Non è che se una verità è supposta allora te la puoi mettere da qualche parte

Parlavo con un tale. Mi ha raccontato di una situazione che gli è capitata, con un’agente di commercio. In pratica, questa agente ha avuto delle grosse difficoltà a intraprendere la professione, causa opposizione del marito e della famiglia. I motivi?

  1. Fare l’agente di commercio, andare in giro, incontrare persone e negoziare con loro è un lavoro da uomini.
  2. Se la moglie si cerca un lavoro, la gente può pensare che il marito non è capace da solo a provvedere ai bisogni economici familiari.

Una storia simile l’avevo già sentita altre volte. Mogli che lavorano di nascosto dei mariti al mattino, perché loro non vogliono, perché poi la gente pensa che “l’uomo non bravo a fare l’uomo di casa”.

Correnti di pensiero che non sopravvivono soltanto nel mondo maschile: io ricordo ancora una ex collega, anni fa quando ero impegnato in un altro lavoro, che diceva che non esistevano più i veri uomini e le vere donne, cioè l’uomo che provvedeva ai bisogni e la donna che curava la famiglia.

La cosa più bella della considerazione della ex collega era che poi secondo lei era per questo motivo – cioè che non ci sono veri uomini e donne che fanno gli uomini – che 2stanno uscendo in giro tanti omosessuali”; avrei voluto farle notare che gli omosessuali di oggi sono figli e nipoti dei “veri uomini” e delle “vere donne” di prima, quindi qualcosa non deve aver funzionato nella sua tesi: dai veri nascono comunque i falsi!


Forse il suo ideale di verità è legato a una verità supposta, che, per dirla à la Caparezza, in quanto supposta se la può infilare da qualche parte.


Sarò sincero e mi confesso: quando sento questi discorsi mi faccio i fatti miei. Come quando stavo parlando col mio amico libraio e si è avvicinato il proprietario di un locale di fianco che, cambiando decisamente il nostro argomento, inizia a parlare di donne e uomini e ci elargisce una grande – secondo lui – verità: che il problema di oggi è che le donne vogliono fare gli uomini.

Io me ne sono semplicemente allontanato per non ascoltarlo.


Con molta viltà lasciando l’amico libraio a tenere il discorso, è vero.


Mi stanco nel dialogare con le persone. Mi tedio delle banalità, dei preconcetti, delle verità supposte (vedasi nota sopra), e di concetti che di per sé non significano proprio niente.


Ad esempio, sempre nella mia sempiterna ingenuità, non è mi è chiaro il concetto di “voler fare l’uomo”. Forse le donne vogliono rubarci il privilegio della minzione in piedi? Questo sarebbe pretenzioso, lo riconosco.


Non so se sia corretto il mio atteggiamento di rifiuto del confronto. Credo di no. Come quando a uno che voleva convincermi dell’esistenza di vari complotti – dall’11settembre allo sbarco sulla Luna – dissi Senti non sono d’accordo e non ti ascolto. Non ritenni di dover spendere tempo a cercare di ribattere, controbattere e controargomentare le cose che mi diceva.

Ripeto, forse mi sbaglio. Probabilmente non si farà mai un passo avanti nella società se non ci si preoccupa di ricercare un confronto, un dibattito e di far riflettere le persone. Ma se l’altra persona parte da una posizione dogmatica – tipo c’è uno nella mia città convinto che il Papa sia satanista e che Trump sia a capo dell’armata dei buoni – val la pena cercare un confronto?

O è meglio girare i tacchi e andare a farsi una birra?

Non è che ti serva una siringa per un’iniezione di fiducia

Mi sono vaccinato.

Ma ho dimenticato di farmi fare la foto e quindi ora temo che non sia valido.

Il processo di vaccinazione è stato alquanto curioso.

Martedì mi arriva la convocazione per il giorno successivo, ore 19.

Mercoledì mattina, alle 9, ricevo una telefonata.

«Pronto, parlo con il Sig. Gintoki? La chiamo dal Centro Vaccinale, lei è convocato per oggi alle 19. Potrebbe venire anche stamattina?»
«A che ora?»
«Quando vuole, anche ora»
«Va bene, mi dia una mezz’ora»

E quindi vado al Centro Vaccinale. Mi avvicino al soldato dell’esercito di guardia e gli dico che sono stato convocato.

«Lei è?»
«Gintoki»
«Aspetti un attimo»

Va dentro. Ne esce in compagnia di un altro soldato:

«Lei è?»
«Gintoki»
«Eh ecco forse c’è stato un Qui Quo Qua…mi lasci vedere»

E rientrano tutti e due dentro.

