Non è che per Don Chisciotte il resto fosse Mancia

Quella volta mi scrisse “Non vedo l’utilità di essere “amici”, “conoscenti””. Virgolette comprese intorno ad amici e conoscenti. E lì fu la pietra tombale sulla conversazione.

L’utilità.

Qual diamine persona gretta parla di utilità riferendosi agli altri individui? Non è una tariffa telefonica, non stai mica valutando cosa ti sia più utile tra 1000 minuti o 30 gb.

– Salve buongiorno, è il Sig. Gintoki? Sono Gonorrea della Voltafogne, la contatto per questa nuova offerta che le dà un conoscente in più al mese per sempre
– No grazie non ne vedo l’utilità

Non ho mai ragionato in questi termini e forse ho sbagliato. Mi sarò precluso tante occasioni nel valutare l’utile in questo o quel rapporto.

Ci ritorno su riflettendoci mentre mi allontano dalla cena per andare in bagno. Chiudo come sempre la porta tenendola tra la punta di due dita perché penso a tutta la gente che la tocca senza essersi lavata le mani.

La minzione sembra interminabile e io continuo nelle mie riflessioni. È molto bello eleggere a pensatoio un cesso delle dimensioni di un metro per un metro di una trattoria alla buona .

Torno e cominciano ad arrivare i piatti. Io volevo solo un primo: 120 grammi di ziti al ragù napoletano. Alle 23 è meglio star leggerini. Però mi attiravano anche le polpette, sempre al ragù. Ma non ce l’avrei fatta a finirle insieme al primo piatto. La mia vicina di posto pensando probabilmente la stessa cosa allora mi aveva guardato facendomi: “Ce le dividiamo?”. Così le avevamo ordinate.

Non posso dire sia una mia amica. Non mi invita manco ai suoi compleanni. Direi quindi che sia più una conoscente.

E, improvvisamente, col piatto davanti da poter dividere permettendomi di gustare le polpette nella giusta quantità, ne ho vista l’aura di utilità nell’averla come conoscente.

Forse allora è proprio vero. Le persone sono utili. Almeno quando si tratta di cibo.

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Non è che il tennista lavori in un pub per fare il servizio

Non ho più memoria della prima volta che ho messo piede in quel che da anni è il posto di ritrovo post serale solito nella mia città.

Si è così consolidato in una piccola piega del tessuto urbano-sociale da avere assunto connotati da cliché. Basterebbe guardare il contenitore portadolci accanto la cassa per rendersene conto: pasticcini impastati dalle mani della moglie del proprietario, che stazionano lì per anni come semplici oggetti ornamentali, stile Luisona di Benni.

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Lo spezzatino avanzato dal ragù della domenica può essere infilato in un panino. Foglia di alloro compresa. Uno dei tanti esempi culinari del ritrovo tipico.

Ricordi inoltre non ho di quando abbiamo cominciato ad avere un rapporto complicato con le cameriere. Complicato forse è un po’ troppo, diciamo che ci sentiamo sempre guardati un po’ male quando osiamo alzare il dito per chiedere, accolti con un grugno che sembra dire Se cercate guai li avete trovati.

La vita da cameriera in un pub è un inferno. Avanti e indietro, ordini che arrivano, ordini che non arrivano, clienti da tenere a bada.

Capisco che spesso ci sia poco da esser gioviali.

D’altro canto – e non lo dico perché sono la parte in causa – credo di appartenere alla schiera di clienti meno complicati del mondo. Sono anni che io e il mio compare ci accomodiamo chiedendo la stessa identica cosa: due Bass Scotch medie. Al massimo, un posacenere di contorno. Non sporchiamo, non strepitiamo, non chiediamo variazioni strane dei menù come panini alla segale cornuta ma senza la cornuta e senza il panino.

Non pretendiamo il posto a sedere: se non c’è beviamo in piedi fuori.

Ci scansiamo come Neo quando le vediamo passare cariche di piatti di trigliceridi esausti.

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Se è porno, cavoli vostri.

Il problema forse risiede proprio nella nostra discrezione e invisibilità: non abbiamo mai creato un rapporto umano con loro. Siamo forse gli avventori anomali, rispetto ad altri che ho visto scambiar qualche battuta con le cameriere e, addirittura, averle fatte sorridere.

Non che io non ci abbia provato a porre le basi di un minimo di contatto civile. Ammetto però tutta la mia incapacità per riuscire a portar a casa un successo.

Ricordo un’estate di due anni fa, in cui – in maniera improvvisa e inspiegabile – il pub divenne fino alle 22-23 di sera meta preferita di famigliole con bambini al seguito che correvano tra i tavoli, si lanciavano cibo, correvano tra il cibo e si lanciavano tavoli.

Sconcertato da tutto ciò, mentre la cameriera puliva il nostro tavolo decorato dai bambini da spruzzi di maionese e ketchup che ricreavano motivi di Pollock, per esser simpatico esclamai

– Certo però che questo una volta era un posto per adulti
– Eh.

Fine della nostra conversazione.

Lo riconosco, la socialità non è arte mia. Un piccolo aiuto dall’altra parte però sarebbe richiesto.

