Non è che serva la colf per tenere l’Ordine della Cavalleria

Nella vita si fanno sempre scoperte.

Ad esempio, ho appreso in questi giorni che i muscoli obliqui dell’addome servono a fare qualsiasi cosa. Dal piegarsi al prendere un oggetto su un ripiano, dal ridere al soffiarsi il naso. I punti che mi hanno messo proprio in quella zona mi tirano e qualsiasi gesto io faccia risponde proprio su quel punto. Ieri addirittura stavo pensando a quando tornerò a fare esercizio fisico e la cicatrice ha iniziato a farmi male!

Pensare che in tutti questi anni quella muscolatura l’ho sempre ignorata. Immagino ora si stia vendicando.

L’altra scoperta che ho fatto è che M. sta probabilmente tentando di eliminarmi in modo subdolo e sagace. Visto che una semplice risata ripercuotendosi nel basso addome mi fa vedere le stelle, è da quando mi sono operato che fa battute, faccette buffe, faccette con le battute e battute buffe. Ho capito il senso di “Una risata vi seppellirà”.

Adoro M. È l’entropia dell’universo azzerata da Marie Kondo. È il disordine in ordine alfabetico.

Un sabato mattina sono rientrato a casa e l’ho trovata in preda a un attacco di pulizie. Ho provato a fermarla prima che iniziasse a svitare le viti dei mobili per lucidarle ma a momenti finiva male.

Posso dire che M. sia la sutura delle mie ferite. Però non fa mica male.

Tranne quando vado a turbare il suo ordine. Lì può diventare molto doloroso.

Non è che il paziente non possa non avere pazienza

Vivo nella mia mente in un mondo ideale dove le cose sono organizzate in modo schematico e, per me, funzionale.

Ad esempio, fatico a trovare il senso di dare appuntamento visite a 20 persone tutte alle 8:30, facendole aspettare per ore nella stessa stanza (perché se poi ti allontani rischi che venga chiamato il tuo nome e di perdere il turno). Avrebbe poco senso già in tempi normali figuriamoci in questo momento storico.

Ovviamente il mio è il punto di vista del cittadino sempliciotto: probabile che io ignori che a livello organizzativo scaglionare (e che scaglionamento!) invece potrebbe creare problemi maggiori.

E poi impedirebbe di socializzare. Mentre attendevo, infatti, sono stato preso in simpatia da un simpatico giovine, che mi ha chiesto se fossi anche io lì per lo stesso Dottore. E poi mi ha fatto: Io devo fare la colicistA.

Tralasciando la terminologia, non gliel’avevo chiesto ma evidentemente aveva una necessità di condivisione.

Poi mi ha chiesto cos’altro ci avrebbero fatto fare oltre al tiramento del sangue.

Io ho immaginato una disciplina sportiva, il tiramento del sangue per l’appunto, dove i concorrenti si armano di sacche di plasma, le caricano in spalla come nel getto del peso e poi le tirano il più lontano possibile.

Comunque, dicevo, deve avermi preso in simpatia. Quando era passato già del tempo e ancora non veniva chiamato il mio nominativo – il meccanismo della turnistica mi era ignoto, forse regolato tramite astragalomanzia e interpretazione del fegato ovino – il tipo di cui sopra, già convocato, mi dice sottovoce: Caro (caro chi? Ci conosciamo?) comunque ti conviene spingere un po’ sennò non ti chiamano mai.

Anche qui sono rimasto incerto se considerare spingere con un “cerca di fare un po’ di pressione psicologica” oppure letteralmente con l’avvicinarmi a muso duro alla coordinatrice infermiera e darle una spallata intimidatoria per farle capire che nessuno può mettere Gintoki in un angolo.

Ho reincontrato “l’amico” due giorni dopo, per un’altra serie di visite. Appena mi ha visto ha fatto: Caro mi sa non ci operano domani.

Se tanto mi dà tanto me lo ritroverò nella stessa stanza.

