Non è che il trappista sia quello con le scritte in faccia che canta con l’autotune

Devo andare a Bruxelles un paio di giorni per lavoro. Non sono molto avvezzo alle trasferte pagate. Invidio chi è trasfertista di professione, Business Class e taxi anche per andare ai servizi igienici, senza porsi problema. Io invece ho quel timore reverenziale nel chiedere l’hotel più vicino all’edificio dove devo andare anche se costa 10€ in più.

In compenso, dato che ho tempi stretti per il ritorno, invece del bus-navetta Centro città/Aeroporto, ho chiesto quello col servizio “Ti veniamo a prendere dove vuoi”. Costa di più, ovviamente: eh questi lussi che ci concediamo!

Il Belgio mi fa ricordare mia zia. Era una vera ultras, non perdeva occasione di dire in Belgio hanno questo, in Belgio fanno quest’altro. Mia zia aveva viaggiato molto e visto molte cose, anche se tendeva a essere un po’ monotematica e insistere su certi argomenti, come il Belgio per l’appunto, quasi volesse spingerti a tutti i costi ad accogliere la sua fede.

Credo questo modo di fare derivasse dalla sua profonda impronta cattolica.


La religione è un’ottima spiegazione per molti atteggiamenti della società, dalla sindrome di una colpa intrinseca che si porta dietro l’umanità (“Ci meritiamo l’estinzione”, come si sente dire a volte) alla sofferenza che viene spesso imposta negli ospedali alle partorienti.


Le profonde convinzioni di mia zia, tipo quella sul Belgio, erano spesso oggetto di sarcasmo da parte dei miei.
I miei non sono mai stati in Belgio.

Più passa il tempo e più sento in qualche modo di esser stato guastato dalle azioni e dal modo di pensare di Madre e Padre. In realtà guastare presupporrebbe che in origine io fossi sano, mentre invece son venuto fuori così in un processo di costruzione, quindi forse sono in realtà un prodotto finito integro che, però, sente di avere un qualcosa di strutturalmente non conforme.

Ma fino a quando e fino a quanto possiamo dare la colpa all’educazione ricevuta e al contesto in cui siamo cresciuti? Nel discorso al brindisi del mio tramemonio ho esordito con “Noi siamo la somma delle nostre esperienze”. È una frase che vado ripetendo da anni.

È una frase cui però forse, all’avvicinarmi del mio otto più trenta, sto smettendo di credere.

Perché sei tu. Non sono le cose brutte o l’educazione. Sei tu.

in italiano (io preferisco però la voce di Aaron Paul / Jesse Pinkman)

Vado a riempirmi di birre trappiste.

Non è che i Fantastici 4 non fossero artefici del proprio Destino

Conservo ancora da qualche parte, forse lasciato in casa dei miei, un taccuino in cui annotavo frasi estrapolate da libri che avevo letto (ma non solo: anche film visti o dichiarazioni di qualche intellettuale) e che mi avevano colpito.

Evitavo quelle citazioni note e che son sulla bocca di tutti, a volte anche attribuite in modo errato o utilizzate a sproposito (ad esempio Voltaire non ha mai detto che avrebbe gradito morire per una cazzata detta dal suo prossimo).

Ripensavo in questi giorni a una di queste citazioni arcinote e da me non inserite nel taccuino: «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», Galileo per bocca di Brecht (o Brecht per bocca di Galileo).

Ci riflettevo notando come nella stretta quotidianità siamo in qualche modo invasi da presunti eroi della vita normale: collaboratori scolastici che fanno 1000km al giorno, laureati in anticipo col massimo dei voti e con già con un percorso lavorativo avviato grazie alla privazione di sonno, giovani contenti di lavori sottopagati in nome del mito della gavetta.


Non mi soffermo sulla veridicità di tali, commoventi, storie.


Tali realtà di coraggio ed eroismo hanno tutte un denominatore comune: il mondo del lavoro.

Il lavoro, da fondamento dello Stato e diritto del cittadino viene trasformato in un’impresa, un ardimento, un cimento che premia l’individuo disposto al sacrificio, alla fatica, alla rinuncia di qualsiasi altro aspetto della propria vita in nome del nobile sudore della fronte.

Come viene premiato l’individuo? Che domande! Ma con il lavoro in sé! Qual riconoscimento migliore del sudore per il sudore?

La retorica della performance si unisce a un altro incitamento morale per l’individuo funzionale anche questo al mondo del lavoro: il dover essere a tutti i costi positivi e felici.

Beninteso, siamo d’accordo che un certo livello di ottimismo e buonumore eviti di spappolarsi il fegato – ben lo sa chi come me somatizza tutto (o sodomizza sé stesso con le proprie paturnie mentali) soffrendo gastriti e coliti – ma vivere nell’epoca della dittatura del pensare positivo non credo comunque apporti benefici alla salute.

