Non è che il ragioniere sia famoso solo perché è uno che conta

Vicino la scuola elementare che frequentavo c’era una tabaccheria. Rammento a malapena il viso della tabaccaia. Ho un ricordo però vivido della massa di capelli che aveva in testa, simile a un nido di rondine.

Madre mi mandava lì a comprare la merendina prima di entrare a scuola.
Nulla più che un pacchetto di crackers. È probabile non fosse molto salutare come merenda ma all’epoca non si badava molto all’alimentazione scolastica.

Avevamo cose più serie cui pensare, tipo invasioni periodiche di zecche nell’istituto o i rubinetti dei bagni che vomitavano fango.


Che comunque era più pulito della pelle di noi alunni.


Madre mi metteva la Mille Lire in mano e mi attendeva fuori. Un utile esercizio per imparare il valore del danaro e come fare i conti.

Ero un po’ riottoso all’apprendimento visto che puntualmente la tabaccaia mi inseguiva fuori agitata, perché

– Avevo dimenticato di pagare
– Avevo dimenticato il resto
– Avevo dimenticato i crackers
– Avevo preso tutto. Compresa la Mille Lire che avevo in precedenza posato sul bancone.

Il problema della distrazione durante le interazioni mi è rimasto dentro anche una volta cresciuto. Forse ce l’ho da quando sono nato ed era impossibile da correggere.

Adesso non dimentico più di pagare nei negozi. Anche perché non essendo più un bambino credo che mi rincorrerebbero con una spingarda.

Però magari lascio indietro un grazie quando andrebbe dato.
Non mi prendo un complimento quando meriterei.
Fallisco uno scambio di opinioni.

Una volta ho pure lasciato un preservativo in una ragazza. La cosa si risolse in breve tempo dopo un esame speleologico.

Adesso lei lavora per la SISAL, estrae numeri – da dentro di sé – per il SuperEnalotto, mentre il condom recuperato ha un programma su DMAX: Com’è fatta.

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Non mi sono fermato alla terza media e quindi mi è venuta la nausea

Il sistema scolastico italiano è fondato sull’inganno.

Ricordo quando in 5a elementare ci portarono a fare un tour di orientamento tra le principali scuole medie della città. Io ne avevo già scelta una per motivi logistici (era 20 metri più in là della scuola elementare e a 500 metri da casa), ma qualcosa secondo me avrebbe dovuto indurmi a un ripensamento.

Durante il tour ci venne mostrata “la sala computer”: la studentessa scelta per l’ingrato compito di mistificazione della realtà ce la presentò come aula dove “poter studiare, imparare l’informatica e, perché no, anche giocare un po’ (sottolineò queste ultime parole mimando con le dita il gesto di battere sulla tastiera)“.

In questa fantomatica aula computer erano poggiate, per ogni banco, perfettamente allineate le une con le altre in orizzontale e in verticale,  delle calcolatrici a energia solare come questa (ovviamente dal design meno moderno):

Il prestigioso Atari 2600 (l’originale)

Siamo d’accordo, era il 1995 e noi bambini degli anni ’80 non eravamo avvezzi alla tecnologia come i marmocchi di oggi: tanto per dire, a casa potevo vantare una modernissima copia cinese di un Atari 2600 (già di suo costruito in Cina o da quelle parti) dove i videogiochi di calcio avevano un numero di calciatori variabile da 2 a 7, il campo aveva un colore variabile dal nero al verde evidenziatore (ma ricordo una versione col campo blu) e il pallone era quadrato. E facile giocare a PES con Cristiano Ronaldo sulla PlayStation 4: ma per calciare un pallone quadrato ci vogliono le palle…quadrate!

Nonostante, comunque, il nostro analfabetismo digitale, presentarci un’aula calcolatrici come sala computer fu un inganno e un insulto all’intelligenza.


Tra l’altro nel corso dei tre anni di scuola non ho mai visto neanche una calcolatrice e in caso di bisogno durante un compito in classe se avevi dimenticato la tua, beh, erano calcoli amari.
L’inganno era sovrapposto a un altro inganno: una truffa quadratica.


Le cose non andarono meglio per la scelta delle scuole superiori. Questa volta, chissà perché, non ci fu nessun tour. Gli open day non erano ancora di moda e anche se qualcuno ce l’avesse proposto non avremmo capito cosa fossero; alcuni di noi però furono coinvolti in un progetto presso un centro no profit che aveva organizzato degli incontri con gli insegnanti delle scuole superiori.

Inutile dire che feci parte della delegazione, come “volontario”: ho sempre avuto una vocazione speciale per attirare seccature.

I professori ci presentarono le materie che insegnavano al liceo e poi illustrarono per linee generali cosa offrivano le scuole da cui provenivano.

