Non è che se porti il 45 di piede non puoi ragionare per piccoli passi

Tra le cose che mi hanno insegnato il nuoto e la bicicletta c’è il ragionare per piccoli traguardi.

Se devi completare un 400 metri (16 vasche), è utile ragionare di 25 metri per volta. Se sei in salita in bici, è meglio non pensare a quanto manca alla fine ma puntare a singoli arrivi: il prossimo lampione a 100 metri, quel pino a 200 e così via.

È un approccio che ho adottato anche nella vita quotidiana. Scompongo le cose in modo da non affrontare l’intero ostacolo ma dividerlo in scalini.

In quest’ottica ho adottato la tecnica del movediamo.

Il movediamo è un modo per spacchettare un’incombenza.

– Che ne diresti se spostassimo quel mobile nell’altra stanza?

– Movediamo.

– Se svuotassimo il cassetto spostando la roba nel cassettone e utilizzando lo spazio libero nell’armadio per queste altre cose?

– Movediamo.

In questo modo non mi sto ponendo davanti l’intera idea dello spostamento del mobile o dello svuotamento del cassetto, ma la sto affrontando molto alla larga cominciando a pensarci.

O fingendo di farlo.

Perché uno degli aspetti del movediamo è che puoi anche dare risposte fuffose. Movediamo può anche voler dire “Sto mostrando di pensarci ma in realtà è un modo per prendere tempo e non lo farò mai”.

Il movediamo va usato con parsimonia e non è adatto a sportivi inesperti.

Da buon produttore di fuffa e sportivo dilettante c’è un’altra tecnica che utilizzo per scansare responsabilità e incombenze. Si tratta del rilancio della palla nell’altra parte del campo.

La settimana scorsa in una chiamata di lavoro il mio interlocutore mi ha posto una serie di questioni di cui avevo una conoscenza scarsa o del tutto assente.

Piuttosto che mostrarmi incerto e smarrito, ho iniziato a replicare a suon di Tu che ne pensi? Tu che ne dici? Quindi tu faresti…(segue silenzio che l’altro si sentirà obbligato a riempire)?

Questo non è altro che il metodo della maieutica socratica: la risposta è già nell’altra persona, io gliene faccio solo prendere coscienza e la lascio emergere.

Poi se la risposta è sbagliata, come diceva il Messia che portava la parola di Quelo, è un altro discorso.

Non è che ti serva prenotare per fare un viaggio a ritroso

Al lavoro abbiamo diversi portali per gestire più o meno la stessa cosa. Quindi capita di dover ricavare informazioni da una parte, inserirle nell’altra, fare una somma, fare una giravolta e aver poi compreso di aver sbagliato tutto il procedimento e ripartire da capo.

Ora si sta lavorando per far convergere la maggior parte delle cose almeno in un’unica piattaforma, già esistente. Una cosa logica che andava fatta già da tempo. Sembra che però constatarlo sia come lamentarsi del cibo con chi ha vissuto la carestia durante la Guerra.

Chi è lì da più tempo infatti ti dice che quando all’epoca lui è arrivato doveva arrangiarsi con fogli Excel che venivano compilati e scambiati a distanza.

Chi è lì da ancora più tempo dice che quando è arrivato si compilavano fogli da inserire in faldoni.

Poi il viaggio a ritroso termina perché prima ancora non esisteva la Spurghi&Clisteri Inc. per cui lavoro. Pensavo quindi di uscire in strada e chiedere in giro se ci fosse qualcuno che si ricorda prima ancora dei faldoni come fosse la vita, magari arrangiandosi con l’abaco, per mandarlo a rimproverare quello dei faldoni che si lamenta che rimprovera quello dell’Excel che si lamenta che rimprovera me che mi lamento delle multipiattaforme che un giorno rimprovererò quello che si lamenterà della monopiattaforma perché se vedi bene è tutta una grande ruota che gira vorticosamente, oltre a qualcos’altro.


