Non è che il giurista vada dal medico per esser certo di avere una sana Costituzione

Tempo addietro, a un imprenditore aeronautico locale furono assegnati i lavori di riqualificazione di una rotonda. In cambio ottenne la possibilità di piazzarvi in mezzo un modello di cacciabombardiere storico uscito dalle sue fabbriche, come elemento pubblicitario.

Un gruppo di cittadini protestò, in quanto la nostra città ripudia la guerra. Anche se metà della popolazione credo ignori il termine “ripudiare” e l’altra metà è sempre in guerra con qualcuno.

Le rimostranze non sortirono effetti perché a nessuno gliene cale né tanto né poco.

Una protesta più mirata a mio avviso sarebbe stata quella di puntare il dito contro la bruttezza dell’aereo. Perché brutto è, ma proprio tanto.

Io inserirei nella Costituzione italiana un emendamento contro la bruttezza:

L’Italia ripudia la bruttezza come mezzo di espressione delle proprie attività manifatturiere ed edili.

Ai creativi che vogliano proporre ardite soluzioni architettoniche dalla dubbia valenza estetica si potrà rinfacciarne la bruttezza agitando un saldo principio costituzionale:

– Lei non capisce, questo è design
– No, questa è merda. Si levi dai coglioni, la Costituzione lo impone!

“Il sonno della ragione genera gli ecomostri” (M2 Building – Tokyo)

Nello stesso periodo della caccia al caccia, un altro collettivo cittadino si presentò al Palazzo della Regione per delle rimostranze di matrice sociale.

Il loro intento era presentare delle firme per chiedere non ricordo cosa. Forse il ritorno del gelato gusto Puffo o l’obbligo di salviettine umidificate nei bagni dei locali per esigenze onanistiche.


Prima di ridere per quest’ultima proposta vorrei raccontare il caso di un conoscente cui, per un ecodoppler penieno, fu iniettato un vasodilatatore in sede locale.

Terminata la visita, il membro non smaltì per qualche ora successiva gli effetti del farmaco e così il conoscente, come tentativo di cura al suo priapismo, pensò di risolvere la cosa in maniera autonoma nei bagni di un pub. Quale fu la sua sorpresa nel constatare poi l’assenza di materiale per nettarsi nei suddetti bagni. E quale fu ancora la sua sorpresa nel constatare che l’atto manuale non aveva sortito effetti conservando il membro una certa tumescenza! Ma questa è un’altra storia.


Ebbi l’ardire di chieder lumi a uno degli appassionati esponenti di tale richiesta. Mi sentii dire:

– Sappiamo che non è ammissibile e la rifiuteranno, ma noi lo facciamo per far vedere.
– Ah.

È un po’ come se tu chiedessi di uscire a una ragazza che sai non uscirebbe con te neanche fossi l’ultimo uomo sulla faccia della Terra. Le amiche ti hanno detto che quella ti vede come il fumo negli occhi. Anzi, quando ti vede vorrebbe buttarsi del fumo negli occhi per accecarsi. E pur ammettendo che le amiche siano soltanto maligne e false, ricorda che una volta la stavi incrociando per strada e lei si è buttata in un cassonetto dell’umido per non salutarti e questo vorrà dir qualcosa. Ma tu ti presenti lo stesso a chiederle di uscire. Per far vedere.

Io comunque senza nulla toglier all’appassionato esponente non vidi nulla ma sono miope quindi sono giustificato.

In ogni caso proporrei un secondo sub-emendamento alla Costituzione, quello contro le azioni inutili:

L’Italia ripudia l’inutilità come mezzo di spreco delle energie pubbliche.

Il problema è che coordinato all’altro emendamento, quello contro la bruttezza, rimarrebbe forse ben poco di non ripudiabile.

E allora forse dovrei emendarmi io.

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Non è che il raffreddore ti faccia sprecare Tempo

– Sai che lei è qualche giorno che si fa sentire poco e niente?
– Avrà capito di essere petulante e insistente [Ma non ti lamentavi che rompeva le palle? Ora è un problema se non si fa sentire?]
– No, ieri mi ha scritto dicendo che ha conosciuto un ragazzo al mare
– Ah [Buon per lei! C’è gente che va a prendere Sole e alla fine prende sòle…]
– Cioè dopo che mi rompeva le ovaie, lei e l’ex, che non poteva vivere più, che stava disperata, mo’ trova uno ed è tutto a posto
– Eh beh [Come dicono in Giappone, Kyoto scaccia Kyoto…]
– Forse sarò io all’antica, ma secondo me ci vogliono dei tempi tecnici da rispettare, dopo la fine di una storia. Non so
– Beh ci sono persone con un disperato bisogno di attaccarsi a qualcuno…

Mentre dicevo ciò avrei voluto porre una domanda: Scusa, non era andata così anche tra di noi, con tu che mi tiravi per la camicia verso di te che a momenti mi saltava un bottone – quello dei pantaloni – mentre c’era ancora il cadavere caldo del tuo ex e io volevo fargli marameo mentre non mi vedevi ma si sa che non bisogna macchiarsi di ὕβϱις (hybris) come sapevano i Greci perché poi dopo le cose son finite e io alla fine potevo solo far marameo a ‘sta ceppa?

Ma mentre pensavo a tutto questo ho perso tutto il filo della conversazione e sono tornato sulla Terra mentre ci stavamo già salutando.

C’è una categoria di persone che mi lascia perplesso ed è quella di chi contesta agli altri le stesse cose che fa lui. Categoria a cui credo di appartenere, perché io ad esempio contesto le persone che contestano gli altri. Essendo io contestatore, sono al contempo stesso da contestare.

La seconda cosa che mi lascia perplesso è la definizione di tempo tecnico.
Sembra un concetto mutuato dal mondo sportivo: Ehi, arbitro! Il Mister chiede un tempo tecnico!.

Come si sa quando un tempo è tecnicamente giusto?

