Non è che se ti esprimi male in matematica non sai se curare la dizione o l’addizione

Ho sempre avuto una esse un po’ sibilante, tale che a volte mi sono sentito come Sir Biss.

Ho notato, facendo formazione o lezioni, che, sarà la salivazione che tende ad azzerarsi o la lingua che si intorpidisce perché non sono abituato a parlare a lungo, tendono a verificarsi altri intoppi di dizione. In particolare, gli incontri della s con la t e le doppie z diventano dopo la prima mezz’ora di discorso micidiali. Parole come impastare e impazzire suonano nella mia bocca come pronunciate da Gatto Silvestro.

 

La cosa non mi preoccupa più. Molto tempo fa cercavo di evitare alcune parole per evitare la Gattosilvestrazione ma poi ho capito che certi difetti vanno esposti ed esaltati, con tronfia sicumera.

Le nostre imperfezioni non devono essere motivo di vergogna, ma bisogna farne un vezzo. Anzi, come direbbe Gatto Silvestro, un vezxsztho.

Non è che per lo spacciatore non contino i fatti

C’è un’amica che lavora in una società che si occupa, tra l’altro, di cose di marketing&comunicazione. Prendono anche commesse da altre aziende, che affidano loro lo sviluppo di soluzioni creative per il loro business.

Capita venga anche affidato loro del servizio clienti non telefonico, quello insomma gestito tramite social e/o email.

Mi raccontava l’amica che il suo collega che gestiva queste funzioni era un tipo strano. Sembrava vivere l’ufficio in stato di isolamento dagli stimoli esterni: sprofondato per ore sulla sedia, con gli occhi sbarrati, si metteva lì a fare ticchiti ticchiti al computer come un automa rispondendo ai clienti di una grossa azienda che chiedevano informazioni o facevano reclami.

L’unico segno di un’attività cosciente era dato dal suo sbocconcellare, di tanto in tanto, un dolcetto che si portava da casa in un tupperware.

Un giorno la mia amica scoprì che quel dolcetto era fatto con l’hashish.

Il tale quindi non era una macchina da lavoro come un giapponese. Era semplicemente fatto come i Jefferson Airplane a Woodstock.

La prossima volta che vi interfacciate con un servizio clienti immaginate quindi che dall’altro lato potrebbe esserci un tipo allucinato che magari pensa di parlare con un unicorno spaziale.

Non è che un chimico faccia il passaporto per esplorare gli stati della materia

Ci sono due categorie di persone che non amo.

I primi sono quegli italiani che non hanno mai viaggiato oltre la cinta muraria del loro cranio e che pensano che all’estero siano tutti merde perché secondo loro lì odiano l’Italia e gli Italiani solo per invidia nei nostri confronti e quegli italiani che se ne vanno all’estero sono dei falliti che scappano perché hanno fallito in Italia.

I secondi sono quegli italiani che sono andati a vivere all’estero e dicono che l’Italia è una merda e quelli che ci restano sono dei poveri fessi.

Conosco un tale che ha vissuto la prima fase e ora vive la seconda.

Durante la prima fase, sosteneva che appunto all’estero ce l’avessero con noi e ci odiassero per partito perso.

Durante l’attuale seconda fase, iniziata da quando si è trasferito all’estero, sostiene che l’Italia sia un Paese finito mentre lì dove vive funziona tutto ed è tutta un’altra mentalità.

Durante la prima fase dovetti oscurarlo da fb perché avevo la home intasata di suoi reportage in diretta mentre si trovava tra il pubblico di un programma della De Filippi o mentre commentava in diretta le puntate del Grande Fratello.

In questa seconda fase racconta che nei programmi pomeridiani nel Paese dove vive parlano della Brexit, mentre nei programmi pomeridiani in Italia del rapporto tra Al Bano e Romina.

Apro una parentesi: ho smesso da anni di occuparmi di cosa la gente guardi e di giudicarla per ciò. Ognuno si sceglie le forme di intrattenimento che trova più congeniali. Inveire indignandosi per il degrado culturale del Paese perché la gente guarda la De Filippi lo trovo abbastanza ridicolo. Piuttosto, mi porrei la domanda su che contributo io stia dando al progresso culturale del Paese e quale è il mio impegno in tal senso, oltre allo spreco di energie nell’indignarmi e considerare degli imbecilli quelli che si rifugiano in certi intrattenimenti.

Però sono contento se il tale che conosco è passato dai reality alla realtà.

