Non è che ti serva un sarto per metterti alla prova in altre vesti

Quando bisogna nuotare a delfino, l’istruttore, con sarcasmo e umorismo del tutto personali, ripete sempre che la cosa importante di questo stile è il movimento di bacino. Lo dice mentre mima delle spinte pelviche, alludendo che noi allievi siamo poco allenati in questo tipo di movimento.

Non ha mai fatto ridere. Spero sempre che dopo un tot di volte ci strappi un sorriso per dargli una soddisfazione. Forse è per questo che lo dice sempre.

Si è imprigionato in un ruolo, quello del simpatico, che egli stesso si è creato. Non è più lui a produrre la battuta, è la battuta che produce lui.

Il fenomeno della spersonalizzazione del parlante lo noto soprattutto nei romanzi. Ci sono libri, anche scritti molto bene, in cui i personaggi conversano in un modo del tutto irreale, che non attribuiresti a persone con quelle caratteristiche, in quel contesto, con quei tratti culturali. Ti rendi conto allora di non ascoltare più la voce del personaggio che sta parlando, ma una voce astratta che diventa uguale per tutti.

Ad esempio, immaginiamo due trentenni che convivono. Lui rientra a casa con le buste della spesa:

– Ti sei ricordato di prendere l’Anitra WC?
– Lo sapevo…me ne sono dimenticato…la mia solita memoria!
– La dimenticanza è sempre un brutto demone. Spesso fingiamo di non ricordare quel che ci arreca dolore, lo seppelliamo nella soffitta della mente e non ci pensiamo più. Ci abituiamo allora a dimenticare. Solo che quando qualcuno arriva a rovistare nelle nostre vite temiamo che ci metta a soqquadro e tiri fuori quel che abbiamo nascosto. Questa è la condanna delle relazioni tra esseri umani.

Il nonsense qui sopra potrebbe benissimo comparire in un qualsiasi romanzo che soffre dell’artificiosità dei discorsi  (il “romanzese”, di cui parlavo anche in un altro post) cui accennavo sopra. Quando mi imbatto in una cosa del genere non riesco più a visualizzare i protagonisti del libro. Vedo solo delle figure, dei manichini, che portano in giro sofismi che non gli appartengono ma che gli ha messo in bocca l’autore.

Anche nella realtà vedo spesso persone che sembrano cucite dentro una veste che li porta in giro. Non fanno sofismi (purtroppo o per fortuna) ma più che altro sembrano degli Edgar-abiti (cit.) ambulanti.

Io che abito ho non l’ho capito molto bene. Preferisco non pormi la questione dei vestiti che indosso.

Letteralmente.

L’altro giorno, tornato a casa, mentre toglievo le scarpe mi sono reso conto che sono uscito con indosso un calzino che sul tallone aveva ceduto. Un tempo mi sarei vergognato di ciò, per il pensiero che se mi fosse successo qualcosa e in ospedale mi avessero tolto le scarpe avrebbero visto che giro col calzino bucato. Un’atavica, vecchia, paura materna: più dell’incidente poté il disonore.

Madre ricordo quando mi invitava a sistemarmi prima di uscire diceva «Sennò la gente dice questo la madre come lo fa uscir di casa?». L’onta del giudizio altrui che ricade sulla famiglia intera, da evitare in modo assoluto!

Questi sono i discorsi reali!

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Non è che per ottimizzare la concentrazione serva un chimico

Oggi sono stato in una scuola dove le maestre lamentavano che i bambini avessero deficit di attenzione. E anche una certa “lentezza” nell’afferrare i concetti. “Non sono abituati a pensare”, dicevano. In effetti debbo dire che ho trovato più ricettivi i bambini di prima elementare della scuola delle suore (vedasi post) di un paesino dimenticato dall’igiene orale che quelli di V di oggi di un’altra scuola di un’altra città. Forse è l’educazione delle suore: la presa di coscienza imposta a 6 anni di meritarsi una vita di sofferenze e sacrifici (parole loro: mi ricordo la mia insegnante di religione che a 8 anni ci disse che Gesù era già arrabbiato con noi per tutte le cose che avremmo fatto nel resto della nostra vita) forse apre la mente. O forse sono le punizioni corporali. Saranno degli attentissimi serial killer, da adulti. Scherzo.

