Non è che metti la camicia di forza a un burattino perché è un pu-pazzo da legare

Le grandi domande vengono sempre in momenti in cui la mente è libera di vagare. Mi succede mentre lavo i piatti, mentre mi trovo sotto la doccia, mentre guido in auto verso casa lungo la strada che avrò percorso migliaia di volte.

Oggi durante una lunga minzione, stanco di fissare le piastrelle e ancor più di contemplare l’organo deputato all’atto – già contemplato forse troppo durante l’adolescenza costandomi qualche diottria – mi sono come assentato e lì mi è venuta questa curiosità: ma il pupazzo Uan, che fine avrà fatto?

Avevo già sentito parlare del suo destino ma non ricordavo la storia. Facendo qualche ricerca, ho scoperto che Uan, insieme ai suoi colleghi Four (un orso col naso rosso che io chiamavo sempre Ciao invece, visto che era presente nella trasmissione Ciao-Ciao) e Five (un drago giallo di cui invece non ho memoria), è sparito più di 10 anni or sono.

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I fatti. Giunta l’ora di andare in pensione, a inizio anni 2000 i tre pupazzi sono finiti ospiti della Scuola di Teatro di Milano Paolo Grassi. Me li immagino lì a raccontare ad annoiati studenti dei loro trascorsi televisivi e di quando hanno incontrato questo o quel personaggio famoso.

Finché una notte del 2005 il fattaccio: qualcuno irrompe nella scuola e se li porta via.

La storia, però, secondo me non finisce qui: io sono convinto che i tre abbiano semplicemente inscenato il proprio rapimento per uscire di scena e andarsi a godere una vecchiaia tranquilla su qualche isola della Grecia dove non li avrebbero trovati. In fondo sapete quante cazzo di isolacce deve averci questa merda di una Grecia? (cit.).

Chi può dar loro torto? Pensate a essere costretti a lavorare con Paolo Bonolis. E con qualcuno che ti infila una mano su per il sedere tutto il tempo, non potendo denunciare per il rischio di perdere il posto di lavoro. Facile dire: Perché non hanno detto nulla?. Sapete quanto è difficile per un pupazzo peloso rifarsi una vita?

A proposito del subire atti molesti, sabato un’amica mi ha raccontato di alcuni episodi che le son accaduti.

Ha deciso a 35 anni di prendere la patente e, ricevuto il foglio rosa, ha iniziato a far le guide con l’istruttore, un placido signore – così sembrava – over 60.

In auto costui si è rivelato abbastanza monotematico: i suoi discorsi finivano sempre su un solo argomento. Un esempio: Eh i giovani d’oggi non sanno che farci con una donna, magari vedono una bella ragazza e subito è tutto finito, non hanno l’esperienza di un adulto…

Per non parlare di quando commentava qualche passante donna per strada.

Pazienza, la mia amica non ci bada molto a queste cose. A 35 anni di persone che credono di esser simpatiche se ne sono già viste.

Ha iniziato ad accorgersi però di una sua progressiva “invasione fisica” nel corso delle guide: per darle indicazioni ha iniziato a mettere la mano sulla spalla o sul braccio. Va be’, pazienza.

Poi un paio di volte per dirle di guardare bene lo specchietto le ha girato il mento con la mano. Va be’, pazienza.

Poi per dirle di fare attenzione ha iniziato a metterle una mano sulla coscia. Va be’, pazienza.

Poi per aiutarla a sterzare ha steso il braccio sfiorando la tetta.

Al secondo sfioramento mammellare “involontario” la mia amica gli ha allontanato la mano dicendo che la distraeva.

Io ad ascoltare il racconto ho detto che per me queste son molestie.

Lei concordava con me, ha detto che il giorno dopo quest’ultimo episodio si è sentita malissimo, sia per non aver realizzato subito dei suoi atteggiamenti sia per non aver reagito prima. Le ho chiesto come mai non l’avesse fatto e ha detto che lì per lì era troppo agitata per la guida e magari poi si trattava solo di una sua impressione.

Io penso che se il giorno dopo uno ci sta male non può essere stata soltanto un’impressione. Così come un atteggiamento molesto non deve per forza implicare qualcosa di palese e violento. Molesta è qualunque intromissione – non autorizzata – nella propria sfera personale, mentale e/o fisica.

Ho consigliato alla mia amica, la prossima volta, di rompere con un pugno le “sfere personali” dell’istruttore, nel caso si ripetesse la storia.

 

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Non è che devi far palestra per portare una famiglia sulle spalle

Ho un amico che l’anno prossimo ha programmato di sposarsi. Per esser sicuro ha prenotato non una ma due chiese, per due giorni diversi. Coscienzioso e pieno di rimorsi com’è mi chiedo come si sentirà poi a far dispiacere uno dei due preti dicendogli che non se ne fa più niente.

Mi chiedo anche come faccia a pianificare un simile evento e a pensare di stabilirsi qui, dato che lavora precario a 600 km da casa mentre la fidanzata è impegnata in un Erasmus+ all’estero e quando tornerà troverà pronta una beata ceppa di lavoro.

Ma penso anche che se uno ha la volontà le cose in un qualche modo s’aggiustano. I miei son i ragionamenti di quello che se ne sta lì alla finestra a guardare la gente che passa e commentare come una vecchia mai stata moglie senza mai figli senza più voglie.

Che a dir la verità io a metter su una famiglia ogni tanto è un pensiero che mi viene, ma è più come quando in un negozio di animali vedi un’iguana e pensi di volertela portare a casa, perché…beh in fondo perché non tu? Solo che un’iguana è un impegno a lungo termine, campa almeno vent’anni, devi pensarci a questo. Sei in grado di gestire un’iguana in casa quotidianamente per tutto questo tempo? Non è che puoi avercela a mezzo servizio o lasciarla lì nel suo terrario ad aspettarti.