Abaco. Che parola particolare. Ricordo di averne avuto uno da piccolissimo. Ricordo anche che abaco era la prima parola dell’abbecedario che avevo.


Anche abbecedario è una parola curiosa. Sembra un’affermazione di sufficienza verso la presenza di una persona di nome Dario:

– Quindi chi c’è? Marco viene?
– No
– Ah beh c’è Dario…


Manco a farlo apposta l’altroieri avevo in mente questo post e il giorno dopo è uscita la notizia che nella seduta del Consiglio della Regione Lombardia hanno portato come scherno in dono a Fontana un abaco per aiutarlo coi conti. Che stolti! Come se poi fosse certo sappia utilizzarlo!


 

Non è che il calciatore possa trovarsi nell’ultimo stadio di sviluppo

Negli ultimi, mi sono trovato per quella volta che vado in ufficio interrompendo il telelavoro, a muovermi sempre il giorno in cui allo stadio c’è una partita in programma.

La strada che termina nel parcheggio della sede dove lavoro ha un tratto in comune col percorso che utilizzano i pullman delle squadre e i furgoni delle tv per arrivare allo stadio. Viene bloccata dal mattino dalle Forze dell’Ordine quando c’è un incontro di calcio.

Uno schema esplicativo perché mi piace esplicare

 

Un mattino di pioggia torrenziale mi sono trovato davanti le transenne con il varco chiuso. Non essendoci nessuno a sorvegliarle, perché, giustamente, saranno andati a ripararsi al calduccio e all’asciutto in auto, per poter passare sono sceso io a spostarle con delle bestemmie ben assestate.

Un’altra volta stavo invece uscendo dal parcheggio e uno della Municipale, vedendomi, viene verso di me e con ampi e frenetici gesti mi indica dove devo andare. Cioè dritto, come stavo facendo perché è l’unica via. Meno male che è intervenuto lui: senza le sue preziose indicazioni mi sarei di certo schiantato contro un albero o un muretto.

L’altro giorno, invece, avvicinandomi alle transenne, un altro esponente della Municipale mi segnala di tornare indietro. Io faccio No col dito e, avanzando, abbasso il finestrino e gli dico Guardi io lavoro laggiù. E lui, un po’ stizzito, “Eh se ce lo dice noi la facciamo passare”. Infatti te lo sto dicendo!

Quello della Municipale è un mestiere particolare, è evidente. Solo gli elementi più forti e preparati possono svolgerlo. Individui pronti ad affrontare situazioni ad alto rischio.

Ieri, nella mia città, ho assistito a questa scena. C’era un gruppo di adolescenti, una decina, in piazza. Tutti insieme ravvicinati, alcuni con la mascherina abbassata, altri che condividevano bicchieri.

Passa una Panda della Municipale. L’agente al volante nota l’assembramento, rallenta, dà un colpetto di clacson per richiamare l’attenzione dei ragazzi, dice loro qualcosa senza scendere dall’auto, poi se ne va. I ragazzi fanno spallucce e proseguono le loro attività.

Lo sprezzo del pericolo dell’agente nell’esercitare la pressione sullo strumento di segnalazione acustica è palese. Ho sudato freddo mentre assistevo alla scena. Io non riuscirei a fare questo.

E tu? Saresti pronto per essere della Municipale?

Non è che l’albero di Natale sia scocciato solo perché gli son cadute le palle

È difficile parlare di quanto sia stato un anno particolare e complicato a livello personale quando c’è già una situazione comune che è particolare e complicata. Ho sempre preferito – se abbia senso utilizzare questa espressione su certi argomenti, diciamo è come il quesito di cosa scegli di buttare giù dalla torre* – i problemi personali a quelli pubblici, se non altro perché i primi li puoi nascondere, minimizzare, mistificare.


*Che poi sulla torre io mi limito a guardare il panorama, poi faccio “Guardate là!” e me ne scappo giù dicendo sbrogliatevela tra di voi su chi deve buttarsi.


