Non è che il lettore alpinista legga un passo di montagna

Dovevano essere padre e figlio, secondo me. A occhio, direi l’uno 75enne e l’altro 55enne. Dimostravano 30 anni a testa in più.

Dev’essere la vita rocciosa dell’entroterra. Ti scolpisce e indurisce le fattezze rendendole come un costone su cui qualcuno si arrampica per farsi un’autoscatto, l’ultimo prima di precipitare giù perché la foto non puoi fartela due metri più indietro, cosa ne penserebbero i tuoi seguitori di Instagram?

Hanno preso antipasto, bis di primi, secondo, una bottiglia di vino rosso che hanno consumato per intero.

E poi subito dopo sono usciti a passeggiare. Sotto al sole.

Io li guardavo e mi dicevo Ma dove si avviano, questi?.

Ah, mancansa d’ignoransa la mia, direbbe Marco Paolini!

Col passo della tartaruga si sono inerpicati fino in cima alla montagna, superando anche svariate decine di gradini scavati nella roccia.

Io invece m’ero fermato a metà strada: in fondo il panorama è bello anche da qui, mi dicevo.

Sono ridiscesi e più tardi me li sono ritrovati, sempre a passeggio, due chilometri più avanti. Io giravo con l’auto.

Mancansa d’ignoransa!

Li ho guardati stavolta meglio e ho notato gli indizi rivelatori della loro vera natura: il polpaccio e l’andatura. Il passo dello scalatore di montagna non mente: costoro erano avvezzi alla vita dura.

Da questo episodio ne ho tratto una lezione: mai giudicare le persone senza prima averne guardato i polpacci.

E i tuoi polpacci, cosa dicono?

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Non è che sei un professore se rimandi a settembre

Ieri ho regalato un libro alla ragazza del Servizio Civile. Come pensiero di commiato, visto che questa settimana ho deciso di smettere di andare in sede causa assoluta assenza di attività e lei il 20 invece termina e parte per l’Erasmus.

La settimana scorsa ho tentato invano di elemosinare cose da fare telefonando a colleghi, ma mi sentivo rispondere sempre “Ne riparliamo a settembre”.


Vedete cosa fa il capitalismo? Prima ti fa odiare il lavoro poi ti costringe a pregare di fare qualcosa.

 


Le ho regalato un libro perché mi andava di fare un gesto carino, senza alcun interesse recondito. Più invecchio e più sento di voler semplicemente selezionare persone cui voler bene e che me ne vogliano. Oggi invece un’amica mi ha confessato che è contenta del nostro rapporto: non ci sperava più dopo che in passato per un periodo ci eravamo allontanati.

Forse sto diventando una brava persona.

Per riequilibrare mi concedo piccoli atti di cattiveria generica e astratta.

Insulto automobilisti con epiteti nei principali dialetti italiani. E cerco di impararne anche di nuovi, con la giusta cadenza.

Quando sono in fase di sorpasso con il lato destro occupato da un’altra vettura – e quindi senza poter rientrare immediatamente – e arriva quello lì da dietro che da 1 km di distanza inizia a sfalanare senza rallentare, a me viene da prendermela comoda. Appoggio il gomito alla portiera, alzo lo stereo, scenderei a prendermi un caffè se potessi. Voglio che quello dietro sappia che me ne batto i coglioni della sua idiozia, perché se io – inizialmente – non scompaio dalla corsia non è per indolenza ma perché non posso gettarmi su un’altra vettura. E se non vado più veloce è perché 130 è il limite, non 180 e i Tutor son pure tornati. Accetterei una tale fregola se avesse accanto la moglie in travaglio che scendendo le scale è caduta rompendosi la tibia che le ha anche lacerato la carne provocandole un principio di dissanguamento con lui invece che ha urgente bisogno di un trapianto di reni, ma dato che dallo specchietto non vedo nulla di tutto ciò ma soltanto un tizio con gli occhiali da CHiPs e uno stecchino in bocca, io me ne batto i coglioni.

Penso di avere già raccontato di avere una vicina che quando esco di casa e lei è in giardino, fugge. Si eclissa, puff. Non le ho fatto nulla, giuro. Questa storia va avanti da quando ero bambino. Una volta mi facevo problemi, rientravo in casa – o mi allontanavo da essa se stavo uscendo – il più velocemente possibile per non inibirla o impedirle di riprendere a fare ciò che stava facendo.

