Non è che ti fidi di Netflix perché le cose che ha sono serie

Il 1° febbraio mi trasferisco e cambio casa. Ho trovato una stanza in un’altra zona di Milano. Mi dispiace lasciare quella dove mi trovo ora, è un’area molto viva e interessante e nei dintorni ha praticamente tutto.

Dividerò casa ancora una volta con chi ne è il proprietario: questa volta è una tizia che mi sembra affabile e tranquilla. Domenica per portarmi avanti ho già trasferito lì uno zaino di cose. Mi stupisco di me ma in 5 mesi il mio vestiario è aumentato e in un solo viaggio non ce la farei a portare tutto.

Così settimana scorsa le avevo chiesto se nel weekend potessi passare a lasciare lo zaino e lei mi ha invitato a venire per pranzo. Veramente gentile.

Domenica abbiamo mangiato e chiacchierato. È alquanto ciarliera, mi ha raccontato un mucchio di cose. Io spero non si auspichi di avere un coinquilino con cui dividere il tempo e fare cose insieme. Quando si tratta di condividere casa sono il classico coinquilino di merda, sottogenere fantasma. Quello che non sai se c’è in casa o meno e quando c’è se ne sta in camera a farsi i fatti propri e che cerca di evitare di incrociarsi in corridoio per non dover fare conversazione.

So di sembrare una persona orribile e credo infatti di esserlo: in realtà a me piace stare con le persone, ma quando si tratta di una casa il discorso è diverso. Di una casa ho scelto la stanza, non la persona: la persona la valuto giusto nella misura in cui cerco di capire se è uno che ti ritrovi la notte a fissarti di fianco il letto. Giudicato innocuo, finisce lì.

Temevo che questo invito a pranzo nascondesse velleità di socializzazione. E, difatti, mentre sparecchiavo, cogliendomi di sorpresa in un momento che avevo abbassato la guardia, lei mi ha fatto una proposta indecente.

Mi ha chiesto – essendo appassionata di serie tv – se fossi d’accordo a dividere insieme un abbonamento Netflix.

Non ho parole. Così, giusto al secondo incontro, uscirsene con queste cose.

Non è che il motto del filosofo musicista sia “Io penso, quindi suono”

Oggi ripensavo a suoni/rumori perduti o addirittura oramai estinti che hanno caratterizzato anni passati della mia vita. Non sempre erano suoni per cui dire Ah quant’era bello quando c’era, anzi, i suoni della modernità oggi fanno presente quanto siano più semplici molte cose rispetto a prima.

Ciò che mi fa riflettere è il vuoto nell’etere lasciato da quei suoni/rumori che non ci sono più o non capita di risentire e che non sempre è facile venga riempito.

  • Il fruscìo della parte iniziale del nastro di una musicassetta. Che ho usato fino al 2004, credo. Avevo una cassetta sulla quale registravo dal cd dell’impianto stereo i dischi che volevo portarmi dietro nel walkman.
  • Il suono del tastone di accensione del televisore a tubo catodico.
  • Il richiamo del venditore ambulante di frutta e verdura che girava con un Apecar arancione tenuto insieme con scotch e silicone. Dotato di megafono sul tettuccio dal quale prorompeva il suo slogan per avvisare le massaie dell’arrivo in strada. Non ho mai capito cosa dicesse quando lanciava la sua nenia, ma, in generale, credo che quelli che fanno questo mestiere abbiano una lingua tutta loro, una specie di Sindarin che solo le casalinghe riescono a decifrare.
  • Il sedile del guidatore della Fiat Uno di mio nonno. A ogni movimento usciva uno gnek sofferto come se ci fosse un papero di gomma schiacciato sotto il sedile.
  • La voce di Claudio Capone, storico commentatore dei documentari di Quark/Superquark. Una voce che non si limitava a essere didascalica ma che riusciva a dare il giusto significato, la giusta intonazione e il corretto colore a ogni frase, se non a ogni parola.
  • Il campanello di casa, che era un normale dlin-dlon come tanti altri e che poi circa una 15ina di anni fa ha iniziato a fare solo un ronzio+dlon finale prima di spegnersi del tutto.
  • Il ticchettìo di una macchina da scrivere. Da piccolo rubavo quella di mia madre per giocarci. Riuscii anche a trovare chi vendeva i nastri e me ne feci comprare uno. I miei testi battuti non credo però fossero memorabili.
  • La 10 Lire che cascava nella gettoniera dell’ascensore.

