Non è che per ristrutturare casa chiami Ivan Zaytsev perché come alza i muri lui nessuno

L’assistente dell’osteopata mi osserva mentre faccio gli esercizi di allungamento.

Per fare conversazione, mi chiede dei miei tatuaggi. Le parlo del Viandante che ho sull’avambraccio sinistro, che non conosce. Poi mi fa: «Ma tu hai fatto architettura, quindi?».

Ora, perché la passione per il quadro di Friedrich debba essere correlata agli studi in architettura, mi sfugge. Capisco che il primo anno in quella facoltà facciano storia dell’arte, ma non è proprio il primo collegamento che mi verrebbe in mente parlando di un quadro.

L’architetto è un soggetto particolare. Secondo me quello bravo unisce il senso pratico dell’ingegnere con la morbosità di un erotomane. Tu vedi una parete, lui la vede nuda e poi vestita in mille modi come piace solo a lui.

Dare carta bianca a un architetto è pericoloso: ci disegnerà sopra qualcosa che lo eccita.

Io starei cercando di modificare un po’ casa. Mi sono trasferito nell’appartamento che era dei nonni, inizialmente pensavo in via transitoria, poi i colori a zona e il lavoro da casa mi fanno pensare di restare qui.

La cosa più complicata è stata prendere le misure delle pareti con un metro pieghevole che ha ormai le giunture di un ottantenne. Infatti mi ritrovo dei centimetri che ballano tra una stanza e l’altra, e ogni centimetro balla poi una melodia diversa.

Stavo impazzendo quando tra cucina e soggiorno mi trovavo che la parete in comune da un lato era più corta di mezzo metro rispetto all’altra.

Poi ho scoperto che, anche se dall’esterno sono perfettamente in linea, all’interno una stanza è più corta dell’altra. L’ho comunque misurata un altro paio di volte in giorni diversi perché cominciavo a temere la casa fosse viva e mi stesse prendendo in giro.


A tal proposito, se volete un libro che vi farà venire l’inquietudine dello stare chiusi in casa, consiglio Casa di foglie, romanzo di Mark Z. Danielewski.


Prima di pensare di sistemare la casa attuale mi stavo un po’ guardando in giro. Ho visionato annunci e contattato agenzie.

Ci sono due tipi di agenzie immobiliari, mi sembra di aver capito:

– Quelle che contatti e sembra che tu stia dando loro fastidio, al che vorresti chiedere «Ma volete darla via questa casa o vi piace tenervela?»

– Quelle che contatti una volta e ti inizieranno a mandare proposte di continuo, molte delle quali fuori budget ma loro ci provano.

Poi ci sono gli annunci, alcuni dei quali sembrano avere senso dell’umorismo:

  • Centralissimo: un concetto molto vago. Da un punto di vista teorico, ogni punto in sé può essere un centro, basta tracciarvi intorno una circonferenza. Fa niente che all’interno di questa circonferenza ci siano solo terra e sterpaglie, un centro geometrico è un centro!

 

  • Solo persone referenziate: di certo prima di affittare una baracca in rovina uno vuole esser certo di darla a una persona affidabile.

 

  • A pochi passi da…: chi scrive così lo capisco, io ad esempio non ho problemi a spostarmi a piedi, ma ci sono persone per le quali fare 500mt a piedi è una cosa scocciante e ti romperanno le scatole dicendoti «Ma quanta strada mi fai fare?»; il concetto di pochi passi ha un valore molto relativo e varia da individuo a individuo. Però direi poniamoci un limite: sopra il chilometro, non sono affatto pochi passi.

 

Chissà che penserebbe il Viandante, se solo avesse studiato architettura!

Non è che serva essere musicisti per una nota di colore

Mi sono reso conto solo oggi che è parecchio che non salgo su un mezzo pubblico. Uno dei miei sport preferiti era osservare le persone. Chiedermi chi fossero e cosa facessero sulla base di qualche particolare.

A volte mi ispiravano un colore. Vedevo persone ‘nere’ o ‘blu’ o ‘rosa’ eccetera. In genere l’attribuzione del colore era sulla base dell’umore o del modo di porsi se chiacchieravano con qualcuno.