Ne escono stavolta in tre.

«Lei è?»
«Sempre Gintoki»
«Sì come pensavo c’è stato un problema, non hanno avvisato il Responsabile del Centro che lei sarebbe arrivato»
«E io che devo farci? A me hanno telefonato dicendo di venire anche subito»
«Eh non posso farci niente»
«Io da qua non me ne vado»
«Aspetti un attimo»

Stavolta rientrano in due, lasciando la prima guardia fuori. Dopo 5 minuti dall’interno mi fanno cenno di entrare.

Mi mandano all’anamnesi, dove mi attende una dottoressa con una soldatessa che scrive i dati al pc.

«Lei è?»
«Gintoki, presumo»

Dopo le domande di rito su Covid, tamponi, allergie, arriviamo ai medicinali:

«Prende regolarmente medicinali?»
«Nulla, a parte degli integratori per il cuoio capelluto»
«Quelli alla mela?»
«Sì esatto»
«Anche il mio fidanzato li prende»
«Ah»
«Comunque bisogna aspettare arrivi l’età che non ci si pensa più»
«Ah»
Poi si gira verso la soldatessa, che non era per niente interessata alla conversazione
«Comunque lui è fortunato è solo stempiato, il mio invece li sta perdendo dietro, non può neanche farsi il trapianto perché non sono ancora caduti tutti, quando cadranno poi gli resterebbe il vuoto intorno»
«Ah»
Poi scrive
«Va bene, quindi…non dichiara patologie…a parte i capelli…va be’»
«Grazie, tornerò a casa carico di autostima»

E mi mandano allo step successivo, la sala d’attesa. Ci sono 20 sedie libere, 3 persone sedute vicine, senza distanziamento. Io faccio per sedermi a una sedia di distanza dagli altri, ma vengo ripreso da un’infermiera che mi invita a sedermi accanto a un signore.

Arriva da una stanza un soldato, che fa:

«Qualcuno è stato convocato stamattina?»
«Io»
«Lei è?»
«A questo punto non lo so più…Gintoki?»

E rientra nella stanza. Non è più tornato.

Vengo convocato nella stanza per l’iniezione. Me la faranno al braccio sinistro. Segnalo che ho un tatuaggio fatto da poco che, in via di guarigione, sta spellando come di norma.

«Ma è vero o è finto?» mi fa il medico.
«…È vero…»
«Quindi la pelle tatuata quando guarisce perde pellicine?»
«…Ehm sì»

Mentre mi sorgevano dei dubbi sulle sue competenze mediche, mi aveva già infilato ed estratto l’ago.

Come dicevo, non ho autoscatti o foto del momento del vaccino da pubblicare sui social e quindi non so se sia valido o meno. Però ho una foto del post tatuaggio, di cui posso quindi dire che è vero.

 

Non è che con le nuove regole se il mare è una tavola possono starci solo in 4

Venerdì ho sostenuto una prova intercorso per un esame. La didattica a distanza mi permette di poter gestire l’impegno universitario senza muovermi da casa, nelle pause lavorative.

Da questo punto di vista, le restrizioni vantaggi indubbi ne offrono.

Gli svantaggi non sto qui a descriverli, ne siamo consci tutti. Tra i disagi che più avverto, a livello epidermico – ne ho già parlato qui, so di ripetermi – c’è una maggiore insofferenza verso il prossimo e una disabitudine alla presenza umana.

Non è la paranoia degli assembramenti o dei contagi. È proprio che le persone mi provocano più fastidio del solito. So di avere la puzza sotto il naso, come se ci fosse un cassonetto dell’organico di una pescheria a fine giornata piazzato sotto le mie narici.

D’altro canto, l’asticella di ciò che è scostumato è diventata molto facilmente scavalcabile, da parte di alcuni.

Venerdì ho pensato di andar via per un weekend con M., contro il logorio della vita moderna. Isolati, tranquilli.

Quella sera tutto nella norma. Nell’intero stabile eravamo da soli, eccezion fatta al piano di sotto per la governante dei proprietari, una sbrigativa, ermetica, asciutta e segaligna signora come solo la gente di borgo in altura può essere sbrigativa, ermetica, asciutta e segaligna. Ho apprezzato molto tali caratteristiche.

Il pomeriggio dopo nell’appartamento di fianco sono arrivati 4-5 ragazzi. Le pareti sottili che ci dividevano da loro mi hanno permesso di disprezzare a pieni timpani la musica che ascoltavano a volume alto.

