Non è che ti serva un rossetto grande per delle grandi labbra

– Senti, debbo domandarti una cosa
– Cosa?
– Allontaniamoci dalle persone
– Perché?
– Poi ti spiego

– Allora?
– Ecco…Io lì sotto sono normale?
– Eh?
– Sì…lì sotto…
– Beh direi di sì, sembra tutto nella norma, nessuna serpeggiante sorpresa virile né Demogorgoni che sbucano all’improvviso da varchi bui e umidi
– Non fare lo scemo. Mi sono guardata in bagno prima e ho come l’impressione…che se ne sia un po’ scesa
– Prego?
– Sì, come se fosse più flaccida…secondo te è possibile che se ne scenda giù?
– Ma cos’è che dovrebbe scendere?…Cioè intendi la parte esterna o quella interna?
– Cioè?
– Ok, sorvoliamo sul mio disagio a parlare di anatomia femminile a una donna. Partiamo dall’ABC. Saprai che lì l’apparato si compone di due parti più esterne e due parti piccole interne…
– Sì, io dico quelle ultime lì: è possibile che se ne escano fuori? Io non voglio, che schifo
– Beh alcune donne ce le hanno più sporgenti, di natura. Altre invece più piccole e ripiegate – che è il tuo caso -, insomma è genetica. Poi che si facciano più sporgenti con l’avanzare dell’età, non so, può accadere, non mi sono mai posto io il problema direttamente!
– No dai che schifo. E come fanno?
– Come fanno cosa?
– Come fanno a far sesso quelle che ce le hanno più fuori? Io mi vergognerei…
– Beh fanno lo stesso…direi

Questa conversazione avvenne realmente. Scoprii che così come esiste un mondo fatto di uomini e complessi fallici, esiste un mondo fatto di donne e complessi vulvari da me sottovalutato a causa della mia scarsa sensibilità.

Sono qui per correggere un errore del passato e analizzare più a fondo la questione.

Gli uomini possano trarre le loro considerazioni dal confronto reciproco e nelle docce e negli orinatoi affiancati, la donna, mi domando, ha modo di trarre conforto (o sconforto) allo stesso modo?

Detto in soldoni: sotto la doccia le donne fanno a gara a chi ha le labbra più corte? Io non credo. Inoltre, i bagni femminili sono sempre singoli e separati, il che pone un’altra questione: perché mai la donna non può usufruire di orinatoi affiancati dove poter, durante la minzione, gettar l’occhio sulla mercanzia della vicina e metter in mostra la propria?

Two-Girls-Using-urinal

Donne felici di poter mingere affiancate

Terza questione: i libri di testo. Io ricordo che sul libro di educazione fisica delle scuole medie, nel capitolo riguardante l’educazione sessuale, la vulva era abbozzata poco più che come un taglietto nel pube. Sembrava un POS dove si striscia il bancomat.

Immaginate una ragazzina che si trova a far un confronto tra la propria vulva e quel taglietto disegnato: si sentirà mortificata come se avesse qualcosa di non conforme alla norma.

Ahimè, anzi, ahivoi, io mi faccio allora portavoce dei dubbi intimi altrui e così come esiste un mondo che giustamente si prende gioco di peni flaccidi e tozzi e ricurvi rendendoli, paradossalmente, sdoganati e normali, affermo che debba esistere un mondo dove si parli di vulve di tutti i tipi e ci si burli di loro. Perché il peccato originale sta nell’aver reso la fica come un qualcosa di eccelso e divino e aver innescato una corsa alla perfezione vulvare.

È ora invece di farla scendere dal piedistallo, perché essa – qui lo dico e non lo nego – è brutta.

Ma ci si consoli: la verità è che è brutta per tutte quante.

Questo avrei voluto dire a quella ragazza a quell’epoca e questo le sto dicendo in questo momento riscrivendo il passato e facendola di sicuro sentire meglio grazie alla mia nuova sensibilità.

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Non è che puoi usar un ansiolitico contro le agitazioni sindacali

Una volta uscii con questa ragazza che mi scriveva da qualche settimana. La conoscevo di vista, ma non ci avevo mai parlato perché sostanzialmente se ne stava sempre a braccia conserte, gambe incrociate e sguardo rivolto verso l’infinito e oltre.

Mi era chiaro che se aveva preso a scrivermi era per un interesse, ma io nicchiavo. Mi ero proprio fatto una nicchia in cui mi ero raccolto e facevo finta di niente perché non avevo proprio idea di cosa avessi da spartire con una donna – bella invero – di cui non conoscevo neanche il tono di voce.

Se non che una sera fu lei che mi inchiodò scrivendomi “Che ne dici di parlare davanti a una birra”.

Accettai.

Ero in ansia. Posso sembrar gatto spigliato sempre pronto con la coda ritta ma quando ci sono situazioni sulle quali non ho un controllo totale mi destabilizzo: chi era costei? Di cosa avrei potuto mai parlarci? E se fosse stata appassionata di trifonie della Mongolia Orientale e yoga trascendentale e quindi non avremmo avuto nessun terreno comune di conversazione?

