Non è che il tipo morigerato dopo una corsa si asciughi il pudore

Una volta, più di 10 anni fa ma meno di 15, quando chimica era ancora la fame e non la scia, mi trovavo seduto in compagnia di una ragazza sotto un’estremità del porticato dell’emiciclo di Piazza Plebiscito, in una serena giornata di primavera con poche nuvole sparse che disegnavano genitali nel cielo.

Ci si scambiava dei baci, anche se forse scambiare non è il verbo adatto, giacché lo scambio presuppone che uno dia e l’altro riceva e a sua volta poi dia, mentre lì sembrava difficile discernere consegna e ricezione, diciamo che forse più che uno scambio era una condivisione del bacio anche se poi a questo punto bisognerebbe capire a chi appartenesse realmente il bacio che veniva compartito.

In ogni caso, era una semplice questione di protrusione di labbra con allontanamento graduale dei corpi dal collo sino al bacino, giacché ogni tentativo da parte mia verso un ulteriore contatto esplorativo si risolveva come in un noto film di kung-fu: Cinque dita di violenza. Direttamente sul mio volto.

A un certo punto si avvicinò un uomo di mezza età, aveva l’aria di un addetto di qualcosa e indossava quel che sembrava un abbigliamento da sorvegliante o custode e in effetti il suo atteggiamento paternalista sembrava proprio da custode anche se non mi era chiaro cosa custodisse, se la piazza, l’emiciclo o la basilica o se fosse soltanto un mitomane giacché non mi è mai stato noto che la zona fosse sotto custodia. Sbucò lateralmente rispetto a noi dicendo Ragazzi qui non potete stare, ci sono dei bambini e noi ci guardammo in faccia un po’ perplessi ma ci alzammo e ci allontanammo in virtù di quella che era una rispettosa obbedienza verso gli adulti che a entrambi era stata inculcata come educazione.

In effetti poco lontano al centro della piazza c’erano dei fanciulli, impegnati nel bambinare con biciclettine e palloni.

Forse era stato giusto il richiamo del custode, anche se per me no in quanto stazionando lateralmente e in ombra sotto i portici avevamo avuto il buon senso di non esporci troppo alla vista, inoltre io, fossi stato bambino, avrei avuto il buon senso a mia volta di pensare ai fatti miei. Tra i valori inculcatimi dai genitori c’era infatti un certo pudore e rispetto verso l’intimità altrui, laddove tale intimità non si presentava ovviamente come invadente e oscena.

Al di là di questo insignificante episodio, mi sono trovato spesso negli anni a riflettere su quanti si comportino da custodi di morale usando l’infanzia come pretesto per barricate contro a o contro chi. Dimenticando – forse in maniera dolosa – che i bambini sono spugne e assorbono chissà quanti comportamenti nocivi – di odio, discriminazione e quant’altro – messi in atto da tali custodi.

E ho ripensato a tutto ciò ieri, seduto in un ristorante giapponese di quelli con il nastro trasportatore, mentre attendevo impaziente che arrivasse verso di me un solitario roll al tonno che avevo adocchiato da lontano. Dall’altro lato del nastro, alla mia destra, c’era una famigliola composta da padre, madre e una bambina all’incirca di 7-8 anni. Quando il roll aveva già oltrepassato la famiglia e stava finalmente percorrendo la curva che l’avrebbe condotto verso il mio insaziabile appetito, la bimba si è sporta per prenderlo. Il padre è intervenuto bloccandola: No, rispetta lo spazio altrui e non invadere. La bimba ha quindi arrestato il proprio gesto ed è tornata al proprio posto.

Ho avuto il mio roll e avrei voluto ringraziare quel padre per avermi restituito un po’ di fiducia nell’umanità con quel suo comandamento. Rispettare lo spazio altrui penso sia tra i migliori e più semplici insegnamenti che si possano impartire eppure chissà perché sembra tanto difficile da condividere.

Io per esempio a volte non riesco ad aver rispetto degli spazi e ancora oggi finisce a kung-fu in faccia.

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Non è che serva un divano per fare salotto

Anche in Magiaria è arrivata la primavera.
Improvvida per gli armadi e imbarazzante per le ascelle, inaugura la stagione dell’incertezza del vestiario. Il periodo della giacca da mezz’ora.