A parte che negarsi il diritto ad avere i maglioni girati non è altro che reprimersi, trovo che stia venendo fuori una società di persone frustrate, insoddisfatte e ansiose, preda del lato oscuro del “Essere artefici del proprio destino” il cui sottinteso è “Se le cose ti vanno male è colpa tua perché non ti impegni, non produci abbastanza, non sorridi nonostante tutto quando le cose vanno male”.

Ecco allora che, per riequilibrare l’universo, vorrei che invece di martellarci con le storie degli eroi positivi ci raccontassero storie di altre persone, antieroi – per gli standard attuali – da premiare perché:

– Hanno chiesto a un colloquio quale fosse la retribuzione perché si ritengono in diritto di venire a conoscenza delle condizioni del lavoro che gli si sta proponendo, invece di aderire alla retorica del “Non pensate allo stipendio”.


Beato quel paese che non ha bisogno di pensare allo stipendio, avrebbe detto Brecht (o Galileo).


– Hanno mandato a quel paese una persona che gli diceva “Sorridi e la vita ti sorriderà”.


Beato quel paese che non ha bisogno di sorridere a tutti i costi, avrebbe detto Brecht (o Galileo).


– Hanno compreso che prendersi un’ora per una tisana e Netflix sul divano di sabato pomeriggio non vuol dire affatto prendersi cura di sé stessi se poi il resto della settimana pensano solo a correre a destra e a manca ed esaurirsi per soddisfare qualcosa/qualcuno perché ti fanno credere che rallentare vuol dire non performare.


Beato quel paese che non ha bisogno di performare, avrebbe detto Brecht (o Galileo).


– Hanno chiesto del pistacchio ma non di Bronte.


Beato quel paese che non ha bisogno dei pistacchi di Bronte, avrebbe detto Brecht (o Galileo).


 

Non è che fai fare il dottorato alla vigna per farla diventare DOC

Mi ricordo quando nel 2019 ci fu la protesta degli allevatori sardi una delle conseguenze nell’immediato, a parte il cittadino medio che realizzò che Ohibò, quindi agricoltori e allevatori all’origine guadagnano pochi spicci? Incredibile signora mia, fu una crisi nella produzione di Pecorino Romano. Alcune persone si sollevarono scandalizzate: ma come, il pecorino, non quello qualsiasi ma proprio il romano, non si fa con latte romano?


Della lupa, immagino.


Il problema è che spesso si confondono origine e produzione/distribuzione.

Chissà come ci rimarrebbero male nello scoprire che a Mazara non ci sono gamberi o che a Tropea cittadina non si coltivano cipolle.

Queste curiosità me ne fanno venire in mente una personale.

Padre mi ha ringraziato per ben due volte, prima tramite messaggio e poi di persona (un fatto raro, dato il suo esser parsimonioso con le esternazioni) per una bottiglia di Lacryma Christi che gli abbiamo portato.

In verità, noi non ricordiamo proprio di questa bottiglia. Non escludo potremmo averla portata diverso tempo fa, ma non sono del tutto convinto.

Però io e M. ricordiamo che la sera del 24 dicembre abbiamo portato una bottiglia di Müller-Thurgau. Non l’abbiamo poi aperta perché Padre aveva esposto sullo scrittoio tutta una serie di bianchi e alla fine abbiamo scelto di accompagnare la cena con un altro vino.

Il dubbio che mi viene è che, con tutta la serie di bottiglie che ha in cantina, abbia forse fatto confusione e questo Lacryma Christi sia stato da lui comprato tempo e non si ricorda.

Ora il dubbio è: chiarire l’equivoco sull’origine del vino? E se sì, a che scopo?

Ma soprattutto: avrà poi bevuto il Müller-Thurgau? Sarà vero che lo producono nella città di Müller-Thurgau, come il pomodoro Pachino e il pistacchio di Bronte?


Ovviamente sto scherzando. Sul vino.


 

Non è che per costruire casa prendi dei libri noiosi perché sono dei mattoni

Ho quasi tre mesi di assenza dal blog da recuperare. Come faccio però a raccontare delle cose in sospeso se, nel frattempo, ce ne sono di nuove?

Ad esempio, questo 2023 è iniziato dando uno sguardo ad appartamenti in vendita. Non che abbiamo impellenza di acquistarne uno, è giusto per farsi un’idea di cosa c’è in giro. Il periodo storico comunque è il peggiore per un mutuo.

Inoltre, ci sono una serie di complessità e insidie di cui tener conto. Ne ho fatto un piccolo elenco spiegando cosa stanno a significare alcune definizioni negli annunci:

In costruzione
I lavori verranno bloccati perché manca qualche permesso o perché la ditta edile è in odore di rapporti poco trasparenti.

