Non è che l’ecologista cerchi sinonimi di “no” per differenziare un rifiuto

Scrivo molto di meno qui sopra. Leggo anche con meno frequenza, sia altri blog che libri. Ho terminato due giorni fa un Urania che avevo iniziato partendo per le vacanze il 5 di agosto. A me che in un mese leggevo 3-4 libri. Almeno.

Il tempo. Dove se ne va il tempo? Esce, fa due passi, torna fischiettando mentre tu sei sul divano preoccupato fino a prima che apra la porta. Poi lui entra e tu cambi volto e lo guardi male perché se ne è andato via.

In realtà sento il mio corpo che rallenta o chiede di rallentare. E se non sei tu a fermarti sono gli altri che te lo fanno fare, imponendoti di non andar sempre di fretta.

L’altra sera stavo rientrando a casa dopo 12 ore che ero fuori, di cui 10 passate attaccato a uno schermo a riempire celle Excel. Parcheggio e vedo fuori al cancello del palazzo le due inquiline del primo piano che litigano.

Non mi hanno visto. Potrei girare al largo e camminare intorno l’isolato, entrare nel supermercato per uscirne mezz’ora dopo con un pacchetto di caramelle, andare a farmi un bicchiere di vino all’angolo, qualunque cosa pur di evitarle. Ma io sono stanco, voglio solo togliermi i vestiti e girare nudo per casa.

Allora opto per la tattica ariete: testa bassa mi dirigerò verso l’ingresso, saluterò con un cordiale ma volante “buonasera”, infilerò la chiave nel portone e schizzerò sopra.

Nella mia testa è tutto giusto. Nella pratica loro, vedendomi arrivare, si sono girate e piantate davanti al cancello stile picchetto del liceo al grido di Oggi non si entra.

I fatti, in breve: una fa presente che i sacchi dei rifiuti, quando vengono portati fuori di sera, non debbano essere messi in corrispondenza – in linea d’aria – del suo balcone, perché sale cattivo odore fin al primo piano, dove abita. Una volta infatti la trovai che prendeva a calci i sacchi per spostarli più in là, verso un muretto perpendicolare al cancello. E accusava l’altra – che negava, difendendosi – di non rispettare l’indicazione di mettere i summenzionati sacchi più in là.


Qui nel palazzo funziona così: per secco e umido ci sono dei bidoni all’interno, che vengono svuotati dai netturbini. Invece plastica, cartone, vetro, devono esser posti fuori la sera prima.


Bisogna trovare una soluzione, dicono in coro. Parlare con l’amministratrice, affermano sempre in coro. Nessuno però fa niente, cantano ancora in coro. Io guardo in basso a destra seguendo con gli occhi un piccione che prova a rimorchiare una picciona, fingendo di non cogliere la velata richiesta di ergermi a loro capopopolo.

Una delle due, l’accusata, poi getta in campo un altro argomento: afferma che le dicono di non essere pulita, che dal suo appartamento arriva cattivo odore. Ma lei sotto il balcone (che dà sull’interno, non sulla strada) si ritrova i bidoni dove viene messo indifferenziato e umido. E mi invita ad andare a osservare (come se non li avessi mai visti). Poi trascina uno dei bidoni e fa per mettermelo sotto il naso: «Sentite come puzza, io non dico bugie!».

Mi scosto, dicendo di non dubitare certo che un secchio del pattume esali cattivi odori.

Lei, proseguendo, lamenta che nessuno provveda alla loro pulizia. E fa di nuovo per mettermelo sotto il naso per mostrarmi il lerciume all’interno.

Mi scosto di nuovo, dicendo di non dubitare che non sia certo pulito come la palandrana del Papa.

L’accusatrice dà ragione all’accusata. I bidoni sono gestiti e posizionati male, il sistema stesso della differenziata in questo palazzo non è eseguito bene.

«Tutti si lamentano e però nessuno dice niente», fa la prima accusatrice.

Io cerco con gli occhi il piccione che vedo è rimasto solo. Avrà ricevuto un due di penne. Approfitto di un momento di pausa – la capacità invidiabile di queste persone è quella di sparare raffiche di parole senza respiro – per congedarmi con un «Eh va così qui le cose vanno sempre peggio» e salire verso la mia dimora.

Che dire, in questo mondo in cui si corre, esci da una scatola (la tua casa), per entrare in una scatolina (l’auto) che ti porterà verso un’altra scatola (l’ufficio) dal quale, ore dopo, farai il percorso inverso, senza pause, ben venga chi ti blocchi, ti dica, portandoti anche in situazioni surreali, che tu ti devi fermare un attimo.

Il giorno dopo, sempre tornando dal lavoro, ho trovato di nuovo le due signore a parlare fuori il cancello. Questa volta, però, amabilmente come due comari.

Io ho girato al largo rientrando solo quando se ne erano andate via.

Non è che ti serva il Vesuvio per vulcanizzare una gomma

Mi hanno bucato uno pnemautico dell’auto. Un lavoro pulito, devo dire. 7 forellini allineati nella parte laterale. Così piccoli che dev’essersi sgonfiato lentamente. Magari ci avrò anche viaggiato sopra un po’.

Da bravo cittadino, ho cercato di denunciare il fatto.

Non perché io creda che il malfattore venga preso o io possa ricevere un risarcimento. Parto semplicemente dal presupposto che, se in giro in città stanno accadendo cose simili, con un buon numero di denunce qualcuno dovrebbe porsi un problema.

Vado alla Municipale. L’agente all’accoglienza ascolta l’accaduto e mi fa «Le consiglio di fare una denuncia contro ignoti».

Poi mi chiede in che strada ho rinvenuto l’auto con la gomma a terra. Glielo dico e lui replica «Sta accadendo spesso da quelle parti, vero?»
Ah beh se non lo sapete voi che ci lavorate…

Gli mostro anche il video fatto dal gommista in cui si vede lo pneumatico immerso in acqua e l’aria che esce dai forellini.

Scuote la testa «…capisco rubare le gomme, uno se le vende, ma questa cosa, bah».

Giusto, che le rubassero, diamine!

E poi rimarca: «No no lei deve assolutamente fare denuncia!».

Ok facciamola, dico io.

«Ah no no ora qui non si può. Serve un ufficiale col grado che gli permetta di raccogliere la denuncia, ma al momento non è in sede e io non posso».

Ah. Poteva dirlo subito prima di fomentarmi.

Mi consiglia di andare dai Carabinieri. Con loro però ho già avuto un’esperienza: quando trovai un pacchetto a me destinato aperto sopra la cassetta delle lettere e privo del contenuto, provai a fare denuncia ma alla fine ho subìto un interrogatorio in cui per tre volte mi hanno chiesto «Sì ma il pacco dov’era?».

Mi faccio dire quando avrei trovato ufficialmente l’ufficiale e ritorno quindi il pomeriggio dopo.
Non lo trovo, comunque.

Mi decido ad andare dai Carabinieri, ma l’agente mi dice che non può prendere la denuncia se non è certa la fascia oraria in cui è avvenuto il fatto. Mi consiglia di parlare con l’assicurazione.

Io già immaginavo che l’assicurazione non coprisse queste casistiche, perché in Campania nessuno si sognerebbe di assicurare contro gli atti vandalici.

E, difatti, l’agenzia mi conferma che è proprio così.

Quindi, consiglio:

– se avete un’auto da vandalizzare, meglio farlo qui
– però invece di forare le gomme, rubatele, almeno ci si guadagna qualcosa!

Non è che la filosofia con Kant poi ti pass

Si dice che Immanuel Kant fosse così abitudinario e preciso che gli abitanti di Königsberg potessero regolare gli orologi sulla base del suo passaggio durante le sue regolari camminate.

Io ho il privilegio di poter regolare l’orario grazie a non una ma due persone:

– Quella del piano di sopra che alle 23 sposta i mobili
– Quello che il sabato alle 18 passa in auto sotto casa con la trap ad alto volume nello stereo.

A ognuno i propri filosofi.

Un’altra mente geniale è il parcheggiatore nella strada di fronte. Ha un commercialista. Ripeto: il parcheggiatore abusivo ha un commercialista.

Ha preso a cuore la mia auto. L’altro giorno notò un urto su una portiera. Un paio di giorni dopo mi è venuto incontro chiedendomi se l’avessi fatta sistemare. Gli ho detto di no e lui si rammaricava di non conoscere un carrozziere di fiducia e per bene. Poi ci ha tenuto ad avvertirmi «Ah ho visto tua moglie, è appena rientrata».

In pratica svolge anche il servizio spia coniugale.

L’altro giorno invece ci ha tenuto a dirmi che lui è fascista ma che il fascismo vero è quello che stiamo vivendo oggi.

Premesso che saranno 15 anni che rinuncio a prender parte a una qualsiasi discussione in materia politica, preferendo liquidare la conversazione con degli Eh beh d’altronde, Eh ma d’altra parte dando ragione a tutti, c’è una cosa che mi colpisce. La crescente diffusione di proiezioni psicologiche che c’è in giro.

Mi si perdonerà se non utilizzo un linguaggio psicoanalitico corretto e circostanziato: serve più da esempio.

Il parcheggiatore non nega la sua identità, chiariamo: lui si dice orgoglioso fascista e devoto del duce. Però proietta su altri le componenti negative del suo credo: per lui infatti il fascismo, inteso come privazione della libertà e coercizione, è quello della realtà di oggi.

Ci sono poi quelli che dicono di non essere razzisti perché in realtà i veri razzisti sono altri.

O quelli che dicono che non è vero che gli omosessuali sono discriminati: in realtà oggi con tutto questo gender e gli stilisti e Malgioglio in tv sono gli eterosessuali a esser discriminati.

E che dire di Nicola Schiavone (padre di Francesco Schiavone, alias Sandokan, boss dei Casalesi) che in un intervista esclamò che «I camorristi sono gli altri».

Ma vuoi vede’ che alla fine con tutta questa gente che non è questo e quest’altro il cattivo son io?

 

 

Non è che diffidi dai termosifoni perché hanno pessimi elementi tra di loro

Posso riportare il bue e l’asinello nel presepe.

Per chi si fosse perso la puntata precedente, a casa eravamo rimasti senza riscaldamento.

Nella diatriba tra amministratrice di condominio e proprietaria, che facevano a scarico di colpe tra una che sosteneva di aver avvertito tutti i proprietari e l’altra che ribadiva di non aver avuto notifiche, è arrivato l’elemento risolutore. Il marito della proprietaria.

Il quale mi chiama per prendere appuntamento con la squadra di idraulici che avrebbero fatto la conversione dell’impianto e confessarmi che, in verità, è un po’ colpa sua.
In che senso “un po’ colpa”?
Eh sì, perché a ottobre l’amministratrice “gli aveva detto qualcosa”.
In che senso “aveva detto qualcosa”?.

Lui però non pensava che realmente avrebbe staccato l’impianto e non attivato il riscaldamento.
Mi sembra giusto. Ti chiamano per dirti che la caldaia non entrerà in funzione, non pensi possa essere vero. Era per parlarne così, in via astratta.

«E che mi racconti? Hai intenzione di staccare la caldaia?»
«Sì, ma niente di serio».

È così che deve essere andata.

Una nota a margine, che inserisco qui per finalità narrative: lo Sveglione, così lo chiameremo, è architetto. Io non so, ma così, a pelle, non gli affiderei manco il restauro di una casa per bambole.

Adesso, comunque, i riscaldamenti in funzione li abbiamo. Manca un termostato. È una settimana, circa, che lo Sveglione attende informazioni e preventivi dall’elettricista.

Perché immagino non avesse pensato, nel momento in cui convocava gli idraulici, di allertare anche il tecnico per fargli mettere il termostato.

Siamo in attesa, quindi, del responso: perché poi non è così semplice trovare uno strumento simile. Non esiste una grande scelta, soltanto un ventaglio ampio da quelli giocattolo da 10€ a quelli sui quali ci vedi pure le partite di Serie A meglio di DAZN.

È davvero difficile essere svegli, oggi. Fortuna che io son stupido, quanti problemi in meno cui pensare.

Non è che devi essere un Antico Egizio per invocar Anubi

Ho ingaggiato una personale lotta contro gli afidi, che hanno deciso di insediarsi sul falso gelsomino del balcone. Gli afidi però sono veri. Oppure, amando una pianta falsa, sono falsi anch’essi?
Gli afidi falsi sono forse meglio delle persone false? Grandi domande che ora provo a lavare via passando l’aceto sulle foglie per vincere la loro resistenza.

Nell’ambito delle mie lotte e sfide, prosegue quella di conseguire una seconda laurea. Devo portare avanti una ricerca su due figure storiche per il corso di Storia del Cristianesimo Medievale.

Ho chiesto aiuto a un collega con il quale ho condiviso altri corsi. È un prete. Anche lui è al secondo titolo, ha una laurea presso l’Università Pontificia. Insomma, chi meglio di lui può conoscere la materia?

Eppure, non conosceva i due personaggi oggetto del mio studio. Ho pensato fosse strano. Poi mi sono reso conto di una cosa. Le due figure storiche erano due eretici valdesi: ecco perché non li conosce, per la Chiesa di Roma non saranno mai esistiti!


ba-da-bum-tscha! Momento satira.


Una lotta che invece perdo sempre è quella con la pazienza. Perdo sempre con lei. Anzi, la perdo.

Per esempio, al lavoro. Tizia, che chiameremo Occhio di Falco per comodità narrativa, mi scrive chiedendomi una fotografia in tempo reale dei suoi fondi.

Io, siccome amo fare tabelline colorate con Excel, le invio questo specchietto dove nelle righe trova le voci di costo, nelle colonne – con rispettive intestazioni – invece lo stanziamento iniziale, lo speso e, nell’ultima colonna, il residuo.

Chiunque nella vita abbia visto una tabella, foss’anche quella su un’etichetta che riporta i valori nutrizionali del centrifugato di carrube detox utile per la palestra, sa che incrociando righe e colonne ottiene i valori desiderati e che, in fondo alla tabella, trova i totali.

E poi Occhio di Falco è una che fa robe di roba di scienza, insomma un cervello che sicuramente mi batte in parecchi campi.

Mi risponde – come se le avessi incollato nella mail i valori nutrizionali del centrifugato di carrube detox – dicendomi che ha bisogno di una mano a leggere le tabelle e che e comunque lei ha bisogno di una fotografia ad oggi dei suoi fondi e di sapere i residui.

Ho fatto il mio solito esercizio zen che uso in questi casi. Qualche invocazione ad Anubi, un paio di passeggiate nervose nel corridoio, un respiro, un saluto ad Anubi che è sempre disponibile in qualunque momento della giornata e mi sono apprestato a risponderle, in maniera cortese, professionale e didascalica.


Il fatto di star ancora lavorando in telelavoro è d’aiuto in questi casi. Ho problemi a invocare Anubi in ufficio e, in generale, in luoghi pubblici. Lui non si fa problemi, figuriamoci, a sentirsi invocare ovunque. Sono io che mi imbarazzo se poi qualcuno mi vede (e mi sente) mentre lo invoco.


Poi capisco che Occhio di Falco non è mica stupida. Il suo era un caso di Pesoculismo.

Il Pesoculismo può colpire chiunque, in qualunque momento. Per alcuni è cronico. Per altri, estemporaneo e passeggero. Può presentarsi in varie forme. Come suggerisce il nome, la malattia colpisce il culo del malcapitato, rendendolo pesante come una Multipla. All’inizio, è asintomatica. Poi, dal culo si propaga in maniera casuale verso altre zone del corpo. Può colpire gli arti inferiori, costringendoti a stare sul divano invece di andare a fare la spesa per la cena; poi ti ritroverai a friggere un paio di bastoncini esausti che hai raccattato grattando il fondo mai sbrinato del frezeer (oppure forse stai solo friggendo due blocchetti di ghiaccio sporchi). Può bloccare gli arti superiori, impedendoti di prendere un oggetto in alto, in basso, insomma, in una qualunque posizione che comporta uno spostamento delle braccia. Può affliggere occhi e cervello, inibendo la lettura e comprensione di una tabella!

Questi sono solo alcuni esempi della sindrome Pesoculica.

E tu, sei sicuro di conoscere il tuo culo?

Ma soprattutto, quando incontri qualcuno col Pesoculismo, invochi anche tu Anubi?

Non è lo stilista causa iperlavoro cerchi rimedi per combattere lo strass

La settimana scorsa sono stato in trasferta a Genova. Come preve-temevo qui, è stato un vero sequestro di persona. Addirittura durante la riunione (8 ore) non si faceva neanche pausa caffè. Certo, dopo avere assaggiato quello che servivano al bar della mensa aziendale, capisco anche perché non si abbia voglia di fermarsi per un caffè.

Il barista ci teneva a dire che lui è nato a Napoli e quindi lo sa bene come si fa il caffè.


Immagino che a seconda di dove nasci ti carichino il software con le capacità basiche tipiche del luogo: a Napoli il caffè, a Livorno il caciucco, a Bologna i tortellini, eccetera, così anche se ti trasferisci per i successivi 50 anni ti resterà la conoscenza. Ecco cosa fanno quando si portano via il neonato appena partorito!


L’altra cosa che ho notato è che le mie colleghe sono tutte iper-accelerate. Delle volte, questo l’avevo già notato interagendoci a distanza su Teams, devo dire loro Rallenta. Si comportano così anche dal vivo. Apprensina a volte ha la testa così piena di monologhi accelerati che parla anche da sola. Anche io lo faccio, ma quando son da solo veramente. Se sono in macchina con uno di fianco magari evito!

Io non so se il lavoro le abbia ridotte così o se, causa il lavoro, devono assumere anfetamine e quindi accelerarsi. Non hanno condiviso con me questo segreto e me ne dispiace.