Si tratta infatti di quel capo utile da un quarto d’ora prima che il sole tramonti a un quarto d’ora dopo. Prima, porterà troppo caldo, dopo, sarà troppo leggero.


Con il caldo si sono svegliate le formiche. Ne ho trovate alcune nella stanza, l’altro ieri.

L’unico cibo che introduco nella mia zona notte è quello presente nel mio stomaco.
L’ambiente è pulito e tenuto in ordine con regolarità.

La mia coinquilina invece fa colazione, pranzo, merenda e cena nella sua stanza. Ha un cestino dei rifiuti personale. Per terra sparge qualsiasi cosa, insieme ai vestiti avvinghiati in un cumulo orgiastico. Credo che qualche maglione abbia figliato dei calzini.

Quando le ho chiesto se avesse formiche in camera, ha detto di no.

Capisco. Forse la sua stanza è troppo ostile, mentre con il mio ordine ho creato un ambiente confortevole.


La mia ironia è comunque fallace: la formica domestica può avere il nido da una parte ma approvvigionarsi molto lontano da esso. Come un meridionale fuori sede con i suoi pacchi di cibo spediti da giù.


Ovviamente ho subito pensando di sbarazzarmi del problema¹ con dell’esca avvelenata sull’ingresso del balcone, dopo aver constatato che rimedi naturali quali pepe, sale, limone, le rendevano adatte a un’insalatina ma non le inducevano ad allontanarsi². Ho dovuto agire prima che Salveeny venisse a scattarsi delle foto in casa mia al grido di “Fermiamo l’invasione”.


¹ Le formiche, intendo, non la coinquilina.


² Di sicuro ci sono altri rimedi naturali adatti che non ho utilizzato (come l’aceto, il cui odore mi dà fastidio), ma a me, da giacobino, interessa arrivare a far fuori la monarca.


Ammiro e invidio chi riesce a crearsi zone comfort molto estese in ambienti estranei, nuovi, con altre persone.

Non è necessario esser un gran conversatore e intrattenitore. Basta trovarsi a proprio agio nella propria pelle quando si è con gli altri e non subire il costo psicologico della relazione sociale.

Ci ripenso mentre mi trovo qui,


Non qui mentre scrivo, ma un qui di un flashback mentale.


in mezzo a delle persone sconosciute o semi-conosciute.

La mia zona comfort arriva sino alla punta del Toscanello che ho nella mano sinistra (ahimè ogni tiro manda in fumo tale area) e al fondo del bicchiere pieno di birra che stringo con la destra.


Potrei quindi confermare la tesi secondo la quale i vizi sono alimentati dal disagio.
È un’osservazione invece parziale, in quanto indugio nel vizio molto di più quando mi sento totalmente a mio agio¹.


¹ Il motivo è che se sono a mio agio non devo preoccuparmi di ciò che pensano gli altri. Anche perché probabilmente saranno troppo devastati per poter far caso a me.


Sono il genere di persona che deve avere sempre almeno una mano impegnata. Ho lasciato allungare i baffi solo per avere qualcosa da rigirare tra le dita a piacimento, in assenza di altro.

Magari improvvisando contemporaneamente un ballo country

Intanto, osservo gli altri.
Che osservano me, che osservo loro che osservano me. È come quel racconto di Paul Auster dove un investigatore sorveglia un sospettato che sta sorvegliando lui.


Fantasmi, in Trilogia di New York. Una storia che sembra un racconto hard boiled¹ ma che si trasforma in breve in una sorta di allucinazione a-temporale dove entrambi i personaggi coinvolti perdono sempre più i caratteri di protagonisti per divenire pupazzi di un inganno.


¹ Cioè il genere poliziesco impermeabile, whiskey e un detective scorbutico e sciupafemmine.


Abbandono il mio essere umano per divenire un elemento grammaticale: il complemento d’arredo.

E penso alle formiche a casa, cui la dipendenza reciproca sarà la loro rovina perché se anche una dovesse sfuggire al veleno poi morirebbe in quanto rimasta da sola.