Senza contare la sua apparenza apparentemente apparente come scontrosa: insomma, non ero nelle migliori condizioni mentali.

La andai a prendere sotto casa. Arrivò trafelata, correndo. Entrò in macchina e cominciò a parlare scusahofattotardiseiarrivatoprimamiofratellosièmessoemiamadrenonsaioggiquantaacquablablablabla.

Parlava a raffica. Masticava le parole. Anzi, le masticava, le risputava e le rimasticava. Io annuivo ma capivo un concetto ogni 3 e una parola ogni 5. Credo mi abbia raccontato che una delle sue amiche è un cane pincher. O che ha messo in casa un’amica facendole impersonare un pincher.

Andammo a prendere una birra. Mentre io sorseggiavo lei l’aveva tracannata tutta. Poi fumò una sigaretta in una sola tirata, aspirandone anche il filtro.

Dopo mi sembrò più rilassata, anche se continuava ad agitare le mani mentre parlava in modo così frenetico che credo abbia creato dei tornado in Florida.

E a quel punto realizzai: avevo di fronte una persona agitata per l’appuntamento. D’improvviso, l’illuminazione: se lei è più in ansia di me, di cosa mi preoccupo? Ho di fronte una persona che avrà i miei stessi dubbi elevati al quadrato.

Ed è così che vorrei brevettare l’invenzione del secolo per tutti noi agitati : l’Ansiogen. Un farmaco in grado di mettere in ansia gli altri. Si potrebbe nebulizzare nell’aria e farlo inalare all’inconsapevole vittima.

Sei nervoso per un colloquio di lavoro? Ansiogen! Metti in ansia il tuo esaminatore, e sentiti tranquillo mentre lui gronderà sudore per l’agitazione!
Primo appuntamento? Agitala/o come una bottiglia di Pepsi e rilassati!

Ansiogen: perché se tu sei in ansia, gli altri debbono allora esserlo più di te!

Non è che il professore di educazione tecnica lavori al cinema perché sa fare le proiezioni

Ho recuperato fiato dopo venti giorni di sosta. Di diventare un atleta non mi interessa molto ma io vorrei giusto divertirmi senza poi ansimare come in un porno tedesco.

Ho recuperato fiato e volevo raccontartelo.

Ho recuperato fiato e ora posso parlar di più.

Abbiamo avuto tante conversazioni. Nella mia testa. A un certo punto hai iniziato ad anticipare le mie risposte e ho cominciato a credere che fossi io a esser solo una proiezione dei tuoi pensieri.

Poi mi sono guardato intorno – lo faccio sempre per ritrovare contatto con la realtà – e mi sono reso conto che forse non mi stavi pensando più manco per il gatto. Quand’è che hai iniziato a farlo? Mesi? Settimane? Giorni? Forse non lo hai mai proprio fatto durante tutto il tempo insieme?

Lascio andare via la nostra conversazione.

Va bene così. Vai via. Stendo tappeti per la tua fuga, li pulisco coi miei vestiti, con le mani, con la lingua.

Sì, avrei proprio voglia di leccarti la fuga. Prima di vederti di nuovo scomparire.

Non è che per un’indigestione generale il Sindaco proclami una giornata di rutto cittadino

Ho incontrato oggi un conoscente, vecchio compagno del liceo:

– Allora Gintoki, cosa racconti? Niente fiori d’arancio ancora per te?
– Ma quali fiori d’arancio, un altro po’ mi serviranno i crisantemi.

Dopo questo scambio di battute di esordio abbiamo conversato un po’.

Tale conoscente è un tipo che all’apparenza sembra un gentiluomo, bisogna dire a buon diritto in effetti in quanto dotato di un certo garbo, buoni modi – con i quali ammansiva le professoresse per giustificarsi di non aver studiato – e una discreta capacità di ragionamento anche arguto. Però in sé serba un che di tamarro che se opportunamente stimolato può venir fuori.

Quando si dice tamarro in genere si pensa a un’individuo rozzo, volgare, sgradevole e primitivo.

Credo questo sia l’esempio estremo, come se poi l’individuo comune fosse invece immune dalla tamarraggine, cosa che, invero, è presente in ognuno di noi e si esplicita in forme diverse.

C’era un tale che stava con una ragazza la quale, invece di sussurrargli all’orecchio parole dolci, lo deliziava talvolta con un rutto dritto verso il timpano.

Al mio tale non dispiaceva e non perché fosse un feticista dell’eruttazione né perché si compiacesse dei processi digestivi della sua bella. Era più che altro perché il gesto, per quanto si possa definir tamarro, aveva un che di personale e leggero. Il mio tale ritiene che nella seriosità a volte opprimente della vita i momenti di leggerezza in una coppia siano come nicchie di comfort in cui rifugiarsi. Il rutto della ragazza era come lo slacciarsi la cravatta a fine giornata, per quanto il mio tale non sappia farsi il nodo e l’unica volta che provò con un tutorial ne uscì un perfetto cappio da forca.

Da qualche tempo a questa parte mi son dato come progetto – perché mi capita sempre più spesso di non aver niente cui pensare – quello di creare una sorta di contatore Geiger di tamarraggine e, per farlo, come parametri di riferimento dei valori vorrei utilizzare un film degli anni ’90. Accanto a degli elementi chiave di questa pellicola ho inserito il corrispettivo valore in termini di  tamarraggine per aiutare a costruire la scala di rilevamento.

Il film è Double Team – Gioco di squadra (1997). Attenzione, da qui in poi ci saranno spoiler sul finale di questo capolavoro.

Nel film il protagonista è Jean-Claude Van Damme (tamarraggine medio-alta), l’antagonista è Mickey Rourke (tamarraggine media), con la partecipazione di Dennis Rodman (tamarraggine alta) che cambia colore di capelli a ogni inquadratura.

Sorvoliamo sullo svolgimento del film (trascurabile) citando alcuni elementi a caso: JCD che si allena con l’architrave di una porta (tamarraggine debole), valigie-mitra (tamarraggine medio-bassa) e camion che sfondano edifici (tamarraggine media). Concentriamoci sui momenti clou della seconda parte, che si svolgono a Roma. Roma vista dai film americani e nello specifico in questo film: tamarraggine bassa. Ovviamente non può mancare una vecchia 500, che sarà anche l’auto di Rodman (tamarraggine medio-bassa).

Lo scontro risolutivo del film avviene nel Colosseo (tamarraggine media), tra JCD e MR e con la partecipazione speciale di mine a caso e una tigre (tamarraggine medio-alta).

Il film si conclude con una grande esplosione: succede, quando usi delle mine a caso. JCV e il Rodman che gli fa da aiutante, fuggendo nei cunicoli dell’arena, trovano provvidenziale riparo dall’ondata di fiamme dietro un distributore di Coca-Cola che passava di lì per caso, evidentemente (tamarraggine alta). I nostri eroi riescono poi a scappar via e il film si conclude con Rodman che osserva il Colosseo in fiamme (tamarraggine estrema).

 Tabella riepilogativa:

Tabella

Qualcuno potrebbe dire: ma di che utilità mi è questa tabella se non ha riferimenti reali? Mica tutti i giorni si incontrano dei Mickey Rourke che ti sfidano a duello? Certo che no, ma il tutto va preso come riferimento astratto. Ad esempio un tizio con una Golf con i led blu sotto, cose a caso appese allo specchietto e l’ultimo mix di Provenzano DJ a palla nello stereo è quantomeno a livello di una tigre nel Colosseo minato.

Provate a fare questo esercizio: trovatevi degli abbinamenti reali con la mia scala.

Non è che devi essere un rapinatore per fare colpo

È arrivato di nuovo quel periodo dell’anno. E io l’ho celebrato come al solito.

È uscito il nuovo film di Star Wars e sono andato a vederlo. Non mi dilungherò in recensioni, sarò anzi breve come Pipino detto il: questo film è merda. Anzi, è merda che caga merda. Merda seduta sul gabinetto che ne produce altra.

Pare che invece a tanta gente sia piaciuto tanto. Può voler dir tutto e niente il giudizio popolare, chiariamo. Rihanna ha venduto più dischi di Bob Dylan, figuriamoci.

Oppure la mia delusione sarà dovuta soltanto alla frustrazione nell’aspettarsi qualcosa che non si ripeterà mai più. Non ci sarà mai più un Impero che colpisce ancora. Il futuro non è altro che un tentativo di rileggere il passato. Il nostalgico cerca una realtà aderente a quella che ormai è solo una idea astratta.

Ho riflettuto sulle idee astratte in questi giorni in seguito a un episodio.

Due settimane fa durante una festa ho conosciuto una persona. Mio malgrado. A dirla tutta credo mi abbia teso un agguato. A inizio serata mi ha fatto:

– Ciao, tu sei?
– Gintoki. E tu saresti?
– Sono Clistera. Sono la sorella della festeggiata. Non mi hai vista ieri pomeriggio?
– No
– C’ero anche io
– Ah. No.

Sono simpatico come un sanpietrino.

Trascorsa un’ora o forse sessanta minuti in cui ho parlato a caso con persone a caso, Clistera, che avevo perso di vista, mi si è parata davanti, visibilmente alticcia:

– Senti però te la posso dire una cosa? Questa cosa della barba ha un po’ scocciato, insomma tutta questa moda e le camicie a quadri…cioè insomma dai…

Figurarsi se io possa aver voglia di conoscere qualcuno che esordisce in questo modo.

Figurarsi se io possa aver voglia di conoscere qualcuno in generale, in questo periodo. Mi trovo in una fase di pessimismo comico – non è un refuso, si tratta di una negatività tutta da ridere – in cui penso Ma tanto alla fine tutto ciò a che serve? Ah ah ah.

Clistera però mi ha trascinato in conversazione per svariate buone altre decine di minuti. Si rivelava una persona tutto sommato interessante e arguta. Poi ci siam salutati e pensavo di non rivederla più dato che ha residenza molto ben oltre la Linea Gotica.

Gli amici nei giorni successivi hanno cominciato a punzecchiarmi sostenendo che, in base a dei segnali che avevano colto, avevo fatto colpo. Io ero dubbioso. Non sono mai stato avvezzo a pensar a me stesso come uno che fa colpo. Mi ritengo certo mediamente nella media degli uomini medi come gradevolezza media, ma se mi dicono che faccio colpo rispondo con Chi, io? No forse ti sbagli, non ero io e poi si trattava solo di cene eleganti.

Ho comunque iniziato a riflettere su questa cosa e pensare che tutto sommato se fosse ricapitata mai l’occasione di interagire con costei avrei cercato di capirne un po’ di più.

Quando rifletto tendo sempre a configurarmi diversi scenari – con tanto di trama ed effetti speciali inclusi – in una scala di opzioni che va da Olocausto Nucleare a “Io sono Iron Man”.

Ieri sera ho rivisto Clistera. Scoprendo che da sobria è una persona non affatto così simpatica e piacevole – e a tratti anche noiosa – come da alticcia (e come nei miei scenari). E ha anche detto Io sono astemia. Bevo solo alle feste*.


* Pensavo fosse una presa in giro ma la sorella mi ha confermato che è astemia. A parte le feste, ovviamente.


È come dire Sono vegano, mangio carne solo alle grigliate. Sono juventino, tifo Napoli solo allo stadio. Non mi piace la figa, ci scopo perché c’è.


Quest’ultimo paragone forse è un po’ inesatto e inappropriato e me ne scuso se ho urtato la sensibilità di qualcuno. In realtà, contrariamente a ciò che si crede, agli uomini la figa non piace. Piace solo perché c’è, ma se non esistesse riuscirebbero a immaginarla? E la immaginerebbero a forma di figa come attualmente è? Io non credo. I giapponesi, che non sono stupidi, pixellano infatti le parti intime nei porno proprio per permettere allo spettatore di immaginare come meglio crede e proiettare su quei pixel la propria personale visione e liberarlo dalla schiavitù della figa.


Infatti il Giappone è il paese dove si fa meno sesso al mondo.


Il punto del mio disappunto è però un altro: in base a cosa questa persona potevo ritenere valesse la pena parlarci? Non la conoscevo affatto. L’immagine che ne avevo era una proiezione di una idea astratta che mi ero fatto nei giorni successivi il primo incontro.

Come mi succede con Star Wars. Al cinema io in realtà non vado a vedere Star Wars. Vado a cercare l’idea di quei tre episodi storici (IV, V e VI), che non rivedrò mai più e che a dirla tutta non erano neanche così perfetti.

Ne Il ritorno dello Jedi c’erano gli Ewok. Palle di pelo pulciose che ridicolizzano dei soldati imperiali. Non ci si rende conto appieno di quanto sia ridicola questa cosa perché si vede solo ciò che si vuol vedere.

Allora forse anche i miei ricordi del passato, di un’estate, di un inverno e di un’estate ancora fa con altre persone non sono altro che un vedere solo ciò che si vuol vedere.

Quindi ho deciso che non vedrò mai più Star Wars.

Tranne quando uscirà un nuovo film o quando in tv lo ritrasmetteranno o quando qualcuno mi inviterà a una maratona casalinga di film di Star Wars.

Non è che il colmo dell’ornitologo sia avere la moglie che fa la civetta

Di quei mercatini natalizi ricordo che inseguivo l’odore di vino caldo e di saponi francesi. Confesso di avere un debole per i saponi molto profumati. Solo da usmare, però, e non per uso quotidiano, preferendo in quel caso fragranze più neutre. Ho un debole anche per odori di-vini, ma questo non debbo giustificarlo.

In questa foto di qualche giorno fa mi esibisco nel numero del bicchiere di vino che appare dal nulla.

Ci imbattemmo in uno stand di gioielleria artigianale varia e l’attenzione di entrambi cadde su delle spille colorate con fattezze da gufo. Alle donne non ho mai capito perché piacciano tanto i gufi. Ai tifosi di calcio invece no.

Tornai il mattino dopo, da solo, per acquistare quella spilla.

Non sono mai stato avvezzo ai regali, né a farli né a riceverli. In famiglia sono anni che nelle feste comandate non ce li scambiamo. Salvo poi celebrare i genetliaci con un pranzo fuori porta. Il che, dal mio punto di vista, è un’attività molto più gratificante, sia per il festeggiato che per i festeggianti.

Al contrario, quando ho attenzione particolare verso qualcuna tendo a far regali anche al di fuori di date precise. Soprattutto quando sono in viaggio, ho piacer nel portar con me al ritorno un segno tangibile del fatto che, dovunque io mi trovi, qualcosa lì sul posto mi ha fatto ricordare quella persona.

È un atteggiamento che può risultar forse eccessivo. A me viene spontaneo e naturale.

La spilla pensavo di tenerla da parte e aggiungerla al regalo di Natale, visto che mancava non molto. Al momento di congedarci – in mezzo a una nebbia che pareva David Copperfield e faceva scomparire un intero aeroporto – io non riuscii però a resistere e le consegnai il gufo. Quell’oggetto in fondo non era mio, aveva il suo nome sopra. Nel momento in cui lo avevo acquistato io ne ero solo il tramite incaricato per la consegna alla persona cui era destinata.

Forse il gufo, tempo dopo, mi gufò.

Abbiamo tutti una vocazione, ne son convinto. La mia sarebbe stata quella di fare il postino o il corriere. Avrei potuto soddisfare i miei bisogni di far consegne senza però lo stress di coinvolgimenti emotivi.

Non è che l’ingrosso di alimentari indiano sia un cash&curry

Una volta una fanciulla mi scaricò per via telematica e poi si risentì che io in seguito non avessi domandato per un incontro chiarificatore a quattr’occhi. Io risposi che sinceramente non mi andava di interpretare l’Enrico IV che si umilia a Canossa.

Il buon Imperatore infatti rimase tre giorni e tre notti fuori il Castello della località emiliana attendendo di avere udienza, puzzandosi dal freddo in mezzo la neve.

Puzzarsi di freddo è una espressione tipica napoletana: non so perché si dica così e non so che puzzo abbia il freddo. La prossima volta che avete freddo ditemi che odori sentite e facciamo un sondaggio.


Secondo una interpretazione forse un po’ fantasiosa si dice così perché in tempi passati quando la povera gente non aveva di come scaldarsi si urinava addosso per provare un po’ di calore.


Quindi quelle ragazze svestite che si fanno la pipì addosso a vicenda in certi video didattici hanno semplicemente freddo? In effetti è comprensibile, non avendo niente addosso.


Ho ripensato agli afrori accendendo la radio questa mattina e trovandovi una canzone che dice C’è il bar dell’indiano che profuma di te. Io immaginavo un tizio che sa di curry, poi dopo ho capito che la cantante si riferiva al (bevanda) e ci sono rimasto male.

Avere l’odore di curry addosso non è una cosa lontana dalla realtà: quando io e il mio amico andammo a Berlino cenammo una sera in un ristorante indiano. Nei giorni seguenti continuavamo a sentire odore di curry dappertutto. Poi quando i cani cominciarono a cambiare strada se ci incrociavano realizzammo che eravamo noi a portare a spasso odor di cucina speziata. Resta il fatto che è Berlino che per me sa di curry perché l’ho associata a quell’odore e se mai vi ritornerò mi aspetterò di trovare quello stesso aroma.

Associo spesso eventi e situazioni agli odori.

Se dovessi dare una profumazione alla mia vita sarebbe quella di auto nuova. Con quel po’ di ftalati tossici che un dì ti uccideranno ma che per ora ti danno l’idea della novità.

La mia vita è sempre un nuovo. Ci sono e ci saranno sempre da affrontare nuovi lavori, nuove situazioni, nuovi inizi. È come un perenne gioco dell’oca in cui mi sembra di dover ripartire sempre dal via. Dallo zero. Mio malgrado.

Delle volte sbotto e mi scappa un porca l’oca. Chissà un’oca porca come sarebbe al curry.

John Curry, noto politico americano in passato candidato alla Presidenza e Segretario di Stato

Non è che il naturopata soffra di attacchi di pranico

Conoscevo questa donna che, in situazioni di reciproche nudità orizzontali, le mutande dopo essersele sfilate le teneva strette nella mano. A volte le avvicinava al petto e le teneva lì.

Io pensavo fosse una qualche forma di feticismo. Non dicevo niente: in fondo ognuno ha le proprie piccole preferenze. Ad esempio a me piacciono tutte le luci accese come se fosse un set cinematografico.

Altre volte pensavo che il suo fosse invece un qualche atto new age, una forma di recupero energetico attraverso il contatto con la soggettivizzazione del capo intimo…insomma, un giorno ero curioso e glielo chiesi:

– Ma scusa, perché tieni le mutande in mano?
– E dove devo metterle? Non c’è spazio sul divano e non le butto mica per terra, che poi le devo rimettere e mi fa schifo.

Non c’è niente da fare: come dice il proverbio, la risposta più semplice è sempre quella più semplice.

Viviamo in una società che a mio modo di vedere sta perdendo di vista la semplicità.

Ricordo la mia ex coinquilina di Budapest, non la cinese ma la studentessa dell’Ecuador, che mi diede da riflettere su ciò.

Lei ha 10 anni meno di me ma ha già visto mezzo mondo, dato che la madre lavora all’ambasciata. Dopo aver tanto viaggiato – mi diceva – ancora si stupiva del modo di vivere occidentale.