Ora non me ne frega nulla. Resto in giardino a contare le formiche con una tazza di tè in mano e un sigaro – di quelli cubani che durano due ore – nell’altra.

Perché va bene crescere e aprirsi al mondo. Ma non esageriamo.

Non è che Dante quando cucinava si fermava “nel mezzo del cumino”

Stamattina una signora è svenuta in treno. Un calo di pressione.

Spero non accada mai a me di sentirmi male in treno, perché con tutte le persone intorno desiderose di esser utili si rischia seriamente la salute.

1) Uno che ti afferra i piedi e li tira con uno strattone lussandoti l’anca,
2) Gente che si accalca intorno rubando ossigeno;
3) Uno che grida “Fate respirare, fate spazio!”;
4) Gente che si allontana per poi riavvicinarsi di nuovo e riprendere a rubare ossigeno;
5) Gente che comincia a estrarre da borse e zaini: caramelle all’anice, gomme alla menta, Goleador, crackers salati, Twix, Mars e Bounty, gallette di riso, ficcandotele in mano e dicendo Mangia qualcosa! Mangia qualcosa!;
6) Gente che in mancanza di cibo tira fuori medicinali a caso, Oki, Aspirina, Aulin, pillole anticoncezionali;
7) Gente che in mancanza di cibo e medicinali tira fuori bottiglie d’acqua dicendo Bevi! Bevi!. I più sadici ti mettono la bottiglia direttamente in bocca costringendoti a un waterboarding (non cercatelo su Google se siete impressionabili);
8) Gente che le bottiglie di acqua cominciano a mettertele sui polsi, dietro il collo, sotto le ascelle;
9) Gente che vedendo che la propria acqua non viene utilizzata né per bere né per rinfrescare te la spruzza in faccia;
10) Gente che ti parla contemporaneamente nelle orecchie: chi ti chiede se vuoi un’ambulanza, chi ti chiede se bisogna chiamare qualcuno, chi ti chiede se soffri di malattie cardiache, chi ti chiede se questo è il treno per andare a xyz. Non sapendo a chi rispondere rimani disorientato e le persone pensano che tu stia in stato confusionale per lo shock subìto;
11) Quelli che sentendosi inoperosi danno il proprio contributo al clima di solidarietà generale lamentandosi, perché Qui è tutto uno schifo, questi treni sono una vergogna, i trasporti sono una vergogna, l’Italia è una vergogna ma nessuno dice niente. Magari aggiungomo due parole pure sugli immigrati ché stanno sempre bene con tutto un po’ come il cumino che a Masterchef inseriscono in qualunque cosa.

Credetemi: star male in pubblico non è un grande affare. Ammalatevi a casa vostra!

 

Non è che serva un camionista per un buon rimorchio

Una volta mi dissero che chi scrive a qualcuno dopo le 22:30 non lo fa per amicizia.

Mi chiedo come abbia fatto l’autore della riflessione a giungere a tale, precisa, conclusione.

Conclusione precisa ma ahimè incompleta di eccezioni e corollari. Quando scrivono alle 22:29 cosa vuol dire: “Soffro di ansia da prestazione e mi anticipo”? “Ti desidero ma non fino a quel punto”?

E quando vorrebbero scrivere alle 22 ma all’improvviso va via la connessione e il messaggio resta in sospeso e viene inviato, poniamo, dopo le 23? Insomma, conta l’intenzione o il tempo limite?

Quante complicazioni con questa modernità.

Ho ripensato a questa cosa quando ieri sera un’amica mi ha scritto intorno mezzanotte. Per parlare di Dostoevskij.

In realtà mi aveva scritto una prima volta alle 22, poi c’è stata un’interruzione e ha proseguito a mezzanotte e oltre.

Che confusione, quindi! Come andrebbe considerato questo evento?

Ovviamente si scherza, ho premesso che trattasi di un’amica.


Amica-amica, no amica con beneficio.

 


E poi scrive di Dostoevskij, chi approccerebbe così? Certo sarebbe stimolante – non per la peristalsi, beninteso – che le persone interagissero in via non amicale in tal guisa.

