Non è che se vuoi contrarre matrimonio lo scrivi mtrm.nio

Il tipo dell’atelier mi fa scegliere le scarpe da abbinare. Le prendo, poi chiedo, con sospetto, se potessero far male dietro la caviglia, altezza tendine.

Lui mi rassicura: Con queste non sentirai nulla.

Aveva ragione. Allego foto di me che, in effetti, non sentivo più i piedi:

Il tipo dell’atelier mi aveva anche spiegato una mossa per mostrare i gemelli della camicia: bisogna piegare il braccio non ad angolo retto ma stenderlo con un movimento fluido, accompagnato leggermente dalla spalla.

Non mi è chiaro perché io dovessi sentire l’esigenza di mostrarli, seppur io li avessi scelti per il loro stile:

Ovviamente nell’atto di indossarli poco prima di apparire in pubblico uno mi è caduto e non l’ho più ritrovato. Inghiottito dal pavimento o fuggito sulle proprie zampe. Me ne sono fatto prestare uno (non li ho sostituiti entrambi: mi piaceva portare il gatto) e così avevo i Gemelli Diversi alla festa.

Dicono che i festeggiati non riescano a mangiare come si deve, perché tirati di qua e di là, fotografie, complimenti, invitati ubriachi: insomma, mai 10 minuti di tregua.

Non abbiamo voluto un fotografo ufficiale e i convitati erano tutti molto rispettosi e non invadenti.

L’adrenalina in circolo però ha chiuso lo stomaco. Ho dovuto dir no a una Sacher, per dire. Una Sacher che avevamo rigorosamente preteso come conclusione finale!

Di solito inizio giugno è caldo ma non ci si aspetta certo 35 gradi. Ci sono stati, invece. Strizzavo il fazzoletto che utilizzavo per tamponarmi per ricavarne acqua da bere e non morire disidratato.

I musicisti della banda jazz quando facevano delle pause andavano sul retro a fumarsi un cannone. Beh, in fondo, gli avevamo detto come unica richiesta “Divertitevi e improvvisate”.

Quando avevo ritirato i fiori il fioraio me li aveva sbattuti sotto il naso al grido di: Sient che odore sient!.

Vorrei descrivere quanto sia stato tutto bellissimo ma non riesco a trovare le parole. Per rendere l’idea, è stato tutto così bello che mi dispiace sia passato quel giorno: vorrei tornare indietro e rifarlo, uguale uguale. E poi rifarlo ancora. E ancora e ancora. Sempre con lei.

Non è che i compagni di università di Napoleone fossero i colleghi del Corso

Nel precedente post parlavo della salute mentale degli adolescenti. In questi giorni invece mi trovavo a riflettere sugli universitari e la loro vita.

Il mio progetto 2aL – seconda laurea, prosegue. La scorsa settimana ho portato a casa un 30 e un 30 e lode, grazie ancora all’utilizzo della modalità a distanza. In virtù di ciò con i miei colleghi di corso non ho avuto molti contatti. Anzi, direi nessuno: li ho visti fisicamente soltanto una volta. Per me in realtà sono solo delle figure bidimensionali che vedo su uno schermo e di cui leggo nelle varie chat dei corsi.

Pur non avendo io una propensione nel far comunità insieme a loro, ho in qualche modo sviluppato qualcosa di affettivo nei loro confronti. La maggior mi sembra molto in gamba, lo vedo dall’interesse che hanno verso la Storia e verso la ricerca storica, dalle considerazioni e gli interventi che fanno alcuni, dalla volontà di far le cose per bene. E tutto ciò mi è di una qualche forma di conforto, di rassicurazione, nonostante le condizioni.

Vale lo stesso discorso che facevo per chi va a scuola: non riuscire a vivere questa esperienza nella modalità consueta da studente dev’essere per loro molto penalizzante e frustrante.


Poi, a dirla tutta, il semestre appena trascorso era in modalità mista: si poteva seguire in presenza, previa prenotazione. Peccato che le aule disponibili non avessero disponibilità di posti congrua rispetto alla richiesta, quindi riuscire a prenotare il posto era sempre una lotteria.


Non va per niente bene.

Per raccontare, la mia piscina ha chiuso da oggi le porte. I costi di gestione sono alti e i frequentanti attualmente pochi a causa di quarantene e paura di. Sperano di riaprire presto. Intanto, lo staff che ci lavora ha appreso della chiusura da un semplice foglio appeso in bacheca.

E io capisco le difficoltà economiche che si trova ad affrontare chi ha un’impresa, un’azienda, una società privata. Ma non posso capire che uno scopra che non lavorerà da un foglietto che legge quando si presenta al lavoro.