Io li capisco i bambini distratti. Io stesso quando uno mi parla vago con la mente. Però col tempo mi sono abituato. Riesco ad ascoltare il mio interlocutore e contemporaneamente a seguire un altro discorso nella mia testa. È solo questione di allenamento: io la chiamo attenzione simultanea in parallelo.

Ho iniziato a dare una definizione a tutti quelli che sono atteggiamenti o azioni che si potrebbero considerare da correggere o censurare per ridurne la percezione negativa.

Quand’ero più giovane “un mio amico” modificava le proprie console per giocare con materiale pirata. Ma quella non era pirateria. Era ingegneria software per nuove fruibilità nell’intrattenimento videoludico.

A proposito di fruizione: vi è mai capitato, a tavola durante una cena fuori, che ordiniate delle patatine fritte e che nessun altro le volesse, salvo poi, a porzione arrivata, vedervele portar via da mani golose? Bene, quella improvvida sottrazione è in realtà un atto di prevenzione dei rischi del colesterolo attuato nei vostri confronti. Ringraziate.

Imprecare quanto qualcosa gira male o quando urtate il famoso mignolo sul famoso spigolo o il famoso gomito sul famoso schienale della sedia ecc (tutte quelle cose che fa la vostra casa per picchiarvi) per sentirsi meglio è una catarsi interiore attraverso la forza delle parole.

Adesso vado a incrementare il mio apporto giornaliero di cereali. Cioè a bere una birra.

Non è che sei uno specialista di antifurti perché allarmi

Ogni persona ha delle piccole paranoie legate al vivere quotidiano. O almeno è quello che mi racconto per convincermi, per sentirmi meno strano. Una delle preoccupazioni più forti che avverto è quella di essere scambiato per un malintenzionato.

Ad esempio, per il progetto che in questo periodo sto seguendo mi trovo a frequentare le scuole.


Molti adulti dovrebbero tornare a frequentare le scuole, ma questo è un altro discorso.


Ogni volta che metto piede in un istituto scolastico penso che il personale all’ingresso chiamerà la polizia, allarmato dall’arrivo di un estraneo sconosciuto.

Quando, invece, mi trovo a camminare per una strada dove non c’è nessuno a parte un’altra persona, cerco di attuare una serie di strategie per rendere nota la mia presenza e mostrarmi innocuo. Innanzitutto tossisco: un malintenzionato arriverebbe alle spalle di soppiatto, invece, senza farsi notare. Magari poi cambio marciapiede. Uso il telefono. Mi fermo a guardare una vetrina.

Insomma compio tutta una serie di azioni che credo non facciano altro, invece, che farmi sembrare più sospetto. Stile investigatore da strapazzo che sta pedinando qualcuno. Manca solo il giornale finto.

Ci sono poi negozi in cui, quando giro tra gli scaffali per cercare qualcosa di interessante, temo di essere scambiato per uno che vuol taccheggiare. Però in quel caso forse non sono io a pormi il problema ma è il commesso asfissiante che tende a stare appollaiato alla spalla del cliente (l’unico presente), nella speranza che questo compri qualcosa.

L’unico risultato, invece, è infastidirmi è spingermi ad andarmene e non tornare mai più.

Non so da dove si origino in me simili fissazioni. Forse tendo ad assorbire troppo la sovra-rappresentazione negativa del mondo che ci circonda. Invece di trovarmi dalla parte di chi ne è spaventato, mi trovo dalla parte di chi ha timore di essere scambiato per lo “spaventatore”.

O lo spaventapasseri.

Non è che il ciclista piromane bruci le tappe

C’era quella sera la gara olimpica di ciclismo su strada. Vincenzo Nibali era in fuga ma a una decina di km dall’arrivo cadde e si ruppe la clavicola. Il ciclismo è lo sport più infame di tutti. La beffa ti può cogliere in qualunque momento. Qualcuno può dire che è così in tutti gli sport; può accadere lo stesso con un tiro da 3 punti sulla sirena o con un rigore al 90°. Non è proprio la stessa cosa. Il ciclismo non è altro che un lento tormento, senza sosta. Se a questo aggiungi la beffa finale, comprendi quanto sia una disciplina proprio infame. C’è un aneddoto, molto noto, su Marco Pantani. Un giorno Gianni Mura gli chiese perché andasse così forte in salita. Lui rispose: «Per abbreviare la mia agonia».