A meno che, dovendo ripresentarci per fare un altro tampone e ripetere la procedura e aspettare di nuovo con altre 20 persone nella stessa stanza, non gli capiti davanti qualcun altro da eleggere a compagno di sventure.

Non è che per il fan di Agatha Christie le restrizioni prevedano la zona giallo

Gli scorsi giorni ci si è svegliati con la nebbia, evento inusuale da queste parti.

Mi ha riportato con la mente indietro di giusto un anno fa, quando partivo da Milano. Lo stesso grigiore color piccione esausto morente. Mi è salita un po’ di inquietudine.

Un anno fa non si pensava nulla di ciò che sarebbe successo. Un anno fa non pensavo nulla di come la mia vita avrebbe affrontato dei cambiamenti.

Ora comincio ad avvertire timore del cambiamento del cambiamento.

È come se la pandemia avesse creato una zona comfort. Mi sono abituato, ad esempio, a stare lontano dalla folla. Già di mio, in tempi normali, quando mi trovavo ingabbiato, in mezzo a un esercito di pedoni lenti e ondeggianti come pinguini, sognavo di appallottolarmi tipo Sonic e cominciare a roteare facendo strike delle persone.

Mi mancano però i concerti, quelli sì. E Il cinema, la piscina, le serate.

La prima cosa che farò, quando sarà possibile, è comprare il biglietto di un concerto. Uno qualsiasi – nell’ambito di quello che per me è uno standard di decenza, del tutto personale e soggettivo beninteso ma, senza offendere nessuno, c’è della roba che non andrei a vedere neanche se mi pagassero. A meno che non mi paghino tanto!

Delle volte poi mi chiedo se ritornare alle vecchie abitudini significhi rompere dei nuovi equilibri.

La cosa che più mi spaventa è di arrivare a sviluppare una sindrome di Stoccolma nei confronti del contesto di privazioni.

Oh dea madre delle fasce colorate, proteggici affinché nulla cambi.

Signora del contenimento, so di essere un miscredente e di non credere neanche a me stesso, ma se avrà cura del bisogno di intima condivisione in quarantena sono pronto ad accendere un C’ero (distanziato).

Signora, le ho mentito, comunque. A me stesso credo. Anche troppo.

Credo a una parte di me che fatico delle volte ad accettare.

Credo alla parte di me che vuole essere impeccabile per le persone cui tiene.

Credo a una parte di me che si innervosisce delle volte facilmente e vorrebbe dare un calcio a un oggetto qualsiasi per spedirlo in orbita solo per dimostrare a negazionisti della Terra tonda, della gravità e dello sbarco sulla Luna che sono dei coglioni.

Credo a quella parte di me che ha paura di perdere ciò che gli è caro.

Credo a una parte di me che vorrebbe che tutti intorno a lui stiano bene e tranquilli perché così può sentirsi bene e tranquillo.

Credo a una parte di me che non vuole mostrare tutto ciò al prossimo.

Credo a una parte di me che si sente un gatto di strada che guarda con sospetto gli esseri umani.

E proprio perché credo che queste parti esistano vorrei tenerle confinate in una quarantena perenne sperando che prima o poi si estinguano.

 

Non è che se porti il 45 di piede non puoi ragionare per piccoli passi

Tra le cose che mi hanno insegnato il nuoto e la bicicletta c’è il ragionare per piccoli traguardi.

Se devi completare un 400 metri (16 vasche), è utile ragionare di 25 metri per volta. Se sei in salita in bici, è meglio non pensare a quanto manca alla fine ma puntare a singoli arrivi: il prossimo lampione a 100 metri, quel pino a 200 e così via.

È un approccio che ho adottato anche nella vita quotidiana. Scompongo le cose in modo da non affrontare l’intero ostacolo ma dividerlo in scalini.

In quest’ottica ho adottato la tecnica del movediamo.

Il movediamo è un modo per spacchettare un’incombenza.

– Che ne diresti se spostassimo quel mobile nell’altra stanza?

– Movediamo.

– Se svuotassimo il cassetto spostando la roba nel cassettone e utilizzando lo spazio libero nell’armadio per queste altre cose?

– Movediamo.

In questo modo non mi sto ponendo davanti l’intera idea dello spostamento del mobile o dello svuotamento del cassetto, ma la sto affrontando molto alla larga cominciando a pensarci.

O fingendo di farlo.

Perché uno degli aspetti del movediamo è che puoi anche dare risposte fuffose. Movediamo può anche voler dire “Sto mostrando di pensarci ma in realtà è un modo per prendere tempo e non lo farò mai”.

Il movediamo va usato con parsimonia e non è adatto a sportivi inesperti.

Da buon produttore di fuffa e sportivo dilettante c’è un’altra tecnica che utilizzo per scansare responsabilità e incombenze. Si tratta del rilancio della palla nell’altra parte del campo.

La settimana scorsa in una chiamata di lavoro il mio interlocutore mi ha posto una serie di questioni di cui avevo una conoscenza scarsa o del tutto assente.

Piuttosto che mostrarmi incerto e smarrito, ho iniziato a replicare a suon di Tu che ne pensi? Tu che ne dici? Quindi tu faresti…(segue silenzio che l’altro si sentirà obbligato a riempire)?

Questo non è altro che il metodo della maieutica socratica: la risposta è già nell’altra persona, io gliene faccio solo prendere coscienza e la lascio emergere.

Poi se la risposta è sbagliata, come diceva il Messia che portava la parola di Quelo, è un altro discorso.

Non è che ti fai l’appello per verificare di essere presente a te stesso

Si è visto, sentito, letto delle imprese di quello che, alla chiamata in Senato per votare, è arrivato in ritardo tal da obbligare a controllare anche il VAR per delle verifiche.

Non voglio parlare di ciò ma di quelle volte che ci si è trovati assenti quando si doveva rispondere invece Presente.

Tipico era, ricordo ai tempi dell’università, durante gli esami assentarsi un attimo per andare in bagno dopo ore di attesa per il proprio turno e, proprio in quel momento, veder chiamato il proprio nome dal docente.

Una volta, invece, al liceo ero assente a una chiamata ma in modo intenzionale. Volevo saltare l’ora di chimica, così insieme ad altri due perdigiorno mi rifugiai in bagno prima dell’arrivo del professore. Lui non controllava mai il registro di classe ma faceva semplicemente l’appello dal suo registro docente. Tranne quella volta dove invece tenne una reale conta. Ci vennero a chiamare in bagno e, visto scoperto il nostro gioco, pensai bene di entrare in classe in modo teatrale, fingendo un grave malessere interiore, interno, intestino per la precisione, che mi obbligava a malincuore a non stare in classe.

Purtroppo le mie doti attoriali non vennero né riconosciute né apprezzate.

Qualche anno fa ero assente a una visita prenotata alla cupola del Reichstag. Mi presentai alla stessa ora ma del giorno dopo. All’ingresso però la guardia fu gentile a lasciarmi entrare lo stesso.

È stato un episodio più unico che raro, perché in genere quando si tratta di viaggi sono sempre preciso e puntuale. Uno dei pochi vantaggi di avere l’ansia è di godere di ottime doti organizzative.

Meno fortuna hanno avuto varie persone che conosco, che potrebbero raccontare storie di voli persi per essersi presentati alla stessa ora del giorno sbagliato. Dopo la data del volo, ovviamente.

L’importanza di farsi trovare pronti si riverbera in vari aspetti della vita.

Rammento quella volta, diversi anni fa, in cui ero in un locale di cui conoscevo di vista una delle bariste. Andai al bancone a prendere per me un bicchiere di veleno o di benzina – quando si è negli anni ’20 della propria vita non si va molto per il sottile su cosa si beve – da portare al tavolo dove ero con degli amici. La barista, quella che conoscevo, dopo avermi servito e avuto i soldi, mi fa:

– Bevi solo?
– No no mi aspettano al tavolo
dico mentre me ne sto andando
– Ah…sennò bevevo io con te…
ha fatto lei

Ma io me ne ero già andato.

Arrivato al tavolo, a tempo ormai scaduto, ho realizzato: sono tornato indietro ma era impegnata e non ho avuto più modo di riparlarci quella sera.

Meno male che non lavoro al Senato sennò quante occasioni mi perderei!

Non è che il pomodoro ti può dar buon consigli se è concentrato

Sono giorni che cerco inutilmente di recarmi all’ufficio postale a ritirare una giacenza.

Purtroppo i ticket da prenotare online non sono mai disponibili. In posta invece devi fare la fila per prendere il numero e poi fare la fila col numero. Le persone all’esterno sono sempre di più e non c’è spazio sul marciapiede per mantenere il distanziamento. Tra un po’ si farà la fila per fare la fila per fare la fila per prendere il numero.

Pensavo di aver avuto un colpo di fortuna quando il 31 sono riuscito a prenotare un ticket per sabato 2 gennaio, alle 9:30. Metto la sveglia per sicurezza alle 8:30. Mi preparo atleticamente il giorno prima per affrontare i vecchietti che mi aggrediranno all’ingresso vedendomi arrivare ed entrare subito saltando la fila della fila.

Il sabato mattina non ho bisogno della sveglia. Apro gli occhi col rumore della tempesta di grandine che sta imperversando all’esterno. Va be’ poi smetterà.

Non ha smesso.

Sono rimasto a letto rinunciando a uscire.

Alle 9:28 la tempesta cessa (cessa come verbo e come aggettivo) ed esce il sole. E io il mio turno in posta l’ho ormai perso.

Quello stesso sabato alle 22 la caldaia cessa (sempre verbo e aggettivo) di funzionare, lasciandomi senza acqua calda e termosifoni.

Domenica mattina salta la corrente. Solo da me. Un sovraccarico perché avevo le pompe di calore accese e contemporaneamente Madre ha acceso il phon nel bagno di servizio giù.


A quanto pare l’impianto del bagno di servizio è collegato al mio appartamento.


È scattato il contatore esterno. Il lucchetto del gabbiotto che lo contiene è arrugginito e non si apre più. L’ho scassinato facendo leva con martello e bestemmie. Ci ho messo mezz’ora. Non credo di aver un futuro come topo d’appartamento.

Quella stessa mattina mi è uscito uno sfogo sul labbro. Forse il nervoso.

A pranzo il ragù avevo smesso di sorvegliarlo e si è ristretto troppo. Stava per bruciare. Per salvarlo l’ho diluito aprendo un altro barattolo di passata. Alla fine è venuto buono. Quindi, per pensar positivo e trarne qualcosa di buono dal fine settimana trascorso, ho preso come insegnamento per il futuro far restringere il ragù fino a concentrarlo – magari senza farlo bruciare – e poi riallungarlo.

Aforisma: Concentratevi pure ma non fuori gli uffici postali (ché io ci devo andare)

Non è che l’albero di Natale sia scocciato solo perché gli son cadute le palle

È difficile parlare di quanto sia stato un anno particolare e complicato a livello personale quando c’è già una situazione comune che è particolare e complicata. Ho sempre preferito – se abbia senso utilizzare questa espressione su certi argomenti, diciamo è come il quesito di cosa scegli di buttare giù dalla torre* – i problemi personali a quelli pubblici, se non altro perché i primi li puoi nascondere, minimizzare, mistificare.


*Che poi sulla torre io mi limito a guardare il panorama, poi faccio “Guardate là!” e me ne scappo giù dicendo sbrogliatevela tra di voi su chi deve buttarsi.


Ho avuto due lutti importanti in famiglia, quest’anno.

Ho pesantemente ferito una persona. Per cercare di evitare di arrecare altro danno al danno mi sono allontanato cercando nel tempo una forma di cura. Mi ha poi bloccato da qualsiasi strumento di comunicazione. Va bene così se può servire come catarsi. Mi prendo le probabili bestemmie, l’odio.

La proprietaria della nuova stanza che a inizio anno avevo appena preso a Milano di punto in bianco mi aveva mandato via perché non le piacevo. La cosa mi ha scatenato un attacco di panico. Durato tre giorni. Mi sono chiuso in una stanza di albergo, uscendo solo per fumare erba.

Non so perché e per come sia successo, non credo neanche fosse realmente a causa di quella mentecatta della proprietaria che allineava le sedie al muro col righello. Fatto sta che per 48 ore filate non ho mai dormito, in preda a pensieri tremendi.


La cosa del righello è una mia invenzione narrativa. Fatto sta che le sedie, girate dando sempre lo schienale al muro (quindi di lato rispetto al tavolo), erano allineate sempre alla stessa distanza e dal muro e dal tavolo.


Dato che il lavoro era pure terminato, scelsi di tornare giù a casa a prendere fiato e anche aiutare Madre che dopo la morte di nonno stava prendendo ansiolitici. Non volevo abbandonare definitivamente Milano, avevo anche sostenuto due colloqui in quei giorni (uno il lunedì mattina dopo il mio weekend di follia, era il 17 febbraio). Tre giorni dopo la mia partenza – avvenuta il 18 febbraio – scoprirono poi il focolaio di Codogno. Non son più tornato in Lombardia, ovviamente.

Il mio attacco di panico probabilmente mi ha salvato. Se mi fossi trovato a Milano durante l’inizio della pandemia non so come sarebbe stato trovarsi lì senza casa, senza lavoro e senza soldi. Non sarei tornato giù, per ragioni di sicurezza. Ma non critico chi invece in quei giorni prima della chiusura l’ha fatto. Anzi, devo dire che mi sono anche abbastanza rotto le palle di sentire persone che puntano il dito contro altre senza sapere, senza conoscere, senza avere alcuna cognizione di causa.

Gente che si vanta che da 10 anni non va a trovare i genitori anche se vivono a 10 km di distanza. Bravo coglione.

Ne ho le palle piene.

Letteralmente. Mi devo far togliere un varicocele, ho scoperto di recente.

È un anno strano. Ma mi ha anche portato cose belle. Inaspettate. È stato un punto di rottura che ha segnato un prima e un dopo. Al punto che sento in me un ottimismo che per i miei standard suona anche un po’ inusitato.

Anche in questo caso, trovo difficile parlare di ottimismo personale, in un quadro di pessimismo generale.

Ma forse, il segreto, è fare una cosa che oggigiorno fanno veramente in pochi.

Tacere.

Taccio. Dunque, sono.

Non è che devi fare atletica per cogliere il testimone

Mi hanno detto di un prete che durante un funerale stava inciampando nel tappeto. La stessa cosa era avvenuta qualche decennio prima al suo predecessore, che pare però ebbe peggior sorte e inciampò sul serio, rimanendoci. Credo sia il caso di cambiare tappeto o di rimuoverlo.

Mi hanno detto anche di un tipo, che conosco tra l’altro, che ha l’abitudine di portarsi via fogli di carta dalle case altrui. Non è che li rubi, lui chiede della carta e poi se la tiene con sé. Non ho capito cosa ci faccia.

Mi hanno detto infine di un tipo che si presenta con il portabagagli dell’auto pieno di cassette di arance, arriva fuori un negozio dicendo che quelle sono arance che vengono direttamente dalla Sicilia e che lui vuole iniziare la sua attività vendendole e che vuole farsi pubblicità, quindi ne regala una cassetta al negoziante, che può così offrire arance fresche ai clienti. Poi spiega che regala la cassetta in cambio di denaro. Di fronte alle rimostranze dell’esercente (o è un regalo o vuoi vendermela, quale delle due?) quello si riprende la cassetta e se ne va, offeso.