Non è che un gatto in mezzo ai libri vada a caccia del topo di biblioteca

Sono giorni che mi sento un po’ sfasato.

Per dire, venerdì sera ho bevuto due birre. Una prima del concerto dei Julie’s Haircut, una alla fine del concerto (circa due ore dopo). Mi è venuto mal di testa durante il sonno. È una cosa che non mi era mai accaduta. Dubito e mi vergogno di me stesso.

Saranno un po’ i pensieri e le preoccupazioni. Ci si mette anche il PDCC (padrone di casa-coinquilino) il quale, nonostante gli avessi detto che la stanza mi serviva fino al 29 febbraio, ha iniziato a cercare qualcuno già dal 1° di febbraio. Poi mi dice Ma no stai tranquillo, non ti faccio alcuna pressione intanto poi mi ritrovo gente che viene a vedere la stanza e lui che mi chiede Quindi finisci di lavorare il 7 febbraio? No perché questo ragazzo vorrebbe dall’8. Più chiaro di così manca che cambi la serratura della porta.

La paranoia dell’amicone di cui sopra è che dal 7 al 29, non lavorando, io stia in giro per casa tutto il dì e questo lo farebbe sentire privo della sua libertà. Non me l’ha detta così direttamente ma ha lasciato intendere più volte, con discorsi del tipo Poi mi dispiace dare fastidio durante il giorno perché magari ascolto musica…. A me per quanto mi riguarda poco importa della sua libertà, è libero anche di girare per il corridoio nudo sospeso a mezz’aria facendo l’elicottero, frega poco.

Dato che il mio sfasamento, dicevo, e con anche un concorso da preparare, di sabato sono andato a cercare concentrazione facendo una cosa che non facevo dal 2009: studiare in biblioteca. Un ambiente in cui ogni volta entri cercando di renderti il più invisibile possibile, leggero come un ninja cui fanno male le scarpe. Varchi silenzioso la porta, poggi la punta della scarpa dentro e, la stessa calzatura che non aveva mai dato segni di vita, si esibisce in un gneeeek sul pavimento, facendo alzare la testa a tutti i presenti che ti fissano con sguardo omicida come se avessi scritto su facebook che i cagnolini sono brutti e antipatici.


Su fb si può inneggiare all’Olocausto ma non offendere i cagnolini.

 


Quando alzo la testa del libro per sgranchire gli occhi mi piace osservare gli altri, sbirciare cosa leggono, capire dall’espressione a chi stanno fumando le meningi su quegli appunti e chi invece ha l’aria del relax della rassegnazione di chi Massì tanto è tutto inutile ma chi me l’ha fatto fare.

Una tizia a un certo punto si alza e si avvia verso l’uscita. I suoi tacchi fanno il rumore di un cavallo al galoppo.

Le ho lanciato un fulmine con lo sguardo.

Santi numi! Mezza mattinata qui e sono diventato come gli altri!

Non è che la Befana faccia solo esempi calzanti

Sono sceso di casa passeggiando verso la Darsena per vedere i giochi d’acqua e luci che hanno accompagnato le Feste in zona Navigli. Non avevo ancora assistito allo show e oggi era l’ultimo giorno.

C’è un episodio dei Simpson in cui Bart si accorge che l’estate sta finendo e corre per portare a compimento una serie di cose che aveva nella sua lista di cose da fare durante le vacanze. Io non ho corso per niente e questa è stata l’unica cosa che ho fatto quest’oggi, ma la sensazione che ho avuto è stata quella di dover completare qualcosa per chiudere questo periodo, prima che l’Epifania cominciasse a sparecchiare e mettere le sedie sui tavoli per far capire che è ora di dir basta a bagordi e trastulli.

Non so se durante le Feste ho realmente fatto tutto ciò che dovevo fare.

In realtà ho sempre una sensazione di incompiutezza in corso che si estrinseca in ogni aspetto della mia vita. Anche se porto a termine qualcosa, sarà sempre stiracchiata per coprire dei buchi.