Eppure, non lo so. Cosa dire, cosa fare? Le esigenze dei lavoratori, le esigenze e gli obblighi della proprietà, le esigenze degli studenti, le esigenze e gli obblighi dell’università, le esigenze del cittadino, le esigenze e gli obblighi delle istituzioni. Come si gestiscono tutte insieme?

Come si vive tutti insieme e non si sopravvive?

Non è che per forza se uno rompe poi gli devi lasciare dei cocci (e farglieli pagare)

Mi sta accadendo di non riuscire più a dedicarmi a scrivere post qui sopra come facevo un tempo. Non che mi manchi voglia di raccontare, ma non mi riesce più di poter dedicare mezz’ora in assoluta tranquillità al blog.

Anche adesso che la febbre post terza dose mi ha dato una giornata di nullafacenza non mi riesce di articolare un discorso organico e quindi procederò più per punti.

Ho la febbre, dicevo. Il “Moderno”, come sento chiamarlo in giro – giustamente per chi le dosi precedenti le ha ricevute da altri vaccini è qualcosa di nuovo, moderno per l’appunto – si è fatto sentire. Ho scritto al medico questa mattina – vuole solo contatti Whatsapp – per avere un giorno di malattia e lei mi ha risposto di venire in ambulatorio. Chiaramente, la prassi corretta sarebbe appunto a) visita b) certificato c) comunicazione al datore di lavoro. Tralasciando però il fatto che ho la febbre quindi non dovrei spostarmi né accedere a luoghi pubblici, mi ha fatto ridere la motivazione che ha aggiunto: dato che non ci siamo mai visti – ho cambiato medico di base quest’anno – vorrebbe prima conoscermi.

Morale: prima di richiedere prestazioni invitate almeno per un caffè il vostro medico!

Il collega Rompino che ho in ufficio continua invece a non volersi vaccinare. Lui è un naturologo e da qualsiasi cosa che non sia bio e che invece puzzi di chimica se ne tiene alla larga.


Poi va a cenare in una nota paninoteca della mia città. Sicuramente come sapori sarà buona, ma io fatico sempre a credere che un posto abbia Marchigiana e/o Chianina pura da servire per 200 coperti ogni sera. Praticamente ci sarebbe bisogno di un Pianeta a parte popolato solo da bovini per soddisfare tutte le paninoteche gourmet esistenti solo qui in provincia.


A me poco interessa di cosa fa o non fa. Evito ormai con le persone argomenti come politica, religione, vaccini, schivandoli come Neo coi proiettili. Quel che vorrei invece è che lui non fosse un rompino, ma come si fa? Non sarebbe Rompino, per l’appunto.

Un esempio: dove lavoriamo non ci sono i termosifoni ma i diffusori a soffitto solo nelle stanze. I corridoi, quindi, d’inverno sono gelidi. Un giorno particolarmente freddo avevo alzato di un paio di gradi la temperatura. Lui arriva tutto imbacuccato, dal freddo esterno e lamenta di percepire un’aria calda e soffocante (strano, se non ti togli berretto, cappello e piumino). Ok, spegniamo.

Lui nel frattempo apre la finestra. Arriva una tempesta. Chiude.

Io riaccendo l’aria.

Dopo un po’ lamenta di nuovo di sentire aria opprimente. Abbasso la temperatura del riscaldamento riportandola come ai  livelli soliti. Lui riapre la finestra. Arriva una grandinata. Chiude.

Infine dopo un altro po’ dice invece di sentire freddo e mi chiede allora di ri-alzare la temperatura.


Beninteso, aerare una stanza ogni tanto è importante. Magari però non mentre fuori infuriano gli elementi.


A casa, intanto, a proposito di riscaldamento, i nostri continuano a darci problemi.

Uno ha iniziato a perdere copiosamente da un punto di giunzione.

Un altro, la cui valvola era stata appena cambiata dall’idraulico inviatoci dal padrone di casa (un vero artigiano della qualità), pure ha iniziato a perdere. Dalla stessa valvola sostituita.

Ovviamente questi problemi si sono verificati la sera del 23 dicembre.

Mi ricordo quando all’IKEA M. comprò delle ciotole e io pensavo che in casa già ce ne fossero abbastanza. Adesso che le utilizziamo per raccogliere le perdite, mi sembrano poche.

Mai mettere in dubbio la saggezza e la lungimiranza femminile.

Non è che ti serva un architetto per dividere una casa

Qualche anno fa, dal momento in cui ho iniziato a vivere fuori e a gestire la mia vita in modo indipendente, ho cominciato a considerarmi come un individuo entrato nell’età adulta.

In realtà, poi, perdurando uno stadio di precarietà e semi-schiavismo lavorativo, l’indipendenza diventava un fenomeno relativo,  quando si rendeva necessario chiedere un supporto a Padre e Madre.