Stavo seguendo la gara di ciclismo sul telefono, prima di andare al cinema. Era un’estate molto calda. Mi ricordo che anche il movimento del respiro mi faceva sudare. Il cinema era all’aperto, in un parco, in altura. All’afa però tutto ciò sembrava non importare e ti si adagiava addosso lo stesso come quando tagli un pezzo di scotch sul bordo di un tavolo, col risultato che si piega e attacca di sotto e non lo stacchi più.

In quell’estate intera non si respirava per niente. C’era afa una domenica pomeriggio a Bologna. E io avevo una t-shirt con una camicia a maniche corte sopra. Stretta. Praticamente mi stavo causando la morte per auto-soffocamento.

Faceva caldo poi a Ferrara, dove ero in piazza Castello per un concerto. Avevo trovato una postazione laterale con ottima visuale, comoda anche per appoggiarmi perché c’era una nicchia in un muro. Accanto però c’era un bidone dell’immondizia che, nel corso dello spettacolo, fu riempito fino a traboccare. Dovevo scegliere tra la comodità della nicchia (e l’essere sommerso dai rifiuti o peggio, essere scambiato anche io per un’immondizia) e il trovarmi un’altra sistemazione. Scelsi la prima, per pigrizia.

Sono sempre stato abbastanza pigro. Mi lancio nelle cose, volo di qua, atterro di là, corro di su, precipito di giù, mi infilo in situazioni scomode, ma poi cerco sempre di trovare una nicchia per riposarmi. Nel ciclismo sarei quello che va in fuga ma poi “succhia la ruota”. Succhiare la ruota nel gergo vuol dire mettersi dietro agli altri, per faticare di meno. Stare alla ruota di qualcuno, infatti, riduce la resistenza dell’aria e la fatica.

Di quell’estate ricordo che ero tornato la prima volta dall’Ungheria. Pensavo che, professionalmente, sarei stato apprezzato per i miei trascorsi. Invece ritornai poi a Budapest perché qui non trovavo niente.

Ora sto pensando di tornare per la terza volta in Ungheria, se non vanno in porto, anzi al traguardo, delle cose.

La vita è fatta di scatti e controscatti, di fughe e arresti.

Proprio come una gara di ciclismo.

Non è che al fotografo non bisogna dargli Korda

Ho conservata la tessera di un’edizione di un film festival di Bologna. Ricordo andai a vedere un documentario sulla nota foto del Che scattata da Alberto Korda e la sua successiva evoluzione come icona. Mi trovavo nella Turrita di passaggio, mi ero fermato da un amico dopo essere stato a Firenze. Ero andato a consultare un libro per completare la tesi triennale. Era l’unica copia esistente in Italia e l’avevo trovata.

A quel tempo ero ancora ingenuo. Non che io ora sia un’aquila, una volpe o qualunque altro animale cui vengono attribuite caratteristiche umane. Pensavo però che il mio lavoro di ricerca sarebbe stato riconosciuto e apprezzato. Invece il mio relatore neanche lesse la tesi. L’assistente che mi seguiva mi congedò con un “Ah bene”.

Non mi ricordo più chi fossi, all’epoca. Cosa volevo, cosa cercavo, cosa desideravo. Sono diventato ciò che mi aspettavo? Di certo, no. Attualmente cambio aspettative e direzioni di mese in mese: figuriamoci preventivare tutto ciò vari anni fa.

Era la prima volta che prendevo l’alta velocità. Ricordo mi si tapparono le orecchie e mi venne la nausea. Era anche la prima volta che facevo un lavoro del genere, di ricerca e ricostruzione di dati e storie. Forse per questo mi sembrava qualcosa di grandioso. Mi sono sempre sentito un po’ in ritardo rispetto agli altri nel fare le cose.

La tessera del film festival, col suo laccetto, la tengo appesa al mobile porta-cose che tengo vicino al letto. Vorrei dire che mi ricorda qualcosa, mi serve come memoria di chi ero, eccetera eccetera. In realtà no. Mi piace soltanto la sua grafica.

