Non è che ti servano le chiavi per aprire una fabbrica

Ho una ex collega la quale, pur avendo io cessato le mie attività lavorative con lei 2 settimane fa, continua a chiamarmi per cose di lavoro.

Oggi la sua maledetta telefonata mi ha fatto sobbalzare.

Il fatto è che sono in attesa di notizie dall’ultimo colloquio e mi trovo in quella fase in cui l’ansia del desiderio di avere notizie logora dentro e mi fa brutto fuori. Avevo dimenticato com’era avere la posta sempre aperta sul pc e correre a controllare a ogni notifica, per poi scoprire che era solo spam con oggetto acqua casalinga purificata. No, grazie, io bevo acqua addizionata da anidride carbonica, malto e luppolo.

Avevo dimenticato com’era non perdere mai di vista il telefono, anche in bagno, perché le telefonate importanti arrivano nei momenti meno opportuni.

Ricordo una volta, anni fa, per un lavoro ricevetti la telefonata positiva proprio in un momento delicato e personale. Chiusi l’acqua, risposi un po’ freddo per l’imbarazzo, alla lieta novella replicai con un Ah…bene. che lasciò interdetto il Selezionatore, ma altro non riuscivo a esprimere in quel momento.

Non so quanto tempo in futuro ancora potrò reggere questi momenti di stress, il pre, il post, il mentr. Ho deciso ancora qualche anno e poi mi metterò in proprio, creerò un’attività, sarò imprenditore di me stesso e quando avrò urgenza di aver notizie da me mi solleciterò senza tema di esser giudicato.

Devo ancora decidere in che campo buttarmi. Forse il camposanto.

Forse aprirò una fabbrica di biancheria intimista. Per uomini e donne ripiegati in sé, attenti alle piccole cose di valore della vita e cul-tori della dimensione affettiva privata. La biancheria intimista è per pelli sensibili, così sensibili ed effimere che in breve volgono nel decadentismo.

Non aspettare di essere decadente: nel segreto del calore domestico, esalta le tue emozioni più che personali indossando un capo intimista!

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Non è che ti serva un disegnatore per tracciare il profilo di un candidato

È sempre interessante sostenere un colloquio di lavoro.

Tralasciando la dose di ansia pre-incontro che mi affligge in queste situazioni, che mi porta a immaginare uno scenario di eventi catastrofici in una scala che va da “Morte improvvisa” (la cosa per me migliore) a “Mi cederanno i pantaloni e resterò nudo davanti agli esaminatori e mi denunceranno per atti osceni e spargeranno la voce e la mia vita professionale sarà rovinata”.

Ieri ho passato, tra andata e ritorno per raggiungere la sede dell’incontro, 8 ore in treno. Sono uscito di casa alle 7:30 per ritornarvi alle 22.

Il tutto per 20 minuti di conversazione. E 100 € di biglietto, acquistato per forza di cose due giorni prima appena saputo. Una escort forse sarebbe stata più economica.

Non saprei dire se la durata sia stata poca o no: ormai è impossibile tracciare uno standard colloquiale. Una volta in un’azienda mi tennero un’intera giornata per 3 sessioni di colloquio in cui nell’ultimo mi chiesero Com’è il rapporto coi suoi genitori? e poi mi dissero Arrivederci e grazie. Forse non risposi bene a quell’ultima domanda.

Forse dovevo replicare “Sono Bruce Wayne. E comprerò questa baracca per sbatterti fuori”.

Per il precedente lavoro invece ebbi un colloquio al telefono che durò un’ora ma in cui quello che sarebbe diventato il mio Responsabile non mi parlò di altro che dei suoi personali esami clinici. Pensai che forse si era trattato di un test di empatia, ma anche durante la mia esperienza lavorativa ci ha tenuto a darmi ragguagli medici tra cui lo stato della sua prostata.

C’era una particolarità nell’ufficio dove ho sostenuto ieri il colloquio. Una scrivania di vetro. Secondo me è una roba da psicopatici o pervertiti.

Perché mai uno dovrebbe guardare gambe e piedi della persona seduta di fronte? Senza contare la scomodità di non vedere il bordo, rischiando di sbattervici contro oppure, a ogni accavallamento di gambe, di darvi una ginocchiata sotto.

Nonostante sul mio CV fosse scritto dove vivo (prima riga del riquadro del profilo) e dove lavoro (prima riga del riquadro esperienze), una delle due tizie che mi ha esaminato mi ha fatto una brillante domanda: Tu vivi a Napoli?. Avrei voluto replicare: No, vivo a Baden-Baden (Germania-Germania), faccio il pendolare.

La stessa tizia aveva un evidente raffreddore ultimo stadio. Ha passato tutto il tempo a strusciarsi sul naso e rigirare tra le dita un fazzoletto sbrindellato. E poi mi ha porto la mano alla fine. Mi sono disinfettato con l’accendino appena girato l’angolo.

Quando ho chiesto “Com’è l’ambiente qui?”, che è una domanda che faccio alla fine per generare qualche chiacchiera informale che può tornare a mio vantaggio, mi hanno risposto, guardandosi con un ilare imbarazzo – come a fare “Che gli diciamo?” –  Siamo tutte donne.

Noi vorremmo incrementare la quota – hanno aggiunto – ma non riusciamo….

