Non è lo stilista causa iperlavoro cerchi rimedi per combattere lo strass

La settimana scorsa sono stato in trasferta a Genova. Come preve-temevo qui, è stato un vero sequestro di persona. Addirittura durante la riunione (8 ore) non si faceva neanche pausa caffè. Certo, dopo avere assaggiato quello che servivano al bar della mensa aziendale, capisco anche perché non si abbia voglia di fermarsi per un caffè.

Il barista ci teneva a dire che lui è nato a Napoli e quindi lo sa bene come si fa il caffè.


Immagino che a seconda di dove nasci ti carichino il software con le capacità basiche tipiche del luogo: a Napoli il caffè, a Livorno il caciucco, a Bologna i tortellini, eccetera, così anche se ti trasferisci per i successivi 50 anni ti resterà la conoscenza. Ecco cosa fanno quando si portano via il neonato appena partorito!


L’altra cosa che ho notato è che le mie colleghe sono tutte iper-accelerate. Delle volte, questo l’avevo già notato interagendoci a distanza su Teams, devo dire loro Rallenta. Si comportano così anche dal vivo. Apprensina a volte ha la testa così piena di monologhi accelerati che parla anche da sola. Anche io lo faccio, ma quando son da solo veramente. Se sono in macchina con uno di fianco magari evito!

Io non so se il lavoro le abbia ridotte così o se, causa il lavoro, devono assumere anfetamine e quindi accelerarsi. Non hanno condiviso con me questo segreto e me ne dispiace.

Io so che – ma è il mio punto di vista dall’alto di un gatto – delle volte bisogna magari tirare il freno.

Oggi ad esempio, in riunione online, si parlava del telelavoro; sinora abbiamo usufruito di quello illimitato, da Novembre sarà limitato. Su questo tema, è nata poi la questione dello straordinario: con il telelavoro non viene mai computato e in quest’anno e mezzo o poco più di lavoro a distanza tanto straordinario svolto sarà andato perso.

Apprensina però ha osservato:

«Ok, ma senza telelavoro lavorando in sede avreste fatto quegli straordinari? Io no, soprattutto quando ero vincolata ai mezzi pubblici alle 18:00 max 18:30 me ne andavo»

Risponde Performina:

«Io sì, invece. Quando era il turno del padre di tenere mia figlia io restavo anche fino alle 20:30 in ufficio. Tanto visto non c’è nessuno a casa che mi aspetta, tanto vale che resti».

Premesso che ognuno fa quel che gli pare e se si trova bene con quel che fa, tante care cose e non sono affari miei. Però non ho potuto fare a meno di trovare tutto ciò un po’ triste.

Va bene che se quella sera sei senza figlia non hai urgenza di tornare. Va bene anche che magari tornare e trovare la casa vuota sia un po’ deprimente e quindi non forse non ti vien molta voglia.


È una mia speculazione, beninteso. Magari invece quando ci torna alle 21 è contenta di stravaccarsi sul divano con una busta di Chipster a fare le puzze in libertà fino a che non è ora di dormire.


Ma diogatto, fa’ qualcos’altro, passeggia, corri, salta, nuota, qualunque altra cosa che non comporti il chiudersi 12 ore in ufficio!

 

Non è che serva il francobollo per la busta della spesa

Negli anni ho imparato un po’ a liberarmi della cosiddetta sindrome dell’impostore (il pensare che i propri successi personali siano dovuti al caso e al fatto che gli altri non si siano accorti di chi realmente siamo) e dell’effetto riflettore (il pensare che l’attenzione degli altri sia sempre focalizzata su di noi a guardare cosa facciamo); detto ciò, a tutt’oggi ci sono ancora situazioni in cui realmente mi sento un’incapace su cui sono puntati gli occhi di tutti.

Quando devo aprire le buste al supermercato.

Il problema sorge sia con quelle alla cassa sia con quelle del banco ortofrutta, che sono anche peggio. Sono praticamente di carta velina.

Le scuoto. Le strofino tra le dita. Le tiro strappandole ma senza riuscire a separare i due lati. Le pinzo tra le unghie scorticandomi i polpastrelli. Provo a sussurrar loro parole dolci.

Trascorrono secondi lunghissimi. Il tempo si dilata e rallenta e sento le persone intorno girarsi verso di me e guardarmi con un misto di sdegno e derisione. La cassiera, intanto, continua a lanciare i prodotti lungo lo scivolo d’acciaio. Più io rallento, più lei è veloce. Le cose si accumulano, ho sempre meno tempo a disposizione mentre il cliente successivo sta già posando le sue cose sul nastro.

Amo le cassiere che, quando chiedi una busta, con gesto fluido e delicato la prendono di lato, la aprono con un gioco di prestigio e te la lanciano già pronta all’uso. Nella mia testa sento la musica della Sinfonia n. 6 di Beethoven mentre compiono quel gesto.


Ovviamente è molto più pratico portarsi dietro una sporta riutilizzabile, come faccio di solito. Resta però il problema delle buste dell’ortofrutta quando vanno messe dentro e pesate frutta e verdura.


Alcune idee per provare ad aprire le buste, un po’ macchinose all’interno di un supermercato ma efficaci:

  • Metterle a soffriggerle in un tegame con l’aglio come con le vongole e aspettare che si aprano
  • Salire su un motorino e sgommare a tutta velocità per farle aprire col vento (ovviamente vanno rivolte nel verso giusto!)
  • Provare ad aprirle con Winrar
  • Spalmarle di lubrificante
  • Chiedere ad Aranzulla
  • Chiedere a una manifestazione per alcuni di matrice ignota di passaggio di irrompere a sfondare le buste

Non è che puoi imbrogliare per vincere la stanchezza

Sono stanco. È probabile che io l’abbia scritto qui altre volte. Purtroppo la mia stanchezza è un’orbita planetaria, si allontana ma poi ritorna sempre vicino. La sento ora al perigeo. Forse anche al perineo perché mi rode da quelle parti.

Mi ha scritto la padrona di casa. Per la seconda volta in 7 mesi, capita che mi contatti di lunedì mattina per chiedermi se ci sono dei disguidi o inconvenienti, perché non ha trovato il bonifico dell’affitto.

Allora.
Il bonifico deve pervenire il 7 del mese. Io lo effettuo sempre il 1° per star tranquilli. Chiaramente, il primo giorno del mese ha collocazione variabile: può capitar a inizio settimana così come alla fine. Se faccio il bonifico il venerdì, lunedì mattina non sarà arrivato.

Non serve che mi contatti chiedendomi “se c’è un disguido”. La finta gentilezza è irritante.

Ho risposto in modo cortese, gentile (finto), passivo aggressivo. Si è schermita:
«Nooo! Assolutamente!!! Mi dispiace !!! Scusami!!! Non ho considerato il sabato e domenica!!! So che persona sei e mi dispiace se ti sei risentito!!!!»

Mi dispiace. Ma anche no. Quando è stanco al Cavaliere Nero nun je devi rompere.

Mi stanco. C’è poco da fare.

Dovevo avere un aumento di livello al lavoro.
6 mesi fa.
Poi hanno detto che per procedure interne dovevano passare prima 6 mesi.

Poi una decina di giorni fa il capo, che però è un capo che non decide niente e deve chiedere a un altro capo, mi dice:
«Ciao Gintoki, la questione non è finita nell’archivio generale (?), sto lavorando per superare i passaggi burocratici posti».

Come se fosse Antani?

Non mi sono neanche arrabbiato. Ero troppo stanco.

Mi stancano le telefonate di Madre. Mi stanco sentirmi una brutta persona per questo motivo. Mi stanco sentirmi arrabbiato, dopo 30 anni in cui non mi sono sentito visto dai miei genitori.

Sono stato cresciuto amorevolmente, non mi è mancato nulla. Davvero.

Mi è mancato solo il riconoscimento delle cose che facevo, che però evidentemente non rientravano nel limes genitoriale dell’accettabile. E non parliamo di andare a 17 anni a vivere nella Comune stile Mad Max di Mutonia e vivere facendo l’artista di strada (che non ci sarebbe nulla di male, ma magari può sembrare un cambiamento un po’ estremo).

Anni di: «E che devi fare?», «Ma perché?», «No non sono d’accordo». Senza mai sentirmi chiedere «Ma come mai questa cosa ti interessa?», «Ma di cosa si tratta?». Un semplice interessamento.

Ho sopportato per anni, fino al 2021.

Quando ho detto che avevamo trovato casa e saremmo andati via da quella che era casa dei miei nonni, il giorno dopo, come se non avessi comunicato nulla, Madre dice che avrebbe sistemato la discesa del garage per far parcheggiare le nostre auto.

M. mi fa: «Ma…tu gliel’avevi detto, vero, che cambiavamo casa?».

Quando ho detto che avremmo firmato il contratto di casa mi ha fatto «Va be’» e nient’altro.

Quando ho detto che l’avevamo firmato, ha fatto «Se hai deciso così. Comunque non sono d’accordo che vai in affitto».

Neanche chiedere dove fosse questa casa, come fosse, se fosse una palafitta o un grattacielo. Così preoccupata di dover esternare la propria insoddisfazione da non provare nemmeno a fingere un minimo di interesse.

Mi stanca l’uomo della strada.

Mi stanca il pirata della strada.

Mi stanca sentirmi stanco.

Non è che puoi essere certo di fare un piano se non hai una fabbrica di strumenti musicali

Devo salire a Genova alla sede centrale della Sgranocchia&Sottrai dove lavoro. Non avrò tempo per fare il turista – arrivo a metà giornata e poi il giorno dopo mi aspettano 8 ore di meeting&cotillons per poi ripartire – ma avevo cercato, in modo strategico, di ritagliarmi qualche momento personale nel tempo libero.

Per dire: mi avevano proposto come alloggio l’albergo su sulla montagna, di fronte il quartier generale, dove la sera probabilmente resti solo tu e Batman. Ho chiesto se avessero altre proposte più centrali.

Il mio piano per il giorno di arrivo era: aeroporto-albergo-sbrigare un po’ di lavoro sfruttando il wifi-Acquario. Gli acquari mi piacciono, anche se anni fa mi ero detto fosse ora di smettere di andarci. Vasche sporche, pesci sacrificati, visitatori scostumati. Alcuni aspetti che non trovavo piacevoli e che mi disturbavano.

Però l’Acquario di Genova non l’ho mai visto e avrei sempre voluto. E l’albergo, la seconda proposta, sarebbe proprio lì vicino!

Mi ha scritto Apprensina.

– A che ora arrivi?
– Alle circamenounquarto
– E come ti sposti?
– Va be’ prendo il treno per arrivare in centro…
– Lascia stare ti vengo a prendere io e saliamo su al Quartier Generale
– Ah…ok, grazie…

Va be’, pensavo, quando avremo finito poi sarò libero come un cinghiale a Roma. Ci vorrà del tempo per scendere dalla montagna ma poi potrò fare quel che voglio.

Mi ha scritto Esausta.

– Comunque noi per cena ci siamo, eh
– Ah…che cool!
– Sì sì abbiamo organizzato per quelli a Genova
– Wow!

Non è una trasferta. È un sequestro.


Oh uno ringrazia sempre per la disponibilità, la gentilezza e le attenzioni, ci mancherebbe. Il fatto è che passo sempre per quello che non chiede per eccesso di educazione – spesso è vero che mi comporto così – ma in casi come questo non chiedo passaggi e compagnia perché non li voglio!


Non è che per forza sei in un magazzino se stai in mezzo alle scatole

Questa che racconto è la parabola del farsi i fatti propri. Detta anche del creare tempeste in bicchieri d’acqua.

Poniamo, per semplificare, che per il mio lavoro mi abbiano dato in gestione una scatola. Questa scatola è stata confezionata da una persona, addetta all’ufficio confezionamento scatole. Il mio compito è sorvegliare e gestire la scatola, che materialmente serve per lavorare a una persona, che chiameremo, per comodità, Piercarolamba.

Il problema è che Piercarolamba al momento non potrebbe utilizzare Scatola, perché ne ha già una che la impegna sino all’anno prossimo. E Piercarolamba può giocare solo con una scatola per volta: sono le regole.


Ci sarebbero in verità altre sottoregole, che prevedono di poter frazionare il proprio tempo e avere più scatole con cui giocare. Però Piercarolamba non ha sbloccato questo privilegio e quindi deve tenersi una scatola per volta.


Eh però intanto Scatola è stata confezionata, ormai. Sta qua.

Il problema, comunque, non mi riguarda. Ripeto, il mio compito è buttare un occhio a Scatola ogni tanto e verificare che non la rompano o che non ci mettano dentro cose che non vanno e che i soldini di cioccolato che stanno dentro Scatola vengano spesi in modo accorto e pertinente.


Sì, le scatole sono piene di soldini di cioccolato ma solo per chi è stato bravo.


Parlando l’altro giorno con la mia Responsabile, che chiameremo per finalità narrative Apprensina, mi sono lasciato sfuggire questa cosa. In realtà è stata una rivelazione molto estemporanea, sulla quale stavo sorvolando, roba del tipo «E poi abbiamo la nuova Scatola di Piercarolamba che al momento sta giocando già con una scatola, però va be’, ti ho già parlato delle mie vacanze?».

Apprensina è andata in apprensione. E come si fa, e come non si fa, questo non è irregolare però non è moralmente accettabile, adesso dobbiamo capire come si può agire, se qualcuno viene a chiedere, provo a informarmi, eccetera.

Io, sempre perché non mi faccio i fatti miei, provo allora a chiedere all’addetta del confezionamento (da qui in poi: Scatolicchia) se, all’epoca della fabbricazione di Scatola, si fossero posti il problema di una sovrapposizione di scatole.

«Sì sì ricordo fosse emerso il problema…ne parlai anche a Esausta, però non mi ricordo cosa mi disse». Non mi è stata molto utile, diciamocelo.

Allora, essendo io sempre uno che non si fa i fatti propri, provo anche a sentire Esausta (che, per capirci, è la responsabile dei responsabili come Apprensina).

Esausta non ricorda per niente cosa si sono dette lei e Scatolicchia.

A quel punto torno da Apprensina e le dico che nessuno sa niente di niente e che ormai il fatto è questo. Lei allora dice che prova a capire, a studiare, a informarsi, eccetera.

Oggi torna da me dicendo «Va be’, ormai il fatto è questo (ma va?), teniamocelo così e facciamo spallucce».

Fine della parabola.

Questa storia ci insegna che la verità è una gran bella cosa – e io su questo ho un senso di giustizia molto elevato, per me anche una sciocchezza taciuta equivale a esser dei bugiardi – ma certe volte è meglio chiudere tutti e due gli occhi e dire che non c’eri e se c’eri dormivi.

Non è che se non sei un golfista non te ne freghi di una mazza

Mi arriva incontro per salutarmi.
«Sono ubriaco», mi fa.
Io gli faccio i complimenti per lo stile e l’aplomb che mantiene. «Non si vede», dico senza sarcasmo.
In effetti, di tutte le volte che l’ho visto – non sono molte – non sono mai riuscito a vedere nulla di lui. Imperscrutabile. Non riesco a inquadrarlo.
Non facendo caso alle mie parole, mi congeda dicendo «Dopo la discussione di stasera non so se ci sarò al prossimo compleanno». E se ne va.

Quale discussione? A cosa allude (come supponendo io ne sapessi qualcosa)? Abbiamo parlato un po’ al bancone del bar, ma solo di lavoro e prospettive. Non ho seguito i suoi discorsi con gli altri. Forse ha avuto una discussione con la compagna, in precedenza?

Mi turba questa cosa.

Da bambino smontavo i giocattoli. Non li facevo sopravvivere molto. Mi piace capire il funzionamento delle cose. Da adulto ho smesso di smontare oggetti – anche perché poi ti tocca ricostruirli – ma ho iniziato a cercare di smontare le persone e vederci dentro. E, delle volte, diventa un interesse quasi morboso. Come nel caso sopra descritto, per le vicende di colui che per me è uno sconosciuto – e tal probabilmente resterà.

Ancora, altro esempio. Il mio caro amico, che conosco da quando ero bambino, ha incastrato la sua vita in una routine di abitudini maniacali. È talmente strutturato da diventare angosciante quando deve organizzare qualcosa: comincia a riversarti addosso ansia organizzativa a pacchetti di Eh ma se poi, Eh ma bisogna vedere, Ma poi come si fa se, Poi c’è pure da considerare che. La cosa più divertente è che ha l’ansia anche per conto terzi. Se gli dici che devi arredare uno studio e non hai trovato le librerie che cercavi da *Colosso Svedese* oppure da *Catena francese*, lui ti fa «Eh ma questo è un cavolo di guaio, ora come diavolo fate, come le trovate queste librerie?».

Io in genere quando fa così faccio sempre spallucce. Sapeste che deltoidi con tutto questo allenamento.

Ecco, tutto ciò alla fine non mi riguarderebbe se non cominciassi a chiedermi se stia veramente bene a vivere così. Il suo giro, la sua passeggiata, la sua Peroni, il suo ritiro mensile di Agosto nel paesello, una vita ordinata, schedata, incasellata, sotto controllo, che evita qualsiasi ansia. Probabilmente se vive così è perché gli va bene così. Quello che però mi chiedo è: come sai che non staresti meglio provando a fare cose nuove? A scoprire che una cosa diversa non ti distruggerà? Andando via 3 giorni con la tua ragazza, ora che finalmente hai qualcuno dopo anni di solitudine autoreferenziale?

Non sono fatti miei, ne convengo. Difatti tengo simili pensieri per me.

Di nuovo, un esempio ancora. Un altro amico, piuttosto eccentrico. Assolutamente non curante del giudizio altrui, dall’aspetto non proprio curato. Oserei dire, in realtà, privo di cura alcuna: un caso di malasanità evidente. Anche l’igiene ascellare da questo punto di vista è abbandonata al proprio destino.

E io mi chiedo, perché vorrei capire: che gli stia bene il suo anticonformismo, il suo non adeguarsi a canoni di etichette nell’apparenza, è pacifico. Ma che realmente non si curi del giudizio altrui, non son proprio convinto: e se questo dispregio dell’apparenza non sia un modo diverso di farsi notare? Ogni volta che è presente, si parla di lui, con lui. Il disastroso taglio di capelli con cui arriva, la bandana che indossa durante un periodo bandana che ha attraversato, un gilet da cacciatore in cui mette dei libri nelle tasche al posto di cartucce e richiami per uccelli, eccetera (in realtà è un bel messaggio: mettete dei libri nei vostri tasconi). Stai realmente bene così o hai creato un personaggio da cui non esci mai, perché senza personaggio pensi di essere poco interessante?


Si potrebbe obiettare che tutti noi andiamo in giro portando un personaggio, alcuni invece un cast intero, anche questo è vero.


Non capisco.

Alla luce delle mie domande capirei chi pensasse che io non abbia proprio una mazza a cui pensare, se sto a cogitare così sugli altri. In realtà non è vero. Ho la testa che esonda di mazze mie, tante, con cui mi arrovello ogni giorno. E come se non bastasse, ci metto pure le mazze altrui, come si è visto.

Forse sono io quello che non sta bene. Oddio!

Non è che tratti le ragazze responsabili come telefilm perché le consideri serie

È settembre, ripartono le serie tv, altre nuove ne vengono annunciate e noi tutti siamo in trepida attesa davanti ai nostri schermi.

Purtroppo sapete cosa manca a queste grandi produzioni che ormai rivaleggiano e superano il cinema? Un po’ di italianità, un po’ di quella fantasia nazional popolare che tanto ci è cara. Ed è per questo che sono intervenuto io e, nelle vesti di sceneggiatore, ho provato a riscrivere la trama di qualche serie famosa.

F4: BASITO!


La casa de Spoleto
In questa serie in innumerevoli stagioni, un geniale individuo noto come “Il Professore” escogita piani arzigogolati per fregare lo Stato e fare un sacco di soldi, con l’aiuto dei suoi soci, chiamati in codice: Assisi, Torgiano, Gualdo Tadino e la bella Acquasparta. I Carabinieri brancolano nel buio e non riescono a incastrarlo, finché non arriva Don Matteo che, raccontando al Professore del Buon Ladrone crocifisso accanto a Gesù che, pentito, si raccomanda a lui per la salvezza dell’anima, lo costringe a redimersi. E il Professore inspiegabilmente si redime. Arriva a quel punto la bella Marescialla (interpretata da Nino Frassica) di cui il Professore è innamorato e finisce tutto in sorrisi e tarallucci.

Il racconto dell’amica geniale/The brilliant friend’s tale
In un futuro distopico gli Stati Uniti, trasformatisi in una dittatura, hanno deciso di vivere come se fossero un rione di Napoli degli anni ’50. Tutte le donne sono quindi costrette a vestirsi quotidianamente come in uno spot di Dolce&Gabbana nostalgico e sessista.

La regina dei Cesaroni
La storia racconta di una bambina prodigio degli scacchi che, rimasta orfana, viene adottata dalla famiglia allargata dei Cesaroni. La bambina insegue il sogno di diventare Maestra di scacchi finché Claudio Amendola non la convince che gli scacchi sono roba da borghesi Pariolini ed è meglio andare a tifare Roma allo stadio.

Il Trono di Gomorra
Johnny Snowastano è l’erede di una potentissima famiglia che dominava il Continente Occidentale di Westerondigliano, finché non hanno fatto fuori il padre pazzo in un agguato. Siccome è un po’ un babbeo e non sa niente, viene spedito a farsi un po’ le ossa lontano da casa. Quando torna non sa comunque niente, però c’ha una bella cicatrice perché mi ha detto mio cugino che una volta è morto. Incomincia a trombarsi sua zia perché così la piazza di spaccio di Approdo del Boss – che la zia si vuole pigliare – resta in famiglia, solo che poi si sa come vanno queste cose nella malavita, finisce che le deve sparare in un regolamento di conti.

Provaci ancora Dexter!
La Professoressa Camilla Dexter (interpretata da Veronica Pivetti) si trova a gestire una doppia vita: di giorno appunto quella di insegnante, l’altra, segreta ai più, di torturatrice e killer di studenti ignoranti e indisciplinati. Una serie che, con ironia e leggerezza, ci racconta dello stress quotidiano vissuto da un docente e di come ripulire in modo efficiente i pavimenti sporchi di materia cerebrale.

Un mad man in famiglia
Un occhio puntato sulla famiglia di Don Draper, stimato pubblicitario della periferia di Roma, alle prese con divertenti ed eccentriche avventure che coinvolgono i figli, la moglie, il nonno, l’alcool, le prostitute, la droga, insomma la vita di un qualsiasi italiano medio.

House al Sole
Intrighi, tradimenti, morti sospette, voltafaccia, traffico impazzito, sole e mare e pizza: tutto questo è House al Sole, la fiction che narra le vicende di Franchino Sottobosco, portiere di condominio di Napoli che sogna di diventare Presidente degli Stati Uniti. Purtroppo appunto è di Napoli e quindi al massimo può ambire a diventare amministratore di condominio.


Sono sicuro che queste proposte faranno il picco di audience!

Non è che ti serva un’auto veloce per inseguire la perfezione

Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo.
È il 13 agosto. La camera di un B&b. Lo stesso dove il giorno dopo il cane della proprietaria proverà ad assaggiarmi la tibia (ma il 13 di agosto non sapevo sarebbe avvenuto ciò). È appena uscito il quarto film del Rebuild of Evangelion, nonostante la connessione pessima noi lo guardiamo in streaming da un portatile poggiato in bilico su un angolo del letto (perché lì, in quel punto, si concentrava il segnale wifi). Finalmente, dopo 3 film distribuiti in un arco di tempo di quasi 15 anni, arriviamo al finale del Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo.


Chi non ha mai visto Evangelion o non sa di cosa si tratti troverà le mie parole oscure. Pazienza: non sono determinanti per il prosieguo del post.


Perfezionarsi. È una vita che inseguo la versione migliore di me stesso. La perfezione non è di questo mondo, ne sono conscio. Lei me lo ripete spesso. Eppur vorrei essere sempre impeccabile, esente dal difetto, lindo, fresco di bidet [come la nota ansia materna, non sia mai tu avessi un incidente e ti portassero all’ospedale e poi ti dovessero svestire non trovandoti a posto la canottiera pulita eccetera e fai fare brutta figura, come se in quel momento la cosa fondamentale dovesse essere l’apparenza].

Eppure, ecco, io sbaglio, poi mi sento in colpa, mi pento; accade anche e spesso quando si è tanto vicini, contigui, legati, si finisce sempre poi per cozzare contro qualche spigolo che hai lasciato lì e non avevi visto che era da togliere per perfezionare.

Temo anche l’errore di una mancanza, che è come il batuffolo di polvere lanuginosa che non avevi visto, infido e insidioso. Così, l’altroieri: mi vesto, compiendo come usuale l’operazione sempre a rate. Metti i calzoni bevi il succo lavati la parte sopra (il sotto abbiamo già dato prima di mettere i calzoni, tranquilla mamma!), vai a prendere la polo riempi la borraccia torna in camera a prendere le scarpe.

Lei è lì, materassata, rannicchiata in posizione fetale, una maglietta (presa a un concerto per coprire le spalle dall’aria frizzante di campagna) e i miei pantaloncini. Ammiro la sua perfezione, i miei vestiti con la sua forma, il suo corpo che odora dei miei vestiti che odorano di me e i miei panni che odorano di lei, una è tutto. Devo prendere il portafogli – tanto è vuoto ma almeno la patente credo serva averla in giro (certo che quest’obbligo di avere la patente è una privazione della libertà eh!). In genere a questo punto della mia procedura di vestizione stile Re Luigi lei apre gli occhi e io la saluto, oggi invece no, è stanca – penso. Socchiudo la porta della camera da letto senza darle un bacio, esco cercando di non far rumore per non svegliarla.

Si sveglia in quel momento. «Sei scappato», mi scrive. Ma io ho raggiunto l’auto. Ho la connessione dati staccata, non ricevo il messaggio. La tangenziale è bloccata, una Smart e un camioncino hanno pensato di unirsi in terza corsia [niente conseguenze per gli umani interessati]. Arrivo 35 minuti dopo in ufficio, il mio intelligentofono si collega al wifi della struttura. Lei è preoccupata, pensava ce l’avessi con lei e per questo non l’avevo salutata.

Ecco, la mia idea di perfezionamento personale è anche questo, evitar qualcuno possa star male o soffrire per le mie azioni o dimenticanze o quel che volete, anche in casi come questo dove è stato solo un’equivoco, ma – diamine – è nei dettagli che si vede la perfezione [hanno detto che l’affermava Leonardo ma secondo me non è vero] e io, sincero, voglio darmi al dettaglio. Come un supermercato. Che da me si possa trovare solo convenienza e cortesia.


Comunque guardate Evangelion.


