Non è che al fornaio puoi rendere il pane per la focaccia

Storie di incomprensioni.

Entro in panetteria e chiedo un pane con la denominazione di una località qui vicino. Magari non sarà notissimo ma è comunque una varietà diffusa, da queste parti.

– Scusate, avete il pane di…
– Eh?

Da dietro il bancone mi guarda come se avessi chiesto della carne di pipistrello.

– Il pane di…
– No no.

Scuote la testa, perplessa come la stessi perculando.

– Va be’, avete del pane con la crosta croccante…?
– No.

Asciutta e segaligna come per dire Mi hai stufato con le tue assurde richieste di pane in una panetteria.

Alla fine sono uscito con del pane che era comunque croccante, il che mi porta a chiedere perché dirmi no in modo tanto secco.

L’altro giorno invece dovevo portar su la bici in casa. Blocco la porta del condominio e faccio per prendere la bicicletta quando suona il telefono. Mi fermo lì all’ingresso per rispondere e nel frattempo sopraggiunge uno degli inquilini del terzo piano.

– La porta l’hai bloccata tu? Ti serve?
– Sì sì mi serviva tenerla aperta perché dovevo passare con la bici
– Ah…e la bici dove la porti?
– …Sul balcone…
– Ah ma tu vivi qui?
– Eh sì…
– Ah scusa scusa non lo sapevo no sai com’è bisogna sempre controllare…
– Ah certo certo…

Bisogna sempre controllare che non provino clandestinamente a introdurre biciclette nei condomini, immagino, una vera piaga sociale.

Ieri invece dovevo andare dal fruttivendolo. Erano le 19:25, avevo fatto tardi e alle 19:30 chiude. Lo vedo infatti che fuori ormai non ha più nulla esposto e sta portando all’interno le ultime cassette di mele

– Buonasera…ho fatto tardi…
– Non preoccuparti, prego prego chiedi pure
– Dei pomodori per l’insalata…?
– No non posso prenderli
– Dell’insalata
– Neanche
– Posso vedere dentro cosa c’è?
– Sì puoi guardare ma non si può entrare perché ho già messo tutte le cassette davanti e non posso prenderti niente
– Ah ok…

Giustamente, riflettevo andandomene, lui aveva detto Chiedi, mica Chiedi e ti sarà dato.

Sono confuso.

Non è che il pugile al mare si difenda dai pugni di sabbia

Che fantastica storia è la vita, disse Sandro Pertini quando mise il piede sulla Luna.

È proprio vero, infatti. Non cessa mai di stupirmi. Ogni giorno scopro qualcosa di nuovo che mi entusiasma.

Magari passerò per ingenuo e ignorante parlando di cose risapute e già note al resto del Mondo, ma io mi pongo sempre con l’atteggiamento dell’umile cercatore di verità, sapendo di non sapere, come direbbe Ciampolillo.

Così capita che sono di recente venuto a conoscenza di una tizia che mischia la sabbia ai matrimoni.

Proprio così. Lei, abbigliata un po’ come una sacerdotessa sciamanica, durante le nozze celebra il rituale della sabbia.

Un hobby? Macché. Questo è il suo lavoro ed è pagata per versare in un recipiente, da due ampolle, delle sabbie di diverso colore che rappresentano l’unione, la mescolanza nel rapporto, l’indipendenza nel tutto, la qualità, la convenienza, la cortesia e l’ampio parcheggio.

Può sembrare un rituale inusitato per noi, e in effetti sembra che appartenesse ai Nativi Americani. Fortuna che prima di sterminarli ci siamo appropriati delle loro cose che ci sembravano simpatiche, altrimenti oggi non avremmo questo rito e magari invece di dire Fare le nozze coi fichi secchi diremmo Fare le nozze senza la sabbia.

Può sembrare che nelle mie parole ci sia un qualche intento derisorio, ma chiarisco che non ne ho affatto l’intenzione. Ho profonda ammirazione, infatti, per chi riesce a essere credibile e autorevole in ciò che fa, riuscendo anche a farsi retribuire per questo.

Ed è da qui che, per la mia indole felina che mi rende credibile e autorevole e investito della venerazione come divinità da parte degli Egizi, che vorrei lanciare il mio progetto imprenditoriale per i matrimoni.