Ho avuto due lutti importanti in famiglia, quest’anno.

Ho pesantemente ferito una persona. Per cercare di evitare di arrecare altro danno al danno mi sono allontanato cercando nel tempo una forma di cura. Mi ha poi bloccato da qualsiasi strumento di comunicazione. Va bene così se può servire come catarsi. Mi prendo le probabili bestemmie, l’odio.

La proprietaria della nuova stanza che a inizio anno avevo appena preso a Milano di punto in bianco mi aveva mandato via perché non le piacevo. La cosa mi ha scatenato un attacco di panico. Durato tre giorni. Mi sono chiuso in una stanza di albergo, uscendo solo per fumare erba.

Non so perché e per come sia successo, non credo neanche fosse realmente a causa di quella mentecatta della proprietaria che allineava le sedie al muro col righello. Fatto sta che per 48 ore filate non ho mai dormito, in preda a pensieri tremendi.


La cosa del righello è una mia invenzione narrativa. Fatto sta che le sedie, girate dando sempre lo schienale al muro (quindi di lato rispetto al tavolo), erano allineate sempre alla stessa distanza e dal muro e dal tavolo.


Dato che il lavoro era pure terminato, scelsi di tornare giù a casa a prendere fiato e anche aiutare Madre che dopo la morte di nonno stava prendendo ansiolitici. Non volevo abbandonare definitivamente Milano, avevo anche sostenuto due colloqui in quei giorni (uno il lunedì mattina dopo il mio weekend di follia, era il 17 febbraio). Tre giorni dopo la mia partenza – avvenuta il 18 febbraio – scoprirono poi il focolaio di Codogno. Non son più tornato in Lombardia, ovviamente.

Il mio attacco di panico probabilmente mi ha salvato. Se mi fossi trovato a Milano durante l’inizio della pandemia non so come sarebbe stato trovarsi lì senza casa, senza lavoro e senza soldi. Non sarei tornato giù, per ragioni di sicurezza. Ma non critico chi invece in quei giorni prima della chiusura l’ha fatto. Anzi, devo dire che mi sono anche abbastanza rotto le palle di sentire persone che puntano il dito contro altre senza sapere, senza conoscere, senza avere alcuna cognizione di causa.

Gente che si vanta che da 10 anni non va a trovare i genitori anche se vivono a 10 km di distanza. Bravo coglione.

Ne ho le palle piene.

Letteralmente. Mi devo far togliere un varicocele, ho scoperto di recente.

È un anno strano. Ma mi ha anche portato cose belle. Inaspettate. È stato un punto di rottura che ha segnato un prima e un dopo. Al punto che sento in me un ottimismo che per i miei standard suona anche un po’ inusitato.

Anche in questo caso, trovo difficile parlare di ottimismo personale, in un quadro di pessimismo generale.

Ma forse, il segreto, è fare una cosa che oggigiorno fanno veramente in pochi.

Tacere.

Taccio. Dunque, sono.

Non è che devi varcare una frontiera per entrare in uno stato di degrado

Mi concedo un’ora di evasione dal lavoro. Salgo in bici, cambio il solito tragitto e mi dirigo verso una pseudo campagna che scopro decorata di rifiuti ai due lati.

Ché io mi chiedo perché mai uno si prenda la briga di uscire di casa, caricarsi un sacchetto di immondizia in auto e portarselo dietro per abbandonarlo da qualche parte. Già solo la scocciatura di una cosa simile mi farebbe desistere. Sono forse troppo pigro anche per essere inquinatore?

Pedalando nel degrado mi incupisco sempre più. Mi tornano alla mente conversazioni, atteggiamenti tossici.

“Mò ti do una testata in bocca”.

Delle volte questo modo di scherzare non mi fa ridere.


