Non è che l’atleta su internet faccia il salto con l’asta online

L’evento musicale della stagione concertistica 2019 è il concerto dei Tool. Per chi segue ed è appassionato, s’intende.

Il giorno che i biglietti vennero messi in vendita fu un delirio per accaparrarseli online. In mezzo al caos, mi sono ritrovato con un biglietto in più. Dopo alcune invocazioni ad Anubi, ho trovato a chi girarlo. In realtà c’erano due persone interessate, che conosco entrambe, che mi avevano contattato nello stesso istante: ho scelto di dare priorità a chi invece di scrivermi mi ha telefonato.

Non l’avessi fatto: da ottobre sto ancora aspettando che costei mi paghi il biglietto. Ogni volta che la incontro mi fa: «Madonna, devo ancora pagarti il biglietto!» «Eh», faccio io, intanto penso «Anubi Anubi Anubi [ecc]».

Con le vendite non ho mai troppa fortuna. In genere mi va meglio di così ma mi capitano persone strane quando vendo qualcosa online.

Un tizio, una volta, dopo avermi anche pagato mi scrisse: «Spero che tu non sia un truffatore :/ ».

Ero indeciso se truffarlo sul serio o rispondergli «Oh no! Mi hai scoperto! Sei troppo astuto per me!».

Un altro che era interessato a un videogioco da 5 euro volle sapere:

  • Perché lo vendevo?
  • Quale era lo stato di usura del disco?
  • Quale era lo stato di usura della custodia?

Collezionismo, dirà qualcuno. Ma era una stramaledettissimo gioco uscito 3 anni prima venduto in milioni di copie. E la custodia si può sostituire, basta estrarre la copertina. Inoltre per 5 euro già è tanto se dentro non ci trovi il disco di Spitty Cash.

In questi giorni che ho messo in vendita dei vecchi manga su Ebay mi si son ripresentate le persone con l’ansia da acquisto online.

C’è quello che prima ti tormenta di domande sull’oggetto, poi una volta concordata la vendita paga subito e sparisce. Tu gli chiedi conferma dell’indirizzo: nessuna risposta.

Un altro, dopo le solite domande sullo stato dei volumi, mi ha chiesto riguardo gli angoli. «No perché – mi ha scritto – sono proprio fissato con gli angoli e se non sono ben conservati provo fastidio».

«Eh, ti capisco» gli ho risposto e al che lui dev’essersi tranquillizzato perché ha acquistato scrivendomi «Ok mi fido sei come me». Stavo per ribattere BADA A COME PARLI ma ho lasciato perdere.

La migliore è stata una tizia capitatami oggi. Mi ha contattato con le solite domande sullo stato di conservazione dei volumi. Io ho spiegato che sono integri ma vecchi e usati e che presentano i segni del tempo e del consumo, come tra l’altro avevo specificato nell’inserzione. Mi aspettavo che non accettasse, invece ha acquistato, dicendomi «Che mi importa, li devo leggere, mica esporre in libreria!».

Allora perché diavolo vuoi sapere come sono messi?

Ho deciso che per un po’ non venderò più nulla, neanche la dignità: quella l’ho sempre data via gratis.

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Non è che al compito di greco tu possa tradurre la tua versione dei fatti

Ho messo in vendita sui siti specializzati alcuni manga che ho da anni e di cui intendo liberarmi. Mentre pensavo ai fiumi di danaro che queste transazioni mi frutteranno, mi è tornato in mente un episodio di quando ero in V Ginnasio (vù ghinnasio).

Per il compito in classe di greco ci fu assegnata una versione in cui il protagonista, un pastore, proprio come me oggi immaginava i lauti guadagni che le vendite dei suoi prodotti gli avrebbero fruttato.

Quella versione mi andò malissimo e fu il punto più basso della mia carriera di traduttore. Verbi che non combaciavano, costrutti che non si costruivano…un passo mi è rimasto impresso in modo particolare. La traduzione corretta sarebbe stata «[…] venderò burro e miele e comprerò dieci capre». Questi erano i sogni del pastore.

La mia interpretazione invece fu «[…] abiterò in burro e miele e parlerò a dieci capre».

La professoressa mi consegnò il compito col voto senza smettere di ridermi in faccia.

Quando avevo consegnato la versione tradotta ero conscio che non avesse un senso apparente ma avevo anche pensato che il testo potesse intendersi in senso figurato. Magari, in una prospettiva davidlynchiana, il pastore – che faceva questi ragionamenti in uno stadio pre-onirico – era entrato in una dimensione del pensiero dove reale e surreale si fondevano.

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“Senso? Dove stiamo andando non abbiamo bisogno di avere un senso!”

Ahimè dall’ilarità della docente si deduce che tutto questo non fu compreso, complice la scuola di oggi che tende all’omogolazione culturale e alla standardizzazione del ragionamento. All’epoca non avevo gli strumenti per difendermi, oggi, che ho più coscienza nell’aver fiducia nell’irrazionale, non ho più l’età scolare.

Chi ha pane non ha i denti, chi ha le capre non può parlarci!

Non di rado capita di imbattersi in affermazioni surreali come la mia traduzione; penso ai tunnel CERN-Gran Sasso o al tunnel del Brennero, per non parlare delle manine magiche che fanno apparire e sparire emendamenti.

Senza andare a scomodare le personalità politiche, è la gente comune che molto spesso prorompe in affermazioni surreali. Come quell’amico dei miei genitori, che alla loro affermazione “Siamo andati in montagna a prendere un mezzo capretto” lui replicò, con tutta l’innocenza di questo mondo, “Vivo?”.

Alla fine è sempre una questione di capre.

Non è che quando parcheggio mi dicano non sostare senza di te

Ho letto di una retata di parcheggiatori abusivi in una via che mi trovo spesso a percorrere. Ogni volta che passo di lì vengo preso da loro d’assalto, al grido di “Devi parcheggiare?” e io a ogni occasione faccio gesti sempre più ampi in segno di diniego. Sto pensando di girare con un cartello attaccato al lunotto con scritto “NON CERCO PARCHEGGIO NON MI ROMPETE IL CAZZO”.

Il parcheggiatore è un esemplare urbano particolare.

È dotato di grandi capacità di mimetizzazione nell’ambiente circostante. Quando pensi di aver trovato un posto libero senza nessuno nei paraggi che venga a chiederti danaro, sentirai all’improvviso una voce alle tue spalle che richiamerà la tua attenzione: “Capo!”.

Occorre spiegare: in qualità di conducente di un mezzo, tu per loro sei capo.

Conducente è il participio di condurre, composto di con- e dūcĕre, ducere->dux, colui che guida, quindi, capo. Le parole non vengono mai dette a caso e il parcheggiatore padroneggia le lingue antiche o quantomeno quelle morte: più di uno giurerebbe di averli sentiti parlare in idiomi sconosciuti. E qualcuno di loro è proprio un grandissimo idioma.

Il parcheggiatore è anche pratico di geometria e algebra. Vede tre posti auto dove l’incolto ignorante ne vedrebbe uno. Egli è maestro del calcolo frazionario. E se non lo ricompensi a dovere, ti fraziona la macchina in pezzi da portar a casa.

Il pagamento non è mai quantificato. La transazione si svolge con la richiesta, da parte del parcheggiatore, di “Qualcosa a piacere”. Se la cifra corrisposta non è di suo gradimento, ti guarda con l’espressione che dice “Dai puoi far di meglio”. E lì diventa chiaro che il qualcosa a piacere è, ovviamente, incontro al piacere suo.

Pur non essendo dotati di fisici prestanti, hanno ottime doti atletiche. Se pensi di averlo evitato perché impegnato più lontano con un’altra vettura, lui non solo sarà in grado di avvertire la tua presenza a distanza – hanno sempre vista ottima e adatta alla visione notturna – ma si esibirà in uno scatto degno di Carl Lewis per raggiungerti.

Il parcheggiatore è rispettoso della legge. Se ti fa trovar posto in zona vietata, alla tua domanda “Ma se poi passano i vigili?”, lui risponderà che è un problema tuo. Tua l’auto, tua l’infrazione, tu ne risponderai: pretendi forse che un galantuomo metta i bastoni tra le ruote alla giustizia per la bella faccia tua?

Va detto che però alcuni ti dedicano un pensiero premuroso. Se per caso i vigili realmente passano e ti lasciano la multa, lui, prima del tuo arrivo, la toglie per non farti rimanere male. Magari hai passato una bella serata, ti sei divertito: perché rovinare tutto? Quando, un paio di mesi dopo, ti arriverà il verbale a casa, neanche ti ricorderai di quell’episodio e pagherai il dovuto in modo più sereno.

Dubito che la retata di cui parlavo sopra abbia effetti duraturi nel tempo. Credo che già domani li ritroverò in quella strada. I nostri esemplari urbani non riescono a star via a lungo dal loro habitat naturale: questi benemeriti sanno che l’automobilista privo del loro aiuto sarebbe perso. Noi tutti ringraziamo e io personalmente dedicherò varie invocazioni ad Anubi e ai loro antenati defunti quando me li ritroverò davanti.

Non è che devi per forza lavorare al supermercato per etichettare

Sono M.E.B..

Che non vuol dire Maria Elena Boschi. Sta per Maschio Etero Bianco.

Non ho mai avuto problemi per l’appartenenza a queste tre categorie. Al massimo sono stato oggetto di scherno per l’insinuazione di non appartenervi abbastanza. Si sa come sono i ragazzi: coglioncelli.

Al liceo se non mostravi di posseder figa – perché non ci si accompagna, il vero MEB ce l’ha come proprietà – potevi esser accusato di non soddisfare appieno la voce E. Oppure di indugiar soltanto nelle attività manuali. A me è andata bene, capitò appunto di esser accusato della seconda. Meglio onanista che ricchione, si diceva.

Alle scuole medie  l’esser M lo si dimostrava righello alla mano. Mi sono sempre sottratto a queste discipline geometriche. Non perché avessi dubbi su di me. All’inizio. Poi alcuni compagni iniziarono a vantare virtù elefantiache e allora smisi persino di andare a orinare a scuola per non sottopormi a imbarazzanti rivelazioni. Suppongo quei compagni ora siano tutti dediti al cinema d’intrattenimento adulto professionale viste le loro presunte dimensioni artistiche.

Durante le scuole elementari, invece, ero più scuro di adesso. Poi negli anni mi son sbiancato: effetto Michael Jackson, probabilmente. Non ho avuto particolari criticità a parte quando nel club degli Acchiappafantasmi dissero che io al massimo potevo fare “quello nero”.

Accantonati questi patetici trascorsi scolastici, oggi vivo l’età della consapevolezza, conscio del mio esser MEB e certo che nessuno mi fischierà, additerà, guarderà con sospetto in strada perché io in quanto MEB ho pieno diritto di fare e disfare quel che mi pare.

Il MEB è socialmente intoccabile.

A parte qualche giorno fa.

Non ho mai fatto mistero di esser del Napoletano (tra l’altro non vedo perché dovrei). L’altro giorno ero per lavoro nel Salernitano, insieme ad altri colleghi. Una signora di una cittadina di quelle parti, sentendo delle origini, fa, accigliandosi (giuro):

– Ah…siete di Napoli…

Cambiando discorso, mi metto a parlare con lei del più e del meno. Lei non so perché ci tiene a raccontarmi della figlia che vive a Reggio Emilia:

– Lei sta da sola là…come si deve fare…Che poi, pure là…ci sono un sacco di napoletani…

E di nuovo si acciglia.

E io avrei voluto dirle: “Signora, cos’ha da dire? Insinua che non siamo anche noi dei MEB?”.

Poi mi son ricordato di tutte le battute sui napoletani che ho sentito. Di tutte le volte che da gente di fuori Napoli ho sentito dire, nello stesso tono preoccupato e rassegnato della signora di cui sopra, che “Qua si stanno trasferendo un sacco di napoletani…”

Mi sono ricordato di tutte le volte che qualcuno mi ha detto “Però! Non sembri di Napoli”. Come se si aspettassero forse che io parlassi urlando, saltassi all’improvviso sulla sedia per intonare Abbiamo un sogno nel cuore Napoli torna Campione e mangiassi solo pizza e sfogliatelle.

Com’è possibile? Io sono un MEB. Riconoscetemi in quanto tale!

Per carità, queste son sciocchezze. Sono aneddoti per strappar una piccola risata perché, in sostanza, qui sopra scrivo per rider di tutto e niente. Puttanate, stronzate, per dirla in francese.

Però che la gente sia cogliona, questa non è una stronzata. Che ami etichettare, aver pregiudizi, offendere, insinuare, questa non è una puttanata. Lo vedo fare ogni giorno su chiunque essere umano non si trovi in una condizione di privilegio. E allora per costoro ho coniato una nuova etichetta: BEM.

Bastardi Emeriti Minchioni.

Non è che il buffet sia un legger schiaf sul vis

Sono andato a una mostra ma solo perché pensavo fosse gratis, poi arrivato all’ingresso ho scoperto che era a pagamento ma non volevo sfigurare davanti agli altri e quindi sono entrato lo stesso.

Si scherza.

In un’altra ala del palazzo delle esposizioni c’era un evento. Una presentazione. Un vernissage. Un non so bene cosa.

C’era anche un piccolo buffet con vini e dolci. Le persone entravano avendo adocchiato il tavolo ma ostentando la noncuranza di chi non è interessato. Davano un’occhiata  veloce e distratta all’esposizione/presentazione/vernissage/quel che era e poi, con malcelato stupore, fingevano di inciampare nel buffet dal quale, dato che oramai erano lì, si rifornivano di rinfresco gratis.

Debbo dire era un’utenza abbastanza educata. Sarà stato per l’evento di un certo livello intellettuale: il libro che si accompagnava all’esposizione di fotografie sembrava di un certo spessore, almeno tre dita di altezza.

Sarà stato per la presenza di una sorta di maître dietro il tavolo del buffet, a servire; una figura che incuteva imbarazzo nel mostrarsi troppo avidi, un gentleman che si è rivolto a me dicendomi Per lei, monsieur?. Pensavo non fosse di queste parti, poi l’ho sentito indicare a un altro tizio il cestino dei rifiuti al suon di L’addereto ‘a stell ‘e Natal. Strano francese.

Sarà stato perché il buffet a parte il vino, servito appunto dal francese di cui sopra, non era tanto ricco e vario.

Sto partecipando a un piccolo cineforum. Al termine della proiezione, ci si trasferisce in un’enoteca per un ‘terzo tempo’, con vino e buffet offerto dagli organizzatori. Gli intrattenimenti a base di tarallini, patatine, bruschette e olive non infiammano gli animi. Alcuni mostrano anche di disdegnare. Poi chissà com’è che non restano nemmeno le briciole.

Appena arriva la pirofila di pasta non si capisce più niente. In pochi attimi è necessario guadagnare una buona posizione per essere serviti, stare attenti a mani che sbucano ovunque per afferrare il piatto, conquistare l’ambito trofeo e poi portarlo in salvo uscendo dalla calca che non cederà di un millimetro per farti passare per la paura di di perdere la posizione. Neanche una mischia di rugby è così compatta e resistente.

A tal proposito. Ricordo a un altro evento cui ho partecipato, l’inaugurazione di una mostra d’arte, l’arrivo del rinfresco a base di sushi scatenò una lotta senza quartiere. E dire che l’utenza sembrava essere di una certa estrazione che si direbbe “bene”. In effetti era “bene” ma non benissimo.

Non dimenticherò mai la spallata che una nonnetta ingioiellata come un Faraone mi diede per accaparrarsi un nigiri. Probabilmente da giovane sarà stata una rugbista.

Io per ristabilire il karma e non rimanere a secco, non conoscendo il rugby e avendo praticato fino a quel tempo solo il calcio come sport amatoriale, a parte l’onanismo anch’esso dedicato a materiale amatoriale, mi vendicai su un’altra signora dapprima marcandola stretta come un difensore mentre lei si avventava sul buffet e poi entrandole avanti in anticipo beffandola come un grande attaccante. Nel mezzo ci abbiamo messo una bella ginocchiata come un medianaccio di quelli che pensano solo a picchiare.

Ma quale odio sui social, ma quali manifestazioni di rabbia contro gli altri, ma quali feic nius: l’umanità rivela da sempre i propri lati peggiori ai buffet:

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Si chiede scusa per l’arte dissacrante.

Non è che chiami un pugile per stendere una lista

Chi mi segue da un bel po’ sa che un tempo (quando? Sono ere geologiche che scrivo qui sopra e ne ho perso cognizione) mi occupavo di liste in cui categorizzavo categorie di individui categorici. D’altronde, come diceva Walt Disney, Se puoi sognarlo puoi listarlo.

Oggi vorrei riprendere, partendo da una riflessione.

Non commento quasi mai sui social, perché ho sempre timore della gente che passa a leggere e a rispondere. Se fossimo tutti individui capaci di tenere una discussione argomentata e circostanziata…sai che noia! Invece il mondo è quanto mai vario e avariato e pertanto ho deciso di stilare una lista sui

Fantastici commentatori del Web

– CPC (Capitan Precisino del Cazzo): Il vendicatore della virgola fuori posto e il salvatore delle d eufoniche mal utilizzate. Quello che quando tu stai spiegando il Lemma di Ernest Steinitz sugli spazi vettoriali interviene non per dire la sua (probabilmente non ce l’ha neanche un parere in merito) ma per farti notare che non è Ernest ma Ernst. Tu ringrazi e preghi di levare quel dito dal sedere che la sua simpatia impone.

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– Il sumero-babilonese: Quello che risponde in un linguaggio comprensibile solo a lui e a qualche studioso di lingue morte.

– Fiumi di parole: Ammalato di logorrea da quando un Marzullo radioattivo l’ha morso, ti risponde con un trattato verboso, prolisso e soporifero degno di una tesi di dottorato in Storia del calcestruzzo armato. Per analizzare e commentare ciò che ha scritto ti ci vorrà una giornata intera, nello stesso tempo lui avrà scritto altri panegirici. Alcuni credono che in realtà dietro a quel profilo si nasconda uno staff di Bengalesi sottopagati costretti a scrivere h24 7/7 in uno scantinato.

– Il Benaltrista: Il nome dice tutto. E allora quelli che non hanno detto tutto???????.

– Lo smarrito: Quello che si è perso e interviene a caso per ordinare una 4 stagioni pensando di essere sulla pagina di una pizzeria.

– Il confuso: Parente de Lo smarrito, ma ancor più stordito, è quello che scambia la pagina della Beretta (salumi) per la Beretta (armi) e scrive indignato per protestare contro le pistole. Questo avviene nello stadio iniziale (confusione lieve). Nello stadio peggiore, è capace di scrivere un reclamo sulla pagina fb ironica Cartoni della pizza brutti per protestare sul mancato arrivo della sua 4 stagioni (uno smarrito che per indignazione diventa confuso).

– Il vincitore del Premio G.a.C.: L’interventista risolutivo che pensa di produrre chissà quale pensiero elaborato e pregnante di significato ma che in realtà sta affermando una cosa ovvia, scontata, di cui non si sentiva il bisogno e che con la quale o senza la quale tutto rimarrà tale e quale.

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Prego, fate pure: Quelli che si fanno bellamente i cazzi loro organizzando partite di calcetto e scambi di coppia sotto la tua richiesta urgente di informazioni (vedi sotto) e mentre tu corri ogni volta a controllare le notifiche sperando che qualcuno ti abbia degnato di attenzione, loro hanno fatto ormai gruppo e tutta la community si sta unendo alla partita di calcetto mega orgia.

– L’illuso: Quello che spera di ottenere informazioni chiedendo su internet (vedi sopra).

– L’ironiomane: Rinchiusosi in un ruolo (presunto) di stand up comedian dal quale non riesce a uscire, non può fare a meno di commentare facendo del sarcasmo. Daniele Luttazzi de noantri, il più delle volte per la sua orribile comicità e il pessimo tempismo vorresti tu fare delle battute su di lui. Con dei nodosi randelli. Suo nemico giurato è Lo sveglione.

– Lo sveglione: Non capisce una battuta manco a spiegargliela e prende tutto sul serio. Anzi, se gli spieghi le cose lui si offende perché lo stai insultando. Alla battuta “Un uomo entra in un caffè e fa SPLASH” lui risponde come sia possibile che un uomo sia entrato fisicamente dentro una tazzina.

– L’esperto risponde: Commenta tutto ritenendo di parlare con cognizione di causa basandosi sulla propria personale esperienza, che quindi, in contrasto con qualsiasi logica scientifica, secondo lui è da applicare a tutto il mondo. Se lui una volta si  è sentito male mangiando la frittata di cipolle di suo cugino Piercarolambo, vuol dire che la frittata di cipolle è un cibo velenoso per l’uomo poi fate come volete lui tanto vi ha avvisato 😉 (la sua faccina preferita è quella con l’occhiolino).

– Il moralizzatore: Interviene soltanto per replicare agli altri commenti invitando a non dire certe cose, a non invocare invano gli dei, a pensare che i bambini ci osservano.

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– La mamma social: Quella che qualsiasi argomento deve declinarlo riferito alla propria prole. Es. “Scoperta partita di dildo cinesi difettosi, sequestro delle FdO”, lei: “Ah io ai miei figli non metterei mai in mano un dildo, ai miei tempi abbiamo sempre fatto con gli ortaggi e ci siamo trovati bene e ho insegnato loro a fare lo stesso 🙂 ” (la faccina preferita della mamma social è il sorriso).

Il notificatore di interesse: Deve far sapere a tutti che non gliene frega niente di ciò di cui si sta parlando. Un tempo il suo commento preferito era Estiqaatsi, poi da quando è stato dichiarato passibile di pena di morte è passato al più recente rimando alla “vastità di quanto gliene importa”.  Di questo tipo di commento ne esistono diverse varianti: i più accaniti ricercatori di queste ultime possono trasformarsi ne Il meme di vivere.

Il meme di vivere: Forse non è in grado di scrivere, forse si annoia, forse deve solo rompere il cazzo. Commenta qualsiasi cosa postando meme. I più fastidiosi mettono sempre gli stessi, i più estrosi ne cercano sempre di nuovi e ne creano anche, sperando di diventare famosi e vincere l’ambito premio del creatore di meme: la Beneamata Ceppa. Motto: + me lo memo + vengo -. X non venir + – non me lo memo + o x lo – me lo memo di –.

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– Fuori dal tempo: Anacronismo perpetuo, fossile vivente, è rimasto ancorato all’epoca in cui un sms era rinchiuso in un tot di caratteri e non esistevano le tariffe per sms illimitati. Scrive commenti telegrafici, conditi da abbreviazioni incomprensibili, temendo forse che per qualche battitura in più gli azzerino il credito.