Nella mia vita ho sempre sbagliato tempi, sarà per questo che non son diventato chitarrista. Suonavo un tempo in testa che non corrispondeva a quello che stava tenendo la mano. Se adattavo il tempo mentale a quello della mano, quest’ultima lo cambiava a sua volta.

È un po’ quindi come succede con le persone: spesso vanno a tempi diversi nella propria testa.
Che tempi!

Non è che sei così sicuro della cucina da metterci la mano sul cuoco

Capita, qualche volta ogni tanto, di pranzare in un posto un po’ più raffinato della trattoria di Ciruzzo il zozzoso cui si è soliti andare. Solo su invito, ovviamente, se le possibilità di autonomia manducatoria si limitano al già citato livello trattoria.

Di fronte alla ristorazione da chef ho un atteggiamento a tratti agnostico. Non è che io non ci creda, anzi, ne sono più che compiaciuto quando mi ci accosto, ma ci sono dei dogmi verso i quali la mia razionalità mi blocca.


Probabilmente è un atteggiamento da profano qual io sono, non in grado di apprezzare a tutto tondo forma e sostanza della cucina elaborata, frutto di una certa diffidenza verso l’esplorazione e la sperimentazione in alternativa al piatto tradizionale di stampo vetero-popolare.


Alcune cose mi lasciano comunque perplesso.

I menù, ad esempio. Sembrano ideati  da Franco Battiato e Manlio Sgalambro, anche per descrivere solo un’insalata mista: Fantasia di primizie con guizzi di vinagre catalano. Poi arrivano carote e radicchio sconditi, accompagnati da un cumshot di aceto intorno (su cui tornerò più avanti).

Avrei a tal proposito qualche suggerimento di titolo per l’elenco alla carta:

Passacaglia dello chef al tocco di cembalo
Traviata euclidea dell’ayatollah Khomeini
Putti bretoni all’ombra di cinghiale bianco

La seconda cosa che mi sfugge è la moda della croccantezza. Credo, ma parlo pur sempre da ignorante – nel senso di colui che ignora -, che sia un po’ sfuggita di mano agli chef. Me ne resi conto quando, durante una delle centinaia di edizioni di MasterChef (credo fosse MasterChef Vergate sul Membro), vidi un giudice lamentarsi dell’assenza del croccante. In un brodo.

Una volta ordinai una tagliata con contorno di rucola.
La rucola era stata croccantizzata.

Perché mai, io mi chiedo.
Pretendo di brucar come una capra la mia rucola e non di farla scrocchiare come fosse pop corn. Avrei chiesto del pop corn, nel caso. Invece esigo dell’erbaccia, dalla consistenza di erbaccia.

Quando hanno tentato di offrirmi il caffè ho rifiutato. Ho avuto paura che me lo avrebbero servito a cubetti soffiati.

A far da contraltare al croccante, c’è la mania di vellutare tutto.
Gustose le vellutate, non c’è che dire. Lynch ne fece anche un film: Vellutata blu, storia di uno chef che tagliava orecchie à la julienne.

In un’altra occasione, scelsi una Terra & Mare rivisitata.
Null’altro che fagioli con le cozze, ma chiamarli fagioli con le cozze è da parvenu (si veda il discorso sui menù precedente).
All’arrivo del piatto, c’erano le cozze adagiate su una melma color vomito post concerto dei Nine Inch Nails.
Praticamente quella melma erano i fagioli.
Credo che il nome giusto sarebbe allora stato Terra & Mare rimasticata, visto che sembrava bolo alimentare.

Altri commensali presero altre cose che poi si scoprirono tutte vellutate o ridotte in poltiglia. In pratica era un pranzo per l’asilo. O per ottuagenari in una casa di riposo.

Questo è ciò che succede quando si ordina senza chiedere ragguagli al cameriere. Il fatto è che uno non chiede spiegazioni onde evitare di doversi sorbire due volte la stessa cantilena: quando si ordina e quando si viene serviti. L’altra peculiarità, infatti, è la didascalia verbale del cameriere come accompagnamento al piatto.

Una volta c’era a centrotavola un misto di affettati di varia origine, lavorazione e misura. Credo ci fossero in mezzo anche un paio di specie estinte ma per fortuna non era ancora epoca di squadrismo vegano.

Il cameriere si prodigò nello spiegare ogni singola fettina lì presente. Quando finì il giro ovviamente avevo già dimenticato tutto e gli avrei voluto dire “Senti, puoi ricominciare al contrario perché ho dimenticato l’inizio, magari prendo appunti questa volta?” ma avevo fame.

Infine, la cosa che più mi infastidisce sono i ghirigori, gli spruzzi di salsine intorno al cibo. Sono una mera decorazione? Perché allora sono indicate nel nome del piatto come fossero condimento ma è impossibile condire alcunché vista la loro inconsistenza? Potrei leccare il piatto o sarei troppo barbaro? Quei ghirigori sono casuali o le spirali seguono una successione di Fibonacci?

Aguzzando la vista lì giusto al centro della spirale aurea c’è anche il cibo

Ho capito che ho ancora molto da imparare.

Non è che puoi menar il can per l’aia: al massimo ti dirà “bau”*


* Per una volta prendo un titolo in prestito, in questo caso è citazione di Corrado Guzzanti.


Ci sono persone che hanno bisogno di certezze nella vita.
Tipo sapere che la Terra stia continuando a girare intorno al Sole, che i Rolling Stones continuino a fare tour o che Leonardo DiCaprio continui a non vincere l’Oscar.

Una di queste certezze è appena crollata.


A scanso di equivoci e per restare fedele all’intento didascalico di questo blog, anche se c’è chi dice che la Terra non gira intorno al Sole (vi rimando a una esauriente letteratura reperibile in rete) io propenderei per considerare la vittoria di DiCaprio come caduta di una certezza.


Il mio personalissimo punto fermo che invece è venuto meno è che Ex² da oggi ha un cane.

La cosa mi tange nella misura in cui il possesso del cane abbia efficacia retroattiva: io sono quindi stato con una persona che, seppur gattara, un giorno avrebbe poi avuto un cane.


In realtà nella sua famiglia che io ricordi ne avevano avuto un altro, ma l’età del possesso effettivo dell’animale per me scatta quando ce ne si occupa direttamente.


Difatti anche quando ero io piccolissimo la mia famiglia ha avuto un cane, salvo poi io essere cresciuto un’intera vita in mezzo ai gatti.


Ciò fa aumentare a 3 le fidanzate che avevano a che fare con i cani. Le altre 2, esclusa quindi Ex², sono state cattive esperienze, imputabili sicuramente al possesso del cane perché io ho una mia teoria secondo la quale gattari e canari non possono stare insieme per differenti visioni di vita.


Ovviamente arriverà qualcuno a smentirmi parlando di felici coppie gattari/canari, gattari/canarinidi, canari/canarinidi e via dicendo. Buon per loro.


Questo episodio, seppur io e lei non stiamo più insieme da 3 anni e un paio di pannocchie, mi turba. È come se i già citati Rolling Stones si sciogliessero: fa niente che non ascolto più qualcosa di loro da 20 anni, mi turba lo stesso.

Una doverosa precisazione è che io non ho nulla contro i cani.


Seppur di vecchia concezione, l’atto di mettere le mani avanti oggi gode ancor più di maggior impulso, in un’epoca contrassegnata da scontri di valori su diverse materie: umanità, religione, sessualità e via dicendo. Premettendo di non avere nulla contro qualcosa si sgombra il campo dall’accusa di essere intolleranti, seppur poi inserendo nella successiva subordinata un’affermazione inconfutabilmente intollerante.


Escluso da questa regola resta in modo ignobile il cibo, sul quale si possono apertamente dichiarare intolleranze o lanciare accuse di perniciosità per la salute.


Ricordiamoci però sempre che la prima causa di morte resta la vita stessa. Soltanto dopo viene tutto il resto.


Ho conosciuto cani simpatici.

Sono i padroni a volte a essere idioti.

Avere un cane non ti rende idiota, ci mancherebbe. Ma così come, ad esempio, un’automobile non ti rende idiota ma esistono idioti che esplicitano la propria idiozia con l’automobile (il tipo con gli abbaglianti che ti acceca dallo specchietto, per dire), ci sono idioti che estrinsecano idiozia col cane.

Mi riferisco a quello che porta in giro senza guinzaglio in pubblico un cane della grandezza di un puledro, probabilmente per mostrare al mondo la propria potenza di essere umano capace di esercitare un biblico controllo e dominio sulle bestie.

Oppure la sciura che, con la sua bella bustina, raccoglie le deiezioni del proprio cane per poi gettare il tutto nella prima aiuola che trova, forse pensando che l’utilità del sacchetto sia appunto quella di confezionare, a mo’ di pacco regalo, il prodotto del proprio animale.

Sperando di far cosa gradita, un giorno vorrei farle trovare fuori la porta il contenuto della lettiera dei miei gatti, ovviamente confezionato come neanche una commessa di Lush potrebbe fare.


Dovrò prima però imparare da una commessa di Lush.


Una cosa invece fastidiosa che fanno i cani è quella di annusare tra le gambe.
E l’idea che lo faccia anche con la propria padrona mi dà ancor più fastidio: sarò possessivo, ma non è carino pensare che, mentre stai con una persona, c’è qualcun altro che metta il naso tra le sue zone intime (ginecologo escluso, ovviamente).


Sulla cosa del ginecologo avrei aneddoti su mariti che esigono che le proprie mogli si facciano visitare esclusivamente da medici donna e mogli che vanno da ginecologi maschi di nascosto per tal motivo.


E, no, non si tratta di integralisti religiosi ma di persone di una dichiarata mentalità progressista. A detta loro.


Adesso che so che Ex² ha un cane penso che non avrò mai più possibilità di vederla.

Se volessi chiederle, un giorno che mi trovassi in Italia, di vederci per un caffè e parlare serenamente come qualche volta abbiamo fatto, non potrò fare altro che pensare che potrebbe avere peli di cane addosso, odorare di cane, magari si presenterebbe addirittura con il cane al seguito!

Considerando la vita media di un cane e augurando tutto il meglio all’animale, direi che dovrò aspettare almeno una ventina d’anni circa per incontrarla di nuovo.

Ho il cuore a pezzi: oggigiorno le certezze crollano come le mura di Pompei e non ho manco un commissario straordinario o un sovrintendente da nominare per gestirle affinché cadano in modo commissariato o sovrainteso.


Avete mai fatto caso che in Italia per risolvere un problema basta nominare un commissario straordinario?


Non è che in Paradiso si beva aceto di-vino

Il Sannio non è mia terra d’origine, essendo io nato sul Golfo. Tra l’altro, loro si sentono parte di una comunità specifica che ritiene di avere poco in comune con i napoletani (per quanto, a livello calcistico, laddove tra Irpinia e Salernitano ci sono molti simpatizzanti juventini, nel Sannio c’è molta simpatia per il Napoli).

Conosco quelle zone molto bene, però. E, oltretutto, per anni ho comprato (e a volte ancora oggi) prodotti alimentari originari di lì. Posso tecnicamente quindi dire che il Sannio mi è entrato dentro.

È per questo che una campagna pubblicitaria così dopo la recente alluvione mi ha un po’ colpito. È uno di quegli esempi di marketing “buono”, per quanto, ovviamente, non stiamo parlando di beneficenza per un territorio ma di pubblicità per una cooperativa, grazie alla quale però vivono centinaia (se non migliaia) di persone che hanno bisogno di rimettersi in piedi.

Quindi nulla, volevo condividere.

Frasi che meritano di essere citate. In tribunale.

Nel corso di trent’anni di vita ne ho sentite di frasi che sfuggono alle regole della logica e anche a quelle del calcolo combinatorio. Sembra che alle persone a volte vengano naturali discorsi che sembrano tratti dal teatro di Beckett.

Mi ricordo quella volta che chiesi alla mia ex “Scusa, perché tu puoi essere diffidente su di me mentre io debbo crederti ciecamente?”
Lei rispose “Perché io sono io e so che c’è da fidarsi”.
Io: Allora anche io sono io e so che c’è da fidarsi
Lei: No, non funziona così.
(Da qui il principio del Lei non sa chi sono io!.)