Credo poi avessero dei problemi nell’utilizzo dello sciacquone: non tirandolo correttamente, l’hanno lasciato inserito a caricare e scorrere per 2-3 ore. Il tubo passava proprio nel muro confinante la nostra camera da letto. Ho disprezzato fin circa mezzanotte-l’una il rumoroso scorrere incessante. Pazienza.

Domenica eravamo a pranzo fuori. Le norme sul distanziamento dei tavoli mettono forse al riparo il naso dalle goccioline di saliva altrui ma non le orecchie dai suoni molesti.

Un tale, in particolare, alla mia destra, rappresentava un classico esempio di gentiluomo mancato. Mancato da diversi colpi educativi con un nodoso randello.

Verbalmente rumoroso e sguaiato come un ippopotamo flatulente (di cui riportiamo una testimonianza), come se non ci fossero altre persone intorno, faceva del rispetto del prossimo il proprio pezzo forte. Ha richiamato l’attenzione della cameriera al grido (ed era proprio un grido, infatti) di BELLLAAA. Al cameriere che gli ha chiesto come fosse il piatto – che aveva spazzolato a dovere -, per risultar simpatico ha risposto Poteva essere meglio. Ahr Ahr Ahr!. Non essendo le posate parte della propria religione, né il chiedere di avere il piatto, si alzava dal tavolo per andare a prendere con le mani ciò che gli serviva.

Sono perplesso.

Ho chiaramente bisogno di aiuto. Sto diventando insofferente e giudicante come un bisbetico pensionato. E il colmo è che manco la vedrò mai la pensione, probabilmente!

Non è che ti serva bussare per entrare nella psiche altrui

Basta fare un giro nei dintorni di qualche spazio aperto di aggregazione per trovare conferma ai propri pregiudizi e stereotipi sulla fauna giovanile locale. Ed è confortante sapere che esista una possibilità del genere: la chiusura e l’isolamento dello scorso anno mi avevano fatto pensare che forse i miei ricordi su come mi causasse disagio e ribrezzo una simile umanità fossero distorti o non corrispondessero più al vero.

Ora però più trovo conferme più ho voglia di restarmene isolato, il che è un bene vista la situazione attuale. Il mio dubbio è che, un giorno, quando sarà finita l’emergenza, io mi ritrovi ancor più intollerante e insofferente verso il prossimo e anche il remoto.

Domenica sera ero uscito di casa per attraversare la strada e andare un attimo alla gelateria di fronte.

Un gaudente fauno locale al volante di un Mercedes – che avrà vinto alla lotteria perché fatico a pensare che, con all’incirca 10 anni di età meno di me, uno possa già essere un piccolo imprenditore capace di garantirsi un mezzo da 35mila € – vede passare due ragazze ed esclama Ciao belle dove andate?.

Loro non danno peso al suo tentativo di fare miciochiamata come si dice oggi con un inglesismo* e tirano dritto.


* Beninteso, non voglio banalizzare. Ho repulsione verso qualsiasi tipo di approccio molesto rivolto al prossimo. Sono così intollerante all’invasione della bolla prossemica che odio persino quello che, di fianco, ti sbircia nel libro che stai leggendo. Ma ho l’impressione che la tendenza a dover dare un nome a tutto ci sia un po’ sfuggita di mano e oggi serva solo a garantire visualizzazioni a Twitter e permetterci a basso dispendio energetico di essere partecipi e ritenere di aver fatto la nostra parte mettendo un cancelletto alle cose.


Nell’esempio di cui sopra, potrei parlare di #bookspying ma non lo farò.


Poi fa uno scattino nervoso con l’auto come a voler superare sulla destra l’auto davanti, senza averne lo spazio. Difatti lo scattino si esaurisce nell’arco di un metro e un po’ giusto poco prima di incontrare me che attraverso la strada.

Mi chiedo sempre cosa frulli nella testa delle persone e, per individui simili, la mia risposta è sempre la stessa: nulla. Anche questo è un pregiudizio, ne son conscio, ma – sulla base di semplici apparenze – fatico a immaginare che, mentre è intento nel suo scattino per vituperare i cavalli dell’auto, costui stia riflettendo sul senso della propria esistenza e sull’origine dell’Universo.

Tendenzialmente quindi suddivido la psiche delle persone in maniera molto semplice. Quelli appunto come il tizio di cui sopra credo abbiano una psiche con necessità molto semplici, come un essere che ha solo bisogno di nutrirsi, defecare e riprodursi.