Per modo di agire quello che faccio non è mai completo ma è come se uscisse con un difetto di fabbrica.

Ormai è così un’abitudine avere dei tasselli mancanti che potrei dire che è un segno d’autore che contraddistingue l’opera finale: è garantito che quel che produco è completo al 90%. Tutto io resto è firma.

Potrei cominciare a vendere degli originali incompiuti Gintoki.

 

Non è che ti metti un cartellino con scritto “prenotato” perché sei riservato

Ieri sera ho preso una birra con uno che conosco da 10 anni ma che non ho mai visto di persona. Sono in un gruppo Whatsapp con dei tizi di diverse zone d’Italia conosciuti su un forum di calcio, forum che abbandonammo dopo qualche anno creandocene uno nostro, da lì poi passammo su fb e da qualche anno siamo su Whatsapp. A parte un paio di loro, non ho mai incontrato di persona nessuno degli altri.

Il tale fa parte di questo gruppo. Ne ho sempre avuto stima, per opinioni e capacità di ragionamento. Molto formale e riservato, a tratti schivo ma senza farti comprendere se per ritrosia caratteriale verso il prossimo o per un poco di sana superbia nel mostrare che semplicemente potrebbe ma non vuole.

L’altro giorno aveva scritto nel gruppo che era a Milano in questi settimana e gli ho detto allora fa’ un fischio se ti va una birra.

Mi sarei aspettato, visto il suo atteggiamento online, una persona diversa: composta, seriosa, molto sicura di sé. Invece quando l’ho avuto davanti mi sono reso conto che è una persona molto impacciata. Forse anche un po’ per l’imbarazzo di trovarsi di fronte qualcuno che non si conosce, anche se credo che caratterialmente sia proprio una persona molto timida.

Anni fa – era il 2014 – partecipai a un raduno di blogger di WordPress. Credo fossi nella stessa situazione sua se non davvero di più. Teso e impacciato e rigido come un’asse da stiro che ha ingoiato una scopa. Mi sono reso conto ieri di essere un po’ cambiato da allora; mi sono costruito negli anni un personaggio, autentico, perché non mi mostro diverso da quel che sono. Semplicemente mostro. Racconto aneddoti, per lo più sono sempre gli stessi che riciclo in diverse situazioni. Non cerco di stupire o impressionare ma semplicemente di usare questi discorsi – per lo più incentrati su viaggi e situazioni strane capitatemi o che ho notato – sono utili per aprire un canale di dialogo e togliere l’altro dall’imbarazzo di riempire un silenzio.

Mi sono sempre odiato per una sorta di inettitudine sociale che percepivo in me. E ancora oggi devo dire che mi sento un impedito nella gestione delle relazioni sociali. Ma conoscere le persone è qualcosa che oggi mi attira molto – seppur sono pur sempre un tipo diffidente o pronto a metter paletti – perché mi permette di conoscere di più me.

Non è che chi monta le macchinette del caffè debba ricordarsi la proprietà distributiva

Al lavoro. Vado nella zona dei distributori e noto che qualcuno ha dimenticato la chiavetta ricaricabile inserita. Il display lampeggia 2.16 €.

Non passa nessuno. Ho pensato che un caffè “offerto” ci sarebbe stato bene. Poi in fondo sono in credito con quella macchinetta. Un paio di volte mi ha fregato il denaro non elargendomi niente: in una occasione mi ha dato solo il bicchiere, nell’altra è andata in tilt. Senza contare di quando mi ha rifilato dell’acqua sporca perché la stronza non avverte che la miscela è esaurita.

L’equilibrio cosmico distributivo andava un attimo chiarito e rimesso in pari.

Tutto questo l’ho pensato in una frazione di secondo, nel frattempo avevo già rimosso la chiavetta, che ho portato in reception affinché la restituissero a chi l’avesse reclamata. Ho preso il mio solito ginseng macchiato – ho scoperto la macchinetta ne fa uno buono – a spese ovviamente mie e non altrui.

Tornando verso il mio edificio l’accaduto mi ha innescato delle riflessioni. Mi sono chiesto: è davvero buona e onesta una persona che ha pensieri truffaldini/maligni seppur poi non li mette in pratica?