Le persone rosa, ad esempio, mi sembravano troppo svenevoli e stucchevoli nel loro parlare.

Le persone verdi non lo erano di rabbia, ma semplicemente neutre rispetto al mondo intorno. Quelle gialle caldo, paciose e rassicuranti.

Il viaggio su un mezzo, quando non avevo un libro con me, era accompagnato da tutta una fase di soliloqui interiori. Anche i miei monologhi mentali avevano un colore. In genere era legato al clima esterno, ma non sempre. Potevo avere pensieri positivi giallo-arancio anche con un temporale in corso, talvolta.

Il resto dipendeva anche dal contesto. A prescindere dal pensiero che avevo in quel momento, quello che mi spingeva mentre salivo o scendevo mi faceva vedere rosso. Che era il sangue che desideravo fargli scorrere dal naso.

Abbinare i colori alle persone mi fa venire in mente una filastrocca di Gianni Rodari che ci insegnò la maestra di italiano alle scuole elementari.

Io so i colori dei mestieri:
sono bianchi i panettieri,
s’alzano prima degli uccelli
e han farina nei capelli;
sono neri gli spazzacamini,
di sette colori son gli imbianchini;
gli operai dell’officina
hanno una bella tuta azzurrina,
hanno le mani sporche di grasso:
i fannulloni vanno a spasso,
non si sporcano un dito
ma il loro mestiere non è pulito.

Ho sempre trovato i colori un dato oggettivo, purché non si insistesse troppo sulle sfumature. Intendiamoci, in certi casi è utile essere precisi, mentre in altri distinguere un rosso carminio da un rosso cremisi o un blu petrolio da un blu anatra (ma poi le anatre non hanno la testa verde?) è una cosa di cui non me ne cale né tanto né poco.

Però a volte anche senza andare nel dettaglio dei pantoni non ci si trova d’accordo. Per me è rosso, per te è mattone. E va bene così, perché, parafrasando il bambino di Matrix che sosteneva di dover giungere alla verità, cioè che il cucchiaio non esiste, la realtà è che i colori non esistono.

Quindi, non esiste giallo, arancio o rosso.

Però secondo me il marrone sì.

Non è che in palestra ti serva un professore di geometria per allenare il trapezio

Durante il primo periodo di lockdown – ormai mi sembra chiaro si possa parlare di primo lockdown alludendo alla presenza di un secondo – facevo molto esercizio fisico a casa. Durante un allenamento con gli obliqui mi sono beccato – forse muovendomi in fretta o a freddo – una contrattura al trapezio molto dolorosa.

Da allora ho iniziato ad avere dolori alla base del collo, che comparivano sporadicamente e se ne andavano dopo qualche giorno.

L’altro giorno sono deciso ad andare da un osteopata, dopo mesi.

È stato come quando chiami un tecnico per un problema in casa o quando porti l’auto dal meccanico e quello comincia ad alzare sempre più la posta: «No ma questo è un danno almeno di 200, 300, 400 euro, se non 5-600».

Mi ha trovato un difetto di qua, uno di là, poi un quadricipite ha un diametro inferiore all’altro, poi l’appoggio dell’alluce ha questo, d’altronde la posizione della lingua dall’altro lato, ecc.

Gli ho detto «Ok, sono da buttare, quindi?».


Se uno ti fa un quadro della situazione in cui ogni parte di te o è storta o fuoriposto o ipotonica qualche dubbio ti viene. Io poi soffro della cosiddetta sindrome dell’impostore, che si declina anche per quel che riguarda il mio corpo: praticamente sto in piedi solo perché la natura non si è accorta che sono darwinisticamente sacrificabile.


«No no, il 95% delle persone che ho visto nella mia carriera hanno problemi posturali».

E io più che pensare al fatto di rientrare in una maggioranza bulgara e sentirmi un caso molto comune, mi sono chiesto quel 5% che non ha problemi perché mai è andato da un osteopata? Non ha altro da fare?