Sul manicheismo che porta, che ci si trovi da un lato o dall’altro, a considerare gli altri dalla parte opposta delle merde, invece, non mi trovo d’accordo.

Mi ritengo una persona giusta ed equilibrata. E quindi sono dell’idea che su questo Pianeta siamo tutti quanti delle merde.

Non è che chi produce grappa si trovi dall’altro lato della barriccata

In questo periodo mi trovo a fare selezione di CV e colloqui, per una piccola posizione temporanea aperta dove lavoro. Più che colloqui veri e propri, quindi, sono conversazioni conoscitive. Una volta tanto, comunque, trovarsi dall’altra parte della barricata non è male. Inoltre, l’esperienza mi offre uno spaccato di umanità davvero interessante.

Innanzitutto ho scoperto che proporre colloqui porta sfortuna: molte persone che ho contattato per fissare l’incontro, infatti, spariscono poi nel nulla e non danno più notizie di sé. Se provi a cercarli, sono irrintracciabili. Spero stiano bene. Ovunque si trovino.

Poi c’è chi semplicemente decide di darti buca senza tanti complimenti. Ad esempio, attendevo il contatto Skype di una tizia con cui avevo fissato data e ora del colloquio. La chiamo oggi non avendolo ricevuto e lei mi risponde:

– Sì…veda…poi non si è più scritto perché non sono più interessata, quindi…

Giustamente dovevo arrivarci da solo.

Stessa cosa accaduta con un altro tizio con cui avevo fissato il colloquio giusto ieri per il giorno di oggi e lui mi aveva risposto che appena tornato a casa mi avrebbe inviato il contatto. Mai ricevuto. Lo chiamo oggi 5 minuti prima del colloquio e lui:

– Ah…sì…il tempo che accendo il computer…chiamo io o chiamate voi?

Trascorsi 5 minuti sono passato ad altri candidati perché tanto sapevo non si sarebbe più rifatto vivo. Ed infatti è andata così.

La migliore resta una tizia che avevo contattato per fissare un colloquio. Lei si era registrata sul sito, candidata, con tanto di inserimento CV. Quindi aveva compiuto ben 3 step distinti e, credevo, consapevoli.

Al telefono lei mi fa:

– Ah…Ma la verità è che…non volevo candidarmi solo che non sapevo come annullare.

Immagino che un demone si sia impossessato di lei e l’abbia costretta a registrarsi e candidarsi contro la sua volontà.

A una mia collega invece un tale ha detto che “Non sapeva di essere candidato”. Credo che girerò un docu-reality per DMAX o Real Time con questo titolo.

Uno durante il colloquio mi ha detto che in un precedente lavoro il suo compito era “circonciso”. Volevo chiedergli se mi raccontava qualcosa anche del Bar Mitzvah.

Poi c’è stata una candidata che evidentemente stava scomoda sul divano e continuava a cambiare posizione muovendo il cellulare da un lato all’altro. Le ho chiesto di smetterla perché mi stava facendo provare il mal di mare tramite videochiamata.

Costoro sono quelli che hanno superato la fase di valutazione dei CV: perché infatti i curriculum che arrivano sono anche molto più intriganti.

  • Uno ha apertamente scritto che ha lavorato in nero per lo zio.
  • Uno sul cv ha fatto un elenco di tutte le cose che ha fatto in questi anni, compreso l’aver partecipato a un concorso (superato solo lo scritto), aver donato il sangue (lodevole ma non credo sia un’esperienza professionale), essersi iscritto a un partito politico (con tanto di data precisa come fosse un anniversario da ricordare). Ma la chicca è l’aver scritto che non aveva un titolo che certificava la sua qualifica professionale però aveva l’esperienza.
  • Una sotto la mansione e il nome del datore di lavoro nel campo descrizione ha scritto “Tutto ok”. Ne sono lieto, avrei voluto replicare.
  • Un tale ha scaricato da internet il template del CV Europass e l’ha compilato tutto a mano in stampatello.
  • Una candidata aveva un entusiasmo a mio avviso un po’ eccessivo. La descrizione delle sue esperienze era piena di punti esclamativi: “Il mio primo lavoro!”; “Un lavoro faticoso però guadagnavo bene!”; “Facevo tutto da sola!”.
  • La foto di una era ritagliata da un giornale ed era quella di una rappresentante di prodotti ginnico-aerobici nelle televendite.
  • La foto di un altro tizio era la foto scattata alla sua fototessera appoggiata su un tavolo.