Poi ci sono tutti quelli che credo avrebbero necessità di uno psicologo e se non ci vanno è solo perché:

– Non possono permetterselo;
– Temono di andarci e scoprire di essere omosessuali;
– Pensano che andarci significhi ammettere di essere malati o avere qualcosa che non va.

Io sono stato da una terapeuta pensando invece di avere qualcosa che non andava.

Ha provato a convincermi che non ho nulla da guarire o curare e che al massimo sono gli altri ad avere qualche problema di funzionalità.

Tralasciando che secondo me i terapeuti dicono così a tutti, la cosa non mi è di conforto alcuno.


Per dire, l’ex fidanzato di un’amica si era convinto a vedere una psicologa dopo che aveva sbroccato*, tal da arrivare a
– puntarsi un coltello alla gola dopo un litigio minacciando di tagliarsi se lei non l’avesse ascoltato
– dare delle testate al muro al telefono per convincerla poi a tornare da lui perché lui stava male

Alla fine la psicologa gli ha detto che lui non aveva nulla che non andava ed era stata lei a esasperarlo e a costringerlo a comportarsi in tal modo.

Il che può anche essere vero eh – io lascio il beneficio del dubbio – ma rinforza il mio pregiudizio sul fatto che gli psicologi provino a convincerti che non è colpa tua.


* Mi si perdonerà l’utilizzo di termini non precisi e tecnici ma oltre a sbroccare non mi viene altro.


Perché se io sono il problema posso anche tentare di risolvermi.

Se lo sono gli altri invece c’è poco da fare e anche ammettendo per assurdo di convincere gli altri ad andare da uno psicologo chi mi assicura che poi lui non gli dica che sono io il problema?

Allora delle volte vorrei davvero trovarmi nel tranquillizzante vuoto della testa del tipo in Mercedes ma la mia paura che sia anche lui un’anima tormentata e afflitta da gravi dubbi esistenziali è tanta che preferisco restare nell’amichevole conforto del pregiudizio perché tutti abbiamo bisogno di qualcosa o qualcuno da odiare, non dobbiamo essere ipocriti e fingerci carichi di buoni sentimenti. L’importante è scegliere la categoria giusta e socialmente accettabile per il proprio odio.

Scegliete la vita: scegliete un lavoro; scegliete una carriera eccetera eccetera ma scegliete anche di odiare il tizio in Mercedes dedito alla miciochiamata, che fa gli scattini nervosi per sorpassare a destra, con il subwoofer da 300W per far sentire a tutti un neomelodico trapper.


Ché io pensavo trapper e neomelodico fossero due tipologie di artisti di per sé già da trovare poco sopportabili, ma la loro fusione in stile Gogeta ha un’aura irritante potentissima.


Non è che ti serva un frigo per servire fredda la vendetta

Il condominio in cui vivo è tutto sommato tranquillo. Fatta esclusione per delle cose poco piacevoli.

Per dire, qualcuno ogni giorno fuma nell’androne del palazzo o sulle scale, gettando la cicca o la cenere a terra.

La differenziata è un’altra nota dolente. Capitano buste conferite non nei giorni appropriati. Oppure di buste con dentro di tutto. Che bisogna farlo allora di proposito, perché se uno non è in grado di comprendere che il vetro va solo col vetro allora deve essere dichiarato incapace di intendere e di volere.

Avevo raccontato in un altro post poi di quando ho trovato un pacchetto del corriere aperto.

Il furbone del corriere, non trovandomi, aveva pensato bene di lasciare la busta incustodita sopra la cassetta delle lettere. Un furbone nel palazzo, poi, passando di lì ha pensato bene di aprirla e di prenderne il contenuto, lasciando però la busta sopra la cassetta. Immagino per gentilezza, perché se se la fosse portata via io non avrei mai saputo che il pacchetto era arrivato e magari me la sarei presa con chi l’ha spedita gridandogli di avermi ingannato.

Invece quando ho visto che era aperta mi sono tranquillizzato: mi era solo stato rubato il contenuto, il servizio clienti Fastweb è onesto allora.

Oggi ho pensato si fosse verificato lo stesso episodio.

Dal tracciamento sul sito del corriere vedo che mi è stato consegnato un pacchetto. Alle 13:19. Sono le 14, sono rientrato a casa alle 13:30. Sulla cassetta delle lettere non c’è nulla. Io in casa non c’ero, ne sono sicuro. Ho testimoni che provano fossi altrove.