Nota: con l’iguana non mi riferisco a una moglie ma proprio al concetto di famiglia; gestirne una è come gestire l’iguana.


È per questo che allora penso di ricorrere all’affidamento a distanza: il mio scopo è tenere i legami con un/un’ amico/a e adottarne la famiglia. Ad esempio, comprare i Lego al figlio per poterci giocare io o portar ai coniugi le birre a casa per potermele bere io.

Penso pure all’iguana convenga più così.

A proposito di iguane:

Non è che sulla griglia il pilota si senta sui carboni ardenti

Devo parlare oggi di un fatto increscioso avvenuto qualche giorno addietro. Non ne ho fatto menzione prima per non generare il panico: si sa come vanno queste cose, la gente è influenzabile. Difatti oggi il lavoro più richiesto è l’influencer.

C’è stato un attacco di stupidera indiscriminato con episodi verificatisi nell’arco di poche ore, che ha visto coinvolti prima me da solo e poi dei miei amici. Vorrei capire se si è trattato di un fenomeno localizzato o se l’Italia intera è stata colpita da una qualche sindrome o peggio un attentato.

Episodio 1:
Protagonisti:
Io, l’autoradio, Jack
La radio in autostrada gratta e spernacchia.

– Mettiamo un po’ di musica dal telefono
– Io non ho dischi scaricati in memoria
– Metto io qualcosa da YouTube.

Attivo il denteblù sul telefono e guardo poi perplesso l’autoradio: dove si attiverà la connessione? Come si fa a sincronizzare col telefono? Non vedo alcuna funzione, sembra un modello obsoleto…

Forse si connette tramite USB? Ma non vedo l’ingresso.

La mia amica tira fuori un cavetto che si chiama Jack di nome e lo infila nell’ingresso dell’autoradio. Mi porge l’altro capo per inserirlo nella presa cuffie del telefono. Io guardo lei e poi guardo il cavo come se avessi visto l’uovo di Colombo.


Che poi questa cosa che al Tenente piacessero le uova non l’avevo mai saputa.


Episodio 2:
Protagonisti: Io, Amico1, una bella pompa

Scendo per far carburante al self service. Faccio il giro dell’auto, apro lo sportellino, svito il tappo e lo poggio sul tetto.

Arriva Amico1, inserisce la pompa nel serbatoio. Poi mette i soldi nella macchinetta. Inserisce 60 €. Peccato che il serbatoio ne contenga per 48: che genialata.

Termine il rifornimento, ripone la pompa, io rientro placido e tranquillo nell’auto, rientra anche lui, ripartiamo.

Il giorno dopo, la proprietaria dell’auto – perché in tutto questo la macchina non era nostra! – mi scrive per dirci che abbiamo perso il tappo del serbatoio.

Ah. Giusto. Era rimasto sul tetto e né io né l’altro tapino ci abbiam pensato.

Episodio 3:
Protagonisti: Io, Amico1, Conoscente1, Conoscente2, acciaio sovietico

Si inaugura la stagione del carbone e dell’acciaio con una bella grigliata. Conoscente1 ha personalmente saldato – probabilmente con dei rottami recuperati da una discarica – una potente macchina da brace.

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Conoscente1, nella foto sopra intento a purificare col fuoco, prima di andare alla stazione a prendere un’amica ha raccomandato a me, ad Amico1 e Conoscente2, di attizzare la brace con la bombola.

Noi, pensando di dover spruzzare del kerosene, del propano o chissà quale altro combustibile residuo di tempi andati conservato nella rimessa che si intravede nella foto, prendiamo la bombola rossa – sempre in foto – e cominciamo a spruzzare.

Cosa strana, la brace non sembra ravvivarsi. Allora insistiamo. Nulla. Dopo aver infradiciato tutta la carbonella desistiamo.

Torna Conoscente1:

– C1: Fatto?
– C2: Ma che caz ci sta nella bombola? Questa roba non serve a niente! Guarda qua, si è tutto spento!
– C1: Per forza: quello è l’antizanzare che spruzzo nel giardino!
– C2: Scusa, tu hai detto prendete la bombola, pensavamo ci fosse del combustibile
– C1: Sì, e io ora vi facevo versare il petrolio sulla carbonella: così saltavamo in aria! Io volevo che ravvivaste soltanto con un po’ di fuoco!
– C2: Ma tu tieni la bombola con l’antizanzare qua vicino…
– C1: E dove dovrei metterla, in casa per irrorarci il divano?

E poi va verso la rimessa e prende la bombola azzurra (sempre in foto) provvista di pratico lanciafiamme.

Da allora altri attacchi di stupidera non si sono verificati, quindi sembra essersi trattato di pochi casi isolati. Sono comunque preoccupato: e se fosse stato l’ISIS? Gli alieni? Luca Giurato?

Voi avete avuto notizia di casi simili?

Non è che al tipo prolisso tu possa far dono della sintesi

Per la rubrica Cose originali che accadono nella vita quando ci si circonda di persone originali, racconto di quella volta che un regalo che mi fecero deluse quelli che me lo avevano fatto.

C’è un autore di fumetti molto quotato che aveva scritto un romanzo, molto atteso e sul quale si creò molta aspettativa nell’ambiente, che non saprei definire bene quale tipo di ambiente ma in questi casi basta dire “ambiente” e hai risolto.

Degli amici, pensando di farmi cosa gradita, dopo averlo visto in vetrina in una libreria comprarono il volume per farmene dono.

Quella in vetrina credo fosse l’unica copia, oppure forse al piano di sopra ce ne erano altre, fatto sta che io la scena me la immagino così – e non credo di andare molto lontano dalla realtà visto il colpo di scena finale:

– Vogliamo quello (indicando col dito)
– Ve lo prendo subito
– È un regalo
– Ok, allora tolgo il prezzo e ve lo incarto?
– Sì, grazie.

Salto temporale di un tot di ore dopo:

– Sorpresa!
– No dai ragazzi m’avete fatto il regalo? (mannaggia la miseria vorrei sotterrarmi dalla vergogna mi sento sempre a disagio e ho paura di fare espressioni deludenti)

Scarto il regalo

– Vediamo…Oh! Ma è lui!

Mentre lo sfoglio, un amico fa:

– Non ha alcun disegno…?!

Un’altra fa:

– Non è un fumetto?!

Vediamo, cos’è che ha le dimensioni di un libro, sembra un libro ed è completamente scritto?

Un romanzo!

D’un tratto quindi realizzai che a essere delusi erano coloro che avevano fatto il regalo. Un caso più unico che raro di vita vissuta. Come diceva il mio docente di Analisi della semiotica istituzionale, il Prof. Durbans dell’Università di Scarborough (North Yorkshire), È la vita vissuta a dare il senso della vita, vissuta.


Si dilettava in aforismi. E qualcuno dei suoi l’ho anche usato in questo blog.


La storia di come da Scarborough si sia umilmente prestato a insegnare in Italia dopo una messa al bando permanente dagli ambienti accademici britannici è molto interessante ma non nel contesto di questo post.


E in secondo tempo provai un incredibile senso di sollievo: sono sempre terrorizzato dal ricevere regali perché ho paura di deludere chi me li fa; anche se il regalo è la cosa più bella che possano farmi, temo che le mie espressioni non siano in grado di soddisfare abbastanza i presenti e non compensino il pensiero che hanno avuto per me.

Cosicché da alcuni anni metto in scena questa rappresentazione

Ma in quel frangente erano tutti così delusi da non essere interessati alla mia interpretazione. Che delusione!


Qualcuno si può chiedere come sia possibile, seppur è vero che non era stato sfogliato, pensare che un libro sia una graphic novel; la risposta è che non lo so. Va detto che essendo il nostro autore noto soprattutto come fumettista, una sua opera in circolazione può facilmente essere indicata come fumetto, per chi non la conosce. Esteticamente ci sono poi graphic novel che possono sembrare libri, anche se ora così su due piedi non me ne vengono esempi.


 

Non è che la sarta ubriacona alzi il gomitolo

La maggior parte delle persone che frequento con regolarità potrei definirle conoscenti. Gli amici, dando a questa parola una connotazione restrittiva e profonda, sono in realtà pochissimi. Quanti ce ne starebbero sulle dita di una mano che ha tenuto troppo un petardo.

Quando però mi trovo a parlar a terzi delle persone con cui ho dei rapporti, tendo a semplificare dicendo sempre un mio amico, una mia amica. Pur sempre con un vago disagio perché mi sembra di abusare di una qualifica che non avrei diritto a prendermi in quanto io non faccio niente per espandere e coltivare amicizie.

Uno di questi amici che in realtà sono conoscenti ha un serio problema di alcolismo.

Da che io lo conosco è sempre stato eccessivo nel bere in alcune serate, ma credo ora abbia imboccato la via di un problema cronico da almeno due-tre anni. Ricordo che prima di partire per l’Ungheria lo incontrai una sera e mi offrì da bere del whisky che aveva in una fiaschetta d’argento dentro la giacca. Sul momento non vi diedi molto peso. Anzi rimasi ammirato dalla fiaschetta. Simile oggettistica d’antan incontra sempre la mia attenzione. Per un periodo sono andato in giro con un orologio a cipolla con tanto di catenella.

Soltanto che un orologio a cipolla non è proprio la stessa cosa di una scorta di alcool disponibile sempre e comunque con sé.

Ora non gira più con la fiaschetta. Però arriva agli appuntamenti che ha già bevuto mezzo litro di birra o di vino. Se non ha bevuto invece è taciturno e ombroso come un cavallo finché non beve.

Ha la capacità, se di capacità si può parlare, di non risentire degli effetti dell’ubriachezza. La quantità di alcool che stenderebbe sul pavimento in uno pseudo-coma un maschio adulto di 70 kg come me, su uno di 60 kg come lui ha l’effetto di una leggera euforia. Credo sia in quella fase in cui trae sazietà calorica giornaliera dall’alcool che manda giù. È in grado di non cibarsi per due giorni interi. Almeno 5 giorni a settimana esce per bere, tanto conosce molte persone quindi qualcuno di disponibile a turno lo trova.

C’è chi lo invita a cena a casa almeno una volta a settimana per assicurarsi che faccia un pasto decente. È poco utile se però lui si presenta con il vino e dopo porta via ciò che ne resta.

Ricordo quando presi la patente l’istruttore di scuola guida durante la mia prima pratica su strada mi disse una cosa.

Io ero salito in auto senza mai aver fatto una pratica seria. Pensavo che saper come funziona una macchina, come giocare con la frizione senza farla spegnere, sapere come funziona un controsterzo e avendo vinto fior di campionati di Formula 1 sulla PlayStation fosse sufficiente.


A 18 anni ero ancor più testardo e superbo e presuntuoso di adesso. Il metodo educativo nella mia famiglia in questi casi era Fa’ pure come credi e sbattici contro la testa.


Mi accorsi che non era proprio così, soprattutto con altre auto che ti vengono addosso. L’istruttore mi disse:

– Ora che prendi la patente, per i primi giorni non girare in macchina con gli amici. Sali con qualcuno che ci tiene veramente a te. Gli amici ti fanno fare stronzate, senti a me. Non ti fidare degli amici.

Tornando al mio conoscente, agli amici, i suoi intendo, che poi sarebbero anche i miei ma li chiamo conoscenti a parte una, non ho mai visto togliergli la bottiglia di mano. Né rifiutarsi di bere in sua compagnia, salvo poi fermarsi anzitempo perché ovviamente nessuno regge il confronto con lui, che continuerà fino a portarsi come al solito gli avanzi a casa.

Io, che amico suo non posso definirmi, questo tipo di affetto e attenzione non so dimostrarglielo. Quindi posso solo augurargli che una sera una volante lo colga in flagranza e gli faccia il culo a tocchi.

Sperando che gli sia d’aiuto.

Non è che devi essere un rapinatore per fare colpo

È arrivato di nuovo quel periodo dell’anno. E io l’ho celebrato come al solito.

È uscito il nuovo film di Star Wars e sono andato a vederlo. Non mi dilungherò in recensioni, sarò anzi breve come Pipino detto il: questo film è merda. Anzi, è merda che caga merda. Merda seduta sul gabinetto che ne produce altra.

Pare che invece a tanta gente sia piaciuto tanto. Può voler dir tutto e niente il giudizio popolare, chiariamo. Rihanna ha venduto più dischi di Bob Dylan, figuriamoci.

Oppure la mia delusione sarà dovuta soltanto alla frustrazione nell’aspettarsi qualcosa che non si ripeterà mai più. Non ci sarà mai più un Impero che colpisce ancora. Il futuro non è altro che un tentativo di rileggere il passato. Il nostalgico cerca una realtà aderente a quella che ormai è solo una idea astratta.

Ho riflettuto sulle idee astratte in questi giorni in seguito a un episodio.

Due settimane fa durante una festa ho conosciuto una persona. Mio malgrado. A dirla tutta credo mi abbia teso un agguato. A inizio serata mi ha fatto:

– Ciao, tu sei?
– Gintoki. E tu saresti?
– Sono Clistera. Sono la sorella della festeggiata. Non mi hai vista ieri pomeriggio?
– No
– C’ero anche io
– Ah. No.

Sono simpatico come un sanpietrino.

Trascorsa un’ora o forse sessanta minuti in cui ho parlato a caso con persone a caso, Clistera, che avevo perso di vista, mi si è parata davanti, visibilmente alticcia:

– Senti però te la posso dire una cosa? Questa cosa della barba ha un po’ scocciato, insomma tutta questa moda e le camicie a quadri…cioè insomma dai…

Figurarsi se io possa aver voglia di conoscere qualcuno che esordisce in questo modo.

Figurarsi se io possa aver voglia di conoscere qualcuno in generale, in questo periodo. Mi trovo in una fase di pessimismo comico – non è un refuso, si tratta di una negatività tutta da ridere – in cui penso Ma tanto alla fine tutto ciò a che serve? Ah ah ah.

Clistera però mi ha trascinato in conversazione per svariate buone altre decine di minuti. Si rivelava una persona tutto sommato interessante e arguta. Poi ci siam salutati e pensavo di non rivederla più dato che ha residenza molto ben oltre la Linea Gotica.

Gli amici nei giorni successivi hanno cominciato a punzecchiarmi sostenendo che, in base a dei segnali che avevano colto, avevo fatto colpo. Io ero dubbioso. Non sono mai stato avvezzo a pensar a me stesso come uno che fa colpo. Mi ritengo certo mediamente nella media degli uomini medi come gradevolezza media, ma se mi dicono che faccio colpo rispondo con Chi, io? No forse ti sbagli, non ero io e poi si trattava solo di cene eleganti.

Ho comunque iniziato a riflettere su questa cosa e pensare che tutto sommato se fosse ricapitata mai l’occasione di interagire con costei avrei cercato di capirne un po’ di più.

Quando rifletto tendo sempre a configurarmi diversi scenari – con tanto di trama ed effetti speciali inclusi – in una scala di opzioni che va da Olocausto Nucleare a “Io sono Iron Man”.

Ieri sera ho rivisto Clistera. Scoprendo che da sobria è una persona non affatto così simpatica e piacevole – e a tratti anche noiosa – come da alticcia (e come nei miei scenari). E ha anche detto Io sono astemia. Bevo solo alle feste*.


* Pensavo fosse una presa in giro ma la sorella mi ha confermato che è astemia. A parte le feste, ovviamente.


È come dire Sono vegano, mangio carne solo alle grigliate. Sono juventino, tifo Napoli solo allo stadio. Non mi piace la figa, ci scopo perché c’è.


Quest’ultimo paragone forse è un po’ inesatto e inappropriato e me ne scuso se ho urtato la sensibilità di qualcuno. In realtà, contrariamente a ciò che si crede, agli uomini la figa non piace. Piace solo perché c’è, ma se non esistesse riuscirebbero a immaginarla? E la immaginerebbero a forma di figa come attualmente è? Io non credo. I giapponesi, che non sono stupidi, pixellano infatti le parti intime nei porno proprio per permettere allo spettatore di immaginare come meglio crede e proiettare su quei pixel la propria personale visione e liberarlo dalla schiavitù della figa.


Infatti il Giappone è il paese dove si fa meno sesso al mondo.


Il punto del mio disappunto è però un altro: in base a cosa questa persona potevo ritenere valesse la pena parlarci? Non la conoscevo affatto. L’immagine che ne avevo era una proiezione di una idea astratta che mi ero fatto nei giorni successivi il primo incontro.

Come mi succede con Star Wars. Al cinema io in realtà non vado a vedere Star Wars. Vado a cercare l’idea di quei tre episodi storici (IV, V e VI), che non rivedrò mai più e che a dirla tutta non erano neanche così perfetti.

Ne Il ritorno dello Jedi c’erano gli Ewok. Palle di pelo pulciose che ridicolizzano dei soldati imperiali. Non ci si rende conto appieno di quanto sia ridicola questa cosa perché si vede solo ciò che si vuol vedere.

Allora forse anche i miei ricordi del passato, di un’estate, di un inverno e di un’estate ancora fa con altre persone non sono altro che un vedere solo ciò che si vuol vedere.

Quindi ho deciso che non vedrò mai più Star Wars.

Tranne quando uscirà un nuovo film o quando in tv lo ritrasmetteranno o quando qualcuno mi inviterà a una maratona casalinga di film di Star Wars.

Non è che al taciturno alcolista piaccia il silenzio-assenzio

Mi trovavo seduto a tavola a cena con altre tre persone. Si chiacchierava. La discussione ha preso in breve tempo una piega abbastanza impegnativa, sul tema della delocalizzazione dei processi produttivi e la standardizzazione dei prodotti offerti ai consumatori. In pratica ciò che a inizio anni 2000 scoprimmo si chiamava globalizzazione e dovevamo combattere. Non è riuscita benissimo.

Uno dei presenti sosteneva che questo modello prima o poi imploderà, perché la gente vorrà riscoprire il contatto umano diretto – invece di un paio di click su Amazon – e l’originalità dei prodotti invece di avere la stessa camicia a quadri di altri migliaia di persone. L’altro sosteneva il contrario. I due son finiti ad avere uno scambio di opinioni piuttosto acceso.

Io dopo aver detto la mia, non ritenendo poi opportuno ripetere le stesse cose – ho avversione per i discorsi che diventano circolari e tornano indietro al punto di partenza – mi sono silenziato e messo a bere.

Ogni tanto emettevo un Gurumpftztzs per schiarirmi la voce ed esprimere un generalizzato dissenso.

La quarta persona presente voleva a tutti i costi intervenire, riuscendoci con scarsi risultati. Anzi, dopo aver ripreso uno dei contendenti invitandolo a non baccagliare in tal guisa causando l’esclusione degli altri presenti, si è sentita ribattere: “Non mi sembra che tu abbia offerto contributi significativi al discorso”.

Non è una cosa carina da dire, anche se, in effetti, le osservazioni che aveva fatto erano sembrate anche a me realmente banali e fuori contesto.

C’è una cosa da ammettere: non tutti sono in grado di offrire un contributo a una discussione, vuoi per mancanza di argomenti, vuoi per l’insipidezza delle considerazioni.

Esistono però secondo me alcuni “grimaldelli”, cioè interventi validi a prescindere da tempi e luoghi, utili per inserirsi in qualsiasi conversazione e trarsi d’impaccio quando si è poco ferrati in materia. Semplici scorciatoie di pensiero.

Ad esempio, se l’argomento è il cinema, analizzando un film, si può fare sempre un vago e saccente accenno alla fotografia. Che nessuno sa in realtà cosa sia la fotografia in un film, ma poco importa.


Una volta – giuro che purtroppo è vera – mi son sentito dire che credevano che ci fosse uno che di mestiere scattasse le foto al set.


Se parliamo di un film d’autore si può cogliere l’occasione per un apprezzamento al piano sequenza. Tanto se è un film impegnato ce ne è sempre uno, pure se buttato lì alla carlona magari per mostrare senza stacchi quando il protagonista si prepara la pajata come la faceva la nonna. Vuol dire che il regista è bravo a cogliere le emozioni.

Di un gruppo musicale era sempre meglio il primo disco, ma se il gruppo è sulla scena da tempo si può azzardare un Devo riascoltarlo meglio, è un lavoro più maturo.

In discussioni a tema politico, invocare la necessità di riforme in Italia è un evergreen. Anche qui non è bene chiaro di cosa stiamo parlando e cosa mai andrebbe riformato: ma se non c’è un oggetto concreto chi potrà allora mai controbattere che non esista qualcosa da riformare?

Sulla stessa scia, anche se qui si vira sul polemico, è utile incolpare i poteri forti. Un potere forte lo si trova sempre.

Quando assaporate del vino dite che è fruttato.


Non va fatto se a tavola c’è il Tavernello e nemmeno se c’è il vino dello zio Giovanni che lo fa così denso e carico che lo si può utilizzare per verniciare le inferriate. In ambedue i casi verreste messi alla berlina dai presenti.


Virando sulle relazioni, ci sta sempre bene un secco I rapporti tra uomini e donne sono cambiati, oppure Gli uomini e le donne non sono più quelli di una volta. Chi oserebbe opporsi a una tale verità? È dai tempi degli Australopithecus afarensis – quelli di Lucy per intenderci – che maschi e femmine cambiano!

Spero che questi piccoli suggerimenti o “tips” (anche buttare nel discorso qualche termine in inglese, senza abusarne, può attirare l’attenzione degli astanti) possano aiutare a essere dei perfetti ignoranti atti a ogni conversazione.

Non è che per spiegare una tovaglia serva un professore

Conversazione su Skype:

– Figlio, perché non ti vedo dalla videocamera?
– Madre, per l’ennesima volta, lo sai che sul mio portatile a volte si accende e altre dieci no
– Ma se io clicco sulla telecamera dovrebbe partire
– No, Madre, anche se clicchi non si accende da quest’altro lato
– Ma io mi vedo
– Perché è la tua “telecamera”, la mia non si accende. Dobbiamo stare qua a provare tutta la sera?
– Ma io non capisco perché se premo sulla telecamera non si veda
– Madre, ti ricordi quando tu aprivi l’acqua calda in cucina mentre stavo facendo la doccia e mi sentivi imprecare in sumero perché a me restava l’acqua fredda?
– Sì ma che c’entra?
– Ecco, qui non funziona così. Adesso puoi aprire tutte le volte che vuoi il rubinetto, da quest’altra parte non succederà un bel niente
– Ah, mò sì.

Disse una volta il filosofo del ‘600 Carlo Bucolico, conosciuto anche come Enrico Cinasco:
Il genio è un uomo capace di dire cose profonde in modo semplice.

Io spesso non mi so spiegare, se non con irriverente saccenza. E, per di più, mi spazientisco quando non capiscono ciò che intendo dire. Fortunatamente spesso mi giungono in soccorso gli esempi.

L’esempio è una cosa vitale. Anche la similitudine più banale e astrusa può essere fonte di insegnamento e può aiutare a chiudere una conversazione che si sta trascinando per le lunghe.

Purtroppo, non sempre funziona.

Una volta all’università per un esame lessi anche un libro che il professore aveva inserito come facoltativo per i corsisti.


Ho sempre avuto un deficit di concentrazione sul particolare tale da rendermi dispersivo l’apprendimento. Ho la necessità di saperne il più possibile su un determinato argomento per poter avere il quadro completo. Come diceva un proverbio cinese: Non insegnare a un uomo a pescare, prima insegnagli tutti i tipi di pesce che ci sono nell’oceano.


Qualche giorno dopo mi telefonò un collega che si stava preparando per lo stesso esame:

– Ma tu ti sei fatto anche il libro che non si doveva fare?
– Me lo son giusto letto
– Ma secondo te va studiato?
– No, io me lo son letto per approfondire, ma se ne può fare tranquillamente a meno
– Come l’hai letto, te lo sei studiato?
– No, l’ho semplicemente letto una volta, velocemente
– Ma le cose che ci stanno scritte te le ricordi?
– Beh sì, una volta letto, qualcosa ti rimane impresso
– Quindi te lo sei studiato?
– No no, l’ho letto e basta
– Ma come l’hai letto?
– Una parola dietro l’altra, come dovrei leggerlo?
– Ma le cose poi te le ricordi?
–  Sì, come ti dicevo, se leggi ti rimane impresso qualcosa
– Ma l’hai sottolineato?
– No, ho letto, l-e-t-t-o, hai presente quando leggi sulla Gazzetta i voti del Fantacalcio e poi ti ricordi che Vigiani della Reggina ha preso 6,5 + assist? L’hai imparato a memoria? L’hai sottolineato? Ti sei fatto lo schemino? No.
– Ah ho capito
– Assafamarònn*
– Ma dici che dovrei farmelo ‘sto libro allora o no
– …
– Va be’ ià non me lo faccio
– Bravo
– Ma io non ho capito come te lo sei letto
Clic.


* Trad.: E quindi uscimmo a riveder le stelle!


Non è che a forza di smanettare diventi cieco

Stanotte ho sognato di trovarmi a Stoccolma o quantomeno avevo la sensazione di esserci.

In realtà ero in un ambiente chiuso che non aveva niente di Stoccolma, ma non essendo mai stato a Stoccolma non ho idea di come possa essere un tipico ambiente chiuso di quella città, quindi fino a prova contraria nel sogno io ero convinto di essere a Stoccolma.

So perché ho avuto questa sequenza onirica.
Nel pomeriggio avevo trovato un volo per la Svezia, Malmö per la precisione, a poco più di 40 euro. È anche a uno sputo da Copenaghen, volendo.

Non ho intenzione di andare in Svezia né in Danimarca, quantomeno a breve.
Tempo e denaro remano contro e quel poco che ho se ne andrà questo w/e perché devo rientrare in Terra Stantìa da venerdì a domenica.

A volte quindi faccio questo gioco di controllare voli su Skyscanner a tempo perso. Imposto la mia località di partenza e poi seleziono come destinazione Ovunque, per le date più convenienti.

Escono fuori risultati interessanti. Con 30/50 euro da qui a una settimana vai dall’altra parte dell’Europa. È bello pensare che puoi volare dove ti pare come se stessi prendendo un intercity Napoli – Roma. Sarebbe forse il caso di approfittarne per viaggiare prima che chiudano definitivamente tutte le frontiere alla libera circolazione o che decidano che portare la barba sia procurato allarme.

Programmare viaggi da non fare è come guardare vetrine di negozi in cui non entreresti. L’importante è non diventarne dipendenti.

Spero che il mio lavoro nei prossimi anni mi porti a espandere sempre più il mio raggio d’azione. Mentre i miei coetanei – o anche i più giovani – progettano viaggi di nozze, io ci vado a nozze col poter viaggiare.


NOTA AL POST CHE IN REALTÀ AVREBBE DOVUTO ESSERE IL VERO POST
Quando mi trovai a parlare di Skyscanner a due amici, raccontando di come mi ero programmato le vacanze, loro mi ascoltavano come se stessi rivelando un segreto di Fatima. E mi chiesero “Ma dove li trovi sempre tutti questi siti?”. “Su Google” è la risposta ovvia. A parte che certi portali sono abbastanza popolari, ma questo non lo dissi perché è come quando ascolti un nuovo gruppo e lo racconti a qualcuno e quello ti risponde “Wa, li ascoltavo tre mesi fa!”. E non è bello.

Io vado sempre in difficoltà di fronte domande simili perché sento di deludere le attese. Gli altri si aspettano che ci sia una momento fondativo, una data simbolo in cui io, novello Colombo (non il tenente), navigando in rete abbia scoperto il fantastico sito grazie a qualche straordinario artificio e una botta di culo.

Restano sempre delusi quando rispondo che semplicemente “li trovo” e li uso come se li avessi sempre usati, perché mi sembra un atto normale trovare altre cose su Google oltre a materiale anatomico/ginecologico per l’intrattenimento della solitudine maschile.
“Com’è che io non li trovo?” è la domanda successiva che mi pongono.

Come si suol dire, in un paese di ciechi chi ha un occhio fa il sindaco. Ci sono persone quindi poco pratiche di internet che pensano che io sia il Re di Smanettonia Informatica soltanto perché magari so svuotare una cache. Che io manco so se una cache si svuoti nell’indifferenziato se visiti siti misti o nell’umido se vai solo sui siti porno.

Il problema è che so appunto fare soltanto quello. La grande virtù dell’ignorante sapiente, però, come ho raccontato altre volte, è fingere di sapere tanto con poco. Quindi per non deludere più le persone che mi fanno domande, d’ora in avanti mi inventerò qualche risposta stravagante del tipo “Sono amico di quello che fabbrica l’internet, ogni tanto mi passa sottobanco qualche scarto di produzione”.


NOTA DELLA NOTA CHE AVREBBE DOVUTO RAPPRESENTARE IL POST
Sono stronzo e saccente ma il ruolo dell’ignorante sapiente lo esige.


Come una rock band satanica, ho registrato un demo-ne

Sono giorni che si ripropone un vecchio pensiero, una riflessione che giace lì – dimenticata – come un animale in letargo prima di risvegliarsi e tornare alla vita: l’origine dell’insoddisfazione. A volte vi penso in maniera scherzosa e mi perdo in considerazioni che divertono soltanto me. Altre mi ci soffermo in maniera più seria.

È lì, quando mi sento più serio, che mi sento anche l’essere meno stabile del mondo, o così direi se avessi una qualche misura di questo universo conosciuto che mi possa dare termini di paragone. Lì percepisco un demone che pianta idee destinate a germogliare.

Noi gatti abbiamo contegno e dignità, ma anche egonismi (egoismi+edonismi).

Se apri la porta, non la attraverseremo: ci compiace l’idea in sé della porta, poi la utilizzeremo quando pare a noi.

Un demone che indica porte: un usciere, anzi, un entriere.

Quale è l’origine dell’insoddisfazione? Quale quella della tentazione? Sono tentato di non cercar risposta e restare insoddisfatto.

Da un frammento di conversazione:
– Quindi è normale che una che conosci appena ti mandi una sua foto a mezzanotte di domenica?
– Ma era una foto in cui faceva la cogliona: si reggeva la testa mentre accanto aveva tre bottiglie di vino. Mica faceva vedere le tette.
– Non c’entra nulla. Cerca di fare la simpatica, è un modo più subdolo per arrivare a qualcuno.
– Eh sì, è rimasta folgorata da me e mi ha puntato.
– Avrà pensato che tu le stia dietro e cerca di attirare l’attenzione.
– Io non vado in giro a fare il simpatico.
– E come si fa a sapere che tu non faccia il cretino con tutte?
– …Eggià, io son pieno di spasimanti, appena arrivo io tutte si girano a guardare me e io mi metto a flirtare…
– No, non è così, non sei quel tipo d’uomo. Non sei uno che attira l’attenzione allo sguardo.
– Ah, grazie mille. Poi mi vieni a dire che debbo rafforzare l’autostima. Bell’aiuto.
– Ma è diverso! Ed è una cosa positiva: tu le donne le prendi di testa.
– Certo, infatti mi chiamano Zidane. Finiamola.
– Idiota.

La perifrastica non è passiva per gusti sessuali, che si conosca almeno questo

– Ragazzi, ma a voi è capitato che dopo la laurea non abbiate più avuto voglia di aprire un libro?
Io ci rifletto su e mi dico che sì, dopo la laurea voglia di studiare ancora immediatamente dopo non me ne venne, né per concorsi né per master, volevo lavorare e basta. Prima che io articoli in parole tale pensiero, lui aggiunge:
– Cioè tipo vado all’edicola, compro la Gazzetta dello Sport e poi penso Noo, tutte queste pagine, chi ha voglia!

Ah. Capisco. Intendeva in questo senso.

Non mi stupisce. Anni fa, all’università, discorrendo di attualità e scoprendolo alquanto all’oscuro di alcuni fatti del mondo, sbottai dicendo:
– Ma lo apri un giornale, ogni tanto? (Vergognandomi poi del mio atteggiamento da maestrino che, purtroppo, non è affatto migliorato col tempo)
– Certo. La Gazzetta dello Sport!

Lo disse ridendo, ma son sicuro che diceva sul serio. Non fu una sorpresa, considerate le sue difficoltà con le doppie e con i congiuntivi. Una volta lo sorpresi a scrivere “abborto”, convinto che si scrivesse così.

L’esempio vivente che qualcosa che non funziona nel sistema universitario – ma anche in quello della scuola dell’obbligo – c’è.

Oggi pomeriggio riflettevo su queste cose e ho montato tra me e me una polemica. In fondo, a cosa serve conoscere l’italiano? È davvero necessario, al giorno d’oggi, sapere quando mettere un congiuntivo in una frase o avere un vocabolario ampio o conoscere il vero significato di un “piuttosto che” per non usarlo in modo barbaro a pene di segugio? A me sembra sempre meno rilevante.

A proposito di membri: mi è tornato in mente un altro aneddoto del periodo universitario.

Dovevamo, in vista di un esame, studiare una sentenza della Corte Suprema Americana, scegliendola da una rosa di documenti fornitici dalla docente. Mi cadde l’occhio su una sentenza riguardante un’accusa di sodomia. Dato che a volte soffro di regressione mentale sino allo stadio “seconda media”, ridacchiando dissi a un collega (non “abborto”, un altro):

– Ehi, perché non porti questa sulla sodomia?
– Ah ah ah!…Ehm, cos’è?
– Come cos’è?
– È il sadomaso? È quello?

Ecco, forse questo è uno di quei casi in cui conoscere l’italiano può servire e fare la differenza nella vita. Immaginate di trovarvi ospiti a casa di qualcuno, per una cena conviviale, due chiacchiere davanti a un buon vino, insomma in un’atmosfera molto tranquilla. Il vostro anfitrione, con garbo e gentilezza, vi propone a un certo punto:

– Le andrebbe un po’ di sodomia?
E voi, non conoscendo il significato della parola, per non deludere il padrone di casa risponderete una cosa simile
– Certo! Però giusto un po’, che devo guidare, non voglio fare tardi…

Magari poi può piacervi, ma almeno sappiatelo prima!

A parte queste amenità, ho ripreso a pensare alla mia polemica sull’importanza dell’italiano, provando a estenderla anche agli studi umanistici. Ne parlavo qualche giorno fa con una persona, che ha un’impronta di studi del tutto opposta alla mia. Così come io posso citare aneddoti su ateniesi e spartani, lei può dilettarsi a parlare di matematica e mitocondri. Io, premettendo che sono il primo a sostenere la necessità dello studio delle materie scientifiche, difendevo l’importanza degli studi umanistici per il contributo che portano alla costruzione mentale di un individuo.

Il caso dello studio del greco, contro il quale la mia interlocutrice puntava il dito,  è per me significativo: più che studiare la lingua per sapere come diavolo si coniughi un ottativo – esercizio che trovo fine a sé stesso -, la cosa che per me ha un valore è lo studio di un pensiero, di una cultura che ha influenzato i secoli a venire.

Sull’importanza di non mettere da parte la cultura umanistica la penso quindi come Umberto Eco e mi piace condividere questo articolo che riporta un dibattito tra lo scrittore e Andrea Ichino: Il liceo classico? Assolviamolo ma va riformato.

Per coincidenza, in questi giorni leggevo un libro di Tiziano Terzani. In Asia, si intitola, ed è una raccolta di suoi articoli dalla Guerra del Vietnam agli anni ’90, frutto di viaggi e periodi di soggiorno in vari Paesi asiatici. C’è un punto in cui mi ha colpito quando parla della dittatura militare in Birmania:

Il livello di educazione del Paese s’è abbassato notevolmente a causa della povertà. Secondo uno studio dell’UNICEF più di un terzo dei bambini dai cinque ai nove anni non va a scuola. Due terzi di quelli che frequentano abbandonano dopo le elementari. Il problema non sembra preoccupare i militari. Al contrario. I soldati sanno che è dagli intellettuali che viene l’opposizione al loro potere: è nelle università che sono nati i movimenti per la democratizzazione e la modernizzazione della Birmania. È per questo che le università, svuotate tre anni fa, sono ancora chiuse e occupate dall’esercito.
[L’aureola psichedelica, Pagan, febbraio 1991]

Ecco, l’ho trovato significativo. Credo che la cultura tutta contribuisca a modernizzare e democratizzare un Paese. Sembra un’ovvietà, ma fino a quanto lo è?

E poi aiuta le persone a trarsi d’impaccio quando parlan loro di sodomia, che non è poco!

Trasformazioni o cose di karma e sangue freddo

Al liceo era alquanto sbruffone e arrogante.
Non era un bulletto, ma amava far battute stupide e scherzi. Si riteneva molto simpatico. La sua simpatia a volte poteva danneggiare l’intera classe, come quelle volte che ci si beccava note sul registro o interrogazioni a sorpresa a raffica a causa delle bravate sue e dei suoi due sodali durante il cambio degli insegnanti.

Nonostante una simpatia discutibile, con il nucleo consistente della classe era in confidenza, tanto da partecipare alle loro feste. Feste dalle quali noialtri eravamo esclusi in quanto personaggi poco interessanti. Comprendo che fosse più interessante chi dimostrava di poter produrre eruttazioni senza coca cola o altra sostanza ruttodopante, sono abilità che fanno invidia. Io però so arrotolare la lingua a U, solo che non me ne sono mai vantato, mannaggia.

Ricordo quando al terzo anno si mise con una della stessa sezione ma di un anno avanti.

Al quarto anno fu sospeso tre giorni per aver abbandonato l’edificio scolastico un’ora prima, solo per saltare l’ora di religione. L’aveva fatto altre volte ma in quell’occasione fu, come si suol dire, sgamato. Cambiò scuola, o meglio, la famiglia gli impose di andarsene in un paritario.

Non mi dispiacque affatto. Chi è causa del suo mal….

Capita oggi che, per conoscenze comuni, ci si ritrovi a frequentare lo stesso giro e quindi ci si incontri per strada o a casa di un amico di entrambi. Sta ancora insieme a quella ragazza, si sono sposati e ora hanno anche un bambino.

Tutte le volte che l’ho visto non ho potuto far a meno di notare una cosa. Parla poco e niente e ha sempre lo sguardo da cane bastonato. A volte lo vedi seduto con la testa leggermente bassa e il busto curvo. Non è l’anima del gruppo, non fa battute, non socializza. Ad una festa si presenta giusto per presenziare, sta in disparte e poi scappa via molto presto. È chiaro che, essendo un padre di famiglia, non possa a 29 anni mettersi a fare la vita di un 18enne e stare fuori tutte le sere sino alle 4 del mattino. Ma la vita non è fatta di estremi.

Una persona che conosco, amica della sua famiglia, ha incontrato di recente lui e la moglie. Per tutto il tempo ha parlato solo lei, seppur tra la mia conoscente e la suddetta non ci sia confidenza, anzi non si conoscono affatto.
“Stiamo parlando di tuo figlio, di’ qualcosa anche tu!” pensava la persona che li ha incontrati. Invece nulla.

Mi hanno detto che a casa porta lei i pantaloni.
Non fatico a crederlo, dato che è lei a mantenere la famiglia mentre lui è ancora all’università.

Come è strana la vita.