Infine, la vincitrice: quella che nell’intestazione del curriculum, come presentazione, esordisce con “Il lavoro rende liberi”.

Sì. Giuro che ha scritto proprio così.

Poi proseguiva contestualizzando la citazione, sostenendo che questo concetto l’aveva imparato nel corso delle sue esperienze che l’hanno formata eccetera eccetera.

Suppongo che il suo datore di lavoro fosse Goebbels.

Non è che ti serva il battipanni per sbattere le palpebre

I bambini molto piccoli richiedono una sorveglianza costante, tal che nella frazione di secondo in cui sbatti le palpebre possono combinare qualche guaio o farsi del male.

Mi fanno venire in mente uno dei nemici del Doctor Who, gli Angeli Piangenti. Sono esseri dalle sembianze di statue di angeli, finché sono osservati da qualcuno. Basta distrarsi, spegnere la luce o anche solo *blink* sbattere le palpebre che loro prendono vita e ti assalgono.

Ne sa qualcosa Madre che, quando avevo tre anni, nel tempo in cui si girò verso la cucina per spegnere il fornello io ebbi l’idea brillante di salire sul divano e poi tuffarmici da sopra come Tania Cagnotto, atterrando di faccia sul pavimento di marmo e spaccandomi tutti i denti frontali. Coefficiente di difficoltà del tuffo: doloroso.

Madre lavora in un asilo nido e ogni giorno per lei e le sue colleghe è una lotta per evitare che guai simili accadano. Lavorare in un contesto simile richiede monitoraggio costante ma è molto difficile e a volte qualche spiacevole episodio purtroppo si verifica. Un giorno un bimbo è tornato a casa con un graffio su un braccio e i genitori se ne sono lamentati. La Coordinatrice, non so se col dovuto tatto o meno, ha fatto notare che il pargolo è parecchio irrequieto e pur sotto stretta sorveglianza è capace di arrecarsi delle escoriazioni. Loro non volevano crederci. Poi, un giorno, si è presentato all’asilo col braccio ingessato perché a casa, in un momento di distrazione del padre, lui è salito sul tavolo e si è tuffato da lì (la propensione per i tuffi verso il pavimento da parte dei piccoli è evidente). Il padre ha poi detto alla coordinatrice che, in effetti, il pargolo è una peste.

L’altro giorno invece è successo un fatto increscioso: una bambina ha ricevuto un morso sulla guancia da un altro bambino.

Il padre ha pubblicato sul gruppo Whatsapp dei “genitori informati” la foto della bambina con il segno del morso.

Le reazioni sono state del tipo (è tutto vero):

È uno scandalo
Chissà cosa fanno invece di lavorare, io ne ho vista una fuori col telefono in mano (sì, era nella sua pausa)
Ci vorrebbe Striscia la Notizia (ma anche Le Iene e Cruciani, sennò a loro chi ci pensa?)
Il Sindaco cosa fa? (non la tata, evidentemente)
Divulghiamo su fb (ottima idea mettere la foto di un minore su fb)

Va bene tutta l’irritazione dei genitori e le rimostranze verso un luogo che dovrebbe essere sicuro per i propri figli. Sollevare indignazione online e far agitare forconi a caso, direi un po’ meno. Però visto che ormai si gira col telefono in tasca come fosse una pistola nella fondina e siccome non voglio rimanere indietro, ho ripensato a tutte quelle situazioni in cui avrei potuto agire diversamente e ho deciso di allinearmi ai tempi. Ho quindi buttato giù una lista di indicazioni che possono essere utili per

SFRUTTARE A DOVERE GLI STRUMENTI SOCIAL PER FARE DENUNCIA SOCIALE

Situazione 1: Quella volta che al supermercato vidi un pacco di tortellini scaduto il giorno prima sepolto in mezzo agli altri (che invece erano freschi). Io richiamai l’attenzione di un addetto per farlo rimuovere. Cosa avrei dovuto fare: Pubblicare una foto su fb titolandola GUARDATE COSA CI DANNO DA MANGIARE e ce lo fanno pure pagare, aggiungendo che invece ai migranti nei centri di accoglienza danno cibo non scaduto gratis (Il migrante va forte e piace al pubblico).