Ieri sera, evento eccezionale, una cameriera mentre riordinava i tavoli fuori in vista della chiusura ci ha rivolto la parola.

Poverina, è nuova: non ha capito o forse non le hanno spiegato che siamo dei paria.

Ci ha chiesto aiuto su come dovesse fare per bloccare scheda e cellulare, visto che nel pomeriggio aveva subito una rapina.

È simpatica. Sarà ancor più doloroso il momento in cui comincerà a lanciarci occhiate di rancoroso disprezzo come le altre sue colleghe.

Non è che l’idraulico sia un buon nuotatore perché sa fare un sacco di vasche

Sono sulla banchina in attesa che un ritardo abbia un treno. Noto che la ragazza di fianco a me ha i miei stessi jeans. Cosa non inusuale essendo un capo diffuso, ma il mio modello non lo avevo ancora visto in giro. Ha una colorazione particolare: io ci vedo del mare increspato su fondo roccioso. Ma io ci vedo male quindi questa opinione non conta.

Un tipo che vorrebbe essere brillante l’avrebbe avvicinata dicendo:
– Hey, abbiamo gli stessi jeans. Ma a te stanno meglio…(notare l’occhio languido).

Un tipo che vorrebbe essere simpatico l’avrebbe avvicinata dicendo:
– Hey, abbiamo gli stessi jeans. Ma a me stanno meglio, ha ha (notare l’occhio nero che lei gli farà).

Un tipo come me giudica invece se una tal coincidenza possa avere effetto o meno sulla propria giornata.

Non sono superstizioso né credo ai segnali dell’universo (a meno che non siano segnali provenienti da Quasar e/o Pulsar e/o eventuali civiltà aliene), ma, come molte persone, al mattino presto valuto singoli episodi come una indicazione sul prosieguo di quel giorno.

Trovare un semaforo verde, l’auto che va in moto subito senza sputacchiare le candele dal tubo di scappamento, la fetta biscottata che non ti si rompe in mano spalmandoti la marmellata nel palmo eccetera.

Quando è arrivato il treno lei si è accaparrata prima di me il posto cui ambisco di solito, cioè quello lungo la parete, dove potersi appoggiare ed evitare di essere compresso e/o spintonato dagli altri. L’unico rimasto libero. Quindi ho deciso che non sarebbe stata una gran giornata.

Ho avuto infatti una lunga conversazione telefonica (45 minuti) con una persona che trovo sgradevole e con cui purtroppo devo relazionarmi per lavoro e che per il buon esito dello stesso devo tener buona.

Non amo le persone che si lamentano a lungo degli altri con te. Anche perché, se tanto mi dà tanto, nulla toglie che facciano lo stesso nei tuoi confronti con gli altri.

Non amo le persone che si mettono sulla difensiva e pongono le mani avanti senza motivo. Excusatio non petita, accusatio manifesta.

Non amo le persone che lanciano frecciate.

Questa persona racchiude, in formato matrioska, tali odiosi comportamenti in una singola conversazione.

Sono andato a nuotare in serata e ho dimenticato tutto ciò.

Purtroppo da qualche giorno avverto una infiammazione alla spalla. E non me la sono nemmeno diagnosticata su Google! Ho timore ad andare dal medico perché temo mi dica di star a riposo dalla vasca. Cosa che non vorrei fare. Non denoto buon senso, ne son conscio.

Ho trovato nell’andare in acqua un momento in cui posso far riposare la mente. In quei 45 minuti riesco a mettere a tacere il rumore di fondo che ho sempre nella testa: è un po’ fastidioso avere un perenne monologo interno attivo. È come se ci fosse un call center di vari Don Abbondio che su turni soliloquiano.


Ho anche tentato di delocalizzare ma non ha funzionato.


Quando racconto di questa sensazione mi sento guardato – me l’han anche detto – con l’aria tipo Eh sì ne hai bisogno [di scaricare la testa]. Io sono un tipo permaloso e non mi piace tale atteggiamento.

Allora invece dico che vado in piscina per guardare le nuotatrici e mi fanno un sorriso e una occhiata di complicità e compiacimento.


L’idea di andarci per fare sport non è contemplata: conosco tutte persone che al massimo come attività fisica sollevano obiezioni e lanciano Madonne.


Rammstein – Feuer und Wasser

È bello quando lei nuota a rana
allora io posso vedere nel suo centro
Non che il seno non sia bello
Nuoto semplicemente dietro di lei
Polvere di scintille fluisce fuori dal centro
un fuoco d’artificio zampilla dalla sua inforcatura

Non è che se riordini il blog metti ogni cosa al suo post

Il custode della piscina ogni volta che mi incrocia mi fa Tutto a posto? con aria tra il serio e l’allarmato e io ogni volta rispondo di  sorridente ma un po’ stupito perché non capisco perché me lo chieda anche se a volte mi dà l’impressione di sfottere e basta. Ho forse l’aria di chi non è a posto?

Un sacco di cose invero non mi sono sembrate a posto tutto quest’oggi.

