Non è che il ragioniere sia famoso solo perché è uno che conta

Vicino la scuola elementare che frequentavo c’era una tabaccheria. Rammento a malapena il viso della tabaccaia. Ho un ricordo però vivido della massa di capelli che aveva in testa, simile a un nido di rondine.

Madre mi mandava lì a comprare la merendina prima di entrare a scuola.
Nulla più che un pacchetto di crackers. È probabile non fosse molto salutare come merenda ma all’epoca non si badava molto all’alimentazione scolastica.

Avevamo cose più serie cui pensare, tipo invasioni periodiche di zecche nell’istituto o i rubinetti dei bagni che vomitavano fango.


Che comunque era più pulito della pelle di noi alunni.


Madre mi metteva la Mille Lire in mano e mi attendeva fuori. Un utile esercizio per imparare il valore del danaro e come fare i conti.

Ero un po’ riottoso all’apprendimento visto che puntualmente la tabaccaia mi inseguiva fuori agitata, perché

– Avevo dimenticato di pagare
– Avevo dimenticato il resto
– Avevo dimenticato i crackers
– Avevo preso tutto. Compresa la Mille Lire che avevo in precedenza posato sul bancone.

Il problema della distrazione durante le interazioni mi è rimasto dentro anche una volta cresciuto. Forse ce l’ho da quando sono nato ed era impossibile da correggere.

Adesso non dimentico più di pagare nei negozi. Anche perché non essendo più un bambino credo che mi rincorrerebbero con una spingarda.

Però magari lascio indietro un grazie quando andrebbe dato.
Non mi prendo un complimento quando meriterei.
Fallisco uno scambio di opinioni.

Una volta ho pure lasciato un preservativo in una ragazza. La cosa si risolse in breve tempo dopo un esame speleologico.

Adesso lei lavora per la SISAL, estrae numeri – da dentro di sé – per il SuperEnalotto, mentre il condom recuperato ha un programma su DMAX: Com’è fatta.

Non è che per il bove un bel giogo duri poco

Ogni tanto lancio uno sguardo distratto alle vetrine dei negozi di giocattoli. Oltre che per ammirare qualche giovane mamma, lo faccio per controllare eventuali cambiamenti nei balocchi rispetto a quelli di quando ero bambino.

Credo sia questo il diventare anziani.


Mi riferisco a fare confronti con la propria infanzia, non il guardare le mamme.


Tra invasioni Marvel e Star Wars – sia maledetto Topolino e la sua industria – vedo che poco è cambiato. Omoni snodabili e pistole attentatrici oftalmiche esistono ancora e continueranno a farlo.

Qualche volta dovrei investigare sull’esistenza di altre tipologie di giochi: le minchiate.

La minchiata non è il robot gigante o l’astronave con le lucine. La minchiata è quella cosa che desiderano tutti ma che non si capisce a cosa serva e perché mai debba esser acquistata.

Quando ero piccolo c’erano molte minchiate.

Il Crystal Ball è secondo me un chiaro esempio.

Con crystal ball ci puoi giocare (crystal ball)
e tante cose da inventare (crystal ball)
ci puoi far cose divertenti (crystal ball)

Tante cose è un po’ pretestuoso, considerato che potevi crear solo delle bolle sgraziate. E le cose divertenti mi sfuggono, a parte calpestare con i piedi le bolle e poi andare in giro per casa con le scarpe appiccicaticce per la gioia di Madre che aveva appena lavato il pavimento.

Il CB puzzava di petrolchimico in modo inverecondo. Mi risulta sia ancora in commercio e con una formula diversa, più profumata e meno appiccicosa.

Ma io son sicuro che venti e passa anni fa inalavamo tanto di quel benzene che manco un ingegnere dell’ENI.

In tema di cose puzzolenti e dalla dubbia composizione chimica, le manine adesive delle patatine erano un altro bell’esemplare di minchiata. Fuffa allo stato puro, dopo averle tolte dalla confezione e lanciate contro il muro il loro effetto adesivo si azzerava. Una scuola di pensiero dell’epoca sosteneva che bastasse lavarle con acqua e sapone per farle tornare come prima.

Falso.

Così quando erano inservibili le appallottolavo e le lanciavo con la fionda.