Non è che stai facendo allusioni se parli di buchi neri

Sono tornato in telelavoro – volontario in quanto non siamo obbligati ma tanto se in sede non ci va nessuno non sarò certo io a presentarmici – e, devo confessare, oggi non ho concluso nulla. Non che ci fosse tanto da fare, ma comunque mi sento come se mi fossi fatto i casi miei per 8 ore col pc acceso.


Che è in effetti ciò che è avvenuto.


In questa modalità non riesco a darmi una routine, un’abitudine, come è con l’andare in ufficio, attaccare e staccare per poi tornare a casa. Sono diventato un umano da cartellino.

Chiariamo, lavorare da casa ha tanti vantaggi, come lo svegliarsi 5 mn prima dell’orario in cui accendere il pc e rispondere alle mail mentre ancora ci si sta amichevolmente grattando i gioielli post risveglio.

Ma, sarò sincero, su altri aspetti preferisco andare in ufficio.

Non mi lamento per carità, avendo ancora un posto di lavoro cui far riferimento e dove andare.

Intorno a me vedo gente che chiude, abbassa serrande, dice basta.

Non mi lamento.

Perché poi vedi o senti delle cose e a te viene un buco nero in petto in cui vorresti farti collassare come una stella morente per pura vergogna perché magari prima di uscire di casa stavi bestemmiando per il rubinetto che gocciolava e pensavi che la vita ti volesse punire per solo sadico diletto.

È una roba strana, da una parte ho le ansie di cui non riesco a parlare a nessuno che mi sembrano come quelle fastidiose alghe che quando esci dal mare te le ritrovi tra le dita dei piedi, tu ci provi a evitarle ma poi ce le hai addosso e ti viene lo schifo e scuoti il piede ma quella resta attaccata.

E quelle alghe sono lì anche nella tua testa e nel petto e nel cuore e nello stomaco e l’unico momento in cui riesco a scrollarmele è quando si apre il buco nero che mi risucchia, quindi devo scegliere tra sentirmi avviluppato tra tutte le mie paure e le mie paranoie e farmi invece ingoiare dal buco nero per aver solo pensato di avere dei problemi.


Che poi non è che uno scelga realmente, accade e basta.  Oh comunque non è sempre così, ci stanno pure momenti di sana serenità in cui frega un cazzo di niente perché uno si sente bene e basta.


 

Non è che se chiedi un parere al campanaro lui ti fa sentire pure l’altra campana

Montespertoli, Zappolino, Perito, Ponte in Valtellina, Casalguidi, Castelnuovo Berardenga, Castel Lagopesole. Non è Nomi, Cose, Città.

Ricordo quando ci giocavo alle medie mi toglievano sempre punti perché inserivo città che nessuno conosceva per far punteggio pieno e pensavano le avessi inventate.

Una volta mi misi a piangere per frustrazione.

In questo breve elenco ci sono alcune delle località in cui mi è capitato di soggiornare, in questi anni. In genere per diletto, piacere. Posti che mi hanno sempre fatto porre una domanda: chissà come sarebbe vivere in un paesino di qualche centinaio di anime.

Una noia mortale. Sicuro.

Eppure, delle volte, subisco la fascinazione del ritiro, dell’isolamento, della dimensione monocellulare del piccolo centro.

Sono velleità da cittadino, me ne rendo conto. Ma io sono un cittadino atipico, come tante altre cose cui mi sento di appartenere metà e metà.

Appartenenza.

Chissà cosa vuol dire. T’appartengo e io ci tengo, era un tormentone di Ambra. Mi sovviene perché una mia amica, in anni recenti, ebbe un periodo di fissa in cui doveva cantarla – ovviamente con l’intento di diffondere un po’ di trash.

Io appartengo a molte cose, mio malgrado. Ma forse non ci tengo. Ci tengo a targhe alterne. Ci tengo quando non c’è altro e non hai fame di qualcosa in particolare. Ci tengo perché alla fine dai sennò poi qualcuno se la prende a male.

E allora potrei anche tenerci a un posto piccolo. Non vi apparterrei mai. Per quelle che sono le dinamiche di paesino si resta sempre un estraneo.

Ma, in fondo, si è sempre estranei di qualcun altro.