Da ristrutturare
Un rudere da abbattere e rifare da zero.

Buono stato
Da abbattere e rifare da zero.

Appena ristrutturato
C’è un soppalco non a norma e quindi nessuna banca concederà un mutuo.

Appena ristrutturato #2
Presenta soluzioni prive di senso tipo la cucina in uno sgabuzzino per ricavare spazio a una stanza in più, la quale suddetta stanza ha delle pareti che formano una zeta per riuscire a prendersi una finestra e non essere cieca.

Palazzo storico
Edificio che cade a pezzi e quindi dovrai sobbarcarti i costi quando decideranno di ristrutturarlo (cosa che avverrà non appena avrai acquistato un appartamento lì dentro).

Contesto signorile
Ci vivono anziani che odiano gli animali, i bambini, le piante e anche te.

Contesto silenzioso
Un quartiere-dormitorio dove alle cinque del pomeriggio non c’è più nessuno in strada.

Centralissimo
È in periferia.

Buona posizione
Estrema periferia.

Ben servito dai mezzi
Niente posto auto.

Trattativa riservata.
Costa un milione d’euro.

Grazioso
È grande quanto un trasportino per gatti.

Elegante e rifinito
C’hanno posato un parquet (che sia di qualità o meno poco importa, l’importante è mettercelo).

Sontuoso
Pacchiano come un vestito di Malgioglio.

Ottima esposizione
Caldo d’estate e freddo d’inverno.

Occasione
Cerchiamo il pollo giusto a cui rifilarlo.

Non è che devi essere un pianista per toccare il tasto giusto

Ebbene sì, son sparito. Non credevo fosse trascorso così tanto tempo. Invece vedo che il mio ultimo post è del 24 ottobre.

A esser sincero a un certo punto riflettendo sulla cosa credevo di aver abbandonato a titolo definitivo il blog.

Non mi è successo niente in questo periodo tal da impedirmi di scrivere. Soltanto che mi sembra di non trovare mai tempo per far tutto. Una volta gli articoli che pubblicavo me li ero già formulati in testa nel corso della giornata e, quando mi sedevo al computer la sera, non facevo altro che trascrivere quello che avevo già pensato.

Adesso cosa mi tiene occupata la mente durante il giorno?

– Cose di lavoro da fare
– Un altro lavoro da cercarmi
– Esami/Tesi da completare*
– Cosa diavolo mangiamo stasera?
– Devo curarmi la spalla/lo stomaco/il raffreddore/altro malanno occasionale sopraggiuntomi
– Se vado via alle…arrivo alle…farò in tempo per occuparmi di questo…e poi andare in palestra/piscina?


* La settimana scorsa comunque ho sostenuto il penultimo. Vedo il traguardo.


Oggi ho detto basta a questo circolo abbastanza triste di pensieri.

Già, ma cosa scrivo? Mi sento fuori allenamento.

Per riprendere confidenza col mezzo offerto da Parolastampa, riprendo un articolo che in realtà era in bozza da parecchio e che riformulo per adattarlo a delle considerazioni.

Tempo fa regalai a M. delle mutande un po’ porcelle, come capita di far in una coppia. Nello specifico erano del genere con apertura sul davanti.

Ci siamo poi accorti che doveva averle ideate o un uomo poco pratico o comunque una persona che concepisce un incontro porcello solo con modalità, come dire, di inserimento.

Come mi spiego meglio? Faccio un esempio: immaginate di comprare una cover per il telefono che lascia scoperto lo schermo ma che copre però il tasto centrale. Voi potete comunque utilizzare il telefono con la cover indosso perché lo schermo è touch: ma se il tasto centrale è coperto direi che non è comodo. E senza utilizzare il tasto centrale ci si perde un bel po’ di funzionalità, credo possano confermarmi le proprietarie di telefono!

La mutanda ha lo stesso problema: è aperta sì ma copre il tasto centrale.


Certo, la cosa si risolve rimuovendo il capo in questione e liberando le parti interessate. Ma se uno progetta una mutanda aperta è per un utilizzo senza la rimozione della suddetta, presumo? Non lo so, non mi sono mai interrogato se, oltre a mutanda mutandis, in certi frangenti valga sempre il mutanda rimuovendis o no.


Mi scuso comunque per la pessima similitudine e l’analogia con il pulsante di un telefono, sono arrugginito alquanto come dicevo.


Questa progettazione mutandara discutibile mi fa pensare a quante cose vengono ideate, messe in piedi, organizzate, giusto per rendere tutto meno semplice, scomodo, magari dietro l’apparenza di funzionalità estetiche o connesse all’ordine.

Le panchine individuali. Perché poi magari su quelle lunghe ci si coricano i senzatetto e a noi poi rovina la giornata un’immagine del genere, signora mia che tempi.