A quel punto avrei voluto chiedere perché non riescono, ma mi sembrava eccessivo. E ho pensato che però un colloquio realmente onesto dovrebbe contemplare la possibilità che il candidato alla fine possa fare domande tendenziose e fastidiose, del tipo (esempi ispirati da tutte le mie esperienze passate):

Perché non fate riparare il citofono?
Questo posto lo avete arredato per scommessa o avete solo pessimo gusto?
Immagino che il vostro settore ricerca biologica sia molto avanzato, a giudicare dalla muffa sulle pareti, giusto?
La persona che prima ricopriva la posizione per cui sono qui perché è andata via? Scelta professionale o esaurimento nervoso?
Lei il mio CV lo ha letto o ne ha fatto un aeroplanino?
Vista la sua età dovrei chiederle come si vede tra 10 anni?
– Ma lei trova intelligente tenere sogni nel cassetto?

Seriamente: perché una scrivania di vetro?

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dal webbe

Non è che il marinaio utilizzi estremi rimedi a mari estremi

C’è una persona su negli uffici dirigenziali con la quale, a distanza, non credo di aver instaurato un buon rapporto.

Diciamo pure che mi sta sul cazzo, per usare un termine sociologico.

Non mi piace il suo modo di porsi, un po’ maestrina e un po’ indisponente. Un atteggiamento che purtroppo ricorre anche in me, per questo so riconoscere subito una persona che si comporta così.

Ci siamo solo scambiati delle mail e non avendo mai parlato di persona o a voce (tranne la prima volta che me la presentarono, al telefono, quando lei esordì dicendo “Comunque noi siamo già in contatto su Linkedin”- nota, non era affatto vero), non abbiamo familiarizzato. C’è sempre un po’ di tensione nei nostri testi, per non dire che sembra che ci manderemmo volentieri a fare in culo se non ci trovassimo in un contesto professionale.

Mi conforta aver scoperto che non sono il solo a non tollerare i suoi modi.

Una volta credo di averla proprio fatta sporca. Lei mi aveva cercato al telefono e, non ricevendo risposta, scrisse una mail mettendo in copia il mondo intero esordendo con Gintoki, ho provato a chiamarti ma non ti ho trovato, facendomi fare brutta figura come se io non fossi reperibile in orario di lavoro.

Siccome non sono per niente rancoroso e vendicativo, risposi alla mail scrivendo: Ciao, sentiamoci pure domani per il confronto da me richiesto in data xx (vedasi mail di quella data) e già che ci siamo parliamo pure di quell’altra questione, da me richiesta in data xx (vedasi sempre mail di riferimento).

Ero dalla parte della ragione, in quanto da 3 settimane attendevo un feedback mai ricevuto. Se mi si fa pesare un’assenza, io faccio pesare una mancanza.

Ahimè questo mi avrà precluso le porte della sua simpatia. Dopo altri simpatici scambi, oggi mi ha scritto:

Carissimo Gintoki, in attesa di vederci il XX, ti chiedo un feedback […].

A luglio dovrò salire su per un “momento formativo” – lo definiscono così – con altri colleghi di altre zone d’Italia. Quel in attesa di vederci il suona come una minaccia. A parte che dove sta scritto che dovremmo vederci? E magari parlarci?

Mi sta facendo capire che mi aspetta al varco. Forse vuol mettermi pressione con questa dichiarazione.

Sun Tzu mi sconsiglierebbe di presentarmi: sto per andare incontro al nemico in casa sua. Condizione sfavorevole.

Potrei anche rinunciare a partecipare, in fondo già qualcun altro ha negato la presenza causa impegni. Però non credo mi disporrebbe bene con tutti gli altri. Inoltre fuggire sarebbe da codardi. Sun Tzu magari non troverebbe vile evitare un confronto svantaggioso. C’è però un’arma cui Sun Tzu all’epoca non aveva pensato perché forse troppo gentiluomo e che io mi trovo a questo punto invece costretto a utilizzare dopo tanti anni dall’ultima volta che l’avevo usata.

ATTENZIONE: Ciò di cui sto per parlare non vuole nel modo più assoluto essere un invito o un’istigazione a utilizzare questo strumento. Anzi, ne sconsiglio fortemente l’uso, già vietato in 53 Stati delle Nazioni Unite per il suo coefficiente di pericolosità e per chi lo mette in atto e per chi lo subisce.

A mali estremi, comunque, estremi rimedi.

Alla mia nemica dovrò fare Il Sociopatico.

Il Sociopatico è un individuo totalmente privo di emozioni e reazioni. Non ostenta indifferenza, lui È l’indifferenza. Non muove un solo muscolo del viso, ha lo sguardo fisso ma non perso: pensa sempre a qualcosa di cui gli altri non hanno idea. Potrebbe essere come cucinare un trancio di tonno o come trasformare chi ha di fronte in un trancio di tonno. L’unico movimento corporeo che si concede è magari un leggero tic. Ognuno può trovarsi quello che più sente congeniale. Ad esempio, può essere un bel vezzo sociopatico quello di toccarsi in sequenza e con ritmo la punta del pollice con gli altri polpastrelli.

Il Sociopatico abbiamo detto che non lascia trasparire niente. Anzi, magari dà feedback – i tanto cari feedback della mia avversaria – spiazzanti pur di fronte a situazioni allarmanti.

Es. Indicano al Sociopatico la sua auto in fiamme:

– Beh…pazienza…tanto dovevo cambiarla…Certo che col fuoco bisogna stare attenti…un mio amico per accendersi la sigaretta aveva dimenticato che il gas fosse aperto…eh la vita è proprio un attimo. Tu fumi vero? Eh sta attento. Va be’ tanto tutti dobbiamo morire, no? In fondo l’essere umano è solo un parassita per il pianeta, gli animali sono meglio.

