Non è che per l’imbarazzo prendi un asciugamano per asciugare il pudore

Quando arriva il periodo estivo ritorna, prepotente, una domanda che mi viene sempre rivolta:

«Ma non hai caldo con la barba?».

La risposta è NO.

Ora, sarà un fatto di abitudine, ma io sono certo di non avere problemi di sudorazione al mento e alle guance. E non ho mai visto altri esseri umani avere caldo al mento. Quindi, la presenza o meno di barba non fa alcuna differenza.


Anche nel linguaggio comune, si sente parlare di fronte imperlata di sudore, ascelle pezzate, irritazione tra le cosce causa sfregamento e sudore, ma mai e dico mai ho letto o sentito di “mento incorniciato dal sudore”.


Certamente il sudore può gocciolare dal mento, ma sono gocce che scivolano dall’alto, zona fronte-tempie.


Certo, ho visto persone sudare il prolabio: e questo nonostante non avessero lì manco un pelo. Al limite la presenza del baffo aiuta quindi a celare delle antiestetiche gocce di sudore, svolgendo un’utile funzione.

Comunque, potrei quantomeno capire stessimo parlando di zone notoriamente interessate da surriscaldamento e sudorazione, tipo le ascelle: se uno avesse del pelo di 20 cm sotto le braccia allora sì che la domanda “Ma non hai caldo?” avrebbe un senso.

Ma, ripeto, al mento non gliene frega niente, pelo o non pelo, quindi smettetela di fare questa domanda ai barbuti.

In tema di domande, in questo periodo storico quelle più in voga sono:

«Che vaccino ti hanno fatto?», che mi ricorda la domanda classica al ristorante: «Tu che prendi?».

A quelli come me che ancora non hanno avuto accesso alla vaccinazione, la domanda invece è: «Ma se ti fanno il…te lo fai fare?»

E io rispondo sempre che mi possono dare pure la ‘nduja nella siringa, basta finisca questa storia.

Domande, sempre domande.

Io chiedo poco e il più delle volte non chiedo per una questione di imbarazzo: non il mio, ma quello che penso possa provare l’altro alla mia domanda.

Ma se poi l’altro si imbarazza perché non mi vede domandare?

Quanti problemi!

Non è che per tirarti su chiami il carro attrezzi

C’è una villetta di fronte il mio balcone. È l’unica che resta nell’isolato, ormai composto solo di condomini di 3-4 piani (e qualcuno anche oltre). Non mi è chiaro se sia ancora abitata o meno. È sempre chiusa, ogni tanto vi ho visto aggirarsi all’esterno una coppia di anziani.

Aveva – devo parlarne al passato – un giardino rigoglioso di piante e alberi, ornamentali e da frutto.

La settimana scorsa piante e alberi sono stati tutti tagliati via.

Non ho capito se la villetta verrà ristrutturata o sia stata rilevata per abbatterla e farne un altro condominio, uguale a tutti gli altri.

I condomini di nuova costruzione sono fatti con lo stampino: bianchi e grigi, con i balconi con ringhiere di ferro curvi e con appartamenti piccoli.

Ho un po’ di problemi coi cambiamenti. Almeno di questo tipo, di dimensione estetica. Poi ci sono cambiamenti che trovo positivi e per i quali non tendo a rifugiarmi nel nostalgismo.

Tanto per dire, ci sono quelli che ricordano quando per prendere l’ascensore bisognava infilare 10 Lire nella cassettina (“Noi che mettevamo 10 Lire nell’ascensore…). Anche io me lo ricordo. Capisco che la 10 Lire sia in realtà un’ancora per agganciarsi ai ricordi d’infanzia o di un periodo passato, ma forse sarebbe il caso di usare un altro tipo di ancoraggio. Io sono più contento di prendere oggi un ascensore gratis e di vedere le cassettine di quelli vecchi ormai in disuso. Costringere la gente a portarsi dietro monetine fuori corso per prendere l’ascensore la trovavo una bestialità bella e buona e lo trovo tutt’ora, a ripensarci.

Viviamo in un’epoca in cui molte cose sono semplificate rispetto al passato. La variabile di complicazione del sistema resta molto spesso quella umana.

Per esempio: l’altro giorno ho contattato l’assistenza della mia assicurazione, perché dovevo far trainare l’auto fino a un gommista.

L’operatrice mi dice che non ho più diritto a un’assistenza stradale.
Vado in agenzia. Mi dice che è tutto in regola e mi invita a richiamare l’assistenza.
Un operatore mi dice la medesima cosa, ma che ora chiederà verifiche. È possibile che nel rinnovo qualcuno si sia dimenticato di aggiornare i dati.

Mi richiamano: è tutto a posto. Mi chiedono, per la segnalazione al carro attrezzi, dove si trovi la mia auto, come ci si arriva, riferimenti per identificare la strada, tipo di problema e destinazione precisa.

Mezz’ora dopo mi chiama il carro attrezzi. Mi chiede dove si trovi la mia auto, come ci si arriva, riferimenti per identificare la strada, tipo di problema e destinazione precisa.

Al che ho pensato:

a) l’operatrice ha finto di prendere nota dei dati ma in realtà chattava per svagarsi
b) l’operatrice ha trasmesso le informazioni ma il tipo del carro attrezzi non le ha affatto prese in considerazione
c) era in realtà un test per verificare se ci fossero contraddizioni nella mia storia.

A proposito di innovazioni e variabili umane, quando mi sono trasferito ho apprezzato come salto di qualità di vita avere un secondo bagno. Anche se siamo solo in due, può far comodo.

Poi in realtà ne utilizziamo sempre e solo uno perché facciamo tutto insieme (tranne l’opzione 2 dell’esigenza fisiologica, beninteso, che resta un momento privato, personale e solitario).

Il secondo bagno resta comunque una valida opzione per gli ospiti.

Solo che tutti gli amici che vengono a casa utilizzano sempre il bagno principale.

Il primo dubbio che mi sorge è perché, appena saliti su, magari venendo giusto da casa propria, abbiano bisogno del bagno. A me non capita mai con gli altri.

Il secondo è perché non utilizzino quello degli ospiti: forse non si fidano degli altri ospiti che potrebbero aver utilizzato il bagno e si fidano di più di me? Ma se tutti gli ospiti utilizzano il bagno principale c’è comunque un problema di contaminazione generale!

Sono dubbi che mi restano.

Non è che la fabbrica di bici si rivolga alla Lines per problemi coi cicli

Considerazioni sparse.

– Ogni giorno, dal momento del risveglio a quando accedevo a internet/ai social (mezz’ora/un’ora dopo), facevo questo gioco: mi chiedevo quale sarebbe stata la polemica del giorno sulla quale chiunque si sarebbe sentito in dovere di dire la propria. Poi ho smesso sia perché era diventato troppo semplice indovinare sia perché saliva in me la voglia di partecipare a mia volta al dibattito polemico.

Quindi ho ripreso a drogarmi e mi è passata.

– Su un canale del digitale terrestre stanno riproponendo uno spin-off di Law&Order che all’epoca mi piaceva molto: Criminal Intent, con Vincent D’onofrio. In questa serie lo svolgimento è sempre il medesimo, impostato tutto sul personaggio del detective Goren/D’onofrio, un vero rompicoglioni: quando incontra qualcuno sospetto comincia a porgli domande curiose del tipo: “Scusi non sono un esperto, lei il salame lo affetta dall’alto verso il basso o inclinando il polso e tagliando dall’esterno verso di sé? È strano, sa, perché nel Vermont lo affettano proprio così. Lei viene dal Vermont, giusto?”. Il caso poi si risolve sempre nella sala degli interrogatori, dove Goren/D’onofrio spinge a confessare il sospetto provocandolo, a volte anche ingiuriandolo: “La ritenevano un piccolo uomo, non è vero? Incapace di soddisfarle! Un impotente!”. Alla fine il sospetto sbotta rabbioso e si tradisce.

Anche io so essere un insistente rompicoglioni. Ma non risolvo casi. Al massimo, li creo.

– L’industria delle biciclette da un paio di anni a questa parte è in grossa difficoltà: gli ordini sono aumentati di molto ma la produzione, complice la pandemia, non riesce a starvi dietro. Avevo ordinato una bici un mese fa che doveva essere pronta per la settimana passata, ma non lo è. Un pezzo della Shimano non è ancora arrivato e quindi la fabbrica non può consegnare la bicicletta. Sto provando a immaginare dove possa trovarsi in questo momento e ripenso sempre a quella storia del blocco del Canale di Suez e della coda stile esodo di agosto che si era creata e immagino il mio pezzo Shimano in questo momento a prendere il sole sul ponte di una nave.

– La mia collega ritiene che frequentare troppo a lungo amici omosessuali crei dei problemi poi nel relazionarsi con gli etero. In sostanza, tra gli amici omosessuali ti abitui a fare in libertà discorsi su culi e cazzi (testuale), poi tra gli etero ti ritrovi a esprimerti nello stesso modo libero e loro ti guardano scandalizzati.

I suoi amici etero sono dei repressi, immagino.

– Della mia collega ormai potrei quasi scrivere una biografia, visto ciò che mi racconta di lei. L’ultimo aneddoto lo vorrei citare testualmente, perché non renderebbe allo stesso modo raccontato.

«Non posso mai dimenticare quella volta, dopo un pomeriggio e una sera di sesso sfrenato con uno, che tra l’altro era il figlio di un’amica di mia madre ché io mi chiedevo Ma mia madre conosce questa gente e non ne sapevo nulla, questo si alza dal letto e mi fa Torno subito. Torna vestito da donna, con una minigonna di pelle. Pensavo volesse scherzare, invece era serio. Ti piaccio? mi fa. E mi racconta che che gli è sempre piaciuto vestirsi da donna e truccarsi. Però non è gay, mi diceva. Al che io gli domando: Scusa, l’hai mai preso in culo da un uomo? Sì? E allora sei ricchione!».

Io intanto avevo un file Excel davanti con cifre di qualche centinaio di migliaia di euro. Non sono più riuscito a fare alcun calcolo dopo questo racconto.

– Non riesco più a scrivere su questo blog con la stessa costanza di un tempo. Il lavoro, gli impegni vari, l’università mi portano via tempo e alla sera magari mi dedico ad altre cose. Soprattutto con l’università in questi giorni sono molto preso. Devo consegnare due saggi (intesi come elaborati, non come due individui molto colti e profondi), a breve. Uno è un lavoro di gruppo, il che dovrebbe rendere le cose più agevoli. Poi ho letto la bozza che ha caricato una mia collega sul gruppo. Mi sono fermato a questa frase priva di senso: La borghesia riteneva il nazionalsocialismo la soluzione al nazismo. Non sono più andato avanti a leggere. Penso che il lavoro sarà più ostico di quello individuale.