Situazione 2: Quella volta che un signore mi ha invitato a non parcheggiare l’auto del car sharing lungo delle strisce per residenti e io non ricordavo bene che invece al car sharing è permesso sostare anche lì e allora me ne sono andato. Cosa avrei dovuto fare: Diffondere su Whatsapp la foto di questo signore (magari con nome e cognome se fossi riuscito a farmelo rilasciare), nel gruppo “Segnalazioni amici dei poteri forti”, evidenziando che invece ai politici che girano nelle auto blu costui non dice niente, anzi, magari li vota pure! (Il politico pure se è un vecchio tema ci sta sempre bene).

Situazione 3: Il salumiere che quando gli chiedi un etto di salumi lui ti fa magari 110 grammi e gli dici di lasciare. Cosa avrei dovuto fare: Una bella segnalazione a Le Iene, contro la lobby dei salumieri che in un anno, a forza di grammi aggiunti, chissà quanto denaro ci sottrae dalle nostre tasche. Li vadano a stanare bloccandoli per strada e inseguendoli perché non rispondono a domande del tipo “Ma quando la sciura vi chiede del prosciutto ma Quello buono voi gli date veramente Quello buono? (Bisogna pur dare lavoro a Le Iene).

Situazione 4: Giusto ieri sera ero in un locale e una tizia, in stato vagamente allucinatorio, inizia a danzarmi di fianco o forse a mimarmi un affresco Egizio (le sue movenze mi lasciavano perplesso). Prima mi urta col gomito, poi mi sfiora con la mano, io la ignoro e lei se ne va. Dopo un po’ ritorna, si avvicina Egizieggiando e mi fa “Ti vedo molto concentrato”. La mia faccia è stata Eh? e lei ha fatto “Scusa, non volevo disturbarti”. E se ne è andata. Cosa avrei dovuto fare: A questo punto avrete capito, ovviamente un video da diffondere online commentando “Guardate questa generazione di tossici poi si lamentano che non c’è lavoro ma quale lavoro se pensano solo a divertirsi e poi fanno le femministe e vanno nei locali a insidiare i maschi, povera Italia!” (Un povera Italia innanzitutto non si deve negare mai, inoltre la combo-polemica giovani che pensano a divertirsi+donne che escono per approcciare uomini è una miscela esplosiva, da usare con cautela).

Spero quindi con questi esempi di aver dato valide indicazioni per permettervi, da oggi, di poter diventare dei veri denunciatori da social.

E se non denunciate, vi denuncio io perché è uno scandalo!

Non è che ti metti un gps addosso per trovarti bene in un posto

Quando persone che o vivono qui a Milano da tempo o sono proprio originarie di qui mi chiedono come io mi trovi e rispondo “Bene. Questa città mi piace”, le loro facce assumono un’aria perplessa come a dire Mah, se lo dici tu.

E io ho iniziato a preoccuparmi, perché stando qui da poco più di un mese, fuorviato al momento dal fascino della novità, mi aspetto che da un momento all’altro la dura realtà mi si pari davanti sotto forma di evento spiacevole connesso all’essenza tipica di questa città, che mi faccia dire “No oddio ma Milano è uno schifo!”. E ogni giorno che passa senza che questa cosa succeda accresce la mia ansia sull’aumentare della probabilità che qualcosa di brutto possa capitare.

Il fatto è che realmente sento di trovarmi bene. Intorno casa ho tanti servizi e comodità. E qualunque cosa uno cerchi, di qualunque cosa si interessi, la si trova. Mostre, rassegne di cinema, concerti, eventi: dal punto di vista culturale ogni giorno si può trovare qualcosa da fare.

Ma c’è un di più che apprezzo: il fatto che ci sia un livello di civiltà sociale almeno decente. Non siamo ai livelli della gente de Fuligno, dando umile e servizievole, però quantomeno se sto in prossimità delle strisce gli automobilisti non accelerano per evitare a tutti i costi di farmi passare e farmi pentire di aver anche solo osato pensare di farlo, ma rallentano e si fermano. Sembra un fatto scontato, probabilmente lo è ma solo dal Rubicone in su.

 

Se in un supermercato urto qualcuno quello mi chiede scusa prima ancora che possa farlo io.

Poi, certo, imbecilli e incivili ci sono dappertutto e in qualsiasi posto, è fisiologico.

C’è una figura in particolare che ha colpito la mia attenzione. Il coglione col macchinone.

Premetto che in quanto a spericolatezza automobilistica penso che a Napoli possiamo battere chiunque. Ma è un fenomeno trasversale alle età, alle tasche e alla cilindrata.

Qui a Milano invece ho notato che la categoria specifica del proprietario di suv – rigorosamente sempre tirato a lucido – si contraddistingue per essere formata da imbecilli strafottenti. Io di parcheggi azzardati ne ho visti parecchi, ma il suv fermato in piena curva e senso di marcia in circonvallazione, mi mancava. E ogni giorno ce ne è uno. Per non parlare di quello che blocca le rotaie del tram perché tanto se uno è così fesso e straccione da prendere il tram per spostarsi son problemi suoi. Almeno una volta a settimana capita.

Ho notato infatti che il coglione col macchinone non si pone il problema di utilizzare in città un veicolo poco adatto agli spazi cittadini: lui lo abbandona dove capita senza pensieri.

Avessi io un’auto del genere starei bene attento a dove la lascio: ma io sono uno straccione (rispetto al proprietario del mezzo) e ragiono in quanto tale. Lui probabilmente se ne può comprare altri due o tre, anzi, ce li avrà già e in questo momento sono parcheggiati in mezzo a qualche strada a bloccare il traffico.

Non è che che ti serva un coltello per dividere la casa

Tra le stanze che ho visto durante la mia fase di ricerca (vedasi puntate precedenti della miniserie ‘Un gatto a Milano’) ce ne era una in un appartamento da dividere con altri due ragazzi e una ragazza.

Una cosa che mi aveva colpito in modo negativo era lo stato della cucina: l’inquilino che mi ha mostrato la casa si è giustificato dicendo che ero capitato nel giorno sbagliato: fossi passato il giorno dopo la visita della donna delle pulizie avrei trovato tutto in ordine. In pratica mi stava dicendo che non si prendevano la briga di lavare nemmeno un piatto usato perché tanto poi passava la colf.

C’è un’altra cosa che mi aveva colpito. È stato quando gli ho chiesto se avessero problemi se fosse capitato che il loro futuro inquilino concedesse ospitalità, breve, nella propria stanza, a una ragazza.

Lui mi ha risposto:
– Beh che mi parli di ragazzA già è positivo…perché sai com’è oggigiorno non si capisce più niente…come dire, sembra un fatto di moda…tutti vanno col ragazzO…Va be’, tu non sembri, ma comunque…Non è che siamo omofobi, eh, ma preferiremmo evitare…

Analizziamo un attimo il testo, partendo dalla fine.

Non è che siamo omofobi, eh.
Penso che viviamo in un mondo fantastico. Almeno stando alle continue precisazioni che si sentono: Non sono razzista eh, Non ho nulla contro. Nessuno discrimina gli altri, nessuno ha avversione per nessuno: nel mondo regnano pace&amore. Il dubbio che mi sorge è che se nessuno è razzista, com’è che mi sembra che in giro ci sia del razzismo? Non è che poi alla fine si scopre che il razzista sono io?

Ma andiamo più indietro nell’analisi del testo.

Va be’ tu non sembri.

Mi chiedo come dovrebbe essere uno che invece sembra. Magari parla agitando un po’ la mano e facendo più squillante la voce, dicendo cose tipo: Tezzzzoooro questa casa è un amore!. Non per deludere le convinzioni del mio non-futuro-coinquilino, non è che stiano sempre così le cose. Forse avrei potuto dirglielo e lasciarlo lì a meditare sulla vita di inganni che sinora avrà vissuto.

Ho lasciato per ultimo l’elefante nella stanza, l’argomento più evidente. Anche se di elefanti non ce ne erano, ma il mio non-futuro-coinquilino sembra avesse comunque un problema con le “proboscidi” (NON per omofobia, sia chiaro) nelle stanze.

Mi rendo conto sia una questione delicata, perché quando si tratta di questi argomenti alcuni replicano: uno avrà la libertà di decidere chi vuole o non vuole in casa?

Secondo me dovremmo prima chiarirci sul valore della libertà, che non è proprio da prendere sempre in senso assoluto: la libertà individuale, sacrosanta e sempre da tutelare, non può, a mio avviso, avere un’estensione tale da renderla immune dall’incrociare le libertà altrui e sfuggirne al giudizio, al controllo e, in certi casi, alla stigmatizzazione (ovviamente vale anche il viceversa per le libertà altrui verso le libertà del singolo).

In soldoni: esistono certe libertà che tu ti prendi (come quella di dire non voglio omosessuali in casa) che oltre a essere deprecabili secondo me rendono gli altri liberi di considerarti un coglione.

E non chiamateli coglionofobi: uno avrà pure la libertà di considerare gli altri dei coglioni, no?!


Tra l’altro, mi vien anche da dire che coloro che invocano la Libertà per giustificare il loro discriminare, sono gli stessi che invece con le libertà altrui – parliamo di libertà che non ledono diritti né impongono restrizioni della libertà di terzi, ovviamente – sono invece molto restrittivi, se non addirittura tali da assumere atteggiamenti censori.


Inoltre questi non pulivano la cucina per una settimana perché tanto passava la donna delle pulizie, quindi oltre a essere coglioni sono pure sozzi!

Non è che prendere i mezzi pubblici ti annoi perché è il solito tram tram quotidiano

Passeggio sotto al sole lungo la banchina del tram.

Sul lato opposto, arriva una ragazza. Ansima. Guarda il telefono. Si mette la mano sinistra sulla fronte come uno che ha appena combinato un guaio. Fa una smorfia, contrae la faccia inarcando gli zigomi come a spegnere un accenno di pianto.

Torno a passeggiare facendomi i fatti miei. Il sole picchia come Jake LaMotta. Prendo la mia borraccia di latta – cerco di condurre una vita quanto più possibile plastic free ma ancora non riesco a convincere Madre a smettere di comprare il Parmigiano già grattato in scatola – e mi bagno la testa.

Alzo la testa e guardo di fronte. La ragazza sembra molto agitata. Si poggia la mano sul ventre facendo delle ampie onde di respiro. Respira a bocca aperta.  Una volta ho avuto un attacco d’ansia simile. Lei tira un ultimo lungo sospiro e torna a respirare normalmente. Guarda oltre la curva dei binari verso l’assenza di un tram. Si mette di nuovo la mano in fronte. Poi si fa rossa in viso. Si allontana dal resto delle persone in attesa e si concede un piccolo sfogo di pianto. Veloce. Si soffia il naso e asciuga gli occhi con lo stesso fazzoletto. Odio quando uno usa lo stesso fazzoletto per naso e occhi. Guarda di nuovo il telefono.

Arriva il mio tram. Salgo a bordo ma non posso fare a meno di gettare uno sguardo dal finestrino a cercarla.

Mi sentivo un po’ in imbarazzo a spiare nella privacy di qualcuno; per quanto era una manifestazione interiore che si stava verificando in pubblico, esiste sempre una bolla personale da rispettare.

D’altro canto, l’ansia, la preoccupazione, l’agitazione di qualcuno tendono a mettermi addosso le stesse sensazioni. Anche se si tratta di un estraneo.

Confesso in questi casi la tentazione di sporgermi all’interno di quella bolla a chiedere un “Tutto bene?”; non è per curiosità o per impicciarmi. È che se io mi sentissi in difficoltà vorrei che qualcuno facesse così con me. Diciamo che è un modo per crearsi un debito con l’universo: io lo farei per gli altri, quindi lo si faccia per me, in cambio. Poi in genere non lo faccio perché ci sono situazioni in cui la vivrei come un’inopportuna intromissione e penso sia lo stesso per gli altri e non puoi mai sapere quindi quando sia d’uopo e quando no.

C’è un’altra cosa di quella situazione che mi ha colpito: nessuna delle altre persone presenti sulla banchina è sembrata accorgersi della cosa. Guardavano tutti il telefono.

Allora ho pensato che forse, in un mondo ideale, c’è qualcuno che chiede a questi qui, indifferenti generici, “Sentite, ma va tutto bene a voi?”.

Non è che ti porti in gita uno sbruffone perché serve un pallone gonfiato per giocare

Che si tratti di gita fuori porta, vacanza, escursione di relax al mare o in montagna, se c’è un gruppo di napoletani nei paraggi farà la sua comparsa, a un certo punto, lui.

Il Super Santos.

Non è giornata e non è divertimento se per l’uscita non c’è un pallone da prendere a calci.

Il bisogno di calciare è antico. Pare che quando fu inventata la ruota, qualcuno, vedendola tondeggiante, provò ad assestarle un destro di collo pieno. La ruota però era di pietra e l’improvvisato calciatore iniziò a rotolarsi per terra, rantolando dal dolore e alzando il braccio per chiedere un rigore all’arbitro. Che però purtroppo per lui non era stato ancora inventato.

Il Super Santos gode di vita propria. Prova ne è il fatto che va un po’ dove vuole seguendo l’istinto. Un istinto difettoso, visto che si dirige spesso o verso una testa altrui o la cima di un albero o un roseto.

Se ci sono donne nel gruppo, si gioca di solito al Sette si schiaccia. Il gioco serve in realtà come coadiuvante dell’approccio con finalità di accoppiamento: il maschio gaudente gitarolo, difatti, cercherà di colpire col pallone la femmina gaudente gitarola di suo interesse. Se al giro successivo la femmina cercherà di colpire lo stesso maschio, vuol dire che si è instaurato un collegamento e l’approccio può proseguire. Il rituale di accoppiamento del Super Santos può coinvolgere anche un’ignara femmina che si trova in zona per fatti propri: il maschio gaudente la colpirà con una pallonata dietro la testa di proposito e poi correrà a scusarsi, invitandola a partecipare alla partita per discolparsi.

Che è un po’ come pestare il piede a qualcuno e invitarlo poi a fare un giro con le proprie scarpe, così, per rimettere le cose in pari. Ma le strategie riproduttive degli animali, si sa, sono sempre particolari e apparentemente prive di logica per gli esseri umani.

Così come vive al limite, così la sua vita ha limite: il Super Santos dura in genere il tempo di una scampagnata, perché poi o finisce perduto o bucato o dimenticato e così ne verrà ricomprato per strada uno nuovo la volta successiva.

Da qualche parte esisterà un paradiso dei Super Santos perduti.

Non è che l’automobilista corretto abbia rispetto pure dei passanti della cintura

Oggi parlavo con un amico, che mi diceva che in Belgio hanno scoperto che quelli che parcheggiano sui posti per i disabili o riservati alle donne incinte non avendone il diritto, sono anche evasori fiscali.

Non so se sia vero ma mi piace pensarlo che lo sia.

Chi dimostra di farsi beffe del bene comune e del rispetto degli altri in un frangente secondo me lo fa anche in altri casi.

Io per esempio farei accertamenti e controlli su quelli che in coda a uno svincolo sorpassano a destra sulla corsia di emergenza.

O quelli che lasciano l’auto in mezzo alla strada e non restano neanche reperibili per spostarla. Se poi qualcuno richiama l’attenzione clacsonando o se arrivano i vigili, s’infuriano anche perché Ero andato un attimo a farmi la lipoplastica allo scroto, che diamine!.

Magari un controllo lo meriterebbero anche quelli che portano a defecare il cane dove gli capita. E non fatemi parlare dei loro cugini, quei campioni che fanno defecare il cane, raccolgono tutto nell’apposita bustina che poi abbandonano a un angolo della strada. Forse pensano che la bustina serva a confezionare il tutto a mo’ di cadeau per la delizia degli altri passanti.

Quelli che provano a fare canestro nei cestini e, non riuscendoci, lasciano il tutto per terra perché forse pensano che valgano le regole del basket: palla fuori, gioco per l’avversario.

Ci sarebbero tanti esempi e tante verifiche, per capire se uno si specializza in un solo caso di stronzaggine o se è sempre la stessa persona a fare tante cose.

Non è che a Roma il supplì sia ridicolizzato perché è de riso

Quelli della mia generazione sono stati iniziati a certi pruriti, tra le altre cose, da Lamù. A me più di lei piacevano però altri due personaggi, sempre aliene: Benten (una motociclista spaziale) e Kurama (la Regina dei Tengu).

Ho un’amica che fa cosplay ( = il travestirsi da personaggi degli anime) e che una volta in una delle sue interpretazioni si è vestita proprio da Lamù. Ha acquisito una certa notorietà in questo mondo, perché è molto brava nella preparazione dei personaggi. Conoscendo però il mondo dei nerd maschi credo che presso di loro la fama sia più legata a robe di sbavo e pruderia che per apprezzamenti stilistici. Il più pulito dei fan che l’ha contattata, mi ha raccontato la mia amica, voleva che lei gli camminasse sulla schiena.

I nerd sanno anche essere persone orribili. In linea di massima, sono misogini e sessisti. Oltre che in grado anche di comportarsi da bulli. Il loro bullismo è generalmente rivolto verso chi si introduce nell’ambiente e non ne è all’altezza perché principiante. Sono stati i nerd a inventare su internet il termine noob verso chi è nuovo e poco pratico, usando il neologismo per deridere i neofiti. La malcelata diffidenza spesso sfociava in ostilità tale da indurre il nuovo arrivato ad andarsene altrove.