E se ne va dando all’interlocutore una pacca sulla spalla che sa di malaugurio.

Per poter attuare il Sociopatico avrò bisogno di parlar da solo con la tizia. In questo modo, lei penserà che io non stia bene con la testa e mi lascerà più in pace prossimamente. Se anche dovesse parlarne con gli altri non verrebbe presa sul serio. Hanno tutti una buona opinione di me, lo so per certo. “Sociopatico? Ma chi, Gintoki? Si presenta sempre bene, parla in modo impeccabile”.

Un’unica cosa potrebbe disinnescare Il Sociopatico. Che sia lei stessa una Sociopatica!

Non è che sulla griglia il pilota si senta sui carboni ardenti

Devo parlare oggi di un fatto increscioso avvenuto qualche giorno addietro. Non ne ho fatto menzione prima per non generare il panico: si sa come vanno queste cose, la gente è influenzabile. Difatti oggi il lavoro più richiesto è l’influencer.

C’è stato un attacco di stupidera indiscriminato con episodi verificatisi nell’arco di poche ore, che ha visto coinvolti prima me da solo e poi dei miei amici. Vorrei capire se si è trattato di un fenomeno localizzato o se l’Italia intera è stata colpita da una qualche sindrome o peggio un attentato.

Episodio 1:
Protagonisti:
Io, l’autoradio, Jack
La radio in autostrada gratta e spernacchia.

– Mettiamo un po’ di musica dal telefono
– Io non ho dischi scaricati in memoria
– Metto io qualcosa da YouTube.

Attivo il denteblù sul telefono e guardo poi perplesso l’autoradio: dove si attiverà la connessione? Come si fa a sincronizzare col telefono? Non vedo alcuna funzione, sembra un modello obsoleto…

Forse si connette tramite USB? Ma non vedo l’ingresso.

La mia amica tira fuori un cavetto che si chiama Jack di nome e lo infila nell’ingresso dell’autoradio. Mi porge l’altro capo per inserirlo nella presa cuffie del telefono. Io guardo lei e poi guardo il cavo come se avessi visto l’uovo di Colombo.


Che poi questa cosa che al Tenente piacessero le uova non l’avevo mai saputa.


Episodio 2:
Protagonisti: Io, Amico1, una bella pompa

Scendo per far carburante al self service. Faccio il giro dell’auto, apro lo sportellino, svito il tappo e lo poggio sul tetto.

Arriva Amico1, inserisce la pompa nel serbatoio. Poi mette i soldi nella macchinetta. Inserisce 60 €. Peccato che il serbatoio ne contenga per 48: che genialata.

Termine il rifornimento, ripone la pompa, io rientro placido e tranquillo nell’auto, rientra anche lui, ripartiamo.

Il giorno dopo, la proprietaria dell’auto – perché in tutto questo la macchina non era nostra! – mi scrive per dirci che abbiamo perso il tappo del serbatoio.

Ah. Giusto. Era rimasto sul tetto e né io né l’altro tapino ci abbiam pensato.

Episodio 3:
Protagonisti: Io, Amico1, Conoscente1, Conoscente2, acciaio sovietico

Si inaugura la stagione del carbone e dell’acciaio con una bella grigliata. Conoscente1 ha personalmente saldato – probabilmente con dei rottami recuperati da una discarica – una potente macchina da brace.

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Conoscente1, nella foto sopra intento a purificare col fuoco, prima di andare alla stazione a prendere un’amica ha raccomandato a me, ad Amico1 e Conoscente2, di attizzare la brace con la bombola.

Noi, pensando di dover spruzzare del kerosene, del propano o chissà quale altro combustibile residuo di tempi andati conservato nella rimessa che si intravede nella foto, prendiamo la bombola rossa – sempre in foto – e cominciamo a spruzzare.

Cosa strana, la brace non sembra ravvivarsi. Allora insistiamo. Nulla. Dopo aver infradiciato tutta la carbonella desistiamo.

Torna Conoscente1:

– C1: Fatto?
– C2: Ma che caz ci sta nella bombola? Questa roba non serve a niente! Guarda qua, si è tutto spento!
– C1: Per forza: quello è l’antizanzare che spruzzo nel giardino!
– C2: Scusa, tu hai detto prendete la bombola, pensavamo ci fosse del combustibile
– C1: Sì, e io ora vi facevo versare il petrolio sulla carbonella: così saltavamo in aria! Io volevo che ravvivaste soltanto con un po’ di fuoco!
– C2: Ma tu tieni la bombola con l’antizanzare qua vicino…
– C1: E dove dovrei metterla, in casa per irrorarci il divano?

E poi va verso la rimessa e prende la bombola azzurra (sempre in foto) provvista di pratico lanciafiamme.

Da allora altri attacchi di stupidera non si sono verificati, quindi sembra essersi trattato di pochi casi isolati. Sono comunque preoccupato: e se fosse stato l’ISIS? Gli alieni? Luca Giurato?

Voi avete avuto notizia di casi simili?

Non è che il telelavoro sia quello che fa Pippo Baudo

Non posso lamentarmi del mio lavoro per quanto riguarda la libertà organizzativa e di orari che mi concede; non essendo vincolato a una presenza fissa in sede posso anche usufruire della possibilità di lavorare a distanza.

Se mi reco in ufficio tutti i giorni è per una sorta di auto-disciplina che mi sono dato non suicidarmi.

Lavorare da casa può essere interessante per un giorno. Due, al massimo. Poi quando ti rendi conto che passi in modo immediato dal letto al lavoro e dal lavoro al letto oppure che quando hai finito di fare ciò che devi fare stacchi per aprire Netflix (o YouPorn…) senza alzarti dalla sedia, non ti senti molto bene con te stesso.

Anzi ti senti un po’ coglione, se mi è consentito.

Stare a casa poi ti porta ad assumere alcune abitudini tipicamente casalinghe. Ad esempio quella di avere telefonate importanti in ciabatte e boxer.


Quando ti sei ricordato di indossare i boxer.


Diventa problematico, una volta avvezzi a tali comodità, rinunciarvi quanto non sei più a casa tua.

Come fai a convincere gli altri che in ufficio ti deve essere concesso ogni tot di tempo di “cercare qualcosa profondamente nelle tasche” in totale libertà per scaricare la tensione?


Si dibatte molto, tra le donne, sul perché gli uomini abbiano questa triviale abitudine di cercare cose profondamente nelle tasche, quando non si tratta di rituali apotropaici – beninteso volgari in ugual maniera ma giustificabili in qualche modo. Le ragioni posson essere diverse, come la necessità di ricollocare le truppe spostatesi fuori territorio o la ricerca di sollievo da un tessuto scomodo o dermatologicamente aggressivo; in generale comunque va detto che lo sfregamento dell’anguinaia, come di altre parti del corpo, stimola la produzione di endorfine come fosse una sorta di ricompensa dell’atto. L’abitudine, per l’essere maschile, ad avere molta confidenza con le proprie zone private sembra spinga quindi a cercare ricompensa più spesso proprio lì che da altre parti.


Per questo resto a casa solo in caso di malattia o necessità tipo visite dal medico (mie o di altri) o dal veterinario.

Coincidenza o Legge di Murphy vuole che quando sono impegnato in queste situazioni e non presente in sede, mi cerchi al telefono, puntuale come la pioggia di Pasquetta, l’intero mondo – un mondo tra l’altro che non è a conoscenza che io non son presente in sede, dato che chiamano da altre parti d’Italia – e per conversazioni ovviamente non brevi.

Dato che non riesco a ignorare un telefono che squilla, a meno che io non sia alla guida, mi sono spesso dovuto esibire in equilibrismi vari: una volta con una mano mi sono trovato a reggere il telefono, con l’altra la gabbietta del gatto, mentre con il piede aprivo la porta, con il naso accendevo la luce e non so come ma nello stesso tempo mi sono anche cercato qualcosa molto profondamente nelle tasche.

Non è che lo studente svogliato porti con sé olio e limone per marinare la scuola

Da un’auto di passaggio arrivavano note di Ma come fanno i marinai.

Ho tanti Ma come fanno in mente.

Ma come fanno quelli che prendono il Suv in città, tra problemi di parcheggio, vie molto strette e ansia continua per graffi e specchietti.

Ma come fanno quelle tacco 12 sul basolato che io su un percorso simile una volta ho preso una distorsione con le sneakers.

Anche costei si chiede ma come fanno

Ma come fanno quelli che escono dagli spogliatoi coi capelli bagnati.

Ma come fanno quelli che saltano il pranzo e non muoiono di fame né lo stomaco imita suoni temporaleschi. Se non mangio, io mi spengo e non parlo più né ragiono.

Ma come fanno quelli che stanno insieme da 20 anni con quella che era la compagna di banco del liceo mentre le mie relazioni durano meno di un capo esposto in saldo.

Ma come fanno quelli che parlano di lavoro anche al di fuori dell’ufficio mentre io è sin dai tempi in cui ero studente che, terminato l’orario del dovere, volto decisamente pagina e non voglio parlarne né sentirne più. Fino al mattino dopo.

Ma come fanno quelli che attraversano la strada voltati dall’altra parte o chinati sul telefono a trovare sempre uno come me che non li investe.

Ma come fanno quelle che alle 7 di mattina escono di case perfettamente curate e truccate mentre io sono a tanto così dall’andare a letto vestito per dormire 10 minuti in più al mattino.

Ma come fanno quelli che hanno nostalgie per epoche che non hanno vissuto.

Ma come fanno quelli che “Mi licenzio e giro per il mondo”.

Ma come fanno quelli che, sportivi amatoriali, si imbottiscono di farmaci dopanti per le gare del circolo della parrocchia o i campionati intercondominiali.

Ma come fanno quelli che si radono tutti i giorni a non ridursi il viso come Freddy Krueger.

Ma come fanno i marinai alla fine poi si è capito?

Non è che scrivere un’enciclopedia sia un lavoro molto sentito perché ha tante voci

La collega con cui divido l’ufficio non ha una voce da ufficio.

Nel senso che la sua voce sembra invece quella di una professoressa. Non nel modo di porsi. Mi riferisco proprio al timbro vocale: molto alto e che a volte diviene stridulo. E questo senza urlare ma solo per dire “Prendo il caffè”.

A volte mi diverto a immaginare come dovrebbero collocarsi professionalmente le persone in base alla loro voce.

Nel precedente lavoro avevo un collega a Bruxelles che non ho mai incontrato di persona e col quale ho sempre interagito al telefono. La sua voce non era da collega né ritengo fosse adatta a quel lavoro. Era più da attore di Romanzo Criminale o Lo chiamavano Jeeg Robot o Non essere cattivo. Insomma credo renda l’idea.