Non è che puoi menare il can per l’aia: al massimo potrà dire “bau”

Oggi mi hanno raccontato una delle storie più divertenti e interessanti che ho ascoltato nell’ultimo anno. È un fatto vero, o almeno il tizio che me l’ha raccontata così dice: non so se sia tutto reale, mi piace comunque pensare che lo sia. Non mi sento, purtroppo, di riportarla integralmente qui perché sarebbe uno spunto interessante per scriverci un racconto e non vorrei quindi rovinare la storia all’amico, diffondendola in rete. Basti sapere, per farne capire il livello di interesse, che ci sono: una blatta (soprannominata Gregory), un cocktail con degli orsetti gommosi dedicato a un tizio che si è urinato addosso, pompieri che irrompono in casa e pensano a un sequestro, Carabinieri che irrompono in casa (chiamati per il sequestro), uno zio che sviene e tante altre cose ancora. Se non è questo materiale di qualità per un racconto, che altro, dico io: pensate che con del materiale di sterco sono riusciti a fare ben 5 stagioni della Casa di Carta!


Attenzione: questa affermazione potrebbe urtare la sensibilità dei fan della Casa di Carta.


E tutto ciò è avvenuto al tizio nell’arco di una serata/nottata.

Il mio agosto in ferie non è stato così movimentato e particolare come la storia di cui sopra: posso al massimo segnalare un cinghiale che di notte ha attraversato la strada davanti l’auto, per dire. Diciamo che l’eccezionalità dell’evento sta nell’averlo incontrato in un paesino di montagna: oggigiorno i cinghiali li trovi in spiaggia, in centro città, sembra che alla fine nei boschi non ci viva più nessuno.

Sempre in tema di animali, un cane durante le vacanze mi ha aggredito tentando di mordermi. Era uno di quei cosi grandi come un topo ma rabbiosi, ringhiosi e rancorosi come Vittorio Sgarbi. Avrei potuto calciarlo in touche in stile rugby o provare un tiraggiro come Insigne, solo che poi avrei dovuto vedermela con la padrona. Padrona che, per giustificarsi, ha detto che purtroppo il cane da quando sono entrati i ladri in casa ha paura quando vede estranei.

Ho capito, ma io cosa c’entro coi ladri?

Mi ricorda la tizia che una volta incrociai in un sentiero tra i boschi di Monfalcone: andava a spasso con dei cani, sciolti. Io stavo per fatti miei e camminavo usando un bastone come rinforzo. I cani mi vedono e mi inseguono e provano ad addentarmi i polpacci. La padrona non batte ciglio e mi fa: “Eh hanno paura del bastone”.

Ah, chiedo scusa: guardi cosa faccio, per punirmi ora me lo infilo nello sfintere, così da farlo sparire e chetare i suoi botoli.

Non ho problemi coi cani; non nascondo che non è che mi facciano impazzire – a parte i cagnoni giocosi e un po’ tontini in stile Mr Peanutbutter – e la mia attenzione per loro è la stessa che potrei avere per un Potamocero (un parente africano di maiali e cinghiali): ok, interessante, ma poi il mio interesse scema e mi guardo in giro a cercare dei gattini.

Il mio problema sono i padroni. I padroni, quelli sì, sono proprio delle belle rotture.

In vacanza sulle spiagge ho potuto ammirare anche diversi tatuaggi interessanti, da un punto di vista antropologico: credo esista una categoria – forse è un fetish – che definirei “Padri Pii brutti”.

Sempre in spiaggia ho potuto ascoltare un tizio che dispensava la sua conoscenza a un gruppo di persone; in sintesi lui affermava:
– siamo delle cavie per i vaccini;
– i vaccini ci modificano il DNA;
– e comunque ricordiamoci che se non fosse stato per Trump non saremmo riusciti ad avere i vaccini.

Mi ha lasciato parecchio confuso su quale fosse quindi il suo orientamento in merito. Poi mi sono immerso in acqua per cercare sollievo da questi discorsi calpestando dei ricci.

Poi ci sarebbe altro ancora da raccontare ma il post rischia di diventare una proiezione di diapositive delle vacanze. Quindi chiudo bruscamente mettendo un’immagine che sento mi rappresenta molto.

(Nota: trattasi di una linea abbandonata-don’t try this at your linea di metropolitana)

Non è che siamo un popolo di santi, poeti e Google Maps

Oggi voglio scrivere di un tema troppo poco dibattuto ma che rappresenta a mio parere una grave minaccia per la nostra libertà. Passerò per visionario, complottista, complottario e visionista ma sento il dovere di parlare. Mi riferisco alla dittatura dei navigatori. Sì, avete capito bene. Svolta a sinistra. Prosegui dritto. Alla rotonda, prendi la terza uscita. A chi appartengono queste voci che ci danno degli ordini? Li avete mai visti in faccia? Ovviamente no, perché non hanno un volto.

SONO ARTIFICIALI.

Io sarò anche un ignorante rispetto ai cosiddetti “scienziati”, ma mia nonna mi aveva insegnato che le cose naturali sono le migliori. La scienza vuole per caso andare contro le nonne che hanno costruito questo Paese?

Soprattutto, chi è che paga questi navigatori? Noi no di certo, perché ormai grazie agli smartphone li utilizziamo gratis. È chiaro a tutti che nessuno dà mai niente per niente: se un prodotto è gratis, c’è sicuramente qualcos’altro dietro. Per me è molto probabile che siamo cavie di un esperimento. Sì, avete capito bene: siamo esperimenti di una cavia.

Chi produce i navigatori vuol renderci schiavo di essi. Quando non potremo più farne a meno – ed è vicino quel momento: vedo gente impostare la navigazione anche per percorrere 200 metri – saremo alla loro completa mercé. Potranno disporre di noi come credono. Un uomo privato del senso dell’orientamento è un uomo privato del senso dell’orientamento.

Vi è mai capitato di seguire il “percorso più veloce” consigliato da un navigatore e ritrovarvi su sterrati, mulattiere, canali di Venezia? Servono altre prove per confermare che si stanno prendendo gioco di noi?

Alcuni esempi che la “scienza ufficiale” non ci spiega

Se ancora quanto ho detto non è convincente, provate a leggere al contrario Maps. Sì, avete capito bene: si legge SPAM.

Spamming o spam è l’invio, talora massiccio e ripetuto, tramite operatore o con modalità automatizzate, di comunicazioni non richieste (via telefono, e-mail, fax, sms o mms), senza che il destinatario abbia ricevuto un’informativa sul trattamento dei dati personali o abbia prestato il consenso a ricevere messaggi. Negli ultimi tempi, lo spamming sta interessando anche il mondo dei social network e quello dei sistemi di messaggistica per
smartphone e tablet. Lo spammer – cioè colui che invia lo spam – utilizza riferimenti (e-mail, numeri telefonici, ecc.) per l’invio di messaggi promozionali spesso raccolti in modo non lecito o in maniera automatica via Internet (su gruppi Usenet, newsgroups, forum, ecc.), mediante speciali programmi (spambot, ecc.) o, più semplicemente, facendo invii massivi a caso ad indirizzi e-mail basati sull’uso di nomi comuni. Scopo dello spamming è veicolare messaggi pubblicitari, ma tale pratica è legata anche a veri e propri tentativi di truffa, come il phishing. In Italia l’invio di messaggi automatizzati a fini promozionali non desiderati è soggetto a sanzioni amministrative e penali.

Avete capito?
– Messaggi indesiderati: quante volte la voce del navigatore si dilunga in informazioni sulla toponomastica superflue?
– Automatizzati: la voce appunto del navigatore;
– Truffe: vuoi andare in un posto e poi ti incastri in un sottopassaggio (vedi immagine sopra).
Il tutto avviene alla luce del sole, tanto da metterci anche la firma con spam all’incontrario. Del resto diceva Edgar Allan Poe che «Il posto migliore per nascondere qualsiasi cosa è in piena vista». E lo dice Poe, non un pincopalla qualsiasi. E scusate se è Poe.

Se tutto ciò non vi avesse ancora convinto, vi siete mai chiesti cosa significhi la sigla GPS? Global Positioning System? Questo è quello che ci hanno sempre fatto credere. Forse non sapete che GPS sta anche per General Problem Solver (fonte), un programma per computer creato nel 1959 (in piena Guerra Fredda: coincidenza?) in grado di risolvere problemi complessi, prove logiche, financo risolvere gli scacchi. In parole povere: un sistema di intelligenza artificiale. Sì, avete capito bene: intelligenza artificiale. Sembrava molto promettente, poi a un certo punto non se ne è sentito più parlare. Casualmente, negli anni ’70 è venuto poi fuori il GPS (il global positioning ecc) che conosciamo noi. Altra coincidenza?

Intelligenza artificiale. Posizionamento. Segnali radio. Non basta tutto ciò a far scattare un senso di pericolo in tutti noi?

 Non facciamoci imporre la navigazione. Ribelliamoci.

Svegliatevi, gente!
Meditate, gente!
Fate attività fisica, gente!
Bevete tanta acqua e non uscite nelle ore più calde, gente!

Io ora smetto di scrivere prima che mi rintraccino col navigatore.

Non è che l’atleta olimpico pensi al rovescio della medaglia

Come si sa o come non si sa, sono in corso i Giochi Olimpici di Tokyo 2020.

Purtroppo con mia delusione – anche se non son del tutto sorpreso – non sono stati inserite nel programma alcune discipline sportive che meriterebbero invece la ribalta olimpica. È una dittatura sportiva? Io ne son proprio convinto.

Per fare un po’ di giustizia in questo grande scandalo, ho pensato di illustrare qui gli sport che meriterebbero ben altra considerazione:

Salto del pasto
Sport di antica tradizione, il salto del pasto è attività aperta a tutte le età (con le dovute precauzioni). Il primatista mondiale è attualmente il Sig. Rocco Mancuso da Ficarazzi, che una domenica di maggio 2017 ha saltato un pranzo dalla nonna, nonostante l’appetibile menù e i ripetuti inviti da parte dei familiari. L’impresa gli è costata il disconoscimento da parte della famiglia. «Avevo fatto un incidente ed ero al pronto soccorso, non volevo», si è schermito l’atleta, dimostrandosi anche campione di modestia.

Esibizione alla sbarra
Disciplina destinata agli imputati impegnati in un processo, si attua a corpo libero o ammanettato a seconda dei casi. L’esibizione termina quando il giudice decide di farti portare via.

Inseguimento all’autobus
Sport emozionante, praticato ogni mattina da migliaia di persone che corrono incontro il mezzo pubblico esibendosi in ampi gesti per manifestare la propria presenza – una giuria giudicherà anche le segnalazioni più spettacolari – implorando di non chiudere le porte, mentre l’autista, con fiero sadismo, mette in moto per partire.

Giramento della frittata
Nulla a che vedere con la cucina – difatti la UEFA (Uova E Frittate Artigianali) vorrebbe un cambio di denominazione per evitare confusione -, questa disciplina richiede grandi doti di manipolazione e dialettica, per rivoltare un discorso a proprio favore. L’attuale campione, che preferisce restare anonimo per umiltà, è l’inventore della frase «Non sono razzista sono loro che sono razzisti».

Calcio alla fortuna
La primatista del mondo è una donna californiana che nel Novembre 2020 ha acquistato il biglietto – rivelatosi vincente – della lotteria di Stato (primo premio 26 milioni di dollari), perso poi perché lavato insieme ai pantaloni in una lavanderia a gettoni. Difficile eguagliare il record, però sono certo che ogni giorno ci siano grandi atleti che con dedizione e applicazione sprecano occasioni fortunate.

Lancio del giovanotto
Ragazzini impertinenti, giovinastri molesti? Quante volte avremmo voluto scaraventarli lontano via dai piedi? Il lancio del giovanotto permette tutto ciò! In perfette condizioni di sicurezza – per il lanciatore – scagliate l’imberbe giovinetto il più lontano possibile tra il plauso della folla!

Tiro a Pioltello
Specialità che consiste nello sparare ai cartelli stradali che indicano la località milanese di Pioltello.

Non è che se hai caldo ti lanci sul buffet perché è un rinfresco

Frammenti casuali e discontinui di vita gattuta.


Oggi nel Centro dove lavoro ha fatto visita il megadirettore, sceso dal Nord. Sono andato in ufficio invece di restare a casa in telelavoro con la speranza che, per l’occasione, ci sarebbe stato un rinfresco. Le mie aspettative sono rimaste deluse e c’è stato solo un momento di raccoglimento collettivo in cui il Mega invitava a fare domande e/o lamentele e ricordava che la sua casella email è sempre disponibile.
Gli scriverò lamentandomi dell’assenza di un rinfresco.

La Costiera Amalfitana, posso dire una cosa che tutti sanno ma non osano dire, è un posto bello ma non ci vivrei e anche un posto vivo che non ci bellei. A riprova di ciò va considerato che:
– un qualsiasi luogo che in linea d’aria dista pochi km comporta mezz’ora di tornanti con autobus che ti arrivano addosso in senso contrario, senza rallentare;
– scendere a piedi comporta scalinate, tante. Lo scendere comporta più allenamento che a salire;
– considerato il costo delle strisce blu – quando se ne trovano, libere -, conviene collezionare un paio di multe;
Allora perché ci vai, è la domanda che ti fanno di fronte alle difficoltà summenzionate; niente, amo l’avventura e i clacson bitonali degli autobus.

Sono tediato dalle discussioni di attualità come se stessi guardando una partita di calcio noiosissima che si è trascinata ai supplementari, poi ai rigori e dopo 5 serie di calci di rigore stanno procedendo ad oltranza. A quel punto vorresti solo che finisse, non importa manco più la squadra che ti appartiene, basta che si possa porre fine allo strazio, quindi tifi per un’eruzione vulcanica.

Ci sono persone come me – ho scoperto di non essere tanto solo – che quando leggono di personaggi disfunzionali e/o negativi – spesso letterari – si pongono il problema se per caso non abbiano delle caratteristiche in comune con costoro.


In genere poi mi convinco ovviamente di avere anche io le stesse caratteristiche del personaggio disfunzionale.


Si sta avvicinando settembre, quindi vuol dire che la mia mente si metterà all’opera nel cercare qualche nuova attività da intraprendere. Non faccio mai buoni propositi alla fine dell’anno, né a dire il vero a fine agosto: sento però sempre l’esigenza di partire con qualcosa di nuovo con l’approssimarsi dell’autunno.
Le opzioni che sto vagliando sono:
– fare teatro
– iscrivermi a un corso di spada medievale
– iscrivermi a scherma
– andare a menare calci nella palestra di M.


Nel senso la palestra dove va, non che sia la sua.


L’essenza della serenità per alcune persone ho scoperto può risiedere in un pantaloncino. Sul serio. D’estate c’è chi, a causa di caldo, sudore e sfregamento, soffre molto nell’interno coscia. È un problema che avevo anche io da bimbetto, poi è sparito da solo. Comunque, per farla breve, c’è chi mette dei pantaloncini aderenti – tipo quelli da ciclista ma senza imbottitura – sotto ed evita stress e irritazioni vivendo una vita felice e spensierata mentre il resto del mondo ignora il suo segreto.

Mi hanno proposto di andare in un posto dove in una serata propongono la formula “Bevi tutto quello che riesci”. Il costo è 10€ per gli uomini e 5€ per le donne. Tralasciando i dubbi sulla qualità di quel che ti possono servire per queste cifre, è evidente che contino sul fatto – presunto – che le donne bevano di meno.
Non so che donne conoscano, ma tra le mie conoscenze vicine e lontane c’è chi può rompere qualsiasi stereotipo alcolico di genere.

Un amico ha comprato al supermercato dei dolcetti di pasta di mandorle per poi scoprire che erano a base di pasta di arachidi e con soltanto aroma di mandorla.
Comprendo la sua delusione, pari alla mia di quando comprai uno yogurt non ricordo dal sapore di quale particolare frutto, per poi scoprire che era a base di banana con l’1% del frutto promesso.
Il capitalismo non è per anime candide.

Sì, questo è il mio nuovo costume da bagno e desto più attenzione in spiaggia di una modella in costume inguinale:


Non è vero, ovviamente. Però i miei bermuda si fanno notare.



 

«Mi sono sentito in famiglia», penso sia una delle cose più belle che ho detto ultimamente. Perché è una delle sensazioni più belle che mi è capitata.