazioni guerrafondaie, mi sono allontanato.

Avvicinandomi da dietro alla torre della Chiesa di S. Maria Maddalena, ho sentito dei rumori. Il suono mi era familiare perché l’avevo sentito altre volte.

Un tipo era impegnato in evoluzioni acrobatiche. Il rumore era quello dello skate che viene girato e rigirato su sé stesso. SCATAC! SCATAC!


Secondo me fa SCATAC, laddove il suono della T è dato dall’asse mentre le C sono le ruote.


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Monumentale il suo ergersi. Anzi, più che monumentale la sua sicumera mi faceva venire in mente Montale: Ah l’uomo che se ne va sicuro, agli altri e a sé stesso amico.


Non è vero che mi faceva venire in mente Montale, l’ho pensato dopo mentre riflettevo su quale minchiata aggiungere come didascalia e poi mi son detto Ehi, citiamo Montale per darci un tono. Solo che sarebbe parso troppo uno spararsi le pose, quindi ho aggiunto questa didascalia per recitare la parte di quello che non si prende sul serio. Quindi tu, lettore, sei stato fregato due volte e questo ti sia d’insegnamento a non fidarti mai di nessuno, anche perché poi ci sarà sempre uno spione pronto a denunciarti.


Mi sono allontanato e ho atteso che ruzzolasse a terra. Cosa che è avvenuta immediatamente poco dopo:
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E questo perché sono una brutta persona.

Se non c’è più religione assumeranno un supplente?

Una vignetta di Natangelo sul suo vecchio prof di religione mi ha ispirato dei ricordi sui miei trascorsi scolastici e i professori di “dottrina” (come ho sentito dire da persone di una certa età).

Ho avuto un solo professore di sesso maschile, che assunse la cattedra per gli ultimi due anni di liceo. Il percorso dalle elementari in su è stato invece accompagnato da maestre e professoresse. Mi sono sempre chiesto se in generale l’insegnante di religione fosse un ruolo più maschile o più femminile, non trovando mai una risposta esauriente.

Il prof del liceo era un insegnante non convenzionale, di quelli che religione la divulgano a modo loro. Preferiva far lezione con gli studenti tutti raccolti attorno la cattedra, chi seduto sul banco, chi in braccio a qualcun altro, chi in piedi. Si dialogava a ruota libera su qualsiasi tema ed era un modo produttivo per impiegare un’ora che altrimenti sarebbe stata sprecata.

Fu un cambiamento di impostazione rispetto alla precedente insegnante, che lasciava dialogare ma non offriva molto spazio a interpretazioni personali. Se la Genesi afferma che l’uomo è stato fatto con la polvere e la donna con una costola – diceva – allora è accaduto tutto letteralmente così e non va considerata come una metafora o un’allegoria.
Ciò che all’epoca mi pento di non averle chiesto è cosa pensasse delle edizioni della Bibbia e dei cambiamenti nel testo che sono stati effettuati di volta in volta dai traduttori: se il libro è la parola letterale di Dio, quale sia il bisogno di modificarla non si comprende. Certo, se la scrittura è opera di Dio forse lo saranno anche le richieste di modifica? È alquanto strano: non è che Umberto Eco dopo aver pubblicato un romanzo telefona di tanto in tanto alla Bompiani per chiedere di cambiare il testo. Ma Eco non è Dio, quindi forse il vantaggio di essere una divinità è quello di poter contattare il proprio editore quando più aggrada.

La professoressa delle medie è stata l’unica tra tutti gli insegnanti di religione che ho avuto a interrogare e distribuire anche voti negativi. Amava le storie dell’Antico Testamento, difatti un giorno mi salvai durante una raffica di interrogazioni a sorpresa raccontando la storia di Esaù e Giacobbe, che ricordavo perché mi aveva colpito per il puzzolente inganno perpetrato da Giacobbe ai danni del padre e del fratello.
Si racconta infatti che Giacobbe, per avere la benedizione del padre morente al posto del fratello, si presentò da lui sotto mentite spoglie. Il vecchio Isacco, cieco, riconosceva i figli al tatto. Esaù era molto peloso, così Giacobbe si ricoprì di pelli di capra – che non credo avessero un buon odore, ma forse non lo aveva neanche il buon Esaù – per ingannare il padre. Mi lasciava sempre perplesso come un uomo potesse essere villoso quanto una capra e mi chiedo cosa ne avrebbe pensato Vittorio Sgarbi a proposito di un tal individuo caprino.