Il rito della pummarola.


trad. pomodoro.


Cosa c’è di più simbolico della passione che vive nel matrimonio del rosso vivo di una bella pummarola, che si trasforma in un sugo da far pippiare in pentola?


trad. quando il sugo, che cuoce da ore a fuoco lento, ribolle allegro e borbottante.


La pummarola che diventa sugo è la metafora della passione che si rende liquida e investe ogni aspetto della vita della coppia, abbracciando la braciola, la polpetta, lo spezzatino, la…salsiccia.

Alle vostre nozze celebrerò quindi l’unione con una pentola pippiante in cui vi emenderete e risorgerete a nuova vita, perché davanti a un ragù fumante nessuno può resistere e nessuno riesce a non insozzarsi.

Per il tuo matrimonio, scegli il rito della pummarola: lasci il passato, abbracci la passata.


So che a qualcuno pippiare fa pensare a pipppero e quindi glielo piazzo qui

Non è che imposti dei programmi di allenamento per esercitare la libertà

Mi trovavo con un automobilista a discutere di terza corsia autostradale.

Convenivamo sul fatto che ci sono individui che invece di starsene sulla destra tendono a viaggiare in terza anche quando non sono in fase di sorpasso, rallentando chi sopraggiunge.

Lui però si sentiva legittimato, per metter loro pressione, a incollarvisi al sedere a una distanza minima senza attendere che si spostino. La sua libertà di sfrecciare in terza corsia gaio e gaudente come rondone in volo non può – secondo lui – venire limitata dal rondinello impacciato davanti.

Io constatavo che se è vero che costoro sbagliano a occupare la corsia, sbaglia anche lui a non rispettare una cosa molto semplice nel Codice della strada chiamata distanza di sicurezza. Inoltre, se lui invoca la pista libera in nome della libertà, anche il tizio che occupa la corsia sta molto probabilmente esercitando la propria di libertà di fare come gli pare in barba al Codice, magari perché il suo psicoterapeuta gli ha detto di lavorare sull’autostima e mettersi in terza invece che sulla destra gli giova all’ego. Non si può pretendere libertà soltanto per sé stessi.

La libertà è un concetto che viene spesso travisato. Lo si ritiene assoluto e insindacabile. Ci si dimentica che la propria di libertà finisce dove comincia quella degli altri.

Restando in tema automobilistico, ricordo che quando venne introdotto l’obbligo di allacciare le cinture di sicurezza ci furono molti mugugni. All’epoca sentivo dire da qualche adulto “Ma sarò libero di fare come mi pare, se non le allaccio e muoio saranno magari fatti miei?”.

No, purtroppo non sono soltanto fatti tuoi. Perché se voli via dal parabrezza a causa di un tamponamento e devono portarti all’ospedale perché ti sei rotto in tanti pezzetti, sei un problema per la Sanità che si ritroverà a occupare i Pronto Soccorso con gente come te che si ritiene libera di poter volare dal parabrezza perché ritiene appunto di non dover rendere conto delle cinture di sicurezza.

È un po’ lo stesso discorso che vale per i no vax. Non possono appellarsi alla libertà di morire come gli pare quando la loro libertà di morte investe la sfera pubblica.

A me, per parlar di libertà, piacerebbe poter andare in giro col pene all’aria, senza pantaloni né boxer. Innanzitutto ne gioverebbe la salute: una delle maggiori cause di infertilità maschile è la costrizione degli organi negli indumenti, accompagnata a un’innalzamento della temperatura di quella zona. C’è un motivo se le gonadi maschili non si trovano all’interno del corpo ma all’esterno: per stare al fresco perché il calore nuoce a ciò che contengono.

E poi, a prescindere dalla salute, sarò appunto libero di vestirmi o non vestirmi come mi pare? Perché devo esser costretto a foraggiare col mio danaro la lobby del pantalone? E questa cosa delle mutande, non sarà anche un po’ sessista? Mi devo coprire perché sennò mi si vede il sesso, quindi mi state dicendo che non vedete la persona ma solo il suo sesso e perciò devo nasconderlo? Ma questa è una dittatura, non è democrazia! Dov’è la libertà?