Non è che il barbiere che ti rade male faccia una figura barbina

Tra gli accorgimenti e le attenzioni che metto in atto per contrastare la gastrite c’è quello di dire no al caffè. Non è un gran problema perché non ne sono mai stato un gran bevitore, inoltre non ne sento il bisogno per svegliarmi. Come surrogato sono passato all’orzo. E devo dire che il caffè d’orzo fa proprio schifo. A parte in qualche bar dove invece è più che accettabile. Così sto facendo un censimento mentale dei posti dove posso berlo senza disgusto: potrei magari sviluppare un’app alla fine, un Orzoadvisor.

Ieri ero al bancone di un bar, attendendo la mia tazzina. Prendo una bustina di zucchero, la agito con aria altera e…questa mi vola via dalle dita. Con circospezione mi guardo intorno fischiettando sperando che nessuno mi abbia visto e ne pesco un’altra.

Purtroppo non riesco ad avere la nonchalance di chi compie ogni gesto in maniera precisa, efficace, deciso e senza sbavature. Ad esempio come l’uomo d’affari in questo video


Il video è tratto da Playtime – Tempo di divertimento di Jacques Tati. Un film che caldamente consiglio di vedere.


Io inciampo, urto, faccio cadere, divelgo, perdo.

Questo però mi ha permesso di sviluppare quella che chiamerei “disinvoltura di ritorno”. Constatato che mi è impossibile fare le cose senza compiere qualche atto goffo, ho consolidato in me la noncuranza del lasciar scorrere via.

Esempio. Una volta passeggiavo, di sera, con un gruppo di persone. Il marciapiede era delimitato da una linea di paletti di ghisa, sormontati da una graziosa sfera del medesimo materiale dalle dimensioni di una palla da baseball, posizionata giusto ad altezza ginocchio umano.

Caso ha voluto che il mio di ginocchio incontrasse la suddetta sfera in maniera alquanto violenta.

Invece però di contorcermi a terra in preda al dolore, con le mani in faccia come un calciatore cui hanno tirato la maglia – non fatelo mai a casa, tirare la maglia può causare danni gravissimi al corpo umano, loro sono atleti e per questo riescono a reggere il trauma – al momento dell’impatto ho finto di fermarmi, con l’aria concentrata e lo sguardo rivolto in alto, come se mi fossi all’improvviso ricordato di un mio commilitone in Cappadocia.

Dentro di me stavo morendo e desideravo una fiala di morfina, ma all’esterno ho ostentato tutta la disinvoltura di questo mondo.

Il disinvolto di ritorno ha un potere che il disinvolto generico non ha: questi come reagirebbe a un evento tanto imprevisto da mettere in crisi la sua nonchalance? Non saprebbe cosa fare! Il disinvolto di ritorno sa sempre come rimediare a una figuraccia, invece. Anche a costo di fingere che stava di proposito affondando con l’intera scarpa in una pozzanghera: voleva testare l’idrorepellenza della calzatura.

Rivelo comunque un segreto. Nell’intimo di quattro mura mi lascio anche io andare e metto da parte la mia disinvoltura di ritorno.

Ad esempio, l’altro giorno ero a casa. Ho estratto dalla tasca un fazzoletto di carta, senza neanche tirare fuori il pacchetto. Un gesto ampio, secco, la mano che sale in alto e, poi, con un colpo di polso si abbassa per spiegare il fazzoletto in un gesto continuo, morbido ma deciso. Il fazzoletto si spiega e mi finisce con un angolo in un occhio.

Mi sono messo le mani in faccia rotolandomi per terra chiedendo un calcio di rigore.

Non è che ti serva il navigatore per cercare la tua strada

Si avvicina la data del matrimonio del mio amico e io penso soltanto a due cose: il vestito e la busta. Che sommate mi danno SPESA. Anzi, GROSSA SPESA. Lo so che sembra un discorso gretto, ma ultimamente sono molto sensibile al tema della povertà. La mia. Attendo il momento per svoltare, come dicevano i giovani. Non lo attendo mani in mano, direi anzi che mi sto dando ben da fare. Ho solo l’ansia che una volta svoltato io possa trovare:

  • la via bloccata
  • una strada senza uscita
  • una brutta strada
  • un posto di blocco (nel caso decida per svoltare verso attività illecite)

Al matrimonio non sarà presente un altro mio amico. L’amico che si sposa mi ha detto che non ha pensato a invitarlo perché non è che poi negli anni ci sia stato chissà quale rapporto. Avevo quasi pensato di chiedergli di invitarlo, poi mi son detto che il matrimonio è il suo e non ho mica diritto a dire chi deve invitare e forse sarebbe stato anche poco rispettoso. Il non-invitato però si aspetta di esserci e temo il momento in cui dovrò essere io a dire che è un non-invitato. E più passa il tempo da quando ho saputo che fosse un non-invitato e più mi sento in colpa senza neanche aver capito per cosa in concreto.