Mentre ci rifletto, una tizia accanto a me annusa l’aria. Poi si volta.
Oh, are you fuming…eh, “fuming”, si va be’ dai  agita la mano come a dire “ma come mi viene”.
Io, imperturbabile: Yes, I’m fuming. Why are you chiedending me?
Rido.

Non è che si chiama “divisa” perché tagliata apposta per te

Attendevo una veloce risposta per ciò che concerne il colloquio e stamattina è arrivata: non ce l’ho fatta.

O meglio, non è che io non l’abbia superato: la tizia dice che “preferisce rinviare al momento a causa di cambiamenti negli impegni e nella propria situazione, riservandosi di ripensarci a gennaio ma, nel frattempo, incoraggiando anche a vagliare altre possibilità”.

Insomma, è come quando chiedi a una ragazza di uscire e quella ti risponde “Ti faccio sapere, ci organizziamo”, che è un modo elegante per dire no aspettandosi che l’altra persona capisca. Puoi sempre raccontare agli amici che non ti ha respinto ma che sta vagliando attualmente altre possibilità, compatibilmente con le strategie di mercato che la congiuntura attuale esige.


Per la cronaca: no, non ho chiesto alla Tutor di uscire, è un esempio e quindi come tale non basato su eventi reali recenti.


A questo punto posso anche rivelare di cosa si trattava, tanto la scaramanzia è uscita di casa per non tornare più.


Che tra l’altro io non sono neanche scaramantico, semplicemente credo che le cose cessino di essere realizzabili nel momento in cui ne parli troppo e le carichi di aspettative.


Ho sostenuto un colloquio alla FAO.
La FAO, avete presente? La Federazione Autisti Operai.

In serata invece ho sostenuto l’esame da arbitro. Almeno quello è andato bene. Soltanto che mi hanno dato la maglietta di taglia L mentre io avevo chiesto una M.

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Devo cambiare pantaloni della tuta, perché hanno l’elastico inelastico e mi sento abbastanza fantozziano a tirarli su. Vatti a fidare delle cose acquistate a 7 euro da Cisalfa!

E, a proposito di pantaloni, ne desidero ardentemente un paio a quadri. Ho appena gettato i miei preferiti, dopo aver tirato fuori la roba invernale, perché ormai avevano fatto il loro tempo. Io i pantaloni tendo a usurarli in maniera devastante.


Purtroppo lasciarli un’intera stagione nell’armadio invece di gettarli già la scorsa primavera non è servito a farli ritornare agli antichi splendori.


Purtroppo c’è un problema: fatico a trovare pantaloni a quadri decenti. Quelli che vedo in giro sanno troppo di signore attempato, mentre quelli che avevo erano sobri e giovanili come si conviene a un giovane barbuto sobrio e giovanile come me.

Non saranno mai famosi: l’Uomo delle assenze

Vorrei inaugurare una serie di post a periodicità sconclusionata dedicati a personaggi che ho incontrato nella mia vita che non hanno avuto alcun ruolo in particolare, non sono stati dei mentori, non hanno dato un contributo alla ricerca scientifica sulla calvizie maschile dei polpacci, non hanno lasciato alcun segno insomma ma mi sono rimasti impressi in qualche modo e, in fondo, li considero come degli eroi del loro campo.

Oggi parlo dell’Uomo delle assenze.

Durante le scuole medie, ogni giorno assistevamo all’ingresso in classe di questo personaggio che, con in mano un registro, passava a segnare le assenze. Tutti i giorni, per i tre anni che sono stato lì ho visto il ripetersi di questa identica scena:

Toc Toc
– Professoressa: Avanti
– Lui: Buongiorno. (pausa di un paio di secondi) Chi è assente?
– Professoressa: allora…(legge i nomi)
– Lui: (annota)
– Lui: Arrivederci
Fine.

Ho conosciuto la sua storia solo dopo aver finito la scuola.
Un tempo era un professore di educazione fisica. Poi, un brutto giorno, venne colto da un infarto. Non poté più fare l’insegnante e venne re-impiegato in segreteria come Uomo delle assenze.

Alto 1.85-1.90, aveva una coppola color cammello e un lungo cappotto color spinacio cotto, che abbandonava soltanto a primavera inoltrata. Non l’ho mai visto con indosso un capo diversi né senza coppola, quindi non saprei dire se fosse calvo o meno ma a giudicare dai capelli radi sulle tempi sospetto che sulla sommità non li avesse.

Non l’ho mai sentito parlare pronunciando parole diverse da quelle che ho riportato.

Tranne che per il giro nei corridoi, infine, non l’ho mai visto impegnato in altre attività.

Ho pensato che avrà ricoperto questa mansione prima che io arrivassi in quella scuola e avrà continuato quando me ne sono andato. Anni e anni a fare il giro dei corridoi a metà mattinata, classe per classe, per dire “Chi è assente?”, dopo la pausa necessaria a esaurire l’eco del “buongiorno”.

Non so neanche come si chiamasse: era l’Uomo delle assenze.

Come disse il siamese, la Cina è micina


DIDASCALIA TECNICA
In questo post provo a mettere a punto il sistema delle didascalie di accompagnamento al testo. È ancora in fase di rodaggio.


Come accennavo nel post di ieri, a casa sono arrivate dalla Cina (non è chiaro se con furore o col furgone ma propenderei per quest’ultimo vista la quantità di roba che si son portate dietro) Maestra e Astro Nascente.

Incarnano in modo perfetto lo spirito economico del loro Paese: occupano, trasformano, si espandono.


DIDASCALIA DOVEROSA-1
Preciso che in tutto il post sto scherzando.
Sono due persone molto educate e gentili, anche troppo: oggi Maestra era in cucina, seduta a messaggiare con lo smartphone. Sono entrato e ho chiesto se le servissero i fornelli. Lei si è alzata esclamando “No no no fai fai!” e vrummm è andata via. Mi sono sentito in colpa, si sarà sentita scacciata.


Il problema è che quando si ha a che fare con uno come me, a un tacca così (fare il gesto di avvicinare indice e pollice senza che si sfiorino) dal disturbo ossessivo compulsivo, certe cose sono molto complicate.

Entro in casa lunedì mattina, vado in bagno (il mio bagno) e trovo la tavoletta abbassata. Il mio bagno personale è stato utilizzato. È inaccettabile in quanto costituisce una violazione della mia privacy: io, convinto che il bagno sia a mio usufrutto personale, potrei anche lasciarvi del materiale compromettente. Riviste di meccanica, fiori anche se non è detto che io debba fare il fiorista. E poi qualcuno invece entra senza autorizzazione!

In cucina sono invece subito apparse delle bustine di tè, abbandonate dove capita, per marcare il territorio. Sul microonde, ad esempio, come dimostra il Reperto 1:

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Reperto 1

Perché mai delle bustine di tè dovrebbero giacere sul microonde quando c’è un’intera cucina piena di mobili, ante e ripiani? È chiaro che stiano tentando di piantare delle bandierine, pardon, delle bustine.

E, ancora, perché sempre sul suddetto elettrodomestico c’è un uovo sodo da stamattina, come evidenziato dal Reperto 2?

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Reperto 2

Nel cesto della frutta invece giacciono abbandonati mezzi limoni, mezze banane e mezze mele, come si può notare dal terzo e ultimo reperto.

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Reperto 3

E io mi chiedo: può capitare di dover utilizzare soltanto metà limone e che quindi l’altra rimanga inutilizzata: ma perché ce ne sono due metà, allora? Non era il caso di usare la metà rimasta prima di aprire un altro limone?!

Potrei sorvolare su tutto questo se non fosse per un altro grave problema.
La pattumiera.
Ho già i miei problemi con Coinquilino che porta fuori la spazzatura a ogni cambio di stagione: l’ha fatto a marzo per salutare la primavera, ora l’ha fatto di recente per l’arrivo dell’estate.

Maestra e Astro Nascente hanno invece un’idea molto personale della gestione del pattume: riempire tutto sino all’orlo e, quando sta per traboccare, spingere giù per incastrare altre cose come nel Tetris. È chiaro che più la colonna di incastri sale più si avvicina il game over e a chi toccherà tale onta? A chi prenderà in mano il sacchetto, cioè il sottoscritto.