Madre invece ha sempre brillato per le sue affermazioni logicamente illogiche. Un must della mia adolescenza era, alla mia domanda “Posso andare a un concerto?”, sentir rispondere “E che devi andare a fare?”.

Illogicamente, è difficile immaginare cosa si vada a fare a un concerto. Io presumo per vedere un gruppo suonare dal vivo, ma non ne sono mai stato certo.
La scena poteva ripetersi per altre attività, un film, un’escursione e via dicendo. “E che vai a fare?”.

Mi dispiace non aver avuto la battuta pronta, all’epoca. Avrei potuto dire, non so: “Per seguire il mio traffico di attività illecite e incontrare gli uomini della mia banda segretamente”, magari.

Ma non sono solo le persone che conosci e che frequenti a sorprenderti all’incrocio dei pali.

Come quella volta che passeggiavo placidamente per i cacchi miei e una signora che arrivava in senso opposto senza smettere di camminare mi fa, con accento medio-alto borghese napoletano*:


non so come spiegare un accento medio-alto borghese napoletano se non lo avete presente: mi viene in mente magari Toni Servillo in alcuni film, ecco, pensate a una versione femminile.


– Scusi vado bene per l’apertura?
– Eh? (chiedo stupito)
– L’apertura, no? Il Giudice di Pace (quasi irritata dalla mia domanda e dal fatto che la costringa a fermarsi)


Certo, il GdP è a 500 mt da dove ci eravamo incrociati, ma da cosa avrei dovuto evincere che lei stesse chiedendo del summenzionato non ne ho idea. Come se fosse la cosa più naturale del mondo: voi vi svegliate la mattina e andate dal Giudice di Pace, come routine quotidiana comanda!


– Beh, sì…(guardo l’orologio)…a quest’ora sono aperti…
– Ma no, non l’orario! Quello lo so! L’ingresso, vado bene di qua? (spazientita)
– Sì sì certo…più avanti…(dico allontanandomi).

Son sicuro che lei si sarà allontanata pensando “Guarda che imbecilli tocca beccare in giro”.

Una mia ex collega d’università una volta invece mi sorprese per il raffinato metodo di aggiornamento meteorologico che aveva.

Capitava che c’incrociassimo sulla banchina della stazione. A volte notavo che il suo abbigliamento non era adeguato al tempo: o troppo leggero o troppo pesante.
– Non senti freddo vestita così? – chiesi una volta.
– Eh, sì che ho freddo!…il mio ragazzo non mi ha avvisata che sarebbe cambiato il tempo!
– Eh?
– Sì, perché lui la mattina mi scrive che tempo fa. Solo che a volte si scorda!
– Scusa, ma non puoi controllare tu affacciandoti fuori che tempo faccia? (oramai ero sempre più attirato da quel discorso, anche se sentivo di doverne stare lontano)
– Eh no perché se apro le persiane scatta l’allarme e io non lo so disattivare. E dalle telecamere di sicurezza non si capisce che tempo fa fuori, così il mio ragazzo mi avvisa lui se fa freddo o fa caldo.

Non ritenni di dover proseguire la conversazione, anche se la risposta non mi convinse affatto perché apriva altri interrogativi.


Avrei altri aneddoti interessanti sulla suddetta persona, tipo che mi raccontava che era amica di Adam Kadmon prima che diventasse famoso (son cose di cui vantarsi) e che la Bibbia in realtà contiene resoconti dell’arrivo di alieni sulla Terra. È esperta di magia nera e conosce un incantesimo che funziona con la semplice imposizione della mano che poi dopo un giorno muori ti fa crollare a terra privo di energie.


DIDASCALIA ALLA DIGRESSIONE PRECEDENTE
Potrebbe sembrare che mi piaccia sparlare degli altri, in realtà è invidia per le persone che hanno qualcosa da raccontare. Io non faccio altro che raccontare le cose che raccontano gli altri, quindi sono un contastorie di seconda mano.


La didascalia precedente è una paraculata.


Anche l’ammettere di aver scritto una paraculata è una paraculata.


Eh, i laureati di oggi: e poi fanno le barzellette sui carabinieri e calciatori.

A proposito di calciatori, questa me l’hanno raccontata, la fonte è affidabile. All’esame di maturità si presenta un ragazzo tesserato nelle giovanili di una squadra di serie A. Ha bisogno del diploma a tutti i costi perché è stato selezionato da una squadra all’estero e pare che lì i giovani non li vogliano senza il pezzo di carta: che brutta gente!

Domanda di biologia sulla respirazione. Essendo un atleta almeno respirare dovrebbe essere attività che gli è nota.
– Che cos’è il diaframma?
– È un muscolo che sta qua (indica il petto all’altezza del cuore)
– Non proprio, più giù. Comunque, cosa fa il diaframma?
– Serve a respirare
– Come?
– Si abbassa e si alza
– Cioè?
– Si abbassa quaggiù (indica l’ombelico) e poi sale qua (indica la gola).

Abbiamo scoperto che il diaframma è quindi come la peperonata: scende nello stomaco e poi ti risale nella gola.

Ho visto dei film impegnati. Al Monte di Pietà.

Ho visto questa sera Jurassic World. Tralascio una recensione, perché ce sono ormai a bizzeffe su internet e perché, inoltre, non sono mai molto bravo a parlare di cinema.  Anche se profondo impegno nel vederne di impegnati (non mi riferisco a JW, ovviamente), probabilmente di film non ne capisco nemmeno molto. Ma non lo do a vedere.


DIDASCALIA CON SPUNTI DI RETORICA
Il segreto è infilare durante la conversazione riguardante un film qualche commento generico e astratto e, come tale, adattabile a qualunque contesto. È importante parlare con aria seria e velatamente autorevole, in modo da impressionare l’interlocutore.
Esempi di commenti di questo tipo possono essere gli apprezzamenti sulla ‘fotografia’, che van sempre bene. Si può lodare un ‘piano sequenza’, dando l’idea di essere fini cultori della tecnica registica. Al negativo, si può dire che il film ‘è lento’, oppure ‘che delude le aspettative’ o, ancora, che ‘nella seconda parte perde ritmo’.
Uno dei commenti di cui vado fiero è stato ‘onanismo cinematografico’, riferito a un noto regista italiano contemporaneo. Una definizione molto rischiosa, considerando che il suddetto regista è divenuto nell’opinione pubblica intoccabile come il Profeta per i musulmani o la parmigiana della mamma per un figlio.


Durante il fim, dato che il tema portante è l’ingegneria genetica, non ho potuto fare a meno di pensare a quello scienziato che voleva creare “un pollosauro”: tecnicamente secondo la teoria si tratta di attivare dei geni atavici durante lo sviluppo embrionale del pollo per far sviluppare quelle caratteristiche (denti, coda, ecc) che con l’evoluzione sono state perse.

Il principio potrebbe valere per qualsiasi altra specie: durante lo sviluppo dell’embrione umano, ad esempio, spunta un accenno di coda, retaggio antico della nostra fase animale, che poi sparisce nelle settimane successive.

Ho pensato come sarebbe riattivare qualche gene e creare esseri umani con la coda.

Secondo me una coda faciliterebbe la comunicazione, come noi gatti ben sappiamo:

Quando non serve la si potrebbe portare arrotolata in vita, come i Saiyan:

Questa cosa di arrotolare la coda mi fa venire in mente una vecchia barzelletta zozza sugli alieni, che credo risalga almeno agli anni ’60, visto che la lessi da ragazzino su una mini enciclopedia di astronomia risalente a quell’epoca.
Allora, c’è un alieno che arriva sulla Terra in esplorazione. Atterra nei pressi di un distributore di benzina deserto e prova a stabilire un contatto con una pompa scambiandola per un terrestre. Dato che non riceve alcuna reazione, se ne torna deluso sul proprio pianeta. Rimproverato dal suo capo dopo aver fatto rapporto, accusato di essere un buono a nulla e incapace di stabilire un contatto, replica così: “Mandaci tua sorella da loro: non comunicheranno ma hanno un coso così lungo che se lo attorcigliano in vita e se lo appendono all’orecchio”.

È così brutta che provo pena per le sorelle degli alieni, vittime del sessismo terrestre.


DIDASCALIA CHIARIFICATRICE
Ci si potrebbe chiedere quale enciclopedia riporti barzellette zozze sugli alieni: ma posso dire che era la cosa più seria che lessi in quei volumetti. Altre pagine raccontavano di presunti episodi di abduction* o del pianeta scomparso dal nostro sistema solare, i cui resti sarebbero gli asteroidi in orbita tra Marte e Giove, residui di un pianeta esploso dopo una guerra nucleare che ne ha sterminato gli abitanti (ma alcuni sopravvissuti avrebbero raggiunto la Terra e contribuito all’evoluzione umana!).

* il rapimento da parte di alieni


La coda però potrebbe anche creare disagi: penso a quanti distratti se la chiuderebbero nelle porte automatiche. Oppure penso ai malintenzionati che potrebbero utilizzarla, dopo aver legato all’estremità una mazza ferrata, come arma di offesa come degli anchilosauri!

Visti i rischi, la morale del film è che quindi non si scherza con l’ingegneria genetica. Perché poi accade sempre un gran casino e deve arrivare un eroe con le spalle doppie che cammina a gambe larghe e ha sempre le mani sui fianchi perché forse i pantaloni gli cascano.

E l’eroe si prenderà la tizia figa, che è figa non perché esprime figosità (perché, volendo, un po’ di figosità la si rimedia facilmente) ma perché sa sempre cosa fare e perché è in grado di correre, saltare e guidare anche col tacco 12.

Noi e quella gran bella troika

Era il 1994 e giocavo a Tetris su una copia cinese del Nintendo 8 bit, di quelle che dichiarano sulla confezione di avere 8000 giochi precaricati. In realtà di titoli ne avranno avuti si e no una 15ina, il resto erano tutti livelli e scenari appartenenti agli stessi giochi.

Per anni troika per ma ha voluto dire questa musica

A quel tempo a scuola le maestre ci facevano scrivere temi sulla guerra in Jugoslavia, le carte geografiche appese ai muri dell’aula riportavano ancora l’Unione Sovietica e le due Germanie, Roberto Baggio era il più forte calciatore del mondo ma per alcuni lo è stato fino al giorno prima di un calcio di rigore a Pasadena, Berlusconi dava inizio al proprio personale ventennio, Ilaria Alpi e don Peppe Diana morivano in due zone di guerra diverse. Moriva anche Kurt Cobain ma io all’epoca non lo conoscevo.

Avevo un quadernone giallo che nella quarta di copertina ricordava che in quell’anno si sarebbero tenute le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. Ancora oggi mi domando il perché e il percome di quella pubblicità istituzionale su di un quaderno.

In quell’anno, da marzo fino a fine maggio fummo costretti a frequentare un altro plesso scolastico nel turno pomeridiano, perché la nostra scuola era preda di un’invasione di zecche.

Sotto accusa finirono, nell’ordine: il circo coi suoi animali che stazionava proprio dietro lo stabile; il campo incolto e abbandonato sempre dietro l’area della scuola, terreno ideale per la riproduzione di insetti e acari; la custode che faceva dormire i propri cani nel sottoscala.

La custode si chiamava Italia. Era una signora sulla cinquantina dal volto arcigno e l’aria perennemente infastidita. O forse era il monociglio dell’arcata sopraccigliare a incattivirle il volto. Aveva qualcosa di somigliante a Nixon, ovviamente questo l’avrei realizzato anni dopo. Le mie conoscenze politiche, a quel tempo, si limitavano a Cossiga e Andreotti, di cui io e il mio migliore amico ci eravamo specializzati nell’imitazione.

Sarà stato il mio scarso senso patriottico, ma con Italia non andavo molto d’accordo.

Europa invece era un qualcosa di vago e indefinito, di cui però si parlava molto. Credo di averne letto anche su Topolino, che un tempo era molto attento all’attualità, basti pensare a quando nel 1992 fu pubblicata una storia a puntate intitolata “Ciao Minnotchka” che era una non tanto velata riproposizione della perestrojka in salsa topolinese.

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Io da adulto pensavo che sarei diventato un cittadino europeo, con tanto di documento d’identità blu a stelle dorate.

La maestra una volta durante l’ora di musica (un’ora a periodicità sporadica) ci fece ascoltare la nona sinfonia, o meglio, il quarto movimento con l’Ode alla gioia. Le parole (che non fanno parte dell’inno europeo) le ho imparate anni e anni dopo. A volte mi capita di canticchiarle al mattino mentre sono intento nelle mie abluzioni. O questo o le sigle dei cartoni animati.

“Alle Menschen werden Brüder” recita il testo a un certo punto, tutti gli uomini diventano fratelli. Vallo a spiegare Comune per Comune, dove ancora ci si guarda in cagnesco dal Medioevo e spesso non si è ben capito perché. Dalle mie parti, ma come credo in qualsiasi altra cittadina, si usa dire degli abitanti vicini che “sono diversi da noi”. Diversi in negativo, ovviamente. Perché sono
– ladri
– brutti
– cafoni
– traditori

in generale gente malamént o “brutta razza”, che dir si voglia.

Nel 1994 ricordo mancò poco che i nostri genitori non venissero alle mani con i genitori degli alunni della scuola che ci ospitava durante l’emergenza zecche. Perché “quelli di Fratelli Bandiera” erano “brutta gente”. Vorrei sottolineare che le due scuole erano distanti al massimo 200 metri in linea d’aria, separate da una statale che immagino fungesse quindi da Linea Gotica.

Una frontiera.
De Gasperi, Adenauer, Schuman: i padri fondatori dell’Europa erano uomini originari di terre di frontiera o di zone contese che hanno vissuto in prima linea la guerra. Dal locale al generale, all’internazionale. Come se io e un tale di quella scuola di Fratelli Bandiera stipulassimo un’alleanza sovrascolastica perché non vogliamo che i nostri figli si incontrino per strada e si prendano a sassate.

Oggi la troika non suona più ma le suona. Per gli extraterrestri che stessero in vacanza sulla Terra, per troika si intende il triumvirato finanziario composto da Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea. Quest’ultima dirige le zecche nazionali.

Quindi abbiamo scoperto chi c’era dietro all’invasione del 1994 nella mia scuola.

Nessuna Merkel è stata maltrattata se non a parole per questo post.
Per la produzione di queste righe sono stati macellati dei Draghi provenienti da allevamenti certificati delle terre d’Hollande.

Caro amico, ti schifo

Ho parlato ultimamente di professori universitari, tifosi, colleghi di lavoro e di altri interessanti soggetti prima ancora, ma mi sono accorto di aver dimenticato di esaminare una categoria importante: gli amici! Ho pensato di rimediare con una lista, ovviamente dei soggetti più assurdi e strambi con cui può capitare di avere a che fare.

p195_0_00_01Abduction – Quello che ogni tanto sparisce dalla circolazione e non si sa che fine abbia fatto. Lavoro? Donne? Contrabbando di assi da stiro? Non si sa. Non risponde al telefono per giorni, a casa non lo si trova. Poi una sera ricompare all’improvviso come se nulla fosse. Forse verrà in realtà rapito dagli alieni, sottoposto a esperimenti e poi riportato sulla Terra, non c’è altra spiegazione.

A volte Sempre ritornano – Come la vittima di rapimenti alieni, anche lui/lei sparisce, ma non per qualche giorno ma per un tempo variabile dal mese ai due anni. Cioè la durata di una storia d’amore. Il motivo della scomparsa dalla circolazione, infatti, è noto: ha qualcuno. Nel momento in cui inizia una frequentazione, sparisce dal giro delle amicizie, Salvo poi, una volta che la storia è finita, ricordarsi di avere nella rubrica del telefono i numeri degli amici, che chiamerà per ovviare alla propria solitudine fino alla prossima avventura amorosa.

Spugna – L’individuo nelle cui vene scorre ormai dell’alcool etilico. L’ultima volta che è stato visto sobrio era al proprio battesimo, anche se nessuno giurerebbe con sicurezza che quella usata dal prete fosse acqua. Può essere il supporto ideale per una serata senza pensieri, per dimenticare una delusione, per sfogare frustrazioni: ma prima di uscire con lui è bene chiudere i conti in sospeso, affidare le chiavi di casa e della macchina a qualcuno di fiducia e, nel caso, fare anche testamento, perché non è mai bene affidarsi completamente alle sue esuberanze alcoliche.

Il Bianconiglio – L’attitudine al ritardo propria di questo individuo è patologica. Esistono due tipologie di ritardatari: quello che arriva sempre trafelato e di corsa perché non gli riesce mai di prepararsi in anticipo, proprio come il Bianconiglio di Alice, e quello che in realtà non se ne preoccupa per niente e si presenta con tutta la calma olimpica di questo mondo. I suoi tempi sono semplicemente traslati in avanti, cosa che lascia pensare che in realtà viva in base al fuso orario di un altro Stato.

Il democristiano – L’uomo delle larghe intese. È d’accordo con la proposta di una pizza ma appoggia anche la serata sushi, approva l’andare a vedere l’ultimo di Lars von Trier e offre la propria adesione per il film dei Vanzina. Tutto nella stessa serata. Attenzione: se invece riesce a far passare subdolamente quelle che sono le proprie vere intenzioni, allora è un Dalemiano, come descritto sapientemente dal Terzo Segreto di Satira:

Il signor quindiciballe – Se non la spara grossa non è lui. Ogni volta ne ha una nuova, funamboliche avventure con modelle svedesi, avventurosi viaggi all’altro capo del mondo, importanti novità in vista, i contatti giusti per ottenere qualcosa…tutti nel suo giro di conoscenze sanno che in realtà sta raccontando grandi frottole, ma gli danno corda per pietà e compassione.

Scrocc on the water – Quello che non compra mai le sigarette, si ubriaca a forza di “mi fai assaggiare?” dai bicchieri altrui, dimentica sempre il portafogli oppure, chissà perché, ha sempre moneta contante di grosso taglio e non può pagare perché “Eh, debbo cambiare”. Insomma, lui: lo scroccone. Gli amici son per lui un bancomat ambulante.

La fontana – Di cui sono presenti anche degli esemplari maschili, è quella che si fa viva con le amiche solo per lamentarsi dei propri drammi, piagnucolare di quanto la propria vita faccia schifo, di come gli uomini siano malvagi e spietati. Una sottospecie diversa è rappresentata da Il male di vivere, quello che è sempre allegro come un poema ossianico, che infonde proprio la gioia di vivere nei presenti. A differenza della lagnosa fontana, il male di vivere non ha un problema specifico ma vive semplicemente in uno stato di perenne pessimismo cosmico, ben rappresentato dalla sua espressione cupa e funerea con la quale allieterà la serate in compagnia.

Per la stesura di questo post sono stati utilizzati solo amici provenienti da allevamenti selezionati che rispettano i naturali ritmi di crescita e usano soltanto mangimi naturali.

Se conoscete altri soggetti, sono ben accetti!

Di notte il cielo senza stelle è tutto nero

Guardo in alto e posso scorgere solo qualche tremolante puntino sparso, il resto è tutto un manto scuro che degrada in basso verso un arancio nebbioso, come se la ruggine stesse aggredendo la cupola celeste.

Vorrei armarmi di scalpello e grattare via l’oscurità per far venire allo scoperto le stelle, ma non sono alto abbastanza e non ho scale sufficienti, ho dimenticato anche quelle musicali e ora per me pentatonica ricorda solo che fa rima con catatonica mentre la chitarra è sepolta nella sua custodia-bara.

Allora per la frustrazione vorrei scalpellare me stesso, ma ho paura di scoprire cosa mi si cela sotto pelle, perché ogni volta che mi guardo nudo mi perdo e non oso toccarmi le pene interiori perché mi hanno detto che si vien colti da cecità emotiva. E infatti da troppo tempo mi sembra di brancolare nel buio coi sentimenti.

Il buio. Anni fa andando a letto una volta ho pregato di non svegliarmi più. Non voglio spiegarne il motivo. Non ricordo chi o cosa avessi invocato, forse il dio del sonno, forse il dio della notte o forse il dio del letto, il sommo Eminflex introdotto dal suo vicario in Terra, Mastrota. Avevo una spiritualità panteistica e credevo agli spiriti dell’acqua, del vento, delle cose: se vogliamo, un protoshintoismo inconsapevole.

Ora l’unico spirito a cui credo è quello in cui si immergono le percoche. E credo anche allo spirito di patata. A volte anche allo spirito della patata, se ne incontrano alcune esilaranti ma purtroppo non riesco a farne un buon distillato. Nel tuo intimo c’è vodka.

Mi perdo sorseggiando gocce della tua assenza, buttando un occhio al cielo. E dopo averlo buttato la gravità me lo fa ricadere giù e mi tocca raccoglierlo e ripulirlo dalla sporcizia prima di infilarlo nell’orbita del mio giramento di testa.

Mi ritrovo

– Tu sei gintòchi?
– Ghìntochi.
(con stupore) Eh?*

È cominciato così, con questo colpo di scena, il mio svelamento di identità.
A pensarci su, l’evento era già stato preceduto da altre sconvolgenti rivelazioni. Conversazione con Madre di venerdì sera:

– Ma quindi, non ho capito, che vai a fare a Roma domani?
– Ho un raduno.
– Di cosa?
– Di blogger.
– E che sono i blogger? Che fanno?
– Scrivono.
– Ah. Ma perché, tu scrivi?
– Certamente, Madre. E so anche leggere e far di conto.
(riprendendo l’argomento, mezz’ora dopo) Ma vi vedete in un palazzo, c’è tipo una conferenza?
– Sicuro. Viene anche Barack Obama a inaugurare l’evento.
(le conversazioni con Madre sono sempre di questo tenore. Se le riunissi tutte potrei scriverci una sit-com).

Riflettendoci, tecnicamente è così. Io scrivo. Cosa, in concreto non lo so bene se dovessi darne una definizione. Però scrivo e grazie a ciò mi sono ritrovato con persone che scrivono. Per me era un fatto nuovo e strano. Infatti credo di aver dato l’impressione di un alieno al quale non parte più il disco volante dopo essere precipitato sulla Terra e si adatta, con le difficoltà del caso, a vivere in mezzo agli umani.

Quanto erano kitsch e belli i film Disney di una volta?
Amenità a parte, come direbbe Bruno Pizzul tutto molto bello, riferito all’evento.

Domanda di Madre, al ritorno:
– Cos’hai mangiato?

I blogger hanno già perso il suo interesse.
Ma non il mio.

* Caro lettore che passi su questi lidi, lo so che anche tu hai fatto la faccia stupita perché mi leggevi gintòchi, con la g morbida e l’accento sulla penultima come fosse una parossitona, ma ti dirò No! Sono duro e proparossitono, quindi è ghìntochi 😀

(fuori dal contesto precedente, un pensiero per chi mi viene incontro strusciando le scarpe sulla pavimentazione, per richiamare la mia attenzione mentre attendo seduto su una panchina di marmo col capo chino sul telefono. La prossima volta, se, come mi auguro, ci sarà, offro io. Non voglio sentire ragioni)

Il mondo di Dalí – L’eclissi (2)

La prima parte è presente qui. I racconti del Capitolo I sono pubblicati qui.
seconda parte

Le verità che mi furono rivelate mi disorientarono. Il mio desiderio di sapere era insaziabile ma la conversazione fu al tempo stesso fonte di rinnovata speranza e foriera di nuovi terrificanti eventi. Ebbi risposta al mio principale dubbio. Io non appartenevo a questa dimensione, ero a tutti gli effetti un normale essere umano vittima di uno scambio tra i due universi. È facile comprendere chi ne fosse l’autore. L’avevo osservato per un attimo nello specchio mentre si aggirava nel mio appartamento. Un essere diverso dagli altri e dotato della necessaria intelligenza e consapevolezza per perpetrare l’inganno. Sotto le mie sembianze, che ne celavano la natura diabolica, è probabile che vivesse la vita che una volta era stata mia. Conscio di tutto questo adesso avrei potuto ristabilire l’ordine naturale delle cose, anche se in ogni caso avevo poco margine per lasciarmi cullare dall’ottimismo. Se esisteva una qualche speranza di tornare nel mondo che mi apparteneva, il tempo concessomi era limitato.
___L’Orologiaio aveva preannunciato la minaccia rappresentata da un’eclissi. Sulla Terra tali fenomeni sono vissuti come un evento spettacolare e nulla in più. L’epoca in cui l’oscuramento del Sole era considerato presagio di sfortuna e sciagure è parte di una storia lontana in cui la superstizione aveva la meglio sulla ragione. Vorrei poter raccontare che anche qui sia lo stesso ma non è così. In questo mondo surreale un’eclissi rappresenta una calamità.
___Ho avuto modo di accennare alla singolare esperienza dell’alternanza tra notte e giorno. Qui non esistono astri luminosi ma zone in uno stato perenne di luce o di buio rischiarato soltanto da un pallido chiarore. Spostandosi è possibile passare dall’una all’altra mentre le aree di contatto presentano livelli graduali di luminosità paragonabili alle nostre alba e tramonto.
___Qualunque ne fosse l’origine e la natura, quella luce era soggetta a occasionali periodi di oscurità. Le Eclissi. Il verificarsi di questi eventi era paragonabile a una catastrofe biblica, avendo come esito finale l’estinzione totale delle forme di vita presenti in quel mondo. Ogni volta le creature – delle quali avevo conosciuto un variegato assortimento -, investite dalle tenebre profonde, sparivano del tutto. Il surreale universo rimaneva spopolato per un breve periodo, fino al momento in cui comparivano altri nuovi e stravaganti esseri destinati a vivere il medesimo ciclo di vita e morte.
___Immuni a tutto questo erano soltanto le entità come l’Orologiaio. Esseri senzienti privi di reali forme e corpi, esistenti in uno stato che per me era quello di una semplice illusione ottica. Una razza superiore evolutasi in uno stadio intermedio tra la materialità e l’incorporeità che svolgeva il ruolo di Guardiana del Tempo e dello Spazio, rappresentando l’elemento di continuità in un mondo dove non vi era una coerenza. Seppur disciplinati da un Ordine e uno Scopo, la loro specie non era scevra di schegge libere o eresiarchi, come mi era stato accennato.
__Questo è ciò che mi fa concesso di apprendere. Quel che fu chiaro dal primo momento è che non essendo io dello stesso rango di tali semi-divinità, sarei stato cancellato dall’Eclissi come una qualsiasi altra creatura inferiore.

Enigma senza fine (1938)

___Al più presto sarei dovuto tornare nel mio universo. Sollecitato dalla mia richiesta di maggiori delucidazioni, il mio interlocutore si rivelò alquanto enigmatico.
“Quanto mi resta prima dell’Eclissi?” chiesi.
“Potrebbe essere già troppo tardi – rispose con il consueto tono flemmatico – o rivelarsi ancora presto. Il tessuto dimensionale è increspato, anche se tu potresti non osservarlo come tale. Considera il mondo dal quale provieni. È sferico ma a un suo abitante appare piatto”
“Non riesco a comprenderti. Dimmi cosa dovrei fare per tornare indietro”
“Non seguire la simmetria, I25-8. Recupera i due specchi che si guardano l’un l’altro. Elimina il tuo doppio”
___Non rammento se mi fosse stato detto altro o se la conversazione si fosse interrotta così. I miei ricordi sfumano in quel punto come evaporati. Ero finito preda di un sonno profondo e vischioso, dal quale mi risvegliai a fatica sentendomi come menomato delle mie capacità percettive. Qualcuno mi osservava ma non riuscivo a mettere a fuoco l’immagine. La presenza si fece sempre più incombente. Non si trattava dell’Orologiaio. Sentivo uno sguardo penetrante su di me. Un volto bianco emergeva dal nulla deformando l’aria intorno a sé.

Apparizione di volto e fruttiera (1938)

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Parcheggio, Area H7
Una porta a vetri elettrica si apre. Ne esce un uomo di quarantacinque anni al massimo. Capelli e baffi argentei gli donano un’aria distinta. Indossa un completo antracite e regge con la mano sinistra una borsa in pelle color cuoio.  Attraversa il piazzale illuminato da fari alogeni e si dirige spedito verso un’automobile, una berlina tedesca blu cobalto. A un tocco sul telecomando la vettura risponde con una breve segnalazione acustica.
___Un uomo, accanto un’altra vettura, si volta attirato da quel suono. È giovane, all’incirca sulla trentina. Indossa anch’egli un completo grigio, ma di una tonalità più chiara. La fattura appare meno curata, l’abito non è realizzato su misura.
“Quest’oggi non c’eravamo ancora incontrati” esclama rivolto verso l’uomo antracite.
“Problemi al livello D” risponde mentre apre lo sportello e sistema la borsa dietro al sedile del guidatore “sono stato impegnato tutto il giorno”.
“Il tuo amico?” replica il giovane, marcando l’ultima parola con un tono differente.
“No, lui va bene. Mi ha anche rivolto la parola di sua spontanea volontà”
“Cosa ti ha detto?”
“Solo di poter aver del materiale da disegno. Sostiene di avere un quadro da completare” detto questo l’uomo antracite sale in auto e si congeda dal collega “A lunedì” esclama accompagnando il saluto con un cenno del capo.
“A lunedì” risponde il giovane.

fine seconda parte