Dando il beneficio che una persona stia scherzando. È una gran fortuna che io non mi faccia mai prendere dal dubbio che non sia uno scherzo. Non so come potrei reagire e non voglio neanche scoprirlo.


Poi però mi dicono che se non rido e me la prendo sono collerico. Si fa presto a dire collerico, gettato lì senza una contestualizzazione filosofica.


Parlo di filosofia non a caso: collera viene dal greco antico e voleva dire bile, giacché lo stato d’animo incollerito, secondo i saggi Greci, lo si faceva risalire a uno squilibrio di umori e un eccesso proprio di bile.


Scriveva Aristotele:

Gli irascibili si adirano rapidamente e con chi non si deve e per motivi per cui non si deve, e più di quanto si deve, ma la loro ira rapidamente anche cessa: e questo è il lato più bello del loro carattere. Questo, poi, accade loro perché non trattengono l’ira, ma per la loro vivacità reagiscono in modo che sia chiaro, e poi la loro ira cessa. I collerici, poi, sono eccessivamente vivaci e si adirano contro tutto ed in ogni
occasione: di qui il loro nome. I rancorosi sono difficili da riconciliare e restano adirati per molto tempo, giacché trattengono l’impulso. Ma la quiete in loro ritorna quando abbiano reso la pariglia: la vendetta, infatti, fa cessare l’ira, producendo in loro un piacere al posto del dolore precedente. Se questo, invece, non avviene, sentono il peso del loro risentimento, perché, non essendo esso manifesto, nessuno cerca di
persuaderli a calmarsi, e d’altra parte digerire l’ira in se stessi richiede tempo. Tali uomini sono molto molesti a se stessi e agli amici più stretti. Chiamiamo poi “difficili” quelli che si inquietano per motivi per cui non si deve, di più e per più tempo di quanto si deve, e non cambiano sentimento senza aver vendicato o punito l’offesa ricevuta […]


Tratto da L’Etica Nicomachea.


Visto come è complicato? Certo non so se ad Aristotele abbiano mai minacciato testate in bocca. Avrebbe magari potuto farla più semplice, a quel punto.

Arrivo a uno slargo e intravedo un palazzo storico. In una zona periferica scopro un edificio credo cinquecentesco. Una piazza riqualificata mi riporta a un’idea di civiltà che pensavo aver abbandonato in mezzo al degrado (meno male non è così: non son certo la civiltà sia biodegradabile).

Torno indietro. Una nonna che è andata a prendere la nipote a scuola. Un tizio seduto a un lato della ciclabile, di fronte la bici parcheggiata, che si tiene la testa tra le mani. Chissà che gli è successo.

Vedo corrieri in giro. Tanti. Gialli e rossi, rossi e bianchi, bianchi e gialli, neri e gialli.

I corrieri sono aristotelici. Come un sillogismo, collegano un punto e un altro verso una conclusione.

I postini invece sono poco sillogistici. Quello della mia zona invece di citofonare per lasciare le raccomandate, mette nella buca delle lettere direttamente un avviso di giacenza. Mi sembra il periodo storico migliore per mandare le persone ad affollare gli uffici postali.

Chissà se sarebbe accettabile dare al postino una testata in bocca o risulterei troppo collerico E sono certo di non stare scherzando.

Non è che sollevi un boccale di birra perché vuoi alzare la media

Dopo due mesi di telelavoro oggi sono ritornato per la prima volta in ufficio. Diciamo che ne sentivo il bisogno: avevo cominciato a sviluppare uno strano rapporto col muro contro cui a casa tengo appoggiata la scrivania. Sarà suggestione ma mi sembrava come se a volte mi parlasse e mi raccontasse i fatti propri.

Al lavoro le cose procedono bene. Avrò un nuovo contratto, a titolo definitivo. Però, prima, devo passare attraverso un iter di selezione. Finto.

Mi spiego: il contratto sarebbe già mio, ma devo comunque fare l’iter. Per una posizione che non è per quella per cui lavoro.

Ancora non mi sono spiegato bene, lo so.

Mettiamola così: attualmente io lavoro come Procrastinatore Seriale, a tempo determinato. Per passare a tempo indeterminato, sempre come Procrastinatore Seriale, devo sostenere questa selezione, che consta di un assessment (4 ore!) e un colloquio individuale. La posizione oggetto della selezione è però per Snocciolatore di Fuffa.

A cosa serve tutto ciò? Una mera questione procedurale. Chiaramente, se al colloquio mi mostrassi come un completo imbecille – che io sono, ma solo in parte però – non sarei certo adatto come Snocciolatore ma credo perderei pure il posto da Procrastinatore.

D’altro canto, come mi ha detto il mio Capo – che però pur essendo Capo non può prendere decisioni* – non devo manco mostrarmi troppo bravo durante la selezione, perché poi c’è il rischio (rischio?) che mi prendano sul serio come Snocciolatore e mi diano questo ruolo!


*Lo so, è tutto molto surreale: selezioni che non sono vere selezioni, capi che non sono capi…Nulla è reale, tutto è lecito. No, non lavoro per la Setta degli Assassini.


Insomma, dovrei cercare quindi di essere un uomo medio.

Come se fosse facile.

Qualcuno ha mai fatto un colloquio come uomo medio? Ma soprattutto, esiste ancora questa figura? Si parla spesso di scomparsa della classe media: come possiamo allora aspettarci che senza una classe che li formi nascano altri uomi medi?

Prometto comunque che sarò il medio più medio che mediamente si possa incontrare, nella media delle persone medie.

Non è che stai facendo allusioni se parli di buchi neri

Sono tornato in telelavoro – volontario in quanto non siamo obbligati ma tanto se in sede non ci va nessuno non sarò certo io a presentarmici – e, devo confessare, oggi non ho concluso nulla. Non che ci fosse tanto da fare, ma comunque mi sento come se mi fossi fatto i casi miei per 8 ore col pc acceso.


Che è in effetti ciò che è avvenuto.


In questa modalità non riesco a darmi una routine, un’abitudine, come è con l’andare in ufficio, attaccare e staccare per poi tornare a casa. Sono diventato un umano da cartellino.

Chiariamo, lavorare da casa ha tanti vantaggi, come lo svegliarsi 5 mn prima dell’orario in cui accendere il pc e rispondere alle mail mentre ancora ci si sta amichevolmente grattando i gioielli post risveglio.

Ma, sarò sincero, su altri aspetti preferisco andare in ufficio.

Non mi lamento per carità, avendo ancora un posto di lavoro cui far riferimento e dove andare.

Intorno a me vedo gente che chiude, abbassa serrande, dice basta.

Non mi lamento.

Perché poi vedi o senti delle cose e a te viene un buco nero in petto in cui vorresti farti collassare come una stella morente per pura vergogna perché magari prima di uscire di casa stavi bestemmiando per il rubinetto che gocciolava e pensavi che la vita ti volesse punire per solo sadico diletto.

È una roba strana, da una parte ho le ansie di cui non riesco a parlare a nessuno che mi sembrano come quelle fastidiose alghe che quando esci dal mare te le ritrovi tra le dita dei piedi, tu ci provi a evitarle ma poi ce le hai addosso e ti viene lo schifo e scuoti il piede ma quella resta attaccata.

E quelle alghe sono lì anche nella tua testa e nel petto e nel cuore e nello stomaco e l’unico momento in cui riesco a scrollarmele è quando si apre il buco nero che mi risucchia, quindi devo scegliere tra sentirmi avviluppato tra tutte le mie paure e le mie paranoie e farmi invece ingoiare dal buco nero per aver solo pensato di avere dei problemi.


Che poi non è che uno scelga realmente, accade e basta.  Oh comunque non è sempre così, ci stanno pure momenti di sana serenità in cui frega un cazzo di niente perché uno si sente bene e basta.


 

Non è che il can che abbaia non rompa le scatole

Considerazioni sparse in un mondo venusiano.

Sembra che oggi non sia più possibile avere una bici nuova senza che ti domandino “Ma è elettrica?”. No, porcoddue, è una cavolo di bici a energia umana, pedalo perché mi piace pedalare, non perché debbo spostarmi.

In città abbiamo quasi 600 candidati consigliere alle elezioni Comunali. Su 33mila aventi diritto al voto è circa l’1,7%, ma, se consideriamo il numero delle famiglie, c’è almeno un candidato per famiglia. Non mancano i casi in cui ce ne è più di uno. Magari di schieramenti avversi. A me nessuno cerca il voto, sostanzialmente perché per lo stile di vita che ho adottato – la desistenza – appartengo alla gente che non esiste. E frequento solo persone che, come me, desistono. Ogni giorno, con devozione e discernimento. Quindi nessuno ci cerca né ci cercherà mai.

Per il post dell’altro giorno ho fatto una ricerca Google per ritrovare questa immagine che avevo intravisto da qualche parte su fb e di cui ricordavo vagamente la didascalia. Fare ricerche legate a cani, leccate e buchi mi ha aperto pagine che non avrei voluto vedere, soprattutto un blog – tra l’altro ospitato su WP – dove molte donne fieramente rivendicavano l’utilità del cane per sopperire attivamente in campo sessuale – in maniera descritta come molto soddisfacente – al maschio umano. Nonostante io mi stia ripetendo che sicuramente saranno dei commenti finti, ora non riesco più a vedere un cane che annusa tra le gambe qualcuno senza provare un misto di orrore, paura e Andrea Scanzi.


La sensazione Andrea Scanzi è tipo quella che si prova, mentre si rivolta un frutto, nel sentire uno splof perché da un lato è marcio e il tuo pollice è affondato nella parte andata a male.


Ho deciso di iscrivermi di nuovo all’università.
In verità mi sono già iscritto, la settimana scorsa.
Voglio conseguire una seconda laurea, questa volta in storia. Ovviamente non intendo fare lo studente a tempo pieno, non ne ho il tempo né la voglia. Mi limiterò a sostenere gli esami, se riesco a capire come funzionano oggi gli adempimenti burocratici (in 10 anni sono cambiate un po’ di cose).

Al lavoro sembra si prospettino situazioni interessanti per me.
Almeno a parole.
Sulla carta ancora non ho nulla. È sempre curioso infatti che le parole sono sempre elargite spesso e volentieri, ma quando bisogna mettere nero su bianco non si trova mai qualcuno disponibile.

Non è che invidi un succo per la sua concentrazione

Ho un collega che sembra sempre molto concentrato e impegnato al lavoro. Sembra.

In realtà lui è un abile fuffologo. Il fuffologo del suo tempo ne fa fuffa, che all’occhio esterno può sembrare iperproduttività.

La fuffa, infatti, è come quei cibi ricchi di calorie vuote: dà un’apparente senso di sazietà, ma è povera di nutrimento intrinseco.

Chi produce fuffa sembra sempre molto preso e, in effetti, dilatare il proprio tempo per riempire le ore lavorative è comunque impegnativo.

Ho sempre invidiato le persone che sembrano molto prese.

A passeggio per la mia città a volte capto le conversazioni della gente. Amo non farmi i fatti miei.

C’è in giro un sacco di gente che mentre parla con gli altri dice cose del tipo Devo andare lì devo vedere devo fare parlare ma nel concreto non arriva mai al punto e non spiegano perché sono così occupati.

Io sono sempre stato poco credibile quando millantavo impegni. “Ho da fare” è la mia obiezione, a cui segue la replica “Macché, che hai da fare?”.

Il vero fuffologo invece non è lapidario e conciso, ma condisce il suo “impegno” con circonvoluzioni retoriche ripiene di nulla. La fuffa va impacchettata bene.

Spero un giorno di diventare più abile ed essere impegnato da impegni vuoti!

Non è che il ventilatore ti annoi perché è un giramento di pale

Per la rubrica “Confessioni surreali che non avevo richiesto”, oggi mi trovo a raccontare di alcune situazioni verificatesi dove lavoro.

La guardia alla reception del turno pomeridiano è il tipo di persona che se ti ingaggia ti investe di chiacchiere.

Pensavo che, non conoscendoci, sarebbe andato per gradi con me. Invece no. La nostra prima conversazione si è svolta così:

– ‘Sera.
(dico io, uscendo)
– Buonasera, buonasera.
(replica lui, cordiale. Poi si alza e mi segue)
– Mammamia, che caldo.
(esclama, mettendo il naso fuori mentre io esco)
– Eh sì.
(faccio io)
– Però non è che si può stare sempre con l’aria condizionata. Io poi la soffro tantissimo, mi basta un colpo di freddo e devo correre in bagno.
– Eh troppo bassa magari non bisogna tenerla.
– Però poi la notte non si dorme. Solo che se la tengo accesa pam! diarrea. Ma pure col ventilatore. Se tengo il ventilatore acceso durante la notte, il giorno dopo: diarrea! Pure se lo tengo puntato sui piedi, poi sto male di pancia.
– Eh magari è ipersensibile al freddo.
(io, tra il perplesso e il disagio)
– Ma pure se mi mangio qualcosa, ieri mi son preso un polaretto dal frigo e son dovuto correre in bagno.
– Eh deve fare attenzione
(nel frattempo ormai ero uscito dall’edificio ed ero sceso giù alle scale, sperando mi lasciasse andare, come poi è stato)

E niente, questa è stata la nostra prima conversazione.

Anche la mia collega ha iniziato a raccontarmi di un po’ di fatti suoi.

Ad esempio la storia delle fatine bucchine. Che è il modo carino con cui definisce la ex moglie e le due figlie del suo compagno.

Il succo della storia è che questo tipo si fa spennar denaro per qualsiasi vizio da parte delle fatine.

Ovviamente questa è la versione della mia collega.

Prima delle ferie mi ha raccontato l’aneddoto in cui la ex moglie ha scritto a lui per chiedere un centinaio di euro per la figlia minore, che aveva bisogno di un set di bagnoschiuma per il suo viaggio a Londra.

Alle rimostranze del tipo sulla necessità di 100 euro per farsi uno shampoo, la ex moglie ha replicato “Però per QUELLA li spendi i soldi”.

Al che la mia collega, che era presente mentre lui riceveva questi messaggi, gli ha sottratto il telefono dalla mano per registrare questo vocale:

– Senti bella, io la mia roba me la compro da sola. Ma se hai bisogno, te lo vado a comprare io il bagnoschiuma, pezzente.

E niente, immagino che il Natale sia sempre un bel momento.

In tutto questo mi chiedevo: ok, ma perché devo conoscere io queste cose?

Un altro aneddoto curioso è quando mi ha raccontato di una sua amica con cui è impossibile andare in vacanza perché, essendo fanatica dell’igiene, passa un sacco di tempo in bagno a lavarsi, come mezz’ora per un bidet.

– Alessà’, quello un buco è, che tieni da lavare?!
Le ha urlato una volta.

Al che, per elevare la discussione, ho detto che non avrà più difese, distruggendosi la flora batterica a forza di lavaggi continui.

– Infatti si becca sempre la candida. Ci credo, sta un’ora a lavarsi la fessa.

Cioè diciamo che pure io che do corda alle conversazioni poi me la vado a cercare.

Non è che non puoi fare l’idraulico perché non capisci un tubo

Sussiste in chi svolge lavori manuali uno spirito competitivo a distanza, che porta, in chi presta la propria mano, a identificare il lavoro altrui e a categorizzarlo dietro la domanda retorica Ma chi te l’ha fatto questo?.

Lo fanno i barbieri: Ma chi te li ha tagliati?.

Lo fanno i muratori: Ma chi vi ha alzato questo muro?.

Lo fanno anche i chirurghi, ho scoperto: dopo una visita a mia zia hanno chiesto Ma chi gliel’ha fatto questo bypass?.

Una volta invece accadde che l’idraulico, chiamato in casa per un intervento urgente, chiese chi avesse mai fatto quell’impianto. Al che la risposta fu: Proprio lei, qualche anno fa. L’idraulico alzò le sopracciglia e rispose, molto Montanellianamente, che all’epoca si usava fare così quel lavoro.

Ora qui si potrebbe innescare il dibattito:

  • L’idraulico va giudicato per ciò che ha fatto all’epoca;
  • L’idraulico va assolto perché non si può giudicare nel presente ciò che era di regola nel passato;
  • L’idraulico perché viene chiamato di nuovo se già aveva fatto un lavoro di merda prima?

Nessuno fa statue agli idraulici (credo, ma magari in qualche parte del mondo ce ne è una), però loro riescono ad innalzarsi, a memoria di loro stessi, delle ville faraoniche.

Al che mi sorge la domanda: perché non ho fatto l’idraulico?


Tralasciamo poi i luoghi comuni sulle avventure degli idraulici che fanno visita a giovani casalinghe annoiate dalla vita coniugale che aprono la porta in négligé. Secondo me se avessi fatto l’idraulico sarei stato accolto solo da attempati uomini single annoiati da water intasati per negligenza.


La domanda invece Con fattura o senza? somiglia alla domanda del kebabbaro che chiede Cipolla? Piccante?. E tu, alla fine, come col kebab chiedi Completo, pur sapendo che alla fine ti farà male.

Ma in verità, in verità vi dico che non ho smesso di chiedere fattura.

Però dopo i 30 anni ho smesso col kebab, soprattutto alle 2 di notte.

Non mi sarei voluto trovare a tu per tu col medico che, esaminandomi le analisi, mi avrebbe chiesto Ma chi te l’ha fatto questo?.

Non è che devi essere un sovrano per fare esperienze Reali

Ho condiviso esperienze, per di più lavorative, con diverse persone nella mia vita. Ho spesso constatato un forte spirito di attaccamento in quei frangenti, il cosiddetto fare gruppo che motivatori pagati un metalmeccanico l’ora mirano a costruire con le loro consulenze, proiettando slide e organizzando giochini aperitivi degni di un animatore Alpitour degli anni ’90.


Quando invece ho avuto esperienze con motivatori ho ricevuto l’effetto contrario desiderando di fare come Jack Frusciante.


Abbiamo riso – spesso anche pasta in qualche pranzo – ci siamo abbracciati, toccati, scambiati fluidi.


L’ultima cosa forse è avvenuta solo in qualche strano sogno erotico che ho fatto.


Quando l’avventura termina ci si lascia con rammarico. Non sparire, Restiamo in contatto.

Dopo un po’, qualche messaggio di meno, una conversazione che si fa silente, argomenti che scarseggiano perché esaurito il campo de Ti ricordi quella volta?, i contatti si fanno sempre più sporadici e brevi senza altro da dire.

Perché in realtà non abbiamo mai detto nulla. Abbiamo sempre tenuto le rispettive vite private al di fuori di qualsiasi spazio di condivisione. Esauriti i discorsi con al centro il lavoro o i docenti, non abbiamo altro da dirci perché altro non conosciamo gli uni degli altri.

Spesso mi interrogo sulla concretezza di queste esperienze. Mi chiedo se siano reali o meno. Se lo sono, com’è che si volatilizzano velocemente come 10€ nel mio portafogli? Se non lo sono, perché sono sempre così intense?

Ma soprattutto: chi motiva i motivatori?