Badare a sé stessi comunque è un bel traguardo, facendosi venire qualche dubbio perché la vita di un ansioso è un pendolo che oscilla tra Come sono felice e Oddio questa fugace felicità svanirà quando mi accorgerò di non star facendo la cosa giusta. Niente di eroico, per carità, nel vivere affrontando i propri timori: c’è qualche persona che magari a 20 anni è andata in Congo ad aiutare le procavie arboricole ad attraversare i fiumi e tu invece hai come massima preoccupazione certe volte di scoprire che hai confuso un panetto di lievito con del burro – succede se vivi in Ungheria e ti dimentichi come chiamino il burro lì e prendi una cosa che sembra somigliarvi ma non lo è dal banco frigo.

A quell’epoca poi non riuscivo a immaginarmi come fosse andare a convivere con una persona. Intendo una persona come compagna di vita, non il semplice dividere una casa con unə coinquilinə.


Si può pensare che l’uso della schwa sia un qualcosa di recente che si vuole introdurre di forza nella scrittura, in realtà io ho le prove che il suo suono fosse già in uso nel linguaggio quotidiano in certe zone Campane: Cliccare per ascoltare un esempio. (preso dall’internet)


Non è che immaginavo una vita come nelle favole o negli spot del Mulino Bianco. Semplicemente, mancando l’esperienza pratica di una convivenza, non avevo alcuna idea di cosa fosse il vivere quotidiano non da soli. E per uno solitario come me, dedito al soliloquio interiore anche in mezzo agli altri, era ancor più difficile da concepire.

Va anche detto che ho vissuto molte relazioni a distanza: quindi mi sentivo ancor più indietro nel concepire un vivere di coppia quotidiano, dato che la mia dimensione relazionale era fatta di momenti condensati e programmati in pochi giorni, mentre il resto del mio tempo era trascorso da Me, Me stesso e Io.

Da quando dal 1° gennaio di quest’anno – molto utile iniziare dal primo giorno dell’anno per poter avere una scansione precisa del tempo – io ed M. dividiamo lo stesso tetto, ho iniziato a capire molte più cose della vita.

Ho capito che la vita in generale è uno schifo, spesso. Ma che puoi chiuderla fuori dalla porta mettendo un cartellino “Do not disturb” sulla maniglia e goderti un’oasi di serenità.

Ho capito che non si può risolvere tutto da soli. Magari poi a volte qualcosa neanche in due si risolve: però almeno ti sfoghi, ti diverti, non ti riduci a far testa contro muro o a parlarti allo specchio.


Che poi è un’immagine molto cliché. Io mi parlo ma mai allo specchio. Preferisco non guardarmi in faccia.


Ho capito che mi piace cucinare per me ma trovo molta più soddisfazione e piacere nel farlo per qualcuno. Anche perché quando vivevo da solo, pur essendo dedito ad evitare cibi precotti e porcherie e cercare di prepararmi cose molto più elaborate di un paio di fettine panate, erano molte le volte in cui mi prendeva la pigrizia e cenavo con bruschette al pomodoro e birra.

Ho capito quale è il vero senso pregnante di un “esserci”: nella tristezza, nella malinconia, nei momenti di rabbia.

Ho capito cose che forse sono una scoperta dell’acqua calda per il resto del mondo. Ma essendoci rimasto senza acqua calda (no non è una metafora, intendo proprio doversi fare il bidet con l’acqua gelata), dico che è sempre una bella scoperta.

Non è che si paga la bolletta per aver calore umano

Devo reperire un bue e un asinello. Per il presepe? No no, intendo reali per mettere in piedi un sistema di riscaldamento a bestiame.

Il fatto è che a casa stiamo senza riscaldamenti. Notando che non partivano, pur trascorsa la data in cui nella nostra città si poteva cominciare ad accenderli, abbiamo chiesto all’amministratrice di condominio chiarimenti.

Lei, sorpresa dalla nostra sorpresa, ci informa che la caldaia quest’anno non entrerà in funzione: è vecchia e malandata (la caldaia, non l’amministratrice) e il condominio è pieno di debiti e quindi non verrà riparata. A maggio di quest’anno, all’incirca, si è deciso per lasciar ogni condomino libero di scaldarsi come gli pare. La nostra proprietaria di casa non era presente all’assemblea e nega di aver ricevuto comunicazione alcuna di questa decisione. L’amministratrice afferma di aver telefonato a tutti i proprietari.

Poco mi interessa, converrete, di chi sia la colpa della mancanza di comunicazione: questa non alimenta sistemi di riscaldamento ma soltanto batterie di imprecazioni.

In questa settimana, quindi, il mio indice di nervoso è salito ben sopra la soglia critica; poi per fortuna riesco a non permettere alla mia serenità di andarsene a fare un giro abbandonandomi a tempo indefinito. Va bene il dar sfogo al fastidio e all’indignazione, ma poi, ecco, deve ritornar sempre un po’ di solarità. Già viviamo in un’epoca di indignati: come diceva il filosofo? Se guardi troppo a lungo gli indignati, gli indignati guarderanno dentro di te e tu ti indignerai di ciò.

Non è che serva il francobollo per la busta della spesa

Negli anni ho imparato un po’ a liberarmi della cosiddetta sindrome dell’impostore (il pensare che i propri successi personali siano dovuti al caso e al fatto che gli altri non si siano accorti di chi realmente siamo) e dell’effetto riflettore (il pensare che l’attenzione degli altri sia sempre focalizzata su di noi a guardare cosa facciamo); detto ciò, a tutt’oggi ci sono ancora situazioni in cui realmente mi sento un’incapace su cui sono puntati gli occhi di tutti.

Quando devo aprire le buste al supermercato.

Il problema sorge sia con quelle alla cassa sia con quelle del banco ortofrutta, che sono anche peggio. Sono praticamente di carta velina.

Le scuoto. Le strofino tra le dita. Le tiro strappandole ma senza riuscire a separare i due lati. Le pinzo tra le unghie scorticandomi i polpastrelli. Provo a sussurrar loro parole dolci.

Trascorrono secondi lunghissimi. Il tempo si dilata e rallenta e sento le persone intorno girarsi verso di me e guardarmi con un misto di sdegno e derisione. La cassiera, intanto, continua a lanciare i prodotti lungo lo scivolo d’acciaio. Più io rallento, più lei è veloce. Le cose si accumulano, ho sempre meno tempo a disposizione mentre il cliente successivo sta già posando le sue cose sul nastro.

Amo le cassiere che, quando chiedi una busta, con gesto fluido e delicato la prendono di lato, la aprono con un gioco di prestigio e te la lanciano già pronta all’uso. Nella mia testa sento la musica della Sinfonia n. 6 di Beethoven mentre compiono quel gesto.


Ovviamente è molto più pratico portarsi dietro una sporta riutilizzabile, come faccio di solito. Resta però il problema delle buste dell’ortofrutta quando vanno messe dentro e pesate frutta e verdura.


Alcune idee per provare ad aprire le buste, un po’ macchinose all’interno di un supermercato ma efficaci:

  • Metterle a soffriggerle in un tegame con l’aglio come con le vongole e aspettare che si aprano
  • Salire su un motorino e sgommare a tutta velocità per farle aprire col vento (ovviamente vanno rivolte nel verso giusto!)
  • Provare ad aprirle con Winrar
  • Spalmarle di lubrificante
  • Chiedere ad Aranzulla
  • Chiedere a una manifestazione per alcuni di matrice ignota di passaggio di irrompere a sfondare le buste

Non è che ti serva un’auto veloce per inseguire la perfezione

Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo.
È il 13 agosto. La camera di un B&b. Lo stesso dove il giorno dopo il cane della proprietaria proverà ad assaggiarmi la tibia (ma il 13 di agosto non sapevo sarebbe avvenuto ciò). È appena uscito il quarto film del Rebuild of Evangelion, nonostante la connessione pessima noi lo guardiamo in streaming da un portatile poggiato in bilico su un angolo del letto (perché lì, in quel punto, si concentrava il segnale wifi). Finalmente, dopo 3 film distribuiti in un arco di tempo di quasi 15 anni, arriviamo al finale del Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo.


Chi non ha mai visto Evangelion o non sa di cosa si tratti troverà le mie parole oscure. Pazienza: non sono determinanti per il prosieguo del post.


Perfezionarsi. È una vita che inseguo la versione migliore di me stesso. La perfezione non è di questo mondo, ne sono conscio. Lei me lo ripete spesso. Eppur vorrei essere sempre impeccabile, esente dal difetto, lindo, fresco di bidet [come la nota ansia materna, non sia mai tu avessi un incidente e ti portassero all’ospedale e poi ti dovessero svestire non trovandoti a posto la canottiera pulita eccetera e fai fare brutta figura, come se in quel momento la cosa fondamentale dovesse essere l’apparenza].

Eppure, ecco, io sbaglio, poi mi sento in colpa, mi pento; accade anche e spesso quando si è tanto vicini, contigui, legati, si finisce sempre poi per cozzare contro qualche spigolo che hai lasciato lì e non avevi visto che era da togliere per perfezionare.

Temo anche l’errore di una mancanza, che è come il batuffolo di polvere lanuginosa che non avevi visto, infido e insidioso. Così, l’altroieri: mi vesto, compiendo come usuale l’operazione sempre a rate. Metti i calzoni bevi il succo lavati la parte sopra (il sotto abbiamo già dato prima di mettere i calzoni, tranquilla mamma!), vai a prendere la polo riempi la borraccia torna in camera a prendere le scarpe.