Un Paese di torri, campanili, campane

Non è che serva un ingegnere per fare il ponte delle festività

Ho l’abitudine di una sgambata giornaliera serale in bici, intorno la città. Una decina di km grossomodo in piano, a parte un paio di saliscendi poco significativi.

Arrivo al confine periferico, svoltando all’altezza di un luogo che è sempre stato identificato come “Giù al ponte”. In realtà lì un ponte non c’è mai stato. È un semplice rialzo della sede stradale. Non mi sento però di escludere che in tempi antichi un ponte possa esserci stato dove ora c’è una rotonda e il nome sia poi rimasto.

Da piccolo capitava mi portassero spesso Giù al ponte, a far visita a delle zie che abitavano lì. Non erano mie zie dirette ma parenti da parte di mio nonno. Per semplificare erano zie.

Vivevo quel momento sempre con stato d’animo combattuto. Da una parte dalle zie si ricevevano caramelle e biscotti. Ed essendo loro sparse in più case, ogni appartamento = 1 distribuzione dolciaria.

Il problema era sottostare al rituale di sbaciucchiamento. Le zie, come tutte le vecchie zie, dovevano darti il bacio sulla guancia da zia, quello che ti sbava di saliva e di rossetto, con l’alito da vecchia zia.

Avevo preso l’abitudine di fuggire baci e abbracci, guadagnandomi l’etichetta di bambino timido.

C’era poi una di queste zie che, al posto dei dolciumi, mi dava delle pannocchie di mais (quando era stagione, s’intende) da arrostire o bollire o per farci i pop corn, direttamente dal campo che coltivava.

Aveva un aspetto da nativa americana. La pelle molto scura, i capelli grigi lunghissimi, gli occhi a fessura. Aveva 4 denti in bocca e i baffi. Nel complesso sembrava una sciamana.

Oltre allo sbaciucchiamento voleva sempre darmi pizzichi sulla guancia. Con le mani terrose e le unghie nere.

Sono passati 25 anni e più. Quando arrivo giù al ponte accelero per paura.

Non è che Batman rida della sua Bat-tuta

Ragionavo con una persona delle mode di oggi da parte dei più giovani e il discorso è finito inesorabilmente sulle tute. Oggi la tuta è un capo trendy, chic, altre parole a caso che ci stanno bene.

Quando andavo al liceo la tuta non si metteva neanche quando era giorno di educazione fisica.


Anche perché va detto che non facevamo una vera educazione fisica, fatta di esercizi, di riscaldamento, di altre pratiche idonee: giocavamo a pallavolo in un sottoscala con le mattonelle a terra e basta.


La tuta intera (pantalone e giacca) era del tutto off limits: faceva tanto ragazzino delle medie. Andare al liceo in tuta completa voleva dire una settimana di bullismo.

Il solo pantalone della tuta neanche era tanto ben accetto. Faceva sciatto e anche sozzo, dato che il tessuto non traspirava.

Fa strano tanto rigore estetico dato che all’epoca non si stava certo a guardare all’abito o alle griffe: credo che l’unica firma che in 5 anni ho visto addosso a qualcuno fosse quella sul gesso di un braccio fratturato.


Tra l’altro era il mio, dopo essermelo rotto in IV Ginnasio.


C’era un altro motivo, tutto al maschile, per cui la tuta era poco indicata.

In un periodo di scoperta degli ardori ormonali e dei sommovimenti fisici istintuali, il liceale tipico soffriva talvolta di erezioni spontanee ed improvvise.

A volte bastava una riga di portabiciclette che spuntava da un jeans di una compagna.


Ci si accontentava di poco, ma, del resto, eravamo figli della cultura Postalmarket, dove bastava una trasparenza a rendere radiosa la giornata.


A volte succedeva e basta, perché il sangue precipitava giù dal cervello all’improvviso per la forza di gravità e la scarsa attività cerebrale.

Si andava allora in giro in jeans a qualunque stagione per evitare di rivelare situazioni imbarazzanti.

C’era però un eccezione: se eri un hippoppettaro, giravi coi pantaloni della tuta senza problemi. Essendo larghe che più larghe non si poteva, tal da cascare accumulandosi alle caviglie (e a volte anche sotto i piedi, costringendoti ad andare in giro con scotch e spille da balia per tenerle ferme alle scarpe se non volevi pulire i pavimenti), con le tute il problema del pudore per il b-boy non si poneva.

