Non è che fai il gradasso con gli spazzolini sono perché sono per denti

Il paradosso del sorite, attribuito a Eubulide di Mileto, è un argomento sofistico per dimostrare l’impossibilità di distinguere il vero dal falso. Esso afferma che, partendo da un mucchio di sabbia, se eliminiamo un granello dal mucchio avremo ancora un mucchio. Eliminando poi un altro granello è ancora un mucchio. Si elimina ancora un granello, e poi ancora uno: il mucchio diventerà sempre più piccolo, finché rimarrà un solo granello di sabbia. Quand’è il momento in cui quel mucchio iniziale non è più un mucchio?


Esiste anche una formulazione inversa, partendo dal singolo granello: esso non costituisce mucchio, ne aggiungiamo un secondo e neppure sarà mucchio e così via; o il mucchio non si costituisce mai o, se si ammette che si costituisce per l’aggiunta di un dato granello, si deve concludere che è stato quel solo granello a essere il mucchio.


Lasciamo stare la sabbia che dà pure fastidio e te la ritrovi pure tra le natiche, e concentriamoci su un dato fondamentale: quand’è che una persona si installa in casa di un’altra?

Voglio raccontare la storia di uno che conosco.

Conosce una tizia, si frequentano, si piacciono, eccetera.

Lei si ferma a dormire da lui. Prima una notte. Poi un weekend.

Lui le fa trovare uno spazzolino nuovo nel portaspazzolino.

La settimana dopo lei si ferma di nuovo nel weekend. Ha fatto scorta da quei negozi tipo Tigotà, Idea Bellezza ecc. di robe da toilette da sistemare nel bagno di lui.

Poi lei ha messo qualcosina nei cassetti: un pigiama, qualche ricambio intimo, per comodità.

Un paio di pantofole di scorta sin dall’inizio già erano state sistemate nel corridoio, zona scarpe.

Gli ha portato in dono dei bicchieri da birra.

La settimana dopo altri bicchieri.

Poi sono arrivati quelli da vino.

Altri bicchieri da vino.

Poi sono arrivati quelli da distillati.


Li ha uniti la passione del buon bere. Dicono. Io dico alcolismo.


Lo spazio non c’era più nel mobile ma tanto è bastato fare ordine e lei ha trovato spazio.

Ora, partendo dalla premessa iniziale del paradosso del sorite, quand’è che lei si è praticamente installata in casa? Dai bicchieri? Dall’intimo? Dallo spazzolino? È lo spazzolino in sé una convivenza?

Perché Eubulide questo non ce lo dice invece di gettarci sabbia negli occhi?

Non è che ti serva l’inchiostro per impostare il timbro della voce

Un paio di anni fa non riuscivo più a trovare la mia tessera elettorale. Alla fine rinunciai alla ricerca e decisi di fare richiesta per una nuova.

Andai a fare la denuncia di smarrimento alla Municipale, che è proprio di fronte il Municipio.

Trovai un agente smarrito che, alla mia richiesta di fare denuncia di smarrimento, si smarrì ancor di più:

«Eh ma io qua mi hanno lasciato solo non saprei non c’è neanche il Comandante…no no vada dai Carabinieri».

Andai dai Carabinieri:

«Eh, deve andare dalla Municipale» Mi risposero.
«Sto venendo da lì e mi hanno mandato qua».

Alla fine comunque riuscii ad avere la tessera nuova.

Qualche giorno fa ho ritrovato la vecchia. Incredibile il fastidio che mi ha dato lo scoprire che mancavano 4 timbri per completarla. Adesso avrò con me una cosa incompleta che non potrà mai più finire.


La cosa divertente è che non sono un seguace affatto invece delle tessere punti. Ho decine e decine di pezzi di carta di posti in cui sono andato una sola volta e non ho alcun interesse a ritornarci solo per accumulare timbri perché poi “Ogni 10 kebab dei falafel omaggio”.


Ci sono altre cose che mi generano un senso di “cose fuori posto/fuori contesto”.

Ad esempio quelli che lavorano al pc senza la luce accesa. Che per me quando fuori non c’è sole perché è nuvoloso o piovoso stanno in pratica al buio. Li vedo e provo un senso di disagio.

Un tempo quando passavo davanti una stanza con la luce spenta chiedevo:

«Vi accendo la luce? Vi vedo al buio»

Poi ho smesso. Insomma, non avrei voluto passare per il Tizio della luce. Anzi, il Cagacazzi della luce*.


Dato che poi mi dicevano sempre di accenderla mi chiedevo: allora ne avevano bisogno della luce e non si alzavano per pigrizia?


* E poi comunque non sono mica Grace Kelly


Tra le altre cose che trovo fuori posto c’è poi il tenere il condizionatore acceso e la finestra aperta.

Praticamente l’effetto è quello di avere un cono di aria fredda a 18° che si scontra con un muro di aria calda a 35°. Una volta in una stanza ho visto crearsi un uragano così.

Un’altra cosa che fanno le persone che mi fa pensare No, perché proprio ora? è quando iniziano a parlarti nel momento in cui hai messo su le cuffie per ascoltare musica. Magari siete lì uno di fronte all’altro, in viaggio su un mezzo o alla scrivania al lavoro o in qualsivoglia contesto e non vi state dando alcuna attenzione.

Ma quando decidi di mettere le cuffie nelle orecchie la persona di fronte a te deciderà che dovrà rivolgerti la parola.

Al che ho preso delle volte a mettere le cuffie quando voglio fare due chiacchiere ma non so con che discorso iniziare, per stimolare la parlantina nell’altro.

Chissà quali cose faccio io che danno fastidio agli altri.

Quando me ne renderò conto mi sentirò fuori posto.

Non è che fai una rivoluzione contro il regime alimentare

Ci sono cose di cui non hai mai sentito parlare e poi, d’improvviso, vengono nominate intorno a te più volte in poco tempo.


Magari si tratta di cose in giro da tempo ma che, nel mio caso, non mi arrivano perché ho un firewall che tenta di respingere il più possibile ciò che so non mi interesserà mai.


Questa settimana questo fenomeno si è verificato riguardo a quel che sembra l’ultimo ritrovato nel campo delle diete fai-da-te. La dieta chetogenica.

Nel giro di due giorni tre persone diverse me ne hanno parlato. Senza che io avessi chiesto di parlarmene, o entrassi in argomento del tipo “Ehi, per caso attualmente stai mangiando in base a quel che hai letto su Novella2000?”.

Però il nome mi incuriosiva. Tentavo di ricavarne un’etimologia: chetogenico. Generatrice di cheti? Rende chete le persone? Sarebbe fantastico!


No, purtroppo a quanto ho capito non serve a chetare. Un altro nome ingannevole per ingannare i gonzi come me! 


E non fatemi parlare di quando imboccai speranzoso Via Santa Passera a Roma. Una delusione.


A pensarci però potrebbe anche avere un che di inquietante: Chetogenico. Potrebbe essere un esemplare di una razza aliena malvagia.

Sono abbastanza integralista e intollerante verso chi sperimenta regimi alimentari senza supervisione di un esperto e, talvolta, senza effettiva necessità.

Per carità, ognuno col proprio corpo ci fa quel che vuole, ma a volte penso alle persone che si trovano realmente costrette per ragioni di salute o intolleranze a dover seguire un determinato regime e poi penso a quelli che, per sfizio, provano la dieta del fico secco o la dieta del salto della quaglia perché così gli gira.

O, ancora, penso a quelli che hanno deciso che bisogna mangiare senza glutine senza avere alcun problema. E la mia mente invece va a una mia amica che è celiaca sul serio e che le basta che una briciola di pane le cada sulla mano per avere una reazione allergica e vorrei prendere costoro a calci nel didietro per giorni fino a costringerli a una dieta senza glutei.

Il lato positivo di quest’ultima moda è che ora i supermercati sono più forniti di prodotti senza glutine e la mia amica ha meno difficoltà a trovare cibi adatti a lei.

Chissà, magari ci saranno risvolti positivi anche dall’invasione dei chetogenici. Magari stramazzano al suolo provati dall’alimentazione sbilanciata e non me ne parlano più.

Non è che se vuoi far il botto devi procurarti un petardo

Stavo pedalando placido e tranquillo e svoltavo a una rotonda in città quando all’improvviso ho sentito un BANG fortissimo che mi ha stordito uno orecchio.

Ho pensato a qualcuno che aveva fatto esplodere un petardo. Mi guardavo intorno cercando il/i colpevole/e, mentre già nella mia testa partivano invettive contro una gioventù bruciata e depravata che andrebbe rieducata con del sano lavoro operaio in Siberia.

Poi ho notato che i passanti a tutti gli angoli dell’incrocio guardavano verso di me.
Mi era esplosa la camera d’aria posteriore. Non mi ero accorto di niente né avevo realizzato.

L’episodio mi ha fatto riflettere sulla figura dell’ignaro felice.

Conosco e penso tutti conoscano persone o abbiano amici che hanno vissuto un momento in cui erano ignari felici. Quando tutti sanno o si sono accorti di qualcosa che riguarda il soggetto, tranne proprio il diretto interessato.

E se non conosci nessuno così, allora sei stato tu un ignaro felice!

Mi ricordo un episodio che mi diede tanto da pensare e che riguarda i miei trascorsi a Budapest.

Una sera in cui avevamo bevuto, il fidanzato della mia amica nonché collega di lavoro mi confessò che la sera in cui scoppiò l’amore tra loro due lui in realtà era uscito con la speranza di trombarsi la sorella di lei. C’era una scommessa nel loro gruppo di amici su chi ci sarebbe riuscito prima.


Quanta poesia in tutto ciò.


Se non che la sorella in questione aveva preparato un appuntamento-trappola a entrambi per farli uscire insieme. Quando lui si trovò all’appuntamento e comprese che la scommessa quella sera non sarebbe stata vinta, era rimasto contrariato.


La mia amica ha sempre creduto che lui fosse irritato perché gli era appena esploso in testa un palloncino con del colore all’interno (era durante lo Sziget Festival dove accade di questo e altro), ma, sempre quella sera, lui mi confessò che il motivo era la trombata saltata.


Com’è come non è, poi si misero insieme e dopo un anno e mezzo stavano progettando il matrimonio.

A me l’essere venuto a conoscenza di questa cosa mise un’ansia tremenda. Mi son sempre fatto i casi miei, giacché – come si dice – l’amore vince sempre e poi erano tutti felici e contenti e ignari.


Poi c’è qualcuno che è più ignaro degli altri, la domanda è quale sia il confine tra giusto e sbagliato nel non mettere al corrente l’interessato della verità; fai bene a farti i fatti tuoi? Fai male?


Poi il matrimonio alla fine però è saltato – non per la questione sorella – e secondo me è stato molto meglio così.

Ma da allora quando qualcuno sta per partire con una confessione scomoda – soprattutto dopo aver bevuto – io preciso che preferisco restare ignaro.

Non è che invidi un succo per la sua concentrazione

Ho un collega che sembra sempre molto concentrato e impegnato al lavoro. Sembra.

In realtà lui è un abile fuffologo. Il fuffologo del suo tempo ne fa fuffa, che all’occhio esterno può sembrare iperproduttività.

La fuffa, infatti, è come quei cibi ricchi di calorie vuote: dà un’apparente senso di sazietà, ma è povera di nutrimento intrinseco.

Chi produce fuffa sembra sempre molto preso e, in effetti, dilatare il proprio tempo per riempire le ore lavorative è comunque impegnativo.

Ho sempre invidiato le persone che sembrano molto prese.

A passeggio per la mia città a volte capto le conversazioni della gente. Amo non farmi i fatti miei.

C’è in giro un sacco di gente che mentre parla con gli altri dice cose del tipo Devo andare lì devo vedere devo fare parlare ma nel concreto non arriva mai al punto e non spiegano perché sono così occupati.

Io sono sempre stato poco credibile quando millantavo impegni. “Ho da fare” è la mia obiezione, a cui segue la replica “Macché, che hai da fare?”.

Il vero fuffologo invece non è lapidario e conciso, ma condisce il suo “impegno” con circonvoluzioni retoriche ripiene di nulla. La fuffa va impacchettata bene.

Spero un giorno di diventare più abile ed essere impegnato da impegni vuoti!

Non è che ti fai il tampone per capire se il tuo pensiero è positivo

Ricordo di fronte la mia scuola elementare c’era un ciabattino. Conservava una montagna di scarpe usate in un angolo, che utilizzava per i pezzi di ricambio delle calzature che gli portavano da sistemare. Aveva un camice blu e degli occhiali spessi da pentapartito, sedeva di sghimbescio sulla sedia e lavorava alla luce di una lampada da tavolo.


Forse non ha mai portato un camice blu e questo è soltanto un cosiddetto effetto Mandela.


Ho sempre invidiato chi ha abilità manuali ed è in grado di aggiustare cose. Io, purtroppo, non ho mai avuto molta praticità. A mia difesa dico che però con la teoria vado forte. Me la cavo con l’orale.


That’s what she said, direbbe Michael Scott.


Questa citazione ha senso se si comprende la citazione.


Una volta volevo riparare un omino del Subbuteo. Poraccio, si era spaccato entrambe le ginocchia. I medici parlavano di amputazione definitiva. Io invece volevo mettere alla prova le proprietà di fusione della plastica, sciogliendo con un fiammifero i due monconi e provando a tenerli insieme fino a farli solidificare. Ovviamente non avevo ben chiaro il comportamento delle plastiche, che si sarebbero semplicemente ritirate bruciando tra le mie mani ustionandomi anche i polpastrelli. Mi hanno fermato prima che incendiassi il tappeto.

La mia incapacità di riparatore si riflette anche nell’ambito relazionale. Mi piacerebbe poter aggiustare le persone, le situazioni, i contatti, semplicemente sciogliendoli un po’ con un accendino e tenendo insieme i pezzi.

Vedo persone spezzate.

Le crepe che ognuno di noi si porta appresso sono una faccenda del tutto personale, ma quando sono visibili è difficile fare finta di nulla.

Correnti del pensare positivo ritengono di dover esibire le linee di frattura con orgoglio, valorizzandole come si fa in Giappone col kintsugi.


L’arte di riparare oggetti con l’oro.


Il pensare positivo direi ha un po’ rotto il cazzo.

Pure quello è difficile da riparare.

Non è che un banchetto di mare da Truffaut includesse i 400 polpi

Ho letto un articolo che parlava degli studi sull’intelligenza e la coscienza dei polpi.

Quando si parla di intelligenza degli animali bisognerebbe un attimo definire cosa stiamo cercando. Perché non è detto – e infatti non è così – che il concetto di intelligenza che conosciamo noi homo sapiens sia un parametro indicativo.

E poi dovremmo capire dove cercare.

Il polpo ad esempio sembra avere un cervello diffuso su tutto il corpo: ci sono neuroni fin sulla punta delle braccia.

Già questo potrebbe mettere in crisi un’indagine: se noi cerchiamo un’intelligenza dentro una struttura a noi nota e che conosciamo come “cervello”, che ne è del resto del corpo del polpo? Come lo cataloghiamo?

Inoltre il polpo è quanto di più lontano da noi a livello genetico: per trovare un antenato comune tra noi (e gli altri mammiferi) e lui, bisogna andare a 600 milioni di anni fa. Poi non ci siamo più visti e parlati.

Con un background evolutivo così differente, sarà possibile arrivare a una comprensione della coscienza dei polpi?

La stessa cosa avviene secondo me con le persone. Ognuno di noi è la somma delle proprie esperienze. E ognuno di noi ha vissuto e vive esperienze diverse. Con questo bagaglio di evoluzione interiore soggettiva è realmente possibile comprendersi gli uni con gli altri?

Quando io comunico, sulla basa del mio modo di pensare che è a sua volta basato sul mio vissuto, e l’altro mi ascolta, filtrando le mie parole sulla base del suo modo di pensare basato sul suo vissuto, quanto sarà il peso oggettivo dei contenuti e quanto incideranno invece le nostre soggettività?

Quante volte non riusciamo a capirci o fraintendiamo o diamo un’interpretazione diversa dando per scontato che la nostra sia una valutazione oggettiva – cosa che non è?

Riuscirò mai a comprendere quelli che in autostrada viaggiano a cavallo di due corsie senza farti capire se intendono dirigersi su una o sull’altra? Perché lo fanno?

Domande che attendono risposta.

Non è che senza inchiostro non sia possibile risalire la china

La parola degli anni ’10 di questi millennio è sicuramente resilienza. Tanto da superare nei tatuaggi banali e inflazionati il tribale o la scritta MOM che è ancora precedente.

Resilienza è un termine comparso all’improvviso. Voglio dire, è sempre esistito, ma a un certo punto è diventato pop, sia nel linguaggio quotidiano che in quello giornalistico.

Tal che, per l’appunto, alcuni hanno iniziato a farselo inchiostrare addosso.

Vorrei quindi prendere spunto da questo fenomeno per lanciare un’impresa. Uno studio di tatuaggi di parole poco usate nel linguaggio comune. Lo scopo è ridare alla parola scritta poco diffusa una vitalità che non conosceva o non conosce più e contrastare le scritte banali con l’ambizione di diventare banali.

Chi non vorrebbe un bel ETEROCLITO scritto in corsivo?

Ed ENTALPICO?

MISONEISTA in font da iscrizione Romana?

E non vi sentireste meglio nell’esternare al mondo la vostra passione per l’AGATOLOGIA?

A me piace tanto PENTACOSIOMEDIMNI. Che non significherebbe proprio niente al giorno d’oggi – a meno che qualcuno non possa provare di avere un reddito di 500 medimni di cereali e che, per l’appunto, lo misuri in medimni – ma, tanto, avrebbe meno senso di un simbolo Maori su Gigetto il Sozzo della panetteria all’angolo? Sfido a contestare!

Il tatuaggio della parola desueta è il futuro del tatuaggio pop. E quando il desueto sarà pop, quello che oggi è pop sarà desueto e avremo ottenuto il nostro scopo.

Non è che vai all’ufficio oggetti smarriti se perdi la faccia

Avevo raccontato dei miei tentativi di approccio alla stampante della sede. Ieri ho fatto una scoperta. Se volessi stampare un’intera collezione di numeri di Playboy in alta risoluzione, scaricati sul pc, non ci sarebbero problemi.

Se invece volessi fare una scansione di un documento avrei bisogno di un badge speciale con un permesso speciale che si ottiene con una richiesta. Immagino speciale anch’essa.

Non mi spiego la ritrosia di una collega a sbloccarmi la stampante col suo badge: «No non vorrei che poi si chiedessero perché Clarabella Cavezza ha visionato questi documenti». Una scansione di una fattura per aghi e provette inviata alla mia mail. Sì, qualcuno indagherà di certo su questo che sembra il tuo collegamento con dei loschi affari che sto gestendo.

Non mi spiego tutto ciò se non col fatto che qualcosa di increscioso deve essere successo. Secondo me qualcuno dev’essersi fotocopiato le chiappe e quando il megadirettore o qualche alto papavero (si sa che i papaveri son alti alti alti) è passato in visita si è trovato il corridoio tappezzato di culi. Sarà sicuramente andata così.

Che poi, magari poteva essere un contributo alla ricerca. Sull’importanza del culo. Non vorrei sembrare monotematico, visto che l’altra volta parlavo di quello di Scarlett Johansson; questa volta rassicuro non c’è niente di libidinoso o di pecoreccio di cui parlare. Più che altro, mi soffermerei sulle importanti funzioni che svolge.

Ad esempio, come ci siederemmo senza culo? Come atterreremmo quando cadiamo o scivoliamo? E, soprattutto, come farebbero alcune persone ad avere una faccia, senza un culo che ne dia le fattezze?

Penso ad esempio ai buoni samaritani. Quelli che ti avvicinano col proposito di darti buoni consigli (sentendosi come Gesù nel Tempio, cantava il cantore), in maniera alquanto impicciona e invadente su cose private tue o della tua famiglia, precisando però che

– È solo un consiglio
– Lo dico per te
– È solo così per parlare

Il più delle volte si tratta di persone che conosci appena o che forse non conosci affatto. Ma loro conoscono te e tutti quelli come te che a loro dire vanno educati, guidati, consigliati, ravanati nelle parti intime con un Moulinex fatto di buoni propositi.

In genere poi si tratta di persone che questi suggerimenti li forniscono in maniera abbastanza passivo-aggressiva, che non tollerano che, al contrario, qualcuno si intrometta nella loro vita e che, in certi casi, non sarebbero manco un modello di buoni sentimenti.

Pensate allora se non esistesse il culo come faremmo a riconoscerli in faccia!

Non è che ti serva una bilancia per soppesare le parole

Ci sono delle cose che, a mio avviso, quando ci si conosce poco/appena andrebbero riservate a una conoscenza più approfondita per essere dette.

Questo perché quando le persone si incontrano devono prima sintonizzarsi a vicenda. Se ancora non abbiamo allineato i piatti della bilancia, le nostre parole potrebbero avere pesi specifici non stimati con accuratezza.

In parole povere, non avendo ancora compreso appieno chi ho di fronte – e viceversa, non essendo ancora stato capito in un quadro più ampio – una mia frase che non è ancora inquadrata nel contesto della mia persona potrebbe essere giudicata in modo differente da come verrebbe considerata con una conoscenza più approfondita.

Facciamo un esempio: un paio di settimane fa mi ha aggiunto su facebook la tizia con cui dovrò lavorare. Senza due righe di presentazione o altro e prima ancora che mi comunicassero che lavorerò con lei. In genere sono contrario a includere persone del contesto professionale su un simile social network, a meno che in sede lavorativa durante il periodo di lavoro non si sia creata una conoscenza e una certa confidenza. Qui c’erano state giusto due chiacchiere in un colloquio.

Ho accettato la richiesta, non avendo niente da nascondere e per non dar l’idea, rifiutando, di avercelo. Poi ho pensato che, comunque, non conoscendomi, qualcosa che ho scritto avrebbe potuto venir frainteso. Magari un porcoddue di troppo potrebbe dar fastidio, decontestualizzato dalla mia persona. Diverso è se, conoscendoci, hai capito che mi diverte Zerocalcare e il mio diventa un semplice intercalare fumettistico cui non fai magari caso.

Tutta questa premessa è per fare un altro esempio.

Una volta, un mio amico era con una ragazza con cui stava uscendo da pochi giorni. In una fase post, quando ci si scambia qualche commento su quel che c’è stato prima, lei ha affermato

«Mi sento abbastanza inesperta…»

Ah.

Ora, visto che si era ancora agli inizi della conoscenza (a parte quella nel senso biblico del termine), qualsiasi cosa avrebbe potuto replicare il mio amico aveva il potenziale rischio di generare fraintendimenti non sapendo ancora bene che tipo di persona si ha di fronte e quali possono essere le sue reazioni.

Per la cronaca quel che disse fu proprio “Ah”, che non voleva essere negativo, come se venissero a dirti «Sai, mentre parcheggiavo ti ho fatto tutta la fiancata dell’auto» e tu rispondi «Ah. Mò so’ cazzi tuoi». Era più un «Ah. Ma che dici, non mi sembra affatto!», solo che avendo detto solo “Ah” e sentendo che era già passato troppo tempo da quando aveva detto “Ah” e c’era Mike Bongiorno che si era tolto gli occhiali e diceva «Ahiahiahi sta scadendo il tempo, allora, eh? Allora, eh?» non trovò di meglio da fare che indicare un piccione che si era posato sulla semi-anta della porta-finestra, fingendo di essere ornitofobico, per uscire dall’impasse.

Lei scacciò l’animale e si fece una risata. Lui rispose
«Ecco. Tu mi hai confessato una cosa, io te ne ho confessato un’altra».

E vissero felici e contenti.


Per un paio di settimane. Poi si stufarono l’uno dell’altra ma questa è un’altra storia.


Questo aneddoto insegna che l’uomo non deve ragionare con l’uccello, come spesso fa.

Però usarlo come scusa, male non fa.

Non è che il grammatico sia uno che diffonda il verbo


Disclaimer: questo post non ha alcuna intenzione di deridere e/o offendere e/o ridicolizzare la fede. Potrebbe però deridere e/o offendere e/o ridicolizzare i vicini di casa. Per questo post sono stati però utilizzati solo vicini di casa allevati e addestrati a questo tipo di esperienza.


Il mio vicino da un paio di giorni ha esposto sul balcone un lenzuolo bianco con su scritto “Gesù salva”.

Quando l’ho visto mi sono chiesto: in che senso?

In genere, trattasi di un’affermazione divulgativa: vi rendiamo noto e diffondiamo il verbo che Gesù sia fonte di salvezza.

Considerando però che la nostra è una strada chiusa e non di passaggio e dalla densità abitativa medio-bassa, la platea del pubblico target di questa informazione è alquanto limitata e ristretta. In pratica, lo sta dicendo giusto a noi dell’immediato vicinato, come me che gli sto giusto di fronte.

Al che vorrei chiedere:

  1. Che ne sai tu, o vicino, che noi non lo sappiamo già?
  2. Che ne sai che magari noialtri non siamo stati già salvati?
  3. Che ne sai quindi tu che la tua pubblicità non sia quindi male indirizzata e che Gesù non potrebbe pensare di aver affidato a un incompetente il suo piano di marketing?

Prima di lanciare una campagna pubblicitaria bisognerebbe fare uno studio

  • Del prodotto (ma diamo per scontato che tu vicino lo conosca)
  • Del target (non hai mai fatto un sondaggio, anche in incognito, per capire ad esempio le nostre preferenze, per chiedermi tra due Gesù a prezzo pieno e tre Maometto scontati cosa sceglierei, per dire)
  • Del mercato: la concorrenza è ormai spietata, pensi che un generico “Gesù salva” possa funzionare?

Io ad esempio prenderei spunto dal guerrilla marketing dei TdG; una volta uno mi approcciò con la classica domanda di rito: Ha mai letto la Bibbia?.

Al che io, per stopparlo, risposi, asciutto e segaligno: Sì, l’ho letta.

Lui, senza scomporsi, replicò: E allora è il momento di riaprirla!

Sagace. Dritto al punto. Professionale.


Poi con me non riuscì a proseguire perché sono un cliente impossibile, ma è il principio comunicativo che conta.


Ma c’è un altro aspetto da considerare quando si promuove un prodotto. In inglese si parla di accountability, termine che sta per “degno di fiducia” ma siccome per gli Inglesi è difficile pronunciare degno di fiducia, hanno inventato questa parola.

Ecco, il mio vicino è tipicamente un po’ coglione, ma di quelle coglionerie ingenue da vicino, tipo di cose di potature lasciate sul marciapiede e di deiezioni canine abbandonate.

Della serie, quindi, “Comprereste un’auto da quest’uomo?”, non so se prenderei un Gesù promosso da lui.

Quindi, chi salverà te, vicino?

Non è che al cittadino indignato basti una crema emolliente per calmare l’irritazione

Ho riprovato l’ebbrezza di andar dal barbiere e ho smesso di andare in giro con una coppola à la Peaky Blinders per nascondere un tentativo di taglio casalingo mal riuscito.


È bella la coppola ma non quando ci sono 30°.


Andare su prenotazione e non dover attendere un paio d’ore è certamente un’innovazione, ma qualcosa nel contesto è venuto a mancare: le presenze solite.

L’habitat del salone di un barbiere è stato, dai tempi antichi, il social network per eccellenza, dove la predominanza l’hanno sempre avuta i discorsi d’indignazione (magari più pacati ma pur sempre con quel dna di sdegno primigenio).


Prova ne è Per l’invalido, una celebre orazione di Lisia del V secolo a.C.; in questa, l’imputato, tra le varie accuse mossegli doveva difendersi dall’ospitare nella propria bottega (quella di un barbiere, per l’appunto) mascalzoni dediti a insolenze e cospirazioni verso il prossimo.


Io confesso di provare un piacere al limite del feticismo per i discorsi dell’uomo della strada, purché a piccole dosi e dal peso specifico contenuto. Potrei sembrare un po’ borioso e con la puzza sotto il naso – e probabilmente è così – ma il mio non è un esercizio di scherno e dileggio, quanto più un interesse viscerale di chi vuol conoscere e capire il mondo che lo circonda.

Mancandomi il contesto della barberia, durante questi tre mesi ho scoperto, su segnalazione di un amico, un gruppo facebook di indignati (il titolo della pagina precisa proprio che sono degli indignati) della mia città. Mi offre dei retroscena su una realtà nella quale io non mi sono mai integrato e che cerco di recuperare attraverso un’analisi dei contenuti veicolati attraverso lo strumento social.

A inizio quarantena ricordo il post di un cittadino che lamentava di essere uscito di casa per andare a fare la spesa e di aver visto troppe persone in fila al supermercato. Un altro ha risposto “Sì vero anche io, è uno scandalo”, un altro faceva eco “Anche io sono uscito e ho visto un sacco di gente ma cosa hanno da uscire” e così via finché qualcuno ha fatto notare che probabilmente si erano quindi visti tra di loro.

Qualche giorno fa, invece, una cittadina preoccupata postava la foto di un vespidae appoggiato contro la sua finestra, annunciando terrorizzata l’arrivo, anche nella nostra città, del terribile calabrone asiatico o vespa killer: il sindaco cosa fa? Perché non interviene?


Ogni inizio estate arriva la notizia della vespa killer, perché si sa che certe vespe fanno giri immensi e poi ritornano.


A parte qualcuno che faceva notare che al massimo era un comune calabrone, il vero genio è stato quello che ha commentato scrivendo Bravi fate bene proteggetevi: zanzariere di XXX a YYY (nome di città) tel. 000000. Marketing 1 – 0 Indignazione.

Molte poi in questa pagina le segnalazioni di disservizi: la TIM per cadute di linea, l’Enel per interruzioni energia elettrica, le Poste per il postino che sbaglia sempre buca delle lettere. Purtroppo queste aziende, per evidente codardia, ancora non hanno deciso di iscriversi alla pagina degli indignati e le denunce cadono nel vuoto.

Infine, il dibattito che mi ha illuminato: le piste ciclabili costruite per accaparrarsi i voti dei ciclisti.

Analisi del contesto: a fine 2019 è stata creata una pista ciclabile (anche spezzata) che fa il giro di un isolato. Lunghezza: 600 metri. Presenza di noi ciclisti (occasionali e regolari) in città: insignificante. Per dar l’idea, in base al principio Gallera occorrerebbero due ciclisti per formarne uno.


Il principio Gallera è quel fenomeno fisico per cui, per esempio, se metto vicine sul fuoco due pentole d’acqua quando la temperatura di entrambe sarà a 50° potrò dire che la temperatura dell’acqua sarà 100.

 


Però a quanto pare qualcuno ha il timore che una segreta lobby del pedale stia tramando per mettere le mani sulla città.

E secondo me hanno ragione. Ho visto le città europee cosiddette bike friendly: Berlino, Copenaghen, Utrecht e così via. I ciclisti, da noi esemplari timidi e timorati, lì sono sciami sfreccianti che travolgono tutto e tutti. Le strade appartengono a loro, non frenano mai ma scampanellano per terrorizzare come fossero tanti Hector Salamanca.

La verità è che ogni popolo oppresso si trasforma in oppressore: per questo la lobby del pedale fa paura, perché la storia è destinata a ripetersi.

Indignate, gente, indignate.