Lei è lì, materassata, rannicchiata in posizione fetale, una maglietta (presa a un concerto per coprire le spalle dall’aria frizzante di campagna) e i miei pantaloncini. Ammiro la sua perfezione, i miei vestiti con la sua forma, il suo corpo che odora dei miei vestiti che odorano di me e i miei panni che odorano di lei, una è tutto. Devo prendere il portafogli – tanto è vuoto ma almeno la patente credo serva averla in giro (certo che quest’obbligo di avere la patente è una privazione della libertà eh!). In genere a questo punto della mia procedura di vestizione stile Re Luigi lei apre gli occhi e io la saluto, oggi invece no, è stanca – penso. Socchiudo la porta della camera da letto senza darle un bacio, esco cercando di non far rumore per non svegliarla.

Si sveglia in quel momento. «Sei scappato», mi scrive. Ma io ho raggiunto l’auto. Ho la connessione dati staccata, non ricevo il messaggio. La tangenziale è bloccata, una Smart e un camioncino hanno pensato di unirsi in terza corsia [niente conseguenze per gli umani interessati]. Arrivo 35 minuti dopo in ufficio, il mio intelligentofono si collega al wifi della struttura. Lei è preoccupata, pensava ce l’avessi con lei e per questo non l’avevo salutata.

Ecco, la mia idea di perfezionamento personale è anche questo, evitar qualcuno possa star male o soffrire per le mie azioni o dimenticanze o quel che volete, anche in casi come questo dove è stato solo un’equivoco, ma – diamine – è nei dettagli che si vede la perfezione [hanno detto che l’affermava Leonardo ma secondo me non è vero] e io, sincero, voglio darmi al dettaglio. Come un supermercato. Che da me si possa trovare solo convenienza e cortesia.


Comunque guardate Evangelion.


Non è che se hai caldo ti lanci sul buffet perché è un rinfresco

Frammenti casuali e discontinui di vita gattuta.


Oggi nel Centro dove lavoro ha fatto visita il megadirettore, sceso dal Nord. Sono andato in ufficio invece di restare a casa in telelavoro con la speranza che, per l’occasione, ci sarebbe stato un rinfresco. Le mie aspettative sono rimaste deluse e c’è stato solo un momento di raccoglimento collettivo in cui il Mega invitava a fare domande e/o lamentele e ricordava che la sua casella email è sempre disponibile.
Gli scriverò lamentandomi dell’assenza di un rinfresco.

La Costiera Amalfitana, posso dire una cosa che tutti sanno ma non osano dire, è un posto bello ma non ci vivrei e anche un posto vivo che non ci bellei. A riprova di ciò va considerato che:
– un qualsiasi luogo che in linea d’aria dista pochi km comporta mezz’ora di tornanti con autobus che ti arrivano addosso in senso contrario, senza rallentare;
– scendere a piedi comporta scalinate, tante. Lo scendere comporta più allenamento che a salire;
– considerato il costo delle strisce blu – quando se ne trovano, libere -, conviene collezionare un paio di multe;
Allora perché ci vai, è la domanda che ti fanno di fronte alle difficoltà summenzionate; niente, amo l’avventura e i clacson bitonali degli autobus.

Sono tediato dalle discussioni di attualità come se stessi guardando una partita di calcio noiosissima che si è trascinata ai supplementari, poi ai rigori e dopo 5 serie di calci di rigore stanno procedendo ad oltranza. A quel punto vorresti solo che finisse, non importa manco più la squadra che ti appartiene, basta che si possa porre fine allo strazio, quindi tifi per un’eruzione vulcanica.

Ci sono persone come me – ho scoperto di non essere tanto solo – che quando leggono di personaggi disfunzionali e/o negativi – spesso letterari – si pongono il problema se per caso non abbiano delle caratteristiche in comune con costoro.


In genere poi mi convinco ovviamente di avere anche io le stesse caratteristiche del personaggio disfunzionale.


Si sta avvicinando settembre, quindi vuol dire che la mia mente si metterà all’opera nel cercare qualche nuova attività da intraprendere. Non faccio mai buoni propositi alla fine dell’anno, né a dire il vero a fine agosto: sento però sempre l’esigenza di partire con qualcosa di nuovo con l’approssimarsi dell’autunno.
Le opzioni che sto vagliando sono:
– fare teatro
– iscrivermi a un corso di spada medievale
– iscrivermi a scherma
– andare a menare calci nella palestra di M.


Nel senso la palestra dove va, non che sia la sua.


L’essenza della serenità per alcune persone ho scoperto può risiedere in un pantaloncino. Sul serio. D’estate c’è chi, a causa di caldo, sudore e sfregamento, soffre molto nell’interno coscia. È un problema che avevo anche io da bimbetto, poi è sparito da solo. Comunque, per farla breve, c’è chi mette dei pantaloncini aderenti – tipo quelli da ciclista ma senza imbottitura – sotto ed evita stress e irritazioni vivendo una vita felice e spensierata mentre il resto del mondo ignora il suo segreto.