Purtroppo sono in una situazione di scarso potere: Maestra è una vecchia fiamma di Coinquilino. Magari un giorno si scoprirà che Astro Nascente è figlia di Maestra e che Coinquilino potrebbe esserne il padre.


DIDASCALIA DOVEROSA-2
Se non era chiaro dalla prima didascalia, sto volutamente esagerando. Fossero questi veramente i problemi della vita o della coabitazione.



DIDASCALIA POLEMICA
Ciò non toglie che la questione della pattumiera mi provochi pessimismo e fastidio.


DIDASCALIA DELLA DIDASCALIA POLEMICA
La didascalia precedente non era invece scherzosa.


Lurido frutto dell’amor è la sambuca

Era primavera inoltrata dell’ultimo anno di liceo e noi ci inoltravamo sempre più volentieri nei fumi dell’alcool. La seconda sbronza cattiva della mia vita fu una domenica sera dopo aver finito una bottiglia di sambuca seduti sui gradini di un condominio. Da allora, ancor oggi mi sopraggiunge la nausea a sentirne anche soltanto l’odore.

Polacco dopo aver bevuto abbastanza per quella sera si alzò a svuotare la vescica contro un muro, non avvedendosi di un uomo affacciato alla finestra che lo richiamò al suon di “ehi tu, lurido”.

La cosa mi è rimasta impressa, in quanto lo trovo più unico che raro che qualcuno si esprima così. Ci si aspetterebbe un epiteto volgare, una bestemmia, un’imprecazione in dialetto, una secchiata d’acqua. A tal proposito, vorrei segnalare ai visitatori occasionali di Napoli di non attardarsi a svuotare la vescica in una stradina di via Mezzocannone, perché gli abitanti della zona si sono organizzati in squadre d’azione che organizzano raid di secchiate d’acqua per i luridi del caso.

Quell’uomo, dicevo, disse “ehi tu, lurido”. Con fermezza e senza scomporsi in alcun modo.

Non ero abituato né a sentire l’espressione né a quella composta serietà. Anche perché le persone trovo che abbiano spesso modi più spicci e nervosi.

Oppure sono io che la penso così essendo molto collerico. C’è un proverbio spagnolo che dice “Piensa el ladrón que todos son de su misma condición”.

Sono apparentemente tranquillo e molto controllato ma vivo sul ciglio della strada dell’esplosione di nervi. Se agissi di impulso, per un nonnulla distribuirei con molta facilità delle indicazioni per raggiungere in modo breve quel famoso paese.

Come quella volta, credo fosse il terzo anno di liceo, che rivolsi tale invito a un paio di compagne di classe.
Eravamo in aula video (una stanza con un televisore e un videoregistratore comprati in saldo all’euromercato negli anni ’90) a guardare non ricordo cosa. A un certo punto comparvero degli scimpanzé nel video. Il simpatico S. dalla retrovia disse “I parenti tuoi, Gintoki!”, provocando qualche risata negli astanti. Io mi girai verso di lui a rispondergli, non ricordo di preciso cosa dissi comunque si trattava di qualcosa riguardante le scimmie e lui. Dal mezzo dell’aula un paio di compagne invitarono al silenzio. Io chiesi loro la cortesia di non defecare sugli organi genitali, accompagnando le parole con un ampio gesto della mano che invitava appunto a visitare il famoso paese.

L’invito a non attentare ai miei summenzionati organi fu preso evidentemente molto sul serio, tant’è che di quella classe nessuna ragazza mai ci si accostò, né con buone né con cattive intenzioni. Io per prudenza mantenni sempre le cose in chiaro, reagendo sempre in modo spropositato (la si potrebbe definire una massive retaliation) al minimo attacco.

Eppure delle volte un “ehi tu, lurido” (che mi ricorda “ehi tu porco levale le mani di dosso”) può esser più efficace.

Timorati del domani, timorati dei Timoria. Ma non tutti i Mal vengono per nuocere

Qualcuno ricorda i Timoria? Spero di no, per il vostro bene.

Questa mattina mi sono svegliato con in testa il loro tormentone Sole spento.
Che bel risveglio!