Una volta invece mi chiamò un operatore della Wind per convincermi a passare di nuovo con loro. Sembrava uno speaker radiofonico anni ’90, quando andava di moda il tono basso e impostato.

Esiste poi una voce che può adattarsi a qualsiasi ambito o settore, a patto di averne l’effettiva titolarità e non essere solo uno squallido “wannabe”: la voce del padrone. E non è quella di Battiato anche se quando la senti qualche Gesuita ugualmente ti parte.

Non è che quando sei stanco chiami la Celere per avere un po’ di carica

Oggi un tale, cui non avevo risposto a una mail del 3 marzo, mi ha scritto con tono vagamente polemico.

Ha esordito con:

Caro Gintoki,
forse sei giovane e inesperto, ma sarebbe professionale replicare a una mail scrivendo “Chiedo scusa, al momento non posso rispondere perché…”.

Oppure è un tipo di linguaggio (eh?) o forse un atteggiamento culturale dell’Est Europa, […]

Ha ragione, senza dubbio.
A parte quando l’ha buttata sulla “cultura dell’Est Europa”.

Ho commesso una mancanza su un aspetto cui tengo molto quando mi trovo nella posizione di attesa di una risposta. È fastidioso e disdicevole vedere una mail cadere nel vuoto.

Il fatto è che a volte le ciance altrui mi stancano.

Mi stanco di molte cose.
Sarò sincero.

A volte mi stanco di esser sincero.

Mi stanco di dover contraddire qualcuno. Mi stanco a essere contraddetto.

Mi stanco di quelli che credi ti stiano ascoltando e poi rispondono in base a una loro idea precostituita in testa, che prescinde da ciò che tu stai dicendo.

Mi stanco di dovermi giustificare per conto terzi, come se la cosa mi riguardasse.

Mi stanco del calzino che cade dal bucato tolto dalla lavatrice. Poi debbo tornare indietro a cercarlo e mi sembra che, finendo a terra, appena lavato, si sia contaminato.

Mi stanco delle cose che cadono dopo tanto tempo.

Mi stanco di trovare un buco nei boxer.

Mi stanco dell’obsolescenza programmata. Porto con me un notebook del 2009 e mi stanco se dicono di cambiarlo.

Mi stanco di chi pensa abbia speso troppo. Mi stanco di chi pensa sia avaro. Mi stanco di chi fa i conti in tasca agli altri.

Mi stanco di non avere abbastanza tasche per chiavi, telefono, tessera dei mezzi, scaldacollo, cappello, libro, fazzoletti, cose acquistate.

Mi stanco di uscire e preferisco rimanere sul divano.
Mi stanco di star da solo e preferisco uscire.

Mi stanco di quelli che ai controlli all’aeroporto dimenticano di togliere qualcosa e rallentano la fila. Mi stanco di concentrarmi su quello che fanno gli altri e come un fesso dimenticare io qualcosa.

Mi stanco che in aeroporto un panino dalla consistenza del cartone con una fetta di prosciutto trasparente del LIDL costi quanto un piatto di penne al tartufo a Norcia.

Mi stanco dei veleni che sono contenuti nei cibi. Mi stanco di passare oltre alcuni scaffali senza prendere niente pensando di guadagnare un mese di salute in più. Mi stanco di cucinare e allora prendo una cosa a caso senza leggere l’etichetta sul retro.

Mi stanco di quelli che mangiano al cinema. Mi stanco di quelli che guardano il cellulare durante la proiezione e mi illuminano la sala come a un concerto di Tiziano Ferro.

Mi stanco degli attacchi usb, delle canottiere, dei preservativi, di tutte le cose che hanno due lati quasi uguali e che puntualmente nella fretta prendo dal verso sbagliato.

Mi stanco di correre e di fare sempre le cose di fretta. Mi stanco di avere qualcuno che mi mette fretta se me la prendo con calma.

Mi stanco di ascoltare quelli che credono alle ricette magiche trovate su internet, la dieta dei peli del pube, la cura a base di sperma di lumaca e tutte le altre pozioni magiche degli stregoni 3.0. Mi stanco che non se le tengano per sé talune minchiate.

Mi stanco di quelli “ma perché non fai…?”. Mi stanco di non poter rispondere “ma perché non ti fai i cazzi tuoi?” perché poi si diventa cattivi.

Mi stanco di chi non afferra l’ironia e necessita spiegazioni. Mi stanco di dare spiegazioni. Mi stanco di spiegare la tovaglia e allora preferisco cenare su una tovaglietta di PVC.

Mi stanco a non poter dire che mi stanco perché mi sembra offensivo per tutti gli altri che si stancano. Mi stanco che gli altri mi offendano senza lo stesso riguardo.

Mi stanco di riguardarmi allo specchio.

Mi stanco e quindi vado a dormire.
Per stancarmi anche l’indomani.

Non è che l’impiegato nella galleria d’arte sia un “quadro”

Tanto tempo fa, almeno un paio di anni – che nel mondo di internet equivalgono a un’era geologica, giusto ieri infatti ho rinvenuto un fossile di MEDITATE GENTE MEDITATE del 2015 nel cranio di un imbecille -, su questo blog mi ero specializzato in liste.

Liste di persone, categorizzate in base alle loro specificità per identificarle e, se possibile, evitarle. Tutto questo per offrire un servizio pubblico, visto che c’è tanto bisogno di liste nella società.

Per riprendere le vecchie abitudini e offrire sempre di più al lettore, ho qui pronta una lista di individui che è possibile ritrovare, volenti o nolenti, come colleghi di lavoro.