Io intorno ai 15-16 anni divenni hippoppettaro. Ma giusto per nascondere il mio fisico da radiografia vivente.

Detto ciò, torno alla questione con cui ho aperto: i giovani d’oggi.

Loro oggi vanno in giro in tuta, al che la mia domanda è: non hanno i problemi che avevamo noi, all’epoca?

  1. Non li hanno perché oggi ostentano con voluttà e senza remore i propri ormoni e rigonfiamenti.
  2. Non li hanno perché scie chimiche, 5G, raggi gamma e fenomeni parastatali li hanno resi impotenti.
  3. Non li hanno perché l’ideologia gender, l’eterofobia, Achille Lauro, li hanno convinti a privarsi dei genitali.

Ai poster – ma i giovani attaccano ancora poster al muro della cameretta? – l’ardua sentenza.

Parlando di mode, io comunque resto sempre fedele alla camicia.

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Non è che tu venga accusato di oltraggio al pudore per aver mostrato la nuda verità

Ho scelto una camicia con una trama particolare, una trama avvincente anche se si perde un po’ nel finale.

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Mentre la abbottono  scorrono i titoli di testa di un film in tv. Poi appare il culo di Scarlett Johansson, distesa sul letto, in mutande rosa semitrasparenti.

Le miei inquietudini sono come quel culo. Le tengo coperte, ma traspaiono.

Vorrei avere la spontaneità di quelli che liberano i propri guai come fosse togliersi un paio di mutande.

Un conoscente stasera arriva, saluta, ordina da bere, commenta qualcosa su un incontro del campionato di calcio in corso al momento, poi fa “Domani esco con una. Dopo due mesi, mi sono deciso, devo riprendermi, sono stato troppo male adesso dovevo fare qualcosa dovevo darmi una mossa e ripartire”.

Ecco, così si fa. Ci si denuda senza fronzoli.

Non come il culo di Scarlett Johansson che è lì, è presente, è vivo sullo schermo mentre scorre il film, ma non si mette allo scoperto.

Ma io lo preferisco così. Perché io sono come quel culo. Anche se mi vedi, non mi coglierai a nudo.

Ho impiegato un mese solo per raccontare che avevo un nuovo lavoro. Per dire. Ho i miei tempi per mettermi a nudo.

Nel frattempo, resto statico come un fermo immagine mentale. Come quello di Scarlett Johansson sul letto che continuo a figurarmi.

Non è che.

“Dobbiamo pensare a una frase da mettere sulla pergamena funeraria”.

Hai detto niente.

Quando mi chiedono di’, scrivi, pensa qualcosa, la mente mi collassa in un buco nero. Al punto che per evitare di pensarci troppo, per i giochi basati su Pensa a un numero io tanti anni fa me ne sono scelto uno e da allora indico sempre lo stesso.


Che non dirò perché casomai mi trovassi a fare un gioco con un lettore di questo blog poi mi fregherebbe.


Mia zia se ne è andata una settimana fa.*

E io al momento mi sento bloccato nel formulare un pensiero commemorativo. Non è che non senta nulla. Al contrario ci sono tante di quelle cose che sento di voler dire ma che ho difficoltà a tradurre perché qualsiasi parola finisce fagocitata dal buco nero che ho in testa.

L’unica cosa cui riesco a pensare è quanto sia strana la gente che presenzia ai funerali. Alcuni li vedi e ti chiedi se siano lì per un legame col defunto o se stavano solo passando per caso.

Poi ci sono quelli che quando si avvicinano a porgere le condoglianze si presentano. Il che ci sta, se non ci siamo mai conosciuti o non ci si vede da anni. Solo che alcuni sembra che vogliano a tutti i costi un riconoscimento alla loro identità o alla loro presenza lì.

