Non è che se i tuoi amici hanno reazioni esagerate allora sono una compagnia teatrale

Sono momenti particolari alla Spurghi&Clisteri SpA dove io lavoro.

Per dire, c’è uno che impiega il tempo libero con il teatro e la recitazione ma in concreto si comporta come se fosse il lavoro a essere il suo hobby. Comparirà anche in una particina in una popolare soap. Sono ansioso di vederlo perché dicono sia bravo. Al che forse penso di capire, magari sta soltanto recitando di lavorare con noi.

Ci sono poi momenti di paranoia inconsulti, come quando, scherzando, ho detto alla ragazza del Servizio Civile chi glielo fa fare di presentarsi, se ne stesse pure a casa. Dopo, con apprensione, sono stato ripreso perché “Non bisogna dire ai ragazzi del SC che se ne possono stare a casa, loro poi ci credono e se qui viene un controllo poi ci tolgono la convenzione…”.

Io da quando sto qua l’unico controllo che ho visto è quello effettuato dalla tizia della macchinetta del caffè in comodato d’uso che viene a controllare che le versiamo la quota mensile.

Poi avverto ogni tanto la sensazione di un controllo della prostata non richiesto quando ti sbolognano all’ultimo momento cose sgradevoli ma questa è un’altra storia.

Necessiteremmo invece di una visita di un qualche ispettore della sicurezza sul lavoro, viste le condizioni in cui versa la sede. Se non altro per il livello di umidità che trasuda dalle pareti – siam al di sotto del livello del mare che è lì a 200 metri, ho chiesto di diventar enclave dei Paesi Bassi – e che mi ha causato diversi malanni in tutti questi mesi. Non voglio accampar scuse, sono sempre stato di salute cagionevole e irragionevole ma credo qui si sia superata la soglia di ragionevolezza.

Se chiedi su (e con su intendo sempre dirigenzialmente e geograficamente) ti rispondono di cercartene una nuovo, loro senza problemi provvederebbero a prenderla in affitto. Purché rispetti tutti i requisiti di sicurezza e abbia l’accesso per disabili e i bagni a norma  (tre bagni e non uno solo come ora) e l’impianto di aerazione e deve essere visibile fronte strada, insomma tutte le cose che qui attualmente non ci sono.

Riassumendo:

– Abbiamo una sede non a norma
– Per averne una nuova debbo cercarmela io
– Deve soddisfare tutti i requisiti e anche più sennò niente

Ho capito perché il tizio di cui sopra recita: siamo nel teatro dell’assurdo.

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Non è che devi far palestra per portare una famiglia sulle spalle

Ho un amico che l’anno prossimo ha programmato di sposarsi. Per esser sicuro ha prenotato non una ma due chiese, per due giorni diversi. Coscienzioso e pieno di rimorsi com’è mi chiedo come si sentirà poi a far dispiacere uno dei due preti dicendogli che non se ne fa più niente.

Mi chiedo anche come faccia a pianificare un simile evento e a pensare di stabilirsi qui, dato che lavora precario a 600 km da casa mentre la fidanzata è impegnata in un Erasmus+ all’estero e quando tornerà troverà pronta una beata ceppa di lavoro.

Ma penso anche che se uno ha la volontà le cose in un qualche modo s’aggiustano. I miei son i ragionamenti di quello che se ne sta lì alla finestra a guardare la gente che passa e commentare come una vecchia mai stata moglie senza mai figli senza più voglie.

Che a dir la verità io a metter su una famiglia ogni tanto è un pensiero che mi viene, ma è più come quando in un negozio di animali vedi un’iguana e pensi di volertela portare a casa, perché…beh in fondo perché non tu? Solo che un’iguana è un impegno a lungo termine, campa almeno vent’anni, devi pensarci a questo. Sei in grado di gestire un’iguana in casa quotidianamente per tutto questo tempo? Non è che puoi avercela a mezzo servizio o lasciarla lì nel suo terrario ad aspettarti.


Nota: con l’iguana non mi riferisco a una moglie ma proprio al concetto di famiglia; gestirne una è come gestire l’iguana.


È per questo che allora penso di ricorrere all’affidamento a distanza: il mio scopo è tenere i legami con un/un’ amico/a e adottarne la famiglia. Ad esempio, comprare i Lego al figlio per poterci giocare io o portar ai coniugi le birre a casa per potermele bere io.

Penso pure all’iguana convenga più così.

A proposito di iguane:

Non è che se non paghi le bollette puoi fare solo appuntamenti al buio

Test clinici dimostrano che sempre più persone si rivolgono ad applicazioni e siti di incontri per trovare partner (occasionali o meno). In gergo – forse non tutti sanno che – questi siti e app si chiamano “dating” perché tu gli lasci i tuoi dati per farci fare ciò che vogliono, ricevendo in ricompensa un po’ di amore e/o sesso (se ti va bene).

E chi sono io per non interessarmi all’argomento? Chi non sono io per interessarmi all’argomento? Chi siete voi e cosa ci fate qui?

La risposta a quest’ultima domanda è semplice: per avere consigli su come creare un perfetto profilo per avere successo su questi dating.

La foto
La foto è la componente più importante. La scienza dice che chi ha una foto cucca di più rispetto a chi la foto non l’ha. E, sempre la scienza dice, una foto preparata con cura che lancia i giusti messaggi cucca più di una foto scelta a caso.

Attenzione: la foto non deve dichiarare i propri messaggi in modo aperto. Sempre quell’impicciona della scienza dice che i messaggi che l’occhio non coglie ma il cervello registra sono quelli che più fanno breccia.

Osservate la foto che ho scelto per il mio profilo (forse non tutti sanno che anche se è frontale si chiama sempre profilo).

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Innanzitutto ho affittato una location adeguata per farmi questo scatto. Chi cerca un partner che dia sicurezza questo lo nota e lo apprezza: non sto ostentando il mio potere economico, lo dimostro in modo sottile.

L’ambiente grezzo ma genuino mostra il mio carattere: non sono diverso da come mi mostro, di me ci si può fidare.

La posa. Sono operoso (la ramazza) e al tempo stesso gaudente e rilassato (il bicchiere di vino). Dimostro di essere una persona che lavora ma che sa anche godersi la vita.

Il fatto che io sappia usare la scopa serve anche da messaggio subliminale per un volgarotto gioco di parole intuibile ma che non sto qui a spiegare: in questo modo sono allusivo ma non apertamente, perché l’uomo che sa alludere senza essere volgare in modo dichiarato ha quel giusto mix di malizioso e intrigante che piace sempre.

L’outfit. La canottiera dimostra che sono una persona legata ai sani valori della nostra tradizione, che le nostre madri prima e le nonne ancora prima ci hanno tramandato. L’uomo che tiene alla famiglia riscuote sempre successo, perché è considerato serio e responsabile.

Attenzione, però: la canottiera di lana di capro effetto Vergine di Norimberga come quella dei nostri nonni darebbe segnali negativi. Sa di vecchio, di antiquato. Una donna non vuole un vecchio ma un uomo che sa mantenersi giovine. È per questo che ho scelto del cotone elasticizzato nero, mostrandomi sportivo e casual.

Il jeans strappato potrebbe significare tante cose: mi sono inginocchiato a cambiare una gomma, ho un animale esuberante in casa, prego molto. Ognuna potrà vederci quel che gli pare, perché bisogna sempre lasciare un po’ di spazio alla fantasia altrui: non si può mica servire la pappa pronta al prossimo.

La presentazione
La presentazione a corredo del profilo deve essere accattivante, un po’ misteriosa, non noiosa, divertente ma non da buffoni, umile ma presuntuosa, non lunga ma non un telegramma. Deve dire e non dire, incuriosire chi legge spingendolo a voler andare oltre e conoscere la persona che c’è dietro quelle parole. Si può anche utilizzare qualcosa di non scritto di proprio pugno ma tratto da un libro, un film, un’opera teatrale eccetera. Vale sempre la regola di essere originali: basta con Oscar Wilde e il Piccolo Principe!

Nel mio caso ho utilizzato una citazione che ben mi descrive: le avvertenze nel manuale di istruzioni di una cappa aspirante da cucina.

Il presente dispositivo non è stato progettato per essere utilizzato da persone prive di esperienza o conoscenze adeguate, a meno che non agiscano sotto la supervisione di una persona responsabile o che da essa abbiano ricevuto istruzioni relativamente all’uso del dispositivo.

Spero che questi pochi consigli che mi sono umilmente permesso di elargire vi possano essere utili con questi fatti di dating!

Non è che un gatto si metta a giocare col filo del discorso

Ad agosto farò un viaggio in Islanda e da ora tutte le mie energie mentali – e il mio portafogli, ma in fondo che cos’è il portafogli se non la sede dell’energia? – sono proiettate verso quel momento. Anche durante una riunione quando la fiatella della persona accanto mi arriva mentre espira io penso alla mia meta. Visualizzo dei geyser dall’odore di alito marcio.

Non so mai che che posa tenere quando qualcuno sta tenendo un discorso, anche perché dopo poco tempo mi sento scomodo e debbo raddrizzarmi, muovere le gambe, lisciarmi la barba, grattarmi un orecchio.

È l’insofferenza.

L’insofferenza colpisce una tot percentuale di persone ogni tot persone nel Mondo. Non esiste cura: chi ha provato a porre rimedio all’insofferenza è diventato esso stesso insofferente.

Sarebbe bello poter esibire un certificato, all’occorrenza. Chiedo scusa, oggi non posso presenziare, ho l’insofferenza. Oggi sono di cattivo umore, mi è venuta l’insofferenza. Fa’ quel che ho detto e non discutere: ho l’insofferenza.

Durante il meeting la psicologa mi osserva. Ogni volta che alzo gli occhi vedo che lo fa e non capisco se mi osserva perché io la osservo o mi osserva e basta. Ho paura che essendo psicologa possa leggere i miei pensieri e capire che sono insofferente, quindi mi sforzo di mantenere una postura quanto più composta e controllata possibile, con le mani in grembo e lo sguardo basso serioso che fissa un punto che all’incirca termina verso la mia zona pubica. Dopo mi vien il timore che possa rendersi conto che questa posa è del tutto artificiosa e giudicarmi.

Che sofferenza, l’insofferenza.

 

Non è che ti serva una scala per raggiungere un’alta uniforme

Per la rubrica “Una cosa divertente che non farò mai più (spero)”, sabato scorso per lavoro sono dovuto intervenire alla presentazione di un libro in una ridente cittadina di Terra di Lavoro/Campania Felix.

È stato un evento grottesco.

L’autore, un ex sottufficiale dell’esercito appassionato di storia, ha scritto un libro su un aviatore della Prima Guerra Mondiale, nativo della ridente cittadina.

L’età media dei partecipanti alla presentazione era 60 anni.

Visto l’argomento, in prima fila c’erano degli alti papaveri dell’esercito di una caserma locale. Più che papaveri li avrei definiti crisantemi, visto il volto sprizzante allegria funerea. Uno di essi, il più impettito, quando ha preso la parola si è messo in posa mussoliniana col braccio puntato sul fianco. Non so cosa abbia detto nel suo quarto d’ora di discorso, ho staccato le orecchie quando ha cominciato a parlare dei giovani che non si interessano alla vicende storiche di Ridente Cittadina.

C’è stato un tizio invitato a parlare, presidente di non so quale associazione di blablaologia, che si è autodefinito “Fiero suddito delle Due Sicilie”. Spero che le Due Sicilie siano allo stesso modo fiere del proprio suddito.

Ero seduto alla destra del Sindaco, che mi ha completamente ignorato tutto il tempo tranne quando, all’improvviso, si è girato verso di me porgendomi un libro sulla storia della ridente cittadina, dicendomi “Questo è per lei”. Volevo ringraziare ma si era di nuovo girato dall’altra parte.

L’autore del libro ha fatto un discorso molto verboso e prolisso. Ha tenuto a darci ragguagli sulle cifre delle sottoscrizioni per la cerimonia funebre dell’aviatore, elencandole con tanto di centesimi e virgole. Dettagli significativi.

Il moderatore ha concluso la presentazione al grido di “W Tizio (l’aviatore), W Ridente Cittadina, W l’Italia!”. Stavo per aggiungere “W la passerina!” ma non volevo esser eccessivo.

L’autore mi ha porto una copia del libro con tanto di dedica e io l’ho fatta cadere. Succede sempre così quando mi donano qualcosa: mi cade dalle mani. Aspetto sempre il giorno in cui mi doneranno una palla rimbalzante per non sentirmi più a disagio.

Sul tavolino all’ingresso c’era un vassoio di caramelline. C’è stato un tizio che è passato e ne ha prese due. Poi è ripassato e ne ha prese tre. Poi è ripassato di nuovo e ne ha prese una manciata.

Una coppia attempata voleva che io scrivessi loro una dedica su una copia del libro. Non so per qual motivo. Non avevo la penna. Ne ho chiesto una disperato alle persone intorno, che si sono dileguate scuotendo la testa. I signori hanno detto Va be’ non fa niente, delusi. Mi sono sentito una persona orribile e sono certo loro staranno ancora parlando male di me e quando vedranno il libro si ricorderanno sempre di quell’individuo che li ha delusi.

Non è che quando guidi puoi disimpegnarti da un obbligo

Se è vero che più passano gli anni più aumentano obblighi e responsabilità, è anche vero che alcuni doveri vengono meno.

A trent’anni si riceve il prezioso dono della relatività, nella speciale box set detta Chissenefrega.

Grazie a questo presente (che vale anche per il futuro), l’importanza di certe cose diviene del tutto relativa.

Le esperienze sociali, ad esempio. Fermo restando che il coltivare relazioni e condividere esperienze è importante, il dovere di partecipavi perché ci si sente obbligati viene spesso meno. Chissenefrega.

A vent’anni tutto ciò non lo puoi capire. Anzi, se sei un post adolescente mediamente medio, valutato in una scala che va da nullità a segretario pro tempore di partito, cerchi di presenziare a tutti i costi perché non vuoi mostrarti come lo sfigato che sei che magari nel week end se ne sta a casa.

Cosa che magari in certi momenti vorresti anche fare, perché piove, perché fa freddo, perché camminare in mezzo alla gente delle volte ti dà la nausea, perché vorresti solo stravaccarti sul divano a guardare Law&Order: Criminal Intent.

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Nata come spin-off del legal drama Law&Order, la serie si concentrava solo sull’aspetto delle indagini – tralasciando la parte processuale come nella serie originale – intorno ai casi, con un ruolo preponderante attribuito alle intuizioni dei detective e all’approccio psicologico nell’individuazione del profilo del colpevole e nella gestione degli interrogatori

Cosa che per un periodo ho fatto, senza dichiararlo apertamente: gli altri pensavano che avessi cambiato compagnie o nascondessi una ragazza. E io glielo lasciavo credere: quando mi chiedevano “Ma che fai il week end? Vedi qualcuno?” Io rispondevo con dei suoni disarticolati e poi indicavo nella folla un conoscente a caso. Oppure fingevo un ictus.

Perché a vent’anni non vuoi passar per sfigato: basta un niente per distruggersi una reputazione già precaria. I tuoi coetanei sono come un branco che si libera dell’elemento più debole.

Se incontrassi il me stesso di allora gli darei un calcione educativo per fargli capire la relatività. E per dirgli che a trent’anni se ti rompi i coglioni di presenziare non devi giustificarti affatto: anche perché gli altri faranno lo stesso e non avranno timore di confessare che, delle volte, allo stare in giro preferiscono una tisana e una coperta e il programma di Bianca Berlinguer*.


Ho un’amica che lo guarda per commentare le domande fuori luogo e imbarazzanti che B.B. fa agli ospiti.


Chissenefrega: pour l’homme/pour la femme.

Da oggi anche nel pratico formato da viaggio!

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Non è che non ti puoi laureare in piedi perché si tratta di una seduta di laurea

Viviamo in un’epoca in cui cerchiamo sempre più certezze per la nostra salute: vogliamo sapere che i prodotti che acquistiamo sono 100% organic 100% bio 100% senza olio di glutine e per questo ci piacciono le confezioni con tante di queste scritte colorate.

Organizziamo varicella party perché anche una malattia esantematica ha diritto a divertirsi.

Sempre più italiani si curano con metodi alternativi. Sempre più alternativi si curano con metodi italiani.

È per questo che oggi vorrei parlare di una pratica di cui mi sono da tempo note le virtù terapeutiche: il facesitting.


Preciso che questo articolo non ha alcuna finalità di divulgazione scientifica, non essendo io medico: indi per cui non posso essere tacciato di essere al soldo di qualche multinazionale.

La seconda avvertenza è quella di praticare il facesitting solo in ambienti sicuri e con personale professionista e qualificato. A tal proposito, posso fornire su richiesta in via privata il contatto di qualche mistress che effettua sedute terapeutiche di facesitting. Il contatto viene da me fornito a titolo puramente personale e SENZA ALCUNO SCOPO DI LUCRO se non quello di ricevere una percentuale sul numero di clienti.


Facesitting letteralmente vuol dire facciasedendo, dalla formula di cortesia che un tempo si utilizzava per dar inizio alla pratica. La padrona, infatti, chiedeva umilmente al servo

– Potrei metterle il culo in faccia, mio buon servitore?

il quale rispondeva

– Prego mia signora, faccia sedendo.

Il facciasedendo o facesitting nasce in Inghilterra nel ‘700, come pratica ricreativa della classe gentry per svagarsi dalle ubriacature al pub e le partite di whist. Molto spesso le due attività si univano e non era raro che venissero giocate partite di whist mentre i giocatori praticavano facesitting sulla servitù.

Ben presto però ci si accorse che i servi su cui era praticato facesitting durante il weekend fossero sul lavoro più volenterosi ed energici nel corso della settimana successiva.


Per quanto si possa essere volenterosi ed energici nello svuotare pitali giorno per giorno.


Qualcuno pensò a una correlazione con la pratica ma qualsiasi discorso intorno al facesitting si arenò in modo brutale quando un uomo morì soffocato durante una seduta.

Lo scandalo fu che la vittima non fosse un semplice domestico o lacchè – non era raro infatti che qualche sguattero di cucina ci lasciasse le penne sotto le poderose natiche di qualche Madame – ma un lord gentleman molto noto e stimato nella sua comunità, mentre la donna proprietaria del culo non una contessina ma una “volgarissima cuoca”, come scrissero i giornali del tempo. Il caso finì sulla bocca di tutti – quella stessa bocca su cui, con tanta ipocrisia, fino a poco prima era poggiato un deretano – e arrivò a Corte. Re Giorgio III, l’allora Sovrano che sembrava non disdegnare usmare sederi altrui, con un editto dichiarò illegale “poggiare le proprie nude terga a contatto col viso di un altro essere umano”. Per questo intervento bacchettone e moralizzatore fu molto criticato e da Re Giorgio Terzo fu soprannominato Re Giorgio Terga perché si diceva a forza di praticare avesse assunto la faccia come il.

Caduta in disgrazia, la pratica finì quindi nel dimenticatoio e bisognerà attendere l’età vittoriana per la sua riscoperta. A dispetto della sua dichiarata austerità e sobrietà di costumi, l’epoca della Regina Vittoria fu, per usare parole degli storici*, “un’età di veri porcelloni e mandrilli”.


* Tra cui il Prof. Durbans dell’Università di Scarborough.


Sempre più professioniste del meretricio offrivano nella propria lista di servizi anche quello di una bella seduta in faccia, facendosi però definire, forse per qualche vaga eco degli antichi trascorsi in cui esisteva una rigida separazione sociale, “padrone” mentre ai propri clienti era riservato il ruolo di “schiavo”. Molti avventori di postriboli tornavano a casa corroborati dalla seduta, rilassati e bendisposti d’animo e più di uno avrebbe giurato di aver tratto beneficio da malanni vari e doloretti reumatici che lo perseguitavano.

L’editto di Giorgio III tecnicamente resta ancora valido a tutt’oggi non essendo mai stato abrogato ma sin dalla sua promulgazione era stato aggirato: dato che citava “nude terga”, alla padrona bastava tenere indosso un capo intimo qualsiasi. Ancora oggi non è raro, forse per abitudine, che le mistress non pratichino il facesitting a sedere nudo ma indossino della biancheria, se non, addirittura, jeans o pantaloni.

Oggi è riconosciuto che regolari sedute di facciasedendo, insieme a uno stile di vita salubre, una corretta alimentazione e una sana attività sportiva, migliorino la salute generale della persona.

Test clinici dimostrano che la pressione di un paio di glutei sul volto favorisca il rilassamento dei tessuti muscolari e, tramite le microtture dei capillari superficiali, una macro ossigenazione della pelle.

Io ho 33 anni e ne dimostro 26, a esser precisi 26 e un po’. Coincidenza?

La mia prima esperienza in assoluto di facesitting fu del tutto involontaria. Ero in seconda media, in classe ci si stava simpaticamente spintonando, mimando risse tra compagni maschi come si fa a quell’età per cementare il proprio spirito di gruppo e sudare pezzandosi l’ascella per spargere i propri afrori prepuberali.

d43a30c703c9b696c6c83d2fcc015eceNon so se fu una spinta di troppo o una mia scivolata avventata, fatto sta che in caduta falciai in tackle una mia compagna di classe, come neanche il buon Fabio Cannavaro di quei tempi. La poveretta volò all’indietro piombando col sedere proprio sul mio viso e facendomi dare una sonora craniata al suolo. Testimoni dicono che la mia testa sul pavimento produsse il suono di un campanaccio da vacca.

All’epoca non sapevo che una testata simile potesse uccidere né che un culo in faccia, soprattutto quello della mia compagna che indossava una tuta di acetato 100% antitraspirazione, potesse indurre il soffocamento e quindi mi salvai non riportando dannx cerebrbali a lung034f9id02304ew0e45dlsl’scl”e’4”02303ì’ììì

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Pregevole stampa illegale d’epoca (XIX sec.) che mostra una coppia durante una seduta terapeutica

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Stampa didattica giapponese che invita le mogli a praticare facesitting ai mariti e consiglia alle figlie di osservare per apprendere i segreti della tecnica

Non è che sulla griglia il pilota si senta sui carboni ardenti

Devo parlare oggi di un fatto increscioso avvenuto qualche giorno addietro. Non ne ho fatto menzione prima per non generare il panico: si sa come vanno queste cose, la gente è influenzabile. Difatti oggi il lavoro più richiesto è l’influencer.

C’è stato un attacco di stupidera indiscriminato con episodi verificatisi nell’arco di poche ore, che ha visto coinvolti prima me da solo e poi dei miei amici. Vorrei capire se si è trattato di un fenomeno localizzato o se l’Italia intera è stata colpita da una qualche sindrome o peggio un attentato.

Episodio 1:
Protagonisti:
Io, l’autoradio, Jack
La radio in autostrada gratta e spernacchia.

– Mettiamo un po’ di musica dal telefono
– Io non ho dischi scaricati in memoria
– Metto io qualcosa da YouTube.

Attivo il denteblù sul telefono e guardo poi perplesso l’autoradio: dove si attiverà la connessione? Come si fa a sincronizzare col telefono? Non vedo alcuna funzione, sembra un modello obsoleto…

Forse si connette tramite USB? Ma non vedo l’ingresso.

La mia amica tira fuori un cavetto che si chiama Jack di nome e lo infila nell’ingresso dell’autoradio. Mi porge l’altro capo per inserirlo nella presa cuffie del telefono. Io guardo lei e poi guardo il cavo come se avessi visto l’uovo di Colombo.


Che poi questa cosa che al Tenente piacessero le uova non l’avevo mai saputa.


Episodio 2:
Protagonisti: Io, Amico1, una bella pompa

Scendo per far carburante al self service. Faccio il giro dell’auto, apro lo sportellino, svito il tappo e lo poggio sul tetto.

Arriva Amico1, inserisce la pompa nel serbatoio. Poi mette i soldi nella macchinetta. Inserisce 60 €. Peccato che il serbatoio ne contenga per 48: che genialata.

Termine il rifornimento, ripone la pompa, io rientro placido e tranquillo nell’auto, rientra anche lui, ripartiamo.

Il giorno dopo, la proprietaria dell’auto – perché in tutto questo la macchina non era nostra! – mi scrive per dirci che abbiamo perso il tappo del serbatoio.

Ah. Giusto. Era rimasto sul tetto e né io né l’altro tapino ci abbiam pensato.

Episodio 3:
Protagonisti: Io, Amico1, Conoscente1, Conoscente2, acciaio sovietico

Si inaugura la stagione del carbone e dell’acciaio con una bella grigliata. Conoscente1 ha personalmente saldato – probabilmente con dei rottami recuperati da una discarica – una potente macchina da brace.

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Conoscente1, nella foto sopra intento a purificare col fuoco, prima di andare alla stazione a prendere un’amica ha raccomandato a me, ad Amico1 e Conoscente2, di attizzare la brace con la bombola.

Noi, pensando di dover spruzzare del kerosene, del propano o chissà quale altro combustibile residuo di tempi andati conservato nella rimessa che si intravede nella foto, prendiamo la bombola rossa – sempre in foto – e cominciamo a spruzzare.

Cosa strana, la brace non sembra ravvivarsi. Allora insistiamo. Nulla. Dopo aver infradiciato tutta la carbonella desistiamo.

Torna Conoscente1:

– C1: Fatto?
– C2: Ma che caz ci sta nella bombola? Questa roba non serve a niente! Guarda qua, si è tutto spento!
– C1: Per forza: quello è l’antizanzare che spruzzo nel giardino!
– C2: Scusa, tu hai detto prendete la bombola, pensavamo ci fosse del combustibile
– C1: Sì, e io ora vi facevo versare il petrolio sulla carbonella: così saltavamo in aria! Io volevo che ravvivaste soltanto con un po’ di fuoco!
– C2: Ma tu tieni la bombola con l’antizanzare qua vicino…
– C1: E dove dovrei metterla, in casa per irrorarci il divano?

E poi va verso la rimessa e prende la bombola azzurra (sempre in foto) provvista di pratico lanciafiamme.

Da allora altri attacchi di stupidera non si sono verificati, quindi sembra essersi trattato di pochi casi isolati. Sono comunque preoccupato: e se fosse stato l’ISIS? Gli alieni? Luca Giurato?

Voi avete avuto notizia di casi simili?

Non è che il borgo sia un suino per un tizio raffreddato

Nei paesini montani o di campagna dimenticati dall’odontoiatria c’è sempre un bar, anonimo, con l’intonaco esterno che resta attaccato con lo sputo e su cui è appeso il cartellone blu (una volta) dei gelati Motta. Accostate al muro, tre sedie di plastica, rosse. Su quelle sedie trovano posto degli anziani, rinsecchiti dal rancore verso l’umanità e con una produzione salivare incontrollata che li porta a frequenti raschiate di ugola che terminano la propria corsa sul marciapiede.

Il forestiero che attraversa la strada davanti a quegli anziani sarà oggetto di sguardi indagatori e poco accoglienti che metterebbero a disagio persino il clown Pennywise. Anche svoltato l’angolo e usciti dal raggio visivo di quei vecchiacci, si avvertiranno i loro gli occhi puntati addosso.

Poco più avanti, fuori la porta di una casa ci sarà sempre una vecchina seduta su una sedia semi-sfondata di una paglia grezza che una volta era gialla ma ora è ridotta a un color piccione esausto. Un vestito nero come l’infamia, delle calze 90 denari e degli zoccoli ortopedici deformati addobbano la gentil signora. Superati gli sguardi degli anziani del bar, non con un certo imbarazzo, sarà il turno di subire le sue occhiate di disprezzo, mentre con la mascella sembra ruminare un pezzo di verza rimastole in bocca dal ’74.

A differenza dei guardiani seduti fuori al bar, la megera non ti disapprova in quanto forestiero (e per questo non benvoluto) ma per il semplice fatto che tu esista e sia più giovane di lei.

È in queste occasioni che l’uomo di città si rende conto di quanto conti poco la propria boria metropolitana e tutta la prosopopea con cui si accompagna nella squallida esistenza urbana che conduce.

Io, confesso, amo prendermi una pausa dalla mia solita vita e inoltrarmi in questi contesti per il solo gusto di emendarmi.

L’anziano di paesino è lo squarcio nel velo di Maya che mostra la realtà per quale è: cioè che a prescindere di chi tu sia e cosa faccia, farai loro schifo.

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(immagine presa da internet) Riesci a sentire il disagio colarti addosso?

 

Non è che ti serva un rossetto grande per delle grandi labbra

– Senti, debbo domandarti una cosa
– Cosa?
– Allontaniamoci dalle persone
– Perché?
– Poi ti spiego

– Allora?
– Ecco…Io lì sotto sono normale?
– Eh?
– Sì…lì sotto…
– Beh direi di sì, sembra tutto nella norma, nessuna serpeggiante sorpresa virile né Demogorgoni che sbucano all’improvviso da varchi bui e umidi
– Non fare lo scemo. Mi sono guardata in bagno prima e ho come l’impressione…che se ne sia un po’ scesa
– Prego?
– Sì, come se fosse più flaccida…secondo te è possibile che se ne scenda giù?
– Ma cos’è che dovrebbe scendere?…Cioè intendi la parte esterna o quella interna?
– Cioè?
– Ok, sorvoliamo sul mio disagio a parlare di anatomia femminile a una donna. Partiamo dall’ABC. Saprai che lì l’apparato si compone di due parti più esterne e due parti piccole interne…
– Sì, io dico quelle ultime lì: è possibile che se ne escano fuori? Io non voglio, che schifo
– Beh alcune donne ce le hanno più sporgenti, di natura. Altre invece più piccole e ripiegate – che è il tuo caso -, insomma è genetica. Poi che si facciano più sporgenti con l’avanzare dell’età, non so, può accadere, non mi sono mai posto io il problema direttamente!
– No dai che schifo. E come fanno?
– Come fanno cosa?
– Come fanno a far sesso quelle che ce le hanno più fuori? Io mi vergognerei…
– Beh fanno lo stesso…direi

Questa conversazione avvenne realmente. Scoprii che così come esiste un mondo fatto di uomini e complessi fallici, esiste un mondo fatto di donne e complessi vulvari da me sottovalutato a causa della mia scarsa sensibilità.

Sono qui per correggere un errore del passato e analizzare più a fondo la questione.

Gli uomini possano trarre le loro considerazioni dal confronto reciproco e nelle docce e negli orinatoi affiancati, la donna, mi domando, ha modo di trarre conforto (o sconforto) allo stesso modo?

Detto in soldoni: sotto la doccia le donne fanno a gara a chi ha le labbra più corte? Io non credo. Inoltre, i bagni femminili sono sempre singoli e separati, il che pone un’altra questione: perché mai la donna non può usufruire di orinatoi affiancati dove poter, durante la minzione, gettar l’occhio sulla mercanzia della vicina e metter in mostra la propria?

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Donne felici di poter mingere affiancate

Terza questione: i libri di testo. Io ricordo che sul libro di educazione fisica delle scuole medie, nel capitolo riguardante l’educazione sessuale, la vulva era abbozzata poco più che come un taglietto nel pube. Sembrava un POS dove si striscia il bancomat.

Immaginate una ragazzina che si trova a far un confronto tra la propria vulva e quel taglietto disegnato: si sentirà mortificata come se avesse qualcosa di non conforme alla norma.