Della maestra delle elementari ricordo la tinta di capelli rosso mogano, sempre la stessa per tutti i 5 anni. Una decina di anni dopo la incontrai per strada e sfoggiava la medesima tinta: non ho mai visto una simile coerenza di stile, encomiabile.
La maestra Pina (così la chiamavano) oltre per il capello, era nota per fare da coordinatrice per le recite scolastiche, soprattutto per ciò che concerneva i cori. In quelle recite ho sempre avuto un ruolo marginale o insignificante. come quella recita di Natale dove a me e altri due tapini fu affidato il compito di fare da intermezzo pubblicitario tra primo e secondo tempo, parodiando uno spot della Melegatti. Avevo imparato a memoria la mia battuta, se non che due giorni prima della recita le maestre la cambiarono. Provammo e riprovammo il nuovo sketch ma sul palco la mia sicumera mi tradì e feci confusione tra le battute, tra l’ilarità del pubblico formato dalle altre classi.
Non era colpa mia se non avevo esperienza di recitazione perché qualcuno aveva voluto così. Non era neanche colpa della maestra Pina che con me fu sempre buona. Una volta mi difese quando, durante le prove del coro che sarebbe stato inserito in una recita, fui sbattuto fuori dall’aula dalla maestra di matematica (che chiamavo “la maestra a quadretti”, mentre la “maestra a righe” era quella di italiano) con l’accusa di aver fatto lo spiritoso e aver cantato urlando.
Resto ancora convinto di essere stato vittima di un errore giudiziario.

Comunque a parte la maestra Pina e il buon samaritano del liceo, spero che le altre due siano andate in pensione e non esercitino più, perché non mi piacevano affatto.

E a pensarci non ho mai amato neanche l’ora di religione, ma questa è un’altra storia.

La signora indossa capi di lino. Ma come: mette vestiti di un maschio?

In allegato: consigli per essere perfetti conversatori

Puntata II della telenovela Io e la mia Pdc (vedasi post precedente).

Innanzitutto ringrazio l’artista trascendentale ysingrinus e il suo tutorial per la postura digitale, che mi ha aiutato ad assumere un’aria di autorevole saccenza.

Come avevo avuto modo di intuire dalle mail e dalla telefonata, PdC è molto esperta nella conversazione ampollosa e retorica, una tecnica in cui mi sto impratichendo anche se il mio scopo non è essere uno specialista ma un duttile giocoliere di qualsiasi tipo di conversazione, da quella con le ricche e aristocratiche signore PdC a quella col black blogger che minchia frate stai tranzollo perché cioè dobbiamo spaccare tutto perché cioè wordpress.

Consiglio I – Occorre elasticità mentale e flessibilità linguistica.

Amabili e ampollose conversazioni nel secolo decimonono

Per raggiungere PdC percorro una stradina immersa in tantissimo verde, arrivo in un residence presidiato da un custode che non ti lascia passare se prima, come fosse un perfetto maggiordomo, non ha provveduto ad annunciarti. Le megaville dei residenti all’interno del residence sono cinte da muri in mattoni rossi, alte siepi e/o alberi che creano delle bolle di verde in modo che nessuno possa vedere nel giardino dell’altro. Così si risolve l’annoso problema del confronto con l’erba del vicino: non c’è che dire, i ricchi ne sanno una più del diavolo.

A proposito di erba, mentre conversavamo io e Pdc un giardiniere era all’opera nella villa di fianco. Quando il rumore del tosaerba è cessato, Pdc ha tirato un sospiro di sollievo:
“Ah, finalmente. Sa, qui siamo abituati al canto degli uccellini tutto il giorno e quindi al minimo rumore uno pensa oddio ma che succede! Ah ah ah ah (risata finta)”.

Consiglio II – La risata finta è sempre un buono strumento, ma va usata con parsimonia e attenzione. Altrimenti si rischia di essere come quei pessimi comici che mentre recitano il loro sketch ridono da soli alle proprie battute per invogliare il pubblico alla risata.