Mi hanno proposto di andare in un posto dove in una serata propongono la formula “Bevi tutto quello che riesci”. Il costo è 10€ per gli uomini e 5€ per le donne. Tralasciando i dubbi sulla qualità di quel che ti possono servire per queste cifre, è evidente che contino sul fatto – presunto – che le donne bevano di meno.
Non so che donne conoscano, ma tra le mie conoscenze vicine e lontane c’è chi può rompere qualsiasi stereotipo alcolico di genere.

Un amico ha comprato al supermercato dei dolcetti di pasta di mandorle per poi scoprire che erano a base di pasta di arachidi e con soltanto aroma di mandorla.
Comprendo la sua delusione, pari alla mia di quando comprai uno yogurt non ricordo dal sapore di quale particolare frutto, per poi scoprire che era a base di banana con l’1% del frutto promesso.
Il capitalismo non è per anime candide.

Sì, questo è il mio nuovo costume da bagno e desto più attenzione in spiaggia di una modella in costume inguinale:


Non è vero, ovviamente. Però i miei bermuda si fanno notare.



 

«Mi sono sentito in famiglia», penso sia una delle cose più belle che ho detto ultimamente. Perché è una delle sensazioni più belle che mi è capitata.

Non è che il motto del tessitore sia Aiutati che dio ti iuta.

Ricordo, quando ero alle medie, una volta ci venne assegnato un tema come compito a casa. La consegna riguardava più o meno il parlare delle volte in cui si era reso necessario l’aiuto di qualcuno.

A quei tempi non amavo molto il tema di tipo personale. Quello in cui dovevi raccontare di fatti tuoi, emozioni, sentimenti, eccetera. Se erano fatti miei, restavano fatti miei. Avrei accettato di scriverne come fosse un diario personale, ma l’idea poi di leggerlo davanti alla classe era qualcosa che mi creava fastidio.

Preferivo di gran lunga scrivere articoli e saggi. A tal proposito, sul tema in oggetto avrei scritto più volentieri – e con successo – un saggio intitolato “La ripugnanza di dover rispondere a una consegna di questo tipo: spunti e riflessioni”.

Com’è come non è, il giorno dopo, quando ormai stava per scoccare il 90° (cioè il suono della campanella), per una mia battuta di troppo la professoressa mi richiama all’ordine e mi invita a leggere il tema.

Mi schiarisco la voce e, con riluttanza, leggo il mio svolgimento: «Non ho mai chiesto l’aiuto di qualcuno e se l’ho chiesto non me lo ricordo».
La professoressa: «Eccolo, il solito Gintoki, caustico e sprezzante. Va be’ vai avanti»
«Ehm in verità ho terminato qui».

Scoppio di risa generale. Insufficienza sul registro. Campanella, sipario.

Non è che proprio avessi scritto qualcosa di lontano dalla realtà.

Chiariamo: l’aiuto di qualcuno capita sempre e io chissà quante volte l’avrò chiesto. Ma è anche vero che ho presto capito che Chi fa da sé fa per tre, che È meglio soli che male accompagnati, eccetera eccetera. Sono giunto alla conclusione e ho consolidato in me l’idea che certe cose è meglio risolversele da soli.

Anche perché, sarà incapacità mia nel comunicare i miei bisogni, delle volte non ho riscontrato una comprensione o una risposta che fosse conforme alla mia richiesta. E ciò lo ricollego sia all’incapacità mia nel comunicare sia alla presenza nel prossimo di una base pregiudiziale che inficia la risposta finale. In parole povere, se il mio interlocutore mi pone un input e nella mia testa ho già un’idea formata oppure ho la presunzione di aver compreso senza terminare di prendere in considerazione tutti gli elementi, il mio output sarà qualcosa non in linea con ciò che si aspetterebbe l’altro.

E credo che nel non capirsi sia una cosa che quotidianamente noi esseri umani ricadiamo. Allora, stando così le cose, la mia filosofia è Tranquilli, faccio da me.

Per fortuna, e sottolineo per fortuna, non è possibile far tutto da soli. Per dire, nella mia vita lavorativa mi è capitato che qualche santa in paradiso perorasse la mia causa. Il mio lavoro attuale dipende dalla mia collega, che ha insistito con chi di dovere perché trovassero il modo di assumermi in pianta stabile. Me lo sarò guadagnato perché fossi stato un incapace o un inetto mi avrebbero rispedito a casa, certo, ma resta il fatto che se a un certo punto non avesse rotto le scatole affinché prendessero una decisione, io oggi non so dove sarei.

Pertanto penso che un giorno o l’altro vorrei omaggiarla di un omaggio. E siccome è sempre fonte di spunti interessanti, frasi epiche o aneddoti divertenti, pensavo a qualcosa in linea col personaggio.

Qualche giorno fa, parlando con una collega, se ne è uscita con un’espressione che grossomodo è da intendersi come “Non siam mica qui a pettinar le bambole”. Solo che la sua frase era più colorita e, direi, icastica (anche perché chi è che oggi va in giro a pettinare bambole?):

«I peli da sopra la fessa non ce li togliamo in ufficio ce li togliamo a casa».

L’idea che mi era venuta era di farne una sorta di manifesto pop, come quelli che vanno di moda oggi (del tipo di Testi Manifesti).

È solo una bozza e va ridefinita, ma credo possa essere una buona base di partenza:

Per migliorarlo avrei forse bisogno di aiuto.

Non è che la fabbrica di bici si rivolga alla Lines per problemi coi cicli

Considerazioni sparse.

– Ogni giorno, dal momento del risveglio a quando accedevo a internet/ai social (mezz’ora/un’ora dopo), facevo questo gioco: mi chiedevo quale sarebbe stata la polemica del giorno sulla quale chiunque si sarebbe sentito in dovere di dire la propria. Poi ho smesso sia perché era diventato troppo semplice indovinare sia perché saliva in me la voglia di partecipare a mia volta al dibattito polemico.

Quindi ho ripreso a drogarmi e mi è passata.

– Su un canale del digitale terrestre stanno riproponendo uno spin-off di Law&Order che all’epoca mi piaceva molto: Criminal Intent, con Vincent D’onofrio. In questa serie lo svolgimento è sempre il medesimo, impostato tutto sul personaggio del detective Goren/D’onofrio, un vero rompicoglioni: quando incontra qualcuno sospetto comincia a porgli domande curiose del tipo: “Scusi non sono un esperto, lei il salame lo affetta dall’alto verso il basso o inclinando il polso e tagliando dall’esterno verso di sé? È strano, sa, perché nel Vermont lo affettano proprio così. Lei viene dal Vermont, giusto?”. Il caso poi si risolve sempre nella sala degli interrogatori, dove Goren/D’onofrio spinge a confessare il sospetto provocandolo, a volte anche ingiuriandolo: “La ritenevano un piccolo uomo, non è vero? Incapace di soddisfarle! Un impotente!”. Alla fine il sospetto sbotta rabbioso e si tradisce.

Anche io so essere un insistente rompicoglioni. Ma non risolvo casi. Al massimo, li creo.

– L’industria delle biciclette da un paio di anni a questa parte è in grossa difficoltà: gli ordini sono aumentati di molto ma la produzione, complice la pandemia, non riesce a starvi dietro. Avevo ordinato una bici un mese fa che doveva essere pronta per la settimana passata, ma non lo è. Un pezzo della Shimano non è ancora arrivato e quindi la fabbrica non può consegnare la bicicletta. Sto provando a immaginare dove possa trovarsi in questo momento e ripenso sempre a quella storia del blocco del Canale di Suez e della coda stile esodo di agosto che si era creata e immagino il mio pezzo Shimano in questo momento a prendere il sole sul ponte di una nave.

– La mia collega ritiene che frequentare troppo a lungo amici omosessuali crei dei problemi poi nel relazionarsi con gli etero. In sostanza, tra gli amici omosessuali ti abitui a fare in libertà discorsi su culi e cazzi (testuale), poi tra gli etero ti ritrovi a esprimerti nello stesso modo libero e loro ti guardano scandalizzati.

I suoi amici etero sono dei repressi, immagino.

– Della mia collega ormai potrei quasi scrivere una biografia, visto ciò che mi racconta di lei. L’ultimo aneddoto lo vorrei citare testualmente, perché non renderebbe allo stesso modo raccontato.

«Non posso mai dimenticare quella volta, dopo un pomeriggio e una sera di sesso sfrenato con uno, che tra l’altro era il figlio di un’amica di mia madre ché io mi chiedevo Ma mia madre conosce questa gente e non ne sapevo nulla, questo si alza dal letto e mi fa Torno subito. Torna vestito da donna, con una minigonna di pelle. Pensavo volesse scherzare, invece era serio. Ti piaccio? mi fa. E mi racconta che che gli è sempre piaciuto vestirsi da donna e truccarsi. Però non è gay, mi diceva. Al che io gli domando: Scusa, l’hai mai preso in culo da un uomo? Sì? E allora sei ricchione!».

Io intanto avevo un file Excel davanti con cifre di qualche centinaio di migliaia di euro. Non sono più riuscito a fare alcun calcolo dopo questo racconto.