Non capiva perché noi buttiamo via tutto. Facendoci caso, è vero: ormai non ripariamo più quasi nulla, quando qualcosa si rompe lo sostituiamo perché è più conveniente.


“Obsolescenza programmata” e si dice tutto.


L’altra cosa che secondo lei non aveva senso è che per acquistare 3 cose bisogna andare in 3 negozi diversi perché il commercio al dettaglio è iperspecializzato.

In Ecuador, mi diceva, in ogni via, isolato o quartiere c’è un negozio, chiamiamolo un emporio, che vende un po’ di tutto e ripara un po’ di tutto.


Volendo anche io conosco qui gente che con un cacciavite in mano fa miracoli.


Secondo lei così è molto più semplice.

Il mio primo pensiero – anche un po’ supponente devo ammettere – è stato che, in contesti di benessere economico poco diffuso, l’attività da lei descritta sia quella più immediata e congeniale per quel tipo di contesto. È difficile che un Apple Store apra nella periferia di Ibarra. È più facile che qualcuno lì per arrotondare si metta anche a riparar telefoni anche perché forse non possono permettersi di cambiarne uno a ogni minchiata idea di Tim Cook.

Ma io alla fine che diavolo ne so? Non ci sono stato lì e, in fondo, basta che funzioni come diceva il film.

Siamo sicuri che da noi il “sistema” funzioni sempre? Che renda davvero sempre e comunque le cose più semplici?

Se è così, perché allora non esiste un reggimutande da divano?

Non è che pianti una persona affinché cresca un po’

Una volta ho mollato una ragazza.

Detta così può far pensare a un triste momento. Pianti, recriminazioni, litigi, voli di piatti ed editoriali di Gramellini.

No, io l’ho proprio mollata fisicamente. Alla fermata dell’autobus.

Ero preoccupato di aver già troppo abusato del suo tempo, speso per portarmi in giro dato che non ero del luogo. Avevo il timore che non potesse rimaner fuori ancora a lungo e si sentisse in imbarazzo a dirmelo per non piantarmi lì.

Quindi per non essere mollato, ho preferito mollarla prima io alla fermata dell’autobus. Si fa sempre così.

In realtà poi c’è un’altra scuola di pensiero che prevede che invece di mollarla alla fermata dell’autobus avrei dovuto costringere lei a mollarmi alla fermata dell’autobus, ma a me non piacciono queste vili schermaglie.

Così, camminando, giunti alla tanto citata fermata dell’autobus, la scena è stata questa:

Lei: Dove vorresti andare ora?
Io: Beh…tu prendi l’autobus qui per tornare, giusto?
Lei: Oh…beh sì
Io: Ok…Cioè nel senso se devi andare…
Lei: Ah…Ok…allora io vado…

Visto che poi non mi sembrava volesse trattenersi, non l’ho trattenuta.

Visto che avrà pensato che la stessi cacciando, non si è trattenuta.

Poi il giorno dopo ci siamo chiariti chiarendo che siamo entrambi due imbecilli. Forse io di più ma il mio era un eccesso di gentilezza. E la gentilezza non è imbecille: è tonta.

È come quando ci si trova di fronte una porta a due ante e si incrocia qualcun altro e allora gli si tiene un’anta per farlo passare e lui tiene quell’altra per farvi passare e nessuno passa, salvo poi decidere entrambi di passare nello stesso momento e rischiare una collisione.

Quindi la soluzione è: essere irremovibili. Una volta che avete deciso che il tizio deve passare, voi rimanete piantali lì finché non decide di schiodarsi da quella cavolo di porta. Perché quel tizio lì è maligno: lasciandovi passare vuol mettersi in posizione di vantaggio e rivelarsi più gentile di voi.

Allo stesso modo, se per un equivoco, perché avete la testa piena di onanisti dediti all’onanismo mentale, decidete di mollare qualcuno alla fermata dell’autobus, siate coerenti e irremovibili nel difendere la vostra posizione di individui gentili che mollano le persone alle fermate dell’autobus e non permettete di farvi mollare!

Non è che il tipo morigerato dopo una corsa si asciughi il pudore

Una volta, più di 10 anni fa ma meno di 15, quando chimica era ancora la fame e non la scia, mi trovavo seduto in compagnia di una ragazza sotto un’estremità del porticato dell’emiciclo di Piazza Plebiscito, in una serena giornata di primavera con poche nuvole sparse che disegnavano genitali nel cielo.

Ci si scambiava dei baci, anche se forse scambiare non è il verbo adatto, giacché lo scambio presuppone che uno dia e l’altro riceva e a sua volta poi dia, mentre lì sembrava difficile discernere consegna e ricezione, diciamo che forse più che uno scambio era una condivisione del bacio anche se poi a questo punto bisognerebbe capire a chi appartenesse realmente il bacio che veniva compartito.

In ogni caso, era una semplice questione di protrusione di labbra con allontanamento graduale dei corpi dal collo sino al bacino, giacché ogni tentativo da parte mia verso un ulteriore contatto esplorativo si risolveva come in un noto film di kung-fu: Cinque dita di violenza. Direttamente sul mio volto.

A un certo punto si avvicinò un uomo di mezza età, aveva l’aria di un addetto di qualcosa e indossava quel che sembrava un abbigliamento da sorvegliante o custode e in effetti il suo atteggiamento paternalista sembrava proprio da custode anche se non mi era chiaro cosa custodisse, se la piazza, l’emiciclo o la basilica o se fosse soltanto un mitomane giacché non mi è mai stato noto che la zona fosse sotto custodia. Sbucò lateralmente rispetto a noi dicendo Ragazzi qui non potete stare, ci sono dei bambini e noi ci guardammo in faccia un po’ perplessi ma ci alzammo e ci allontanammo in virtù di quella che era una rispettosa obbedienza verso gli adulti che a entrambi era stata inculcata come educazione.

In effetti poco lontano al centro della piazza c’erano dei fanciulli, impegnati nel bambinare con biciclettine e palloni.

Forse era stato giusto il richiamo del custode, anche se per me no in quanto stazionando lateralmente e in ombra sotto i portici avevamo avuto il buon senso di non esporci troppo alla vista, inoltre io, fossi stato bambino, avrei avuto il buon senso a mia volta di pensare ai fatti miei. Tra i valori inculcatimi dai genitori c’era infatti un certo pudore e rispetto verso l’intimità altrui, laddove tale intimità non si presentava ovviamente come invadente e oscena.

Al di là di questo insignificante episodio, mi sono trovato spesso negli anni a riflettere su quanti si comportino da custodi di morale usando l’infanzia come pretesto per barricate contro a o contro chi. Dimenticando – forse in maniera dolosa – che i bambini sono spugne e assorbono chissà quanti comportamenti nocivi – di odio, discriminazione e quant’altro – messi in atto da tali custodi.

E ho ripensato a tutto ciò ieri, seduto in un ristorante giapponese di quelli con il nastro trasportatore, mentre attendevo impaziente che arrivasse verso di me un solitario roll al tonno che avevo adocchiato da lontano. Dall’altro lato del nastro, alla mia destra, c’era una famigliola composta da padre, madre e una bambina all’incirca di 7-8 anni. Quando il roll aveva già oltrepassato la famiglia e stava finalmente percorrendo la curva che l’avrebbe condotto verso il mio insaziabile appetito, la bimba si è sporta per prenderlo. Il padre è intervenuto bloccandola: No, rispetta lo spazio altrui e non invadere. La bimba ha quindi arrestato il proprio gesto ed è tornata al proprio posto.

Ho avuto il mio roll e avrei voluto ringraziare quel padre per avermi restituito un po’ di fiducia nell’umanità con quel suo comandamento. Rispettare lo spazio altrui penso sia tra i migliori e più semplici insegnamenti che si possano impartire eppure chissà perché sembra tanto difficile da condividere.

Io per esempio a volte non riesco ad aver rispetto degli spazi e ancora oggi finisce a kung-fu in faccia.

Non è che alle casseforti piacciano gli incontri per combinazione

Tra i torti che si possono fare al prossimo c’è il “Ti presento qualcuno”, per robe di accoppiamenti come rimedio alla singoltanza.

Parlo di torto nella fattispecie di un incontro combinato senza una richiesta esplicita da parte del soggetto coinvolto.

Ricordo una uscita a quattro a mia insaputa del lontano 2005 o 2006.

Il mio amico mi propose di uscire un sabato sera, lui, la fidanzata con cui da poco stava insieme e “amici di lei”. Ricordo benissimo che parlò al plurale.

E invece eravamo in quattro. I novelli amanti, io e Renata (nome di fantasia che indica però un nome maschile poco comune declinato al femminile).

È evidente che la fidanzata del mio amico, sentendosi in colpa per aver rotto il ciclo di zitellanza nel gruppo – composto da tre ragazze -, si fosse caricata del compito di ripulirsi il karma sistemando anche le amiche. Cosa che non mi sarebbe dispiaciuta se avessero coinvolto non Renata ma l’altra del gruppo, cioè Giorgiona (nome di fantasia che cela nome di pittore affine declinato al femminile), che aveva un che di intrigante e robe di piercing e tatuaggio. Purtroppo Giorgiona provvedeva da sé ai propri bisogni fisici e non gradiva interferenze, senza contare una lunga storia di prendimenti e lasciamenti e robe di ungulati cornuti con un ex ragazzo storico.

Andammo in un locale con musica chill e jazz e luci spente. Un posto così oscuro che per leggere il menù usai l’accendino, accorgendomi di star sfogliando il catalogo delle canzoni del karaoke. Mi fermai prima di ordinare un Balla al gusto Umberto Balsamo.