Ho già parlato della mia attenzione verso la povertà. Purtroppo sono sempre stato molto distratto e incline a perderla, l’attenzione. Così se ho un surplus di denaro in tasca mi trovo a spenderlo. Ma vuoi mettere avere degli occhialini da nuoto specchiati? O un balsamo da barba al profumo di foresta canadese? Che io neanche ci sono mai stato e per quanto ne so quello che ho nel barattolo potrebbe essere profumo di Vergate sul Membro al tramonto.

Mi occupo anche della povertà in generale, quella seria di cui dovremmo preoccuparci tutti. Una insegnante mi ha fatto i complimenti «…per quello che fate. Meno male ci siete voi che li aiutate, così non vengono qua in Italia». Cara maestra, non è proprio così il concetto, sarebbe un po’ più lungo ed elaborato.

Missing the Point

In piscina, stasera, mentre sfoggiavo i miei nuovi occhialini specchiati che mi facevano sembrare un moscone, sono stato agganciato da IL FISSATO. È uno che si cronometra anche il tempo della minzione, stressa il figlio perché si muova a insaponarsi e racconta agli altri – cui non gliene può fregar di meno – dei km di corsa che fa a settimana. Io avevo appena messo il piede sulla scaletta per uscire dalla vasca, boccheggiando. Neanche il tempo di emergere dall’acqua che lui mi fa

– Senti, per andare più veloce che devo fare?

Io lo guardo perché penso mi voglia prendere per i fondelli. Non è che io sia proprio un sirenetto. La butto sull’ironia

– E lo chiedi a me?!
– Sì sì ti vedo veloce

Sconvolto dalla responsabilità che mi sta dando, provo ad azzardare una risposta tecnica. È una questione di scorrevolezza, è quel che vorrei dirgli.

– È una questione di SCIOGLIEVOLEZZA.

È ciò che ho detto. Sarà stata la carenza di ossigeno nel cervello o la cronica mia goffaggine sociale.

Adesso me lo immagino in un negozio Lindt alla ricerca della mitica scioglievolezza del Lindor.

Se è porno tolgo:

Non è che il proprietario dell’azienda di fazzoletti sia proprio in grado di controllare il Tempo

Tendo spesso a fare il quadro della situazione. Ma non so dipingere. Ho investito la mia esistenza, dando forse in pegno anche eventuali successive vite, a cercare di acquisire quante più informazioni possibili per ottenere il quadro ogni volta. Avere il controllo.

Una cosa impossibile, com’è intuibile: esistono le variabili, gli imprevisti. Esistono le persone: non si può sapere cosa pensino. Questa è una delle mie più grandi fonti di disperazione. Il fatto di non sapere cosa pensi qualcuno di me o di qualcosa che riguarda me mi mette agitazione, ansia, nervosismo e tante altre cose su cui mi fermo qui perché non ho il dizionario sinonimi sottomano.

Sono conscio sia un bene non essere a conoscenza dei pensieri altrui. Sono anche convinto che però farebbe comodo, in certi casi. Quantomeno per non avere rimpianti.

Non ho mai confessato i miei ‘peccato’. Peccato sia andata male. Peccato che non abbia vinto. Peccato non ce l’abbia fatta.

Ho una lista di ‘peccato’ che non emenderò mai: li porto con me, esistono come se stessero accadendo in questo momento. E forse è così. Siamo abituati a concepire il tempo come unidirezionale. Perché mai? Perché vediamo l’acqua da un fiume andare al mare e non viceversa? Perché gli orologi vanno solo in un senso e non al contrario?Potrebbe essere soltanto la nostra percezione. Magari il tempo non esiste: passato, presente e futuro vivono nello stesso istante, uno dentro l’altro attorcigliati senza inizio né fine come in un disegno di Escher.

Nella mia mente, almeno, è così.

Ho immagini di me seduto all’ultimo banco, sulla sinistra accanto la finestra, in prima elementare, mentre sono impegnato nel mio primo colloquio di lavoro con una che vuole mandarmi a suonare i citofoni per vendere polizze sulla vita, andando in giro sulla mountain bike nuova del mio 13esimo compleanno, bicicletta che ho sfasciato soltanto 6 mesi dopo quel compleanno venendo investito da una Panda rossa, ma era colpa mia, ero troppo distratto dall’aver dato il mio ultimo esame all’università, che mi aveva dato un senso di euforia tale che ho chiesto cosa ci fosse mai in quella canna e mi hanno risposto sempre lo stesso, la differenza è che in quel momento a 17 anni avevo capito come aspirare.

Tutti questi momenti insistono e sussistono insieme, e, seppure persone, cose, edifici, in realtà non esistono (perché non ci sono più o perché sono cambiate nel frattempo), se io focalizzo l’attenzione nel mio ricordo, le vedo animarsi e/o ricostruirsi.

A volte mi sembra di sentire ancora la voce di mia nonna. È un’allucinazione uditiva. Una pareidolia: era qualcuno che parlava e il suono mi era sembrato somigliante a. Così come quando, accovacciato per muovere un cavo dietro al PC, con la coda dell’occhio sinistro mi sembra di vedere la gatta che dalla cuccia si alza per venire a poggiare le zampe anteriori sul mio ginocchio. Questa non è manco un’allucinazione perché più che altro è un’aspettativa di ricordo. Poi mi dico «Ah già» e svanisce.

O forse è la mia testa che sta svanendo.

Non è che al compito di greco tu possa tradurre la tua versione dei fatti

Ho messo in vendita sui siti specializzati alcuni manga che ho da anni e di cui intendo liberarmi. Mentre pensavo ai fiumi di danaro che queste transazioni mi frutteranno, mi è tornato in mente un episodio di quando ero in V Ginnasio (vù ghinnasio).

Per il compito in classe di greco ci fu assegnata una versione in cui il protagonista, un pastore, proprio come me oggi immaginava i lauti guadagni che le vendite dei suoi prodotti gli avrebbero fruttato.

Quella versione mi andò malissimo e fu il punto più basso della mia carriera di traduttore. Verbi che non combaciavano, costrutti che non si costruivano…un passo mi è rimasto impresso in modo particolare. La traduzione corretta sarebbe stata «[…] venderò burro e miele e comprerò dieci capre». Questi erano i sogni del pastore.

La mia interpretazione invece fu «[…] abiterò in burro e miele e parlerò a dieci capre».

La professoressa mi consegnò il compito col voto senza smettere di ridermi in faccia.

Quando avevo consegnato la versione tradotta ero conscio che non avesse un senso apparente ma avevo anche pensato che il testo potesse intendersi in senso figurato. Magari, in una prospettiva davidlynchiana, il pastore – che faceva questi ragionamenti in uno stadio pre-onirico – era entrato in una dimensione del pensiero dove reale e surreale si fondevano.

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“Senso? Dove stiamo andando non abbiamo bisogno di avere un senso!”

Ahimè dall’ilarità della docente si deduce che tutto questo non fu compreso, complice la scuola di oggi che tende all’omogolazione culturale e alla standardizzazione del ragionamento. All’epoca non avevo gli strumenti per difendermi, oggi, che ho più coscienza nell’aver fiducia nell’irrazionale, non ho più l’età scolare.

Chi ha pane non ha i denti, chi ha le capre non può parlarci!

Non di rado capita di imbattersi in affermazioni surreali come la mia traduzione; penso ai tunnel CERN-Gran Sasso o al tunnel del Brennero, per non parlare delle manine magiche che fanno apparire e sparire emendamenti.

Senza andare a scomodare le personalità politiche, è la gente comune che molto spesso prorompe in affermazioni surreali. Come quell’amico dei miei genitori, che alla loro affermazione “Siamo andati in montagna a prendere un mezzo capretto” lui replicò, con tutta l’innocenza di questo mondo, “Vivo?”.

Alla fine è sempre una questione di capre.

Non è che il medico ti consigli di dire sempre ciao perché è salutare

Mi sveglio. Accedo a YouTube. Metto qualcosa di vario. A un certo punto parte una canzone di un vecchio gruppo ska/punk. Faccio su e giù con la testa. Mi si incricca un nervo 15 centimetri sotto la nuca. Ora sto piegato come Andreotti.

Bisogna capire che certe cose non ce le si può più permettere.

Far tardi la sera è una di queste. Arrivata mezzanotte, comincio a desiderare solo il letto. E inizio a odiare tutti quelli che ho intorno, che si frappongono tra me e il riposo.

Beninteso, dipende anche dal tipo di attività che si sta svolgendo in quella serata. Ma se, ad esempio, mi sono già concesso un paio d’ore di socialità, compagnia e chiacchiericcio, ritengo esaurita la mia funzione sociale e consumate le mie batterie.

Il periodo delle festività è molto logorante da questo punto di vista. Capita di uscire molto e vedere molta gente.

Una delle cose che mi mette in difficoltà sempre è come salutare, nel congedarsi, persone nuove che hai conosciuto in quell’occasione.

Se sono uomini, una stretta di mano va bene. Ma le donne? Una stretta di mano fa un po’ strano anche se non ne ho mai capito il motivo: chi ha deciso che stringere la mano non è adatto a salutare una donna?
Salutarsi col bacio sulle guance mi sembra però eccessivo tra persone appena incontrate, soprattutto se non ci si è mai scambiati una parola nel corso della serata.

Per risolvere il problema allora mi congedo da tutti quanti, vecchi amici e nuovi conoscenti, con un “ciao” accompagnato da un gesto ecumenico della mano, come il Papa che saluta i fedeli.

 E poi passo il tempo a chiedermi se sarò sembrato strano.

Ma mi sono anche reso conto che non me lo posso più permettere. Non di essere strano, ma di pensare di essermi comportato in tal modo.

Non è che prendi l’alcol etilico a dicembre per avere lo spirito natalizio

Non sono mai stato un tipo da spirito natalizio, nel senso più elevato e mistico. Ne ho sempre apprezzato la versione più prosaica, fatta di addobbi e luminarie. Si potrebbe aprire un dibattito sul consumismo di tutto ciò, ma ho lasciato le chiavi nell’altro cappotto quindi teniamolo chiuso. Se vogliamo, si può dire che se passiamo un anno intero a consumare a volte senza alcuna necessità contingente, quantomeno preferisco allora un qualcosa che sia in modo visivo allegro e festoso.

Il mio Natale invero non è mai stato così tanto consumista. Da bambino come regalo ho sempre ricevuto qualcosa di simbolico. Il ragionamento dei miei genitori era che se avessi ricevuto un grande e importante regalo il 25, poi per l’Epifania per forza di cose non avrei ricevuto chissà che. Ho sempre vissuto con la cultura del “giusto” e non dell’eccesso. Erano anche altri tempi, e questa è la classica frase per dire tutto e niente, per perpetuare una narrazione riconoscibile e per questo confortante. In realtà c’era benissimo chi faceva eccesso e non lo percepiva come tale; poi possiamo parlare dei bambini di oggi che in regalo ricevono un tablet mentre io ricevevo un calcio balilla junior. Venitemi però a dire che un calcio balilla sia più educativo: si finiva sempre a litigare o per un colpo non autorizzato o per aver approfittato di una distrazione o per non aver lanciato la palla in modo corretto o perché, mentre stai trasportando in giardino il biliardino, il tuo amico che lo trascinava avanti tira troppo e il campo si divide di netto lasciandoti con in mano un lato del campo con portiere e difensori che guardano attoniti i loro compagni rimasti dall’altra parte. Meglio quindi il tablet.

Dicevo, i regali importanti li ho sempre avuti il 6 gennaio.

A me questo ragionamento poco suonava giusto, in realtà. Dell’Epifania me ne è sempre importato poco. Il fatto che sancisse la fine delle vacanze lo rendeva un giorno da croce nera sul calendario. Avere un dono quel giorno non lo rendeva meno funereo: l’indomani riprendeva la scuola e quindi neanche potevi godertelo.

Poi c’era la calza, piena di dolci attacchi intestinali. I genitori che me la regalavano erano gli stessi che mi educavano a non cedere ai peccati di gola. Quindi finii col diventare schizzinoso verso le cosiddette schifezze. Non ho mai terminato una calza in vita mia. Nella credenza ci dovrebbero ancora essere delle monete di cioccolato ormai fuori corso. Le conservo come evenienza in caso di sommovimenti economico-monetari improvvisi nel nostro Paese: non si sa mai.

E voi mi volete dar del consumista?!

