Non è che vai dal barista per avere un parere espresso

Non scrivo da un po’ in questo spazio.

Il motivo è che sono stato un po’ preso. Lavoro, studio – a proposito, settimana scorsa un altro esame in meno. Ne mancano 3 più la tesi – vita privata, non mi consentono di ritagliare un momento in cui mi dico, come facevo di solito, adesso mi isolo (mentalmente) e metto giù qualcosa.

In realtà il tempo, volendo, lo si trova. Diffido sempre delle affermazioni “Vorrei…ma non trovo il tempo”. Se una persona analizzasse il modo in cui spende il tempo durante una giornata sono certo che, nella maggior parte dei casi, troverebbe spazi in cui avrebbe potuto dedicarsi a quel che dice di voler fare.

È una questione di volontà.

È un po’ quella che mi manca ultimamente.
La colpa è del mio rapporto con internet.

O nostro Signore della Rete, dacci oggi la polemica quotidiana per aver di cui parlare.
Mi sono reso conto che tutto ciò che mi viene in mente da scrivere è legato a qualcosa che ho letto o di cui mi hanno raccontato (e che hanno letto su internet) o sulla quale hanno un parere e che è legata a vicende che non si svolgono nella mia vita quotidiana né hanno attinenza con essa né in/con quella della persona che eventualmente me l’ha raccontato.

Considerato che, allora, cerco di orientare la mia vita secondo 3 regole:
1) Non sei obbligato ad avere un’opinione su tutto;
2) Puoi provare ad avere un’opinione su tutto, ma non sei obbligato a rendere partecipi gli altri a tutti i costi;
3) Puoi provare ad avere un’opinione su tutto e rendere partecipi gli altri: assumiti la responsabilità delle stronzate che dirai;
cerco di disintossicarmi dall’invasione non richiesta di informazione ed evitare di applicarmici troppo.
Viva la desistenza.

Per rinfrescarmi le idee ho messo i piedi a mollo perché ragiono con i medesimi.


Comunque la cosa sembra aver funzionato e mi sento pronto a scrivere più regolarmente.


 

Non è che il presentatore televisivo sia uno che faccia telelavoro

L’Università eroga anche per questo semestre i corsi in modalità mista: online e in presenza. Riesco quindi ancora a essere un frequentante. Ho notato alcuni docenti non sono però contenti di tenere i corsi su Teams e non vedono l’ora che si smetta; sarà una coincidenza, ma sono gli stessi docenti che hanno delle evidenti difficoltà con la tecnologia: registrare la riunione, cambiare l’audio da altoparlanti del pc a casse esterne, far visualizzare un Powerpoint; situazioni che li rendono nervosi e insofferenti.

Forse, l’anno scorso, potevano cogliere l’occasione per imparare qualche rudimento di informatica, cosa che credo sia necessaria per tutti ma soprattutto per chi insegna, divulga, fa formazione.

Ma, si sa, del senno di poi son piene le fosse.

Io sono più che contento per i miei colleghi di corso, più giovani di me di 10 anni e più, che hanno potuto tornare in aula. L’università non è – o non dovrebbe essere – un esamificio, dove paghi e ti laurei. È un luogo da frequentare e vivere nel quotidiano. Per questo io mai la vorrei vedere trasformata in una università telematica.

Detto questo, la didattica online permette a studenti lavoratori e lavoratori studenti – come me – e studenti fuori sede di poter frequentare e partecipare. Sono conscio di parlare da persona che ha un interesse e quindi una visione parziale, ma credo che comunque il poter allargare la platea dei frequentanti sia un valore aggiunto per l’università.

Non tutti la pensano così e io credo che prima o poi si tornerà esclusivamente alla modalità di frequenza classica: la tecnologia resta ancora un pericoloso demonio, per alcuni.

Al lavoro, invece, è da Novembre che non abbiamo più a disposizione telelavoro illimitato e si è tornati a due giorni al massimo fruibili in questa modalità. In realtà da Gennaio la Spurghi&Clisteri dove lavoro aveva introdotto la possibilità di un terzo giorno di telelavoro settimanale fruibile fino a fine marzo. La Dirigente del nostro Dipartimento però si è dimostrata ostile a questa eventualità. Sua frase ormai entrata già nel mito: «Non è che se una cosa è disponibile uno allora se la prende solo perché c’è». Giusto. Sottoscrivo. L’ossigeno che lei respira, cara Dirigente, non è che dovrebbe prenderselo solo perché c’è aria a disposizione: ci giustifichi il fatto di consumarlo dando aria alla bocca.

Chiariamo: non baratterei mai una vita fatta di contatti e interazioni vis-à-vis con una vita in cui ognuno sta a casa propria e vede gli altri solo attraverso uno schermo.

Però, avere la possibilità di scegliere quando e come vivere online e offline, su quello forse bisognerebbe rifletterci.

Si diceva che «Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema». Temo invece stiamo proprio tornando a quella problematica normalità. Altrimenti non mi spiego perché, pur avendo bisogno per il mio lavoro solo di un pc e una connessione, sia necessario che la mattina io perda un’ora sulla tangenziale in una scatola di latta per andare in ufficio, a fare cose che fisicamente non sono comunque presenti e svolte né nel mio posto di lavoro, né nella città del mio posto di lavoro e nemmeno nella mia Regione. Tradotto, io mi reco in ufficio per svolgere, comunque, un lavoro a distanza.

Sono tante le persone nella mia situazione: gli stessi di cui vedo le facce afflitte e nervose in altre scatole di latta in tangenziale.

Mi rendo conto ci siano tanti interessi che si scontrano: perché il lavoratore che si sposta non crea danni all’ambiente e basta ma genera anche dei ritorni positivi; penso a tutti i bar e ristoranti che vivono intorno gli uffici, per dire. Il battito d’ali di una farfalla che vuol starsene a casa genera un uragano nel portafogli del povero ristoratore.

Non so quindi quale sia la cosa giusta da fare, se razionalizzare il lavoro a discapito di tutto un indotto che vive grazie a esso oppure lasciare tutto come sta, intasando le strade, l’aria, le arterie del lavoratore che non fa altro che stressarsi ancor di più.


C’è un convitato di pietra che non nomino in questo discorso: il trasporto pubblico. Quando inventeranno il teletrasporto, allora potremo parlarne, per il resto, non credo che, al di là delle deficienze del trasporto pubblico di molti territori italiani, sia possibile pensare che la nostra realtà, fatta di tanta provincia meccanica con i propri Comuni autonomi, sia paragonabile al territorio metropolitano delle megalopoli, dove anche chi vive a 30km dal centro è in realtà parte della stessa città e gli basta prendere una metropolitana per muoversi.


Continuo a essere convinto che lo stile di vita che conduciamo non sia sostenibile e abbia dei risvolti illogici; forse bisognava solo pensarci molto prima.

Come quella volta che, quando ancora c’era a livello generale lo smart working diffuso, un sindaco di una grande città italiana richiamava alla necessità di far tornare tutti al lavoro in presenza, al grido di «Mi viene tristezza a vedere le torri in centro vuote».

Forse ci si poteva pensare prima di riempire di vetro e cemento una città e ingrassare i costruttori. Ma, come dicevo, del senno di poi son piene le fosse.

E del senno di Poe (Edgar Allan), son pieni i gialli?

Non è che ti serva una Reflex per avere una fotografia della situazione

Una delle cose più divertenti – lo dico con sarcasmo – del mio lavoro è dover, con una certa periodicità, aggiornare diversi file Excel condivisi per tener allineati i dati che sono inseriti su altri gestionali, in modo da poter permettere a chi fa un’estrazione periodica di quei dati di poter poi realizzare una fotografia reale dei carichi di lavoro degli uffici.

Questa fotografia fornisce sempre dei risultati che sono interpretabili in un unica maniera: siamo oberati di lavoro, stiamo lavorando più di quel che dovremmo/potremmo e le cose non sono destinate a migliorare.

Nel momento in cui abbiamo: a) fotografia, b) interpretazione della suddetta e c) proiezione pessimistica, cosa succede?

Il lavoro viene diminuito?
Vengono assunte più persone?
Verremo pagati di più?

La risposta è no, in tutti i casi.

Quindi perché passare il tempo a compilare file? Questa è una buona domanda. È semplicemente una cosa per la quale, con la quale e senza la quale tutto resta tale e quale.

Diciamo che credo sia diventato come una sorta di rituale pseudo-religioso. Non ha senso porsi la domanda se abbia un qualche ritorno concreto effettivo quell’azione: la si svolge perché va fatta, perché è diventata tradizione, perché poi magari se non la fai chissà cosa di brutto pensi ti possa accadere.

Ho cominciato quindi a pensare di regolarmi di conseguenza rispetto a quest’ottica per evitare una noia mortale che sottrae anche tempo a cose realmente urgenti. Essere esonerato dalla compilazione facendo un voto o un’offerta, per dire, fino ad arrivare a pensare di comprare un’indulgenza. Oppure diventare scismatico e portare avanti un mio concetto di credo lavorativo non basato sui rituali compilativi. Fingermi un praticante occasionale che compila i file soltanto a Natale e a Pasqua.

Le opzioni ci sarebbero, diciamo. Avevo anche pensato all’idea di diventare la massima autorità che sovrintende tali rituali, ma, ahimè, ci sono alcuni ostacoli: la prima è che chissà quanto tempo ci vorrebbe per scalare il potere. La seconda è che l’attuale eminenza in carica – in qualche post precedente credo di averla soprannominata, per comodità narrativa, Apprensina – ci tiene a dare il buon esempio e sgobba più degli altri. Allora, mi chiedo, a che pro essere a capo dei rituali se poi devi eseguirli anche tu?!

Non è che il giudice convochi una gallina per deporre

Dopo un anno e mezzo che lavoro alla Sgranocchia&Sottrai è arrivato il momento di parlare di una persona con cui ho la sfortuna di condividere una parte del mio lavoro.

Per comodità narrativa lo chiamerò Magic English (e sarà chiaro tra poco il perché). Anche se, invero, ci sono altri diversi appellativi, poco onorifici, con cui sovente mi riferisco a lui.

Come sintetizzare un profilo descrittivo di Magic English? Diciamo che è la perfetta rappresentazione dell’immagine dell’italiano medio.

Ah, bravo! Fai tanto l’anticonformista, il progressista, il fanculoalmondoista su questo blog e poi te ne esci con banalità e stereotipi!

Persone della Corte, sia chiaro che io qui riporto dei fatti. Poi lascio ai posteri e ai poster attaccati al muro la sentenza. Alla fine della descrizione, vedremo se M.E. è degno di essere uno stereotipo.

1) Il suo inglese è degno della scuola di Renzi, che ha fatto appunto scuola – probabilmente spesso assente – sull’esprimersi nella lingua della Regina.

Una volta avevamo una riunione online io, lui e un collaboratore originario di un altro Paese. Quest’ultimo parla e comprende benissimo l’italiano, lingua in cui stavamo conversando fino a quando non arriva Magic English che comincia a parlare in inglese. Nulla di male, beninteso. Peccato che il suo inglese sia appunto degno del Senatore di Scandicci testé citato.

2) M.E. cerca sempre la scorciatoia, il sotterfugio, la strategia semplificativa; perché il problema è che la burocrazia, le regole, i lacci, rendono tutto più difficile. Nell’eterno dibattito su chi è nato prima, l’uovo o la gallina, io sono quello che pensa che burocrazia e lacci sono nati perché esistono quelli come lui da tenere sotto controllo, lui si sente invece quello che è costretto a diventare “creativo” a causa delle troppe regole.

3) Mentire sempre, anche di fronte l’evidenza. Oppure fingersi morti. M.E. sa che quando prendi una strada, devi seguirla fino in fondo pure se vai a sbattere.

Se io gli dico che il suo ufficio deve spendere un tot di caramelle proprie (cioè provenienti da risorse interne), lui mi dice che non è vero. Io insisto ma lui insiste ancor di più dicendo che non è vera questa cosa. Io gli giro un’email di un anno fa, diretta a lui, in cui c’è scritto che invece deve proprio spendere queste caramelle! Lui sparisce per giorni. Poi ricompare come se nulla fosse, dicendo che queste caramelle le trasforma (un’alchimista?), le sposta, le prende, le dà, eccetera. Supercazzole.

4) Una delle competenze fondamentali per essere come M.E. è quella di saper produrre fuffa e friggere aria. Poniamo che il nostro eroe – a questo punto del racconto ormai stiam parteggiando per lui – abbia l’incarico di occuparsi di un pollaio.

Questo pollaio lui non va mai a visionarlo. Il becchime delle galline? E chi se ne è mai preoccupato? Le galline saranno morte a questo punto, ammesso che esistano. Ebbene, a un certo momento però M.E. riuscirà a essere in grado di dichiarare che lui ha prodotto tot uova grazie a quel pollaio, con tanto di relazione sul processo di deposizione.


Certo, se le uova alla fine ci sono veramente, quale è il problema? A parte che prima dobbiam assicurarci di non far la frittata, ma poi al massimo se le farà dare da un pollaio vicino.


5) M.E. non ha bisogno di leggere istruzioni. Tanto poi alla fine tutto si sistema o lo sistema qualcuno per te.

6) M.E. ci resta male se poi qualcuno lo bacchetta, ma alla fine la colpa è sempre della burocrazia.

Ditemi, allora. Se non è così medio lui, chi è che è più medio di un medio simile?

Non è lo stilista causa iperlavoro cerchi rimedi per combattere lo strass

La settimana scorsa sono stato in trasferta a Genova. Come preve-temevo qui, è stato un vero sequestro di persona. Addirittura durante la riunione (8 ore) non si faceva neanche pausa caffè. Certo, dopo avere assaggiato quello che servivano al bar della mensa aziendale, capisco anche perché non si abbia voglia di fermarsi per un caffè.

Il barista ci teneva a dire che lui è nato a Napoli e quindi lo sa bene come si fa il caffè.


Immagino che a seconda di dove nasci ti carichino il software con le capacità basiche tipiche del luogo: a Napoli il caffè, a Livorno il caciucco, a Bologna i tortellini, eccetera, così anche se ti trasferisci per i successivi 50 anni ti resterà la conoscenza. Ecco cosa fanno quando si portano via il neonato appena partorito!


L’altra cosa che ho notato è che le mie colleghe sono tutte iper-accelerate. Delle volte, questo l’avevo già notato interagendoci a distanza su Teams, devo dire loro Rallenta. Si comportano così anche dal vivo. Apprensina a volte ha la testa così piena di monologhi accelerati che parla anche da sola. Anche io lo faccio, ma quando son da solo veramente. Se sono in macchina con uno di fianco magari evito!

Io non so se il lavoro le abbia ridotte così o se, causa il lavoro, devono assumere anfetamine e quindi accelerarsi. Non hanno condiviso con me questo segreto e me ne dispiace.

Io so che – ma è il mio punto di vista dall’alto di un gatto – delle volte bisogna magari tirare il freno.

Oggi ad esempio, in riunione online, si parlava del telelavoro; sinora abbiamo usufruito di quello illimitato, da Novembre sarà limitato. Su questo tema, è nata poi la questione dello straordinario: con il telelavoro non viene mai computato e in quest’anno e mezzo o poco più di lavoro a distanza tanto straordinario svolto sarà andato perso.

Apprensina però ha osservato:

«Ok, ma senza telelavoro lavorando in sede avreste fatto quegli straordinari? Io no, soprattutto quando ero vincolata ai mezzi pubblici alle 18:00 max 18:30 me ne andavo»

Risponde Performina:

«Io sì, invece. Quando era il turno del padre di tenere mia figlia io restavo anche fino alle 20:30 in ufficio. Tanto visto non c’è nessuno a casa che mi aspetta, tanto vale che resti».

Premesso che ognuno fa quel che gli pare e se si trova bene con quel che fa, tante care cose e non sono affari miei. Però non ho potuto fare a meno di trovare tutto ciò un po’ triste.

Va bene che se quella sera sei senza figlia non hai urgenza di tornare. Va bene anche che magari tornare e trovare la casa vuota sia un po’ deprimente e quindi non forse non ti vien molta voglia.


È una mia speculazione, beninteso. Magari invece quando ci torna alle 21 è contenta di stravaccarsi sul divano con una busta di Chipster a fare le puzze in libertà fino a che non è ora di dormire.


Ma diogatto, fa’ qualcos’altro, passeggia, corri, salta, nuota, qualunque altra cosa che non comporti il chiudersi 12 ore in ufficio!

 

Non è che puoi imbrogliare per vincere la stanchezza

Sono stanco. È probabile che io l’abbia scritto qui altre volte. Purtroppo la mia stanchezza è un’orbita planetaria, si allontana ma poi ritorna sempre vicino. La sento ora al perigeo. Forse anche al perineo perché mi rode da quelle parti.

Mi ha scritto la padrona di casa. Per la seconda volta in 7 mesi, capita che mi contatti di lunedì mattina per chiedermi se ci sono dei disguidi o inconvenienti, perché non ha trovato il bonifico dell’affitto.

Allora.
Il bonifico deve pervenire il 7 del mese. Io lo effettuo sempre il 1° per star tranquilli. Chiaramente, il primo giorno del mese ha collocazione variabile: può capitar a inizio settimana così come alla fine. Se faccio il bonifico il venerdì, lunedì mattina non sarà arrivato.

Non serve che mi contatti chiedendomi “se c’è un disguido”. La finta gentilezza è irritante.

Ho risposto in modo cortese, gentile (finto), passivo aggressivo. Si è schermita:
«Nooo! Assolutamente!!! Mi dispiace !!! Scusami!!! Non ho considerato il sabato e domenica!!! So che persona sei e mi dispiace se ti sei risentito!!!!»

Mi dispiace. Ma anche no. Quando è stanco al Cavaliere Nero nun je devi rompere.

Mi stanco. C’è poco da fare.

Dovevo avere un aumento di livello al lavoro.
6 mesi fa.
Poi hanno detto che per procedure interne dovevano passare prima 6 mesi.

Poi una decina di giorni fa il capo, che però è un capo che non decide niente e deve chiedere a un altro capo, mi dice:
«Ciao Gintoki, la questione non è finita nell’archivio generale (?), sto lavorando per superare i passaggi burocratici posti».

Come se fosse Antani?

Non mi sono neanche arrabbiato. Ero troppo stanco.

Mi stancano le telefonate di Madre. Mi stanco sentirmi una brutta persona per questo motivo. Mi stanco sentirmi arrabbiato, dopo 30 anni in cui non mi sono sentito visto dai miei genitori.

Sono stato cresciuto amorevolmente, non mi è mancato nulla. Davvero.

Mi è mancato solo il riconoscimento delle cose che facevo, che però evidentemente non rientravano nel limes genitoriale dell’accettabile. E non parliamo di andare a 17 anni a vivere nella Comune stile Mad Max di Mutonia e vivere facendo l’artista di strada (che non ci sarebbe nulla di male, ma magari può sembrare un cambiamento un po’ estremo).

Anni di: «E che devi fare?», «Ma perché?», «No non sono d’accordo». Senza mai sentirmi chiedere «Ma come mai questa cosa ti interessa?», «Ma di cosa si tratta?». Un semplice interessamento.

Ho sopportato per anni, fino al 2021.

Quando ho detto che avevamo trovato casa e saremmo andati via da quella che era casa dei miei nonni, il giorno dopo, come se non avessi comunicato nulla, Madre dice che avrebbe sistemato la discesa del garage per far parcheggiare le nostre auto.

M. mi fa: «Ma…tu gliel’avevi detto, vero, che cambiavamo casa?».

Quando ho detto che avremmo firmato il contratto di casa mi ha fatto «Va be’» e nient’altro.

Quando ho detto che l’avevamo firmato, ha fatto «Se hai deciso così. Comunque non sono d’accordo che vai in affitto».

Neanche chiedere dove fosse questa casa, come fosse, se fosse una palafitta o un grattacielo. Così preoccupata di dover esternare la propria insoddisfazione da non provare nemmeno a fingere un minimo di interesse.

Mi stanca l’uomo della strada.

Mi stanca il pirata della strada.

Mi stanca sentirmi stanco.

Non è che per forza sei in un magazzino se stai in mezzo alle scatole

Questa che racconto è la parabola del farsi i fatti propri. Detta anche del creare tempeste in bicchieri d’acqua.

Poniamo, per semplificare, che per il mio lavoro mi abbiano dato in gestione una scatola. Questa scatola è stata confezionata da una persona, addetta all’ufficio confezionamento scatole. Il mio compito è sorvegliare e gestire la scatola, che materialmente serve per lavorare a una persona, che chiameremo, per comodità, Piercarolamba.

Il problema è che Piercarolamba al momento non potrebbe utilizzare Scatola, perché ne ha già una che la impegna sino all’anno prossimo. E Piercarolamba può giocare solo con una scatola per volta: sono le regole.


Ci sarebbero in verità altre sottoregole, che prevedono di poter frazionare il proprio tempo e avere più scatole con cui giocare. Però Piercarolamba non ha sbloccato questo privilegio e quindi deve tenersi una scatola per volta.


Eh però intanto Scatola è stata confezionata, ormai. Sta qua.

Il problema, comunque, non mi riguarda. Ripeto, il mio compito è buttare un occhio a Scatola ogni tanto e verificare che non la rompano o che non ci mettano dentro cose che non vanno e che i soldini di cioccolato che stanno dentro Scatola vengano spesi in modo accorto e pertinente.


Sì, le scatole sono piene di soldini di cioccolato ma solo per chi è stato bravo.


Parlando l’altro giorno con la mia Responsabile, che chiameremo per finalità narrative Apprensina, mi sono lasciato sfuggire questa cosa. In realtà è stata una rivelazione molto estemporanea, sulla quale stavo sorvolando, roba del tipo «E poi abbiamo la nuova Scatola di Piercarolamba che al momento sta giocando già con una scatola, però va be’, ti ho già parlato delle mie vacanze?».

Apprensina è andata in apprensione. E come si fa, e come non si fa, questo non è irregolare però non è moralmente accettabile, adesso dobbiamo capire come si può agire, se qualcuno viene a chiedere, provo a informarmi, eccetera.

Io, sempre perché non mi faccio i fatti miei, provo allora a chiedere all’addetta del confezionamento (da qui in poi: Scatolicchia) se, all’epoca della fabbricazione di Scatola, si fossero posti il problema di una sovrapposizione di scatole.

«Sì sì ricordo fosse emerso il problema…ne parlai anche a Esausta, però non mi ricordo cosa mi disse». Non mi è stata molto utile, diciamocelo.

Allora, essendo io sempre uno che non si fa i fatti propri, provo anche a sentire Esausta (che, per capirci, è la responsabile dei responsabili come Apprensina).

Esausta non ricorda per niente cosa si sono dette lei e Scatolicchia.

A quel punto torno da Apprensina e le dico che nessuno sa niente di niente e che ormai il fatto è questo. Lei allora dice che prova a capire, a studiare, a informarsi, eccetera.

Oggi torna da me dicendo «Va be’, ormai il fatto è questo (ma va?), teniamocelo così e facciamo spallucce».

Fine della parabola.

Questa storia ci insegna che la verità è una gran bella cosa – e io su questo ho un senso di giustizia molto elevato, per me anche una sciocchezza taciuta equivale a esser dei bugiardi – ma certe volte è meglio chiudere tutti e due gli occhi e dire che non c’eri e se c’eri dormivi.

Non è che nel Medioevo ci si rilassasse con le parole Crociate

Una delle cose che mi spaventa della vita, a parte il provare dolore e le raccomandate dall’Agenzia delle Entrate, è che una relazione si trasformi in una situazione in cui la sessualità è relegata giusto a una timbrata di cartellino per raggiungere il monte ore minuti necessario per portare a casa la mensilità e stare tranquilli.

È una cosa maturata verso l’età adulta. Da adolescente diciamo che non me ne preoccupavo affatto, ma a quell’epoca ero devoto soltanto al Dio Onan quindi diciamo le priorità potevano essere altre, quelle di base. A quel tempo pensavo che la mia vita futura sarebbe stata soltanto una breve divagazione da tale culto.


(Ho sempre avuto un problema nel disegnare per me stesso scenari poco ottimistici, che vanno in una scala da umiliazione e pubblico ludibrio a olocausto nucleare).


Poi diciamo ci si rende conto che Onan è un dio ingannevole: offre sempre e comunque dei momenti di raccoglimento spirituale gradevoli, diciamocelo, ma diciamo anche che la vita è troppo bella e breve per sprecarla nel monoteismo.

Nel momento in cui si scopre e si viene a contatto con un’altra divinità, quella che esiste a livello metafisico (risiede infatti a metà fisico, tra addome e gambe) succedono due cose: la prima è che, come un Cavaliere Crociato, ci si immolerebbe per lei.


E qualcuno infatti ci resta anche: da qui l’espressione di morto di.


La seconda è che ne si è sempre alla ricerca di un segno, una rivelazione da parte sua.

Tutto questo preambolo per dire che io e il mio lavoro nel nostro rapporto pensavo non avessimo più nulla di nuovo da scoprire, per cui entusiasmarci, sorprenderci.

Poi capita che questa settimana io sia stato in malattia. Dando una scorsa alle mail di questi giorni ho visto una serie di “Questo lo lascerei a Gintoki”, “Gintoki ti giro questa la fai lunedì”, eccetera.

Il che in un certo senso è logico, son cose mie quindi è naturale le segua io.
D’altro canto, se mi vengono piazzate scaricate una serie di cose di una settimana tutte insieme, tutte considerate prioritarie, tutte fissate per lo stesso giorno, la sensazione che ne ricavo è un po’ così così.

Diciamo quindi che quando pensavo che in questa relazione nulla più mi avrebbe sorpreso, ecco che mi sento invece come se, per variare, me l’avessero messo nel sedere.

No, devo dire non mi è piaciuto.

Non è che se porti il 45 di piede non puoi ragionare per piccoli passi

Tra le cose che mi hanno insegnato il nuoto e la bicicletta c’è il ragionare per piccoli traguardi.

Se devi completare un 400 metri (16 vasche), è utile ragionare di 25 metri per volta. Se sei in salita in bici, è meglio non pensare a quanto manca alla fine ma puntare a singoli arrivi: il prossimo lampione a 100 metri, quel pino a 200 e così via.

È un approccio che ho adottato anche nella vita quotidiana. Scompongo le cose in modo da non affrontare l’intero ostacolo ma dividerlo in scalini.

In quest’ottica ho adottato la tecnica del movediamo.

Il movediamo è un modo per spacchettare un’incombenza.

– Che ne diresti se spostassimo quel mobile nell’altra stanza?

– Movediamo.

– Se svuotassimo il cassetto spostando la roba nel cassettone e utilizzando lo spazio libero nell’armadio per queste altre cose?

– Movediamo.

In questo modo non mi sto ponendo davanti l’intera idea dello spostamento del mobile o dello svuotamento del cassetto, ma la sto affrontando molto alla larga cominciando a pensarci.

O fingendo di farlo.

Perché uno degli aspetti del movediamo è che puoi anche dare risposte fuffose. Movediamo può anche voler dire “Sto mostrando di pensarci ma in realtà è un modo per prendere tempo e non lo farò mai”.

Il movediamo va usato con parsimonia e non è adatto a sportivi inesperti.

Da buon produttore di fuffa e sportivo dilettante c’è un’altra tecnica che utilizzo per scansare responsabilità e incombenze. Si tratta del rilancio della palla nell’altra parte del campo.

La settimana scorsa in una chiamata di lavoro il mio interlocutore mi ha posto una serie di questioni di cui avevo una conoscenza scarsa o del tutto assente.

Piuttosto che mostrarmi incerto e smarrito, ho iniziato a replicare a suon di Tu che ne pensi? Tu che ne dici? Quindi tu faresti…(segue silenzio che l’altro si sentirà obbligato a riempire)?

Questo non è altro che il metodo della maieutica socratica: la risposta è già nell’altra persona, io gliene faccio solo prendere coscienza e la lascio emergere.

Poi se la risposta è sbagliata, come diceva il Messia che portava la parola di Quelo, è un altro discorso.

Non è che ti serva prenotare per fare un viaggio a ritroso

Al lavoro abbiamo diversi portali per gestire più o meno la stessa cosa. Quindi capita di dover ricavare informazioni da una parte, inserirle nell’altra, fare una somma, fare una giravolta e aver poi compreso di aver sbagliato tutto il procedimento e ripartire da capo.

Ora si sta lavorando per far convergere la maggior parte delle cose almeno in un’unica piattaforma, già esistente. Una cosa logica che andava fatta già da tempo. Sembra che però constatarlo sia come lamentarsi del cibo con chi ha vissuto la carestia durante la Guerra.

Chi è lì da più tempo infatti ti dice che quando all’epoca lui è arrivato doveva arrangiarsi con fogli Excel che venivano compilati e scambiati a distanza.

Chi è lì da ancora più tempo dice che quando è arrivato si compilavano fogli da inserire in faldoni.

Poi il viaggio a ritroso termina perché prima ancora non esisteva la Spurghi&Clisteri Inc. per cui lavoro. Pensavo quindi di uscire in strada e chiedere in giro se ci fosse qualcuno che si ricorda prima ancora dei faldoni come fosse la vita, magari arrangiandosi con l’abaco, per mandarlo a rimproverare quello dei faldoni che si lamenta che rimprovera quello dell’Excel che si lamenta che rimprovera me che mi lamento delle multipiattaforme che un giorno rimprovererò quello che si lamenterà della monopiattaforma perché se vedi bene è tutta una grande ruota che gira vorticosamente, oltre a qualcos’altro.


Abaco. Che parola particolare. Ricordo di averne avuto uno da piccolissimo. Ricordo anche che abaco era la prima parola dell’abbecedario che avevo.


Anche abbecedario è una parola curiosa. Sembra un’affermazione di sufficienza verso la presenza di una persona di nome Dario:

– Quindi chi c’è? Marco viene?
– No
– Ah beh c’è Dario…


Manco a farlo apposta l’altroieri avevo in mente questo post e il giorno dopo è uscita la notizia che nella seduta del Consiglio della Regione Lombardia hanno portato come scherno in dono a Fontana un abaco per aiutarlo coi conti. Che stolti! Come se poi fosse certo sappia utilizzarlo!


 

Non è che il calciatore possa trovarsi nell’ultimo stadio di sviluppo

Negli ultimi, mi sono trovato per quella volta che vado in ufficio interrompendo il telelavoro, a muovermi sempre il giorno in cui allo stadio c’è una partita in programma.

La strada che termina nel parcheggio della sede dove lavoro ha un tratto in comune col percorso che utilizzano i pullman delle squadre e i furgoni delle tv per arrivare allo stadio. Viene bloccata dal mattino dalle Forze dell’Ordine quando c’è un incontro di calcio.

Uno schema esplicativo perché mi piace esplicare

 

Un mattino di pioggia torrenziale mi sono trovato davanti le transenne con il varco chiuso. Non essendoci nessuno a sorvegliarle, perché, giustamente, saranno andati a ripararsi al calduccio e all’asciutto in auto, per poter passare sono sceso io a spostarle con delle bestemmie ben assestate.

Un’altra volta stavo invece uscendo dal parcheggio e uno della Municipale, vedendomi, viene verso di me e con ampi e frenetici gesti mi indica dove devo andare. Cioè dritto, come stavo facendo perché è l’unica via. Meno male che è intervenuto lui: senza le sue preziose indicazioni mi sarei di certo schiantato contro un albero o un muretto.

L’altro giorno, invece, avvicinandomi alle transenne, un altro esponente della Municipale mi segnala di tornare indietro. Io faccio No col dito e, avanzando, abbasso il finestrino e gli dico Guardi io lavoro laggiù. E lui, un po’ stizzito, “Eh se ce lo dice noi la facciamo passare”. Infatti te lo sto dicendo!

Quello della Municipale è un mestiere particolare, è evidente. Solo gli elementi più forti e preparati possono svolgerlo. Individui pronti ad affrontare situazioni ad alto rischio.

Ieri, nella mia città, ho assistito a questa scena. C’era un gruppo di adolescenti, una decina, in piazza. Tutti insieme ravvicinati, alcuni con la mascherina abbassata, altri che condividevano bicchieri.

Passa una Panda della Municipale. L’agente al volante nota l’assembramento, rallenta, dà un colpetto di clacson per richiamare l’attenzione dei ragazzi, dice loro qualcosa senza scendere dall’auto, poi se ne va. I ragazzi fanno spallucce e proseguono le loro attività.

Lo sprezzo del pericolo dell’agente nell’esercitare la pressione sullo strumento di segnalazione acustica è palese. Ho sudato freddo mentre assistevo alla scena. Io non riuscirei a fare questo.

E tu? Saresti pronto per essere della Municipale?

Non è che l’albero di Natale sia scocciato solo perché gli son cadute le palle

È difficile parlare di quanto sia stato un anno particolare e complicato a livello personale quando c’è già una situazione comune che è particolare e complicata. Ho sempre preferito – se abbia senso utilizzare questa espressione su certi argomenti, diciamo è come il quesito di cosa scegli di buttare giù dalla torre* – i problemi personali a quelli pubblici, se non altro perché i primi li puoi nascondere, minimizzare, mistificare.


*Che poi sulla torre io mi limito a guardare il panorama, poi faccio “Guardate là!” e me ne scappo giù dicendo sbrogliatevela tra di voi su chi deve buttarsi.


Ho avuto due lutti importanti in famiglia, quest’anno.

Ho pesantemente ferito una persona. Per cercare di evitare di arrecare altro danno al danno mi sono allontanato cercando nel tempo una forma di cura. Mi ha poi bloccato da qualsiasi strumento di comunicazione. Va bene così se può servire come catarsi. Mi prendo le probabili bestemmie, l’odio.

La proprietaria della nuova stanza che a inizio anno avevo appena preso a Milano di punto in bianco mi aveva mandato via perché non le piacevo. La cosa mi ha scatenato un attacco di panico. Durato tre giorni. Mi sono chiuso in una stanza di albergo, uscendo solo per fumare erba.

Non so perché e per come sia successo, non credo neanche fosse realmente a causa di quella mentecatta della proprietaria che allineava le sedie al muro col righello. Fatto sta che per 48 ore filate non ho mai dormito, in preda a pensieri tremendi.


La cosa del righello è una mia invenzione narrativa. Fatto sta che le sedie, girate dando sempre lo schienale al muro (quindi di lato rispetto al tavolo), erano allineate sempre alla stessa distanza e dal muro e dal tavolo.


Dato che il lavoro era pure terminato, scelsi di tornare giù a casa a prendere fiato e anche aiutare Madre che dopo la morte di nonno stava prendendo ansiolitici. Non volevo abbandonare definitivamente Milano, avevo anche sostenuto due colloqui in quei giorni (uno il lunedì mattina dopo il mio weekend di follia, era il 17 febbraio). Tre giorni dopo la mia partenza – avvenuta il 18 febbraio – scoprirono poi il focolaio di Codogno. Non son più tornato in Lombardia, ovviamente.

Il mio attacco di panico probabilmente mi ha salvato. Se mi fossi trovato a Milano durante l’inizio della pandemia non so come sarebbe stato trovarsi lì senza casa, senza lavoro e senza soldi. Non sarei tornato giù, per ragioni di sicurezza. Ma non critico chi invece in quei giorni prima della chiusura l’ha fatto. Anzi, devo dire che mi sono anche abbastanza rotto le palle di sentire persone che puntano il dito contro altre senza sapere, senza conoscere, senza avere alcuna cognizione di causa.

Gente che si vanta che da 10 anni non va a trovare i genitori anche se vivono a 10 km di distanza. Bravo coglione.

Ne ho le palle piene.

Letteralmente. Mi devo far togliere un varicocele, ho scoperto di recente.

È un anno strano. Ma mi ha anche portato cose belle. Inaspettate. È stato un punto di rottura che ha segnato un prima e un dopo. Al punto che sento in me un ottimismo che per i miei standard suona anche un po’ inusitato.

Anche in questo caso, trovo difficile parlare di ottimismo personale, in un quadro di pessimismo generale.

Ma forse, il segreto, è fare una cosa che oggigiorno fanno veramente in pochi.

Tacere.

Taccio. Dunque, sono.