La signora che mi parcheggia di fianco in doppia fila impedendomi di uscire pur vedendo che io stavo salendo in macchina non è a posto o quantomeno di posto poteva trovarsene un altro.

La signora in treno stamattina che si lamentava di qualunque cosa cercando di istigare qualcuno ma non riuscendoci non è a posto. Secondo lei i giovani dovrebbero protestare per avere treni migliori. Io vorrei protestare per avere un’utenza migliore e che sia a posto.

La collega che durante l’intera giornata ha parlato di mentis formis, formas in mentis, formis mentis e solo per caso al quarto episodio l’ha finalmente detta giusta secondo me non è a posto.

Il logorroico le cui telefonate partono da 10 minuti in su perché al di sotto di tal minutaggio non è vera conversazione non è a posto.

Chi mi invita a richiamare domani ma domani è sempre domani perché non è oggi non è a posto.

La collega che scende da Roma per starmi appollaiata sulle spalle senza farmi star tranquillo e ogni due per tre deve dire No perché io ho fatto…, Perché io sono…, Io…, non è a posto.

La gatta non è a posto ma temo l’età si faccia sentire. L’età non è una cosa tanto a posto.

I cantieri in città non sono mica a posto e il problema è che anche quando saranno terminati, un giorno, nel frattempo ne saranno sorti altri e temo che non vedrò mai quindi le cose a posto.

La mia età pensionabile ho pensato che non sarà a posto e forse non avrò mai tempo per guardare i cantieri.

Tutte queste riflessioni negative in una sola giornata mi lasciano pensare che davvero forse io non sia a posto.

Non è che al taciturno alcolista piaccia il silenzio-assenzio

Mi trovavo seduto a tavola a cena con altre tre persone. Si chiacchierava. La discussione ha preso in breve tempo una piega abbastanza impegnativa, sul tema della delocalizzazione dei processi produttivi e la standardizzazione dei prodotti offerti ai consumatori. In pratica ciò che a inizio anni 2000 scoprimmo si chiamava globalizzazione e dovevamo combattere. Non è riuscita benissimo.

Uno dei presenti sosteneva che questo modello prima o poi imploderà, perché la gente vorrà riscoprire il contatto umano diretto – invece di un paio di click su Amazon – e l’originalità dei prodotti invece di avere la stessa camicia a quadri di altri migliaia di persone. L’altro sosteneva il contrario. I due son finiti ad avere uno scambio di opinioni piuttosto acceso.

Io dopo aver detto la mia, non ritenendo poi opportuno ripetere le stesse cose – ho avversione per i discorsi che diventano circolari e tornano indietro al punto di partenza – mi sono silenziato e messo a bere.

Ogni tanto emettevo un Gurumpftztzs per schiarirmi la voce ed esprimere un generalizzato dissenso.

La quarta persona presente voleva a tutti i costi intervenire, riuscendoci con scarsi risultati. Anzi, dopo aver ripreso uno dei contendenti invitandolo a non baccagliare in tal guisa causando l’esclusione degli altri presenti, si è sentita ribattere: “Non mi sembra che tu abbia offerto contributi significativi al discorso”.

Non è una cosa carina da dire, anche se, in effetti, le osservazioni che aveva fatto erano sembrate anche a me realmente banali e fuori contesto.

C’è una cosa da ammettere: non tutti sono in grado di offrire un contributo a una discussione, vuoi per mancanza di argomenti, vuoi per l’insipidezza delle considerazioni.

Esistono però secondo me alcuni “grimaldelli”, cioè interventi validi a prescindere da tempi e luoghi, utili per inserirsi in qualsiasi conversazione e trarsi d’impaccio quando si è poco ferrati in materia. Semplici scorciatoie di pensiero.

Ad esempio, se l’argomento è il cinema, analizzando un film, si può fare sempre un vago e saccente accenno alla fotografia. Che nessuno sa in realtà cosa sia la fotografia in un film, ma poco importa.


Una volta – giuro che purtroppo è vera – mi son sentito dire che credevano che ci fosse uno che di mestiere scattasse le foto al set.


Se parliamo di un film d’autore si può cogliere l’occasione per un apprezzamento al piano sequenza. Tanto se è un film impegnato ce ne è sempre uno, pure se buttato lì alla carlona magari per mostrare senza stacchi quando il protagonista si prepara la pajata come la faceva la nonna. Vuol dire che il regista è bravo a cogliere le emozioni.

Di un gruppo musicale era sempre meglio il primo disco, ma se il gruppo è sulla scena da tempo si può azzardare un Devo riascoltarlo meglio, è un lavoro più maturo.

In discussioni a tema politico, invocare la necessità di riforme in Italia è un evergreen. Anche qui non è bene chiaro di cosa stiamo parlando e cosa mai andrebbe riformato: ma se non c’è un oggetto concreto chi potrà allora mai controbattere che non esista qualcosa da riformare?

Sulla stessa scia, anche se qui si vira sul polemico, è utile incolpare i poteri forti. Un potere forte lo si trova sempre.

Quando assaporate del vino dite che è fruttato.


Non va fatto se a tavola c’è il Tavernello e nemmeno se c’è il vino dello zio Giovanni che lo fa così denso e carico che lo si può utilizzare per verniciare le inferriate. In ambedue i casi verreste messi alla berlina dai presenti.


Virando sulle relazioni, ci sta sempre bene un secco I rapporti tra uomini e donne sono cambiati, oppure Gli uomini e le donne non sono più quelli di una volta. Chi oserebbe opporsi a una tale verità? È dai tempi degli Australopithecus afarensis – quelli di Lucy per intenderci – che maschi e femmine cambiano!

Spero che questi piccoli suggerimenti o “tips” (anche buttare nel discorso qualche termine in inglese, senza abusarne, può attirare l’attenzione degli astanti) possano aiutare a essere dei perfetti ignoranti atti a ogni conversazione.

Non è che un manager quando fa conoscenza si presenti in PowerPoint

Mi sono arreso al fato che vuole che in ogni viaggio ci sia qualcuno che attacca bottone con me e sente il bisogno di condividere cose.

Domenica sera ero seduto nel minibus all’aeroporto, in attesa che partisse per portarmi nel mio monolocale Pestese. A bordo sale un omino entusiasta. Non so entusiasta di cosa, in ogni caso era su di giri. Mi si è seduto di fianco e mi ha stretto la mano: Hi! I’m Russell!.

Che persona educata, ho pensato.

A me invece capita di parlare due ore con qualcuno senza presentarmi. Quando mi rendo conto della mia mancanza attendo una pausa abbastanza lunga per poterlo fare, con ansia crescente pensando Dovrei presentarmi? È passato troppo tempo e presentarmi dopo farà risaltare la mia maleducazione?.

L’omino ha poi iniziato a parlarmi. Più andava avanti e meno comprendevo: parlava con tono piatto, monocorde, a volte sembrava quasi recitare una confessione. Per giunta guardava dritto davanti a sé e non potevo manco interpretarne il movimento delle labbra.

Annuivo quando capivo qualcosa.

A parte una sua considerazione sul fatto che i Londinesi siano gente noiosa, ho afferrato che fosse un dentista e stesse parlando di cose dentistiche.

È la seconda volta di seguito che uno sconosciuto conversa con me per raccontarmi cose che hanno a che fare con i denti.

E quindi ho pensato che, tra le tante lobby che sono in giro e che vogliono imporci segretamente cose da fare o da assumere, ci sia una lobby del dente che mi sta braccando.

Oppure chi fa un mestiere simile deve sentirsi molto solo e ha il bisogno di parlare con qualcuno.

Poi ha tirato fuori il cellulare e ha iniziato a mostrarmi foto scattate durante i suoi viaggi. Foto molto belle, invero: ho dimenticato di fare i complimenti alla sua app di fotoritocco e presentarla alla mia.

Ironia a parte, le inquadrature erano molto accurate. Di ogni foto mi spiegava quanto tempo avesse atteso per riuscire a scattare quella giusta, la ricerca dell’angolazione, il gioco della ripresa dal basso verso l’alto e via dicendo.

Tutto molto interessante.

Dopo la cinquantesima foto – e non è una esagerazione – il mio interesse era già sotto le coperte.

Ho quindi iniziato a registrare messaggi vocali su Messenger fingendo di essere impegnato in una conversazione, finché lui non ha riposto il suo cellulare.

È probabile che io mi sia mostrato poco socievole. Il sonno e il fatto che capissi poco di ciò che dicesse mi hanno fatto desistere dall’approfondire la conversazione.

A parte questo episodio, come ho già avuto modo di raccontare, a me piace interagire con gli sconosciuti. Non saprei bene spiegare per qual ragione. Forse è solo il piacere, in un mondo dematerializzato, di incontrare vere persone.

Dico “vere persone” e non “persone vere”, in quanto questa seconda categoria – molto inflazionata nel suo pubblicizzarsi – fatico a concepirla; né riesco a capire cosa intendono coloro che, autoreferenziali, definiscono sé stessi come “persone vere”.

Cos’è una persona vera? Si presuppone ne esista quindi una versione finta: com’è? È fatta con materiali scadenti? Si rompe prima rispetto a una persona vera?

Io mi rompo facilmente: sono quindi finto?


Si dirà che finto è chi finge di essere ciò che non è: ma nella sua finzione quel tipo è vero quanto noialtri. Se fosse il finto quindi la sua vera natura? Ma poi, finto rispetto a cosa? Esiste una sua versione originale con cui confrontarlo?


Con questo inquietante interrogativo sono andato a dormire, preoccupato inoltre dalla lobby dentale.

Non è che se lanciano un prodotto sul mercato tu debba scansarti

Sono stato al Nagycsarnok, il Grande Mercato Coperto di Budapest, per comprare della paccottiglia dei souvenir per il parentame. Tutta produzione cinese, com’è ovvio. Del resto il vero artigianato locale delle volte è confinato in botteghe che ospitano brutture inusitate e dai costi inauditi, come un po’ succede in tutto il mondo con tutti i vari esempi di artigianato locale, oggetti che poi vengono strappati dal luogo di origine per finire a svolgere la funzione di raccoglipolvere in case altrui.