Ahimè, anzi, ahivoi, io mi faccio allora portavoce dei dubbi intimi altrui e così come esiste un mondo che giustamente si prende gioco di peni flaccidi e tozzi e ricurvi rendendoli, paradossalmente, sdoganati e normali, affermo che debba esistere un mondo dove si parli di vulve di tutti i tipi e ci si burli di loro. Perché il peccato originale sta nell’aver reso la fica come un qualcosa di eccelso e divino e aver innescato una corsa alla perfezione vulvare.

È ora invece di farla scendere dal piedistallo, perché essa – qui lo dico e non lo nego – è brutta.

Ma ci si consoli: la verità è che è brutta per tutte quante.

Questo avrei voluto dire a quella ragazza a quell’epoca e questo le sto dicendo in questo momento riscrivendo il passato e facendola di sicuro sentire meglio grazie alla mia nuova sensibilità.

Non è che al dark piacciano i fagioli con le gotiche #2

Mi sono tatuato di nuovo. Questa volta ho deciso di alzare il livello di sfida scegliendo più inchiostro e una zona più sensibile:

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Sono tornato dalla stessa tatuatrice della volta scorsa, la gotica. È sempre interessante confrontarsi con lei. Ci ha tenuto a raccontarmi delle sue esperienze di auto-ipnosi in cui fa dei viaggi extracorporei col proprio corpo astrale.

Io nel frattempo pensavo “E mi faccio infilare un ago nel braccio da costei…”.

Ha riscosso molti apprezzamenti questo nuovo lavoro. Nello stesso pomeriggio, mentre ero seduto al bar, una signora con le braccia piene di scritte in fontminchia* mi si è avvicinata e mi ha fatto, indicandomi il braccio:

– Posso vedere?
– Certo…
– Bello…bellissimo, veramente…senti ma cos’è??
– Sarebbe una veduta della Terra dalla superficie lunare…
(fa una faccia come a dire “Mecojoni”) Bello…Io me ne devo fare un altro, mi devo fare una scritta, però deve essere una scritta di quelle importanti che rimangono che anche a distanza di anni uno si ricorda, va bene, scusate il disturbo ero stata attirata perché avevo visto la pellicola sul braccio, grazie buona serata!

Quindi come se io non attirassi già abbastanza persone strane di solito, ora mi sono aggiunto qualcosa addosso che ne attira anche di più.


* Il fontminchia è quel corsivo che va tanto di moda per i tatuaggi per le scritte tamarre, del tipo Familia, Vida Loca, Quel che non ti uccide ti fortifica, Fedez.


Non è che l’amanuense in una situazione di pericolo si senta come in un campo miniato

La vita è un gigantesco campo minato e l’unico posto che non è un campo minato è il posto dove fanno le mine, disse una volta Giulio Cesare tornando dalla Gallia.

Negli ultimi tempi ho la sensazione di vivere in un ambiente dove a ogni passo mi succede di far esplodere qualcosa. Finisco per dire sempre la cosa sbagliata, al momento sbagliato, alle persone sbagliate. Non riesco più a imbroccarne una. Ci vuole abilità in questo, è come fare 0 al Totocalcio: mica è semplice, anche impegnandosi.

La soluzione più logica sarebbe per me quella di prendersi un periodo di riflessione e di silenzio. Il problema è che anche tacere finisce per essere la scelta errata, la cosa sbagliata, al momento sbagliato, verso le persone sbagliate.

Comunque vada, quindi, sarà su-cesso: perché poi ti mandano a cagare.

Una simile situazione può gettare una persona normale in uno stato di perenne dubbio e ansia. Figuriamoci allora cosa può fare a uno come me!

Per risolvere il problema, sto pensando di adottare alcune contromisure mutuate dal mondo politico che, per me, è sempre fonte di grande ispirazione e potrei dire anche di sollazzo erotico avendo avuto Ilona Staller come parlamentare:

1) Incaricare qualcuno di un mandato esplorativo per verificare come potrebbero essere accolte le cose che avrei intenzione di dire;
2) Cercare un appoggio esterno su quel che sto per dire;
3) Affidare a Nando Pagnoncelli e Fabrizio Masia dei sondaggi di opinione;
4) Se il danno è stato fatto, scaricare la colpa su chi mi ha preceduto;
4 bis) Accusare qualche parente di Laura Boldrini;
4 ter) Accusare i migranti;
5) Quel che ho detto è solo una feic nius;
6) Mi assumerò le mie responsabilità, è il momento di fare un passo indietro;
7) E allora gli altri??

Come vedete il ventaglio di opzioni è un ventaglio di opzioni. Fornirò aggiornamenti su come si svilupperanno le cose che affronterò sempre con grande senso di responsabilità per il bene del Paese.