Io so che – ma è il mio punto di vista dall’alto di un gatto – delle volte bisogna magari tirare il freno.

Oggi ad esempio, in riunione online, si parlava del telelavoro; sinora abbiamo usufruito di quello illimitato, da Novembre sarà limitato. Su questo tema, è nata poi la questione dello straordinario: con il telelavoro non viene mai computato e in quest’anno e mezzo o poco più di lavoro a distanza tanto straordinario svolto sarà andato perso.

Apprensina però ha osservato:

«Ok, ma senza telelavoro lavorando in sede avreste fatto quegli straordinari? Io no, soprattutto quando ero vincolata ai mezzi pubblici alle 18:00 max 18:30 me ne andavo»

Risponde Performina:

«Io sì, invece. Quando era il turno del padre di tenere mia figlia io restavo anche fino alle 20:30 in ufficio. Tanto visto non c’è nessuno a casa che mi aspetta, tanto vale che resti».

Premesso che ognuno fa quel che gli pare e se si trova bene con quel che fa, tante care cose e non sono affari miei. Però non ho potuto fare a meno di trovare tutto ciò un po’ triste.

Va bene che se quella sera sei senza figlia non hai urgenza di tornare. Va bene anche che magari tornare e trovare la casa vuota sia un po’ deprimente e quindi non forse non ti vien molta voglia.


È una mia speculazione, beninteso. Magari invece quando ci torna alle 21 è contenta di stravaccarsi sul divano con una busta di Chipster a fare le puzze in libertà fino a che non è ora di dormire.


Ma diogatto, fa’ qualcos’altro, passeggia, corri, salta, nuota, qualunque altra cosa che non comporti il chiudersi 12 ore in ufficio!

 

Non è che se non sei un golfista non te ne freghi di una mazza

Mi arriva incontro per salutarmi.
«Sono ubriaco», mi fa.
Io gli faccio i complimenti per lo stile e l’aplomb che mantiene. «Non si vede», dico senza sarcasmo.
In effetti, di tutte le volte che l’ho visto – non sono molte – non sono mai riuscito a vedere nulla di lui. Imperscrutabile. Non riesco a inquadrarlo.
Non facendo caso alle mie parole, mi congeda dicendo «Dopo la discussione di stasera non so se ci sarò al prossimo compleanno». E se ne va.

Quale discussione? A cosa allude (come supponendo io ne sapessi qualcosa)? Abbiamo parlato un po’ al bancone del bar, ma solo di lavoro e prospettive. Non ho seguito i suoi discorsi con gli altri. Forse ha avuto una discussione con la compagna, in precedenza?

Mi turba questa cosa.

Da bambino smontavo i giocattoli. Non li facevo sopravvivere molto. Mi piace capire il funzionamento delle cose. Da adulto ho smesso di smontare oggetti – anche perché poi ti tocca ricostruirli – ma ho iniziato a cercare di smontare le persone e vederci dentro. E, delle volte, diventa un interesse quasi morboso. Come nel caso sopra descritto, per le vicende di colui che per me è uno sconosciuto – e tal probabilmente resterà.

Ancora, altro esempio. Il mio caro amico, che conosco da quando ero bambino, ha incastrato la sua vita in una routine di abitudini maniacali. È talmente strutturato da diventare angosciante quando deve organizzare qualcosa: comincia a riversarti addosso ansia organizzativa a pacchetti di Eh ma se poi, Eh ma bisogna vedere, Ma poi come si fa se, Poi c’è pure da considerare che. La cosa più divertente è che ha l’ansia anche per conto terzi. Se gli dici che devi arredare uno studio e non hai trovato le librerie che cercavi da *Colosso Svedese* oppure da *Catena francese*, lui ti fa «Eh ma questo è un cavolo di guaio, ora come diavolo fate, come le trovate queste librerie?».

Io in genere quando fa così faccio sempre spallucce. Sapeste che deltoidi con tutto questo allenamento.

Ecco, tutto ciò alla fine non mi riguarderebbe se non cominciassi a chiedermi se stia veramente bene a vivere così. Il suo giro, la sua passeggiata, la sua Peroni, il suo ritiro mensile di Agosto nel paesello, una vita ordinata, schedata, incasellata, sotto controllo, che evita qualsiasi ansia. Probabilmente se vive così è perché gli va bene così. Quello che però mi chiedo è: come sai che non staresti meglio provando a fare cose nuove? A scoprire che una cosa diversa non ti distruggerà? Andando via 3 giorni con la tua ragazza, ora che finalmente hai qualcuno dopo anni di solitudine autoreferenziale?