Le stazioni senza posti a sedere e senza più sale d’attesa. Sempre antibivacco, così lei è serena signora mia.


Esiste una definizione per tutto questo: design ostile o architettura ostile. Per approfondire (PDF).


L’università che tiene le aule non utilizzate chiuse a chiave perché «Sennò poi entrano gli studenti», come mi hanno detto. I quali studenti, vivendo la giornata in facoltà, cercano dei posti dove potersi sedere a studiare, perché le aule studio sono

– piccole e non sufficienti
– chiuse
– non ci sono aule studio

Ma a quanto pare signora mia anche questo è brutto da vedersi.

È chiaro che ci sono anche altre esigenze di cui tenere conto ed è difficile conciliare gli interessi di tutti, ma se le soluzioni proposte sono per il rendere l’ambiente che ci circonda meno accogliente lo trovo un po’ triste.

Come una mutanda che sceglie di ignorare un tasto.

Non è che non puoi mischiare sagra e profano

L’autunno in Italia coincide con un fenomeno che colpisce metà degli italiani a fine settimana alterni. In pratica, nell’arco di un mese siamo tutti coinvolti almeno un paio di volte.

Sto parlando di feste e sagre di paese.

Tendenzialmente si dividono in due categorie:

– La sagra del porcello imbottito di caciocavallo (rigorosamente podolico) con castagne tartufi e porcini. Fritto e ripassato al ragù.
– Qualcosa di Medievale. La giostra medievale. Il palio del mulo medievale. La corsa con il cucchiaio in bocca reggendo un uovo, medievale. Il torneo di sputi in faccia medievale. Fa niente che in quella località nel Medioevo c’era giusto un villaggio di 4 case in croce con un prete boccaccesco e qualche occasionale ondata di peste e nient’altro, nessuno andrà mai a indagare.

In questo post vorrei esaminare la prima categoria: quella delle sagre enogastronomiche. E in virtù della mia esperienza di sagraiolo vorrei fornire dei consigli per metterne in piedi una se siete amministratori locali alle prime esperienze:

1. Per una sagra enogastronomica la prima cosa è avere un prodotto tipico. Se non ce l’hai, te lo inventi. Tutta la regione ha la stessa pianta di ravanelli? Tu lo chiami ravanello di *nome della tua città* (per comodità da qui in poi sarà Pisciate di Sotto) e crei la Sagra del ravanello tipico di Pisciate di Sotto.

2. Il territorio di Pisciate di Sotto, 4 metri quadri per 4 incrostato su un arido sperone di roccia, non è però in grado di produrre tutti i ravanelli necessari a sfamare l’orda di lanzichenecchi ingordi che arriverà, soprattutto se il menù della sagra è monotematico e prevede a) antipasto tipico con ravanelli; b) pasta fatta in casa (tipica) con ravanelli; c) stufato di qualche animale a due o quattro zampe (tipico) con ravanelli; d) dolce (tipico) al ravanello; e) amari, liquori, vini e digestivi al ravanello. Rigorosamente tipici. A dirla tutta, nel territorio preciso di Pisciate di Sotto l’ultima pianta di ravanello è morta sul balcone di una vecchietta una decina d’anni fa e da allora non se ne vede più una. Non porti quindi il problema di andare a recuperare ravanelli all’hard discount a rate: i lanzichenecchi di cui sopra, attirati da abbondanza e prezzi modici e storditi dal vino a 1€ utile anche per sverniciare i metalli, mica se lo pongono.

3. La famosa vecchina di cui sopra andrà legata a un ceppo e costretta a fingere di mescolare un paiolo dentro cui ribolle non si sa cosa oppure a impastare la famosa pasta tipica, in genere gnocchi o fusilli che si producono uguali in tutto il resto d’Italia ma che in ogni paesello vengono chiamati con un nome differente perché così diventano tipici.

4. Non dimenticare lo stand che fa le crepes alla Nutella sennò i bambini restano a digiuno e poi non possono rompere il cazzo ai genitori piangendo perché hanno visto lo stand delle crepes alla Nutella e vogliono fermarsi lì.

5. Anche se non lo inviti, comparirà lo stand di torrone, nocciole tostate e caramelle gommose, che sono praticamente le stesse che girano in tutta Italia e che non vedi mai comprare da nessuno. Probabilmente sono di plastica. O lo sono diventate nel tempo.

6. Per gestire l’arrivo di migliaia di persone è necessario attrezzare parcheggi al di fuori del borgo. Qualsiasi cosa può diventare un’area di sosta: una strada abbandonata, il campo sportivo dove la Pisciatese (la squadra del dopolavoro ferroviario) milita con orgoglio nella serie Delinquenza (due categorie sotto Eccellenza e Promozione), un campo coltivato della frazione accanto dove crescono i ravanelli. Ricorda di far pagare il bigliettino di parcheggio, affidando l’assistenza alla sosta a dei volontari: in genere i nipoti minorenni dei gestori di stand. I genitori li rivedranno finito il week end di sagra. Se hanno incassato abbastanza.