È lodevole da parte loro, comunque, esser riusciti a costruire un’intera canzone solo sulla rima in -ento, con la variante dentro nel secondo verso, quando Pedrini canta e tutto sommato provo a starci dentro, che sembra una frase di un tamarro di Quarto Oggiaro: minchia fratello, provo a starci dentro, bella lì.

Dicevo che mi sono svegliato con in testa la canzone, ripensando a certi giorni in cui mi sveglio con la sensazione di essere completamente scarico. Tra aprile e maggio mi capita di convivere con sonnolenza, stanchezza, irritabilità e umore altalenante.

Ho iniziato ad assumere (con contratto a progetto) fiale di pappa reale, polline e ginseng. Che sia efficace o meno, credo sia un intervento tardivo. Per risultati stimolanti immediati dovrei forse ricorrere a un pusher.

Ho scoperto che lo definiscono mal di primavera, ma io sono un po’ stanco che si trovi sempre una definizione che coincida con “mal” per qualunque cosa, hanno cominciato con Mal dei Primitives e non si sono fermati più.
Tutto mirava ad arrivare alla battuta.

La camicia nella foto di copertina sarebbe oggi illegale in diversi Stati

Sarebbe bello se le lavanderie mondassero coscienze, ma sai che spreco di detersivo?

Questo non è un aneddoto che riguarda direttamente Madre, ma una sua collega di lavoro. La tal signora, che chiameremo s. (più avanti spiegherò per cosa sta s.), ama indossare la pelliccia, anche quando non si gela ma c’è quel clima che non è inverno ma neppure primavera. Purtroppo, capita in quest’occasione di ritrovarsi sudaticci e di dover procedere a far lavare il pregiato capo d’abbigliamento, come raccontava s. a Madre: il tutto tenendoci a sottolineare l’inconveniente dell’afrore di sudaticcio che impregna la pelliccia.

Fino a qualche tempo fa, la signora s. si rivolgeva a una determinata lavanderia, prima di scoprire che nel suddetto esercizio vi si recavano anche “i neri” a far lavare i propri capi sporchi (che stranezza! Io in lavanderia invece porterei capi puliti!) e che i gestori poi lavassero tutti insieme i vestiti dei clienti.

Non è per discriminare, eh – precisa s. – ma non voglio che mischino i miei panni con quelli sporchi che portano i neri”.

A proposito de “i neri” della mia città. Da qualche anno si sono trasferiti qui dei ragazzi provenienti dall’Africa subsahariana, dei rifugiati politici arrivati anche loro come tanti con dei relitti galleggianti sulle nostre coste. Ne conosco uno, fa il cameriere nel pub dove vado sempre, un altro faceva il turno di notte come benzinaio poi il distributore ha chiuso, un altro fa il tuttofare – nel senso che sistema i carrelli, sposta casse e scatoloni, porta la spesa ai vecchietti – in un supermercato. Qualcun altro non so, altri ancora, non trovando lavoro, sono andati via e non so dove siano.

Io di lavanderie son poco pratico, ma non credo che le pellicce vengano lavate insieme alle canottiere e ai pantaloni, di questo son quasi certo.

Sul fatto di lavare tutti insieme i capi dei clienti, non lo so perché come ho detto non frequento lavanderie, ma lo trovo un fatto normale per ottimizzare tempo e risorse e per giustificare quelle enormi lavatrici che vidi una volta da bambino e che mi spaventarono alquanto(a meno che non siano lavatrici per taglie XXXXXXL)! Se io portassi un calzino dovrei aspettarmi che lo lavino singolarmente?

A questo punto posso quindi anche rivelare che s. sta per “stronza”, perché la signora secondo me è di etnia stronza.

Non è per offendere, eh. Non cominciamo. Oggigiorno non si può dir nulla che si viene accusati di essere offensivi. Ma se uno dice un dato di fatto, è per caso un’offesa? Se io dicessi “quello è moro, quello è alto, quello è biondo e quello è basso” starei offendendo? Come ci sono delle persone alte e basse così ci sono delle persone stronze, ma non ho nulla contro di loro, anzi, io ne conosco un sacco di stronzi.

Riflettendo, comunque, credo di aver capito il ragionamento della signora. Deve aver frainteso il concetto di separare i bianchi dai neri quando si fa il bucato.