Non sono fatti miei, ne convengo. Difatti tengo simili pensieri per me.

Di nuovo, un esempio ancora. Un altro amico, piuttosto eccentrico. Assolutamente non curante del giudizio altrui, dall’aspetto non proprio curato. Oserei dire, in realtà, privo di cura alcuna: un caso di malasanità evidente. Anche l’igiene ascellare da questo punto di vista è abbandonata al proprio destino.

E io mi chiedo, perché vorrei capire: che gli stia bene il suo anticonformismo, il suo non adeguarsi a canoni di etichette nell’apparenza, è pacifico. Ma che realmente non si curi del giudizio altrui, non son proprio convinto: e se questo dispregio dell’apparenza non sia un modo diverso di farsi notare? Ogni volta che è presente, si parla di lui, con lui. Il disastroso taglio di capelli con cui arriva, la bandana che indossa durante un periodo bandana che ha attraversato, un gilet da cacciatore in cui mette dei libri nelle tasche al posto di cartucce e richiami per uccelli, eccetera (in realtà è un bel messaggio: mettete dei libri nei vostri tasconi). Stai realmente bene così o hai creato un personaggio da cui non esci mai, perché senza personaggio pensi di essere poco interessante?


Si potrebbe obiettare che tutti noi andiamo in giro portando un personaggio, alcuni invece un cast intero, anche questo è vero.


Non capisco.

Alla luce delle mie domande capirei chi pensasse che io non abbia proprio una mazza a cui pensare, se sto a cogitare così sugli altri. In realtà non è vero. Ho la testa che esonda di mazze mie, tante, con cui mi arrovello ogni giorno. E come se non bastasse, ci metto pure le mazze altrui, come si è visto.

Forse sono io quello che non sta bene. Oddio!

Non è che puoi menare il can per l’aia: al massimo potrà dire “bau”

Oggi mi hanno raccontato una delle storie più divertenti e interessanti che ho ascoltato nell’ultimo anno. È un fatto vero, o almeno il tizio che me l’ha raccontata così dice: non so se sia tutto reale, mi piace comunque pensare che lo sia. Non mi sento, purtroppo, di riportarla integralmente qui perché sarebbe uno spunto interessante per scriverci un racconto e non vorrei quindi rovinare la storia all’amico, diffondendola in rete. Basti sapere, per farne capire il livello di interesse, che ci sono: una blatta (soprannominata Gregory), un cocktail con degli orsetti gommosi dedicato a un tizio che si è urinato addosso, pompieri che irrompono in casa e pensano a un sequestro, Carabinieri che irrompono in casa (chiamati per il sequestro), uno zio che sviene e tante altre cose ancora. Se non è questo materiale di qualità per un racconto, che altro, dico io: pensate che con del materiale di sterco sono riusciti a fare ben 5 stagioni della Casa di Carta!


Attenzione: questa affermazione potrebbe urtare la sensibilità dei fan della Casa di Carta.


E tutto ciò è avvenuto al tizio nell’arco di una serata/nottata.

Il mio agosto in ferie non è stato così movimentato e particolare come la storia di cui sopra: posso al massimo segnalare un cinghiale che di notte ha attraversato la strada davanti l’auto, per dire. Diciamo che l’eccezionalità dell’evento sta nell’averlo incontrato in un paesino di montagna: oggigiorno i cinghiali li trovi in spiaggia, in centro città, sembra che alla fine nei boschi non ci viva più nessuno.

Sempre in tema di animali, un cane durante le vacanze mi ha aggredito tentando di mordermi. Era uno di quei cosi grandi come un topo ma rabbiosi, ringhiosi e rancorosi come Vittorio Sgarbi. Avrei potuto calciarlo in touche in stile rugby o provare un tiraggiro come Insigne, solo che poi avrei dovuto vedermela con la padrona. Padrona che, per giustificarsi, ha detto che purtroppo il cane da quando sono entrati i ladri in casa ha paura quando vede estranei.

Ho capito, ma io cosa c’entro coi ladri?

Mi ricorda la tizia che una volta incrociai in un sentiero tra i boschi di Monfalcone: andava a spasso con dei cani, sciolti. Io stavo per fatti miei e camminavo usando un bastone come rinforzo. I cani mi vedono e mi inseguono e provano ad addentarmi i polpacci. La padrona non batte ciglio e mi fa: “Eh hanno paura del bastone”.

Ah, chiedo scusa: guardi cosa faccio, per punirmi ora me lo infilo nello sfintere, così da farlo sparire e chetare i suoi botoli.