Ho pensato a un nuovo furto, senza neanche, stavolta, l’involucro lasciato a disposizione.

Dopo le peggiori invocazioni ad Anubi, ho iniziato a pensare a come vendicarmi.

Ipotesi 1: fabbricare un finto pacchetto con dentro dell’antrace e lasciarlo incustodito sulla cassetta delle lettere.
Problema: dove la trovo l’antrace?

Ipotesi 2: fabbricare un pacchetto che all’apertura avrebbe inondato di inchiostro indelebile il ladro.
Problema: come fabbricarlo? Senza rischiare, soprattutto, di rimanere io stesso vittima dello scherzone?

Poi ho avuto l’idea.

Esistono negozi online che vendono animali per i terrari. Invertebrati, soprattutto.

Non sarebbe stata una scena divertente – se fosse possibile vederla – ammirare la faccia del ladro mentre apre il pacchetto e si ritrova degli scarafaggi giganti che prendono possesso della sua casa?

Delle belle blatte dalle antenne telescopiche?

Un simpatico ragnetto peloso di 15 centimetri?

Una scolopendra, di quelle dal carattere parecchio irrequieto e nervoso che sono capaci di saltarti addosso e morderti solo perché non gli piace il colore delle tue scarpe?

Mentre soppesavo tutte queste opzioni si sono fatte le 15 e 10. Il citofono suona. È il corriere che mi consegna il pacchetto che ritenevo trafugato.

In pratica lui aveva segnato la consegna prima di scendere dal furgone, non mi aveva trovato, era partito per un altro giro e poi, di ritorno, era tornato da me.

Che dire. Tutto è bene ciò che finisce bene.

Qualcuno per caso vuole una simpatica e amorevole scolopendra da salotto?

Non è che al fornaio puoi rendere il pane per la focaccia

Storie di incomprensioni.

Entro in panetteria e chiedo un pane con la denominazione di una località qui vicino. Magari non sarà notissimo ma è comunque una varietà diffusa, da queste parti.

– Scusate, avete il pane di…
– Eh?

Da dietro il bancone mi guarda come se avessi chiesto della carne di pipistrello.

– Il pane di…
– No no.

Scuote la testa, perplessa come la stessi perculando.

– Va be’, avete del pane con la crosta croccante…?
– No.

Asciutta e segaligna come per dire Mi hai stufato con le tue assurde richieste di pane in una panetteria.

Alla fine sono uscito con del pane che era comunque croccante, il che mi porta a chiedere perché dirmi no in modo tanto secco.

L’altro giorno invece dovevo portar su la bici in casa. Blocco la porta del condominio e faccio per prendere la bicicletta quando suona il telefono. Mi fermo lì all’ingresso per rispondere e nel frattempo sopraggiunge uno degli inquilini del terzo piano.

– La porta l’hai bloccata tu? Ti serve?
– Sì sì mi serviva tenerla aperta perché dovevo passare con la bici
– Ah…e la bici dove la porti?
– …Sul balcone…
– Ah ma tu vivi qui?
– Eh sì…
– Ah scusa scusa non lo sapevo no sai com’è bisogna sempre controllare…
– Ah certo certo…

Bisogna sempre controllare che non provino clandestinamente a introdurre biciclette nei condomini, immagino, una vera piaga sociale.

Ieri invece dovevo andare dal fruttivendolo. Erano le 19:25, avevo fatto tardi e alle 19:30 chiude. Lo vedo infatti che fuori ormai non ha più nulla esposto e sta portando all’interno le ultime cassette di mele

– Buonasera…ho fatto tardi…
– Non preoccuparti, prego prego chiedi pure
– Dei pomodori per l’insalata…?
– No non posso prenderli
– Dell’insalata
– Neanche
– Posso vedere dentro cosa c’è?
– Sì puoi guardare ma non si può entrare perché ho già messo tutte le cassette davanti e non posso prenderti niente
– Ah ok…

Giustamente, riflettevo andandomene, lui aveva detto Chiedi, mica Chiedi e ti sarà dato.

Sono confuso.

Non è che il pugile al mare si difenda dai pugni di sabbia

Che fantastica storia è la vita, disse Sandro Pertini quando mise il piede sulla Luna.

È proprio vero, infatti. Non cessa mai di stupirmi. Ogni giorno scopro qualcosa di nuovo che mi entusiasma.

Magari passerò per ingenuo e ignorante parlando di cose risapute e già note al resto del Mondo, ma io mi pongo sempre con l’atteggiamento dell’umile cercatore di verità, sapendo di non sapere, come direbbe Ciampolillo.