L’Uomo Ombra
Non lo si vede mai. Forse non esiste nemmeno. Eppure se ne avverte la presenza oscura. Appone la sua firma sui documenti mentre voi vi assentate alla macchina del caffè. Contatta clienti anche se il suo telefono è impolverato dal 1990. Appare fisicamente soltanto se c’è un rinfresco aziendale, fa sparire qualche pasticcino e poi ritorna nell’ombra. Nessuno conosce il suo nome, l’amministrazione stessa ogni fine mese quando controlla le buste paga si chiede “Ma chi è questo qui che abbiamo a libro paga?”.
Frase tipica: – (nessuno l’ha mai sentito parlare).

Gola profonda
Colui o colei che tiene sempre aggiornati gli altri riguardo le proprie avventure sessuali, spesso con tal dovizia di dettagli che 50 Sfumature sembra un fumetto di Topolino. Di tali resoconti i colleghi farebbero ovviamente a meno, in particolare mentre stanno mangiando oppure revisionando un documento così importante e delicato che in caso di errori vedrebbero la propria testa finire su una picca. A Gola profonda tutto questo però non interessa, perché tutto ruota intorno al suo Ego.
Frase tipica: Ah, ti ho raccontato di…?

Il Dottor Stranodore

Il Dottor Stranodore ha sviluppato un efficace sistema di difesa della propria bolla prossemica. Spargendo nell’aria afrori molesti, come alito di gyros con cipolla e paprika, scarpa da tennis annata McEnroe ’79, ascella da autobus dell’Atac in sciopero bloccato a Corso Vittorio Emanuele, avrà la certezza di non essere avvicinato da nessuno. Il problema sorge quando è lui ad avvicinarsi agli altri.
Frase tipica: Ma sentite anche voi una puzza? Devono essere i lavori alle fogne qui di fianco.

Adolf
A dispetto dell’appellativo, l’Adolf non è una persona aggressiva. Ha soltanto il piccolo difetto di avere una concezione estrema di Lebensraum, ovvero di spazio vitale. Sentendosi troppo stretto all’interno dei confini della propria scrivania, l’Adolf comincerà a ritagliarsi spazio a danno dei vicini. I malcapitati, magari poveri stagisti posti come cuscinetto strategico intorno a lui, vedranno le proprie postazioni invase dalle sue carabattole. L’Adolf a volte è invadente anche a livello sonoro, costringendo gli altri a subire l’ascolto delle sue telefonate private o della musica che diffonde dalle casse del computer. Quest’ultima è una tattica di logoramento per costringere gli avversari alla resa e a concedere spontaneamente un Anschluss.
Frase tipica: Scusa, mica ti do fastidio se appoggio questo qui?

Occhio di falco
All’Occhio di Falco non sfugge niente, anzi le sue doti sono direttamente proporzionali ai vostri tentativi di occultamento. Più cercherete di tener nascosto quel pacchettino minuscolo che avete ricevuto poco prima di entrare in ufficio, più la sua vista si acuirà per individuare
– l’oggetto
– la forma
– il colore
– il costo
Come qualsiasi supereroe, l’Occhio di Falco è però geloso della propria identità e ci tiene invece a tener celate le cose che lo riguardano. Reagirà in maniera violenta ai vostri tentativi di intromissione nella sua privacy.
Frase tipica: Che cos’hai lì?

Ciccio di Nonna Papera

Probabilmente non è umano. Forse il suo stomaco contiene un buco nero. Con l’energia creata dal movimento continuo delle sue mascelle si potrebbe fornire elettricità a una città. Con le quantità di cibo che ingurgita si potrebbe sfamare una Nazione. Il Ciccio, nei cassetti non ha documenti e materiale da cancelleria ma provviste di cibo. Il suono che proviene dalla sua postazione durante le otto ore è soltanto quello di un crunch crunch continuo.
Frase tipica: Lo finisci quello o posso mangiarlo?

Legge 626
Risponde al telefono: lesione al timpano guaribile in giorni 30.
Finestra aperta: colpo di vento e dolore cervicale per una settimana.
Sposta il mouse: infrazione carpale con prognosi di venti giorni.
Suono delle sveglia: emicrania lancinante per giorni tre.
Il tutto sempre corredato da certificati rilasciati da un sedicente medico curante che in realtà ha il diploma da geometra. Acquistato online.
Frase tipica: Oggi non mi sento tanto bene…

Quinto Fabio Massimo ovvero Il Temporeggiatore
Per lui il tempo è un concetto talmente relativo che Einsten al confronto è un dilettante. Procrastinatore inveterato, qualsiasi cosa gli venga chiesta, qualsiasi cosa vada fatta, lui risponderà sempre con Poi vedo/Poi lo faccio/Poi telefono/Poi correggo.
Frase tipica: …(poi la scrivo).

Viaggi di nozze/Una mamma per amica
Viaggi di nozze è la classica collega che sta preparando il matrimonio. Comincia a fracassare le palle ai colleghi con questo argomento 2 anni prima delle nozze, ma probabilmente sta solo ripetendo discorsi che già faceva quando era bambina. Un giorno parlerà del vestito, un altro del luogo della cerimonia, un giorno del menù, un giorno del vestito di lui…per poi cominciare ciclicamente da capo perché nel frattempo saranno sorti imprevisti o saranno emerse cose nuove, anche se, gira e rigira, non si sa come alla fine tornerà sempre alle idee di partenza.
Attenzione: l’esemplare Viaggi di nozze non si spegne con il matrimonio e il resoconto del seguente viaggio. Un giorno si trasformerà in Una mamma per amica e qualsiasi suo discorso verterà sui figli e, in casi gravi, tale processo può durare fino a che il figlio non va all’università.
Frase tipica: Guarda questa/o che carinaaaaaaa/ooooooo (mostrando, a caso, foto di abiti da cerimonia, case, hotel, spiagge, neonati a caso, cucine, girarrosti, creme per arrossamenti anali…)

Dead man walking
Il contratto a progetto reclutato per coprire quello che è partito per un giro intorno al mondo di tre mesi. Lo stagista cooptato grazie a Fondi Regionali+Borsa di studio+Bollini spesa Coop+Sovvenzioni genitoriali, insomma a gratis, che spera di essere assunto anche se l’azienda non firma un contratto dal 1980. Il tempo determinato che non verrà rinnovato perché la ditta è in crisi. Insomma, quello cui è meglio non affezionarsi perché tanto alla fine muore. Ma tanto in fondo se deve succedere, meglio a lui, è giovane, a 35 anni ha modo di fare esperienza.
Frase tipica: Beh dai almeno fa curriculum…

Non è che la ragazza perspicace ti tiri giù dal letto al mattino perché è una sveglia

L’essere umano è un animale sensibile. Basta poco per alterare il suo equilibrio psico-fisico. O almeno è ciò che ci dicono i venditori di lactobacilli e di compresse effervescenti.

Vero è che l’ambiente che ci circonda influenza il nostro umore.

A me ad esempio può indisporre chi prova a entrare in bagno mentre sto urinando. Non perché la cosa mi blocchi: noi maschi possiamo ritenerci fortunati, fin da piccoli siamo abituati a innaffiare coi nostri idranti in libertà, come tanti Grisù, senza subire condizionamenti pudici come in genere accade per le femmine. Quindi se qualcuno volesse entrare in bagno mentre il rubinetto è in funzione sarebbero problemi suoi, non miei.

È l’atto stesso del disturbo dell’azione che è tediante. L’interruzione di un breve momento di pace intima oltre che di riflessione. Non so per gli altri, ma per me anche una breve pisciata è un’occasione per meditare sulla mia vita.

Disse il Buddha: Noi siamo quel che pisciamo.

Minzioni a parte, questa mattina ho provato a intervenire su uno di quei disturbi che alterano l’equilibrio psicofisico. E senza assumere lactobacilli.

Ho cambiato suoneria alla sveglia del telefono.

Ho sempre avuto problemi con il suono delle sveglie. Quelle meccaniche da pochi euro sono logoranti per il sistema nervoso.

Quelle del cellulare sono oltremodo fastidiose.
Alcune sembrano mixate da Skrillex. Mi chiedo chi riesca ad alzarsi rilassato in questo modo.

Altre, quelle con i suoni della natura, sembrano tutto fuorché naturali.

Le onde del mare ricordano la cassetta del water che si riempie. La pioggia, un bagno che si sta allagando. Gli uccelli, che stanno scassinando una vecchia porta che cigola.

Sono andato avanti a tentativi, mal sopportando ogni risveglio, fino a che non ho trovato e scaricato la sveglia che fa al caso mio:

Sto scherzando. È questa:

Com’è come non è riesco a svegliarmi in maniera più rilassata.

Ma ora vorrei decapitare degli Stuart.

Non è che con le temperature sottozero reciti aforismi per incrementare “le massime”

Dopo aver passato una settimana con le massime a -8, quando negli ultimi giorni le temperature sono risalite sino a +1/+2 ho iniziato ad avvertire caldo. Sul serio, a un certo punto ho creduto di sudare. In realtà stavo sudando freddo perché la neve caduta si era ghiacciata e camminarci su genera qualche apprensione.

L’inverno crea disagi. Se però parliamo sempre del disagio finiamo col vivere in uno stato di maggior disagio.

Vorrei elencare quindi una serie di motivi per cui vedere l’inverno con una diversa prospettiva:

  • Appena vi sedete apparirà un gatto sulla vostra pancia per tenere caldi i pasti nel vostro stomaco (si sa che il cibo freddo può far male all’intestino, il gatto, quindi, premuroso evita ciò).
  • Non fa caldo. E può sembrare un’ovvietà, ma salire le scale della metro e arrivare al lavoro senza sembrare che ti abbiano fatto un gavettone è una cosa positiva. Anche perché poi desidereresti sul serio un gavettone, ma nessuno te lo concede.
  • Si può bere la cioccolata calda. Nulla vieta di farlo in estate, solo che poi mi sa che si muore. Nel vero senso della parola, controllate sulla bustina di Ciobar e c’è scritto in caratteri minuscoli “Può causare morte se assunto d’estate”.
  • I telegiornali tormenteranno come sempre il pubblico parlando dei disagi causati dal clima, ma quantomeno non diranno di mangiare frutta e verdura come accade in estate.
  • I telegiornali non mostreranno gente coi piedi nelle fontane. Magari c’è chi pattina in una fontana, ma potete sempre sperare che poi cada e si rompa una gamba.
  • Sedersi sulla tazza ghiacciata di primo mattino aiuta a svegliarsi e arrivare scoglionati pimpanti al lavoro.

    A meno che non siate in Giappone e non abbiate la tazza con l’asse autoriscaldante.


  • Si beve volentieri alcool con la scusa di doversi riscaldare.