Ho concluso che, alla fine, la via giusta non quella di ignorare il male o vivere fingendo che non esista ma riconoscerlo, venirne anche a contatto ma scegliere ogni volta di farne a meno.

Mi sembra ci fu un tizio una volta che andò nel deserto 40 giorni a parlare con un povero diavolo che lo tentava ma lui non gli diede ascolto.

Io però al secondo giorno consecutivo di chiavetta abbandonata avverto che cedo, eh.

Non è che pensi di vivere inchiodato a un muro perché ti senti un fissato

Posso ritenermi contento di vivere una vita tutto sommato senza preoccupazioni e, in effetti, esternamente sembro tale.

Eppure ci sono momenti, quando mi trovo da solo, che sono assalito da inquietudini varie. Vorrei delineare la classica immagine dei pensieri che arrivano quando sei a letto e spegni la luce, in realtà molto spesso dopo aver spento la luce prendo sonno e basta.

Ultimamente va detto che invece i pensieri vengono a trovarmi tra le 2 e le 3 di notte durante un risveglio notturno. Probabilmente rincasano in quel momento da chissà quale bisboccia, festino o evento e hanno ancora la scimmia addosso che svegliano me e mi tengono 1-2 ore con gli occhi spalancati.

A parte questo, le inquietudini mi prendono durante il giorno in momenti di attività ad attenzione delocalizzata.


Chiamo attività ad attenzione delocalizzata quelle in cui non c’è bisogno di profondere chissà quale concentrazione, in quanto il cervello le ha delocalizzate ad aree non a nostro diretto controllo, permettendoci di svolgerle in modalità automatica. Esempi possono essere lavarsi i denti, guidare un mezzo, lavare i piatti, ecc.


Ci sono cose che mi spaventano. Come il fatto che il tempo scorra sempre e solo in una direzione. Ammesso che il tempo esista. Chiamiamo tempo solo il fatto che vediamo le cose crescere, invecchiare, morire. In pratica identifichiamo il tempo con lo strumento che lo misura: la vita.

Penso che ogni giorno i miei genitori invecchiano e io non posso farci nulla. Penso che sono figlio unico e un giorno avranno bisogno di me e non potrò trovarmi lontano. Penso che cosa potrebbe succedere se io mi ritrovassi invece in quel momento ad aver bisogno di loro perché non ho un lavoro fisso, non ho una casa fissa, non ho un telefono fisso e sarò ancora pieno di fisse. E anche se nessuno me lo dirà io penserò che sarà colpa mia.

Penso che questi sono i problemi che si pongono tante altre persone e penso allora come si possa sopravvivere tenendosi tutto dentro di sé perché “Eh sì, mò è arrivato lui, il signorino dice di avere dei problemi!” e io non voglio sembrare Signorino anche perché non sono più Young e non ho intenzione di riempirmi di scritte in faccia.

Penso che ancora non ho capito chi sono, se sono una brutta persona o meno. Non credo di esserlo, eppure delle volte mi sembra di recitare soltanto il ruolo dell’educato e gentile e mi sento insofferente, come un attore di una serie tv prorogata all’ennesima stagione che accetta di interpretare la parte solo in cambio di un aumento del cachet.

Io mi accontenterei di un cachet, ogni tanto. In blister monouso.

Non è che puoi mettere in freezer i tuoi impegni per rispettare le scadenze

La spesa è un’attività a gestione complicata. Almeno per me. Non sono mai riuscito ad arrivare al livello pro di quelli che riescono, costantemente, a fare uno spesone grande per rifornirsi del necessario. A volte mi riesce, altre no e mi sono trovato certe volte ad andare tutti i giorni al supermercato perché mi mancava sempre qualcosa.

I motivi sono diversi. Il primo è legato alle capacità di stoccaggio delle case in cui ho abitato, compreso questa attuale. O avevo frigoriferi e dispense poco capiente, o comunque spazi di condivisione ridotti.

La seconda questione è legata alle dimensioni della sporta che mi porto dietro, quindi la spesa va misurata su quelle dimensioni (un cesto da supermercato per intenderci). Il carrellino da signora l’ho sempre guardato a una certa distanza, anche se, debbo dire, ne ho visti alcuni di recente che hanno un design alquanto moderno e giovanile e non più quella fantasia tartan da giacchetta del nonno di quelle che se ti strusciava addosso diventavi carico di energia elettrostatica e davi la scossa al gatto.

Le liste non le seguo, anche se ho sempre una serie di cose che non devono mancare mai (es., materiale per colazione, contorni), il resto varia in base alla fantasia e al periodo del mese (es., primo del mese = sushi e pesce in generale, fine mese = gallette di riso).

L’altro problema legato alla spesa è quello della conservazione: se compri una cosa fresca poi per due giorni devi mangiare solo quella per finirla perché ovviamente sei da solo. Basta una sera in cui esco, invitato all’ultimo momento, e il calendario alimenti deperibili salta così come il mio regime alimentare. Io infatti seguo la dieta delle scadenze. Non garantisco che si perda peso ma la sfida del cercare di non arrivare a quel momento di brivido nell’aprire il frigo e scoprire che ci si era dimenticati di far fuori qualcosa è un buon allenamento psicoattitudinale.


La questione sulla conservazione cibi ha delle soluzioni, tipo il congelamento o il cucinare le cose e poi farne porzioni da congelare. L’ho fatto per un periodo, il limite è costituito sempre dalle capacità di stoccaggio e dalla disponibilità dei tupperware che anche stasera mi sono dimenticato di comprare, ecco cosa ero uscito a fare.

 


Non è che ti metti a strofinare centri abbronzanti perché cerchi il Genio della lampada

Sono sceso giù questo fine settimana e mi è tornato il mal di stomaco. Forse è una cosa di origine nervosa. Oppure qui mangiamo veramente troppo. Ho trovato mio padre visibilmente molto ingrassato e la cosa mi ha fatto brutta impressione e dato pensiero, non lo vedevo giusto da tre settimane e mi chiedo come sia possibile aumentare così in tanto poco.

Sono sceso giù per fare un concorso, che ho smesso di preparare tre settimane fa. Pensavo di poter studiare la sera e al mattino presto come ho fatto qualche volta anni fa ma non ci sono riuscito. Forse lo trovavo troppo impegnativo o forse io non sono più quello di anni fa. Adesso dormire 4 ore una sola notte mi mette ko per le 48 ore successive. Ogni ora di sonno in meno rovina mezza giornata, è un utile calcolo da tenere in mente così so quando non devo prendere impegni.

Sono sceso giù prendendomi la giornata di lunedì dal lavoro, una cosa che avevo preannunciato questa estate alle risorse dis-umane – che mi avevano detto non ci fossero problemi – e che ho, con cortesia, rifatto presente il primo giorno e pare che io abbia chiesto un prestito di danaro per giocare le scommesse al Palio del papero (ho visto quest’estate dalle parti del Chianti lo striscione di una sagra paesana che preannunciava questo evento e mi è rimasto impresso). Dalla faccia che mi sono trovato di fronte sembra che io abbia chiesto una cosa sconveniente. Mi ricordo il mio insegnante di chitarra di fronte al mio imbarazzo quando mi chiedeva di improvvisare qualcosa di decente mi diceva “Gintoki, eddai, mica ti ho detto fammi vedere il pesce”. Ecco, idem, non ho mica chiesto di esibirmi i genitali. E avrei voluto aggiungere che io sono giusto un Co.co.co.dé, mi tenete qui per stare 5 mesi e poi bye e secondo voi non dovrei manco pensare al mio futuro più a lungo termine. Probabilmente non dovrei farlo in un giorno lavorativo, non c’è problema, io pago sempre i miei debiti, lo restituisco con gli interessi: prendetevi il mio tempo in cambio di quel giorno.

Poi ho visto che l’avevano già fatto, dando per scontata la mia presenza l’intero sabato successivo per un evento in cui dovrò lavorare (ma non facendo il lavoro indicato sul mio contratto). Non me l’hanno neanche chiesto, neanche per sondare se io avessi impegni: mettiamo io avessi avuto un appuntamento per lo sbiancamento anale proprio quel giorno. Però va bene così se è per essere di contributo e poi non devo fare sbiancamenti quindi mi ritengo libero.

Sono sceso giù, ho portato con me una borraccia con il logo dell’organizzazione, il ricavato aiuta anche qualcuno da qualche parte. Volevo farne un pensiero ma me l’hanno lasciata sul tappetino dell’auto. I tappetini hanno buoni pensieri. Volevo quindi gettarla in un fiume, tanto è di metallo quindi i pesci non inghiottiranno plastiche, al limite qualcuno un giorno mangerà pesce con più ferro che fa pure bene. Purtroppo qui non abbiamo fiumi, quindi ora la tengo e vorrei usarla per nascondermici, farmi piccolo come se io non mi ci sentissi già abbastanza e abitarla, come fossi un Genio. Il Genio della borraccia.

È un’idea proprio del cazzo. Quindi penso che sarò il Genio della sborraccia.

Non è che il barbiere mangi in bianco perché evita i pelati

Una delle principali preoccupazioni quando si cambia città, è una delle principali preoccupazioni di alcune persone.

Mi riferisco a trovare un barbiere di fiducia.

Non è facile cambiar barbiere come si cambia banco salumeria. Stiamo parlando del farsi mettere le mani in testa da un estraneo.

Ho usato un metodo scientifico. Ne ho cercato uno su Google Maps nella mia zona. Ne ho trovato uno dal nome internazionale, che mi richiamava alla mente una catena di barberia che avevo trovato a Budapest. Con Budapest non aveva niente a che fare, ma mi dava l’idea di poter essere adatto a uno come me, a qualunque tipologia io appartenga per definirmi uno come me.

Il prezzario di questo saloncino recitava: Taglio 25€, Rasato 15€. E poi via via con le altre opzioni per farsi radere o rifinire barba e baffi.

Ero conscio di trovarmi a Milano e non a casa mia dove il mio barbiere mi fa 8 euro e 50 per doppio shampoo, taglio e rifiniture, ma 25 mi sembrava un po’ troppo. Potevo risparmiare 10 euro rasandomi a zero, ma anche quella cifra per uscire niente più che pelato non mi entusiasmava.

Quindi ne ho cercato un altro. Ho lasciato perdere i nomi internazionali e sono andato da “Mario”. Il salone credo che la cosa più internazionale che avesse visto era la Terza Internazionale.

Mobilia anni ’70, tutta laccata marrone. Poltroncine di pelle. Lo spruzzino con la pompetta, che mi era familiare: era lo stesso spruzzino che aveva il barbiere da cui mi portava mio nonno quando ero piccolo. Nota: aveva 80 anni e il suo salone era rimasto agli anni ’50.

Questa atmosfera familiare mi ha convinto. Anche Mario: è una persona affabile e che ti mette a tuo agio.

La macchinetta che usa ha due sole modalità: non taglia, oppure taglia solo le punte. Lo sfumato rasato non sa cosa sia.

Gli ho chiesto se poteva tagliarmi la riga – visto che di solito porto la riga di lato rasata – e lui mi ha pettinato i capelli da un lato. Non ho insistito perché credo quindi che non sia pratico della cosa e ho pensato fosse meglio non fare esperimenti.

Ho pagato comunque 15€ ma almeno non sono uscito pelato (tranne che nel portafogli, forse)!

Non è che Milano sia una città a misura Duomo

Mi sono finalmente trasferito. L’emigrante con la valigia, non di cartone ma quasi. Il trolley mi ha trollato, anzi, trolleyato: le ruote si sono bloccate e ho dovuto trascinare strusciando l’asfalto 30 kg.

La mia stanza si affaccia su tanto verde: il cortile interno del condominio praticamente è un parco. Il mio coinquilino, nonché padrone di casa, un eccentrico professore delle medie, è amante delle piante. Ce ne sono persino in bagno: un rampicante fa da cornice allo specchio.

Forse la cosa è un po’ inquietante.

C’è anche un gatto:

69771620_10220225679097058_6355830344221982720_n

Non è del proprietario: è di una sua amica che gliel’ha affidato in custodia per 15 giorni mentre lei è in ferie.

Questo è ciò che lui mi disse il 26 luglio, quando venni a vedere la stanza.

Quindi o l’amica ha deciso di farsi più di un mese di vacanza e a questo punto vorrei conoscere una persona che può permetterselo oppure il gatto si è trovato così bene che non vuole più tornare a casa propria. Oppure l’amica non esiste, in realtà il gatto è del professore ma non vuole ammetterlo e si è inventato questa storia.

Il gatto ha subito legato con me, me lo ritrovo sempre nella stanza. O forse è legato alla stanza e io sono solo un ingombro per lui. Mi viene il dubbio quando me lo ritrovo sulla mia sedia. Sulla custodia del portatile. Sul portatile. Gli ho riservato una sedia e un cuscino. Cerco di fargli capire che se vuole stare si può far bastare quel posto. Finge di aver capito.

Sono andato in cerca di una piscina. Nel quartiere dove vivo ce ne sono diverse e mi sono preso un paio d’ore per visitarle e capire quale mi convenisse. Una di queste è all’interno di un centro fitness-wellness-benesseress-tifacciamofess. Non quello della catena multinazionale dell’altra volta. Il principio di funzionamento però è lo stesso. Se alla reception chiedi informazioni, ti mandano da un’assistente personale piazzata in un loculo tipo consulente bancario. Mi ha spiegato come funziona il centro. Alla parola “ti verrà assegnato un life coach” ho finto di aver dimenticato il pollo nel forno e sono scappato, al grido di “Magari ci penso e ritorno”.

Ho fatto l’abbonamento al bike sharing di Mobike. In due giorni secondo l’app ho percorso 25km solo girando il centro. Una quindicina di questi 25 km sono stati giri inutili perché avevo sbagliato strada. Ho un buon senso dell’orientamento, nel senso che se prendo un punto di riferimento so poi direzionarmi tra i punti cardinali. Ma sono anche il tipo che vede una strada che sembra promettente e dice “Andiamo, tanto sbucherà da qualche parte”. Poi apri Google Maps e scopri che ti sei allontanato di 2km dalla tua meta.

Ma anche questo è un modo per conoscere una città.

Una città in cui, tradizione voleva, i palazzi non devono essere più alti della madonnina del Duomo. Poi hanno iniziato a costruire i grattacieli e, per rispettare la tradizione, hanno cominciato a porre delle madonne sulla cima di questi palazzi. O è sempre la stessa statua che passano da uno all’altro, non ho compreso.

Comunque fu così che Milano non fu più a misura…Duomo.

Non è che se uno è nervoso mentre gioca ai videogiochi rischi di perdere il controller

Novità. Ho una stanza a Milano. L’ho trovata in un paio di giorni di giri. La zona mi piace. La prima cosa che ho fatto per valutare l’area è controllare quante farmacie avesse nei dintorni e a che distanza.


Per la cronaca: ce ne sono 5 nel raggio di 500 metri.


Non ho un problema di ansia o ipocondria. Si tratta semplicemente di essere previdenti. So che quando arriverà l’inverno mi serviranno: sciroppo per la tosse, propoli e spray nasali. Non mi sento tranquillo se non li ho in casa.

Ma non ho un problema.

Non è vero, io ho un problema.

Si dice che il primo passo sia riconoscere il problema. Ma io non lo vorrei riconoscere. Vorrei passargli davanti per strada senza salutarlo e senza sapere chi sia.

Il mio problema è che devo sempre avere tutte le opzioni sotto controllo. La mancanza di quest’ultimo mi mette agitazione.

Una persona l’altro giorno mi parlava della differenza tra il trovarsi in uno stato di calma e in uno stato di controllo. Non coglievo il nocciolo del discorso perché per me i due stati coincidono. Sono calmo se controllo. Qualcuno potrebbe obiettare che non si è calmi se si è sempre vigili a scandagliare i dintorni. Torno al punto di partenza: non comprendo il discorso perché non so cosa voglia dire. Avrò sperimentato poche volte la calma senza controllo.

Che poi alla fine è solo un auto-inganno. Basterebbe pensare a tutte le cose che comunemente svolgo senza valutare di averne padronanza o meno. È una sorta di attenzione selettiva. Laddove so che non posso controllare tutto, smetto di preoccuparmene. Dove invece ci sono delle variabili che posso esaminare cerco di valutarle tutto, di modo che io non debba avere di che rammaricarmi con me stesso per non aver analizzato quando avevo possibilità di farlo.

Anche perché poi salta sempre fuori qualcuno a dirti Potevi pensarci prima.

È vero. Potevo pensarci prima di parlare dei casi miei con costui.