– Non riesco più a scrivere su questo blog con la stessa costanza di un tempo. Il lavoro, gli impegni vari, l’università mi portano via tempo e alla sera magari mi dedico ad altre cose. Soprattutto con l’università in questi giorni sono molto preso. Devo consegnare due saggi (intesi come elaborati, non come due individui molto colti e profondi), a breve. Uno è un lavoro di gruppo, il che dovrebbe rendere le cose più agevoli. Poi ho letto la bozza che ha caricato una mia collega sul gruppo. Mi sono fermato a questa frase priva di senso: La borghesia riteneva il nazionalsocialismo la soluzione al nazismo. Non sono più andato avanti a leggere. Penso che il lavoro sarà più ostico di quello individuale.

Non è che serva la colf per tenere l’Ordine della Cavalleria

Nella vita si fanno sempre scoperte.

Ad esempio, ho appreso in questi giorni che i muscoli obliqui dell’addome servono a fare qualsiasi cosa. Dal piegarsi al prendere un oggetto su un ripiano, dal ridere al soffiarsi il naso. I punti che mi hanno messo proprio in quella zona mi tirano e qualsiasi gesto io faccia risponde proprio su quel punto. Ieri addirittura stavo pensando a quando tornerò a fare esercizio fisico e la cicatrice ha iniziato a farmi male!

Pensare che in tutti questi anni quella muscolatura l’ho sempre ignorata. Immagino ora si stia vendicando.

L’altra scoperta che ho fatto è che M. sta probabilmente tentando di eliminarmi in modo subdolo e sagace. Visto che una semplice risata ripercuotendosi nel basso addome mi fa vedere le stelle, è da quando mi sono operato che fa battute, faccette buffe, faccette con le battute e battute buffe. Ho capito il senso di “Una risata vi seppellirà”.

Adoro M. È l’entropia dell’universo azzerata da Marie Kondo. È il disordine in ordine alfabetico.

Un sabato mattina sono rientrato a casa e l’ho trovata in preda a un attacco di pulizie. Ho provato a fermarla prima che iniziasse a svitare le viti dei mobili per lucidarle ma a momenti finiva male.

Posso dire che M. sia la sutura delle mie ferite. Però non fa mica male.

Tranne quando vado a turbare il suo ordine. Lì può diventare molto doloroso.

Non è che il paziente non possa non avere pazienza

Vivo nella mia mente in un mondo ideale dove le cose sono organizzate in modo schematico e, per me, funzionale.

Ad esempio, fatico a trovare il senso di dare appuntamento visite a 20 persone tutte alle 8:30, facendole aspettare per ore nella stessa stanza (perché se poi ti allontani rischi che venga chiamato il tuo nome e di perdere il turno). Avrebbe poco senso già in tempi normali figuriamoci in questo momento storico.

Ovviamente il mio è il punto di vista del cittadino sempliciotto: probabile che io ignori che a livello organizzativo scaglionare (e che scaglionamento!) invece potrebbe creare problemi maggiori.

E poi impedirebbe di socializzare. Mentre attendevo, infatti, sono stato preso in simpatia da un simpatico giovine, che mi ha chiesto se fossi anche io lì per lo stesso Dottore. E poi mi ha fatto: Io devo fare la colicistA.

Tralasciando la terminologia, non gliel’avevo chiesto ma evidentemente aveva una necessità di condivisione.

Poi mi ha chiesto cos’altro ci avrebbero fatto fare oltre al tiramento del sangue.

Io ho immaginato una disciplina sportiva, il tiramento del sangue per l’appunto, dove i concorrenti si armano di sacche di plasma, le caricano in spalla come nel getto del peso e poi le tirano il più lontano possibile.

Comunque, dicevo, deve avermi preso in simpatia. Quando era passato già del tempo e ancora non veniva chiamato il mio nominativo – il meccanismo della turnistica mi era ignoto, forse regolato tramite astragalomanzia e interpretazione del fegato ovino – il tipo di cui sopra, già convocato, mi dice sottovoce: Caro (caro chi? Ci conosciamo?) comunque ti conviene spingere un po’ sennò non ti chiamano mai.

Anche qui sono rimasto incerto se considerare spingere con un “cerca di fare un po’ di pressione psicologica” oppure letteralmente con l’avvicinarmi a muso duro alla coordinatrice infermiera e darle una spallata intimidatoria per farle capire che nessuno può mettere Gintoki in un angolo.

Ho reincontrato “l’amico” due giorni dopo, per un’altra serie di visite. Appena mi ha visto ha fatto: Caro mi sa non ci operano domani.

Se tanto mi dà tanto me lo ritroverò nella stessa stanza.

A meno che, dovendo ripresentarci per fare un altro tampone e ripetere la procedura e aspettare di nuovo con altre 20 persone nella stessa stanza, non gli capiti davanti qualcun altro da eleggere a compagno di sventure.