Non ho problemi coi cani; non nascondo che non è che mi facciano impazzire – a parte i cagnoni giocosi e un po’ tontini in stile Mr Peanutbutter – e la mia attenzione per loro è la stessa che potrei avere per un Potamocero (un parente africano di maiali e cinghiali): ok, interessante, ma poi il mio interesse scema e mi guardo in giro a cercare dei gattini.

Il mio problema sono i padroni. I padroni, quelli sì, sono proprio delle belle rotture.

In vacanza sulle spiagge ho potuto ammirare anche diversi tatuaggi interessanti, da un punto di vista antropologico: credo esista una categoria – forse è un fetish – che definirei “Padri Pii brutti”.

Sempre in spiaggia ho potuto ascoltare un tizio che dispensava la sua conoscenza a un gruppo di persone; in sintesi lui affermava:
– siamo delle cavie per i vaccini;
– i vaccini ci modificano il DNA;
– e comunque ricordiamoci che se non fosse stato per Trump non saremmo riusciti ad avere i vaccini.

Mi ha lasciato parecchio confuso su quale fosse quindi il suo orientamento in merito. Poi mi sono immerso in acqua per cercare sollievo da questi discorsi calpestando dei ricci.

Poi ci sarebbe altro ancora da raccontare ma il post rischia di diventare una proiezione di diapositive delle vacanze. Quindi chiudo bruscamente mettendo un’immagine che sento mi rappresenta molto.

(Nota: trattasi di una linea abbandonata-don’t try this at your linea di metropolitana)

Non è che ti serva un croupier per mischiare le carte in tavola

Avevo delle cose da sistemare in banca.

L’impiegata, colei che ci ha dato un appuntamento, un appuntamento in cui si presume che, per essere stato fornito dopo circa un anno di attesa, le cose sono a posto.

Invece arriviamo e parla di intoppi, procedure, cose da fare e da non fare. Intanto smista carte. Sono tutti i documenti che le sono stati forniti.

Lo fa di continuo. Dice una mezza frase e poi prende in mano tutto il pacchetto di documenti e lo mischia come un croupier.

A volte fa come il giornalista che dà le notizie al telegiornale: prende un foglio e lo gira a faccia sotto mettendolo di lato.

A un certo punto nella mia mente inizia un bombardamento di sensazioni diverse. Ho un déjà vu, per iniziare: mi sembra di aver già vissuto questo momento in cui di fronte ho qualcuno che blatera e mischia i documenti, senza logica alcuna.

Poi mi si apre una finestra sui ricordi: ricordi scolastici, di quando all’interrogazione non sapevi cosa rispondere e intanto allora sfogliavi il quaderno, il libro, cercando qualcosa che non avresti mai trovato ma tanto quel gesto serviva per darti sicurezza, per non affrontare lo sguardo inquisitore dell’insegnante.

E allora realizzo: costei, qui, davanti a me, che gira e rigira fogli in realtà non sa un cazzo.

Mi lascio andare appoggiando la schiena sulla sedia. Non pongo domande, non oppongo obiezioni, non faccio niente. La mia presenza, muta, gelida, basterà a farle capire che ho svelato il suo gioco e non potrà più continuarlo. Ché risolva orsù la situazione e non mi faccia perdere tempo menando i fogli per l’aia.


La situazione si è risolta ma lei comunque per tutto il tempo ha continuato a girare fogli, a dire “Ma qui manca il…” per due-tre volte, costringendo ogni volta a farle notare che il documento mancante era ovviamente tra i fogli che lei mischiava e metteva in disordine.


Non usate l’arte di mischiare i fogli per prendere tempo, se non sapete realmente padroneggiarla.

Non è che per l’imbarazzo prendi un asciugamano per asciugare il pudore

Quando arriva il periodo estivo ritorna, prepotente, una domanda che mi viene sempre rivolta:

«Ma non hai caldo con la barba?».

La risposta è NO.

Ora, sarà un fatto di abitudine, ma io sono certo di non avere problemi di sudorazione al mento e alle guance. E non ho mai visto altri esseri umani avere caldo al mento. Quindi, la presenza o meno di barba non fa alcuna differenza.


Anche nel linguaggio comune, si sente parlare di fronte imperlata di sudore, ascelle pezzate, irritazione tra le cosce causa sfregamento e sudore, ma mai e dico mai ho letto o sentito di “mento incorniciato dal sudore”.


Certamente il sudore può gocciolare dal mento, ma sono gocce che scivolano dall’alto, zona fronte-tempie.


Certo, ho visto persone sudare il prolabio: e questo nonostante non avessero lì manco un pelo. Al limite la presenza del baffo aiuta quindi a celare delle antiestetiche gocce di sudore, svolgendo un’utile funzione.

Comunque, potrei quantomeno capire stessimo parlando di zone notoriamente interessate da surriscaldamento e sudorazione, tipo le ascelle: se uno avesse del pelo di 20 cm sotto le braccia allora sì che la domanda “Ma non hai caldo?” avrebbe un senso.

Ma, ripeto, al mento non gliene frega niente, pelo o non pelo, quindi smettetela di fare questa domanda ai barbuti.

In tema di domande, in questo periodo storico quelle più in voga sono:

«Che vaccino ti hanno fatto?», che mi ricorda la domanda classica al ristorante: «Tu che prendi?».

A quelli come me che ancora non hanno avuto accesso alla vaccinazione, la domanda invece è: «Ma se ti fanno il…te lo fai fare?»

E io rispondo sempre che mi possono dare pure la ‘nduja nella siringa, basta finisca questa storia.

Domande, sempre domande.

Io chiedo poco e il più delle volte non chiedo per una questione di imbarazzo: non il mio, ma quello che penso possa provare l’altro alla mia domanda.

Ma se poi l’altro si imbarazza perché non mi vede domandare?

Quanti problemi!

Non è che devi differenziare i “No” perché sono dei rifiuti

Di cose non richieste.

Ho sempre avuto delle difficoltà con l’esternare il mio sentimento di gentile rifiuto. Capita di dire di no anche quando si tratta di una cosa che viene offerta. Non si tratta di fare il sostenuto o non dare una soddisfazione all’altro ma semplicemente di appellarsi al presupposto di partenza che, se si tratta di un’offerta e non un obbligo, io non devo sentirmi vincolato ad accettare perché sennò l’altro la prende a male.

In questo mia zia era era abilissima a crearti sensi di colpa.

Tu le andavi a far visita, giusto per il piacere di farlo, e lei cominciava a volerti offrire qualunque cosa, anche un cinghiale al ragù all’ora del tè perché dovevi per forza prendere qualcosa, anche se avevi lo stomaco chiuso o se i dolci alla crema lontano dai pasti ti facevano imboccare dritto la via della grande tazza bianca. Tu rifiutavi una volta, rifiutavi due, al terzo rifiuto ti rispondeva con “Allora vaffanculo non ti do proprio niente”.

Ecco, se ho questo rapporto complicato con quelli che sono doni, figuriamoci con che sentimenti io possa reagire quando si tratta di cose che proprio non vorrei vedere o sentire.

Ad esempio la Signora Non Disturbo 2 che sulle scale ci tiene a mostrarmi i testicoli del suo cane, perché ce ne è uno che si trova all’interno dell’addome. Non so se ero più a disagio io o il cane che non sembrava contento di vedersi alzare in aria e sballottare il pipino davanti uno sconosciuto.

Non lo avevo chiesto.

Oppure la guardia all’ingresso al lavoro, che è il tipo di persona – ne avevo già parlato, è sempre il tipo che ci tiene a farti sapere gli effetti che ha il ventilatore sul suo intestino – che quando ti attacca a parlare va avanti anche se tu stai uscendo, seguendoti fuori e sulle scale per continuare il discorso. L’altro ieri ci ha tenuto a dirmi che, zona arancione o no, lui e la sua amica particolare – cito testualmente – continueranno a vedersi. Perché lui ha un’amica particolare, mi ha precisato ancora un altro paio di volte.

Non lo avevo chiesto.

Ci sono poi onori non richiesti.

Ero andato dai Carabinieri per presentare una denuncia, visto che qualcuno mi ha, con molta simpatia, aperto un pacco lasciatomi dal corriere portandosi via la sim che conteneva – anche il corriere, molto simpatico, giacché non trovandomi in casa l’ha lasciato sulla cassetta delle lettere.

A raccogliere la denuncia c’è un giovane agente appena uscito dall’Accademia. A un certo punto chiede un consulto telefonico al Maresciallo, il quale mi fa l’onore di ricevermi di persona.

A me bastava solo fare una denuncia, non chiedevo un colloquio con Sua Eminenza.

Dopo avermi posto tre volte la stessa domanda, cioè “Ma quindi tu il pacco dove l’hai trovato?” alla fine sono uscito da lì senza denuncia, tanto, a detta sua, era inutile.

Ma io non avevo chiesto se fosse utile o meno.