Durante quella sera mi comportai da perfetto cafone. Quando mi accorsi che si trattava di un’uscita combinata decisi di boicottare l’intera serata. Non ordinai da bere, non rivolsi mai la parola alla povera Renata né alla fidanzata del mio amico. Con quest’ultimo mi intrattenni a parlare di calcio.

Usciti dal locale, dopo essersi consultata con Renata, la fidanzata propose di far due passi. Lei e il mio amico procedevano davanti, lasciando noialtri indietro, forse sperando di stimolare una qualche conversazione. Io persistetti nel mio silenzioso dissenso.

Fu un comportamento orribile. Non è per discolparmi, ma io un tempo non ero affatto civilizzato e adatto a stare in società. Col tempo giuro di essere migliorato. Oggi so anche stare a tavola senza grufolare nel piatto.

Non fui più invitato a uscite di questo tipo da parte loro. Renata non si vide più nel gruppo. Venni a sapere che aveva trovato un ragazzo e non frequentava più le amiche. Per egocentrismo mi sento responsabile, perché immagino che sarà rimasta così scottata dalla sgradevole esperienza da aver ripudiato la sorellanza.

Ogni volta che leggo di donne che lamentano uscite orribili con individui improponibili mi sento chiamato in causa, perché io stesso sono stato un improponibile.

Quindi chiedo scusa al mondo femminile e anche a quello maschile per la pessima figura. Ma qualcuno doveva pur sobbarcarsi il peso della croce del dissenso in risposta agli incontri combinati.


A qualcuno potrebbe saltar l’uzzolo di domandare come si presentasse esteticamente Renata. Non lo ricordo. Nella mia immagine aveva questa massa di capelli che le pioveva davanti il viso lasciando scoperti solo naso e bocca. È probabile fosse meno capellona di così ma nel corso degli anni i ricordi si riscrivono e ora è affetta da iperespansione tricotica.


Non è che lo psicologo bracconiere sia un cacciatore di Freud

È da un po’ che non fornisco aggiornamenti su CR e i suoi ambigui riferimenti sessuali. Mentre pensavo che finalmente si fosse resa conto di dover riflettere prima di parlare, ne ha tirata fuori un’altra. Stavolta, c’è un colpo di scena.

Ho portato con me dall’Italia dei taralli del beneventano, di quelli fatti con acqua, lievito, olio e farina. Molto semplici. Ho pensato di condividerli con il resto dell’ufficio.

La zona ungherese li guardava con perplessità. Vi si sono avvicinati cauti come dei gatti cui hai messo davanti sul pavimento un tappo di bottiglia. Aranka Mekkanica ne ha toccato uno con la mano prima di ritrarsi indietro e tornare accucciata alla propria postazione.

BB (non Brigitte Bardot) mi ha chiesto come fossero fatti. Quando le ho detto gli ingredienti, lei, con un’alzata di spalle, ha esclamato “Ah! Come il Lángos!”.


Il lángos è una cosa tipica ungherese, una specie di frittella su cui poi si può mettere di tutto a piacimento, uova, formaggio, salsiccia, prosciutto, funghi, buoi muschiati, immigrati cui Orbán dà la caccia e così via.


Povera illusa! Non hai capito nulla.

Com’è come non è, una busta da mezzo kg è sparita in una giornata.

CR invece, reduce da un viaggetto, mi ha portato un simpatico segnalibro.

Quando l’ho ringraziata, ha replicato

– Sì, Gin, però nessun segnalibro potrà mai compensare il tuo tarallo! Il tuo tarallo mi ha fatta proprio arrecriare!


Dicesi arrecriarsi, in napoletano, trarre grande soddisfazione. È tradotto in genere con divertirsi, ma non lo trovo completamente corretto. Ci si può arrecriare anche di un bel piatto di spaghetti, ad esempio. Mentre in italiano non si dirà mai Questi spaghetti che mi hai cucinato mi hanno proprio divertito!. L’accezione corretta, a mio avviso, è quindi appunto quella di trarre grande soddisfazione, che può essere fisica o anche morale.


Poi, il colpo di scena:

– Specifichiamo, mi riferisco ai taralli nella busta! Se qualcuno ci sentisse chissà che penserebbe, meno male non capiscono l’italiano qui!

E, quindi, dopo un anno, ha finalmente cominciato a realizzare che involontariamente lei infili doppi sensi a raffica nelle proprie frasi.

A meno che non ci sia qualche influsso freudiano in queste sue gaffe: cosa che ho iniziato a sospettare dopo che, davanti a un tè, mi ha confessato che nel suo rapporto con il buon G., per quanto si trovi bene sentimentalmente, senta la mancanza di un po’ di “pepe”, laddove con il suo ex anche se era tutto un disastro dal punto di vista sentimentale di pepe pare ce ne fosse molto.

E detto ciò poi ha tirato fuori dalla tasca un tarallo che si era portata via dall’ufficio e se l’è inghiottito in un boccone.

In tutto questo non riesco più a guardare in faccia il buon G. sapendo ora le cose che so.

Forse dovevo portare più taralli.