«Io sono Piercarolambo da Casamia di Sotto»
«Grazie di essere venuto»
«Il figlio della cugina della zia di tua madre»
«Ok»
«Cioè io e tua madre diciamo siamo cugini»
«Ok»
«Abbiamo fatto le scuole medie insieme»

A quel punto cerchi con lo sguardo un’altra persona nelle vicinanze che, vedendoti, si avvicinerà per porgere le condoglianze, interrompendo la sequenza di identificazione del soggetto precedente ma, purtroppo, iniziandone un’altra.

«Io sono Giangiuditta di Porticato Nuovo»
«Grazie di essere venuta…»


Perché poi c’è sempre anche l’usanza di precisare la provenienza, come tal Brancaleone da Norcia.


Al che io ai funerali ho preso l’abitudine di stare distanziato qualche metro dai miei familiari. Ho risolto il problema: dato che quelli che non ti conoscono ti avvicinano per circostanza vedendoti lì, stando a distanza nessuno dei “cercatori di riconoscimento” arriva.

Sarò antipatico, ma a me il rituale di persone che non conosco che vengono a porgere omaggi e cordoglio tenendoci però molto al fatto che tu sappia chi siano (ripeto, non essendoci mai visti né conosciuti è un po’ difficile), pesa assai.

Poi ci sono quelli che controllano chi è presente e chi no.
E poi controllano, tra quelli presenti, chi si avvicina a porgere le condoglianze e chi no.
E poi controllano, tra quelli che porgono le condoglianze, quelli che Ma con che faccia tosta?!.

E io trovo tutto ciò davvero strano.

Vivere senza un’altra persona ancora nella tua vita, sarà strano.

* Nel momento in cui questo post sarà online sarà trascorsa una settimana. In realtà è frutto di momenti diversi e fa strano sapere che sto parlando ora a un eventuale lettore futuro facendo riferimento a un passato che a tratti per me è presente. Credo di aver utilizzato diverse volte la parola strano ma non ho voglia di correggere.


Oh, poi la frase è stata prodotta. Ragionandoci prima un attimo con mia cugina poi ho elaborato due ipotesi di scrittura pedalando verso casa a tarda notte. Il buio mi fa pensare meglio. Anzi, mi rende spontaneo. Sarà che mi fa sentire protetto: quando penso di giorno mi sento vulnerabile ai miei stessi pensieri. È una cosa che non riesco a spiegare meglio quindi rinuncio a farlo. So solo che tra il buio in testa e quello fuori si crea una sorta di equilibrio.


Non è che se ti penti di non aver pranzato poi ti senti i rimorsi della fame

È narrato nelle Argonautiche che l’indovino (e re) Fineo ogni volta che i servi gli preparavano da mangiare le mostruose Arpie d’improvviso planavano dal cielo sulla tavola a rubargli il cibo, insozzando ciò che ne rimaneva.

Una cosa simile mi accade quando vado a dormire. Dopo essermi lavato, preparato, coricato, aver letto, tranquillo, spengo la luce e chiudo gli occhi e all’improvviso arrivano. Le mie Arpie sono pensieri che da quel momento si mettono in moto e mi ritrovo a dover scacciare.

Eppure non avrei di che lamentarmi. Il solo pensare di farlo mi fa provare rimorso. Ma questo fa parte di un senso di colpa interiorizzato che si è incapsulato tra la bocca dello stomaco e il tormento. Appartengo alla generazione di quelli che, da famiglie, maestre e comunità educante in generale, hanno subìto la pressione psicologica del “Mangia. Pensa ai bambini dell’Africa”. Una volta quando alla scuola elementare si presentò un’associazione parrocchiale X a distribuire una scatolina in cui raccogliere spicciolini di offerta per l’Africa, donai 10mila lire, per emendarmi dei miei peccati alimentari e anche per comprarmi l’immunità di qualche capriccio.

A 8 anni già ero pratico della compravendita di indulgenze.

Non dovrei lamentarmi. Non lo faccio.