“Sai, quando mi hai nominato lo starec Zosima ho provato qualcosa…”

Anzi, perché limitarsi solo al romanziere russo:

“Escile le Tesi di Kant”
“Voglio vedere il tuo Zibaldone”
“Sono troppo sfacciata se ti chiedo di farmi vedere il tuo Pendolo di Foucault? Ne ho già viste altre edizioni ma non mi hanno soddisfatta…”

Una volta mi vedevo con una ragazza che, non ricordo in che occasione, mi tirò fuori l’Ἀποκολοκύντωσις (Apokolokýntosis). Non è una metafora sessuale.


Trattasi di un testo satirico attribuito a Seneca riguardante la trasformazione dell’Imperatore Claudio in una zucca.


Dato che fu divertente, da quell’occasione, ogni tanto, glielo facevo ripetere. Al posto di farmi dire “Quanto sei bello” (che poi neanche lo sono e sarebbe suonato poco credibile), lei mi pronunciava Ἀποκολοκύντωσις.

Sì, sarebbe divertente e originale.

Per cortesia, non ditemi che però è solo Il sogno di un uomo ridicolo. Va bene, magari Dostoevskij a tarda ora non è mica un piatto leggero. Si rischia di finire a fare Le notti bianche come un Idiota, lo capisco: ma non c’è bisogno che mi trattiate come un Adolescente!

Non è che serva un capotreno dietologo per risolvere i problemi di linea ferroviaria

La vita di un pendolare è un Pendolino che oscilla tra il ritardo e il disagio, disse Schopenhauer.

Siamo così sfigati qui col trasporto pubblico che nella classifica delle peggiori linee ferroviarie non riusciamo manco ad avere il primato: la Circumvesuviana infatti è solo seconda.

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Mi sono reso conto di aver più volte citato in questo blog la Circumvesuviana senza però mai fornire qualche informazione aggiuntiva. Dato che per molti questa linea sembrerà solo un qualcosa di vago e astratto – mi riferisco soprattutto ai lettori oltre la Linea Gotica -, con questo intervento voglio fornire un quadro più completo e, perché no, anche invogliare i turisti a visitare questa nostra a torto sottovalutata eccellenza.

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Il meraviglioso sviluppo tentacolare della Circumvesuviana che con le sue propaggini è in grado di insidiare zone lontane tra di loro e mettere a repentaglio la vita dei loro abitanti

Innanzitutto, esistono due tipologie di treno: il blu e il rosso, un po’ come le pillole di Morpheus. In entrambi i casi rischi di finire in fondo la tana del Bianconiglio e vivere avventure spettacolari.

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I treni rossi sono in servizio da 30 anni. Ricordo che un anno di un treno equivale a un anno di un umano, un po’ come per cani e gatti. Quindi fate un po’ voi in che condizioni si trovino questi simpatici vecchietti.

Come tutti gli anziani, hanno qualche acciacco, sono incontinenti (quando piove le guarnizioni tra i vagoni imbarcano acqua regalando ai passeggeri graziosi giochi d’acqua e cascatelle), fanno tanto rumore ed emanano puzze strane a volte.

Quando i piove i finestrini non si riescono a chiudere. Quando fa caldo non si aprono.

I treni blu sono invece in servizio da una decina d’anni. Hanno meno posti a sedere e anche meno posti in piedi. Ancora ci si chiede lo spazio mancante da cosa sia occupato.

L’aria condizionata ha due modalità: spenta ed effetto Terre dell’Eterno Inverno. Dato che a differenza dei treni rossi i finestrini non sono utilizzabili dagli utenti in quanti sigillati (sono sbloccabili solo uno ad uno dalla chiave del capotreno), per non morire soffocati d’estate l’aria è accesa. È consigliabile salire a bordo con sciarpa e cappotto come se dalle Canarie ci si stesse imbarcando per Tromsø.

La frenata del treno blu è un tantino decisa e brusca. Per far capire, nel momento in cui il treno frena è in grado di far sperimentare per qualche secondo l’assenza di peso come si fa nei voli parabolici per allenare gli astronauti. L’atterraggio è un po’ da rivedere, invece. Non è simpatico sbattere col muso contro il bordo di ferro di un sedile o vedersi venire addosso un tizio 1,90 per 100 kg.

I passeggeri sono un altro fattore meraviglioso da tenere in considerazione.

Dopo anni di battaglie, sembra aver preso piede il partito del “Lasciate scendere prima di salire”. Qualche frangia dissidente che si oppone a tutto ciò e si vuole buttare dentro il treno appena le porte aprono uno spiraglio c’è sempre, però.

Una frase tipica che il viaggiatore sentirà spesso pronunciare da chi è fuori dal treno e si appresta a salire è “Andate nei corridoi, c’è spazio”. In realtà spazio oggettivamente non ce ne sarebbe, al che gli studiosi pensano che la frase sia slegata da un qualsiasi contesto reale e pratico e abbia più che altro funzionalità apotropaiche. Un po’ come i calciatori che si fanno il segno della croce prima di entrare in campo.

Se tutto quel che ho descritto finora vi sembra irrealistico, vi invito a venire a controllare di persona e a vivere lo splendido mondo della Circumvesuviana. Sperando che un giorno il primato possa esser nostro.

Non è che per Don Chisciotte il resto fosse Mancia

Quella volta mi scrisse “Non vedo l’utilità di essere “amici”, “conoscenti””. Virgolette comprese intorno ad amici e conoscenti. E lì fu la pietra tombale sulla conversazione.

L’utilità.

Qual diamine persona gretta parla di utilità riferendosi agli altri individui? Non è una tariffa telefonica, non stai mica valutando cosa ti sia più utile tra 1000 minuti o 30 gb.

– Salve buongiorno, è il Sig. Gintoki? Sono Gonorrea della Voltafogne, la contatto per questa nuova offerta che le dà un conoscente in più al mese per sempre
– No grazie non ne vedo l’utilità

Non ho mai ragionato in questi termini e forse ho sbagliato. Mi sarò precluso tante occasioni nel valutare l’utile in questo o quel rapporto.

Ci ritorno su riflettendoci mentre mi allontano dalla cena per andare in bagno. Chiudo come sempre la porta tenendola tra la punta di due dita perché penso a tutta la gente che la tocca senza essersi lavata le mani.

La minzione sembra interminabile e io continuo nelle mie riflessioni. È molto bello eleggere a pensatoio un cesso delle dimensioni di un metro per un metro di una trattoria alla buona .

Torno e cominciano ad arrivare i piatti. Io volevo solo un primo: 120 grammi di ziti al ragù napoletano. Alle 23 è meglio star leggerini. Però mi attiravano anche le polpette, sempre al ragù. Ma non ce l’avrei fatta a finirle insieme al primo piatto. La mia vicina di posto pensando probabilmente la stessa cosa allora mi aveva guardato facendomi: “Ce le dividiamo?”. Così le avevamo ordinate.

Non posso dire sia una mia amica. Non mi invita manco ai suoi compleanni. Direi quindi che sia più una conoscente.

E, improvvisamente, col piatto davanti da poter dividere permettendomi di gustare le polpette nella giusta quantità, ne ho vista l’aura di utilità nell’averla come conoscente.

Forse allora è proprio vero. Le persone sono utili. Almeno quando si tratta di cibo.

Non è che il fotografo pensi in negativo

Non odio l’umanità ma diciamo molto spesso trovo difficile conviverci.

Io lo so che è fatta di tante brave persone ma costoro sono troppo distanti da me e se è vero che un albero che cade fa più rumore di una foresta che cresce, allo stesso modo uno che spacca i maroni fa più casino di uno che evita di infrangerli.

Tra campagne di odio, campagne elettorali, campagne stampa, campagne marketing, io mi voterei alla cementificazione selvaggia per rinchiudermi in un cubo di cemento (abusivo) e isolarmi.

Vorrei provare a isolarmi da tutto ciò, spegnere tv, radio, computer. Purtroppo tutta la negatività ti raggiunge e ti circonda mentre sei sulla Circumputtanaevesuviana.

Anche al lavoro ascolti commenti di cui faresti proprio a meno a costo di forarti i timpani come Siegfried di Orion, Cavaliere di Asgard.

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Poi capita che ti chiamano da un’associazione, ti invitano a farti una passeggiata da loro. Vorrebbero qualcuno che li aiutasse a pianificare le attività, ti chiedono un confronto, senza alcun impegno.

Tu vai, anche se convinto di non essere la persona che fa al caso loro. Li ascolti, ammiri il loro impegno ed entusiasmo. Però fai presente che forse dovrebbero puntare su qualcun altro. Dici che proverai a far girare la voce tra qualcuno che potrebbe essere interessato, ti scusi per aver fatto forse perder loro tempo.

Allora uno ti risponde: “Tu sei venuto fin qua per venirci a trovare. E questo è già tanto”. E lo afferma con una tale spontaneità e solarità che sai che è sincero.

Allora un po’ ti rincuori. Puoi ancora incontrare brave persone e portar una scintilla di positività con te.

Non è che il pastore faccia solo battute pecorecce

– Posso entrare oggi, per recuperare domani che è chiuso?
– Guarda che domani è rosso sul calendario, non si recupera. Non si entra quando ci sono i giorni rossi. Noi vi facciamo recuperare i turni quando non potete venire per un problema vostro, questa volta ormai sei qua e va be’ ti faccio entrare ma di solito non si può
– Grazie.

Tu abbozzi e ringrazi con tanta umiltà perché ti sta facendo un favore dall’alto della sua magnanimità. Che non sai manco dirlo senza incartarti. Magnanimità. Vorresti chiedergli se fa tali questioni anche a quelli che sono conoscenti suoi che delle volte vedi passare senza manco passare la tessera sul lettore. Tutti sono clienti ma alcuni sono più clienti degli altri, è evidente. Ma tu devi abbozzare e ringraziare perché ti sta facendo un favore.

Vorresti fargli notare che si può entrare lo stesso anche nei giorni rossi, magari meglio mettere un asciugamano prima e lavarsi bene dopo, ma lui c’ha sempre l’aria funerea di uno cui è morto il rosmarino sul balcone – tra l’altro solo con te, perché puoi giurare di averlo visto ridere – e quindi qualsiasi battuta pecoreccia per rompere il ghiaccio sarebbe fiato sottratto all’attività aerobica.

Ti chiedi cosa tu gli abbia fatto per stargli così sul cazzo da non rispondere manco a un Buonasera ma probabilmente lo scoprirai solo tra diverse stagioni quando ti rivelerà che ti odia perché hai fatto cadere un penny bloccando le porte*.


* Se non capite la citazione problemi vostri.

 


Non è vero, sono buono e rivelo la soluzione.


Quindi puoi solo ricordare quel vecchio adagio che recita: Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia: e qualcuno la sta combattendo contro di te.

Non è che se alzi il pollice sull’erba stai facendo OK su prato.

Ho fatto un colloquio di lavoro via Skype, ieri. Non sto pensando di cambiare ma se capitasse qualcosa di migliore perché no.

Non era purtroppo questa l’occasione giusta, per quanto la città da dove veniva la proposta offra molte opportunità.

C’era una cosa in una delle due intervistatrici che mi infastidiva molto. Era una delle classiche persone da “piuttosto che” usato in modo improprio. Non sono un maniaco della corretta grammatica, negli anni mi sono abbastanza ammorbidito. Diciamo che dopo aver rischiato il linciaggio per aver corretto, per l’ennesima volta con conseguente rottura di maglioni, l’uso del pronome maschile per riferirsi a una donna, ho cominciato a mordermi la lingua.

Se non che, dopo aver ignorato i primi 2-3 “piuttosto che” fuori posto, costei ne ha infilata una combo in sequenza che mi ha fatto partire un tic all’occhio.

Non c’è nulla da fare, resto un insofferente viscerale.

Ad esempio una delle cose che mi dà più fastidio è quando, utilizzando i moderni strumenti di rimbambim…comunicazione, tu scrivi o registri un articolato messaggio e ti rispondono con l’emoticon del pollicione alzato.

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E nient’altro.

Attenzione: ci sono due tipi di pollicione. Ho notato che gli amici maschi rispondono in modo genuino col pollicione. Questo perché la comunicazione maschile, retaggio credo del Neolitico, segue schemi essenziali e primitivi. Cibo! Birra? Cazzo proprio stasera che c’è la partita?. In genere così sono le conversazioni con i miei amici. Il pollicione quindi non è indifferenza, è semplicemente un “Non sono in grado di esprimere altro”.

Le donne, invece, ho notato che quando rispondono col pollicione in genere sarebbero in grado di esprimere altro ma semplicemente non vogliono. Perché in quel momento ce l’hanno con te e quindi ti riservano assoluta sufficienza e indifferenza in quanto qualcosa in ciò che hai detto/scritto le ha urtate ma non ti diranno cosa.

In entrambi i casi, a me che mi sono sprecato a intavolare un discorso parte il tic all’occhio e quindi rispondo con un dito medio.

La terza cosa che mi causa insofferenza è quando qualcuno si ostina a entrare in dettagli clinici personali di cui farei a meno. Beninteso, non sono un insensibile e se una persona vuole condividere con me io sono sempre disponibile. Forse anche troppo.

C’è però il mio responsabile, uomo over50, che ogni volta che lo vedo deve aggiornarmi riguardo lo stato della sua prostata e delle sue minzioni. E per fortuna che lo vedo una volta al mese al massimo.

Oggi mi ha detto che c’è un farmaco che non vuole prendere perché ha scoperto gli causa disfunzione erettile. Non che io debba farci qualcosa con quello…, ha tenuto a precisare.

Ecco, tra scoperta e precisazione non so cosa più mi abbia fatto venire un altro tic.

Quasi quasi ricontatto la tizia del “piuttosto che”.

Non è che tu debba aprir la porta per fare un’uscita a vuoto

Negli ultimi tempi non ho molta voglia di uscire e fare cose, a meno che non si tratti di mangiare. La conversazione riempie la mente ma il cibo riempie molto meglio dice un antico proverbio ticinese.

Giacché però mi conosco e so che anche quando non ho voglia di far qualcosa poi la faccio e scopro di divertirmi, mi son fatto trascinare a una serata diversa dalle altre.

C’è questo tale che, in cambio di una cifra simbolica, apre le porte (e soprattutto la cantina) della propria villa per ospitare serate di musica e cibo da dita e degustazioni di vino.

La differenza tra il degustare e conciarsi di merda sta tutta nel modo in cui tieni il bicchiere in mano. Il risultato però è il medesimo: il giorno dopo non ricordi come ti abbiano riportato a casa.

A questi eventi si presenta molta gente strana.

Mentre parlavo con due amici, un tale ci si è seduto di fronte:

– È libera?
– Certo…
– Ma ci sono persone del posto, qui? Non ne ho ancora incontrata una…
– Non saprei…lei è autoctono?
– No no io vengo da (non capisco dove). Voi di dove siete?
– Io e lui (indico il mio amico) da Terra Stantìa. Lei (indico la mia amica) da Località-di-mare.
– Ah va be’ lei quindi è bagnata.

L’abbiamo ignorato mostrandogli il gelo emanato dalle nostre spalle.

Nel corso della serata è tornato più volte tra noi tentando di attaccar bottone ma ha avuto poco successo.

Conosco bene la paura di far una gaffe o un’uscita a vuoto, per fortuna ho un forte istinto di autoconservazione che mi porta a mordermi la lingua prima di dir cose irreparabili, sacrificando l’organo per un fine superiore, cioè mantenere la dignità.

È importante mantenere sempre la disinvoltura.

Mi sono presentato a uno che pensavo fosse il proprietario. Apriva bottiglie, mesceva vino, intratteneva persone.

Non era il proprietario ma un tizio che passava di lì. Ma sono stato disinvolto fingendomi una persona cordiale e socievole.

Una signora si è girata verso di me dicendo qualcosa mentre scendevo le scale. L’ho fissata con uno sguardo inquisitorio come a dire Chi sei e cosa vuoi?. Mi ha guardato quasi spaventata esclamando un ciao interrogativo. In realtà prima si stava rivolgendo alla sua amica dietro di me. Quando me ne sono accorto ho finto di aver sentito un rumore in un’altra stanza e sono scappato via. Sempre disinvolto.

Mentre ormai il vino cominciava a mietere le prime vittime, un tale con una camicia più brutta delle mie ci si è avvicinato battendo le mani – fuori tempo – e mimando mosse di danza, credo per invitarci a unirci a un ballo cui lui era l’unico partecipante perché tutte le persone erano a morire stravaccate da qualche parte.

L’ho ignorato fingendo di essermi ricordato di un mio commilitone durante la Prima Guerra Mondiale. Sempre con disinvoltura ma con un livello di difficoltà esponenzialmente aumentato dai gradi alcolici.

Siamo andati via dal luogo relativamente presto. Direi prima che la situazione si trasformasse in Eyes Wide Shut.

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Non è che quando guidi puoi disimpegnarti da un obbligo

Se è vero che più passano gli anni più aumentano obblighi e responsabilità, è anche vero che alcuni doveri vengono meno.

A trent’anni si riceve il prezioso dono della relatività, nella speciale box set detta Chissenefrega.

Grazie a questo presente (che vale anche per il futuro), l’importanza di certe cose diviene del tutto relativa.

Le esperienze sociali, ad esempio. Fermo restando che il coltivare relazioni e condividere esperienze è importante, il dovere di partecipavi perché ci si sente obbligati viene spesso meno. Chissenefrega.

A vent’anni tutto ciò non lo puoi capire. Anzi, se sei un post adolescente mediamente medio, valutato in una scala che va da nullità a segretario pro tempore di partito, cerchi di presenziare a tutti i costi perché non vuoi mostrarti come lo sfigato che sei che magari nel week end se ne sta a casa.

Cosa che magari in certi momenti vorresti anche fare, perché piove, perché fa freddo, perché camminare in mezzo alla gente delle volte ti dà la nausea, perché vorresti solo stravaccarti sul divano a guardare Law&Order: Criminal Intent.

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Nata come spin-off del legal drama Law&Order, la serie si concentrava solo sull’aspetto delle indagini – tralasciando la parte processuale come nella serie originale – intorno ai casi, con un ruolo preponderante attribuito alle intuizioni dei detective e all’approccio psicologico nell’individuazione del profilo del colpevole e nella gestione degli interrogatori

Cosa che per un periodo ho fatto, senza dichiararlo apertamente: gli altri pensavano che avessi cambiato compagnie o nascondessi una ragazza. E io glielo lasciavo credere: quando mi chiedevano “Ma che fai il week end? Vedi qualcuno?” Io rispondevo con dei suoni disarticolati e poi indicavo nella folla un conoscente a caso. Oppure fingevo un ictus.

Perché a vent’anni non vuoi passar per sfigato: basta un niente per distruggersi una reputazione già precaria. I tuoi coetanei sono come un branco che si libera dell’elemento più debole.

Se incontrassi il me stesso di allora gli darei un calcione educativo per fargli capire la relatività. E per dirgli che a trent’anni se ti rompi i coglioni di presenziare non devi giustificarti affatto: anche perché gli altri faranno lo stesso e non avranno timore di confessare che, delle volte, allo stare in giro preferiscono una tisana e una coperta e il programma di Bianca Berlinguer*.


Ho un’amica che lo guarda per commentare le domande fuori luogo e imbarazzanti che B.B. fa agli ospiti.


Chissenefrega: pour l’homme/pour la femme.

Da oggi anche nel pratico formato da viaggio!

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Non è che il borgo sia un suino per un tizio raffreddato

Nei paesini montani o di campagna dimenticati dall’odontoiatria c’è sempre un bar, anonimo, con l’intonaco esterno che resta attaccato con lo sputo e su cui è appeso il cartellone blu (una volta) dei gelati Motta. Accostate al muro, tre sedie di plastica, rosse. Su quelle sedie trovano posto degli anziani, rinsecchiti dal rancore verso l’umanità e con una produzione salivare incontrollata che li porta a frequenti raschiate di ugola che terminano la propria corsa sul marciapiede.

Il forestiero che attraversa la strada davanti a quegli anziani sarà oggetto di sguardi indagatori e poco accoglienti che metterebbero a disagio persino il clown Pennywise. Anche svoltato l’angolo e usciti dal raggio visivo di quei vecchiacci, si avvertiranno i loro gli occhi puntati addosso.

Poco più avanti, fuori la porta di una casa ci sarà sempre una vecchina seduta su una sedia semi-sfondata di una paglia grezza che una volta era gialla ma ora è ridotta a un color piccione esausto. Un vestito nero come l’infamia, delle calze 90 denari e degli zoccoli ortopedici deformati addobbano la gentil signora. Superati gli sguardi degli anziani del bar, non con un certo imbarazzo, sarà il turno di subire le sue occhiate di disprezzo, mentre con la mascella sembra ruminare un pezzo di verza rimastole in bocca dal ’74.

A differenza dei guardiani seduti fuori al bar, la megera non ti disapprova in quanto forestiero (e per questo non benvoluto) ma per il semplice fatto che tu esista e sia più giovane di lei.

È in queste occasioni che l’uomo di città si rende conto di quanto conti poco la propria boria metropolitana e tutta la prosopopea con cui si accompagna nella squallida esistenza urbana che conduce.

Io, confesso, amo prendermi una pausa dalla mia solita vita e inoltrarmi in questi contesti per il solo gusto di emendarmi.

L’anziano di paesino è lo squarcio nel velo di Maya che mostra la realtà per quale è: cioè che a prescindere di chi tu sia e cosa faccia, farai loro schifo.

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(immagine presa da internet) Riesci a sentire il disagio colarti addosso?