7. Chiedi aiuto alla Protezione Civile o a chiunque abbia una tuta fluo per fingere di esserlo.

8. Un maiale su un girarrosto in piazza fa sempre la sua porca figura.

9. Ricordati di far attrezzare gli stand col POS hahahahahahaha no no tranquillo stavo scherzando.

10. L’atmosfera di genuinità e del “fatto come una volta” permette di sorvolare sulla mancata osservanza delle procedure igienico-sanitarie per la preparazione e la somministrazione di alimenti, cose che insomma farebbero chiudere un ristorante a vita ma qui siamo nell’ambito del tipico quindi non devi temere i NAS.

11. La musica tipica non deve mancare, scegli quello che vuoi basta sia suonata con fisarmonica e/o organetto e sia che Pisciate di Sotto si trovi in cima alle Alpi sia che si trovi a Pantelleria avrà sempre, in ogni caso, il ritmo andante zumpa zumpa zumpa-ppà.

Ora direi che ne sapete abbastanza. Che aspettate? Create la vostra sagra!

Non è che se vieni tradotto in carcere è perché parli un’altra lingua

Attenzione: contenuti espliciti.


Mentre seguivo l’assemblea sindacale ieri al lavoro – magari poi ne parlerò – mi è venuta in mente una domanda.

Ma il porno tira ancora? No, non è un doppio senso.

A giudicare dalle statistiche, i siti pornografici vanno alla grande e l’Italia è tra i Paesi che ne usufruisce di più.

Quel che mi chiedevo è se il porno tradizionale vada ancora di moda. Se esiste ancora un’industria del porno o se ormai, visto che vogliamo le birre artigianali, il vino naturale (cosa minchia è il vino naturale, per cortesia), la cucina organica (stesso discorso del vino naturale), ora anche il porno desiderato dal pubblico è quello artigianale, amatoriale, fatto in casa come una volta.

Risposte che io non ho, in compenso ho pensato che i titoli che danno ai porno possono essere molto divertenti se tradotti con dei traduttori automatici e quindi ecco qua una lista nonsense che non ha senso (sono tutti titoli di filmati veri che ho tradotto aprendo un sito):

Papà polverizza ragazzo cinese
Genere Sei forte papà! Ma anche un po’ razzista.

Labbra governanti
Se la Parietti diventasse Presidente del Consiglio.

Eccellente cenere bionda bbw ottiene la sua fessura tumulo carina
Penso sia qualcosa riguardo una cremazione/sepoltura.

Asian teen ottiene tentare e colpita dalla sua nerd
La rivincita della nerd.

La moglie cattiva tradisce con l’idraulico seducendo l’idraulico a sbloccare la mia pipa
Io non chiamerei un idraulico per una pipa non funzionante, giustamente l’idraulico si rifiuta e per convincerlo devono sedurlo.

Piccola ebano viene disossata duramente
Quello del macellaio è un duro lavoro.

Cetriolo in un bellissimo bottino
Storie di scorrerie di pirati vegetariani.

Fa capolino per una ragazza paffuta con grande bottino in natura
Altre storie di razzie di bottino, questa volta con piratesse paffute.

La dolce e giovane gallina ama il sesso hardcore
Pollai a luci rosse.

Una ragazza che rifiuta chiaramente crudo e crudo
Ha ragione, facciamo crudo e mozzarella, crudo e sottoli, per variare.

Cagnolino crudo al primo appuntamento
Non commento, veramente, a parte la barbarie di mangiare un cane, poi servirlo crudo e, per giunta, al primo appuntamento. Bel modo di presentarsi.

La bellezza appetitosa KJ con grandi tette naturali soffia prima del cagnolino
Non so che gioco sia sfidare un cagnolino a soffiare però sempre meglio che servirlo crudo al primo appuntamento (vedi sopra).

La seducente bionda C. con grandi tette naturali viene speronata
Immagino sia una serie di avventure che riguardano ragazze con tette naturali. Qua assistiamo a un incidente (senza constatazione amichevole).

La malvagia gf bionda KJ con grandi tette naturali viene trattata bene
Sempre così, più ti comporti male e più ti trattano bene.

Giovane G. con impressionanti tette naturali forate da un amico
Secondo me allora non sono naturali. Bell’amico, comunque.

Amante dell’uomo di mungitura
Gli allevatori hanno un loro fascino.

