Non è che una sirena non possa essere in gamba

Qualche anno fa sono andato da una terapista per risolvere qualche problema di stress e sfoghi di insofferenza, culminati in un episodio in cui mandai a quel paese una collega davanti a tutti facendole gonfiare una vena in fronte e donandole un colorito tra il rosso carminio e il rosso vermiglione che mal si intonava oltretutto con le pareti dell’ufficio.

La terapia consisteva in gran parte di esercizi di rilassamento e respirazione. Avevo appositamente cercato questo tipo di approccio ma, non conoscendo la specialista da contattare, avevo anche fatto delle ricerche online su di lei.

Ho l’abitudine infatti di profilare le persone: ormai su internet si trova traccia di tutti. Lo faccio soprattutto quando devo affrontare un colloquio, per capire chi sia il selezionatore che ho di fronte. Del resto credo a loro volta i selezionatori facciano così coi candidati.

In questo caso, dicevo lo feci con la dottoressa. Una cosa mi colpì: aveva un maltese bianco cui aveva scattato delle foto facendogli indossare un cappottino a coda di sirena. Avete letto bene: il cagnolino era infilato in una coda di sirena di lana.

Nonostante questa aberrazione decisi comunque di affidarmi alle sue terapie perché non sono un tipo superficiale che giudica da questi dettagli.

Andammo avanti qualche mese, poi mi trasferii a Roma e non ebbi modo più di frequentarla. Devo dire comunque che gli esercizi di rilassamento e respirazione mi giovavano.

Qualche giorno fa mi sono ritrovato a pensare a lei; i social a volte forniscono suggerimenti di amicizie e contatti, andando a pescare nel proprio storico di ricerche, sul proprio numero di telefono, insomma in tutti gli ambiti in cui possono ficcare il naso.

Mi è capitato davanti tra i suggerimenti il suo profilo Instagram: l’ho guardato un po’ per vedere come avesse conciato il cane, ho visto che invece ha avuto una bambina. Una bambina in cui, in una foto, aveva infilato una coda da sirena di lana.

Spero non la stessa del cane. Più che altro, perché questa fissazione con la coda delle sirene? Se la Sirenetta voleva un paio di gambe ci sarà un perché.

Si desidera sempre ciò che non si ha e che risulta inusitato nel proprio contesto: l’altro giorno leggevo che in Oriente sono in aumento esponenziale i casi di blefaroplastica per avere gli occhi all’occidentale.

Rimanendo sempre in Oriente e parlando di differenze, è un dato che le donne asiatiche abbiano meno peli rispetto alle Occidentali, soprattutto quelle mediterranee. Laddove da noi ripulire il cespuglio è molto diffuso, in Giappone invece lasciarlo crescere o fingere di averne uno rigoglioso (esistono parrucche pubiche per questo) è invece visto come molto femminile ed eccitante.

Quindi la Sirenetta si fa crescere le gambe perché nel suo contesto è trendy: ma anche al suo pesce-cane da compagnia avrà fatto lo stesso? E la sua terapista che ne pensa? E la Sirenetta essendo danese che tipo di cespuglio avrà?

Domande che non avranno mai risposta.

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Non è che ti serva uno zoologo per riconoscere una bufala

C’è un tale che conosco che racconta cose che in modo palese appaiono come esagerazioni e invenzioni, ma che sembrano far parte del personaggio eccentrico che si è creato. Chi lo ascolta sa del personaggio, così come chi parla sa che gli altri sanno. È un modo per intrattenere, diciamo.

Anche se, delle volte, a me e ad altri fa sorgere il dubbio: lui è davvero conscio di questa finzione generale o pensa forse che gli altri gli credano?

Di individui che contano frottole millantando fatti, esperienze di vita, conoscenze ne ho incontrati; ci sono diversi motivi per cui una persona sceglie di produrre finzioni. Alla base, credo, c’è sempre un disagio.

Confesso di non essermi mai posto il problema con costoro: ascolto annuendo, pensando ad altro.

Mi sentirei più colpito e preoccupato se si trattasse di un mio amico; cercherei di capire perché senta il bisogno di vivere raccontando cose non vere e proverei ad aiutarlo.

Con uno sconosciuto o un semplice conoscente sarebbe più difficile, senza contare che interventi assistenziali creano non di rado sensazioni di fastidio e invadenza non richiesta.

Tendo inoltre anche a fare un distinguo tra i “Pinocchio”: c’è quello cui sembra non mancare nulla nella vita e da cui non mi sento neanche di stare ad ascoltare, quindi, una frottola. È una semplificazione superficiale la mia, forse: puoi avere tutto ed essere lo stesso infelice.