Non è che in Grecia si finisca tutti giù per Thera

Santorini è un’isola della Grecia, una di quelle molto note a livello turistico.


Quante cazzo di isolacce deve averci questa merda di una Grecia (citazione).


Circa 3500 anni fa non aveva la conformazione attuale (una mezzaluna): era di forma circolare, finché fu sventrata dall’eruzione del vulcano sommerso su cui poggia. Sembra che la violenza dell’eruzione dello tsunami che ne seguì sia all’origine del mito di Atlantide. Un libro che negli anni ’90 comprai da bambino in edicola per 5900 Lire – un tascabile Newton – si intitolava proprio La fine di Atlantide. L’autore, John Victor Luce – che mi ero immaginato avesse l’aspetto di Indiana Jones mentre invece era un distinto professore del Trinity College – ricollegava la storia di Atlantide all’evento catastrofico di Thera (Santorini), individuando nel declino della civiltà minoica a Creta, probabilmente proprio in seguito ai disastri causati dallo tsunami, l’altra componente del mito insieme all’inabissamento di un’isola: il crollo di una potente civiltà.

Non è un pensiero tanto peregrino che la mitologia antica si nutrisse di fondi di verità.

Anche il mito del Minotauro, del tributo di sangue dovuto da Atene, dell’impresa di Teseo, sembra attingesse dalla realtà storica di una sudditanza ateniese nei confronti di Creta e della sua successiva emancipazione.

È comprensibile il romanzare gli eventi così come, in un’epoca di circolazione delle informazioni molto dilatata e meno precisa e intensiva, affidare a spiegazioni fantasiose gli accadimenti passati.

Capisco meno che accada oggi, dove l’informazione è immediata e accessibile in qualunque momento. Eppure gli eventi vengono distorti e stravolti, fino a creare delle mitologie istantanee ed estemporanee.

Un battito di penna in California crea un uragano di polemiche nel resto del Mondo. Siamo ben oltre la mitologia e le eccentriche spiegazioni di Erodoto e di Plinio il Vecchio. Siamo alla completa distorsione della realtà.

Voglio essere comprensivo e accettare il fatto che alla base di tutto ciò possa esserci la paura. Mi immagino una mamma preoccupata per il destino del proprio figlio, minacciato da ogni dove da scambi di vestiti all’asilo per insegnare il gender (cit. di un esponente politico), dai vaccini che contengono piombo e feti (…no comment) e dall’abolizione delle favole perché non inclusive (lassamo perde…). L’ansia le farà credere di tutto.

In fondo è quel che succede a chiunque. La paura ci fa costruire scenari improbabili e assurdi, che ci sembrano verosimili perché, per quanto spaventosi, offrono delle spiegazioni a quel che ci è ignoto.

Mi ritengo un individuo privo di paure, ma in realtà non è così.

Paura della perdita, paura dell’abbandono, paura dell’inganno, mi espongono a una produzione mentale di miti e leggende sulle persone che mi circondano così arzigogolati e complessi che l’epica greca mi fa un baffo.

Delle volte mi sento così sciocco a credere alle fantasie che mi costruisco da chiedermi che problema io abbia per essere così bacato.

Poi ripenso ai tizi che credono ai microchip nel cervello e ai feti nei vaccini e mi sento meglio.

Non è che per sollecitare il tuo fisico devi spedirgli una raccomandata

Sono tornato dall’osteopata/fisioterapista dopo due mesi di stop dopo l’intervento. Con le piscine ancora chiuse e la noia che mi prende nel fare esercizio da solo a casa, sentivo il bisogno di una supervisione di un esperto per praticare un po’ di attività a corpo libero.


Anche perché il motivo per cui sono andato dal fisioterapista la prima volta è che durante il lockdown generale nel fare esercizio da solo mi sono incriccato il trapezio.


Mi ha rimproverato di essere risalito in bici dopo soli 40 giorni dall’operazione. Secondo lui è troppo presto e le sollecitazioni sulla zona interessata non sono indicate in questa fase.

Riconosco il suo parere di esperto anche se, confesso, non ho intenzione di seguirlo, seguitando a salire in bici.


L’osteopata/fisioterapista è un professionista che lavora bene, ma il suo approccio olistico non mi si confà in pieno. Per dire, alla prima visita posturale mi esaminò anche i tatuaggi perché a suo dire minano l’equilibrio corporeo. Magari è pure vero, eh.


Avrei voluto commentare che ci sono state anche altri tipi di sollecitazioni nella zona interessata e avrei voluto chiedere che tipo di implicazioni avrebbero, ma sono sempre molto riservato e timido sull’argomento sessuale con gli estranei – pur se professionisti – e i non estranei e gli estranei non binary (che sono quelli che non riconosco né come estranei né come non estranei).

Ricordo quando parlai la prima volta con il chirurgo che mi avrebbe poi operato. C’era anche M. con me. Io gli stavo facendo alcune domande generiche sui tempi di recupero e il ritorno alla normalità.

Poi M. tagliò corto chiedendo: «Sì, per quanto riguarda la riprese di attività ludico-sessuali?».