Insomma, volente o nolente il mondo continua a essere strano e stravagante. Va da sé che in periodo di spostamenti limitati non riesco più a essere testimone delle storie e mi tocca affidarmi alla narrazione orale altrui.

Certo c’è da chiedersi se le testimonianze siano corrette. Lo storico Marc Bloch credo sia stato uno dei primi – ma forse ricordo male – a porsi il problema dell’analisi delle fonti.

Supponiamo infatti che abbiamo due testimoni che riportano la stessa versione di un fatto. Ingenuamente ci si potrebbe rallegrare per la concordanza. Ma se invece uno dei due ha semplicemente copiato l’altro, magari giudicando autorevole la sua versione?

Ancora: ci può essere un fatto considerato oggettivo, come la battaglia di Waterloo. Sappiamo tutti come è andata a finire. Ma ci possono essere modi diversi di raccontarla.


Tutti sappiamo infatti che a Waterloo Napoleone fece il suo capolavoro:


E qui sorge un altro problema: le testimonianze non è detto che per forza possono essere o soltanto vere o soltanto false. Una testimonianza vera può contenere dei fatti poco concordi con la verità. Bisogna scomporre i resoconti nelle loro parti e pesarle.

Perché mi pongo il problema delle testimonianze? Perché mi chiedo a volte se il come io ricordo un evento sia lo stesso modo in cui lo ricordano gli altri. Mi capita infatti a volte di non concordare con la versione dei fatti di un’altra persona. Mi fido molto della mia memoria, anche perché, focalizzandosi sulle immagini, essa associa l’accaduto a una fotografia mentale per fissarla nel tempo. Ma la mia presunzione di infallibilità può cozzare con quella di un altro.

Posso fidarmi sempre di ciò che ricordo?
Posso fidarmi di ciò che ricordano le altre persone?

Volevo concludere il post con una chiusura brillante ma non me la ricordo più.

Non è che cambi allenatore per far pareggiare le gambe a un tavolo

Facendo ordine in casa dei nonni – è strano, ora ci vivo io ma la sento sempre casa dei nonni – si notano tanti particolari che raccontano chi erano delle persone.

Per dire, ogni ripiano di ogni mobile della cucina è foderato di cartone. Proveniente da scatole di pacchi di panettone e spumante. Ho trovato un cartone Motta che sarà storico.

Il rivestimento serviva a non far consumare il mobile. Perché le cose in casa devono durare.

In casa c’è una poltrona, di quelle in stile reggia del ‘700. Da che ho memoria, non l’ho mai vista “nuda”, senza qualcosa che la coprisse.

L’altro imperativo in casa era quello di non gettare mai nulla.

Ho trovato in un cassetto un sacco di cartoncini rettangolari, di varie misure, ritagliati da scatole varie. Mi sono ricordato a cosa servivano: metti c’era da pareggiare una gamba non allineata alle altre.

Barattoli, di qualunque tipo.

Una vecchia confezione della Citrosodina come contenitore per chiodi.

Tappi di sughero. Tanti tappi di sughero.

Un metro estensibile marca Blue Point, azienda statunitense di utensili, risalente almeno agli anni ’70 con ancora la sua custodia originale di pelle.

Spiedini di ferro. Tanti. Sparsi ovunque in diversi cassetti. Il bello è che io non ricordo a casa i nonni cucinassero spiedini di carne.

Rocchetti di spago. Correggo: rocchetti con spaghi diversi, riciclati, arrotolati.

I vassoi di cartone dei pasticcini.

E potrei andare avanti. Se fossimo tutti dei nonni probabilmente avremmo risolto buona parte dei problemi ecologici del pianeta.

Meno male che per qualcuno sono la parte non produttiva del Paese. È vero: siamo noialtri che produciamo tanta monnezza.

Non è che per ristrutturare casa chiami Ivan Zaytsev perché come alza i muri lui nessuno

L’assistente dell’osteopata mi osserva mentre faccio gli esercizi di allungamento.

Per fare conversazione, mi chiede dei miei tatuaggi. Le parlo del Viandante che ho sull’avambraccio sinistro, che non conosce. Poi mi fa: «Ma tu hai fatto architettura, quindi?».

Ora, perché la passione per il quadro di Friedrich debba essere correlata agli studi in architettura, mi sfugge. Capisco che il primo anno in quella facoltà facciano storia dell’arte, ma non è proprio il primo collegamento che mi verrebbe in mente parlando di un quadro.

L’architetto è un soggetto particolare. Secondo me quello bravo unisce il senso pratico dell’ingegnere con la morbosità di un erotomane. Tu vedi una parete, lui la vede nuda e poi vestita in mille modi come piace solo a lui.

Dare carta bianca a un architetto è pericoloso: ci disegnerà sopra qualcosa che lo eccita.

Io starei cercando di modificare un po’ casa. Mi sono trasferito nell’appartamento che era dei nonni, inizialmente pensavo in via transitoria, poi i colori a zona e il lavoro da casa mi fanno pensare di restare qui.

La cosa più complicata è stata prendere le misure delle pareti con un metro pieghevole che ha ormai le giunture di un ottantenne. Infatti mi ritrovo dei centimetri che ballano tra una stanza e l’altra, e ogni centimetro balla poi una melodia diversa.

Stavo impazzendo quando tra cucina e soggiorno mi trovavo che la parete in comune da un lato era più corta di mezzo metro rispetto all’altra.

Poi ho scoperto che, anche se dall’esterno sono perfettamente in linea, all’interno una stanza è più corta dell’altra. L’ho comunque misurata un altro paio di volte in giorni diversi perché cominciavo a temere la casa fosse viva e mi stesse prendendo in giro.


A tal proposito, se volete un libro che vi farà venire l’inquietudine dello stare chiusi in casa, consiglio Casa di foglie, romanzo di Mark Z. Danielewski.


Prima di pensare di sistemare la casa attuale mi stavo un po’ guardando in giro. Ho visionato annunci e contattato agenzie.

Ci sono due tipi di agenzie immobiliari, mi sembra di aver capito:

– Quelle che contatti e sembra che tu stia dando loro fastidio, al che vorresti chiedere «Ma volete darla via questa casa o vi piace tenervela?»

– Quelle che contatti una volta e ti inizieranno a mandare proposte di continuo, molte delle quali fuori budget ma loro ci provano.

Poi ci sono gli annunci, alcuni dei quali sembrano avere senso dell’umorismo:

  • Centralissimo: un concetto molto vago. Da un punto di vista teorico, ogni punto in sé può essere un centro, basta tracciarvi intorno una circonferenza. Fa niente che all’interno di questa circonferenza ci siano solo terra e sterpaglie, un centro geometrico è un centro!

 

  • Solo persone referenziate: di certo prima di affittare una baracca in rovina uno vuole esser certo di darla a una persona affidabile.

 

  • A pochi passi da…: chi scrive così lo capisco, io ad esempio non ho problemi a spostarmi a piedi, ma ci sono persone per le quali fare 500mt a piedi è una cosa scocciante e ti romperanno le scatole dicendoti «Ma quanta strada mi fai fare?»; il concetto di pochi passi ha un valore molto relativo e varia da individuo a individuo. Però direi poniamoci un limite: sopra il chilometro, non sono affatto pochi passi.

 

Chissà che penserebbe il Viandante, se solo avesse studiato architettura!

Non è che serva essere musicisti per una nota di colore

Mi sono reso conto solo oggi che è parecchio che non salgo su un mezzo pubblico. Uno dei miei sport preferiti era osservare le persone. Chiedermi chi fossero e cosa facessero sulla base di qualche particolare.

A volte mi ispiravano un colore. Vedevo persone ‘nere’ o ‘blu’ o ‘rosa’ eccetera. In genere l’attribuzione del colore era sulla base dell’umore o del modo di porsi se chiacchieravano con qualcuno.

Le persone rosa, ad esempio, mi sembravano troppo svenevoli e stucchevoli nel loro parlare.

Le persone verdi non lo erano di rabbia, ma semplicemente neutre rispetto al mondo intorno. Quelle gialle caldo, paciose e rassicuranti.

Il viaggio su un mezzo, quando non avevo un libro con me, era accompagnato da tutta una fase di soliloqui interiori. Anche i miei monologhi mentali avevano un colore. In genere era legato al clima esterno, ma non sempre. Potevo avere pensieri positivi giallo-arancio anche con un temporale in corso, talvolta.

Il resto dipendeva anche dal contesto. A prescindere dal pensiero che avevo in quel momento, quello che mi spingeva mentre salivo o scendevo mi faceva vedere rosso. Che era il sangue che desideravo fargli scorrere dal naso.

Abbinare i colori alle persone mi fa venire in mente una filastrocca di Gianni Rodari che ci insegnò la maestra di italiano alle scuole elementari.

Io so i colori dei mestieri:
sono bianchi i panettieri,
s’alzano prima degli uccelli
e han farina nei capelli;
sono neri gli spazzacamini,
di sette colori son gli imbianchini;
gli operai dell’officina
hanno una bella tuta azzurrina,
hanno le mani sporche di grasso:
i fannulloni vanno a spasso,
non si sporcano un dito
ma il loro mestiere non è pulito.

Ho sempre trovato i colori un dato oggettivo, purché non si insistesse troppo sulle sfumature. Intendiamoci, in certi casi è utile essere precisi, mentre in altri distinguere un rosso carminio da un rosso cremisi o un blu petrolio da un blu anatra (ma poi le anatre non hanno la testa verde?) è una cosa di cui non me ne cale né tanto né poco.

Però a volte anche senza andare nel dettaglio dei pantoni non ci si trova d’accordo. Per me è rosso, per te è mattone. E va bene così, perché, parafrasando il bambino di Matrix che sosteneva di dover giungere alla verità, cioè che il cucchiaio non esiste, la realtà è che i colori non esistono.

Quindi, non esiste giallo, arancio o rosso.

Però secondo me il marrone sì.

Non è che in palestra ti serva un professore di geometria per allenare il trapezio

Durante il primo periodo di lockdown – ormai mi sembra chiaro si possa parlare di primo lockdown alludendo alla presenza di un secondo – facevo molto esercizio fisico a casa. Durante un allenamento con gli obliqui mi sono beccato – forse muovendomi in fretta o a freddo – una contrattura al trapezio molto dolorosa.

Da allora ho iniziato ad avere dolori alla base del collo, che comparivano sporadicamente e se ne andavano dopo qualche giorno.

L’altro giorno sono deciso ad andare da un osteopata, dopo mesi.

È stato come quando chiami un tecnico per un problema in casa o quando porti l’auto dal meccanico e quello comincia ad alzare sempre più la posta: «No ma questo è un danno almeno di 200, 300, 400 euro, se non 5-600».

Mi ha trovato un difetto di qua, uno di là, poi un quadricipite ha un diametro inferiore all’altro, poi l’appoggio dell’alluce ha questo, d’altronde la posizione della lingua dall’altro lato, ecc.

Gli ho detto «Ok, sono da buttare, quindi?».


Se uno ti fa un quadro della situazione in cui ogni parte di te o è storta o fuoriposto o ipotonica qualche dubbio ti viene. Io poi soffro della cosiddetta sindrome dell’impostore, che si declina anche per quel che riguarda il mio corpo: praticamente sto in piedi solo perché la natura non si è accorta che sono darwinisticamente sacrificabile.


«No no, il 95% delle persone che ho visto nella mia carriera hanno problemi posturali».

E io più che pensare al fatto di rientrare in una maggioranza bulgara e sentirmi un caso molto comune, mi sono chiesto quel 5% che non ha problemi perché mai è andato da un osteopata? Non ha altro da fare?