C’è un’altra considerazione che mi viene: è davvero così importante distinguere tra realtà e finzione? Se chi racconta la menzogna – una menzogna che non nuoce a terzi – è convinto che il mondo che sta creando in quel momento sia verosimilmente realistico e se chi ascolta vi presta fede, alla fine cosa è reale e cosa non lo è?

Mi sono trovato delle volte a vivere il caso contrario: una cosa vera che dicevo veniva accolta con diffidenza. Alla fine, che ciò che dicevo fosse vero o meno cambiava poco in quel momento: non venivo creduto, l’esistenza del fatto in sé era come se venisse meno.

Verità e finzione sono allora molto relativi e dipendono dal punto di vista degli interlocutori. Si dice che oggi viviamo nell’epoca della post-verità; i fatti oggettivi passano in secondo piano rispetto alle convinzioni del pubblico. E questo è oggetto soprattutto di analisi politologica, in quanto nella società attuale l’orientamento dell’elettorato (o di parte di esso) pur di fronte a dati concreti non sembra essere influenzato da questi ultimi quanto più da sensazioni, emozioni, umori di pancia.


L’esempio classico è quello di chi, pur messo di fronte all’evidenza del fatto che ciò che sostiene è una bufala, replica dicendo che non gli importa perché il tutto potrebbe comunque essere vero in un universo parallelo.


Senza impelagarmi in pipponi sociopolitici, torno al punto di partenza: se è lecito porsi il dubbio su quel che ci sta dicendo qualcuno sulla sua vita (quindi no argomenti di politica, economia o comunque di interesse pubblico), sarebbe anche lecito intervenire per dirgli di smetterla di dire stronzate, pur consci che tali stronzate a) non arrecano nocumento a noi stessi b) forse fanno bene a lui che le racconta?

Non è che visto che le patate hanno gli occhi puoi ipnotizzarle

Conosco un tale che pratica ipnoterapia. Non ne so abbastanza in materia, quindi non mi lancio in alcun giudizio di merito, sia chiaro.

Oggi mi raccontava che ha una tecnica per far crescere le tette alle donne tramite ipnosi. E afferma che le sue pazienti sono rimaste soddisfatte.

Non ho chiesto come funzioni in dettaglio, perché nel caso di persone che praticano attività inusuali temo che fare domande possa farli sentire autorizzati a riversare sull’interlocutore un torrente di chiacchiere. In genere si tratta di individui che magari non hanno modo di parlare dei loro interessi in discorsi quotidiani, quindi attendono sempre l’occasione buona per farlo. E questo tizio che conosco, che frequenta la libreria dove vado di solito (e che è diventata un ritrovo di personaggi eccentrici, tra cui mi ascrivo anche io) appartiene alla categoria.

Confesso che avrei voluto però capirne di più sulla pratica. Ipnotizza le clienti facendo loro credere che la taglia di reggiseno è aumentata? Oppure le ipnotizza convincendole a ritenersi soddisfatte anche se non è accaduto nulla? Vale anche per gli uomini ed è reversibile? Magari uno vuol farsi una giornata di relax a pastrugnarsi un paio di tette.

Ha detto che ha appreso anche la tecnica per ingrandire il pene. Ma non ha ancora richieste e quindi gli mancano pazienti su cui testarla.

Io nella mia testa pensavo che chi richiede un simile trattamento deve specificare bene cosa vuole: il rischio secondo me è essere fraintesi è finire come quello della barzelletta che si ritrova un pazzo di 30 cm*.


* Un tale entra in un bar stringendo tra le mani un sacco dove all’interno c’è qualcosa che si agita furiosamente.
Si siede al bancone e ordina da bere.
Il barista, perplesso, chiede cosa ci sia nel sacco.
«Guarda, lascia stare che è meglio» gli risponde il tale.
Il barista insiste e fa per aprire il sacco. Ne salta fuori un omino minuscolo che inizia a correre per il locale, imprecare e buttare cose per aria.
Con fatica lo richiudono nel sacco.
Il barista, stupito, chiede che diavolo sia quel che ha visto. Il tale spiega che è frutto dell’opera del genio della lampada il quale esaudisce ogni desiderio.
Il barista chiede se e’ possibile invocare il genio.
Il tale, mostrando la lampada, gli risponde di sì, spiegando che basta sfregarla per bene.
Il genio, evocato dal barista, appare in tutta la sua magnificenza dicendo:
«Quale desiderio posso esaudire?»
Il barista ci pensa un po’ e poi dice:
«Voglio un miliardo!»
Il genio, dopo essersi ben concentrato, fa apparire un bellissimo biliardo e poi sparisce di nuovo nella lampada.
Il barista, deluso, protesta:
«Ma io avevo chiesto un miliardo»
E il tale:
«Perché secondo te io avrei chiesto un pazzo di 30 cm?».


Non è che devi far riposare gli oli esausti

Ho un problema, sì, uno dei tanti, ma uno di questi non è che proprio mi appartiene. Oppure sì, forse me lo pongo solo io. Il fatto è che noto parecchio esaurimento nelle persone che mi circondano, vedo le loro nevrosi, le loro schermate blu di Windows in cui Razionalità.exe ha smesso di funzionare.

Anche io sono un esaurito. E ho un altro problema, molto probabilmente connesso al primo. Mi destabilizza l’insofferenza altrui. L’insofferenza verso il cameriere che tarda ad arrivare, l’insofferenza verso il semaforo rosso, l’insofferenza verso la pioggia, l’insofferenza verso gli insofferenti.

E seppur io non sia responsabile né parte in causa del fastidio altrui, ciò che gli altri provano ed esternano mi causa malessere. La negatività si spande per l’aria come una fuga di gas ed è contagiosa. Mi consuma le energie e mi rende esausto.

C’è un romanzo di John Kennedy Toole intitolato Una banda di idioti; in questo romanzo il protagonista è Ignatius, un uomo di trent’anni con l’irriverenza di John Belushi – che infatti avrebbe dovuto interpretarlo nel film tratto dal libro – la stupidità di Homer Simpson e l’impeto battagliero di Don Chisciotte. Una sua caratteristica, o frase che ripete spesso, è che in contesti di conflitto lamenta che gli si sta «chiudendo la valvola dello stomaco».

Ecco, nei contesti di malessere e negatività diffusa come una profumazione d’ambiente io sento che mi si sta chiudendo la valvola e vorrei dire basta, smettetela, finitela di svalvolare, ma chi sono per bloccare le valvole altrui?

Sono esausto.

Non è che il sub non possa essere superficiale solo perché è uno cui piace andare a fondo

Una delle cose più sgradevoli che una persona possa fare agli altri dopo il non lavarsi l’ascella è trascinarli in situazioni imbarazzanti. In particolare quando tu e questa persona vi siete dati appuntamento in un posto e poi lei cambia i piani all’ultimo momento portandoti a casa di sconosciuti.

In certi casi ciò può dar luogo a situazioni e conoscenze interessanti.

A me questo non succede mai.

Dovevo incontrarmi con questa amica e il fidanzato che si sono trasferiti a Strasburgo e loro mi hanno portato a casa di quattro persone, così connotate:

– Una pittrice di quadri orribili, la cui ultima opera in corso di completamento era una maschera carnevalesca che io avevo scambiato per un lepidottero;
– Uno che ha esordito specificando che è originario del Vomevo;


Spiego per gli italiani oltre la Linea Gotica: i vomeresi, pardon, vomevesi, sono come i vegani, devono dire che sono del Vomero anche se a nessuno frega.


– Una che non parlava;
– Uno che ha parlato per due ore di pesca subacquea.

L’aver portato un amico con me non mi risollevava dalla situazione, anzi: mi sentivo terribilmente in colpa per aver coinvolto.

Questo è ciò che ho pensato mentre il tizio parlava:

Dopo 5 minuti: Ah un’altra cosa interessante che apprendo!
Successivi 10 minuti: Ah un’altra cosa di cui non me ne frega niente!
Tutto il resto del tempo fino a che non ce ne siamo andati: Corrado Guzzanti che dice “Subbaqqueria!”.

Verso mezzanotte, mentre il tizio parlava ancora di pesi e contrappesi, azoto ed embolie, cernie e cernite, per aver modo di scappare mi rivolgo al mio amico, a voce alta in modo che mi sentissero tutti:
– Senti forse è il caso di andare, fuori fa parecchio freddo, ho paura di trovare la statale ghiacciata
– No non credo che ghiacci

Sfruttando le conoscenze di pesca apprese proprio in quella serata, ho fatto partire un colpo di fiocina dallo sguardo che l’ha trafitto all’istante senza via di scampo. Al che lui si è convinto:

– Però pensandoci è meglio andare.

E io che pensavo non fosse una serata istruttiva!