Non è che vuoi.

Quando frequento un nuovo ambiente tendo a crearmi una nicchia mentale di zona comfort focalizzandomi sulle persone che frequentano abitualmente quell’ambiente stesso. In parole povere: osservo quelli che mi sembrano simpatici e volta dopo volta che vivo quel contesto sento crescere un senso di rassicurante familiarità.


Una cosa simile mi è sempre capitata anche nel mondo virtuale, quando andavano di moda chat e forum. Mi affezionavo agli utenti abituali e mi dispiaceva quando non partecipavano più. Anche qui su WP lo stesso: la sparizione di bloggers storici (per me) mi dispiace assai.


Non è detto che io debba per forza legare con questi personaggi familiari. Con qualcuno posso scambiarci qualche chiacchiera, con qualcun altro un semplice saluto, con qualcun altro ancora posso non avere alcuna interazione.

Una di queste persone familiari è Roberto, un signore 55enne habitué della piscina (15 anni consecutivi!) dove sono iscritto.

Mi ha spiegato lui il trucchetto di pulire con lo shampoo gli occhialini da nuoto per non far appannare le lenti.

Non che fosse un così gran segreto, per chi era pratico. Io da neofita all’epoca cercavo ancora una soluzione alla mia cecità subacquea, sciacquando le lenti di continuo, sputandoci sopra, umiliandole verbalmente. Nulla funzionava. Allora una volta vidi il Signor Roberto impegnato nell’operazione di pulizia e siccome lui così a pelle mi ispirava fiducia dissi: “Scusi, ma…a che serve?”.

Abbiamo sempre scambiato qualche chiacchiera, da allora, prima e dopo la nuotata.

Quando gli raccontai dell’Islanda era già a conoscenza di qualche aneddoto sul luogo. Se ricordo bene un nipote vive lì.

Un metodico come me, Roberto: sempre in anticipo, per far le cose con calma. La piscina come una esperienza di relax, che comincia da prima ancora di entrare in acqua. È un rilassamento fatto di rituali: la routine cambiarsi-stretching-pulizia lenti-qualche battuta con Enzo l’istruttore, senza fretta alcuna.

Una persona pacata e serena.
In grado di scambiare qualche parola con chiunque. Non un tipo di quelli invadenti, che a tutti i costi vogliono attaccare bottone e raccontarti della loro terza ernia scrotale. Anzi, posso descriverlo come molto rispettoso degli spazi altrui.

A proposito di spazi, non ho mai capito perché quando arrivo nello spogliatoio devo sempre sistemarmi dove capita mentre lui trovava sempre libero il posto preferito.

Nelle ultime due-tre settimane non l’ho visto venire più in piscina.

Dapprima ho pensato a un caso episodico. Poi mi son detto fosse strano, per un metodico come lui. Forse si è ammalato, ho creduto. Anche se pure su quello debbo dire sia stato sempre scrupoloso: i tappi nelle orecchie per evitare l’otite, la fase dell’asciugarsi/rivestirsi lenta per non sudare/non uscire bagnato.

Poi mi sono preoccupato. Ho pensato forse aveva avuto problemi col diabete.

Entrando in confidenza mi aveva raccontato che ne soffriva, da una decina d’anni ormai. Stava sempre attento: usciva dall’acqua 5 minuti prima se si accorgeva di star sudando troppo (e quindi di star andando in ipoglicemia).

Sabato mattina mentre mi cambio sento parlare Carmine, un altro signore familiare e che ultimamente vedevo poco causa turni diversi.

– Lo vedo là di fronte Roberto, mi sembra che ce l’ho davanti

fa rivolto a Enzo

– Mi sembra che ce l’ho davanti agli occhi in questo momento, non ci posso pensare.

Ripete.

Mi inquieto. Mi avvicino e gli faccio:

– Scusa, è successo qualcosa a Roberto?
– Roberto? Roberto è morto. Martedì scorso.

Sono rimasto di merda.

Tornando a casa mi è venuto da piangere in auto.

Ci sono rimasto così male che mi chiedo se non sia una reazione esagerata. In fondo puoi dire che così è la vita. Puoi dire che era uno con cui parlavi giusto una mezz’ora scarsa per 3 volte la settimana. Puoi dire che era tutt’al più un conoscente, insomma.

Puoi.

Ma non è che vuoi.