Riflettevo solo che l’attuale situazione rappresenta una sconfitta o una battuta d’arresto per chi come me ha impostato la propria vita in una modalità non stanziale e non improntata a un progetto di vita familiare. Negli ultimi 4 anni ho vissuto in 3 città diverse. Ho avuto relazioni sentimentali – valide per un’autocertificazione – in altre due città, sempre lontano regione a centinaia di km. Nulla di eccezionale o stravagante, beninteso, ma tra le persone strette che conosco, fatta eccezione per una che ha praticamente girato tutto il Medio Oriente, sono l’unico. E oggi, fermo, mi sembra di ritrovarmi con un pugno di mosche.


Che fa anche schifo, insomma, chi mai vorrebbe tenere in mano delle mosche?


Si dice che “Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”.

Tralasciando il fatto che slogan come questo mi fanno venire voglia di andare in giro a leccare i sostegni dei vagoni del treno, non mi è chiaro la normalità problematica da non riproporre più quale sarebbe.

Precarietà. Sfruttamento del lavoro. Le fondamentali “Esigenze di produzione”. Inquinamento (no, non significa niente che durante la chiusura sia stato avvistato l’ippopotamo blu della Lines in centrocittà). Queste cose le avremo ancora. Anche di più, ne abbiamo visto esempi. Un esercito invisibile alla retorica – tipo i corrieri in giro anche di domenica – ha continuato a lavorare mentre ci dicevamo facendoci da soli pat pat quanto eravamo bravi perché #iorestoacasa.

Quindi non mi si dicano favole, che appena si potrà tornare a bere in pubblico sennò vi piscio nei bicchieri. Andrà tutto pene.

Quindi io che da una vita cerco di esser normale ora non so in cosa dovrei riprogrammarmi.

E quindi fatico a prender sonno. Cazzi tuoi, diceva il saggio:

Non è che la modella burlesque che pratica zen si chiami Medita Von Teese.

Le scene in esterni di questo post sono state registrate prima dell’adozione del DPCM.


Abilità manducatorie
Una domenica d’inverno che pezzava ascelle come in primavera. Ero a Bologna per lavoro e per pranzo avevo voglia di specialità locali. Con davanti la lista di Tripadvisor delle osterie e trattorie consigliate camminavo cercando un posto che avesse posto. Avevo iniziato ad abbassar sempre più le mie pretese, man mano che trovavo cartelli esposti con scritto “al completo”. Addirittura un paio di locali lo hanno affisso mentre mi stavo avvicinando alla porta. Il problema approvvigionamento cibo, dopo aver percorso qualche km a piedi, fu alla fine risolto in un chiosco pugliese, con una puccia salsiccia, cipolla e senape.

Disturbi del sonno ovvero delle rimembranze
Sono alcuni giorni che fatico ad addormentarmi. Chiudo il libro appena sento arrivare la sensazione di sonno, spengo la luce e in quel momento la mente, come una lavatrice, si attiva e comincia una centrifuga di pensieri. Non si tratta di riflessioni negativi, o per lo meno la maggior parte non lo sono. Per lo più sono domande del tipo “Chissà se avessi completato la raccolta DeAgostini Monete e Banconote se oggi varrebbe qualcosa” o ricordi, tipo quella volta che a 8 anni inciampai giusto all’ingresso della scuola finendo in una pozzanghera.
Ho provato a iniziare dei video di meditazione guidata. Sono passati pochi giorni per dire se porta risultati. So solo che dopo la pratica mi viene fame.

Preoccupazioni discrete
Durante questo mese ogni tanto ho controllato se accedeva su Whatsupp il tipo da cui avevo affittato la stanza a Milano da settembre a gennaio. Una volta quando ero lì mi aveva raccontato che soffriva di ristagni periodici in un polmone e di doversi ogni tanto sottoporre anche a drenaggi. Non il tipo di persona che si trova più a suo agio in questo periodo. Comunque si collega.

Abilità manducatorie/2
Como. Cercavo una birreria che secondo Google era aperta. La trovo invece chiusa. Ne cerco un’altra che sempre secondo l’amico Google era aperta. Fiducioso, svolto l’angolo con ampia gambata per finir contro la serranda. La terza da lontano sembrava aperta. Invece aveva soltanto lasciato le luminarie accese dietro i vetri. Vado in una burgheria (l’ham forse non era previsto). Non ha tavoli per chi non prenota. Alla fine sono andato in un posto esattamente sotto l’edificio dove alloggiavo. Avrei potuto starmene in casa e calar loro giù dal balcone un cesto con le mie richieste. Con buona pace di Google.