Dammi i tuoi carichi cremosi, voglio drenarti. Compilazione multipla (tempo di mungitura)
Ancora storie di allevamento, qui immagino parli della lavorazione di panna e burro.

C. è una studentessa molto audace che alleva la sua insegnante con suggerimenti
Gli insegnanti hanno molto da imparare dagli studenti.

Non è che vai al Fatto Quotidiano per vedere un travaglio

Una coppia di amici ha avuto una bambina e siamo passati a far loro visita.

Ci hanno raccontato di come è stato il pre, il durante, il post parto. In maniera molto dettagliata. Dettagliata come se David Lynch e Quentin Tarantino avessero avuto un figlio e ne avessero fatto un film.

Ovviamente non è che un parto sia qualcosa di diverso da ciò. Come diceva Bernardo di Chiaravalle, inter faeces et urinam nascimur. Mi chiedevo se il loro raccontare fosse però

  • un momento di condivisione empatica
  • uno spoiler di quello che io ed M. potremmo vedere un giorno
  • uno sfogo: “oh, finalmente due persone con cui parlare in libertà”

Comunque, dato che sono una persona con una fantasia molto contorta, ho provato a immaginare – nell’era in cui i contenuti ormai non esistono più e contano i titoli, il clickbait, la notizia lanciata addosso come una pantofola – come racconterebbero un parto alcune testate/siti, con lo stile che li contraddistingue e li rende riconoscibili:

VICE
Abbiamo provato il parto per una settimana (non è andata benissimo)

HUFFINGTON POST
«Da quando vado in travaglio dalle 5 del mattino la mia vita è cambiata»

Libero (online)
+++ENTRA IN CLINICA E…QUELLO CHE SUCCEDE È INCREDIBILE+++ (si vede la patonza)

Libero (carta stampata)
IL CULO NON FA MALE SOLO AL PD E ALLA LOBBY GAY
Retroscena sui postumi del parto che la teoria gender non ci ha ancora tolto

Il Giornale
SIAMO COME I PANDA
Tra invasione migratoria e ideologia LGBT una coppia etero italiana che figlia è notizia

laRepubblica
Ha 15 anni il più giovane chirurgo ostetrico d’Italia
«Ai giovani dico fate la gavetta. Non cedete al reddito di cittadinanza»

il Post
Come funziona il parto (spiegato bene)

Fanpage
Può accadere alle donne fertili. I dettagli:

IlMeteo.it
SCIABOLATA AUTUNNALE: NASCERÀ L’ANTICRISTO?
Previsioni da incubo. Lacrime e sangue!

Leggo
«E poi ha detto divarica le gambe…» Il racconto shock:

Otto e Mezzo
Rapido rapido telegrafico vediamo questo parto e poi andiamo in pubblicità

(Nessun giornalista è stato maltrattato per questa minchiata)

Non è che ti serva una cassaforte per i gioielli di famiglia

Mi sono iscritto in palestra.
A dirla tutta io e M. cercavamo un posto poter tirare qualche pugno e qualche calcio a un sacco: lei voleva riprendere kick-boxing, a me piaceva l’idea di provare qualcos’altro rispetto alla piscina, senza abbandonarla.

E poi un abbonamento può risultare più economico che farsi la doccia nel proprio bagno, di questi tempi.

La palestra vicino casa è di quelle aperte dalle 7 alle 23 e ha le formule entra quando vuoi e fa’ quel che vuoi. Sembra un ambiente tranquillo. Non ci siamo rivolti a una palestra di pugilato e/o arti marziali specifica perché cercavamo qualcosa di soft. In genere sono piuttosto cattivi e incazzati gli istruttori di pugilato e/o arti marziali.

La prima settimana un giorno abbiamo sbagliato corso: pensavamo si tirassero pugni ai sacchi e invece ci siamo ritrovati con uno su un palco che, a ritmo di musica, ti incita a mosse di pugilato, taekwondo, muay thai colpendo l’aria come fosse air guitar. Le famose air marziali. Qualche dubbio sull’impostazione del corso l’ho avuto quando, presentandoci prima all’istruttore, lui ha parlato del rilascio della sua prossima release di brani. E io mi chiedevo se fossimo a fare sport o a un Dj set.

Non è stato proprio quel che fa per me, per due motivi:

1) Ascoltare uno che, sempre sorridente per tre quarti d’ora perché deve per contratto trasmettere entusiasmo, grida E…salto! E…calcio! Siete dei guerrieri! Questa è la vostra sfida! mi crea molto fastidio.
2) Va bene che il fine è solo bruciare calorie ma usare delle mosse molto tecniche senza preoccuparsi di far curare l’impostazione non mi sembra molto indicato. E ci si può anche far male se non eseguite correttamente.

Frequentando invece la sala attrezzi ho fatto poi un paio di considerazioni.