Che è una domanda più che legittima e tecnicamente medica, ma così all’improvviso non me l’aspettavo.


Così come sono più restìo a parlare del mio privato in pubblico, sono molto pubblico qui su questo spazio privato, giacché qui posso vestire i panni dell’esperto.

Salve, mi presento, Dott. Gintoki, Piacerologo. Mi sono dottorato con una tesi dal titolo Piacer figlio d’affanno? Siamo sicuri non sia un figlio illegittimo?.

Quando scrivevo Non è che ti serva chiedere indicazioni su come si raggiunge il piacere avevo concluso la mia breve dissertazione sul tema dell’orgasmo femminile con un «E sicuramente me ne sono persi altri ancora».

All’epoca ancora non avevo esaminato tutte le potenzialità di una persona come M..

Mi piacerebbe tanto ora millantare mie grandi capacità amatorie tal da consentire le manifestazioni fisiche che descrivo di seguito, ma credo semplicemente che sia lei, così poliedrica e frizzante, a offrire di sua sponte vario materiale di osservazione e studio in merito.

Detto in soldoni: il soggetto di studio – giacché questa è una ricerca scientifica per il mio prossimo libro, dal titolo Perché rompere il cazzo agli altri invece di utilizzarlo (il cazzo)? – conosce il soddisfacimento sotto aspetti diversi, che esterna senza tabù.

Ad esempio, una volta all’apice aveva assunto un’espressione, con un occhio girato all’insù e uno socchiuso, che mi ricordava qualcosa. Appurato che non fosse un principio di emorragia cerebrale, ho ripensato ai miei ricordi cinematografici e mi è venuta in mente Brigitte Helm in Metropolis:

Un’altra volta invece, al culmine, ha avuto uno sfogo così rabbioso che pensai stesse per impersonare Tony Montana.

E un’altra volta ancora si ritrovò in stile Esorcista a fare il ponte all’indietro. Non so se dovrei etichettarlo sotto i “cinematografici” o sotto quelli “possessione demoniaca”.

Sono invidioso e ammirato, invero. E anche curioso.

Sto pensando a quali altri riferimenti cinematografici ci si potrebbe ispirare:

Psycho: un urlo alla Janet Leigh sotto la doccia. Occorrerà poi prepararsi all’arrivo della polizia che qualcuno sicuramente chiamerà.
Il Signore degli Anelli: un bel sibilante Tesssssoro!.
L’avvocato del Diavolo: incoraggiare al grido di «Si! Dacci sotto, vai figliolo! Coraggio, molto bene, tienila stretta questa furia, vai!»


La scena in cui Keanu Revees/Kevin Lomax spara inutilmente ad Al Pacino/Satana.


Full Metal Jacket: nel caso il partner rischi di “anticiparsi”, sottolineare la cosa, con disappunto, con la battuta «Ma Cristo di un Dio, ma cosa fai, stai venendo?».


Riferita alla scena dell’addestramento massacrante cui viene sottoposto il soldato Palla di Lardo.


Il Padrino: «Che ti fici mai per meritare questa mancanza di rispetto?» Questa la utilizzerei in caso di orgasmo mancato.

Che grande il cinema!

Non è che con le nuove regole se il mare è una tavola possono starci solo in 4

Venerdì ho sostenuto una prova intercorso per un esame. La didattica a distanza mi permette di poter gestire l’impegno universitario senza muovermi da casa, nelle pause lavorative.

Da questo punto di vista, le restrizioni vantaggi indubbi ne offrono.

Gli svantaggi non sto qui a descriverli, ne siamo consci tutti. Tra i disagi che più avverto, a livello epidermico – ne ho già parlato qui, so di ripetermi – c’è una maggiore insofferenza verso il prossimo e una disabitudine alla presenza umana.

Non è la paranoia degli assembramenti o dei contagi. È proprio che le persone mi provocano più fastidio del solito. So di avere la puzza sotto il naso, come se ci fosse un cassonetto dell’organico di una pescheria a fine giornata piazzato sotto le mie narici.

D’altro canto, l’asticella di ciò che è scostumato è diventata molto facilmente scavalcabile, da parte di alcuni.

Venerdì ho pensato di andar via per un weekend con M., contro il logorio della vita moderna. Isolati, tranquilli.

Quella sera tutto nella norma. Nell’intero stabile eravamo da soli, eccezion fatta al piano di sotto per la governante dei proprietari, una sbrigativa, ermetica, asciutta e segaligna signora come solo la gente di borgo in altura può essere sbrigativa, ermetica, asciutta e segaligna. Ho apprezzato molto tali caratteristiche.

Il pomeriggio dopo nell’appartamento di fianco sono arrivati 4-5 ragazzi. Le pareti sottili che ci dividevano da loro mi hanno permesso di disprezzare a pieni timpani la musica che ascoltavano a volume alto.

Credo poi avessero dei problemi nell’utilizzo dello sciacquone: non tirandolo correttamente, l’hanno lasciato inserito a caricare e scorrere per 2-3 ore. Il tubo passava proprio nel muro confinante la nostra camera da letto. Ho disprezzato fin circa mezzanotte-l’una il rumoroso scorrere incessante. Pazienza.

Domenica eravamo a pranzo fuori. Le norme sul distanziamento dei tavoli mettono forse al riparo il naso dalle goccioline di saliva altrui ma non le orecchie dai suoni molesti.

Un tale, in particolare, alla mia destra, rappresentava un classico esempio di gentiluomo mancato. Mancato da diversi colpi educativi con un nodoso randello.

Verbalmente rumoroso e sguaiato come un ippopotamo flatulente (di cui riportiamo una testimonianza), come se non ci fossero altre persone intorno, faceva del rispetto del prossimo il proprio pezzo forte. Ha richiamato l’attenzione della cameriera al grido (ed era proprio un grido, infatti) di BELLLAAA. Al cameriere che gli ha chiesto come fosse il piatto – che aveva spazzolato a dovere -, per risultar simpatico ha risposto Poteva essere meglio. Ahr Ahr Ahr!. Non essendo le posate parte della propria religione, né il chiedere di avere il piatto, si alzava dal tavolo per andare a prendere con le mani ciò che gli serviva.

Sono perplesso.

Ho chiaramente bisogno di aiuto. Sto diventando insofferente e giudicante come un bisbetico pensionato. E il colmo è che manco la vedrò mai la pensione, probabilmente!

Non è che ti serva una scarpa per la tua impronta ecologica

Ho comprato degli spazzolini di bamboo. Voglio cercare di dare un contributo alla diminuzione della mia impronta ecologica.

Poi magari per produrre un singolo spazzolino – proprio quello che ho in mano io – hanno versato nell’atmosfera la CO2 per produrre un SUV, chi lo sa.

Il discorso riguarda il sentirsi in grado di poter fare la propria parte partendo dalle piccole cose, quelle che oggi qualsiasi sito o giornale consigliano: e non lasciate il caricabatterie nella presa, e spegnete il pallino rosso del televisore (molti apparecchi, oggi, non hanno più i pallini rossi), fate pipì mentre fate la doccia.


L’ultimo punto realmente viene consigliato, per salvare un tiro di sciacquone.
Anche fare la doccia in due fa salvare acqua.
Fare la doccia in due e pisciare in due insieme attiva un sensore a forma di smile sulla mappa mondiale che ha Greta Thunberg in cameretta.


La questione del proprio contributo personale viene messa a dura prova ovviamente da tutto un insieme di cose che vanno in direzione contraria.

Per dire, ricordo che in un supermercato di una grande catena molto diffusa a Milano ho visto in vendita fettine di mela tagliate, in una bella confezione di plastica.

Ora, io comprendo che a Milano sono tutti di fretta, lavorano sempre – e via di altri luoghi comuni – ma che il milanese ora non abbia neanche il tempo di tagliarsi una mela o mangiarla a morsi mi sembra un po’ eccessivo.


Poi magari la mela a fettine la vendono anche a Crotone, per carità, sta di fatto che, per ora, l’ho vista solo a Milano.


Quindi ciò mi porta a pormi la domanda se realmente fare la propria parte serva a qualcosa.

Anche se tutta la città in cui vivo si servisse di spazzolini di bamboo, riuscirebbe a compensare quel che fa la grande fabbrica che abbiamo in questa stessa città?

La risposta probabilmente è Ni.

Ma in realtà la domanda non è proprio da porsi.

Se spegniamo il pallino rosso o se pisciamo nella doccia alla fine è per avere un’illusione di controllo. È come quando si dice di no una sera alla frittura perché ci illudiamo di poterci allungare la vita. Poi magari nel nostro DNA c’è scritto che a 60 anni il diabete ci farà secchi, a prescindere dalle fritture cui rinunciamo.

Ovviamente non sto dicendo che l’attenzione agli alimenti, a una vita sana, sia una cosa inutile: chiariamo che non è assolutamente in discussione questo. Dico solo che noi abbiamo necessità di vivere con l’illusione di avere controllo, a prescindere che serva o meno a qualcosa.

Poi ci sono quelli cui non importa niente di niente. Ma più che persone che vivono libere dall’idea del controllo, credo sia solo gente che vive facendo del disimpegno e dello sbattersene per il pene una ragione di vita. Chi mi viene a dire Tanto è tutto inutile che compriamo spazzolini di bamboo se poi la Cina inquina per me sta semplicemente cercando una scusa per non fare un cazzo, perché è molto più semplice e immediato.

C’è un vero motivo per cui fare una riflessione sugli spazzoli di bamboo: in bocca mi danno la stessa sensazione dell’abbassalingua del medico, una delle cose più brutte che io abbia provato in vita mia da bambino.

Il medico che mi ficca quella stecchetta legnosa in gola che mi causa conati di vomito è uno degli incubi che ancora mi perseguita.

Al che io vorrei dire: ce la metto tutta per avere una coscienza ecologica, ma è possibile che si debba lottare contro la Cina, i SUV, le fettine di mela tagliate nel supermercato e financo pure con la sensazione di legnetto in gola?

Allora ditelo, eh.

Non è che ti serva la metallurgia per creare una lega

La notizia che nel calcio i grandi Club sono interessati al denaro e si muovono dove possono raccogliere più denaro – per continuare a mantenere in vita un circo attrattivo per nuovi mercati – mi ha sconvolto: non ero così sorpreso da quella volta che dissero che il Presidente turco è una brutta persona. Veramente, ci si sorprende sempre. Che fantastica storia la vita.

Non voglio comunque parlare di superleghe di calcio – l’unica super-lega di cui mi può importar qualcosa è l’adamantio – seppur mi faccia ridere questa cosa de Mi porto via il pallone e mi farò un calcio mio.


Con black jack e squillo di lusso, avrebbe detto Bender.


Non so cosa voglia dire essere in una lega di gente speciale. Da piccolo ero sempre nel novero dei pipponi quando si facevano le squadre. Ecco, noialtri avremmo potuto creare una Supersega: il torneo di quelli che sono una pippa.

La verità è che a me non fregava una beneamata mazza di competere per essere bravo nell’ora di educazione fisica a fare punti a pallavolo. Conoscendomi – e credo ci conoscermi – se ci avessi tenuto avrei passato ore a casa a sbattere il pallone contro il muro per esercitarmi.

Sarei rimasto una pippa, ma sarei stato una pippa allenata: questo forse mi avrebbe reso meno pippa agli occhi degli altri o comunque avrebbe generato apprezzamento l’impegno.

Essere parte di un club elitario è faticoso: da una parte è richiesto di mantenere uno standard adeguato. Dall’altra, ciò ti renderà inviso a quelli fuori dal club.

Non so come, ma ad esempio alle scuole medie ero parte del gruppo elitario della classe. Non potevo dirmi tra i più fighi, ma diciamo avevo uno standard minimo. Per tornare al discorso calcistico: non riuscivo a lottare per lo scudetto ma avevo i punti minimi per l’ultimo piazzamento nelle zone alte.

Così ero il meno figo nel club dei fighi e il primo odiato – per vicinanza – di tutti gli altri, gli esclusi.

E questa è la mia storia con le leghe e i club elitari.

C’è un altro club di cui faccio parte mio malgrado e che mi garantisce una posizione in qualche modo da privilegiato, quantomeno in termini di seccature in meno.

Ci riflettevo qualche tempo fa, leggendo questo post.

Sono un M.E.B.. No, non un Mario Eleno Boschi, ma un Maschio Etero Bianco.

Chiunque non sia MEB si ritrova con qualche vantaggio in meno e qualche svantaggio in più. Lo noto tutti i giorni nel mondo che mi circonda, anche nelle cose che sembrano più piccole che accadono agli altri.

Non è essere parte di un club il problema, anzi. Ma chi prova a sollevare la questione sugli svantaggi di chi non ne fa parte, viene tacciato di essere nemico del club; è un ottimo strumento dialettico per mandare il discorso in caciara ed evitare di porre invece il problema fondamentale: far sì che anche gli altri club possano giocare nello stesso campionato, con regole e diritti uguali.

Le Superleghe rompono proprio il cazzo.

Non è che ti serva bussare per entrare nella psiche altrui

Basta fare un giro nei dintorni di qualche spazio aperto di aggregazione per trovare conferma ai propri pregiudizi e stereotipi sulla fauna giovanile locale. Ed è confortante sapere che esista una possibilità del genere: la chiusura e l’isolamento dello scorso anno mi avevano fatto pensare che forse i miei ricordi su come mi causasse disagio e ribrezzo una simile umanità fossero distorti o non corrispondessero più al vero.

Ora però più trovo conferme più ho voglia di restarmene isolato, il che è un bene vista la situazione attuale. Il mio dubbio è che, un giorno, quando sarà finita l’emergenza, io mi ritrovi ancor più intollerante e insofferente verso il prossimo e anche il remoto.

Domenica sera ero uscito di casa per attraversare la strada e andare un attimo alla gelateria di fronte.

Un gaudente fauno locale al volante di un Mercedes – che avrà vinto alla lotteria perché fatico a pensare che, con all’incirca 10 anni di età meno di me, uno possa già essere un piccolo imprenditore capace di garantirsi un mezzo da 35mila € – vede passare due ragazze ed esclama Ciao belle dove andate?.

Loro non danno peso al suo tentativo di fare miciochiamata come si dice oggi con un inglesismo* e tirano dritto.


* Beninteso, non voglio banalizzare. Ho repulsione verso qualsiasi tipo di approccio molesto rivolto al prossimo. Sono così intollerante all’invasione della bolla prossemica che odio persino quello che, di fianco, ti sbircia nel libro che stai leggendo. Ma ho l’impressione che la tendenza a dover dare un nome a tutto ci sia un po’ sfuggita di mano e oggi serva solo a garantire visualizzazioni a Twitter e permetterci a basso dispendio energetico di essere partecipi e ritenere di aver fatto la nostra parte mettendo un cancelletto alle cose.


Nell’esempio di cui sopra, potrei parlare di #bookspying ma non lo farò.


Poi fa uno scattino nervoso con l’auto come a voler superare sulla destra l’auto davanti, senza averne lo spazio. Difatti lo scattino si esaurisce nell’arco di un metro e un po’ giusto poco prima di incontrare me che attraverso la strada.

Mi chiedo sempre cosa frulli nella testa delle persone e, per individui simili, la mia risposta è sempre la stessa: nulla. Anche questo è un pregiudizio, ne son conscio, ma – sulla base di semplici apparenze – fatico a immaginare che, mentre è intento nel suo scattino per vituperare i cavalli dell’auto, costui stia riflettendo sul senso della propria esistenza e sull’origine dell’Universo.

Tendenzialmente quindi suddivido la psiche delle persone in maniera molto semplice. Quelli appunto come il tizio di cui sopra credo abbiano una psiche con necessità molto semplici, come un essere che ha solo bisogno di nutrirsi, defecare e riprodursi.

Poi ci sono tutti quelli che credo avrebbero necessità di uno psicologo e se non ci vanno è solo perché:

– Non possono permetterselo;
– Temono di andarci e scoprire di essere omosessuali;
– Pensano che andarci significhi ammettere di essere malati o avere qualcosa che non va.

Io sono stato da una terapeuta pensando invece di avere qualcosa che non andava.

Ha provato a convincermi che non ho nulla da guarire o curare e che al massimo sono gli altri ad avere qualche problema di funzionalità.

Tralasciando che secondo me i terapeuti dicono così a tutti, la cosa non mi è di conforto alcuno.


Per dire, l’ex fidanzato di un’amica si era convinto a vedere una psicologa dopo che aveva sbroccato*, tal da arrivare a
– puntarsi un coltello alla gola dopo un litigio minacciando di tagliarsi se lei non l’avesse ascoltato
– dare delle testate al muro al telefono per convincerla poi a tornare da lui perché lui stava male

Alla fine la psicologa gli ha detto che lui non aveva nulla che non andava ed era stata lei a esasperarlo e a costringerlo a comportarsi in tal modo.

Il che può anche essere vero eh – io lascio il beneficio del dubbio – ma rinforza il mio pregiudizio sul fatto che gli psicologi provino a convincerti che non è colpa tua.


* Mi si perdonerà l’utilizzo di termini non precisi e tecnici ma oltre a sbroccare non mi viene altro.


Perché se io sono il problema posso anche tentare di risolvermi.

Se lo sono gli altri invece c’è poco da fare e anche ammettendo per assurdo di convincere gli altri ad andare da uno psicologo chi mi assicura che poi lui non gli dica che sono io il problema?

Allora delle volte vorrei davvero trovarmi nel tranquillizzante vuoto della testa del tipo in Mercedes ma la mia paura che sia anche lui un’anima tormentata e afflitta da gravi dubbi esistenziali è tanta che preferisco restare nell’amichevole conforto del pregiudizio perché tutti abbiamo bisogno di qualcosa o qualcuno da odiare, non dobbiamo essere ipocriti e fingerci carichi di buoni sentimenti. L’importante è scegliere la categoria giusta e socialmente accettabile per il proprio odio.

Scegliete la vita: scegliete un lavoro; scegliete una carriera eccetera eccetera ma scegliete anche di odiare il tizio in Mercedes dedito alla miciochiamata, che fa gli scattini nervosi per sorpassare a destra, con il subwoofer da 300W per far sentire a tutti un neomelodico trapper.


Ché io pensavo trapper e neomelodico fossero due tipologie di artisti di per sé già da trovare poco sopportabili, ma la loro fusione in stile Gogeta ha un’aura irritante potentissima.


Non è che ti serva l’ABS se freni l’entusiasmo

Il nuovo editor di WordPress mi fa schifo alquanto. Per un po’ lo avevo aggirato accedendo dalla bacheca amministratore e selezionando l’editor classico, ora sembra non sia più possibile.

Non capisco la logica della struttura di scrittura a blocchi. Un richiamo al blocco dello scrittore?

Mi toglie un po’ di entusiasmo nel fare post.

Parlando sempre di entusiasmo, ammiro e venero quello di M.. La sua vitalità e frizzantezza sono un tocco di luce nella casa.

Mi ricorda una scena de La finestra sul cortile, quando James Stewart, nell’ombra, chiede a Grace Kelly “Ma chi sei?” e lei scandisce il proprio nome per intero accendendo in sequenza le abat-jour, come a dire “Ti porto la luce nell’oscurità in cui ti sei rintanato”.

Detto ciò, mi rendo a volte poi conto di dover stare accorto a non fomentare troppo il suo entusiasmo e prestare attenzione a ciò che dico per non dare il LA al suo istinto compulsivo per gli acquisti.

Se penso ad alta voce che manca un bicchiere particolare per un tipo di birra, il giorno dopo lei arriva con un set completo di bicchieri, più altre cose che ha raccattato per strada e di cui non c’era l’esigenza ma che improvvisamente diventano utilissime.

L’altro giorno era in un vivaio. Ci servivano 3 (e sottolineo 3) vasetti per delle cactacee. Mi invia una foto degli scaffali dei vasetti, di vario tipo, forma e colore. Io con Paint faccio una stellina su un range di scelta di 7-8 vasetti.

Li ha comprati tutti e 8.

E poi ha comprato altre piante perché, avendo dei vasetti in più, vanno riempiti. (Giustamente).

E poi ha comprato anche un vaso che non avevo segnato.

Con altre piante da metterci dentro.

A volte me la prendo con me stesso per il mio eccessivo pragmatismo realistico, che, davanti a quella che ormai è una dépendance del vivaio e che sarebbe casa nostra, mi porta a esclamare «Ah. Hai preso altre piante.». Insomma, non vorrei che il suo entusiasmo e la sua allegria si ridimensionassero o spegnessero per causa mia.

Anche perché le piante son belle e ravvivano la casa. Meglio che si concentri su quelle e non cominci a trovare entusiasmo per ammenicoli vari e cose kitsch, il rischio poi è quello di finire a sfogare la compulsività con altro!

Non è che il 1 Aprile se qualcosa ti puzza è perché è un pesce

Quelli delle Risorse Umane alla Spurghi&Clisteri S.p.A. dove lavoro sono persone fantastiche. Lo dimostrerò facendo una breve cronistoria di quanto accadutomi nell’ultimo mese.

23 febbraio: scrivo a Risorse Umane chiedendo cosa dovrò inserire sul cartellino online per i giorni in cui sarò ricoverato. Falsa (nome di fantasia per tutelare l’identità della persona in questione) mi risponde di non dover fare nulla, basta o comunicare il numero di protocollo, oppure, nel caso la clinica non fosse abilitata al rilascio del protocollo telematico, fare segnalazione all’INPS e inoltrare un certificato di ricovero.
14 marzo: invio a Risorse Umane il certificato di ricovero relativo all’11 e 12 marzo e copia della mail inviata all’INPS. Mi risponde sempre Falsa, che mi ringrazia.
25 marzo: segnalo che i giorni di ricovero dell’11 e 12 marzo non sono ancora stati caricati a sistema sul cartellino. Falsa, sempre lei, mi risponde che la cosa sarà risolta nei giorni a venire.
01 aprile: Falsa, ormai la conoscete, mi scrive dicendo che i giorni 11-12 marzo sono in errore sul cartellino online perché risulto assente. “Gintoki, potresti verificare?”.

Devo ammettere che per un attimo ci ero veramente cascato! Poi ho controllato la data, doveva essere sicuramente uno scherzone di quella burlona di Falsa!

Pensate, un Pesce d’Aprile così articolato che non solo è partito settimane prima ma l’ha anche fatto durare sino a oggi, 6 Aprile, quando poi l’anomalia è stata risolta dopo un paio di miei solleciti (che immagino fossero parte dello scherzone: Falsa avrà detto “Perché risolvere subito, teniamolo un po’ sulla griglia come un pesce da arrostire”).

Non c’è che dire, con delle persone frizzanti così non c’è da annoiarsi!

Non è che ti serva un frigo per servire fredda la vendetta

Il condominio in cui vivo è tutto sommato tranquillo. Fatta esclusione per delle cose poco piacevoli.

Per dire, qualcuno ogni giorno fuma nell’androne del palazzo o sulle scale, gettando la cicca o la cenere a terra.

La differenziata è un’altra nota dolente. Capitano buste conferite non nei giorni appropriati. Oppure di buste con dentro di tutto. Che bisogna farlo allora di proposito, perché se uno non è in grado di comprendere che il vetro va solo col vetro allora deve essere dichiarato incapace di intendere e di volere.

Avevo raccontato in un altro post poi di quando ho trovato un pacchetto del corriere aperto.

Il furbone del corriere, non trovandomi, aveva pensato bene di lasciare la busta incustodita sopra la cassetta delle lettere. Un furbone nel palazzo, poi, passando di lì ha pensato bene di aprirla e di prenderne il contenuto, lasciando però la busta sopra la cassetta. Immagino per gentilezza, perché se se la fosse portata via io non avrei mai saputo che il pacchetto era arrivato e magari me la sarei presa con chi l’ha spedita gridandogli di avermi ingannato.

Invece quando ho visto che era aperta mi sono tranquillizzato: mi era solo stato rubato il contenuto, il servizio clienti Fastweb è onesto allora.

Oggi ho pensato si fosse verificato lo stesso episodio.

Dal tracciamento sul sito del corriere vedo che mi è stato consegnato un pacchetto. Alle 13:19. Sono le 14, sono rientrato a casa alle 13:30. Sulla cassetta delle lettere non c’è nulla. Io in casa non c’ero, ne sono sicuro. Ho testimoni che provano fossi altrove.

Ho pensato a un nuovo furto, senza neanche, stavolta, l’involucro lasciato a disposizione.

Dopo le peggiori invocazioni ad Anubi, ho iniziato a pensare a come vendicarmi.

Ipotesi 1: fabbricare un finto pacchetto con dentro dell’antrace e lasciarlo incustodito sulla cassetta delle lettere.
Problema: dove la trovo l’antrace?

Ipotesi 2: fabbricare un pacchetto che all’apertura avrebbe inondato di inchiostro indelebile il ladro.
Problema: come fabbricarlo? Senza rischiare, soprattutto, di rimanere io stesso vittima dello scherzone?

Poi ho avuto l’idea.

Esistono negozi online che vendono animali per i terrari. Invertebrati, soprattutto.

Non sarebbe stata una scena divertente – se fosse possibile vederla – ammirare la faccia del ladro mentre apre il pacchetto e si ritrova degli scarafaggi giganti che prendono possesso della sua casa?

Delle belle blatte dalle antenne telescopiche?

Un simpatico ragnetto peloso di 15 centimetri?

Una scolopendra, di quelle dal carattere parecchio irrequieto e nervoso che sono capaci di saltarti addosso e morderti solo perché non gli piace il colore delle tue scarpe?

Mentre soppesavo tutte queste opzioni si sono fatte le 15 e 10. Il citofono suona. È il corriere che mi consegna il pacchetto che ritenevo trafugato.

In pratica lui aveva segnato la consegna prima di scendere dal furgone, non mi aveva trovato, era partito per un altro giro e poi, di ritorno, era tornato da me.

Che dire. Tutto è bene ciò che finisce bene.

Qualcuno per caso vuole una simpatica e amorevole scolopendra da salotto?