    In realtà è una leggenda metropolitana, la struttura dei nostri corpi non è adatta a essere riscaldata dall’alcool, ma questo non lo sappiamo e quindi voliamo lo stesso.


  • Il freddo favorisce la socialità e la gente si abbraccia in cerca di calore. Certo c’è poi una controindicazione che è quella dei piedi freddi sotto le lenzuola, ma è un effetto collaterale della socialità: siate grati di avere qualcuno sotto le lenzuola!
  • Nel tragitto dal supermercato a casa i surgelati non si scongelano e il cibo fresco non va a male. Una volta, a luglio, comprai delle banane verdi. Arrivai a casa dopo un quarto d’ora e le trovai nere.
  • Si può svuotare il frigo per pulirlo senza che il suo contenuto marcisca all’esterno.
  • Avendo più indumenti addosso si hanno anche più tasche per riporre le cose. Forse per una donna può essere irrilevante, ma per uomini senza borsa (al massimo uomini col borsello come cantavano gli Elio) è importante. D’estate è un dramma riporre chiavi, telefono e via dicendo. Una volta comprai dei bermuda senza tasche posteriori. Non sapevo dove mettere il portafoglio, se non nei boxer. Un’altra volta invece comprai dei bermuda monotasca: in pratica c’era un unico tascone che univa le due tasche laterali, correndo lungo il posteriore.

    Non so perché li comprai, in negozio sembravano belli: è quell’incantesimo che porta a credere belli i vestiti visti in negozio mentre poi a casa si trasformano in una zucca trainata da ratti.


    Una volta indossati, misi le chiavi in tasca e quando andai a sedermi me le trovai nel didietro e fu lì che persi la verginità. In inverno non sarebbe successo perché avrei avuto altre tasche a disposizione.

Spero questa breve lista possa aiutare a rivalutare l’inverno. Altrimenti potete sempre stamparla e darle fuoco e sarà stata comunque utile per alleviare il disagio.

Un gatto delle nevi mentre compie il proprio lavoro di scavo della neve

Un gatto delle nevi mentre compie il proprio lavoro di scavo della neve

Non è che se fai il corriere ti imbarazzi se ti guardano il pacco

Tutti meritano che qualcuno li attenda con trepidazione come si attende una consegna da Amazon (Pablo Neruda).

Ci sono molte cose che mi infastidiscono.
Sentire sui mezzi pubblici l’alito altrui, in particolare di quelli che, pur tenendo la bocca chiusa, lo emettono dal naso.
Le linguette a strappo per aprire le confezioni alimentari, che ti restano in mano oppure che tirano via solo una striscia.
I sassi che si incastrano nella suola degli anfibi.

Inoltre mi irritano i ficcanaso.

Ogni volta che in ditta qui arriva un pacco per qualcuno, parte il pellegrinaggio in ossequio alla Ingenua Curiosità per vedere cosa l’altro ha acquistato.

Oggi è stato consegnato un pacco per CR, ritirato da me in quanto lei è via per un paio di giorni. Qualcuno si affacciava, ne soppesava con lo sguardo le dimensioni. Poi è arrivato Mitja, ribattezzato Minchia, che, tutto giocoso, ha cominciato a fare “Ma cosa ci sarà qui dentro? Zac zac verrebbe voglia di tagliare via lo scotch e vedere”.

C’è un carico di cazzi tuoi, se vuoi farteli.
È quel che avrei voluto rispondere.

Dopo è arrivato anche un pacco che aspettavo da Amazon.
L’ho ritirato e sono tornato nella mia stanzetta. Dall’altra parte ho sentito Aranka Mekkanica che mi chiedeva “Cos’hai comprato?”. Io ho fatto finta di non aver sentito. Lei allora ha fatto capolino dalla porta per ripetere la domanda: io ero però chino sulla scrivania concentrato sul lavoro e lei ha ritenuto di non dovermi disturbare.

In realtà stavo contemplando la mia lista della spesa, ma lei non poteva vederlo.

Una persona sarà libera di godersi il proprio pacco senza che gli altri vi mettano il naso, spero.
Insomma, se avessi acquistato una vagina portatile autovibrante dal Giappone dovrei invitare tutti in ufficio ad ammirarla?


No, non ho acquistato una vagina portatile autovibrante dal Giappone, ma un semplice telefono. Che è autovibrante, va detto.


A tal proposito tra i rimpianti che ho del mio viaggio in Giappone – ormai tre anni fa – c’è quello di non aver approfondito abbastanza il mondo della perversione in quel Paese. Dal punto di vista di un osservatore curioso di tutto ciò che è folkloristico, lo dico senza ironia o battute.

Immaginate un popolo che, probabilmente più di tutti gli altri nel mondo, diventa sempre più asessuale.
Salvo poi rinchiudersi nelle proprie case a godersi pornografia – un mercato lì sviluppatissimo – e giochi per la solitudine.

Ciò che ricordo che mi colpì fu una sorta di pistolone aspiratutto che una volta vidi in vetrina in un negozio che vendeva di tutto, dall’elettronica (al primo piano) ai manga erotici (al secondo). Il funzionamento credo fosse semplice, il gaudente solitario vi infila all’interno il membro e poi…non lo so, il mio shock alla vista di tale attrezzo è stato tale che per me lo maciulla e lo riduce in una poltiglia liquida e il pistolone dopo si può usare come Super Liquidator.

Perché del proprio pacco si fa ciò che si vuole, e più non dimandare!, come disse Virgilio mentre firmava la ricevuta al corriere.