La prima è che tanti adolescenti, ragazze e ragazzi, oggi si pompano. Ai tempi in cui andavo al liceo chi faceva sport praticava o nuoto o pallavolo. Qualcuno calcetto, qualcuna danza, ma non c’era molto altro.

Oggi ci sono 15enni con gli addominali di Cristiano Ronaldo. Cristiano Ronaldo di oggi, perché non credo a 15 anni fosse così strutturato.

La seconda considerazione riguarda gli spogliatoi maschili. Più che altro sulla questioni dei pendagli.

In piscina ho notato c’è molta discrezione sui pendagli: ci si cambia sia prima che dopo con l’accappatoio addosso. A me non frega niente e faccio senza anche perché lo trovo scomodo.

In palestra invece si gira tranquillamente per gli spogliatoi con il proprio pendaglio all’aria, avanti e indietro tra docce e armadietti. C’è anche chi si siede sulle panche senza niente addosso e a me non piacerebbe tanto pensare di sedermi con le chiappe nude e sudate dove poco prima magari ci sono state altre chiappe nude e sudate. Senza contare la questione gioielli del pendaglio: se sei nudo, devi fare attenzione a sederti senza schiacciarli.

Comunque mi son chiesto: la palestra incita all’esibizione del pendaglio mentre la piscina no? Come mai, visto che, comunque, in piscina si sta più svestiti rispetto alla palestra? Forse è paura che l’acqua della piscina abbia un effetto vasocostrittore e che, quindi, il pendaglio possa uscirne ridimensionato?

Interrogativi che restano pendenti.

Non è che l’ecologista cerchi sinonimi di “no” per differenziare un rifiuto

Scrivo molto di meno qui sopra. Leggo anche con meno frequenza, sia altri blog che libri. Ho terminato due giorni fa un Urania che avevo iniziato partendo per le vacanze il 5 di agosto. A me che in un mese leggevo 3-4 libri. Almeno.

Il tempo. Dove se ne va il tempo? Esce, fa due passi, torna fischiettando mentre tu sei sul divano preoccupato fino a prima che apra la porta. Poi lui entra e tu cambi volto e lo guardi male perché se ne è andato via.

In realtà sento il mio corpo che rallenta o chiede di rallentare. E se non sei tu a fermarti sono gli altri che te lo fanno fare, imponendoti di non andar sempre di fretta.

L’altra sera stavo rientrando a casa dopo 12 ore che ero fuori, di cui 10 passate attaccato a uno schermo a riempire celle Excel. Parcheggio e vedo fuori al cancello del palazzo le due inquiline del primo piano che litigano.

Non mi hanno visto. Potrei girare al largo e camminare intorno l’isolato, entrare nel supermercato per uscirne mezz’ora dopo con un pacchetto di caramelle, andare a farmi un bicchiere di vino all’angolo, qualunque cosa pur di evitarle. Ma io sono stanco, voglio solo togliermi i vestiti e girare nudo per casa.

Allora opto per la tattica ariete: testa bassa mi dirigerò verso l’ingresso, saluterò con un cordiale ma volante “buonasera”, infilerò la chiave nel portone e schizzerò sopra.

Nella mia testa è tutto giusto. Nella pratica loro, vedendomi arrivare, si sono girate e piantate davanti al cancello stile picchetto del liceo al grido di Oggi non si entra.

I fatti, in breve: una fa presente che i sacchi dei rifiuti, quando vengono portati fuori di sera, non debbano essere messi in corrispondenza – in linea d’aria – del suo balcone, perché sale cattivo odore fin al primo piano, dove abita. Una volta infatti la trovai che prendeva a calci i sacchi per spostarli più in là, verso un muretto perpendicolare al cancello. E accusava l’altra – che negava, difendendosi – di non rispettare l’indicazione di mettere i summenzionati sacchi più in là.


Qui nel palazzo funziona così: per secco e umido ci sono dei bidoni all’interno, che vengono svuotati dai netturbini. Invece plastica, cartone, vetro, devono esser posti fuori la sera prima.


Bisogna trovare una soluzione, dicono in coro. Parlare con l’amministratrice, affermano sempre in coro. Nessuno però fa niente, cantano ancora in coro. Io guardo in basso a destra seguendo con gli occhi un piccione che prova a rimorchiare una picciona, fingendo di non cogliere la velata richiesta di ergermi a loro capopopolo.

Una delle due, l’accusata, poi getta in campo un altro argomento: afferma che le dicono di non essere pulita, che dal suo appartamento arriva cattivo odore. Ma lei sotto il balcone (che dà sull’interno, non sulla strada) si ritrova i bidoni dove viene messo indifferenziato e umido. E mi invita ad andare a osservare (come se non li avessi mai visti). Poi trascina uno dei bidoni e fa per mettermelo sotto il naso: «Sentite come puzza, io non dico bugie!».