Non è che nell’800 piangessero spesso perché si andava in giro con la cipolla

Ho fatto un incontro sgradevole, per strada.

Ho incontrato un conoscente, uno di quelli che ti trattiene a parlare con discorsi pedanti e pesanti. In particolare il suo tema preferito è la “questione Meridionale”: il mio conoscente è esponente di un movimento borbonico.

Già temevo, avendolo avvistato, qualche comizio da parte sua. Se non che, si è concentrato sulla mia barba:

– Ti vuoi tagliare ‘sta barba?
– No.
– Ti vedo filosofo.
– Ah.
– Marxista.
– Ah.
– E juventino.
– Eh?
– Sì, facci caso, tutti gli juventini tengono ‘sta barba.

Juventino a me, mai.
Tralascio tutto il resto dell’incontro, volevo soffermarmi sull’offesa ricevuta, una macchia sull’onore che un tempo si sarebbe lavata con un duello.

E ho riflettuto su come appunto, nell’età dei gentiluomini, certe cose fossero molto più semplici. Almeno stando al quadro della società e dei rapporti personali dipinto da romanzi coevi a quell’epoca.

1) Le offese, come dicevo, venivano risolte con un duello. Con regole certe e convenute dai duellanti, un appuntamento preciso, testimoni e medico al seguito. Non era necessario che l’incontro si concludesse con la morte di uno dei contendenti: molto spesso bastavano un paio di tiri di spada sulla coscia o un buco in più nel panciotto per porre termine alla questione e dopo magari amici più di prima. Un sistema regolativo delle divergenze efficace e discreto: i duellanti si incontravano in un luogo isolato, senza coinvolgere terzi (salvo i ‘secondi’ e il medico che assistevano) nello scontro.

2) Le relazioni sentimentali erano più semplici e immediate: il gentiluomo notava una fanciulla interessante a una festa, le chiedeva un ballo, dal giorno dopo cominciava a frequentare, con visite di cortesia, casa sua. Alla quarta-quinta visita i familiari si aspettavano una proposta ufficiale perché non è che uno può venire a casa a rompere le palle pretendendo di far conversazione e scroccando colazioni, tè, cene, ad libitum.

3) Sempre a proposito di relazioni, il marito stanco e annoiato di adempiere ai propri doveri coniugali poteva ben accettare la presenza di un accompagnatore per la propria consorte per le occasioni sociali. Spesso trasformato in vero e proprio amante, il cicisbeo in questa veste era accettato purché l’adulterio non si compiesse sotto gli occhi del coniuge.

4) Se una conversazione si faceva troppo accesa, se un argomento finiva per coinvolgere troppo personalmente, se la discussione cominciava a farsi scomoda, il gentiluomo o la gentildonna potevano farsi cogliere da uno svenimento, che il giorno dopo evolveva in febbre cerebrale impedendo di ricevere visite di postulanti e seccatori – gli stessi che erano causa dello svenimento – per giorni.

5) Per inviare delle comunicazioni si utilizzavano dei bigliettini. Che si potevano ignorare senza l’ansia di far venire a conoscenza al mittente di aver visualizzato e non risposto.

6) Le questioni importanti, in molti casi quelle di cuore, si comunicavano con lunghe, prolisse e verbose lettere, alcune della lunghezza di un romanzo. Si potevano utilizzare vaghi e vari giri di parole senza arrivare mai al punto, tanto il destinatario poteva ben dedicarsi alla lettura non avendo altro da fare né esistendo tv, cinema, computer,internet e altri intrattenimenti/distrazioni. La corrispondenza, anzi, era un modo di impiegare e trascorrere il tempo.

7) Fino al 1897 non esistevano juventini.

Mi sembrano tutte valide ragioni per trasferirsi nell’800!

Non è che chiami un pugile per stendere una lista

Chi mi segue da un bel po’ sa che un tempo (quando? Sono ere geologiche che scrivo qui sopra e ne ho perso cognizione) mi occupavo di liste in cui categorizzavo categorie di individui categorici. D’altronde, come diceva Walt Disney, Se puoi sognarlo puoi listarlo.

Oggi vorrei riprendere, partendo da una riflessione.

Non commento quasi mai sui social, perché ho sempre timore della gente che passa a leggere e a rispondere. Se fossimo tutti individui capaci di tenere una discussione argomentata e circostanziata…sai che noia! Invece il mondo è quanto mai vario e avariato e pertanto ho deciso di stilare una lista sui

Fantastici commentatori del Web

– CPC (Capitan Precisino del Cazzo): Il vendicatore della virgola fuori posto e il salvatore delle d eufoniche mal utilizzate. Quello che quando tu stai spiegando il Lemma di Ernest Steinitz sugli spazi vettoriali interviene non per dire la sua (probabilmente non ce l’ha neanche un parere in merito) ma per farti notare che non è Ernest ma Ernst. Tu ringrazi e preghi di levare quel dito dal sedere che la sua simpatia impone.

IOmino

 

– Il sumero-babilonese: Quello che risponde in un linguaggio comprensibile solo a lui e a qualche studioso di lingue morte.

– Fiumi di parole: Ammalato di logorrea da quando un Marzullo radioattivo l’ha morso, ti risponde con un trattato verboso, prolisso e soporifero degno di una tesi di dottorato in Storia del calcestruzzo armato. Per analizzare e commentare ciò che ha scritto ti ci vorrà una giornata intera, nello stesso tempo lui avrà scritto altri panegirici. Alcuni credono che in realtà dietro a quel profilo si nasconda uno staff di Bengalesi sottopagati costretti a scrivere h24 7/7 in uno scantinato.

– Il Benaltrista: Il nome dice tutto. E allora quelli che non hanno detto tutto???????.

– Lo smarrito: Quello che si è perso e interviene a caso per ordinare una 4 stagioni pensando di essere sulla pagina di una pizzeria.

– Il confuso: Parente de Lo smarrito, ma ancor più stordito, è quello che scambia la pagina della Beretta (salumi) per la Beretta (armi) e scrive indignato per protestare contro le pistole. Questo avviene nello stadio iniziale (confusione lieve). Nello stadio peggiore, è capace di scrivere un reclamo sulla pagina fb ironica Cartoni della pizza brutti per protestare sul mancato arrivo della sua 4 stagioni (uno smarrito che per indignazione diventa confuso).

– Il vincitore del Premio G.a.C.: L’interventista risolutivo che pensa di produrre chissà quale pensiero elaborato e pregnante di significato ma che in realtà sta affermando una cosa ovvia, scontata, di cui non si sentiva il bisogno e che con la quale o senza la quale tutto rimarrà tale e quale.

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Prego, fate pure: Quelli che si fanno bellamente i cazzi loro organizzando partite di calcetto e scambi di coppia sotto la tua richiesta urgente di informazioni (vedi sotto) e mentre tu corri ogni volta a controllare le notifiche sperando che qualcuno ti abbia degnato di attenzione, loro hanno fatto ormai gruppo e tutta la community si sta unendo alla partita di calcetto mega orgia.

– L’illuso: Quello che spera di ottenere informazioni chiedendo su internet (vedi sopra).

– L’ironiomane: Rinchiusosi in un ruolo (presunto) di stand up comedian dal quale non riesce a uscire, non può fare a meno di commentare facendo del sarcasmo. Daniele Luttazzi de noantri, il più delle volte per la sua orribile comicità e il pessimo tempismo vorresti tu fare delle battute su di lui. Con dei nodosi randelli. Suo nemico giurato è Lo sveglione.

– Lo sveglione: Non capisce una battuta manco a spiegargliela e prende tutto sul serio. Anzi, se gli spieghi le cose lui si offende perché lo stai insultando. Alla battuta “Un uomo entra in un caffè e fa SPLASH” lui risponde come sia possibile che un uomo sia entrato fisicamente dentro una tazzina.

– L’esperto risponde: Commenta tutto ritenendo di parlare con cognizione di causa basandosi sulla propria personale esperienza, che quindi, in contrasto con qualsiasi logica scientifica, secondo lui è da applicare a tutto il mondo. Se lui una volta si  è sentito male mangiando la frittata di cipolle di suo cugino Piercarolambo, vuol dire che la frittata di cipolle è un cibo velenoso per l’uomo poi fate come volete lui tanto vi ha avvisato 😉 (la sua faccina preferita è quella con l’occhiolino).

– Il moralizzatore: Interviene soltanto per replicare agli altri commenti invitando a non dire certe cose, a non invocare invano gli dei, a pensare che i bambini ci osservano.

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– La mamma social: Quella che qualsiasi argomento deve declinarlo riferito alla propria prole. Es. “Scoperta partita di dildo cinesi difettosi, sequestro delle FdO”, lei: “Ah io ai miei figli non metterei mai in mano un dildo, ai miei tempi abbiamo sempre fatto con gli ortaggi e ci siamo trovati bene e ho insegnato loro a fare lo stesso 🙂 ” (la faccina preferita della mamma social è il sorriso).

Il notificatore di interesse: Deve far sapere a tutti che non gliene frega niente di ciò di cui si sta parlando. Un tempo il suo commento preferito era Estiqaatsi, poi da quando è stato dichiarato passibile di pena di morte è passato al più recente rimando alla “vastità di quanto gliene importa”.  Di questo tipo di commento ne esistono diverse varianti: i più accaniti ricercatori di queste ultime possono trasformarsi ne Il meme di vivere.

Il meme di vivere: Forse non è in grado di scrivere, forse si annoia, forse deve solo rompere il cazzo. Commenta qualsiasi cosa postando meme. I più fastidiosi mettono sempre gli stessi, i più estrosi ne cercano sempre di nuovi e ne creano anche, sperando di diventare famosi e vincere l’ambito premio del creatore di meme: la Beneamata Ceppa. Motto: + me lo memo + vengo -. X non venir + – non me lo memo + o x lo – me lo memo di –.

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– Fuori dal tempo: Anacronismo perpetuo, fossile vivente, è rimasto ancorato all’epoca in cui un sms era rinchiuso in un tot di caratteri e non esistevano le tariffe per sms illimitati. Scrive commenti telegrafici, conditi da abbreviazioni incomprensibili, temendo forse che per qualche battitura in più gli azzerino il credito.

– L’apriorista: Quello che senza leggere contesta a prescindere, perché è così, per il solo fatto di esistere e con l’aggravante di aver scritto tu sei passibile di contestazione da parte sua.

– Il Maniavantista: Non ho nulla contro, però…Non sono di qua né di là…Non è per criticare ma….

– Il complot…no a questo punto non ce la faccio. Mi rifiuto di commentare un simile individuo. Li conoscete, li avete visti, non parliamone che magari fingendo che non esistano forse si estinguono.

Voialtri, allora, cosa fareste su internet senza costoro? Stareste lì a commentarvi tra di voi, a lisciarvi il pelo a vicenda sempre uguali banali tranquilli e scontati. Meno male che queste persone portano un po’ di animazione e follia nel mondo della rete!

Non è che il negoziante che vende film a luci rosse quando si assenta scriva “porno subito”

Devo andare negli uffici di un importante bene culturale. Mi reco all’ingresso laterale e non a quello principale – dove entrano anche e soprattutto i turisti. Chiedo alla guardiola:

– Chiedo scusa, per accedere agli uffici?
– Eh ormai sei venuto qua
– …
– …
– No perché avevo letto che l’ingresso al pubblico per gli uffici era da questo lato
– Eh!
– Eh?
– Comunque puoi passare di là dove c’è quel cancello e poi l’ingresso a sinistra, attraversi il cortile e di nuovo a sinistra.

Io non so perché ma spesso quando vado a chiedere qualcosa mi fanno sentire o mi sento io sempre come se stessi chiedendo della droga.

Tra l’altro non ho mai acquistato droga e non so se funzioni con le stesse dinamiche: forse è tutto molto più semplice e immediato come si vede nei film.

Va anche detto che i film mostrano una realtà falsata – soprattutto i film porno – ma anche gli spot pubblicitari non scherzano.

Presentano prodotti in grado di trasformare cose e persone e permetter loro prestazioni eccezionali.

Io vorrei uno spot che presentasse un prodotto che rende normali.

Con il rasoio mezzalama Juliette avrai una rasatura normale, come quella di un qualsiasi altro tizio che decide di radersi la mattina e a cui non frega un cazzo a nessuno che si è rasato né qualcuno andrà a toccargli la faccia per verificare se si è rasato.

Così almeno un giorno potrei barattare le performance incredibili garantite dai miei acquisti, l’olio che lubrifica la mia auto permettendole di fare dei perfetti 360° sgommando, lasciando segni per terra che pulirò con una sola passata del fantastico detersivo per superfici, sotto gli occhi entusiasti della ragazza – ipotetica eventuale – ansiosa di sperimentare prove estreme tanto si sente sicura e tranquilla coi suoi tamponi magici che infila con un dito, con una giornata di tranquillità e chiedere Scusi per andare dove devo andare per dove devo andare? e sentirmi rispondere Di là, prego e nient’altro.

Non è che serva il soccorso alpino per una valanga di chiacchiere

Salve, sono Gintoki. Forse vi ricorderete di me per esperienze come Non è che l’albergatore abbia un fucile di precisione per fare il checkin, in cui raccontavo di come mi cimentavo nel gestire un B&b per un’amica in vacanza.

Questo fine settimana le sto dando di nuovo una mano in sua assenza. Oggi mi sono presentato al B&b e dentro vi ho trovato la madre del proprietario – che era lì per aspettare il tecnico della lavatrice – che parlava con un ospite già presente.

“Parlava” non rende l’idea. Diciamo che subiva una valanga di chiacchiere da questo ragazzo. Appena sono arrivato io lei ne ha approfittato per andare al bar dicendo “Sto via solo 2 minuti”.

È tornata dopo mezz’ora.

Mezz’ora in cui il tizio mi ha fatto fumare le orecchie fino a che non sono arrivati gli ospiti che attendevo. Se durante il suo flusso logorroico io lo interrompevo per rispondere al telefono, lui poi riprendeva dallo stesso punto esatto in cui l’avevo lasciato. Forse da piccolo ha ingoiato un registratore e quindi ora riesce a stoppare a comando e riprendere da quel punto.

Invidio un po’ le persone così. Esauriscono gli altri ma loro non se ne curano affatto. Probabilmente è perché non concepiscono l’idea di fare una normale conversazione: loro recitano dei monologhi. L’interlocutore serve solo come spalla.

Il logorroico non so come nasca. Se è stato un trauma infantile a renderli così o meno: forse hanno taciuto o sono stati costretti a farlo per tutta l’infanzia e l’adolescenza e oggi hanno un surplus di parole da spendere.

Oppure sono stati morsi da un politico radioattivo e ora vivono in un comizio costante. Non ho idea.

In tanti anni di vita non ho ancora trovato il modo di spegnerli. Il modo civile, intendo.

Credo che una botta in testa sia passibile di reato.

Non è che per fare un complimento l’economista studi un grafico monetario perché è un “apprezzamento”

Scena1/Esterni/Esterno di una casa
Una signora che abita in strada tutte le volte che torna dalla Sicilia porta qualcosa di tipico. Stavolta torna con del pesto di mandorle. Prima che io possa dire “Grazie” mi ficca un cucchiaio in bocca.

Poi mi fa “Non t’avevo riconosciuto, che bel giovane che ti sei fatto”.

Quindi prima mi ingozza come un’oca poi dopo mi riconosce. Va bene.

Dopo alcuni convenevoli, nel salutarla lei mi strizza la guancia e mi fa, di nuovo “Ti sei fatto proprio un bel giovane, che il signore ti benedica, che bel giovane”.

Scena2/Esterni/Marciapiede
Passo davanti a due tizie sedute su una panchina che così a naso avevano l’aria di letterate dedite alla degustazione di rutti e alle gare sportive di sputo del nocciolo di ciliegia.

– Wee, guarda questo. Wee dove vai?

Accelero il passo.

Scena3/Interni/Piscina, in acqua
– Istruttore: Allora ragazzi, 200 metri stile solo braccia e gambe incrociate
– Ragazza: E come si fa?
– I: Come sarebbe come si fa? Dai, te lo mostra lui (indicando me), guarda che bel ragazzo, guardalo guardalo.

Io ovviamente mi rifiuto e faccio andare avanti la tizia. Così almeno le guardo il sedere.

Scena4/Interni/Piscina, docce
Un signore, che già una volta quando gli avevo porto il doccino che serve prima di entrare in vasca mi aveva spruzzato d’acqua dicendo “Eh, altro che barba, ti devi sciacquare pure in petto”, mentre ero sotto la doccia mi guarda dalla testa ai piedi e poi mi fa: “Eh barba capelli ti dei lavare sotto sopra dappertutto, ti ci vorrebbe un autolavaggio”.

Rido. Poi penso che forse voglia il mio sedere e rido di meno.

Scena5/Interni/Piscina, spogliatoi
Rientro, un tale mi accoglie così:
– Wee, maschione.

Faccio un cenno con la mano e vado via.

Abbiamo trasmesso il Presa per il culo day 2018.

Oddio, la signora forse era sincera nel suo apprezzamento. Ma si sa come sono le signore di una certa età, dicono Come ti sei fatto bello, Come sei cresciuto, anche al cactus curvo e ingiallito nell’aiuola di fronte.

Non so perché oggi si siano radunate tutte queste attenzioni verso la mia persona.

Non è che chi prepara conserve stia sempre a pensare al passato

Ho incontrato una persona che non vedevo da anni e che ricordavo come persona brutta e antipatica. La bruttezza non la intendo riferita all’aspetto esteriore ma proprio alla personalità.

Si sa che la mente può portare su percorsi fuorvianti e adattare anche i ricordi, facendo apparire più bello ciò che così bello non era e più brutto ciò che così brutto non era. Essendo io uno che plasma di continuo il proprio passato come l’esperto in materia mi ha insegnato*, mi capita spesso di interrogarmi su quanto le mie convinzioni odierne su eventi e persone di tempi trascorsi siano aderenti alla realtà.


* E se non sapete chi, peste!


Una delle specialiste più note e riconosciute al mondo, storia vera, è la Dottoressa Elizabeth F. Loftus, psicologa esperta nella memoria e sui meccanismi che la regolano. I suoi studi hanno dimostrato che eventi, idee, condizionamenti e qualsiasi altro intervento successivo alla data del nostro ricordo possono modificare quest’ultimo convincendoci che siano vere cose che non lo sono affatto.

Orbene, i miei ricordi di un tempo possono quindi essere fallaci, ma la mia capacità di plasmare il passato ha fatto sì che oggi questa persona si presentasse brutta e antipatica così come io credevo di ricordare.

Vorrei quindi lanciare una speranza a tutti coloro che hanno dubbi e ripensamenti sui propri trascorsi: impegnatevi a fondo perché potete renderli anche peggio di come ricordavate, in barba a tutti i tuttologi fessoscopici di questo mondo.

 

Non è che tu debba aprir la porta per fare un’uscita a vuoto

Negli ultimi tempi non ho molta voglia di uscire e fare cose, a meno che non si tratti di mangiare. La conversazione riempie la mente ma il cibo riempie molto meglio dice un antico proverbio ticinese.

Giacché però mi conosco e so che anche quando non ho voglia di far qualcosa poi la faccio e scopro di divertirmi, mi son fatto trascinare a una serata diversa dalle altre.

C’è questo tale che, in cambio di una cifra simbolica, apre le porte (e soprattutto la cantina) della propria villa per ospitare serate di musica e cibo da dita e degustazioni di vino.

La differenza tra il degustare e conciarsi di merda sta tutta nel modo in cui tieni il bicchiere in mano. Il risultato però è il medesimo: il giorno dopo non ricordi come ti abbiano riportato a casa.

A questi eventi si presenta molta gente strana.

Mentre parlavo con due amici, un tale ci si è seduto di fronte:

– È libera?
– Certo…
– Ma ci sono persone del posto, qui? Non ne ho ancora incontrata una…
– Non saprei…lei è autoctono?
– No no io vengo da (non capisco dove). Voi di dove siete?
– Io e lui (indico il mio amico) da Terra Stantìa. Lei (indico la mia amica) da Località-di-mare.
– Ah va be’ lei quindi è bagnata.

L’abbiamo ignorato mostrandogli il gelo emanato dalle nostre spalle.

Nel corso della serata è tornato più volte tra noi tentando di attaccar bottone ma ha avuto poco successo.

Conosco bene la paura di far una gaffe o un’uscita a vuoto, per fortuna ho un forte istinto di autoconservazione che mi porta a mordermi la lingua prima di dir cose irreparabili, sacrificando l’organo per un fine superiore, cioè mantenere la dignità.

È importante mantenere sempre la disinvoltura.

Mi sono presentato a uno che pensavo fosse il proprietario. Apriva bottiglie, mesceva vino, intratteneva persone.

Non era il proprietario ma un tizio che passava di lì. Ma sono stato disinvolto fingendomi una persona cordiale e socievole.

Una signora si è girata verso di me dicendo qualcosa mentre scendevo le scale. L’ho fissata con uno sguardo inquisitorio come a dire Chi sei e cosa vuoi?. Mi ha guardato quasi spaventata esclamando un ciao interrogativo. In realtà prima si stava rivolgendo alla sua amica dietro di me. Quando me ne sono accorto ho finto di aver sentito un rumore in un’altra stanza e sono scappato via. Sempre disinvolto.

Mentre ormai il vino cominciava a mietere le prime vittime, un tale con una camicia più brutta delle mie ci si è avvicinato battendo le mani – fuori tempo – e mimando mosse di danza, credo per invitarci a unirci a un ballo cui lui era l’unico partecipante perché tutte le persone erano a morire stravaccate da qualche parte.

L’ho ignorato fingendo di essermi ricordato di un mio commilitone durante la Prima Guerra Mondiale. Sempre con disinvoltura ma con un livello di difficoltà esponenzialmente aumentato dai gradi alcolici.

Siamo andati via dal luogo relativamente presto. Direi prima che la situazione si trasformasse in Eyes Wide Shut.

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