Così capita che sono di recente venuto a conoscenza di una tizia che mischia la sabbia ai matrimoni.

Proprio così. Lei, abbigliata un po’ come una sacerdotessa sciamanica, durante le nozze celebra il rituale della sabbia.

Un hobby? Macché. Questo è il suo lavoro ed è pagata per versare in un recipiente, da due ampolle, delle sabbie di diverso colore che rappresentano l’unione, la mescolanza nel rapporto, l’indipendenza nel tutto, la qualità, la convenienza, la cortesia e l’ampio parcheggio.

Può sembrare un rituale inusitato per noi, e in effetti sembra che appartenesse ai Nativi Americani. Fortuna che prima di sterminarli ci siamo appropriati delle loro cose che ci sembravano simpatiche, altrimenti oggi non avremmo questo rito e magari invece di dire Fare le nozze coi fichi secchi diremmo Fare le nozze senza la sabbia.

Può sembrare che nelle mie parole ci sia un qualche intento derisorio, ma chiarisco che non ne ho affatto l’intenzione. Ho profonda ammirazione, infatti, per chi riesce a essere credibile e autorevole in ciò che fa, riuscendo anche a farsi retribuire per questo.

Ed è da qui che, per la mia indole felina che mi rende credibile e autorevole e investito della venerazione come divinità da parte degli Egizi, che vorrei lanciare il mio progetto imprenditoriale per i matrimoni.

Il rito della pummarola.


trad. pomodoro.


Cosa c’è di più simbolico della passione che vive nel matrimonio del rosso vivo di una bella pummarola, che si trasforma in un sugo da far pippiare in pentola?


trad. quando il sugo, che cuoce da ore a fuoco lento, ribolle allegro e borbottante.


La pummarola che diventa sugo è la metafora della passione che si rende liquida e investe ogni aspetto della vita della coppia, abbracciando la braciola, la polpetta, lo spezzatino, la…salsiccia.

Alle vostre nozze celebrerò quindi l’unione con una pentola pippiante in cui vi emenderete e risorgerete a nuova vita, perché davanti a un ragù fumante nessuno può resistere e nessuno riesce a non insozzarsi.

Per il tuo matrimonio, scegli il rito della pummarola: lasci il passato, abbracci la passata.


So che a qualcuno pippiare fa pensare a pipppero e quindi glielo piazzo qui

Non è che imposti dei programmi di allenamento per esercitare la libertà

Mi trovavo con un automobilista a discutere di terza corsia autostradale.

Convenivamo sul fatto che ci sono individui che invece di starsene sulla destra tendono a viaggiare in terza anche quando non sono in fase di sorpasso, rallentando chi sopraggiunge.

Lui però si sentiva legittimato, per metter loro pressione, a incollarvisi al sedere a una distanza minima senza attendere che si spostino. La sua libertà di sfrecciare in terza corsia gaio e gaudente come rondone in volo non può – secondo lui – venire limitata dal rondinello impacciato davanti.

Io constatavo che se è vero che costoro sbagliano a occupare la corsia, sbaglia anche lui a non rispettare una cosa molto semplice nel Codice della strada chiamata distanza di sicurezza. Inoltre, se lui invoca la pista libera in nome della libertà, anche il tizio che occupa la corsia sta molto probabilmente esercitando la propria di libertà di fare come gli pare in barba al Codice, magari perché il suo psicoterapeuta gli ha detto di lavorare sull’autostima e mettersi in terza invece che sulla destra gli giova all’ego. Non si può pretendere libertà soltanto per sé stessi.

La libertà è un concetto che viene spesso travisato. Lo si ritiene assoluto e insindacabile. Ci si dimentica che la propria di libertà finisce dove comincia quella degli altri.

Restando in tema automobilistico, ricordo che quando venne introdotto l’obbligo di allacciare le cinture di sicurezza ci furono molti mugugni. All’epoca sentivo dire da qualche adulto “Ma sarò libero di fare come mi pare, se non le allaccio e muoio saranno magari fatti miei?”.

No, purtroppo non sono soltanto fatti tuoi. Perché se voli via dal parabrezza a causa di un tamponamento e devono portarti all’ospedale perché ti sei rotto in tanti pezzetti, sei un problema per la Sanità che si ritroverà a occupare i Pronto Soccorso con gente come te che si ritiene libera di poter volare dal parabrezza perché ritiene appunto di non dover rendere conto delle cinture di sicurezza.