È chiaro che il mio esercizio di libertà cozzerebbe con la libertà delle altre persone di non vedere offeso il loro senso del pudore.

Allora così non se ne esce se ognuno, egoisticamente, vuole appellarsi al fare come gli pare.

La soluzione è trovare dei compromessi.

Ad esempio, che mi sia concesso di mostrare il pene ai no vax.

Non è che l’esploratore sozzo possa fondare una colonia di batteri

Il mondo non finisce mai di stupirmi.


ATTENZIONE. Da qui in poi il post potrebbe farvi schifo.


Ho scoperto oggi l’esistenza di questa etichetta di birra: https://orderyoni.com/beer/. Il prodotto biondo ha una particolarità molto particolare. Cito testualmente dal sito “The composition is enhanced with the use of lactic acid from vaginal bacteria”.

Anche chi non mastica l’inglese avrà intuito con cosa è prodotta la birra.

In effetti, avranno pensato costoro, se lì sotto ci sono, tra i vari batteri, anche quelli responsabili della fermentazione (lactobacillus) per gli alimenti, perché non usarli per farne birra?

L’idea non è nuova. Tempo fa lessi di una matta che ha pensato di raccogliere un campione delle proprie secrezioni vaginali per produrre uno yogurt. Inutile dire che non è proprio una grande idea: perché nella vagina non c’è solo il lactobacillus ma decine di altri batteri, alcuni dei quali possono rivelarsi dannosi. Quindi andarli a scomodare a cucchiaiate e farli crescere e fermentare per ingerirli non è forse qualcosa che consiglierebbe il tuo nutrizionista.

Ma non è questa cosa a destare in me dello stupore.

Quel che mi chiedo è perché nessuno pensi ai batteri penieni.

Non sarebbero degni di farci una birra? Uno yogurt? Un formaggio a pasta filante?

Cos’è questa, una discriminazione? Il fatto di essere nati e cresciuti in un posto meno blasonato di una vagina (diciamo pure che sono nati in un posto del cazzo) priva i batteri di dignità e diritti?

Credo che le sperimentazioni enogastronomiche non possano prescindere dalle possibilità offerte dalla flora batterica del pene, se non altro per garantire una parità di trattamento.

Non è che fai il gradasso con gli spazzolini sono perché sono per denti

Il paradosso del sorite, attribuito a Eubulide di Mileto, è un argomento sofistico per dimostrare l’impossibilità di distinguere il vero dal falso. Esso afferma che, partendo da un mucchio di sabbia, se eliminiamo un granello dal mucchio avremo ancora un mucchio. Eliminando poi un altro granello è ancora un mucchio. Si elimina ancora un granello, e poi ancora uno: il mucchio diventerà sempre più piccolo, finché rimarrà un solo granello di sabbia. Quand’è il momento in cui quel mucchio iniziale non è più un mucchio?


Esiste anche una formulazione inversa, partendo dal singolo granello: esso non costituisce mucchio, ne aggiungiamo un secondo e neppure sarà mucchio e così via; o il mucchio non si costituisce mai o, se si ammette che si costituisce per l’aggiunta di un dato granello, si deve concludere che è stato quel solo granello a essere il mucchio.


Lasciamo stare la sabbia che dà pure fastidio e te la ritrovi pure tra le natiche, e concentriamoci su un dato fondamentale: quand’è che una persona si installa in casa di un’altra?

Voglio raccontare la storia di uno che conosco.

Conosce una tizia, si frequentano, si piacciono, eccetera.

Lei si ferma a dormire da lui. Prima una notte. Poi un weekend.

Lui le fa trovare uno spazzolino nuovo nel portaspazzolino.

La settimana dopo lei si ferma di nuovo nel weekend. Ha fatto scorta da quei negozi tipo Tigotà, Idea Bellezza ecc. di robe da toilette da sistemare nel bagno di lui.

Poi lei ha messo qualcosina nei cassetti: un pigiama, qualche ricambio intimo, per comodità.

Un paio di pantofole di scorta sin dall’inizio già erano state sistemate nel corridoio, zona scarpe.