La sottocultura nerd negli ultimi anni ha suscitato consensi su un pubblico ampio. Hanno iniziato a venderci serie tv e film per il cinema che 20 anni fa sarebbero stati solo cose per nerd ma che oggi nessuno si vergogna di guardare, anzi, la vergogna oggi è considerato non farlo.

È da tempo che rifletto sugli aspetti negativi di questo tipo di cultura. Il punto non è criminalizzare la categoria (a cui potrei benissimo essere ascritto, dato che ne condivido gusti, interessi e hobby), ma ricordarsi che non è fatta esclusivamente di individui buffi, teneri e simpatici e che sotto goffaggine e simpatia si nasconde anche altro. Invece si tende a farlo passare in secondo piano.

L’esempio calzante è un film cult del 1984, La rivincita dei nerds. In questo film, tutto basato sulla contrapposizione tra gli atleti fighi e palestrati e i secchioni, la considerazione di questi ultimi verso l’altro sesso non si rivela migliore di quella dei bulli: le ragazze o sono delle oche cui è lecito rubare le mutande e con cui val la pena appartarsi spacciandosi per il reale ragazzo approfittando di una maschera, o sono alla fine delle povere mentecatte perché non sanno usare un computer. All’epoca (ma forse anche oggi), fermo restando che è pur sempre un film commedia, non sarà stato considerato così scandaloso ma solo la giusta rivalsa di individui derisi, goffi e sfortunati.

Le considerazioni sull’errata compiacenza che si ha in certi casi, valgono anche per le nerd donne che sanno essere verso altre donne non nerd le più antifemministe di questo mondo (e ci sono ragazze nerd che poi si proclamano femministe) e ciò non è per niente considerato sbagliato.

 

Non è che una canzone senza il cantato sia utilizzata per secondi fini perché è strumentale

Ho un po’ di avversione verso coloro che nei mezzi pubblici parlano al telefono a voce alta e devono far sentire a tutti i fatti loro.

Ho anche però la tendenza a farmi i fatti altrui come fossi la peggiore comare di paese. Quindi ogni tanto l’orecchio si tende a captare frammenti di conversazione.

L’altro giorno per due ore di viaggio ho ascoltato le vicende di una donna che ha aggiornato tutti noialtri passeggeri sulla propria vita. Io avevo le cuffie e ascoltavo del “rallegrante” post rock strumentale ma mi arrivava comunque la sua voce da dietro.

Ciò che le era successo e che ho ricostruito è che lei aveva lasciato l’auto dal meccanico, che l’ha poi consegnata – all’insaputa di lei – a qualcuno, forse il marito o ex tale. E la cosa che le premeva era che dentro l’auto lei avesse tutti i propri vestiti. La cosa più grave è che a quanto pare – non ho capito se fosse vero o meno – l’auto era stata ritirata per farla rottamare. Con tutte le cose sue dentro.

Al telefono parlava di ciò con il fratello del (forse) marito o ex tale.

Il colpo di scena – a un certo punto la cosa si era fatta inquietante come un thriller – è che lei ha cominciato a pensare che dietro la macchinazione ci fosse una certa R. Dato il linguaggio colorito con cui l’ha citata, opterò per riportare una versione più forbita:

«Sai cos’è? Dev’essere stata quella proterva meretrix di R; avrà praticato una fellatio a tuo fratello, si sarà fatta aspergere da lui la cavità orale e si è fatta consegnare la macchina».

Confesso mi sono chiesto questa R. quali arti amatorie potesse vantare tali da riuscire ad avere un’auto in cambio di un favore carnale.

Poi ha cominciato ad avanzare l’ipotesi che dietro la macchinazione potesse esserci la madre di loro. «Se è così – ha minacciato – le do fuoco alle finestre».

Perché mai le finestre, mi domandavo io?

«Così non può uscire».

O cacchio. Leggeva anche nel pensiero.

Poi sono sceso e non ho saputo com’è andata a finire. Può sembrare la vicenda mi abbia fatto sorridere, in effetti le gesta della summenzionata R. lo hanno fatto, in realtà mi ha lasciato con un senso di inquietudine e angoscia. La gente che si minaccia azioni e ritorsioni mi spaventa, anche se nel 99% dei casi si tratta solo di sfoghi dettati da ira e frustrazione – anche comprensibili, se ti rottamano o ti fanno credere di rottamare il tuo guardaroba.

Forse dovrei cominciare ad ascoltare musica meno disagiante per non farmi condizionare.


Cosa ascoltavo in viaggio: