Non è che ti servano chiodi e martello per fissare le persone

Ho un giro di conoscenze tra persone alquanto originali, con le quali vengono fuori conversazioni interessanti.

In una di queste, un tale ieri mi ha detto che fissa le zanzare.

Pensavo di ricordar male perché mi sembrava ci fosse un film ma era su uno che fissava le capre. Il tale mi ha detto non c’entra nulla.

Sostiene che se una zanzara ti ronza intorno, per evitare di farsi pungere basta tenere lo sguardo fisso su di essa. Così facendo, la zanzara resta a distanza e non si avvicina.

Ho ovviamente fatto del sarcasmo sulla cosa, ma sono stato messo a tacere da una dimostrazione pratica.

C’era una zanzara attorno al tale e lui ha preso a fissarla. Immobile, con solo le palle degli occhi che roteavano a seguir l’insetto. Com’è, come non è, la zanzara è rimasta lì a volteggiare a mezz’aria senza avvicinarsi.

«Ma non faresti prima ad ucciderla?», ho chiesto.
«È che mi dà fastidio farlo»
«E quindi come fai se ne hai una in camera? Resti tutta la notte a fissarla?»
«Le accompagno alla porta».

Proprio così: continuando a fissarla, mette una mano di fianco e una al di sotto entrambe a circa 10-15 cm dal dittero pungente e la spinge verso l’uscio.

Di quest’ultima cosa non ho avuto dimostrazione pratica perché, durante questa spiegazione, la zanzara è sfuggita allo sguardo ipnotizzatore e ne ha approfittato per dileguarsi.

Ho fatto anche io una prova, stanotte. Ero a letto e c’era una zanzara che volteggiava sopra di me.

L’ho fissata.

Con uno schiaffo al muro.

Ero senza occhiali e temevo quindi di non metterla bene a fuoco con lo sguardo e ho optato per un’altra soluzione. Rapida.

Non è che per far svagare gli studenti la scuola organizzi viaggi d’istrazione

Un amico mi ha scritto oggi chiedendo se ascoltare tutto l’unplugged degli Alice in Chains sia nostalgia o desiderio di morte.

Ho risposto che, considerando che quando 20 anni fa ero nel pieno della fase del loro ascolto provavo desiderio di morte, suppongo che questa sia nostalgia di desiderio di morte.

Mi aveva pure inviato una curiosità, secondo non so quale studio – l’università della Pennsylvania, ci scommetterei – quelli che si definiscono gattari sono più intelligenti di quelli che si definiscono canari.

Io ho dei dubbi: vale anche se si hanno dei gatti palesemente stupidi?

Il secondo dubbio: vale anche se si insiste nell’arrecarsi danni domestici? Salve, sono Gintoki: forse vi ricorderete di me per post come Non è che se una cosa ti salta subito all’occhio poi devi disinfettarti col collirio, in cui raccontavo come provavo a rendermi orbo.

L’occhio è a posto, nel frattempo però ho una spalla fuori uso da 5 giorni a causa di una contrattura, originatasi per un esercizio fisico evidentemente svolto in maniera incauta al termine della mia ora di “muoviamoci un po’ così sembra che impiego in modo costruttivo il tempo”.

Questa storia dello stare a casa e del fare cose per riempire il tempo sta avendo evidenti effetti negativi. Sinceramente io da oggi mi propongo un impegno concreto: invece di #restoacasa, lancio e aderisco alla campagna #casoalresto: a forza di pensare all’isolamento e alla pandemia stiamo prestando poca attenzione al fare attenzione. Facciamo più caso alle cose: #casoalresto!

Lo slogan poi potrebbe venir riciclato anche per un eventuale domani in cui si tornerà a una vita più o meno normale. Io sono uno di quelli che ha difficoltà a contare i soldi (sarà che sono poco abituato non avendone mai avute grosse somme). Quando si è in tanti a tavola a mangiare fuori e bisogna mettere la propria quota vado sempre in crisi nel calcolare quanto dovrei lasciare e quanto prendere. Per risolvere, faccio sempre così: tiro fuori la/e banconota/e e, poggiandola sul tavolo con gesto ampio e lento, esclamo Allora, io metto 20 e prendo… lasciando dei puntini di sospensione aspettando che qualcuno faccia il conto per me.

Non parliamo poi di quando pago alla cassa mi chiedono “Hai x euro?” per arrotondare, a quel punto vado in crisi nel capire quanto resto mi sia dovuto e quando mi danno le monete anche se le contano davanti a me non riesco a tenere il conto. Potrebbero avermi imbrogliato per anni coi resti e io non ne sono conscio.

Ecco, per tutti gli impediti come me, una campagna di sensibilizzazione e attenzione #casoalresto.

Non è che nei Paesi Bassi il Re non venga chiamato Altezza

Sento ripetere, a mo’ di training di autoconsapevolezza, Ne usciremo. A volte la frase è declinata in interrogativa. Ne usciremo?. A me questo fa tornare sempre in mente un episodio allucinato e a tratti allucinante di qualche anno fa.

Paesi Bassi. Novembre a temperatura soggettiva: autoctone in minigonna senza calze, noialtri quattro sbandati imbottiti come omini Michelin.

Una sera decidemmo di testare una specialità dolciaria locale, venduta in un coffee-shop la cui proprietaria aveva le sembianze della strega di Biancaneve.

La megera ci raccomandò di non mangiare la torta spaziale a stomaco vuoto, di assumerne piccoli pezzi per volta a intervalli di tempo distanziati, di accompagnarla con l’acqua e, soprattutto, di non fumare le sigarette che fanno ridere prima e dopo.

Noi facemmo tutto – ma proprio tutto – il contrario di ciò che disse perché le fiabe ci hanno insegnato di non fidarsi delle vecchie dai capelli lunghi e bigi.

Ho sparsi ricordi di come proseguì la serata. Ad esempio rammento che qualcuno per scherzo aveva reso verticali le scale, costringendomi a scalarle come Spiderman. Oppure che, sempre per farsi due risate alle mie spalle, qualcuno aveva nascosto nel buio dei cervi fatti di tubi al neon – tipo luminarie di Natale – e con delle ruote al posto degli zoccoli. I neon-cervidi ogni volta che chiudevo gli occhi percepivo che – di Spiderman avevo preso anche i sensi di ragno – provavano a investirmi.

Uno dei miei compagni d’avventura, in piena trance psicotropa, seduto sul letto con la schiena poggiata alla parete fissava il vuoto e chiedeva di continuo Ma ne usciremo?.

E ricordo che ogni volta che mi giravo a guardarlo mi procurava il panico.

Tornammo nei giorni successivi altre due volte in quel coffee-shop. E due anni dopo ci ripassammo. Ma nelle nostre visite non trovammo mai più nessuna traccia della vegliarda di quella volta.

E la gente vuole sapere da me se ne usciremo?

Non è che il fabbricante di porte sia un tipo ammanigliato

Ho un amico che si è messo in auto-isolamento per panico da panico. Nel senso che non ha il panico del contagio – gliene frega poco – ma gli è venuto il panico del panico delle persone: pur vivendo in una zona non toccata da alcuna emergenza, le persone hanno cominciato ad agitarsi, gli scaffali dei supermercati a svuotarsi, i ristoranti di sushi a chiudere per desolazione.

Il panico del panico è difficile da trattare. L’unico rimedio è appunto astenersi dal venire a contatto con impanicati.

Da piccolo credevo che i maniglioni antipanico si chiamassero così perché infondevano sicurezza: se uno cominciava ad avere un attacco d’ansia, si aggrappava alla maniglia e si sentiva meglio. Una volta quindi ci ho provato e ho fatto scattare un allarme. Mi sono spaventato assai.

Morale: la via immediata contro il panico non sempre è la soluzione giusta per il panico.

Il concetto però di aggrapparsi a qualcosa di per sé non è errato. Una persona mi aveva raccontato che quando si sente precipitare nell’ansia ha bisogno di qualcosa cui avvinghiarsi, foss’anche sentirsi raccontare un episodio dei Teletubbies.


Che a me in realtà fanno venire ansia. Sono aberranti e inquietanti. Sono inquierranti.


Ognuno di noi ha quindi una maniglia cui aggrapparsi. Anche se il più delle volte si finisce per attaccarsi ad altro.

Non è che i pesci che si somigliano sono i dentici

Ho dovuto rinnovare la carta d’identità. La vecchia era più che mai deteriorata. Ho l’abitudine di tenerla sempre nel portafogli e questo già non fa bene al documento cartaceo. Ultimamente, poi, ho l’abitudine di fare il bagno col portafogli nel costume e questo è stato il colpo finale. L’ho tirata fuori e si è disintegrata.