Andiamo con ordine: all’ingresso nella villa sono stato accolto da questa donna dall’età intorno ai 55 anni, dai lunghi capelli d’argento, il fisico asciutto e vestita interamente di lino bianco: era la signora PdC in persona. Ho avuto l’impressione di ritrovarmi di fronte l’adepta di una setta parareligiosa. Non so perché ma i membri di una setta li immagino sempre magri, con la pelle liscia, vestiti di lino bianco.

Come dicevo, PdC è esperta della conversazione ampollosa e retorica:  una persona così per esprimere un concetto userà locuzioni articolate e complesse che impiegheranno il quintuplo del tempo normale.

Ma tutto ciò che mi ha detto era sintetizzabile semplicemente così: loro non vogliono esporsi a problemi fiscali o legali, vogliono un contratto ma non sanno da chi farlo scrivere perché il famoso avvocato che l’ha fatto a titolo di favore non è reperibile. Mi ha chiesto se avessi io contatti di fiducia, ho negato categoricamente.

Ho evitato di riportare parola per parola la conversazione perché avrei bisogno di fare altre tre puntate di questo post, dato che anche io mi ero adeguato ricorrendo alle locuzioni articolate.

Consiglio III – Sintonizzatevi sul registro linguistico dell’interlocutore, ma non copiatelo: siate simmetrici, siete artisti della conversazione, non scimmiottatori.

Così, per spiegare che io sarei anche pronto a fare le valigie e togliere le tende perché non voglio restare a certe condizioni, ho usato queste parole (non invento nulla, mi sono espresso proprio così):
Ecco, avevo premura di far presente a lei e la sua famiglia che onde evitare di porvi in uno stato di disagio con la reiterazione di pagamenti monitorabili ma non legalmente giustificabili, nel caso non si giungesse a una soluzione che sanasse la situazione mi dichiaro pronto a congedarmi in via anticipata.

Abbiamo concluso che parlerà con Marito sia riguardo il poter giungere a stilare un nuovo contratto sia riguardo quest’ultima cosa e mi farà sapere.

Detto ciò, si è concessa una decina di minuti a delle chiacchiere generiche. È buona norma, tra conversatori, dedicare infatti un po’ di attenzione alla chiacchiera generica. Dovendo evitare argomenti che possano creare conflitti o urtare la sensibilità, come politica, religione e via dicendo, in genere si discorre del tempo, ad esempio. Altro argomento molto in voga è “la situazione italiana odierna”. Che non va specificata aggiungendo chissà quale altro commento, basta buttare lì la frase e qualsiasi persona troverà qualcosa da dire al riguardo, sulle opportunità per i giovani, sulla ricerca, sulla burocrazia…ci sarà sempre qualcosa da dire sulla “situazione italiana”. Essendo PdC maestra della conversazione formale, mi ha anticipato e ha tentato tre volte di introdurre l’argomento accennando alla “situazione italiana”. Io non ho raccolto l’invito né la prima né la seconda volta e non mi sono agganciato al discorso. Ho atteso la terza per dar modo di far capire che non era lei a introdurre la chiacchiera generica, ma ero io che decidevo quando sarebbe stato il momento.

Consiglio IV – Abbiate sempre pronta la chiacchiera generica e non fatevela soffiare.

In conclusione, in trasferta su un campo difficile e con un avversario ostico non ho concluso granché riguardo la mia situazione abitativa (se non il far presente che sarei orientato ad andarmene al più presto) ma riguardo la conversazione ampollosa e retorica ho riportato un bel pareggio a reti inviolate.

Il mio mito resta comunque costui e spero un giorno di poter raggiungere tali vette artistiche.

Ma Harry Potter vestirebbe Dolce & Babbana?

Negli ultimi giorni si è aperto un caso intorno alle frasi di Domenico Dolce, che in un’intervista ha dichiarato “Non abbiamo inventato mica noi la famiglia. L’ha resa icona la sacra famiglia, ma non c’è religione, non c’è stato sociale che tenga: tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo i figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Ma lei accetterebbe di essere figlia della chimica? Procreare deve essere un atto d’amore, oggi neanche gli psichiatri sono pronti ad affrontare gli effetti di queste sperimentazioni’”.

Tra alcune star, con Elton John in prima fila, si è aperta la gara al boicottaggio del marchio Dolce&Gabbana per le dichiarazioni ritenute irrispettose.

Sinceramente, pur non essendo io d’accordo con le frasi dello stilista, non comprendo reazioni isteriche e garibaldine nei confronti suoi e del marchio che rappresenta. Credo che parlare di fecondazione, adozioni omosessuali e tutto ciò che ruota intorno a questi temi sia così complesso e delicato da non lasciare spazio a superficiali iniziative eclatanti di vip annoiati. Anche se ciò che ha detto Dolce suona sprezzante e non condivisibile, ritengo si possa ancora avere la lucidità mentale di non voler far passare attraverso la censura quella che è e resta pur sempre un’opinione di una persona.

Detto ciò, a me sembra che molti caschino dal pero. Lo stesso stilista ha dichiarato di venire da una realtà molto tradizionale, quindi chi si aspetta un atteggiamento progressista da parte sua credo sia in errore.

Credo, inoltre, che i messaggi veicolati dal marchio oltre a rispecchiare un certo tradizionalismo, a volte sfocino nel machismo e nel sessismo.

Avete mai osservato con attenzione gli spot e le pubblicità Dolce&Gabbana?

Nel 2007, quando fu pubblicata, questa foto destò molte polemiche perché sembrava richiamare l’idea di una violenza (togliamo il “sembrava”: per me è violenza). La Dolce&Gabbana non è nuova a simili campagne: nel 1990 il Giurì dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria sanzionò questa pubblicità con Linda Evangelista come modella, in quanto raffigurante un atto di violenza:

Il codice di autodisciplina pubblicitaria prevede per l’appunto che “la comunicazione commerciale non deve contenere affermazioni o rappresentazioni di violenza fisica o morale” (art. 9).

In epoca recente, sempre facendo riferimento a un richiamo a valori tradizionali, la casa di moda ha puntato sulla Sicilia:

Questa seconda fotografia è tratta dalla Collezione 2013 ispirata a scenari che sembrano presi dal Padrino di Coppola. Qui vediamo all’opera dei baldi giuovini che con aria gaudente van dietro una bella donna; lo stesso tema è presente anche nello spot Martini Gold dietro la cui produzione artistica c’erano sempre i due stilisti

Il messaggio che mi arriva in entrambi i casi è quello di una riduzione della figura della donna a semplice oggetto e questa immagine sotto mi sembra esemplificatrice.

In quest’ultima immagine, sempre tratta dalla collezione Sicilia, la donna è in mezzo a questo quadretto generazionale tra le braccia del decano che occupa, ovviamente, il centro della composizione, tra l’invidia di alcuni componenti della famiglia che osservano la scena.

Tradizione, famiglia e un certo tipo di donna sono i valori cui si ispirano Domenico Dolce e Stefano Gabbana: tornando quindi al tema di apertura,  ritengo che, oltre che fuori luogo, indignarsi per un’opinione lo trovo anche abbastanza ipocrita per il non aver tenuto mai presente che la “linea editoriale” di un marchio (come quelle anche di altri, beninteso, non siamo qui a fare un processo contra personam) è improntata verso una definizione dei ruoli ben specifica che sfocia a tratti nel sessismo.

In questo precedente post, quando parlavo delle disuguaglianze di genere riferendomi a costumi sociali e culturali, facevo riferimento anche a questo tipo di stereotipizzazione dei ruoli. E tutti ora parlano di Elton John che non vuole più vestire D&G?

Sasha Grey irride la mia religione e nessuno se ne cura

Dalle mie parti si tiene ogni anno una rassegna cinematografica di film d’autore. Quella del 2015 sta per prendere il via, con alcuni intoppi organizzativi.

Un problema verificatosi di recente è stato il dover sostituire all’ultimo momento tre film: trattasi della trilogia Paradise (Love, Faith, Hope) di Ulrich Seidl. Il nome forse non vi dirà nulla. Neanche a me dice qualcosa. Il motivo per cui partecipo a questi eventi è appunto conoscere e imparare.

La proiezione della trilogia pare sia saltata perché è stato espressamente richiesto di rimuoverla, dietro minaccia di una denuncia per vilipendio alla religione. Non conosco altri dettagli.

Credo il nodo della questione fosse il secondo film, Faith (Premio della Giuria a Venezia nel 2012), in cui ci viene presentata la vita di Anna Maria, tecnico radiologo fervente devota di Cristo, tanto da avere la casa tappezzata di immagini sacre, di avere l’hobby di flagellarsi davanti al crocifisso e l’abitudine di andare in giro casa per casa con una Madonna sotto braccio tra persone che vivono nel peccato, per invitarle a redimersi.

Nel film a un certo punto la donna si masturba con un crocifisso. È tutta qui la pietra dello scandalo, visto che quando ho cercato informazioni sul film non ho trovato altro che riferimenti a tale scena. Repubblica addirittura all’epoca ha titolato “Sesso con un crocifisso”, “Il regista austriaco festivaliero con “Paradise Faith” consegna alla platea l’immagine di una ultracattolica devota che fa sesso con un crocefisso”. Sì, nel film c’è questa scena, ma scritta così sembra che si tratti di un film con Sasha Grey, non so se mi spiego.

L’intera opera, al di là della singola scena, è provocatoria. Ma non si tratta mai di una provocazione fine a sé stessa, quindi non si può, a mio avviso, prendere un estratto e decontestualizzarlo da tutto il resto.

Il film ho provato a cercarlo, sono riuscito a vederlo per intero su youtube. Link: Paradise, Faith. È in lingua originale e sono riuscito ad attivare i sottotitoli solo in inglese.

Mi soffermerò un secondo sull’opera in sé: dal punto di vista registico io la trovo artisticamente molto valida, ma sono osservazioni che solo da pochi anni mi trovo a fare. Non è da molto che mi trovo a non percepire un senso di staticità in un’inquadratura fissa, abituato al cinema di stampo hollywodiano con continui stacchi di camera e un dinamismo esasperato. È da poco che imparo ad apprezzare una scena per come è costruita, a considerare l’immagine per ciò che è e cioè come se fosse un quadro perché, spesso lo si dimentica, il cinema è una forma d’arte.

Scena della riunione del gruppo di preghiera: sono rivolti al crocifisso verso la parete, ma a tratti sembra che guardino lo spettatore. L’impatto è notevole

Io non sono un integralista, a me piace variare. Ad esempio mi ostino a guardare i film della Marvel ogni volta che ne esce uno, ma perché da appassionato non riesco a farne a meno. Ma poi mi interesso anche a un cinema che può essere considerato di nicchia, in quanto non parte del circuito dell’intrattenimento. In virtù del mio considerarmi comunque un profano, il mio giudizio su un’opera come questa può valere poco e niente. Per un altro, il film sarà una cagata, magari. E ci può stare. Ma che gli sia concesso di vederlo per giudicare.

Anche perché dicono che siamo tutti quanti Charlie. Anche se quando in giro provo a gridare “Charlie” nessuno poi si volta e mi sento alquanto solo e depresso.

Qualcuno può obiettare che masturbarsi con un crocifisso è offensivo per chi crede.

Benissimo.

Non lo guardare, allora.
Non è difficile.

Quando Sasha Grey gira una scena con un cetriolo, qualcuno chiede agli ortolani cosa ne pensano? No!
Perché dovrebbe essere diverso?
Perché un cetriolo non è dio o suo figlio.
E chi l’ha detto? Io credo nel Sacro Cetriolo e mi sento offeso dagli usi impropri di questo ortaggio.
Qualcuno si preoccupa dei miei sentimenti?
No!

Un cetriolo soltanto? Pfff

Se mi facessi saltare in aria gridando “Per il potere del Cetriolo!”, nei telegiornali cosa direbbero? Che è in atto una guerra di religione o che un folle si è ucciso, intervistando i miei vicini di casa che diranno “Sembrava un tipo strano, non salutava quasi mai” (dalla tv ho imparato che per essere delinquenti insospettabili è importante dire sempre buongiorno e buonasera: così non ti scopriranno mai), andando a ripescare i miei quaderni delle elementari dove disegnavo un carrarmato e un tizio baffuto specificando che fosse Saddà Mussei (non sapevo come si scrivesse) per dimostrare come fossi disturbato già a 6 anni (perché giustamente invece è del tutto normale che ti dicano che bombardare civili inermi è una guerra per la pace)?

Mi viene in mente una battuta di Bill Hicks:
– Ehi, amico, siamo cristiani. Non ci piace quello che hai detto.
– Allora perdonatemi.