Mi fu detto che il liceo che poi scelsi aveva due palestre. Il che era vero, però non fu specificato che una delle due aveva le pareti completamente ammuffite e fare attività fisica lì dentro per 5 anni per due ore la settimana non so quanto bene abbia fatto ai polmoni. In compenso però devo aver inalato così tanta penicillina che negli anni successivi al liceo non ho avuto febbri.
La seconda era invece grande quanto un garage e aveva il pavimento composto da orribili mattonelle rosse a L che andavano di moda negli anni ’80 (purtroppo non si esce vivi dagli anni ’80, come cantavano gli Afterhours) per rivestire i balconi dei condomini.


Ah, ho dimenticato di dirlo: il liceo era ricavato infatti da un ex condominio. C’erano classi con un pilastro in mezzo all’aula (che ho sempre invidiato per mettere in pratica la tattica di occultamento ninja nota come “appiattirsi dietro un pilastro”) e classi come la mia del ginnasio che aveva ancora dei tubi sporgenti dalle pareti in memoria dei servizi igienici che erano stati rimossi, unico ricordo di quando in quelle aule una volta qualcuno espletava i propri bisogni fisiologici e si faceva (mi auguro) il bidet.


La cosa positiva è che c’era realmente una sala computer. Difatti io mi iscrissi a una sezione che prevedeva un corso sperimentale contenente un modulo di informatica, del quale non erano ben specificati i contenuti e a cui aderii perché ancora memore della delusione durante le scuole medie avevo voglia di maneggiare computer sul serio.

Per 5 anni non abbiamo fatto altro che – per un’ora ogni due mesi, sotto la supervisione della professoressa di matematica che gestiva il modulo – risolvere equazioni, disequazioni e poi funzioni. Non era informatica, era informartica, perché rimasi di ghiaccio quando scoprii di cosa si trattava.

Gli esercizi potevano essere anche utili, peccato che per 3 anni non abbiamo fatto altro che scrivere equazioni sul Turbo Pascal.


Il Turbo Pascal è un compilatore per sistemi DOS. In pratica, dal 1998 al 2001, in piena era Windows, noi scrivevamo su DOS (avete presente, schermo nero e caratteri bianchi o a fosfori verdi?) con un programma che credo fosse stato abbandonato nel 1994 o giù di lì.


La scuola è in debito con me di sana attività sportiva e di informatica. Altro che riscatto della laurea: è la scuola dell’obbligo che deve riscattarsi!

La zecca della scuola non teme il DDT ma il DDL

Nella primavera del 1994 la mia scuola elementare venne invasa dalle zecche. Dato che non c’erano immigrati extracomunitari contro cui puntare il dito, sotto accusa per aver portato alla sgradevole presenza finirono:

– il circo che aveva occupato uno spiazzale* a ovest dell’area dell’edificio scolastico;
– il mercato rionale che si tiene ogni giovedì, in un parcheggio a est della suddetta area;
– il terreno incolto sul retro dell’edificio, caratterizzato da un’alta vegetazione infestante;


DIDASCALIA PERPLESSA
In che modo un mercato rionale possa far da veicolo alle zecche mi sfugge: primo perché si tiene una volta alla settimana per mezza giornata, un tempo a mio avviso non sufficiente per una migrazione di parassiti. Secondo, perché è un mercato di frutta, verdura e vestiario e non una fiera di bestiame. Terzo, perché se fosse stato così le massaie della città sarebbero state le prime a essere vittima dei fastidiosi acari.
Il circo sarebbe più indiziabile, per la presenza di animali. Ma prima di dare la colpa agli estranei forse sarebbe stato il caso di considerare di mantenere puliti i dintorni della scuola e disboscare la giungla di gramigna che la attorniava: cosa che, guarda il caso, fu fatta dopo la disinfestazione. Con buona pace dei circhi che negli anni hanno continuato a far tappa nella nostra città e occupare il medesimo spiazzale*.

NOTA LINGUISTICA
Nello scrivere sono stato colto dal dubbio se ‘spiazzale’ fosse un termine diffuso in italiano o meno. Mi sono reso conto che si tratta di un meridionalismo, derivato dal più noto ‘piazzale’ che a sua volta, com’è ovvio, deriva da piazza. Ero quindi tentato di correggere, ma considerato che questo è un post dall’argomento local, l’utilizzo del meridionalismo lo considero una nota di colore.


– infine i cani di Italia, la custode della scuola, due pastori tedeschi cui la padrona era solito dar ricovero di notte nel sottoscala.

Italia – il cui nome era realmente questo, probabilmente i genitori erano particolarmente patriottici, oppure la nonna doveva essere nata quando fu proclamata l’unità d’Italia* – era una donna sulla 60ina, dai capelli tagliati come Bowie negli anni ’70, con un ciuffo bianco centrale e un contorno grigio che virava sul nero verso la nuca, il volto arcigno e severo come Toro Seduto e due sopracciglia nere folte che sembravano due bruchi pelosi che si incontravano.


* BREVE DIGRESSIONE SULLA ‘SUPPONTA’
Supponta in napoletano vuol dire puntello, appoggio, rinforzo. Potrebbe derivare da un latino volgare sub + punctam, ma non mi addentrerei in queste ipotesi. Il termine oltre al significato letterale ne ha anche uno figurato: per supponta si intende l’usanza di mettere a un bambino il nome del nonno o della nonna. In questo caso, quindi, si dà un “rinforzo” al/alla nonno/a assicurando la sopravvivenza del suo nome.


La custode negava che i proprio animali fossero infestati, difendendone la cura e la pulizia. Con un’uscita poco felice una volta disse che era più probabile potesse essere qualche bambino a portare le zecche a scuola e infettare i suoi cani. Una frase che oggigiorno finirebbe su facebook nel giro di qualche ora e poi al tg1, prima di tornare su facebook pubblicata su “Ah ma non è Lercio”.

La scuola venne chiusa e noi studenti costretti a frequentare, nel turno pomeridiano, un altro plesso: quello di Fratelli Bandiera.

Fratelli Bandiera era una zona considerata di serie C: erano quelli di là del cavalcavia, quasi considerati non concittadini perché residenti a ridosso del Comune vicino.

Non so come si accese la situazione, credo qualche bambino dei nostri avesse fatto a botte con uno degli altri, fatto sta che si aprì un velato conflitto tra gli autoctoni e noi studenti sfollati. I genitori degli studenti di FB non vedevano di buon occhio la nostra presenza. Qualcuno addirittura mise in giro la voce che potessimo portare le zecche nella loro scuola.
Non ne sono sicuro, ma magari qualcuno potrebbe aver detto che invece di darci ospitalità avrebbero dovuto aiutarci nella scuola nostra.

Ricordo una vivace riunione di emergenza genitori-insegnanti per discutere della questione.

Com’è come non è, le settimane passarono e a FB restammo sino alla fine dell’anno scolastico. Di zecche non sentimmo più parlare sino a settembre, quando in autunno ritornarono a visitarci.

Nonostante pareva avessimo risolto le nostre divergenze con quelli di Fratelli Bandiera, il plesso scelto per ospitarci questa volta fu un altro. Pare che al di là cavalcavia la frontiera fosse stata chiusa.

Prima di passare al turno pomeridiano, la mia classe per un paio di settimane fu parcheggiata nella zona mensa della scuola che ci ospitava. Facevamo lezione su panche e tavoli e, visto che era una zona open space, eravamo sempre accompagnati dal via vai dei bambini delle altre classi che andavano al bagno e che ci fissavano con curiosità mista a quell’irriverenza infantile che ti fa tanto voglia di umiliare il pargolo per vendetta come Giovanni Storti in “Tre uomini e una gamba”.

In quel periodo i miei contatti con gli autoctoni non furono molti, a parte:
– una conversazione nei bagni con uno che si riteneva un esperto di calcio e che sosteneva che Ariel Ortega, di cui all’epoca si diceva stesse facendo meraviglie al River Plate, l’anno successivo sarebbe stato acquistato dal Napoli;


DIDASCALIA SPORTIVA
Ariel Ortega, detto El Burrito (l’asinello) – sapete che in Argentina c’è la moda di dare soprannomi ai calciatori, ad esempio io probabilmente sarei stato El Gatito – è un ex calciatore che resta uno dei grandi misteri del calcio anni ’90: bidone o genio incompreso? Etichettato come nuovo Maradona, al suo sbarco in Europa (mai al Napoli, per la cronaca), ha collezionato prestazioni intermittenti che lo hanno messo in luce per essere più fumoso che incisivo.


– uno scherzo che mi fecero tre compagni che fecero circolare la voce che mi interessasse una della classe che dava sulla nostra sala open-space: fecero arrivare alla suddetta una mia presunta dichiarazione d’amore nei suoi confronti. Due emissarie della tizia vennero poi a comunicarmi il suo rifiuto, al quale io risposi con una frase poco elegante. Il dubbio che mi tormenta da 10 anni a questa parte, cioè da quando un mio amico si è fidanzato con una ragazza, è che proprio questa ragazza possa essere la bambina di quella volta: perché se è pur vero che crescendo si cambia è anche vero che la somiglianza resta.

Il secondo dubbio che mi è venuto in mente è che il bambino presunto esperto sportivo che incontrai in quinta elementare fosse quel ragazzo che al liceo era noto per essere un noto sbruffone contaballe, oltre che convinto di essere dotato di grandi doti pedatorie: così noioso e arrogante che nessuno voleva invitarlo mai a giocare a calcetto.

E tutto questo per colpa delle zecche, che, voglio togliermi il sassolino dalla scarpa, furono portate nella scuola dai cani della custode dopo aver scorrazzato nei terreni erbosi.

La morale della favola è che prima di puntare il dito all’esterno, bisognerebbe guardare l’Italia.