Ricordo la bomboniera del matrimonio di mio zio, un orrendo orologio grossolanamente intagliato in una corteccia d’albero, direttamente dalla Romania, da dove era originaria la moglie.


Avevo il dilemma etico sul contribuire o meno al parassitario mercato della paccottiglia cinese con i miei acquisti. Ho poi pensato che, da qualche parte in uno scantinato, un caporeparto cinese stava battendo con un bastone di bambù le schiene degli operai in quanto avevano venduto meno prodotti in quest’annata. Non volendomi accollare tale rimorso, ho deciso di supportare l’economia cinese per il bene delle schiene dei suoi operai.


Avrò sempre modo di salvare l’Occidente per altre vie, magari con qualche barricata o una manifestazione anti gender o una campagna contro l’olio di palma, che oggi se non caghi il cazzo inutilmente non adotti una causa stai veramente sprecando la tua vita.


Ho chiesto al proprietario di uno dei chioschetti del mercato, mentre rigiravo tra le dita un oggettino, se accettasse carta di credito. Lui ha risposto:

– Eh ma costa 900 fiorini (circa 3 euro), non mi sembra il caso di usare la carta…
– No ma io ne volevo prendere 2 insieme a quell’altra cosa lì…
– Sì ma sai cos’è qui la connessione è lenta, aspetti 5 minuti per pagare 10 euro…

E poi si è fiondato addosso a due clienti cinesi lasciandomi lì.

Trovo anche io ridicoli quelli che vogliono pagare con la carta un pacchetto di gomme, ma la neghittosità e l’indolenza con cui il tale mi si è rivolto mi ha fatto passare la voglia di qualsiasi acquisto. Mi dispiace per le schiene dei cinesi, ma non per i profitti di costui.

A proposito di profitti, l’altro giorno si è svolta questa conversazione in ufficio:

– Gintokiiii…com’è che con sto progetto abbiamo un margine così basso?
– Eh, il consulente costava caro, d’altro canto è grazie a lui che siamo andati avanti nella selezione, quindi ho pensato che basso margine fosse meglio di zero margine…E poi, suvvia, è pur sempre per un progetto di cooperazione internazionale!
– Sì, va bene, ma noi non siamo un ente no profit
– È mia intenzione farvici diventare. Come diceva Gandhi? Sii il cambiamento che vuoi vedere nella tua azienda
– Bene. Allora potresti cominciare a lavorare gratis, che dici?
– E mica sono Gandhi, io?

Non è che il raffreddore ti faccia sprecare Tempo

– Sai che lei è qualche giorno che si fa sentire poco e niente?
– Avrà capito di essere petulante e insistente [Ma non ti lamentavi che rompeva le palle? Ora è un problema se non si fa sentire?]
– No, ieri mi ha scritto dicendo che ha conosciuto un ragazzo al mare
– Ah [Buon per lei! C’è gente che va a prendere Sole e alla fine prende sòle…]
– Cioè dopo che mi rompeva le ovaie, lei e l’ex, che non poteva vivere più, che stava disperata, mo’ trova uno ed è tutto a posto
– Eh beh [Come dicono in Giappone, Kyoto scaccia Kyoto…]
– Forse sarò io all’antica, ma secondo me ci vogliono dei tempi tecnici da rispettare, dopo la fine di una storia. Non so
– Beh ci sono persone con un disperato bisogno di attaccarsi a qualcuno…

Mentre dicevo ciò avrei voluto porre una domanda: Scusa, non era andata così anche tra di noi, con tu che mi tiravi per la camicia verso di te che a momenti mi saltava un bottone – quello dei pantaloni – mentre c’era ancora il cadavere caldo del tuo ex e io volevo fargli marameo mentre non mi vedevi ma si sa che non bisogna macchiarsi di ὕβϱις (hybris) come sapevano i Greci perché poi dopo le cose son finite e io alla fine potevo solo far marameo a ‘sta ceppa?

Ma mentre pensavo a tutto questo ho perso tutto il filo della conversazione e sono tornato sulla Terra mentre ci stavamo già salutando.

C’è una categoria di persone che mi lascia perplesso ed è quella di chi contesta agli altri le stesse cose che fa lui. Categoria a cui credo di appartenere, perché io ad esempio contesto le persone che contestano gli altri. Essendo io contestatore, sono al contempo stesso da contestare.

La seconda cosa che mi lascia perplesso è la definizione di tempo tecnico.
Sembra un concetto mutuato dal mondo sportivo: Ehi, arbitro! Il Mister chiede un tempo tecnico!.

Come si sa quando un tempo è tecnicamente giusto?

Nella mia vita ho sempre sbagliato tempi, sarà per questo che non son diventato chitarrista. Suonavo un tempo in testa che non corrispondeva a quello che stava tenendo la mano. Se adattavo il tempo mentale a quello della mano, quest’ultima lo cambiava a sua volta.

È un po’ quindi come succede con le persone: spesso vanno a tempi diversi nella propria testa.
Che tempi!

Non è che il volatile ficcanaso sia un im-piccione

Quando tornerò in Italia so più o meno quale sarà il tenore, e anche il baritono con tutta l’orchestra, delle domande che mi saranno rivolte:

– Ora che farai?
Che è una delle domande che mi dà più fastidio ma che ho imparato a svicolare con delle supercazzole, del tipo “Vado a fare volontariato per una associazione che raccoglie fondi di caffè per comprare scarpe agli ordini monastici scalzi”. Tanto chi ti pone la domanda in genere smette di ascoltare nel momento stesso in cui te la sta ponendo, un po’ lo stesso principio del “Come stai?” di circostanza.

e

– Quindi son bone le ungheresi?
Per dare l’idea del livello intellettuale che, in taluni casi, può raggiungere una conversazione.

Delle volte io vorrei parlare di altro.
Della mia infelicità.

Vorrei ma non lo farei.
Ovunque mi giri vedo il male. Vedo difficoltà, problemi. Chiunque conosca ha un fardello pesante da portare. Non mi sembra il caso di presentargli il mio.

Inoltre, uno dei problemi della società odierna è che tutti parlano e nessuno ascolta più. Siamo invasi da chiacchiericcio e blablabla, siamo portatori virulenti di egocentrismi.

Una delle prove è secondo me il fatto che quest’epoca è inflazionata da artisti. L’arte è comunicazione e oggi tutti sentono la necessità di comunicare. Molti però comunicano di merda.

Io preferisco ascoltare.

Va anche detto che non saprei da dove iniziare, se volessi parlare: sono infelice per il lavoro? Confesso che, di tanto in tanto, mi sale lo sconforto più che altro a pensare che probabilmente morirò prima di andare in pensione e quindi poter vedere i cantieri con le mani dietro la schiena commentando caustico e cercando l’assenso di altri anziani miei pari.

Ma non è questo.

Sono infelice perché le mie relazioni durano meno di una promessa elettorale? Guardiamo il lato positivo: posso mangiare tutto l’aglio e la cipolla che voglio senza preoccuparmene.

Non c’è un motivo concreto per cui io debba sentirmi giù di toner, come direbbe una fotocopiatrice.

Essendo io incline al leopardismo – tra felini ci si intende – delle volte rifletto su questa frase che da anni mi dà da pensare:

Quando l’uomo non ha sentimento di alcun bene o male particolare, sente in generale l’infelicità nativa dell’uomo, e questo è quel sentimento che si chiama noia [Zibaldone di pensieri]

Tendo a diventar inquieto dopo poco appena mi fermo.

Non è che io sia sempre così, beninteso.

Mi rallegro e godo di tante cose. Mi affascinano soprattutto i piccoli momenti che regalano un sorriso.

Un messaggio inaspettato in cui ti chiedono Come stai?, che, a differenza dell’incontro casuale e del Come stai? di circostanza, implica che in quel momento alla persona tu sia venuto in mente.

Aprire il frigo pur sapendo di non avere nulla dentro ma poi ricordarsi che nel congelatore avevi messo da parte una porzione di qualcosa di buono per ogni evenienza.

Leggere un libro sotto un albero.

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La minzione liberatoria quando stai scoppiando, dopo un litro di birra.

Un complimento ricevuto.

Un complimento fatto e vedere il piacevole apprezzamento negli occhi altrui, di chi comprende che non è una affermazione buttata lì per riempire un vuoto.

I momenti strani quotidiani, come quando l’altroieri ho alzato la testa perché mi sentivo osservato e mi son trovato un piccione che mi scrutava dal fondo del corridoio.

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Ho aperto la porta e l’ho seguito finché non è uscito. Tanto è noto che i piccioni, se inseguiti, camminano invece di svolazzare.

Quando è arrivato sullo zerbino, si è girato a guardarmi. Allora mi è venuto spontaneo, mentre chiudevo la porta, dirgli per educazione: “Ciao, eh! Stia attento, mi raccomando”

Dopo ho riso di me pensando al fatto che parlo agli uccelli.

E poi mi son chiesto: e se un giorno non traessi più piacere da nulla? Se non ridessi più?

E un po’ mi son incupito.

Non è che per spiegare una tovaglia serva un professore

Conversazione su Skype:

– Figlio, perché non ti vedo dalla videocamera?
– Madre, per l’ennesima volta, lo sai che sul mio portatile a volte si accende e altre dieci no
– Ma se io clicco sulla telecamera dovrebbe partire
– No, Madre, anche se clicchi non si accende da quest’altro lato
– Ma io mi vedo
– Perché è la tua “telecamera”, la mia non si accende. Dobbiamo stare qua a provare tutta la sera?
– Ma io non capisco perché se premo sulla telecamera non si veda
– Madre, ti ricordi quando tu aprivi l’acqua calda in cucina mentre stavo facendo la doccia e mi sentivi imprecare in sumero perché a me restava l’acqua fredda?
– Sì ma che c’entra?
– Ecco, qui non funziona così. Adesso puoi aprire tutte le volte che vuoi il rubinetto, da quest’altra parte non succederà un bel niente
– Ah, mò sì.

Disse una volta il filosofo del ‘600 Carlo Bucolico, conosciuto anche come Enrico Cinasco:
Il genio è un uomo capace di dire cose profonde in modo semplice.

Io spesso non mi so spiegare, se non con irriverente saccenza. E, per di più, mi spazientisco quando non capiscono ciò che intendo dire. Fortunatamente spesso mi giungono in soccorso gli esempi.

L’esempio è una cosa vitale. Anche la similitudine più banale e astrusa può essere fonte di insegnamento e può aiutare a chiudere una conversazione che si sta trascinando per le lunghe.

Purtroppo, non sempre funziona.

Una volta all’università per un esame lessi anche un libro che il professore aveva inserito come facoltativo per i corsisti.


Ho sempre avuto un deficit di concentrazione sul particolare tale da rendermi dispersivo l’apprendimento. Ho la necessità di saperne il più possibile su un determinato argomento per poter avere il quadro completo. Come diceva un proverbio cinese: Non insegnare a un uomo a pescare, prima insegnagli tutti i tipi di pesce che ci sono nell’oceano.


Qualche giorno dopo mi telefonò un collega che si stava preparando per lo stesso esame:

– Ma tu ti sei fatto anche il libro che non si doveva fare?
– Me lo son giusto letto
– Ma secondo te va studiato?
– No, io me lo son letto per approfondire, ma se ne può fare tranquillamente a meno
– Come l’hai letto, te lo sei studiato?
– No, l’ho semplicemente letto una volta, velocemente
– Ma le cose che ci stanno scritte te le ricordi?
– Beh sì, una volta letto, qualcosa ti rimane impresso
– Quindi te lo sei studiato?
– No no, l’ho letto e basta
– Ma come l’hai letto?
– Una parola dietro l’altra, come dovrei leggerlo?
– Ma le cose poi te le ricordi?
–  Sì, come ti dicevo, se leggi ti rimane impresso qualcosa
– Ma l’hai sottolineato?
– No, ho letto, l-e-t-t-o, hai presente quando leggi sulla Gazzetta i voti del Fantacalcio e poi ti ricordi che Vigiani della Reggina ha preso 6,5 + assist? L’hai imparato a memoria? L’hai sottolineato? Ti sei fatto lo schemino? No.
– Ah ho capito
– Assafamarònn*
– Ma dici che dovrei farmelo ‘sto libro allora o no
– …
– Va be’ ià non me lo faccio
– Bravo
– Ma io non ho capito come te lo sei letto
Clic.


* Trad.: E quindi uscimmo a riveder le stelle!


Non è che l’andrologo sia un mestiere del…beh si è capito

Qualche tempo fa fece discutere la proposta di ridurre l’iva sugli assorbenti. La sintesi della discussione che ne scaturì fu: Ahahah.

È possibile che, delle volte, il dibattito sociale in questo Paese assuma livelli da conversazione da alunni delle scuole medie.

Senza dimenticare, inoltre, l’esistenza di fondo di un certo sessismo serpeggiante, quantunque ciò venga negato. Anche da parte delle donne, da alcune delle quali ho sentito dire Io non mi sento discriminata e poi non la voglio la parità, a me sta bene che un uomo mi apra la porta o mi offra la cena.

Non è proprio così che funziona, avrei voluto dire, e la galanteria è un conto e le discriminazioni un altro.
Ma chi sono io per far crollare le convinzioni altrui?

Anche perché, e vengo al vero oggetto del mio discorso, trovo che si parli troppo di donne!
E anche di uomini, a dire il vero, ma nel modo sbagliato.

Si parla mai delle difficoltà connesse all’essere nati con un affare tra le gambe?

Innanzitutto è un attira-colpi.
Da questo punto di vista per scomodità è secondo soltanto al dito piccolo del piede.

Tutti gli sport con la palla sono un pericolo.

Ricordo quando una volta, giocando a calcetto, volli esibirmi in uno stop volante di petto. Saltai incontro al pallone con le braccia all’indietro e il petto proteso in avanti come un piccione in amore. Ero il Nureyev del calcio a cinque.

Peccato che calcolai male la distanza o forse la velocità della palla, fatto sta che stoppai sì la palla ma con le parti basse.

Mentre mi contorcevo sul suolo, prima di svenire sentii qualcuno dire Dai gioca gioca, non si è fatto niente!. Io gli augurai di uscire dal campo con i piedi davanti e poi persi i sensi.

L’altra problematica connessa all’essere fallodotati è la pressione sociale che gli ruota intorno.

Si vive ossessionati dall’eterno ritorno del discorso sulle dimensioni, su cui spesso si bara.

L’ho fatto anche io.

Avevo 14 anni, frequentavo le chat di Napster.


Napster era un programma di file sharing, sorto nell’era del 56k. Per tirare giù una canzone ci volevano un paio di ore, spesso succedeva che il download saltasse quando il file era al 99% e lì partivano invocazioni ad Anubi.
Il logo era un gatto con le cuffie. Non poteva che attirare la mia attenzione, quindi.


Molti che si aggiravano lì esordivano pubblicizzando dimensioni equine: al che mi dissi, chi son io per esser da meno?

Quindi dicevo sempre di avere 30.
Anni.

L’uomo maturo cuccava di più dell’elefante o presunto tale. Poi però alla fine dovevo rivelare di essere un adolescente col baffo da portoricano e mi bloccavano dai messaggi privati.

L’affare maschile reca con sé, inoltre, tutta una serie di problematiche fisiologiche.

Al mattino svuotare la vescica quando ci si è appena svegliati è difficile, causa una certa riottosità da parte dell’organo a porsi in posizione di riposo.

D’altro canto, tale riottosità è compianta quando vien meno nei momenti meno indicati. E se un uomo dirà alla propria partner Non era mai successo, vorrà dire che è già successo.

C’è un altro motivo per cui è scomodo: a volte va fuori posto.
Le donne non comprendono perché gli uomini stiano sempre a sistemarsi lì, alcuni apertamente, altri facendo finta di ravanare nelle tasche in cerca di qualcosa che non c’è. Altri ancora, lo fanno i più discreti come me, si esibiscono in camminate strane, di cui ne esistono due varianti:
– il cowboy che si è fatto la pipì addosso
– il soldato in marcia durante una parata.

Il motivo è che coi pantaloni, soprattutto coi jeans che sono un tessuto meno elastico, è veramente scomodo quando il nostro amico finisce fuori posto.
Gli scozzesi avevano capito tutto col kilt.

Infine, c’è chi lo usa nel modo sbagliato durante la minzione.
Ricordo ancora durante i miei anni scolastici e quelli universitari quale era il suono all’ingresso nel bagno: ciaf ciaf ciaf. Delle volte ci voleva una zattera.

Pertanto, sì alla riduzione dell’iva sugli assorbenti, ma sì anche un dibattito sociale serio sul pene e non dibattiti sociali del pene!

Non è che siglare un contratto voglia dire metterci la musica

Mercoledì di settimana scorsa.
Il capo mi convoca per parlarmi.
Mi chiede come mi trovi lì con loro.


Passavo di qui per caso, avrei voluto rispondere.


Poi mi dice che la compagnia non è in un buon momento.


E io lo so che non è un buon momento. Mi hanno raccontato che il precedente amministratore, poi defenestrato, ha lasciato un grande vuoto. Finanziario. Capita quando approfittando di essere il capo ci si triplica lo stipendio da soli.


Da quel momento in poi tutto il resto del discorso è avvolto nel buio.

Ho un problema a seguire chi parla con tono piatto e monocorde e senza muovere le labbra. Li definisco gli ermetici, perché hanno la bocca ermeticamente chiusa. Ho un medico che parla così, lui però la bocca la apre e serra invece i denti. Mi ha costretto a imparare a decifrare la scrittura da medico per capire cosa mai mi stia indicando perché a voce non si capisce niente.


Una cosa che in genere solo un farmacista sa fare. Forse un mio avo aveva una farmacia e mi è rimasto nel dna.


So cosa si potrebbe pensare: sono uno degli ultimi sciocchi che partecipa a tenere in piedi questa farsa mondiale della medicina rivolgendosi ai medici, quando con Google e un bicchiere di acqua e limone potrei curarmi da solo, è risaputo.


La difficoltà aumenta quindi nel cercare di comprendere uno che parla così in inglese.

Aggiungiamo che ho delle mie colpe. A volte, mentre mi stanno parlando, parte in me un dialogo interiore che mi isola dalla conversazione ponendo più o meno queste domande:

– Che cosa vorrà dire?
– Che cosa dovrei dire?
– Che cosa si aspetta che io dica?
– Quale effetto avranno le mie parole?
– Avrò spento i termosifoni prima di uscire di casa?

Mi sono ripreso e sono tornato alla realtà mentre lui mi diceva più o meno “E quindi è così”. Io ho risposto “Ok”.
Non so a cosa io avessi detto ok perché mi ero perso un pezzo di discorso anche se dalla premessa poteva essere comunque intuibile.

Mi sono confidato con CR chiedendo cosa dovessi fare e lei mi ha aiutato a ricostruire quel pezzo mancante. Ne aveva in precedenza già parlato col capo: la società non può permettersi di rinnovarmi il contratto.

Ho esultato perché avevo recuperato il pezzo del puzzle della conversazione. Poi ho realizzato per cosa io stessi in effetti esultando.

Ho ormai una discreta dimestichezza con l’avere una data di scadenza a breve termine addosso. Mi ricordo anche di controllarla periodicamente prima di cominciare a puzzare. Ora ho due mesi per riflettere e capire cosa fare. Potrei restare qui e cercare altro, in tutt’altro campo, tornando a fare cose che facevo già in Italia e che ho odiato fare. Con una differenza: a uno stipendio inferiore. Vantaggi della delocalizzazione.

Oppure, cercare nel mio campo altrove, Italia o qualsiasi altro posto. Sperando di rimediare qualcosa.

Oppure chiedo un prestito e apro una caffetteria minimal-recycle-bio dove al posto delle sedie ci sono dei puff fatti di sacchi di iuta intrecciati da una cooperativa equo-solitaria di ex falsi invalidi con sede in un palazzo sottratto alla politica.

Ultimamente mi sento fumettoso.