Le manine, come accennavo, avevano un odore molto strano e sgradevole. Credo fossero comunque meno tossiche delle patatine che le contenevano.


Va detto che spesso io compravo le buste per prendere la sorpresa e gettare il resto.


In tema di tossicità credo che nulla potesse però battere i braccialetti di gomma profumati e dalle sfumature arcobaleno. Una minchiata così minchia che purtroppo non riesco a trovarne traccia nell’internet (che eppure di minchiate ne conosce!).

Apparvero dal nulla, così come nel nulla scomparvero. Si potevano comprare dal tabaccaio e nelle mercerie. Nel periodo in cui ero alle elementari diventarono la moda del momento, fino a che le mamme non cominciarono a boicottarli perché si diffuse la voce che fossero pericolosi.

In effetti col sudore tendevano a scaricare colorante sul polso, lasciando macchie che sembravano ecchimosi di manette. Senza contare che il profumo di cui erano impregnati non credo fosse prodotto con estratti bio di lavanda e jojoba.

Sulla loro tossicità a scuola fiorirono leggende metropolitane, come ad esempio il fatto che causassero addirittura la polmonite!


La correlazione tra colorante e polmonite mi sfuggiva, ma chi ero io per contraddire l’efficiente sistema informativo del passaparola scolastico?


Non ebbi mai un braccialetto colorato, perché il Gazzettino delle Mamme Apprensive arrivò a casa mia prima che potessi acquistarne uno.

Traendo le somme, con tutte le minchiate tossiche con cui siamo venuti a contatto da bambini credo che oggi dovremmo avere tutti dei superpoteri.

In effetti alcuni di noi sono diventati dei superminchioni.

Non è che la ginecologa con dei disturbi legati al lavoro abbia le turbe di Falloppio

Non ho mai ricevuto un’educazione sessuale, se si esclude una precoce iniziazione con Postalmarket proseguita poi con l’anime di Lamù.
Senza andare poi a scomodare le pagine della finta posta del Cioè rubato alle compagne di classe.

Fin dal primo episodio evidenziava il proprio potenziale formativo.

Fin dal primo episodio evidenziava il proprio potenziale formativo.

Quel che ho poi imparato in maniera più seria l’ho appreso di mia iniziativa sui libri. Un po’ per desiderio di conoscenza, un po’ per quella pruriginosa curiosità che può avere un ragazzino.

La prima reazione fu quella di pentirmi del prurito. Insomma, uno dovrebbe poi infilarsi in un posto umido, a volte maleodorante, dalla dubbia estetica e pieno di batteri? In pratica è come entrare in un ristorante cinese.


Beata ingenuità infantile.


Gli insegnanti non hanno mai offerto molto supporto, seppur i vari testi scolastici trattassero l’argomento, con differenti modalità.

Il sussidiario di scienze delle scuole elementari spiegava in un paio di pagine la riproduzione, anche se senza alcun riferimento anatomico: ricordo i disegni di una cellula uovo (stilizzata) e di uno spermatozoo che vi si appropinquava. Quest’ultimo era raffigurato come fosse un biscione nero.


In pratica sul libro avevo il logo dei Queens of The Stone Age:


Il libro di educazione fisica delle scuole medie era molto più dettagliato e completo.

Peccato che un libro di educazione fisica in una classe sia cosa più inutile di un frigorifero in Groenlandia.

Le due ore scarse – il professore aveva divorziato dalla puntualità – di lezione a settimana erano dedicate soltanto a calcio (i maschi) e pallavolo (le femmine). E se eri masculo non giocavi con le femmine: oggi dicono che ci si ammala di gender, allora ti davano del ricchione.


E qui che si capisce che non serve alcuna educazione sessuale: non si deve inculcare ai ragazzi l’idea che non sia normale dare del ricchione a qualcuno.


Qualche volta, quando si era in pochi in classe, abbiamo permesso alle femmine di giocare a calcio con noi. Loro potevano fare cose riservate all’altro sesso ma solo per gentile e temporanea concessione da parte nostra, revocabile in qualsiasi momento.

In genere la partita finiva quando una ragazza rimaneva acciaccata da una pallonata sul petto o sul basso ventre. Quella fu un’altra lezione di anatomia: le parti intime femminili sono delicate e sensibili anche al Super Santos.