È un po’ lo stesso discorso che vale per i no vax. Non possono appellarsi alla libertà di morire come gli pare quando la loro libertà di morte investe la sfera pubblica.

A me, per parlar di libertà, piacerebbe poter andare in giro col pene all’aria, senza pantaloni né boxer. Innanzitutto ne gioverebbe la salute: una delle maggiori cause di infertilità maschile è la costrizione degli organi negli indumenti, accompagnata a un’innalzamento della temperatura di quella zona. C’è un motivo se le gonadi maschili non si trovano all’interno del corpo ma all’esterno: per stare al fresco perché il calore nuoce a ciò che contengono.

E poi, a prescindere dalla salute, sarò appunto libero di vestirmi o non vestirmi come mi pare? Perché devo esser costretto a foraggiare col mio danaro la lobby del pantalone? E questa cosa delle mutande, non sarà anche un po’ sessista? Mi devo coprire perché sennò mi si vede il sesso, quindi mi state dicendo che non vedete la persona ma solo il suo sesso e perciò devo nasconderlo? Ma questa è una dittatura, non è democrazia! Dov’è la libertà?

È chiaro che il mio esercizio di libertà cozzerebbe con la libertà delle altre persone di non vedere offeso il loro senso del pudore.

Allora così non se ne esce se ognuno, egoisticamente, vuole appellarsi al fare come gli pare.

La soluzione è trovare dei compromessi.

Ad esempio, che mi sia concesso di mostrare il pene ai no vax.

Non è che l’esploratore sozzo possa fondare una colonia di batteri

Il mondo non finisce mai di stupirmi.


ATTENZIONE. Da qui in poi il post potrebbe farvi schifo.


Ho scoperto oggi l’esistenza di questa etichetta di birra: https://orderyoni.com/beer/. Il prodotto biondo ha una particolarità molto particolare. Cito testualmente dal sito “The composition is enhanced with the use of lactic acid from vaginal bacteria”.

Anche chi non mastica l’inglese avrà intuito con cosa è prodotta la birra.

In effetti, avranno pensato costoro, se lì sotto ci sono, tra i vari batteri, anche quelli responsabili della fermentazione (lactobacillus) per gli alimenti, perché non usarli per farne birra?

L’idea non è nuova. Tempo fa lessi di una matta che ha pensato di raccogliere un campione delle proprie secrezioni vaginali per produrre uno yogurt. Inutile dire che non è proprio una grande idea: perché nella vagina non c’è solo il lactobacillus ma decine di altri batteri, alcuni dei quali possono rivelarsi dannosi. Quindi andarli a scomodare a cucchiaiate e farli crescere e fermentare per ingerirli non è forse qualcosa che consiglierebbe il tuo nutrizionista.

Ma non è questa cosa a destare in me dello stupore.

Quel che mi chiedo è perché nessuno pensi ai batteri penieni.

Non sarebbero degni di farci una birra? Uno yogurt? Un formaggio a pasta filante?

Cos’è questa, una discriminazione? Il fatto di essere nati e cresciuti in un posto meno blasonato di una vagina (diciamo pure che sono nati in un posto del cazzo) priva i batteri di dignità e diritti?

Credo che le sperimentazioni enogastronomiche non possano prescindere dalle possibilità offerte dalla flora batterica del pene, se non altro per garantire una parità di trattamento.

Non è che fai il gradasso con gli spazzolini sono perché sono per denti

Il paradosso del sorite, attribuito a Eubulide di Mileto, è un argomento sofistico per dimostrare l’impossibilità di distinguere il vero dal falso. Esso afferma che, partendo da un mucchio di sabbia, se eliminiamo un granello dal mucchio avremo ancora un mucchio. Eliminando poi un altro granello è ancora un mucchio. Si elimina ancora un granello, e poi ancora uno: il mucchio diventerà sempre più piccolo, finché rimarrà un solo granello di sabbia. Quand’è il momento in cui quel mucchio iniziale non è più un mucchio?


Esiste anche una formulazione inversa, partendo dal singolo granello: esso non costituisce mucchio, ne aggiungiamo un secondo e neppure sarà mucchio e così via; o il mucchio non si costituisce mai o, se si ammette che si costituisce per l’aggiunta di un dato granello, si deve concludere che è stato quel solo granello a essere il mucchio.


Lasciamo stare la sabbia che dà pure fastidio e te la ritrovi pure tra le natiche, e concentriamoci su un dato fondamentale: quand’è che una persona si installa in casa di un’altra?

Voglio raccontare la storia di uno che conosco.

Conosce una tizia, si frequentano, si piacciono, eccetera.

Lei si ferma a dormire da lui. Prima una notte. Poi un weekend.

Lui le fa trovare uno spazzolino nuovo nel portaspazzolino.

La settimana dopo lei si ferma di nuovo nel weekend. Ha fatto scorta da quei negozi tipo Tigotà, Idea Bellezza ecc. di robe da toilette da sistemare nel bagno di lui.

Poi lei ha messo qualcosina nei cassetti: un pigiama, qualche ricambio intimo, per comodità.

Un paio di pantofole di scorta sin dall’inizio già erano state sistemate nel corridoio, zona scarpe.

Gli ha portato in dono dei bicchieri da birra.

La settimana dopo altri bicchieri.

Poi sono arrivati quelli da vino.

Altri bicchieri da vino.

Poi sono arrivati quelli da distillati.


Li ha uniti la passione del buon bere. Dicono. Io dico alcolismo.


Lo spazio non c’era più nel mobile ma tanto è bastato fare ordine e lei ha trovato spazio.

Ora, partendo dalla premessa iniziale del paradosso del sorite, quand’è che lei si è praticamente installata in casa? Dai bicchieri? Dall’intimo? Dallo spazzolino? È lo spazzolino in sé una convivenza?

Perché Eubulide questo non ce lo dice invece di gettarci sabbia negli occhi?

Non è che ti serva l’inchiostro per impostare il timbro della voce

Un paio di anni fa non riuscivo più a trovare la mia tessera elettorale. Alla fine rinunciai alla ricerca e decisi di fare richiesta per una nuova.

Andai a fare la denuncia di smarrimento alla Municipale, che è proprio di fronte il Municipio.

Trovai un agente smarrito che, alla mia richiesta di fare denuncia di smarrimento, si smarrì ancor di più:

«Eh ma io qua mi hanno lasciato solo non saprei non c’è neanche il Comandante…no no vada dai Carabinieri».

Andai dai Carabinieri:

«Eh, deve andare dalla Municipale» Mi risposero.
«Sto venendo da lì e mi hanno mandato qua».

Alla fine comunque riuscii ad avere la tessera nuova.

Qualche giorno fa ho ritrovato la vecchia. Incredibile il fastidio che mi ha dato lo scoprire che mancavano 4 timbri per completarla. Adesso avrò con me una cosa incompleta che non potrà mai più finire.


La cosa divertente è che non sono un seguace affatto invece delle tessere punti. Ho decine e decine di pezzi di carta di posti in cui sono andato una sola volta e non ho alcun interesse a ritornarci solo per accumulare timbri perché poi “Ogni 10 kebab dei falafel omaggio”.


Ci sono altre cose che mi generano un senso di “cose fuori posto/fuori contesto”.

Ad esempio quelli che lavorano al pc senza la luce accesa. Che per me quando fuori non c’è sole perché è nuvoloso o piovoso stanno in pratica al buio. Li vedo e provo un senso di disagio.

Un tempo quando passavo davanti una stanza con la luce spenta chiedevo:

«Vi accendo la luce? Vi vedo al buio»

Poi ho smesso. Insomma, non avrei voluto passare per il Tizio della luce. Anzi, il Cagacazzi della luce*.


Dato che poi mi dicevano sempre di accenderla mi chiedevo: allora ne avevano bisogno della luce e non si alzavano per pigrizia?


* E poi comunque non sono mica Grace Kelly


Tra le altre cose che trovo fuori posto c’è poi il tenere il condizionatore acceso e la finestra aperta.

Praticamente l’effetto è quello di avere un cono di aria fredda a 18° che si scontra con un muro di aria calda a 35°. Una volta in una stanza ho visto crearsi un uragano così.

Un’altra cosa che fanno le persone che mi fa pensare No, perché proprio ora? è quando iniziano a parlarti nel momento in cui hai messo su le cuffie per ascoltare musica. Magari siete lì uno di fronte all’altro, in viaggio su un mezzo o alla scrivania al lavoro o in qualsivoglia contesto e non vi state dando alcuna attenzione.

Ma quando decidi di mettere le cuffie nelle orecchie la persona di fronte a te deciderà che dovrà rivolgerti la parola.

Al che ho preso delle volte a mettere le cuffie quando voglio fare due chiacchiere ma non so con che discorso iniziare, per stimolare la parlantina nell’altro.

Chissà quali cose faccio io che danno fastidio agli altri.

Quando me ne renderò conto mi sentirò fuori posto.