Potrebbe essere un qualcosa molto buddhista. La propria identità che si disgrega all’aria e finisce in tutte le cose, per poi riformarsi sotto forma di un nuovo documento.

Questa considerazione non è mia, i crediti vanno a un conoscente che ho incrociato per strada mentre mi recavo al Comune. È un tipo interessante. Gli fanno impressione i centesimi di rame. Il motivo è che secondo lui sono la soluzione più pratica che la gente adotta per pulire la suola delle scarpe – soprattutto quelle con una scolpitura sottile – dopo aver calpestato una deiezione canina. Quindi, sempre secondo lui, in giro capita che ci siano centesimi “smerdati”.

Sulla nuova tessera sono, ovviamente, barbuto come ormai sono da anni. Sto pensando che se di colpo tagliassi la barba completamente non sarei più riconoscibile nella foto sul documento.

È una rasatura il confine tra l’essere riconoscibile o meno?

Io sono la mia peluria facciale?

Non è che per pescare una carta ti serva un amo

978880467203hig-313x480Ne I fratelli Karamazov il libro VI è interamente dedicato alla figura dello starec Zosìma. In particolare, dal capitolo II parte una fitta digressione di una 40ina di pagine circa sulla vita e le opere di tale sant’uomo. Avevamo lasciato, nel libro precedente, i nostri personaggi: Smerdjakòv, Ivàn, eccetera, e ora ce ne dimentichiamo completamente per immergerci in un’altra dimensione.

Quella delle digressioni è un’arte difficile da padroneggiare.

Ricordo agli esami all’università aprivo parentesi che non chiudevo mai. Era una tattica per sviare dall’argomento richiestomi quando perdevo il filo o non lo ricordavo. Ricordo una volta quando mi chiesero del sistema amministrativo spagnolo e io conclusi il discorso con «Ed è così che, come abbiamo visto, Nixon si è garantito il potere». Se vi steste chiedendo se io mi ricordi a cosa mi riferissi con Nixon, a tal proposito, vi ho già parlato della pubblica amministrazione in Spagna?

Il sistema funzionava finché c’era un professore – più spesso un assistente – che, stanco e tediato dal tenere esami per ore, si limitava ad ascoltare giusto che tu non dicessi sciocchezze. Poi finché parlavi andava tutto bene.

Ieri ho sostenuto un colloquio, in inglese, il terzo episodio – o almeno credo – di una selezione che somiglia a Giochi senza Frontiere. A un certo punto non ricordando più come proseguire quel che avevo iniziato a dire ho parlato – contestualizzandolo e collegandolo a un’altro argomento – del discorso Questa è l’acqua di David Foster Wallace e dell’aneddoto iniziale dei due pesci. Lo ri-condivido qua perché non mi piacciono molto i discorsi motivazionali e difatti questo è tutto fuorché un discorso motivazionale e mi è sempre stato molto di aiuto come riferimento (link al video che è stato realizzato sul discorso).

Dopo che ero andato in black out mentale, questi due pesci e il relativo discorso erano l’unica cosa che mi era venuta in mente perché giusto un paio di giorni prima ne avevo parlato con una persona.

È veramente brutto quando si spegne la luce in testa. Avete presente quando state facendo un discorso e le parole affollano la vostra mente, nuotano tutte insieme come un branco di sardine, poi all’improvviso questo bel mare si fa sempre più scuro come steste precipitando in un fondale oceanico e tutti quei pescetti che erano le vostre parole sono spariti e brancolate in questo mare buio cercando di aggrapparvi alla prima cosa utile che vi possa riportare su? Mannaggia li pescetti, davvero. 

Digressioni a parte, almeno non sono stato troppo logorroico. Non lo sono in generale.

Conosco un tale che può farti venire il mal d’orecchi quando attacca a parlare. E se viene interrotto, è capace poi di riprendere anche dopo mezz’ora dallo stesso punto in cui si era fermato. È sorprendente e un po’ lo invidio.

Ho invece un’amica che se sta zitta per troppo tempo – e ‘troppo’ per lei sarebbero 5-10  minuti massimo – a un certo punto esplode prorompente – ti dà anche uno schiaffo sul braccio o sulla spalla per richiamare la tua attenzione – e inizia a parlarti. Anche lei mi fa invidia per il suo esordire in discorsi senza preamboli o introduzioni. Io invece se non vengo interrogato non mi esprimo, giacché parto dal presupposto che se non me l’hanno chiesto vuol dire che non vogliono saperlo e se volessi farglielo sapere lo stesso starei commettendo una violazione della altrui libertà personale.

A parte questo, non ricordo più io cosa volessi dire in questo post.

Non è che dovresti leggere Verga Malavoglia non hai

Durante una serata conviviale, mi sono trovato nel mezzo di una discussione sulla natura dei lupini dei Malavoglia.

Al Nord spesso non sanno cosa siano, altrove alcuni pensano siano solo legumi, altri pensano siano solo molluschi, altri ancora pensano che quelli che sono legumi sono molluschi.

In tutto questo, il buon Verga non specificò mai i lupini – già andati a male tra l’altro – su cui Padron ‘Ntoni investì le risorse di famiglia e che finirono persi in mare, di che natura fossero. Personalmente, propendo per il legume, su cui una leggenda vuole gravi una maledizione della Madonna (nel senso sia di “lanciata dalla Vergine Maria” sia di “enorme maledizione”): è probabile che lo scrittore siciliano conoscesse tale storia e la ricollegasse in modo simbolico alla sventura incombente sulla famiglia di Aci Trezza.


Secondo la leggenda, Giuseppe, Maria e il bambino stavano fuggendo in Egitto per trovar scampo dai soldati di Erode. Giunti in un campo di lupini, provarono a nascondersi ma il fruscio dei bacelli delle piante rivelò la loro posizione ai Romani. La Madonna allora maledisse il lupino oltre a condannarlo ad avere un sapore amaro.


Una storia molto triste che ci fa riflettere su come sia facile beccarsi una maledizione senza aver fatto niente.

 


Restando in tema di Verga, nella stessa serata un’amica mi ha raccontato di una ragazza italo-marocchina, con cui la mia amica ha lavorato in Giordania, che pare viva un gran conflitto interiore tra spiritualità e laicità. Per non venire meno al voto di illibatezza e non negarsi alcuni piaceri della vita, si è iscritta a Tinder e pratica solo incontri incentrati sulla Terza Via.

Il modello economico-sessuale della Terza Via, come tutti sanno, si pone come l’opzione intermedia tra il liberismo dei rapporti orali – il liberismo fa godere solo chi detiene i mezzi di produzione mentre l’operaio si accolla la fatica – e il socialismo di quelli convenzionali – nei quali dovrebbero invece godere tutti in comunanza – e molti teorici ne difendono la validità.

Ho sempre pensato che fosse una sorta di leggenda-barra-scherzo che la Terza Via venisse utilizzata come compromesso tra bisogno di carnalità e salvaguardia dell’ortodossia religiosa. Questa testimonianza mi fa scoprire invece un mondo nuovo e mi lascia riflettere su tutti gli anni che ho perso non avvicinandomi a persone molto religiose.

Tutto si ricollega nei discorsi, dunque, la fede, la maledizione della Madonna, i lupini (legumi): il 2019 dopo due millenni di oblìo e dannazione sarà l’anno definitivo del lupino perché le tendenze bio-vegan-gluten free vogliono la farina di questo legume – ad alto contenuto proteico – come base per la preparazione di tanti prodotti succedanei di quelli onnivori/industriali.

E Padron ‘Ntoni tutto questo lo sapeva ma era troppo in anticipo sui tempi: dov’eravate voi radical chic quando la sua barca si rovesciava? Vergogna!

Non è che metti la camicia di forza a un burattino perché è un pu-pazzo da legare

Le grandi domande vengono sempre in momenti in cui la mente è libera di vagare. Mi succede mentre lavo i piatti, mentre mi trovo sotto la doccia, mentre guido in auto verso casa lungo la strada che avrò percorso migliaia di volte.

Oggi durante una lunga minzione, stanco di fissare le piastrelle e ancor più di contemplare l’organo deputato all’atto – già contemplato forse troppo durante l’adolescenza costandomi qualche diottria – mi sono come assentato e lì mi è venuta questa curiosità: ma il pupazzo Uan, che fine avrà fatto?

Avevo già sentito parlare del suo destino ma non ricordavo la storia. Facendo qualche ricerca, ho scoperto che Uan, insieme ai suoi colleghi Four (un orso col naso rosso che io chiamavo sempre Ciao invece, visto che era presente nella trasmissione Ciao-Ciao) e Five (un drago giallo di cui invece non ho memoria), è sparito più di 10 anni or sono.

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I fatti. Giunta l’ora di andare in pensione, a inizio anni 2000 i tre pupazzi sono finiti ospiti della Scuola di Teatro di Milano Paolo Grassi. Me li immagino lì a raccontare ad annoiati studenti dei loro trascorsi televisivi e di quando hanno incontrato questo o quel personaggio famoso.

Finché una notte del 2005 il fattaccio: qualcuno irrompe nella scuola e se li porta via.

La storia, però, secondo me non finisce qui: io sono convinto che i tre abbiano semplicemente inscenato il proprio rapimento per uscire di scena e andarsi a godere una vecchiaia tranquilla su qualche isola della Grecia dove non li avrebbero trovati. In fondo sapete quante cazzo di isolacce deve averci questa merda di una Grecia? (cit.).

Chi può dar loro torto? Pensate a essere costretti a lavorare con Paolo Bonolis. E con qualcuno che ti infila una mano su per il sedere tutto il tempo, non potendo denunciare per il rischio di perdere il posto di lavoro. Facile dire: Perché non hanno detto nulla?. Sapete quanto è difficile per un pupazzo peloso rifarsi una vita?

A proposito del subire atti molesti, sabato un’amica mi ha raccontato di alcuni episodi che le son accaduti.

Ha deciso a 35 anni di prendere la patente e, ricevuto il foglio rosa, ha iniziato a far le guide con l’istruttore, un placido signore – così sembrava – over 60.

In auto costui si è rivelato abbastanza monotematico: i suoi discorsi finivano sempre su un solo argomento. Un esempio: Eh i giovani d’oggi non sanno che farci con una donna, magari vedono una bella ragazza e subito è tutto finito, non hanno l’esperienza di un adulto…

Per non parlare di quando commentava qualche passante donna per strada.

Pazienza, la mia amica non ci bada molto a queste cose. A 35 anni di persone che credono di esser simpatiche se ne sono già viste.

Ha iniziato ad accorgersi però di una sua progressiva “invasione fisica” nel corso delle guide: per darle indicazioni ha iniziato a mettere la mano sulla spalla o sul braccio. Va be’, pazienza.

Poi un paio di volte per dirle di guardare bene lo specchietto le ha girato il mento con la mano. Va be’, pazienza.

Poi per dirle di fare attenzione ha iniziato a metterle una mano sulla coscia. Va be’, pazienza.

Poi per aiutarla a sterzare ha steso il braccio sfiorando la tetta.

Al secondo sfioramento mammellare “involontario” la mia amica gli ha allontanato la mano dicendo che la distraeva.

Io ad ascoltare il racconto ho detto che per me queste son molestie.

Lei concordava con me, ha detto che il giorno dopo quest’ultimo episodio si è sentita malissimo, sia per non aver realizzato subito dei suoi atteggiamenti sia per non aver reagito prima. Le ho chiesto come mai non l’avesse fatto e ha detto che lì per lì era troppo agitata per la guida e magari poi si trattava solo di una sua impressione.

Io penso che se il giorno dopo uno ci sta male non può essere stata soltanto un’impressione. Così come un atteggiamento molesto non deve per forza implicare qualcosa di palese e violento. Molesta è qualunque intromissione – non autorizzata – nella propria sfera personale, mentale e/o fisica.

Ho consigliato alla mia amica, la prossima volta, di rompere con un pugno le “sfere personali” dell’istruttore, nel caso si ripetesse la storia.

 

Non è che devi far palestra per portare una famiglia sulle spalle

Ho un amico che l’anno prossimo ha programmato di sposarsi. Per esser sicuro ha prenotato non una ma due chiese, per due giorni diversi. Coscienzioso e pieno di rimorsi com’è mi chiedo come si sentirà poi a far dispiacere uno dei due preti dicendogli che non se ne fa più niente.

Mi chiedo anche come faccia a pianificare un simile evento e a pensare di stabilirsi qui, dato che lavora precario a 600 km da casa mentre la fidanzata è impegnata in un Erasmus+ all’estero e quando tornerà troverà pronta una beata ceppa di lavoro.

Ma penso anche che se uno ha la volontà le cose in un qualche modo s’aggiustano. I miei son i ragionamenti di quello che se ne sta lì alla finestra a guardare la gente che passa e commentare come una vecchia mai stata moglie senza mai figli senza più voglie.

Che a dir la verità io a metter su una famiglia ogni tanto è un pensiero che mi viene, ma è più come quando in un negozio di animali vedi un’iguana e pensi di volertela portare a casa, perché…beh in fondo perché non tu? Solo che un’iguana è un impegno a lungo termine, campa almeno vent’anni, devi pensarci a questo. Sei in grado di gestire un’iguana in casa quotidianamente per tutto questo tempo? Non è che puoi avercela a mezzo servizio o lasciarla lì nel suo terrario ad aspettarti.


Nota: con l’iguana non mi riferisco a una moglie ma proprio al concetto di famiglia; gestirne una è come gestire l’iguana.


È per questo che allora penso di ricorrere all’affidamento a distanza: il mio scopo è tenere i legami con un/un’ amico/a e adottarne la famiglia. Ad esempio, comprare i Lego al figlio per poterci giocare io o portar ai coniugi le birre a casa per potermele bere io.

Penso pure all’iguana convenga più così.

A proposito di iguane:

Non è che sulla griglia il pilota si senta sui carboni ardenti

Devo parlare oggi di un fatto increscioso avvenuto qualche giorno addietro. Non ne ho fatto menzione prima per non generare il panico: si sa come vanno queste cose, la gente è influenzabile. Difatti oggi il lavoro più richiesto è l’influencer.

C’è stato un attacco di stupidera indiscriminato con episodi verificatisi nell’arco di poche ore, che ha visto coinvolti prima me da solo e poi dei miei amici. Vorrei capire se si è trattato di un fenomeno localizzato o se l’Italia intera è stata colpita da una qualche sindrome o peggio un attentato.

Episodio 1:
Protagonisti:
Io, l’autoradio, Jack
La radio in autostrada gratta e spernacchia.

– Mettiamo un po’ di musica dal telefono
– Io non ho dischi scaricati in memoria
– Metto io qualcosa da YouTube.

Attivo il denteblù sul telefono e guardo poi perplesso l’autoradio: dove si attiverà la connessione? Come si fa a sincronizzare col telefono? Non vedo alcuna funzione, sembra un modello obsoleto…

Forse si connette tramite USB? Ma non vedo l’ingresso.

La mia amica tira fuori un cavetto che si chiama Jack di nome e lo infila nell’ingresso dell’autoradio. Mi porge l’altro capo per inserirlo nella presa cuffie del telefono. Io guardo lei e poi guardo il cavo come se avessi visto l’uovo di Colombo.


Che poi questa cosa che al Tenente piacessero le uova non l’avevo mai saputa.


Episodio 2:
Protagonisti: Io, Amico1, una bella pompa

Scendo per far carburante al self service. Faccio il giro dell’auto, apro lo sportellino, svito il tappo e lo poggio sul tetto.

Arriva Amico1, inserisce la pompa nel serbatoio. Poi mette i soldi nella macchinetta. Inserisce 60 €. Peccato che il serbatoio ne contenga per 48: che genialata.

Termine il rifornimento, ripone la pompa, io rientro placido e tranquillo nell’auto, rientra anche lui, ripartiamo.

Il giorno dopo, la proprietaria dell’auto – perché in tutto questo la macchina non era nostra! – mi scrive per dirci che abbiamo perso il tappo del serbatoio.

Ah. Giusto. Era rimasto sul tetto e né io né l’altro tapino ci abbiam pensato.

Episodio 3:
Protagonisti: Io, Amico1, Conoscente1, Conoscente2, acciaio sovietico

Si inaugura la stagione del carbone e dell’acciaio con una bella grigliata. Conoscente1 ha personalmente saldato – probabilmente con dei rottami recuperati da una discarica – una potente macchina da brace.

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Conoscente1, nella foto sopra intento a purificare col fuoco, prima di andare alla stazione a prendere un’amica ha raccomandato a me, ad Amico1 e Conoscente2, di attizzare la brace con la bombola.

Noi, pensando di dover spruzzare del kerosene, del propano o chissà quale altro combustibile residuo di tempi andati conservato nella rimessa che si intravede nella foto, prendiamo la bombola rossa – sempre in foto – e cominciamo a spruzzare.

Cosa strana, la brace non sembra ravvivarsi. Allora insistiamo. Nulla. Dopo aver infradiciato tutta la carbonella desistiamo.

Torna Conoscente1:

– C1: Fatto?
– C2: Ma che caz ci sta nella bombola? Questa roba non serve a niente! Guarda qua, si è tutto spento!
– C1: Per forza: quello è l’antizanzare che spruzzo nel giardino!
– C2: Scusa, tu hai detto prendete la bombola, pensavamo ci fosse del combustibile
– C1: Sì, e io ora vi facevo versare il petrolio sulla carbonella: così saltavamo in aria! Io volevo che ravvivaste soltanto con un po’ di fuoco!
– C2: Ma tu tieni la bombola con l’antizanzare qua vicino…
– C1: E dove dovrei metterla, in casa per irrorarci il divano?

E poi va verso la rimessa e prende la bombola azzurra (sempre in foto) provvista di pratico lanciafiamme.

Da allora altri attacchi di stupidera non si sono verificati, quindi sembra essersi trattato di pochi casi isolati. Sono comunque preoccupato: e se fosse stato l’ISIS? Gli alieni? Luca Giurato?

Voi avete avuto notizia di casi simili?

Non è che al tipo prolisso tu possa far dono della sintesi

Per la rubrica Cose originali che accadono nella vita quando ci si circonda di persone originali, racconto di quella volta che un regalo che mi fecero deluse quelli che me lo avevano fatto.

C’è un autore di fumetti molto quotato che aveva scritto un romanzo, molto atteso e sul quale si creò molta aspettativa nell’ambiente, che non saprei definire bene quale tipo di ambiente ma in questi casi basta dire “ambiente” e hai risolto.

Degli amici, pensando di farmi cosa gradita, dopo averlo visto in vetrina in una libreria comprarono il volume per farmene dono.

Quella in vetrina credo fosse l’unica copia, oppure forse al piano di sopra ce ne erano altre, fatto sta che io la scena me la immagino così – e non credo di andare molto lontano dalla realtà visto il colpo di scena finale:

– Vogliamo quello (indicando col dito)
– Ve lo prendo subito
– È un regalo
– Ok, allora tolgo il prezzo e ve lo incarto?
– Sì, grazie.

Salto temporale di un tot di ore dopo:

– Sorpresa!
– No dai ragazzi m’avete fatto il regalo? (mannaggia la miseria vorrei sotterrarmi dalla vergogna mi sento sempre a disagio e ho paura di fare espressioni deludenti)

Scarto il regalo

– Vediamo…Oh! Ma è lui!

Mentre lo sfoglio, un amico fa:

– Non ha alcun disegno…?!

Un’altra fa:

– Non è un fumetto?!

Vediamo, cos’è che ha le dimensioni di un libro, sembra un libro ed è completamente scritto?

Un romanzo!

D’un tratto quindi realizzai che a essere delusi erano coloro che avevano fatto il regalo. Un caso più unico che raro di vita vissuta. Come diceva il mio docente di Analisi della semiotica istituzionale, il Prof. Durbans dell’Università di Scarborough (North Yorkshire), È la vita vissuta a dare il senso della vita, vissuta.


Si dilettava in aforismi. E qualcuno dei suoi l’ho anche usato in questo blog.


La storia di come da Scarborough si sia umilmente prestato a insegnare in Italia dopo una messa al bando permanente dagli ambienti accademici britannici è molto interessante ma non nel contesto di questo post.


E in secondo tempo provai un incredibile senso di sollievo: sono sempre terrorizzato dal ricevere regali perché ho paura di deludere chi me li fa; anche se il regalo è la cosa più bella che possano farmi, temo che le mie espressioni non siano in grado di soddisfare abbastanza i presenti e non compensino il pensiero che hanno avuto per me.

Cosicché da alcuni anni metto in scena questa rappresentazione

Ma in quel frangente erano tutti così delusi da non essere interessati alla mia interpretazione. Che delusione!


Qualcuno si può chiedere come sia possibile, seppur è vero che non era stato sfogliato, pensare che un libro sia una graphic novel; la risposta è che non lo so. Va detto che essendo il nostro autore noto soprattutto come fumettista, una sua opera in circolazione può facilmente essere indicata come fumetto, per chi non la conosce. Esteticamente ci sono poi graphic novel che possono sembrare libri, anche se ora così su due piedi non me ne vengono esempi.


 

Non è che la sarta ubriacona alzi il gomitolo

La maggior parte delle persone che frequento con regolarità potrei definirle conoscenti. Gli amici, dando a questa parola una connotazione restrittiva e profonda, sono in realtà pochissimi. Quanti ce ne starebbero sulle dita di una mano che ha tenuto troppo un petardo.

Quando però mi trovo a parlar a terzi delle persone con cui ho dei rapporti, tendo a semplificare dicendo sempre un mio amico, una mia amica. Pur sempre con un vago disagio perché mi sembra di abusare di una qualifica che non avrei diritto a prendermi in quanto io non faccio niente per espandere e coltivare amicizie.

Uno di questi amici che in realtà sono conoscenti ha un serio problema di alcolismo.

Da che io lo conosco è sempre stato eccessivo nel bere in alcune serate, ma credo ora abbia imboccato la via di un problema cronico da almeno due-tre anni. Ricordo che prima di partire per l’Ungheria lo incontrai una sera e mi offrì da bere del whisky che aveva in una fiaschetta d’argento dentro la giacca. Sul momento non vi diedi molto peso. Anzi rimasi ammirato dalla fiaschetta. Simile oggettistica d’antan incontra sempre la mia attenzione. Per un periodo sono andato in giro con un orologio a cipolla con tanto di catenella.

Soltanto che un orologio a cipolla non è proprio la stessa cosa di una scorta di alcool disponibile sempre e comunque con sé.

Ora non gira più con la fiaschetta. Però arriva agli appuntamenti che ha già bevuto mezzo litro di birra o di vino. Se non ha bevuto invece è taciturno e ombroso come un cavallo finché non beve.

Ha la capacità, se di capacità si può parlare, di non risentire degli effetti dell’ubriachezza. La quantità di alcool che stenderebbe sul pavimento in uno pseudo-coma un maschio adulto di 70 kg come me, su uno di 60 kg come lui ha l’effetto di una leggera euforia. Credo sia in quella fase in cui trae sazietà calorica giornaliera dall’alcool che manda giù. È in grado di non cibarsi per due giorni interi. Almeno 5 giorni a settimana esce per bere, tanto conosce molte persone quindi qualcuno di disponibile a turno lo trova.

C’è chi lo invita a cena a casa almeno una volta a settimana per assicurarsi che faccia un pasto decente. È poco utile se però lui si presenta con il vino e dopo porta via ciò che ne resta.

Ricordo quando presi la patente l’istruttore di scuola guida durante la mia prima pratica su strada mi disse una cosa.

Io ero salito in auto senza mai aver fatto una pratica seria. Pensavo che saper come funziona una macchina, come giocare con la frizione senza farla spegnere, sapere come funziona un controsterzo e avendo vinto fior di campionati di Formula 1 sulla PlayStation fosse sufficiente.


A 18 anni ero ancor più testardo e superbo e presuntuoso di adesso. Il metodo educativo nella mia famiglia in questi casi era Fa’ pure come credi e sbattici contro la testa.


Mi accorsi che non era proprio così, soprattutto con altre auto che ti vengono addosso. L’istruttore mi disse:

– Ora che prendi la patente, per i primi giorni non girare in macchina con gli amici. Sali con qualcuno che ci tiene veramente a te. Gli amici ti fanno fare stronzate, senti a me. Non ti fidare degli amici.

Tornando al mio conoscente, agli amici, i suoi intendo, che poi sarebbero anche i miei ma li chiamo conoscenti a parte una, non ho mai visto togliergli la bottiglia di mano. Né rifiutarsi di bere in sua compagnia, salvo poi fermarsi anzitempo perché ovviamente nessuno regge il confronto con lui, che continuerà fino a portarsi come al solito gli avanzi a casa.

Io, che amico suo non posso definirmi, questo tipo di affetto e attenzione non so dimostrarglielo. Quindi posso solo augurargli che una sera una volante lo colga in flagranza e gli faccia il culo a tocchi.

Sperando che gli sia d’aiuto.