– L’apriorista: Quello che senza leggere contesta a prescindere, perché è così, per il solo fatto di esistere e con l’aggravante di aver scritto tu sei passibile di contestazione da parte sua.

– Il Maniavantista: Non ho nulla contro, però…Non sono di qua né di là…Non è per criticare ma….

– Il complot…no a questo punto non ce la faccio. Mi rifiuto di commentare un simile individuo. Li conoscete, li avete visti, non parliamone che magari fingendo che non esistano forse si estinguono.

Voialtri, allora, cosa fareste su internet senza costoro? Stareste lì a commentarvi tra di voi, a lisciarvi il pelo a vicenda sempre uguali banali tranquilli e scontati. Meno male che queste persone portano un po’ di animazione e follia nel mondo della rete!

Non è che l’erba dei pascoli vada a male perché va in vacca

Negli ultimi tempi mi dedico all’esplorazione dell’entroterra italico.

Lo scorso week end sono stato in terra abruzzese, attraverso le Gole del Sagittario. Erano un po’ arrossate, forse per l’umidità.

La prima annotazione da fare è che i paesini di montagna si assomigliano un po’ tutti per contesto e sistema di sicurezza.

Lo Stato Italiano, stante la penuria di FdO sul territorio, fornisce infatti agli abitanti di tali località degli scanner biometrici con cui analizzare i forestieri in transito.

Uscendo in strada, sono stato accolto dai commenti, non tanto discreti, di due efficienti signore-guardiane:

– E questo a chi è figlio?
– Non lo so a chi appartiene…

Buonasera, ho fatto io. Poi sono scappato prima che dessero l’allarme.

Quando ho raccontato l’episodio a un amico locale, mi ha detto che mi è andata bene che non dicessero Questo non è ‘taliano.


Nota bene: con “non italiano” non intendono di provenienza fuori dalla penisola ma “non del nostro villaggio”.

 


L’altra particolarità dei paesini di montagna, che ho già raccontato altre volte, è la presenza di un unico bar dove si radunano tutti gli abitanti.

Quello che ho visto stavolta era particolare: gestito come una cooperativa, con un sistema di tesseramento – Maroni non aveva inventato nulla con la Tessera del Tifoso: qui già prima c’era la Tessera del Beone – e aperto fino a quando il barista ne ha voglia. In inverno lui va a svernare altrove.

Biliardino con maglie dei calciatori che non si distinguono più perché sono annerite: vero esempio di calcio Balilla.

Vecchi che si infamano a vicenda giocando a carte. Vecchi che si infamano a vicenda giocando a bocce. Bambini che assistono perché è giusto che imparino quali sono i veri valori, come il rispetto dell’avversario finché non comincia a vincere. A quel punto va infamato.

Al bancone puoi chiedere di tutto. Tanto ti daranno o birra (Moretti da 66) o Campari o cicchetti di genziana o Ratafia. Il cocktail più elaborato che può servirti il barista è un Martini con la tonica, mischiati a caso. Tanto può capitarti una gassosa aromatizzata al Martini tanto invece un coma etilico.

Presenza immancabile, la persona più originale del paese: giubbotto con bandiera a stelle e strisce e cappellino girato all’indietro, stile Jovanotti anni ’80, che nelle sue battute di caccia vanta di abbattere cinghiali, cervi e draghi come fossero mosche. Quando vede un forestiero lo aggancia perché sa di trovare una persona nuova a cui raccontare le proprie mirabolanti vere false imprese. Gli altri osservano e sogghignano pensando “Oh, ha trovato una nuova vittima, questa sera non ci stresserà”.

La vittima in questo caso sono stato io. Mi ha seguito per tutta la sera. Ho dovuto fingere di morire per tornare a casa.

Alla sera mentre mi stavo dirigendo verso l’auto ho percepito una presenza inquietante dal prato alle mie spalle.

Mi sono girato ed era una mucca che ruminava osservandomi e pensando “Questo non è ‘taliano”.

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‘taliani a casa nostra

Non è che il numismatico sia un artista perché pieno di Talenti

Una cosa che da tatuato ho scoperto è che chiunque ti incontra e vede la nuova opera sentirà il dovere di metterti in guardia:

– Lo sai che devi metterci la pomata?

E io vorrei rispondere No, guardate, grazie che me l’avete detto, io pensavo di dover mettere il braccio nel fornetto dove abbrustolisco il pane per le bruschette per farlo asciugare. Ma non sono così sprucido (= scorbutico) e quindi sorrido e ringrazio il consiglio non richiesto.

Forse vogliamo soltanto sentirci utili un po’ tutti e renderci partecipi. Viviamo come se fossimo dentro un talent show, uno dei vari, orribili, dove la gente applaude uno che sa suonare La Marseillaise con l’ascella o un bambino che a 5 anni sa ballare come Michael Jackson e a 15 sarà un eroinomane.

Crediamo nel mito del “Ce la posso fare anche io!”. Siamo tutti speciali. Alcuni ne sono talmente convinti da raggiungere parossistiche vette di ridicolo. Alle elezioni comunali nel mio Comune un candidato, che tra l’altro conoscevo bene, scrisse sui manifesti, sotto al suo nome, “30 anni”. Nella sua interpretazione lui era speciale per la sua età. Nella mia visione, invece, era l’unica cosa a parte il possesso della patente B di cui potesse vantarsi.

Devo comunque fare una correzione: non è che crediamo che tutti siano speciali. Noi lo siamo, gli altri non son nessuno. Ci autosopravvalutiamo e sottovalutiamo il prossimo e il remoto.

In cuor nostro, ma non lo ammettiamo con noi stessi né ci sogniamo di esternarlo pena il pubblico ludibrio, magari c’è poi invece un giudice interno che ci dice che non possiamo farcela, che la pressione esterna e le aspettative sono eccessive, che qualcuno dovrebbe tirare il freno perché sennò si finisce a sbattere.


Faccio poco testo io che negli anni al giudice monocratico ho sostituito un organo collegiale e messo su un tribunale con tanto di Pubblico Ministero e avvocato della difesa, istituendo inoltre una Corte di Appello e una di Cassazione per avere 3 gradi di giudizio di coscienza. Ciò purtroppo comporta un allungamento dei tempi. Ad esempio sto ancora dibattendo un mio rimorso di coscienza del 2004.


Io allora vorrei rivendicare la realtà del “Non ce la faccio”. Anzi, vorrei istituire la Giornata dell’orgoglio del non farcela. Se cominciassimo a prendere coscienza di non potercela sempre fare forse avremmo qualche ansia in meno e più soldi da non investire in psicoterapeuti.

Certo gli psicoterapeuti avrebbero da ridire o forse no il loro mestiere lo farebbero lo stesso, comunque io non ce la faccio a preoccuparmi anche di loro.


E comunque questa è la nuova – nonché ultima (per ora, credo) – opera sul braccio.

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Non è che il lettore alpinista legga un passo di montagna

Dovevano essere padre e figlio, secondo me. A occhio, direi l’uno 75enne e l’altro 55enne. Dimostravano 30 anni a testa in più.

Dev’essere la vita rocciosa dell’entroterra. Ti scolpisce e indurisce le fattezze rendendole come un costone su cui qualcuno si arrampica per farsi un’autoscatto, l’ultimo prima di precipitare giù perché la foto non puoi fartela due metri più indietro, cosa ne penserebbero i tuoi seguitori di Instagram?

Hanno preso antipasto, bis di primi, secondo, una bottiglia di vino rosso che hanno consumato per intero.

E poi subito dopo sono usciti a passeggiare. Sotto al sole.

Io li guardavo e mi dicevo Ma dove si avviano, questi?.

Ah, mancansa d’ignoransa la mia, direbbe Marco Paolini!

Col passo della tartaruga si sono inerpicati fino in cima alla montagna, superando anche svariate decine di gradini scavati nella roccia.

Io invece m’ero fermato a metà strada: in fondo il panorama è bello anche da qui, mi dicevo.

Sono ridiscesi e più tardi me li sono ritrovati, sempre a passeggio, due chilometri più avanti. Io giravo con l’auto.

Mancansa d’ignoransa!

Li ho guardati stavolta meglio e ho notato gli indizi rivelatori della loro vera natura: il polpaccio e l’andatura. Il passo dello scalatore di montagna non mente: costoro erano avvezzi alla vita dura.

Da questo episodio ne ho tratto una lezione: mai giudicare le persone senza prima averne guardato i polpacci.

E i tuoi polpacci, cosa dicono?

Non è che sei un professore se rimandi a settembre

Ieri ho regalato un libro alla ragazza del Servizio Civile. Come pensiero di commiato, visto che questa settimana ho deciso di smettere di andare in sede causa assoluta assenza di attività e lei il 20 invece termina e parte per l’Erasmus.

La settimana scorsa ho tentato invano di elemosinare cose da fare telefonando a colleghi, ma mi sentivo rispondere sempre “Ne riparliamo a settembre”.


Vedete cosa fa il capitalismo? Prima ti fa odiare il lavoro poi ti costringe a pregare di fare qualcosa.

 


Le ho regalato un libro perché mi andava di fare un gesto carino, senza alcun interesse recondito. Più invecchio e più sento di voler semplicemente selezionare persone cui voler bene e che me ne vogliano. Oggi invece un’amica mi ha confessato che è contenta del nostro rapporto: non ci sperava più dopo che in passato per un periodo ci eravamo allontanati.

Forse sto diventando una brava persona.

Per riequilibrare mi concedo piccoli atti di cattiveria generica e astratta.

Insulto automobilisti con epiteti nei principali dialetti italiani. E cerco di impararne anche di nuovi, con la giusta cadenza.

Quando sono in fase di sorpasso con il lato destro occupato da un’altra vettura – e quindi senza poter rientrare immediatamente – e arriva quello lì da dietro che da 1 km di distanza inizia a sfalanare senza rallentare, a me viene da prendermela comoda. Appoggio il gomito alla portiera, alzo lo stereo, scenderei a prendermi un caffè se potessi. Voglio che quello dietro sappia che me ne batto i coglioni della sua idiozia, perché se io – inizialmente – non scompaio dalla corsia non è per indolenza ma perché non posso gettarmi su un’altra vettura. E se non vado più veloce è perché 130 è il limite, non 180 e i Tutor son pure tornati. Accetterei una tale fregola se avesse accanto la moglie in travaglio che scendendo le scale è caduta rompendosi la tibia che le ha anche lacerato la carne provocandole un principio di dissanguamento con lui invece che ha urgente bisogno di un trapianto di reni, ma dato che dallo specchietto non vedo nulla di tutto ciò ma soltanto un tizio con gli occhiali da CHiPs e uno stecchino in bocca, io me ne batto i coglioni.

Penso di avere già raccontato di avere una vicina che quando esco di casa e lei è in giardino, fugge. Si eclissa, puff. Non le ho fatto nulla, giuro. Questa storia va avanti da quando ero bambino. Una volta mi facevo problemi, rientravo in casa – o mi allontanavo da essa se stavo uscendo – il più velocemente possibile per non inibirla o impedirle di riprendere a fare ciò che stava facendo.

Ora non me ne frega nulla. Resto in giardino a contare le formiche con una tazza di tè in mano e un sigaro – di quelli cubani che durano due ore – nell’altra.

Perché va bene crescere e aprirsi al mondo. Ma non esageriamo.

Non è che Dante quando cucinava si fermava “nel mezzo del cumino”

Stamattina una signora è svenuta in treno. Un calo di pressione.

Spero non accada mai a me di sentirmi male in treno, perché con tutte le persone intorno desiderose di esser utili si rischia seriamente la salute.

1) Uno che ti afferra i piedi e li tira con uno strattone lussandoti l’anca,
2) Gente che si accalca intorno rubando ossigeno;
3) Uno che grida “Fate respirare, fate spazio!”;
4) Gente che si allontana per poi riavvicinarsi di nuovo e riprendere a rubare ossigeno;
5) Gente che comincia a estrarre da borse e zaini: caramelle all’anice, gomme alla menta, Goleador, crackers salati, Twix, Mars e Bounty, gallette di riso, ficcandotele in mano e dicendo Mangia qualcosa! Mangia qualcosa!;
6) Gente che in mancanza di cibo tira fuori medicinali a caso, Oki, Aspirina, Aulin, pillole anticoncezionali;
7) Gente che in mancanza di cibo e medicinali tira fuori bottiglie d’acqua dicendo Bevi! Bevi!. I più sadici ti mettono la bottiglia direttamente in bocca costringendoti a un waterboarding (non cercatelo su Google se siete impressionabili);
8) Gente che le bottiglie di acqua cominciano a mettertele sui polsi, dietro il collo, sotto le ascelle;
9) Gente che vedendo che la propria acqua non viene utilizzata né per bere né per rinfrescare te la spruzza in faccia;
10) Gente che ti parla contemporaneamente nelle orecchie: chi ti chiede se vuoi un’ambulanza, chi ti chiede se bisogna chiamare qualcuno, chi ti chiede se soffri di malattie cardiache, chi ti chiede se questo è il treno per andare a xyz. Non sapendo a chi rispondere rimani disorientato e le persone pensano che tu stia in stato confusionale per lo shock subìto;
11) Quelli che sentendosi inoperosi danno il proprio contributo al clima di solidarietà generale lamentandosi, perché Qui è tutto uno schifo, questi treni sono una vergogna, i trasporti sono una vergogna, l’Italia è una vergogna ma nessuno dice niente. Magari aggiungomo due parole pure sugli immigrati ché stanno sempre bene con tutto un po’ come il cumino che a Masterchef inseriscono in qualunque cosa.

Credetemi: star male in pubblico non è un grande affare. Ammalatevi a casa vostra!