Ricordo una sola occasione in cui aprimmo il libro di educazione fisica, in un giorno di pioggia e con le palestre inagibili.

Il professore lesse un capitolo riguardante la pubertà. Finita la lezione chiuse il libro senza aggiungere una parola di spiegazione, della serie Questo è, il mio dovere l’ho fatto.

Quella si potrebbe avvicinare a essere stata una lezione di educazione sessuale avuta a scuola.

A casa invece l’unico insegnamento ricevuto fu quando Madre mi disse “Non portarci nessun dispiacere a casa, capisci a me“, alludendo al prestare attenzione a non impollinare improvvidamente qualche fiore.

Mi sono tornati in mente questi ricordi dopo aver visto un video su Internazionale in cui una giornalista e una regista si interrogano su quanto le persone, in particolare le donne, conoscano la struttura dei genitali.

I risultati sono un po’ sconfortanti. Saranno magari casi estremi ed estrapolati da un contesto, anche se a volte mi chiedo quanta educazione intorno certi temi ci sia tra la gente.

Se molti devono istruirsi da sé – e io almeno avevo l’interesse verso libri di divulgazione – non posso allora considerare inusitato che ci sia chi confonde vagina e vulva o che pensi che l’uretra sia una cantante soul.


La famosa Urethra Franklin.


In realtà tutto il post era teso ad arrivare a questa battuta.


Il vocaboletano – #1 – L’arteteca

Questa sera inauguro un ciclo di post frutto di una collaborazione tra me me medesimo felino e la blu crisalide77, che ha avuto l’idea di iniziare questo viaggio didattico nel mondo del napoletano.

Ogni settimana, a turno, presenteremo un vocabolo e lo spiegheremo nelle sue accezioni e sfumature.

Al termine del corso – gratuito, sottolineo – grazie alle conoscenze linguistiche acquisite con Il vocaboletano sarete in grado di confondervi tra i Napoletani e passare inosservati!

Il vocabolo di questa sera è l’arteteca.

Come tanti termini in dialetto, non è traducibile in italiano con una singola parola. Indica “uno stato di frenesia di una persona che non sa star quieta”.
L’arteteca, quindi, non è. L’arteteca si ha.
Si è solito infatti dire che Chill ten arteteca, Quello ha l’arteteca, cioè non sta fermo.

È molto usata nei confronti dei bambini che, si sa, sono irrequieti.


O almeno quando ero bambino io era concesso essere irrequieti.
Oggi invece a un bambino vivace diagnosticano 4-5 disturbi comportamentali tutti insieme.


Anche a me da bambino hanno molte volte diagnosticato l’arteteca.

Essendo figlio unico e non avendo coetanei nelle vicinanze di casa ogni occasione di libertà era per me una opportunità di svago. Persino a scuola, anzi, soprattutto. Avevo difficoltà a rimanere fermo e composto sulla sedia (una delle forme di costrizione più violente per chi ha l’arteteca è quella di dover rimanere seduto) e appena suonava la campanella di fine ora saltavo come se sotto avessi avuto un sedile eiettabile.

La mia vivacità generava tal fastidio nelle maestre che più volte sono stato da loro eiettato fuori dall’aula.

Non che a casa fossi più tranquillo, anzi.
Ricordo una volta, che tal era forse l’arteteca che mi scorreva nelle braccia, che riuscii a staccare un cordolo di marmo dal balcone dei miei nonni, semplicemente tenendolo con le mani e spingendolo e tirandolo verso di me, lento e costante. Gutta cavat lapidem, si dice per indicar un lento lavorìo di logoramento. Braccia scassan balconem, aggiungo io.

Credo di averne prese così tante ma così tante che non ne ho più ricevute a lungo perché ne avevo consumato le scorte.

Forse da lì cominciai a guarire dall’arteteca e a diventare una persona più tranquilla.

Anche se, delle volte, sento che mi ritorna a scorrere nel corpo e avverto irrefrenabile il bisogno di muovermi, di toccare, di danzare, di correre, di saltare.

