Ho fatto il portiere, finché non sono arrivati i citofoni

Tra le prime regole che impari quando da bambino prendi a calci un pallone con altri tuoi coetanei, è che alcune cose sono privilegio soltanto dei veri calciatori.
Stramazzare al suolo e poi rotolarsi in preda a dolori indicibili per un intervento scorretto è una di queste.

Non c’è spazio per sceneggiate, qui. I feriti si lasciano sul cemento, è il pallone che comanda. Quando la sfera si arresta allora e soltanto allora ci si può fermare guardando indietro per controllare il campo di battaglia. Non dite che non è fair play: non si facevano discriminazioni, sia che morissero avversari che tuoi compagni di squadra il gioco andava avanti.

In virtù di ciò io alle medie decisi di fare il portiere.
In realtà la prima volta non fu una mia scelta. Fui un volontario obbligato.

In porta non piaceva stare a nessuno, tanto meno a me. Non potevi correre, ti annoiavi stando lì a guardare gli altri giocare. Rimanevi lì, isolato e solitario: altra regola del calcio fanciullesco, infatti, è che si va tutti dietro la palla. Era il calcio totale totalitario, una variante dei noti schemi del calcio olandese, molto dispendiosa in termini di fiato tant’è che la nostra squadra si chiamava Arranca Meccanica*.
* Breve digressione per i non addetti ai calcioni: Arancia Meccanica era il soprannome della Nazionale dei Paesi Bassi degli anni ’70, che divenne famosa per il suo calcio spettacolare basato su copertura degli spazi da parte di tutti gli uomini, pressing, scambi veloci.

In porta si faceva a turni per dividere l’incombenza dell’ingrato compito. Ma una volta qualcuno saltò il turno e io, che fui indirizzato verso i due pali (due pietre di tufo scheggiate) mi arrabbiai. Litigai con un compagno finché non dissi una frase orribile: “Allora mi farò segnare”. È come dire alla propria ragazza che si desidera far sesso con un’altra. Il compagno mi spinse a terra, urlando, con gli occhi lucidi, “Si t’ faje signà nu’ si omm (se ti fai segnare non sei uomo)”.

Per la cronaca io presi un gol a freddo immediatamente e restai in porta per punizione, subendone altri due finché non finì l’ora di educazione fisica. Nessuno mi guardava in faccia o mi rivolgeva la parola mentre rientravamo in classe. Io giurai di non averlo fatto apposta ed era vero, ma la mia uscita verbale non aveva giocato a mio favore.

Siccome il destino ama prendere per il culo i più deboli, quel giorno l’insegnante dell’ultima ora era assente. Venne una professoressa di educazione fisica e la convincemmo a farci scendere giù in cortile. Dato che i campetti erano tutti occupati dalle altre classi, ci adattammo sulla pista di atletica. Ennesima regola del calcio da ragazzini: si può giocare su qualunque terreno basta che sia calpestabile – anche se giurerei di aver visto qualcuno giocare anche sull’acqua.

Durante l’incontro venne il momento del cambio portiere: toccava a me. Il compagno con cui avevo litigato disse “Per piacere…”, col pugno chiuso e l’indice alzato nell’atto di chiedere un favore. “Vado, vado” risposi per farmi perdonare dell’accaduto in precedenza ma rassegnato a un’altra magra figura.

Un minuto dopo un uomo cadde a terra nella nostra area di rigore.

In realtà giurerei di non aver visto cadere nessuno, ci fu un calcetto che sfuggì su una gamba ma quello più bravo della classe a calcio era il classico tipo che chiedeva – e otteneva – rigore per uno starnuto. Una volta lo vidi avere un rigore per una parolaccia rivoltagli contro. Aveva poi inventato una regola che se tu subivi fallo ma proseguivi – o un tuo compagno proseguiva – a giocare, anche solo percorrendo per inerzia un paio di centimetri dietro la palla, allora il fallo non valeva più perché avevi ottenuto il vantaggio*.
La “norma del vantaggio” nel calcio vero prevede che se un giocatore subisce fallo ma la sua squadra mantiene il possesso del pallone, si lascia proseguire per non interrompere la sua azione. Ma se il vantaggio non si concretizza si concede il fallo.

In quel momento stavamo vincendo 1-0.
Il famoso compagno dello spintone – sempre lui – si mise la mano in faccia dallo sconforto.

Sul dischetto c’era ovviamente il piangina-fenomeno. Breve digressione sul dischetto del rigore: era un punto ipotetico individuato a una distanza di 7 passi dal portiere, che generava ogni volta discussioni sulla propria collocazione e che per essere calcolato richiedeva tre misurazioni. Prima il “difendente” percorreva i 7 passi, poi lo faceva il richiedente dopo aver protestato per la falcata dell’avversario, poi dopo un’altra protesta ci si accordava a occhio.

Mentre il rigorista prendeva la rincorsa mi accorsi che fissava l’angolo in basso alla mia destra. Mi buttai in quella direzione.

Palla bloccata. Partita vinta.

In seguito durante altre partite gliene parai altri perché mi resi conto che aveva l’abitudine di fissare sempre il punto in cui avrebbe messo la palla. Finché una volta non mi fregò, forse capito il trucco, guardando da una parte e mandando la palla dall’altra.

Per i due anni e mezzo successivi delle scuole medie feci il portiere. Comprai anche due guanti. Passai successivamente alla squadra del piangina, perché qui si facevano le cose in grande e quindi c’era anche il calciomercato.

I buchi e i rattoppi sulle tute si sprecavano. Buttarsi a terra sul cemento non faceva bene al poliestere.

Io mi divertii. Presi il ruolo come una missione e mi disperavo quando capitavano giornate no (molte), invece di giornate sì (poche). Però era bello prendersi qualche complimento per un bell’intervento. “Wà, t’amma chiammà Buffon! (Wow, dobbiamo chiamarti Buffon*)”, “Wa ma chi sì, Batman! (Wow, ma chi sei, Batman?**)”.
*Che all’epoca era un giovane emergente che mostrava già di essere un grande portiere
** Detto dopo un mio “volo” al’incrocio dei pali (inesistenti anch’essi)

Quando incontrate qualcuno, prima di giudicarlo, soffermatevi a pensare. Forse da bambino avrà fatto il portiere.

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30 Pensieri su &Idquo;Ho fatto il portiere, finché non sono arrivati i citofoni

  1. Tu sai che ti capisco. La missione del portiere è ingrata. Sei solo, sei pieno di responsabilità non volute, sei più riposato di tutti quando la partita finisce.
    Quando gli altri arrancano come bufali spompati, tu potresti farti ancora una pista da 400 metri e ridere felice della cosa.
    Il portiere è un brutto ruolo. Ecco perché sono stato destinato a fare il portiere.

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    • Sapevo di trovare solidarietà.

      È un mondo infame. Se fai bene nessuno lo nota, se fai una cosa sbagliata è colpa tua se si perde la partita. Come dire, se il rigorista segna tu non sei bravo a parare i rigori, se lo pari è il rigorista ad aver sbagliato.

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      • Esatto.
        Il ruolo del portiere è quello che ha bisogno della maggiore maturità, una tranquillità quasi buddista. Non puoi farti prendere dall’entusiasmo, se no fai cappelle. Non puoi farti prendere dallo sconforto, se no fai cappelle.
        Dannazione.

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        • E non mettere il cappello che fai cappelle. Una volta mi presentai col cappello, per il sole (prova a stare fermo un’ora a mezzogiorno) e perché faceva figo, ricordo c’era quasi una moda di portieri col cappellino (mi sembra il buon- anzi cattivo – Seba Rossi portava il cappellino): a ogni palla alta non vedevo una mazza per la visiera, poi in un’uscita mi volò via giusto davanti agli occhi e ciccai la palla

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  2. A me i portieri son sempre piaciuti… sono sexy! ahahah 😀
    L’unico giocatore che mi è mai piaciuto veramente (cioè, che quando è venuto a giocare dalle mie parti ho fatto acrobazie per incontrarlo, è Frey, un portiere), hanno quella vena di follia che li spinge a buttarsi sotto i piedi dell’avversario… per me sono fighi!
    Però posso capire, che per un bambino è un po’ umiliante: in genere mettono in porta chi non sa giocare o le femmine… Comunque questa carriera la potevi continuare…. ahahah 😉

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    • Il portiere è visto un ruolo come punizione da bambini, perché per le ragioni che dicevo è visto come ruolo non divertente, noioso, che in realtà sta lì ma è come se non giocasse perché alla fine lo scopo principale per cui si scende in campo è tirare calci al pallone

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  3. Io alle elementari ero in A e ogni ricreazione i machi giocavano contro la B che era l’unica classe con ben 2 (DUE!) bambini che volevano stare in porta! Erano entrambi portieri in squadre differenti ma essendo in classe assieme ogni volta finivano per litigare. Da noi si faceva a turno, naturalmente.

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  4. Per me era è e spero sarà sempre una tortura vera! E di converso una merce rara…parafrasando si potrebbe dire, chi trova un portiere trova un tesoro. Però debbo dire che dopo una certa età più d’uno, un po’ per gli acciacchi, un po’ perché il fiato non regge più, riscoprono le gioie dei guantoni. E così si evitano i turni!

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