Gli ha portato in dono dei bicchieri da birra.

La settimana dopo altri bicchieri.

Poi sono arrivati quelli da vino.

Altri bicchieri da vino.

Poi sono arrivati quelli da distillati.


Li ha uniti la passione del buon bere. Dicono. Io dico alcolismo.


Lo spazio non c’era più nel mobile ma tanto è bastato fare ordine e lei ha trovato spazio.

Ora, partendo dalla premessa iniziale del paradosso del sorite, quand’è che lei si è praticamente installata in casa? Dai bicchieri? Dall’intimo? Dallo spazzolino? È lo spazzolino in sé una convivenza?

Perché Eubulide questo non ce lo dice invece di gettarci sabbia negli occhi?

Non è che ti serva l’inchiostro per impostare il timbro della voce

Un paio di anni fa non riuscivo più a trovare la mia tessera elettorale. Alla fine rinunciai alla ricerca e decisi di fare richiesta per una nuova.

Andai a fare la denuncia di smarrimento alla Municipale, che è proprio di fronte il Municipio.

Trovai un agente smarrito che, alla mia richiesta di fare denuncia di smarrimento, si smarrì ancor di più:

«Eh ma io qua mi hanno lasciato solo non saprei non c’è neanche il Comandante…no no vada dai Carabinieri».

Andai dai Carabinieri:

«Eh, deve andare dalla Municipale» Mi risposero.
«Sto venendo da lì e mi hanno mandato qua».

Alla fine comunque riuscii ad avere la tessera nuova.

Qualche giorno fa ho ritrovato la vecchia. Incredibile il fastidio che mi ha dato lo scoprire che mancavano 4 timbri per completarla. Adesso avrò con me una cosa incompleta che non potrà mai più finire.


La cosa divertente è che non sono un seguace affatto invece delle tessere punti. Ho decine e decine di pezzi di carta di posti in cui sono andato una sola volta e non ho alcun interesse a ritornarci solo per accumulare timbri perché poi “Ogni 10 kebab dei falafel omaggio”.


Ci sono altre cose che mi generano un senso di “cose fuori posto/fuori contesto”.

Ad esempio quelli che lavorano al pc senza la luce accesa. Che per me quando fuori non c’è sole perché è nuvoloso o piovoso stanno in pratica al buio. Li vedo e provo un senso di disagio.

Un tempo quando passavo davanti una stanza con la luce spenta chiedevo:

«Vi accendo la luce? Vi vedo al buio»

Poi ho smesso. Insomma, non avrei voluto passare per il Tizio della luce. Anzi, il Cagacazzi della luce*.


Dato che poi mi dicevano sempre di accenderla mi chiedevo: allora ne avevano bisogno della luce e non si alzavano per pigrizia?


* E poi comunque non sono mica Grace Kelly


Tra le altre cose che trovo fuori posto c’è poi il tenere il condizionatore acceso e la finestra aperta.

Praticamente l’effetto è quello di avere un cono di aria fredda a 18° che si scontra con un muro di aria calda a 35°. Una volta in una stanza ho visto crearsi un uragano così.

Un’altra cosa che fanno le persone che mi fa pensare No, perché proprio ora? è quando iniziano a parlarti nel momento in cui hai messo su le cuffie per ascoltare musica. Magari siete lì uno di fronte all’altro, in viaggio su un mezzo o alla scrivania al lavoro o in qualsivoglia contesto e non vi state dando alcuna attenzione.

Ma quando decidi di mettere le cuffie nelle orecchie la persona di fronte a te deciderà che dovrà rivolgerti la parola.

Al che ho preso delle volte a mettere le cuffie quando voglio fare due chiacchiere ma non so con che discorso iniziare, per stimolare la parlantina nell’altro.

Chissà quali cose faccio io che danno fastidio agli altri.

Quando me ne renderò conto mi sentirò fuori posto.

Non è che fai una rivoluzione contro il regime alimentare

Ci sono cose di cui non hai mai sentito parlare e poi, d’improvviso, vengono nominate intorno a te più volte in poco tempo.


Magari si tratta di cose in giro da tempo ma che, nel mio caso, non mi arrivano perché ho un firewall che tenta di respingere il più possibile ciò che so non mi interesserà mai.


Questa settimana questo fenomeno si è verificato riguardo a quel che sembra l’ultimo ritrovato nel campo delle diete fai-da-te. La dieta chetogenica.

Nel giro di due giorni tre persone diverse me ne hanno parlato. Senza che io avessi chiesto di parlarmene, o entrassi in argomento del tipo “Ehi, per caso attualmente stai mangiando in base a quel che hai letto su Novella2000?”.

Però il nome mi incuriosiva. Tentavo di ricavarne un’etimologia: chetogenico. Generatrice di cheti? Rende chete le persone? Sarebbe fantastico!


No, purtroppo a quanto ho capito non serve a chetare. Un altro nome ingannevole per ingannare i gonzi come me! 


E non fatemi parlare di quando imboccai speranzoso Via Santa Passera a Roma. Una delusione.


A pensarci però potrebbe anche avere un che di inquietante: Chetogenico. Potrebbe essere un esemplare di una razza aliena malvagia.

Sono abbastanza integralista e intollerante verso chi sperimenta regimi alimentari senza supervisione di un esperto e, talvolta, senza effettiva necessità.

Per carità, ognuno col proprio corpo ci fa quel che vuole, ma a volte penso alle persone che si trovano realmente costrette per ragioni di salute o intolleranze a dover seguire un determinato regime e poi penso a quelli che, per sfizio, provano la dieta del fico secco o la dieta del salto della quaglia perché così gli gira.

O, ancora, penso a quelli che hanno deciso che bisogna mangiare senza glutine senza avere alcun problema. E la mia mente invece va a una mia amica che è celiaca sul serio e che le basta che una briciola di pane le cada sulla mano per avere una reazione allergica e vorrei prendere costoro a calci nel didietro per giorni fino a costringerli a una dieta senza glutei.

Il lato positivo di quest’ultima moda è che ora i supermercati sono più forniti di prodotti senza glutine e la mia amica ha meno difficoltà a trovare cibi adatti a lei.

Chissà, magari ci saranno risvolti positivi anche dall’invasione dei chetogenici. Magari stramazzano al suolo provati dall’alimentazione sbilanciata e non me ne parlano più.

Non è che se vuoi far il botto devi procurarti un petardo

Stavo pedalando placido e tranquillo e svoltavo a una rotonda in città quando all’improvviso ho sentito un BANG fortissimo che mi ha stordito uno orecchio.

Ho pensato a qualcuno che aveva fatto esplodere un petardo. Mi guardavo intorno cercando il/i colpevole/e, mentre già nella mia testa partivano invettive contro una gioventù bruciata e depravata che andrebbe rieducata con del sano lavoro operaio in Siberia.

Poi ho notato che i passanti a tutti gli angoli dell’incrocio guardavano verso di me.
Mi era esplosa la camera d’aria posteriore. Non mi ero accorto di niente né avevo realizzato.

L’episodio mi ha fatto riflettere sulla figura dell’ignaro felice.

Conosco e penso tutti conoscano persone o abbiano amici che hanno vissuto un momento in cui erano ignari felici. Quando tutti sanno o si sono accorti di qualcosa che riguarda il soggetto, tranne proprio il diretto interessato.

E se non conosci nessuno così, allora sei stato tu un ignaro felice!

Mi ricordo un episodio che mi diede tanto da pensare e che riguarda i miei trascorsi a Budapest.

Una sera in cui avevamo bevuto, il fidanzato della mia amica nonché collega di lavoro mi confessò che la sera in cui scoppiò l’amore tra loro due lui in realtà era uscito con la speranza di trombarsi la sorella di lei. C’era una scommessa nel loro gruppo di amici su chi ci sarebbe riuscito prima.


Quanta poesia in tutto ciò.


Se non che la sorella in questione aveva preparato un appuntamento-trappola a entrambi per farli uscire insieme. Quando lui si trovò all’appuntamento e comprese che la scommessa quella sera non sarebbe stata vinta, era rimasto contrariato.


La mia amica ha sempre creduto che lui fosse irritato perché gli era appena esploso in testa un palloncino con del colore all’interno (era durante lo Sziget Festival dove accade di questo e altro), ma, sempre quella sera, lui mi confessò che il motivo era la trombata saltata.


Com’è come non è, poi si misero insieme e dopo un anno e mezzo stavano progettando il matrimonio.

A me l’essere venuto a conoscenza di questa cosa mise un’ansia tremenda. Mi son sempre fatto i casi miei, giacché – come si dice – l’amore vince sempre e poi erano tutti felici e contenti e ignari.


Poi c’è qualcuno che è più ignaro degli altri, la domanda è quale sia il confine tra giusto e sbagliato nel non mettere al corrente l’interessato della verità; fai bene a farti i fatti tuoi? Fai male?


Poi il matrimonio alla fine però è saltato – non per la questione sorella – e secondo me è stato molto meglio così.

Ma da allora quando qualcuno sta per partire con una confessione scomoda – soprattutto dopo aver bevuto – io preciso che preferisco restare ignaro.

Non è che invidi un succo per la sua concentrazione

Ho un collega che sembra sempre molto concentrato e impegnato al lavoro. Sembra.

In realtà lui è un abile fuffologo. Il fuffologo del suo tempo ne fa fuffa, che all’occhio esterno può sembrare iperproduttività.

La fuffa, infatti, è come quei cibi ricchi di calorie vuote: dà un’apparente senso di sazietà, ma è povera di nutrimento intrinseco.

Chi produce fuffa sembra sempre molto preso e, in effetti, dilatare il proprio tempo per riempire le ore lavorative è comunque impegnativo.

Ho sempre invidiato le persone che sembrano molto prese.

A passeggio per la mia città a volte capto le conversazioni della gente. Amo non farmi i fatti miei.

C’è in giro un sacco di gente che mentre parla con gli altri dice cose del tipo Devo andare lì devo vedere devo fare parlare ma nel concreto non arriva mai al punto e non spiegano perché sono così occupati.

Io sono sempre stato poco credibile quando millantavo impegni. “Ho da fare” è la mia obiezione, a cui segue la replica “Macché, che hai da fare?”.

Il vero fuffologo invece non è lapidario e conciso, ma condisce il suo “impegno” con circonvoluzioni retoriche ripiene di nulla. La fuffa va impacchettata bene.

Spero un giorno di diventare più abile ed essere impegnato da impegni vuoti!

Non è che ti fai il tampone per capire se il tuo pensiero è positivo

Ricordo di fronte la mia scuola elementare c’era un ciabattino. Conservava una montagna di scarpe usate in un angolo, che utilizzava per i pezzi di ricambio delle calzature che gli portavano da sistemare. Aveva un camice blu e degli occhiali spessi da pentapartito, sedeva di sghimbescio sulla sedia e lavorava alla luce di una lampada da tavolo.


Forse non ha mai portato un camice blu e questo è soltanto un cosiddetto effetto Mandela.


Ho sempre invidiato chi ha abilità manuali ed è in grado di aggiustare cose. Io, purtroppo, non ho mai avuto molta praticità. A mia difesa dico che però con la teoria vado forte. Me la cavo con l’orale.


That’s what she said, direbbe Michael Scott.


Questa citazione ha senso se si comprende la citazione.


Una volta volevo riparare un omino del Subbuteo. Poraccio, si era spaccato entrambe le ginocchia. I medici parlavano di amputazione definitiva. Io invece volevo mettere alla prova le proprietà di fusione della plastica, sciogliendo con un fiammifero i due monconi e provando a tenerli insieme fino a farli solidificare. Ovviamente non avevo ben chiaro il comportamento delle plastiche, che si sarebbero semplicemente ritirate bruciando tra le mie mani ustionandomi anche i polpastrelli. Mi hanno fermato prima che incendiassi il tappeto.

La mia incapacità di riparatore si riflette anche nell’ambito relazionale. Mi piacerebbe poter aggiustare le persone, le situazioni, i contatti, semplicemente sciogliendoli un po’ con un accendino e tenendo insieme i pezzi.

Vedo persone spezzate.

Le crepe che ognuno di noi si porta appresso sono una faccenda del tutto personale, ma quando sono visibili è difficile fare finta di nulla.

Correnti del pensare positivo ritengono di dover esibire le linee di frattura con orgoglio, valorizzandole come si fa in Giappone col kintsugi.


L’arte di riparare oggetti con l’oro.


Il pensare positivo direi ha un po’ rotto il cazzo.

Pure quello è difficile da riparare.

Non è che un banchetto di mare da Truffaut includesse i 400 polpi

Ho letto un articolo che parlava degli studi sull’intelligenza e la coscienza dei polpi.

Quando si parla di intelligenza degli animali bisognerebbe un attimo definire cosa stiamo cercando. Perché non è detto – e infatti non è così – che il concetto di intelligenza che conosciamo noi homo sapiens sia un parametro indicativo.

E poi dovremmo capire dove cercare.

Il polpo ad esempio sembra avere un cervello diffuso su tutto il corpo: ci sono neuroni fin sulla punta delle braccia.

Già questo potrebbe mettere in crisi un’indagine: se noi cerchiamo un’intelligenza dentro una struttura a noi nota e che conosciamo come “cervello”, che ne è del resto del corpo del polpo? Come lo cataloghiamo?

Inoltre il polpo è quanto di più lontano da noi a livello genetico: per trovare un antenato comune tra noi (e gli altri mammiferi) e lui, bisogna andare a 600 milioni di anni fa. Poi non ci siamo più visti e parlati.

Con un background evolutivo così differente, sarà possibile arrivare a una comprensione della coscienza dei polpi?

La stessa cosa avviene secondo me con le persone. Ognuno di noi è la somma delle proprie esperienze. E ognuno di noi ha vissuto e vive esperienze diverse. Con questo bagaglio di evoluzione interiore soggettiva è realmente possibile comprendersi gli uni con gli altri?

Quando io comunico, sulla basa del mio modo di pensare che è a sua volta basato sul mio vissuto, e l’altro mi ascolta, filtrando le mie parole sulla base del suo modo di pensare basato sul suo vissuto, quanto sarà il peso oggettivo dei contenuti e quanto incideranno invece le nostre soggettività?

Quante volte non riusciamo a capirci o fraintendiamo o diamo un’interpretazione diversa dando per scontato che la nostra sia una valutazione oggettiva – cosa che non è?

Riuscirò mai a comprendere quelli che in autostrada viaggiano a cavallo di due corsie senza farti capire se intendono dirigersi su una o sull’altra? Perché lo fanno?

Domande che attendono risposta.

Non è che senza inchiostro non sia possibile risalire la china

La parola degli anni ’10 di questi millennio è sicuramente resilienza. Tanto da superare nei tatuaggi banali e inflazionati il tribale o la scritta MOM che è ancora precedente.

Resilienza è un termine comparso all’improvviso. Voglio dire, è sempre esistito, ma a un certo punto è diventato pop, sia nel linguaggio quotidiano che in quello giornalistico.

Tal che, per l’appunto, alcuni hanno iniziato a farselo inchiostrare addosso.

Vorrei quindi prendere spunto da questo fenomeno per lanciare un’impresa. Uno studio di tatuaggi di parole poco usate nel linguaggio comune. Lo scopo è ridare alla parola scritta poco diffusa una vitalità che non conosceva o non conosce più e contrastare le scritte banali con l’ambizione di diventare banali.

Chi non vorrebbe un bel ETEROCLITO scritto in corsivo?

Ed ENTALPICO?

MISONEISTA in font da iscrizione Romana?

E non vi sentireste meglio nell’esternare al mondo la vostra passione per l’AGATOLOGIA?

A me piace tanto PENTACOSIOMEDIMNI. Che non significherebbe proprio niente al giorno d’oggi – a meno che qualcuno non possa provare di avere un reddito di 500 medimni di cereali e che, per l’appunto, lo misuri in medimni – ma, tanto, avrebbe meno senso di un simbolo Maori su Gigetto il Sozzo della panetteria all’angolo? Sfido a contestare!

Il tatuaggio della parola desueta è il futuro del tatuaggio pop. E quando il desueto sarà pop, quello che oggi è pop sarà desueto e avremo ottenuto il nostro scopo.