Etimologia
L’origine del termine arteteca non è simpatica e allegra come si può pensare. Deriva infatti dal latino arthritica, che indica la febbre reumatica che comporta, tra le altre cose, la comparsa nel soggetto colpito di spasmi involontari agli arti.

Ci sarà stato qualcuno che, un giorno, vedendo una persona irrequieta gli avrà detto Che hai? L’arteteca? riferendosi ironicamente alla malattia e da lì il termine ha perso il significato originario fino ad acquisire quello per cui oggi è conosciuto.

Non è che per giocare a polo devi spegnere il riscaldamento

Il ritorno al lavoro dopo un periodo di ferie è un evento traumatico, in genere. È una sveglia del lunedì mattina moltiplicata in modo esponenziale.
È una cefalea pulsante.
È un programma televisivo pomeridiano dove una donna racconta di essersi ripresa da una sbronza dopo che le è apparso Paolo Brosio e il pubblico inquadrato si commuove e fa anche l’espressione di chi non si accorge di essere inquadrato.

Per me non è così.

Sono il tipo di individuo che, sin dai tempi delle scuole elementari, vive il rientro con positiva agitazione.

Nei giorni precedenti avverto tristezza per la fine delle vacanze, ma quando è il mattino del ritorno al dovere mi ritrovo invece piacevolmente ansioso di ricominciare, rivedere persone note con cui condividere esperienze, scoprire le novità che il nuovo inizio porta.

Tale fanciullesco entusiasmo si è poi ogni volta rivelato effimero. Durava il tempo necessario per tornare a odiare le persone note e le esperienze color marrone che le riguardavano. Senza considerare che le uniche novità che la vita offre si trovano al massimo nel volantino di un supermercato che deve liberarsi dalle eccedenze di magazzino spacciandole per nuove offerte.

Durante il periodo della scuola, il ritorno dopo le vacanze di Natale significava fare i conti con i termosifoni che non funzionavano a dovere, essendo stati spenti per due settimane. È ciò che sta accadendo anche in questi giorni in vari istituti lungo lo Stivale. È bello vedere una continuità storica tra le generazioni.

Quando ero a scuola io però nessuno mai ha sollevato polveroni per il fatto che in classe eravamo costretti a stare col cappotto.
Anche perché probabilmente visti i nostri edifici sarebbero stati polveroni di amianto e non era il caso quindi di sollevarli.

Alle elementari per esorcizzare il gelido periodo alcuni di noi inventarono “La Banda FBI”, con un arzigogolato collegamento logico.

Si sa che gli investigatori vanno in giro sempre in cappotto o impermeabile anche a Ferragosto. Tanto per loro poco cambia perché in qualsiasi periodo dell’anno c’è buio e/o pioggia e/o freddo. Ebbene, noi che indossavamo il giaccone in classe e nei corridoi eravamo quindi come dei detective.


È un po’ come dire che mettendosi una boccia di vetro in testa si è un astronauta. E solo ora realizzo che questa sarebbe stata un’idea più divertente di quella dei detective.


Domanda: ma se tutti indossano giacconi e cappotti cosa rendeva degni di appartenere “all’FBI” solo alcuni?

La simpatia.

Una delle regole non scritte del mondo infantile è che qualsiasi decisione viene presa democraticamente a simpatia. Se piaci sei dentro, se non piaci sei fuori. Insomma, le giurie popolari non le hanno inventate mica gli adulti.

E io piacevo o no?

Io a dire il vero sono sempre stato “un tipo” e quindi andava come capitava.
Alle volte ero dentro, altre volte ero fuori.

Ironia della sorte quando crescendo si è cominciato a parlare di ragazze mi sono sentito anche io, come tanti, dire “Sei simpatico, ma…” al che ho replicato “Allora se ti sto simpatico formiamo una banda!” ma lei mi ha guardato strano ed è fuggita.


Per la cronaca, fui “dentro” l’FBI, ma solo perché avevo un bel giaccone che aveva anche uno stemma sul petto all’altezza del cuore che sembrava tanto un distintivo. Ebbi quindi il dubbio che non fossi io quello simpatico alla banda, ma il mio giaccone, e provai un sentimento di rancorosa invidia.


 

Non è che il barbiere cammini radente ai muri

Un’altra esperienza che non avevo ancora provato qui a Budapest, dopo quella di farmi mettere un dito nel sedere da un medico ungherese (vedasi post sull’esperienza), era quella di farmi tagliare i capelli.

Dopo 17 anni di fedeltà assoluta al mio barbiere di fiducia, ieri l’ho tradito. Sono andato nel salone di questa popolare catena ungherese denominata Barber Shop.


Adesso temo il momento in cui mi ritroverò a passare da lui. Pur dopo mesi e varie ricrescite, mi troverà comunque addosso l’odore di altre forbici.


Un cartello sulla porta vieta l’ingresso alle donne. All’interno c’era un tale che suonava la chitarra. L’arredamento è anni ’40 e i “tosatori” all’opera sembrano commessi di H&M. Il proprietario mi ha accolto chiedendomi se volessi qualcosa da bere. Al mio tentennamento, lui ha chiesto Beer? ammiccando col sopracciglio e ho pensato ci stesse provando con me.

Ho mostrato al tosatore una foto del mio taglio tipico, ma il risultato alla fine non è stato proprio somigliante. Sono uscito fuori che non mi riconoscevo più. L’acconciatura era vagamente hitleriana.

In tema di cambi di identità, in settimana ho letto un articolo interessante su Il Post, mia lettura da toilette preferita.

Secondo tale articolo, due sono le preoccupazioni comuni a quasi tutte le persone: la paura di non voler abbastanza bene ai propri cari e la cosiddetta “sindrome dell’impostore”. Quest’ultima rappresenta la condizione di chi si sente arrivato sin dove è giunto solo per caso, per fortuna, perché gli altri non si sono accorti della sua incapacità.

È tutta la vita che convivo con questa sensazione. A scuola, all’università, al lavoro, nelle relazioni. Mi convinco che le cose siano andate o stiano andando bene soltanto perché sono riuscito a ingannare gli altri.

Finché ho cominciato ad avvertire che qualcosa in me stesse cambiando.

Mi sono reso conto che ci stiamo addentrando sempre più nell’era dei “laureati all’università della vita”, degli scienziati da Wikipedia, dei tuttologi di ‘stocazzo.


La volgarità dell’ultima espressione è in maniera pervasiva sovrastata dalla sua portata icastica.


Le persone sono sempre più propense ad addentrarsi in dissertazioni tecniche senza alcuna base cognitiva comprovata. Se parli a qualcuno di un disturbo alimentare, questo, con sicumera, ti dirà che “Dovresti provare la dieta paleolitica o quella del gruppo sanguigno o quella dei peli del culo”.

Allora la mia presunta impostura, lungi dall’essere una debolezza o una condizione socialmente invalidante, può rivelarsi un punto di forza. Ho deciso di lavorare per essere un grande ignorante sapiente, un performer di ruoli. Un po’ come Frank William Abagnale Jr..


Quello del romanzo Prova a prendermi, che ha poi ispirato il film con DiCaprio.


Questo post potrebbe essere tutta una menzogna.

Non è che il film sulle difficoltà di una ragazza che ripara auto si chiami “Arranca Meccanica”

La settimana scorsa, quando l’ho messa in moto, l’auto ha iniziato a fare titic titic titic.

Ho pensato ci fosse un pezzo di plastica incastrato sotto.
Quando ho controllato, ho visto che lì c’era un cavetto che pendeva col morsetto che toccava l’asfalto.

Tutti i meccanici di fiducia (mia e di conoscenti) sono in ferie e di andare dal primo che capita non è che abbia tutta questa propensione. È possibile che vada lì per sistemare il cavo estinto e mi senta dire di dover sostituire il motore. So di poveri tapini entrati in officina per un cambio d’olio e usciti con un preventivo per un’auto di Formula 1.

Constatato che freni, acceleratore e volante funzionassero, ho girato un po’ – per esigenze – con l’auto tichititteggiante.
È un rumore molto irritante e l’impotenza di non potervi porre rimedio lo è ancor di più.
Dopo un po’ viene voglia di forarsi i timpani come un Cavaliere dello Zodiaco.


Il Cavaliere d’Oro Aldebaran del Toro, nel combattimento contro Syria che usava melodie ipnotiche, decide di rompersi i timpani. Comprensibile, anche a me la cantante Syria mi è sempre stata sulle balle.


So che molti lo conoscono come “Toro” e basta, ma, così come tutti gli altri Cavalieri, nella versione originale hanno dei nomi e non ci si rivolge a loro soltanto col nome delle sacre vesti. Qual sgomento, ad esempio, quando all’epoca scoprii che Pegasus non si chiamasse affatto Pegasus: e io che avevo sempre pensato che fosse una fortunata combinazione che uno che si chiamava Pegasus ottenesse l’armatura di Pegasus.


Inoltre ho il timore che la gente in strada oda tale rumore e mi osservi.
Questa sensazione mi incute disagio e soggezione.

È come andare in giro con le scarpe nuove che scricchiolano e cigolano.

wikiHow fa presente che nascondere la cocaina nelle scarpe che cigolano è rischioso, in quanto il rumore attira l’attenzione

Mi è successo una sola volta, per fortuna. In prima media.

È una di quelle cose per le quali da bambino potresti rischiare di essere pestato.
E io ero ancor più preoccupato in quanto piccolo.
Da piccolo ero piccolo. Sembra tautologico, ma il fatto è che mi trovavo un anno avanti gli altri. O un anno indietro, non l’ho mai capito. Insomma, per la mia età ero avanti nel sistema scolastico avendo fatto la primina, ma ero indietro come età rispetto ai miei compagni.

Una volta, con quelle scarpe indosso, stavo attraversando il lunghissimo e vuoto corridoio tra i bagni e l’aula.
L’eco delle mie scarpe sul pavimento cigolava tra le pareti scrostate che custodivano il prezioso amianto di cui sono farcite le nostre strutture.
Sgnek sgnek sgnek sgnek.
Sgnesgnesgnesgnesgnek.
SgneeeekSgneeekSgneeek.
Che accelerassi il passo o rallentassi non cambiava molto: se andavo più veloce per arrivare il prima possibile in classe facevo tanto rumore, se andavo piano per esser leggero prolungavo lo stillicidio.

All’improvviso, da un’altro corridoio, dalla direzione opposta svolta l’angolo uno studente di terza. Alto il doppio di me.
Vado avanti facendo finta di niente.
Quando ci incrociamo, lui passa oltre. Poi si ferma e si volta fissandomi le scarpe. Mi volto anche io. Per un attimo lo guardo sperando che passi questo messaggio telepatico: “Rumore? Io non sento niente. Il rumore è nella tua mente”.

Purtroppo non gli arriva la comunicazione o non si convince.

Si avvicina.
Adesso mi mena.
Mi scaraventa giù dal finestrone del primo piano verso il canestro da basket in cortile.
Mi leva le scarpe e le usa per malmenarmi per vedere se cigolano anche contro la mia faccia.
Mi costringe ad ascoltare canzoni di Ivana Spagna.

Invece lui si presenta porgendomi la mano. Era anche pulita, cosa rara per un ragazzino delle medie.
Per un attimo esito, temendo che fosse un trucco per una mossa di aikido. Ma decido di fidarmi. Facciamo conoscenza e chiacchieriamo.

Da quella volta è divenuto il mio amico del corridoio.

Non l’ho mai visto fuori la scuola né in altri luoghi. Lo incrociavo soltanto di passaggio tra i bagni e l’aula e ci salutavamo o facevamo due chiacchiere.

Ero anche convinto che se mi avessero aggredito mentre mi trovavo lì lui sarebbe intervenuto. Difatti non sono mai stato aggredito e non si può escludere che siano stati i benefici della sua amicizia.

A stento ricordo che faccia avesse.

Poi le scuole quell’anno finirono e non lo rividi più.
Forse non è mai esistito.
Forse era lo spettro di uno studente morto tragicamente in quell’istituto.
Forse era un’allucinazione prodotta dal suono ipnotico delle scarpe.

Ho pensato che tutti hanno avuto o hanno una conoscenza “da corridoio”. Un contatto estemporaneo e casuale ma ripetuto che entra a far parte della familiarità pur rimanendo confinato a spazi e tempi limitati.

Sono uscito di nuovo con l’auto tichititteggiante.

Però non si è fermato nessuno a parlare con me, attirato dal rumore.