Mi scosto, dicendo di non dubitare certo che un secchio del pattume esali cattivi odori.

Lei, proseguendo, lamenta che nessuno provveda alla loro pulizia. E fa di nuovo per mettermelo sotto il naso per mostrarmi il lerciume all’interno.

Mi scosto di nuovo, dicendo di non dubitare che non sia certo pulito come la palandrana del Papa.

L’accusatrice dà ragione all’accusata. I bidoni sono gestiti e posizionati male, il sistema stesso della differenziata in questo palazzo non è eseguito bene.

«Tutti si lamentano e però nessuno dice niente», fa la prima accusatrice.

Io cerco con gli occhi il piccione che vedo è rimasto solo. Avrà ricevuto un due di penne. Approfitto di un momento di pausa – la capacità invidiabile di queste persone è quella di sparare raffiche di parole senza respiro – per congedarmi con un «Eh va così qui le cose vanno sempre peggio» e salire verso la mia dimora.

Che dire, in questo mondo in cui si corre, esci da una scatola (la tua casa), per entrare in una scatolina (l’auto) che ti porterà verso un’altra scatola (l’ufficio) dal quale, ore dopo, farai il percorso inverso, senza pause, ben venga chi ti blocchi, ti dica, portandoti anche in situazioni surreali, che tu ti devi fermare un attimo.

Il giorno dopo, sempre tornando dal lavoro, ho trovato di nuovo le due signore a parlare fuori il cancello. Questa volta, però, amabilmente come due comari.

Io ho girato al largo rientrando solo quando se ne erano andate via.

Non è che il contadino si candidi in politica perché scende in campo

Lo scriverò senza giri di parole e senza preamboli (già ciò che ho detto è troppo lunga come introduzione): il momento è serio, il Paese ha bisogno di una guida.

Così mi trovo costretto a intervenire in prima persona e rilanciare, in vista delle prossime elezioni, il mio progetto politico MIAO (Movimento Interfelino Autonomamente Organizzato), dallo slogan Gattocrazia unica via.

 

Questi alcuni punti del programma che intendo portare avanti se il popolo mi darà fiducia:

CURA DELL’AMBIENT
Più Brian Eno per tutti.

ECONOMIA
PRRR!
È questo il nome del programma di rilancio.
Volete saperne di più?
PRRR!
Per ora sappiate questo.

FLAT EARTH TAX
Sei Terrapiattista? Complottista? Fanculoalmondoista? Pagherai una tassa extra a ogni sciocchezza pubblicata.

INCENTIVI ALLE IMPRESE
Vuoi smettere di fumare ma se il tipo che ti rolleresti pure un altro tabagista per avere dosi di nicotina?
Vorresti correre la maratona ma non sai se riesci ad allenarti perché lavori 20 ore al giorno?
Ti piace quella persona ma pensi sia impossibile da conquistare perché ti hanno fatto body scemo?
Non buttarti giù! La nostra politica di incentivi alle imprese da compiere ti darà la giusta motivazione!

QUESTIONE GAS
Mangiare meglio.

RISPARMIO ENERGETICO
Lavorare meno e dormire di più. Non dico 18 ore come un gatto ma quasi: vedete i felini come sono rilassati?

SALUTE
Grazie!

SANITÀ MIGLIORATA
Ipogei, catacombe, una basilica, il Cimitero delle Fontanelle, palazzi storici: il Rione Sanità di Napoli è denso di storia e merita una riqualificazione.
Come? A che importerebbe mai al cittadino di Fistando sul Naviglio o di Bagasce dell’Arno di restaurare Napoli? Che ne so, ma da quando in qua la gente vota cosciente che quel voto non porterò loro concreto beneficio (se non addirittura andrà contro i propri interessi)?

SICUREZZA DELLE STRADE
Nel 2022 non è possibile che Google ti porti a scavallare le montagne su sterrati pietrosi perché è convinto che sia la via migliore. Dobbiamo essere sicuri dei percorsi che ci consigliano i navigatori!

TASSI AGEVOLATI
Per tutte le famiglia che lo vorranno, la possibilità di adottare dei simpatici mustelidi, altresì noti come tassi, a prezzo calmierato. In alternativa, al posto dell’animale si può avere un albero del’ordine delle conifere altresì noto sempre come tasso. Però ricordate: non le due cose insieme, per evitare che l’animale faccia casa all’interno dell’albero rischiando di confondere poi il tasso del tasso del tasso dal tasso del tasso del tasso. Chiaro no?

TRATTAMENTO PENSIONE
Completa o mezza pensione ma vacanze per tutti.

Penso che questo sia sufficiente per convincere le persone a sposare la causa MIAO.

E ricordate: Gattocrazia unica via!