Discrezione sociale ovvero del disagio urbano
Quella volta l’appuntamento era all’uscita di un giardinetto pubblico situato tra due blocchi di edifici. Ero arrivato in bici, in anticipo. Nel giardino c’erano delle madri con i bambini che giocavano. Ho pensato che un tipo fuori l’uscita (o l’entrata, dipende dai punti di vista) che ogni tanto guardava verso l’interno sarebbe sembrato loro sospetto e mi sono scostato più in là, verso l’edificio. Poi ho pensato che un tipo che si sporge dall’edificio per guardare verso il giardinetto è ancora più sospetto. Così mi sono scostato ancora più in là a fissare le auto parcheggiate.

Scambi di nomi
Devo sempre soffermarmi un momento a riflettere se l’attore che sto vedendo sullo schermo è Colin Firth o Colin Farrell. La stessa cosa mi succede con Will Ferrell/Steve Carell. John Oliver mi viene da chiamarlo Jamie Oliver, il bello è che non so chi sia Jamie Oliver. Invece Hugh Jackman so che è Hugh Jackman ma quando invece sullo schermo compare Gene Hackman per un attimo mi viene da chiamarlo Hugh Jackman.

Era iniziato coprendo un buco
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Non è che ti serva un’asticella sotto cui passare per trovarti nel limbo

Leggo, guardo serie tv, qualche film.

Non è il menù da isolamento. Questo è quel che faccio di solito. Ne ho solo incrementato le ore dedicate.

Mi sembra di stare in uno strano limbo, e non per le misure di sicurezza.


È ancora di moda il limbo (il ballo, in questo caso)? Ricordo fosse il mio incubo alla festa delle medie.


Un mese fa circa, il 18 febbraio, sono tornato a casa. Non per l’emergenza, anche perché in Italia in quel momento non erano ancora segnalati casi (mancavano 3 giorni prima che in laboratorio venisse scoperta la particella Codogno). Avevo pensato sarebbe stata una sosta ma col passare dei giorni mi è stato sempre più chiaro che si sarebbe tradotta in una permanenza.

Mi ricordo di un tizio che era di fianco a me mentre attendevo il treno e che poi è salito nel mio stesso vagone. Portava con se 3 trolley, più un borsone lungo un metro e mezzo a tracolla. Avevo pensato di dargli una mano per caricare sul treno, poi ho visto che era stato sgarbato con una signora e ho rimesso il mio proposito nell’armadio delle buone azioni da compiere.

Scelgo di compiere i miei gesti altruistici in base a una valutazione meritocratica personale. Credo sia un po’ complesso della divinità.

Milano in questo momento mi sembra così lontana e rarefatta. Mi capita a volte di ripensare a delle esperienze che ho fatto come se fossero cose che ho soltanto immaginato.

Stanotte ho sognato che ero in Islanda. In realtà nel sogno ero in un supermercato islandese in cerca di qualcosa per un pranzo veloce.

Ci sono stato neanche 2 anni fa – in Islanda, dico. Ma anche nei supermercati islandesi – e ora mi sembra tutto così lattiginoso come un banco di nebbia, come se l’avessi soltanto sognato.

A gennaio si era rivista la nebbia a Milano. Uscivo la mattina di casa in bici e tornavo la sera senza vedere nulla intorno a me. Secondo la teoria di una tizia nella piscina dove andavo il ritorno della nebbia era buon segno perché voleva dire che era diminuito l’inquinamento. Io credo che funzioni al contrario ma non ritenni di dover intervenire, per preservare il suo libero arbitrio in materia (sempre la questione del sentirsi divinità).

Venerdì sera ho seguito il tutorial di Zerocalcare (min. 1:14:00) a Propaganda Live su come disegnare l’armadillo. Ieri sera ci ho provato e mi è riuscito abbastanza decente:

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Ho provato a rifarlo e non mi riesce più. Forse ho esaurito il mio bonus di tentativi. O forse li avevo soltanto sognati.

Disco ascoltato oggi: