Non è che un banchetto di mare da Truffaut includesse i 400 polpi

Ho letto un articolo che parlava degli studi sull’intelligenza e la coscienza dei polpi.

Quando si parla di intelligenza degli animali bisognerebbe un attimo definire cosa stiamo cercando. Perché non è detto – e infatti non è così – che il concetto di intelligenza che conosciamo noi homo sapiens sia un parametro indicativo.

E poi dovremmo capire dove cercare.

Il polpo ad esempio sembra avere un cervello diffuso su tutto il corpo: ci sono neuroni fin sulla punta delle braccia.

Già questo potrebbe mettere in crisi un’indagine: se noi cerchiamo un’intelligenza dentro una struttura a noi nota e che conosciamo come “cervello”, che ne è del resto del corpo del polpo? Come lo cataloghiamo?

Inoltre il polpo è quanto di più lontano da noi a livello genetico: per trovare un antenato comune tra noi (e gli altri mammiferi) e lui, bisogna andare a 600 milioni di anni fa. Poi non ci siamo più visti e parlati.

Con un background evolutivo così differente, sarà possibile arrivare a una comprensione della coscienza dei polpi?

La stessa cosa avviene secondo me con le persone. Ognuno di noi è la somma delle proprie esperienze. E ognuno di noi ha vissuto e vive esperienze diverse. Con questo bagaglio di evoluzione interiore soggettiva è realmente possibile comprendersi gli uni con gli altri?

Quando io comunico, sulla basa del mio modo di pensare che è a sua volta basato sul mio vissuto, e l’altro mi ascolta, filtrando le mie parole sulla base del suo modo di pensare basato sul suo vissuto, quanto sarà il peso oggettivo dei contenuti e quanto incideranno invece le nostre soggettività?

Quante volte non riusciamo a capirci o fraintendiamo o diamo un’interpretazione diversa dando per scontato che la nostra sia una valutazione oggettiva – cosa che non è?

Riuscirò mai a comprendere quelli che in autostrada viaggiano a cavallo di due corsie senza farti capire se intendono dirigersi su una o sull’altra? Perché lo fanno?

Domande che attendono risposta.

Non è che senza inchiostro non sia possibile risalire la china

La parola degli anni ’10 di questi millennio è sicuramente resilienza. Tanto da superare nei tatuaggi banali e inflazionati il tribale o la scritta MOM che è ancora precedente.

Resilienza è un termine comparso all’improvviso. Voglio dire, è sempre esistito, ma a un certo punto è diventato pop, sia nel linguaggio quotidiano che in quello giornalistico.

Tal che, per l’appunto, alcuni hanno iniziato a farselo inchiostrare addosso.

Vorrei quindi prendere spunto da questo fenomeno per lanciare un’impresa. Uno studio di tatuaggi di parole poco usate nel linguaggio comune. Lo scopo è ridare alla parola scritta poco diffusa una vitalità che non conosceva o non conosce più e contrastare le scritte banali con l’ambizione di diventare banali.

Chi non vorrebbe un bel ETEROCLITO scritto in corsivo?

Ed ENTALPICO?

MISONEISTA in font da iscrizione Romana?

E non vi sentireste meglio nell’esternare al mondo la vostra passione per l’AGATOLOGIA?

A me piace tanto PENTACOSIOMEDIMNI. Che non significherebbe proprio niente al giorno d’oggi – a meno che qualcuno non possa provare di avere un reddito di 500 medimni di cereali e che, per l’appunto, lo misuri in medimni – ma, tanto, avrebbe meno senso di un simbolo Maori su Gigetto il Sozzo della panetteria all’angolo? Sfido a contestare!

Il tatuaggio della parola desueta è il futuro del tatuaggio pop. E quando il desueto sarà pop, quello che oggi è pop sarà desueto e avremo ottenuto il nostro scopo.

Non è che il fabbricante di peluche non si senta una pezza

Mentre andavo in piscina stasera la mia attenzione è stata attirata da questa panchina sul retro della struttura, su cui giaceva, triste e solitario, un cane pupazzo:

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Chi lo avrà lasciato lì? E perché? E come mai proprio sulla panchina di un luogo non di passaggio occasionale, non vissuto, se non dai frequentatori della piscina e dell’attiguo centro di danza che in genere entrano ed escono dagli edifici senza fermarsi all’esterno. Al massimo qualcuno sosta per qualche manciata di minuti sulle panche per attendere la persona che gli darà uno strappo.

Sarà stato dimenticato? Perché una persona va a fare sport con un cane di pezza? E come ci si fa a dimenticare di una cosa così ingombrante?

Sarà stato abbandonato lì di proposito? Chi può fare una cosa del genere?

Avrà avuto una vita questo cane di pezza? Sarà stato sul letto di qualcuno? Avrà visto cose? Avranno fatto del sesso con lui accanto?

Io ho un po’ di difficoltà a farlo coi peluche intorno. Ricordo una ragazza che ne aveva 3 o 4 sul letto, tutti raffiguranti animali. Rammento però solo un pupazzo di un delfino, perché andavo in giro tenendolo in mano e facendone l’imitazione del verso. Quando si arrivò al momento di conoscersi in senso biblico, con la scusa di mostrarmi irruente e passionale, con un colpo di mano liberai il letto dai pupazzi gettandoli sul pavimento, in modo che io non vedessi loro e loro non vedessero me.

Son fisime. Anche perché nella mia cameretta invece ricordo di aver avuto una platea di Cavalieri dello Zodiaco che stavano ad osservare e l’altra persona di allora non ha detto niente, né io mi sentivo turbato dalla loro presenza, anzi, forse col senno di poi frasi come “Hai mai sentito il cosmo dentro di te?” acquisiscono un senso diverso.


Chi conosce sa e non spiego, chi non conosce non sa e non spiego.

 


Alla mia uscita dalla piscina le ombre della sera ormai calavano, le luci della città creavano, giù in periferia dov’ero, un finto tramonto rosato dipingendo tetti di amianto come fossero le cime Dolomitiche.

E il cane era ancora lì. Ad attendere qualcuno che non sarebbe mai arrivato.

Il vero pupazzo sei tu che lo abbandoni!

Non è che il pornoattore venga bocciato all’orale

Il tipo di fronte a me ha una maglietta con Paperon de’ Paperoni che si tuffa in un mucchio di rotoli di carta igienica. Il tipo di fianco a me gliene chiede il significato.

«È quando all’inizio della pandemia in alcuni Paesi la carta igienica sparì e diventò preziosissima. Tra un po’ non potrò metterla più che non si capirà più il significato perché nessuno se lo ricorderà».

«Potresti continuare a metterla per spiegarne il motivo»

«Secondo me sarà sempre un aneddoto interessante da raccontare pure quando lo si sarà dimenticato», intervengo io.

Gli aneddoti.

Delle volte propendo per dare una supremazia alla narrazione orale rispetto a quella scritta. Perché lo scritto, se lo rileggi 100 volte, resterà sempre uguale a sé stesso. Certo, la seconda, magari anche la terza, potrai ritrovarvi più cose, comprenderne appieno altre sfumature, ma resterà comunque immutato.

L’oralità invece è come se ricreasse il racconto di volta in volta. Sarà per questo che è sempre divertente ascoltare certe storie. Delle volte magari personaggi e situazioni cambiano un po’, un cane feroce diventa un branco, un controllo documenti diventa un posto di blocco dell’esercito, e così via. Alla fine il confine tra realtà e invenzione diventa così impalpabile che chi se ne frega. È il racconto per il racconto.


Da non confondere col racconto dei racconti che è un’altra cosa.

 


Mi piace immaginare che chi racconta si faccia interprete di una tradizione millenaria, vestendo i panni di un aedo, narrando, intrattenendo, lavorando di immaginazione sui pezzi più vaghi, perpetuando l’esistenza di una storia che continua a vivere.

Certo, poi se la storia è sempre la stessa raccontata da quel parente o da quell’amico che narra per la centesima volta delle due gemelle tedesche rimorchiate in spiaggia, diciamo sarebbe meglio se il racconto fosse semplicemente scritto, almeno per poterlo seppellire da qualche parte e dimenticarlo, mentre l’amico/parente, purtroppo, non lo si può seppellire vivo che dicono fa brutto.

Non è che vai all’ufficio oggetti smarriti se perdi la faccia

Avevo raccontato dei miei tentativi di approccio alla stampante della sede. Ieri ho fatto una scoperta. Se volessi stampare un’intera collezione di numeri di Playboy in alta risoluzione, scaricati sul pc, non ci sarebbero problemi.

Se invece volessi fare una scansione di un documento avrei bisogno di un badge speciale con un permesso speciale che si ottiene con una richiesta. Immagino speciale anch’essa.

Non mi spiego la ritrosia di una collega a sbloccarmi la stampante col suo badge: «No non vorrei che poi si chiedessero perché Clarabella Cavezza ha visionato questi documenti». Una scansione di una fattura per aghi e provette inviata alla mia mail. Sì, qualcuno indagherà di certo su questo che sembra il tuo collegamento con dei loschi affari che sto gestendo.

Non mi spiego tutto ciò se non col fatto che qualcosa di increscioso deve essere successo. Secondo me qualcuno dev’essersi fotocopiato le chiappe e quando il megadirettore o qualche alto papavero (si sa che i papaveri son alti alti alti) è passato in visita si è trovato il corridoio tappezzato di culi. Sarà sicuramente andata così.

Che poi, magari poteva essere un contributo alla ricerca. Sull’importanza del culo. Non vorrei sembrare monotematico, visto che l’altra volta parlavo di quello di Scarlett Johansson; questa volta rassicuro non c’è niente di libidinoso o di pecoreccio di cui parlare. Più che altro, mi soffermerei sulle importanti funzioni che svolge.

Ad esempio, come ci siederemmo senza culo? Come atterreremmo quando cadiamo o scivoliamo? E, soprattutto, come farebbero alcune persone ad avere una faccia, senza un culo che ne dia le fattezze?

Penso ad esempio ai buoni samaritani. Quelli che ti avvicinano col proposito di darti buoni consigli (sentendosi come Gesù nel Tempio, cantava il cantore), in maniera alquanto impicciona e invadente su cose private tue o della tua famiglia, precisando però che

– È solo un consiglio
– Lo dico per te
– È solo così per parlare

Il più delle volte si tratta di persone che conosci appena o che forse non conosci affatto. Ma loro conoscono te e tutti quelli come te che a loro dire vanno educati, guidati, consigliati, ravanati nelle parti intime con un Moulinex fatto di buoni propositi.

In genere poi si tratta di persone che questi suggerimenti li forniscono in maniera abbastanza passivo-aggressiva, che non tollerano che, al contrario, qualcuno si intrometta nella loro vita e che, in certi casi, non sarebbero manco un modello di buoni sentimenti.

Pensate allora se non esistesse il culo come faremmo a riconoscerli in faccia!

Non è che Batman rida della sua Bat-tuta

Ragionavo con una persona delle mode di oggi da parte dei più giovani e il discorso è finito inesorabilmente sulle tute. Oggi la tuta è un capo trendy, chic, altre parole a caso che ci stanno bene.

Quando andavo al liceo la tuta non si metteva neanche quando era giorno di educazione fisica.


Anche perché va detto che non facevamo una vera educazione fisica, fatta di esercizi, di riscaldamento, di altre pratiche idonee: giocavamo a pallavolo in un sottoscala con le mattonelle a terra e basta.


La tuta intera (pantalone e giacca) era del tutto off limits: faceva tanto ragazzino delle medie. Andare al liceo in tuta completa voleva dire una settimana di bullismo.

Il solo pantalone della tuta neanche era tanto ben accetto. Faceva sciatto e anche sozzo, dato che il tessuto non traspirava.

Fa strano tanto rigore estetico dato che all’epoca non si stava certo a guardare all’abito o alle griffe: credo che l’unica firma che in 5 anni ho visto addosso a qualcuno fosse quella sul gesso di un braccio fratturato.


Tra l’altro era il mio, dopo essermelo rotto in IV Ginnasio.


C’era un altro motivo, tutto al maschile, per cui la tuta era poco indicata.

In un periodo di scoperta degli ardori ormonali e dei sommovimenti fisici istintuali, il liceale tipico soffriva talvolta di erezioni spontanee ed improvvise.

A volte bastava una riga di portabiciclette che spuntava da un jeans di una compagna.


Ci si accontentava di poco, ma, del resto, eravamo figli della cultura Postalmarket, dove bastava una trasparenza a rendere radiosa la giornata.


A volte succedeva e basta, perché il sangue precipitava giù dal cervello all’improvviso per la forza di gravità e la scarsa attività cerebrale.

Si andava allora in giro in jeans a qualunque stagione per evitare di rivelare situazioni imbarazzanti.

C’era però un eccezione: se eri un hippoppettaro, giravi coi pantaloni della tuta senza problemi. Essendo larghe che più larghe non si poteva, tal da cascare accumulandosi alle caviglie (e a volte anche sotto i piedi, costringendoti ad andare in giro con scotch e spille da balia per tenerle ferme alle scarpe se non volevi pulire i pavimenti), con le tute il problema del pudore per il b-boy non si poneva.

Io intorno ai 15-16 anni divenni hippoppettaro. Ma giusto per nascondere il mio fisico da radiografia vivente.

Detto ciò, torno alla questione con cui ho aperto: i giovani d’oggi.

Loro oggi vanno in giro in tuta, al che la mia domanda è: non hanno i problemi che avevamo noi, all’epoca?

  1. Non li hanno perché oggi ostentano con voluttà e senza remore i propri ormoni e rigonfiamenti.
  2. Non li hanno perché scie chimiche, 5G, raggi gamma e fenomeni parastatali li hanno resi impotenti.
  3. Non li hanno perché l’ideologia gender, l’eterofobia, Achille Lauro, li hanno convinti a privarsi dei genitali.

Ai poster – ma i giovani attaccano ancora poster al muro della cameretta? – l’ardua sentenza.

Parlando di mode, io comunque resto sempre fedele alla camicia.

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Non è che tu venga accusato di oltraggio al pudore per aver mostrato la nuda verità

Ho scelto una camicia con una trama particolare, una trama avvincente anche se si perde un po’ nel finale.

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Mentre la abbottono  scorrono i titoli di testa di un film in tv. Poi appare il culo di Scarlett Johansson, distesa sul letto, in mutande rosa semitrasparenti.

Le miei inquietudini sono come quel culo. Le tengo coperte, ma traspaiono.

Vorrei avere la spontaneità di quelli che liberano i propri guai come fosse togliersi un paio di mutande.

Un conoscente stasera arriva, saluta, ordina da bere, commenta qualcosa su un incontro del campionato di calcio in corso al momento, poi fa “Domani esco con una. Dopo due mesi, mi sono deciso, devo riprendermi, sono stato troppo male adesso dovevo fare qualcosa dovevo darmi una mossa e ripartire”.

Ecco, così si fa. Ci si denuda senza fronzoli.

Non come il culo di Scarlett Johansson che è lì, è presente, è vivo sullo schermo mentre scorre il film, ma non si mette allo scoperto.

Ma io lo preferisco così. Perché io sono come quel culo. Anche se mi vedi, non mi coglierai a nudo.

Ho impiegato un mese solo per raccontare che avevo un nuovo lavoro. Per dire. Ho i miei tempi per mettermi a nudo.

Nel frattempo, resto statico come un fermo immagine mentale. Come quello di Scarlett Johansson sul letto che continuo a figurarmi.

Non è che una pesca di beneficenza sia un frutto estivo che ti è stato donato per solidarietà

La vita a volte è una questione di sincronismi e di tempi. Sono momenti, intercettati come flussi neutrinici che possono fare la differenza tra un qui e ora esatto e un qui e ora che non era il caso.

Come quando hai fatto merenda alla scrivania con una pesca, di quelle a polpa gialla succosa che ti lasciano filamenti tra i denti e ti alzi quindi per andare in bagno a ripulirti perché non ti par bello farti vedere in ufficio mentre con l’unghia del mignolo ti dedichi alla pulizia dentale.

E, proprio quando ti sei alzato, il collega decide di fare conversazione chiedendoti come sono le spiagge della Puglia, quanto tempo ci vuole ad arrivare, come è il mare, come sono gli scogli, come sono i granelli di sabbia.

E tu non vuoi mollarlo lì e andartene, ma hai questo lombrico giallo che senti ti penzola tra un incisivo laterale e un canino, quindi prima parli con la mano che si tiene il mento e indice e medio che coprono un po’ la bocca, dandoti l’aria di un docente che sta valutando uno studente a un esame di filologia dantesca.

Nel frattempo mentre parli ti avvicini verso la porta lasciando intendere che stavi andando da qualche parte, ma lui sembra non notarlo.

Cominci poi a parlare tenendo chiuso l’angolo della bocca incriminato, assumendo una smorfia da Rocky Balboa.

Infine lui ti libera dalle sue domande e, proprio quando esci dall’ufficio, sarà stato un movimento di lingua spontaneo, sarà un accumulo di saliva stagnante nella guancia causa la smorfia scomoda, il filamento se ne va via da solo.

Son momenti.

Non è che ti serva un sovrano per avere una corte

Salve, sono Gintoki. Forse vi ricorderete di me per storie come l’uomo che fissava le zanzare.

Oggi, per la rubrica “Conversazioni interessanti”, ho raccolto un po’ di aneddoti del mio amico libraio riguardo il suo vicinato.

Lui non è un tipo strano o fuori dal mondo. Ma, dove vive, risulta essere lui quello fuori dal mondo perché non si uniforma a pensiero e azioni delle persone in quel contesto. In realtà, agli occhi di un osservatore esterno, sarebbero i suoi vicini quelli strani e al di fuori ecc. Ma, calato nell’interno di quel microcosmo, l’osservatore stranito sarebbe strano! Chiaro, no?

Un po’ di fatti.

Tanto per cominciare, il vicinato pensa di vivere in una sit-com americana, dove le porte non sono chiuse a chiave e la gente entra nelle case altrui senza bussare. L’appartamento del mio amico è piano terra e da un lato affaccia in questa corte condivisa con altre case. A volte capita che i vicini gli aprano la porta di casa e al grido di Buongiorno! si affaccino dentro, salutando con un ampio gesto della mano per poi congedarsi.


Al che ha preso a tenere la porta sempre chiusa a chiave ma è cambiato poco perché tanto provano sempre prima a girare la maniglia e poi bussare.


Poi ci sarebbe da raccontare quello che ha un po’ esagerato con la potatura. Il mio amico aveva piantato un rampicante che era cresciuto lungo un muro diroccato che divideva uno spazio di giardino tra lui e un altro vicino. Il rampicante si era esteso sino ad affacciarsi dall’altro lato del muro. Temendo che, col peso, potesse minacciare la tenuta dei mattoni apicali del muro, il vicino gli ha chiesto il permesso di spuntarlo. Il mio amico ha acconsentito.

Tornato a casa dal lavoro ha trovato il rampicante sradicato del tutto e, come se non bastasse, sfrondati dei rami anche un albero di limone e un’altra pianta (che stavano dal lato suo e non quello del vicino):

– Scusa ma perché hai tolto tutto il rampicante?
– Tu m’hai detto potevo farlo
– Io ti ho detto sì a una spuntata
– Sì, ho spuntato la pianta infatti

(al che si comprese che nella lingua italiana del vicino “spuntare” vuol dire sradicare)

– Sì ma gli altri alberi?
– Ah era per farti un piacere

I rami tagliati e il rampicante poi furono lasciati per terra per giorni. Il mio amico gli chiese conto di ciò:

– Va be’ mo’ li levo io, anche se sarebbero le tue piante…

Gli rispose il tale.

Poi ci sarebbe l’auto lasciata parcheggiata a bloccare la strada a un camionista, che, alle 7:30 del mattino, strombazza per cercare di far accorrere l’automobilista incivile e lasciar strada al camion. Senza successo. Si sveglia in pratica tutta la città, il clacson pluritonale lo sente anche il barista a 400 metri da lì. Arriva la Municipale (alle 8, perché prima non sono di servizio), che più di far una multa dice di non potere.

– E chiamare il carroattrezzi?
fa il mio amico, ingenuamente.
– Lo paga lei? Il Comune non lo paga.
Risponde il vigile.


Se ne deduce che quindi uno potrebbe abbandonare un’auto, un furgone, un camminatore imperiale di Star Wars per strada e la città rimarrebbe bloccata per sempre.


Finché, alle 8:30, scende di casa un vicino e, mezzo assonnato, chiede scusa per il fastidio, sale nell’auto d’ingombro e se ne va.

Ma la storia più bella è legata a quelli che dovevano svuotare dei mobili un appartamento al secondo piano.

Flashforward: un giorno il mio amico torna a casa e trova la finestra della stanza da letto in pezzi, con dei frammenti di legno sparsi ovunque.

Cos’era successo: non volendo fare le scale su e giù con dei mobili che erano peraltro da buttare, i Genialloyd della situazione hanno pensato di adottare una soluzione che avranno visto in qualche cartone animato con Topolino, Pippo e Paperino alle prese con una delle loro attività. Hanno steso un materasso matrimoniale al suolo e hanno cominciato a gettare i mobili dalla finestra, senza guardare giù se non a fine lavoro. Alla fine si sono accorti di aver così sfondato due-tre finestre degli appartamenti piano terra che si affacciavano da quel lato.

03

Ci sarebbero altre storie surreali, ma me le riservo per un’altra occasione!

Non è che il puritano sia scandalizzato dalla nuda roccia

Era da un po’ che non facevo qualcosa per conto mio, così sabato ho preso l’auto, verso il mare. Volendo evitare (riuscendoci in parte, perché è impossibile scansarlo del tutto) i disagi del turismo d’assalto del weekend, ho scelto una spiaggia selvaggia e scomoda, fatta solo di rocce enormi. Meglio gli scoglioni che lo scoglionamento, insomma.

Preoccupato dalla ripida e tortuosa pendenza della strada (stando a dei commenti su Tripadvisor che parlavano di frizioni bruciate), per preservare l’auto, al grido di Vado a piedi!, l’ho lasciata su nel paesello per far 2-3 km. Mi piace camminare.

Al ritorno in salita mi è piaciuto un po’ meno, confesso di aver vacillato. Tra l’altro, il percorso non era così improbabile da fare con l’automobile.

I commentatori di Tripadvisor sono dei grossi scogli senza la s.


Dovevo capirlo quando ho letto di una che diceva di essere andata in piena emergenza Covid e di aver trovato troppa gente. Le do ragione, potevano bene starsene a casa per lasciare spazio a lei. Un altro denunciava di aver trovato un gabbiano morto – anche qui, solidarietà al turista: il volatile non poteva andare a morire da un’altra parte? – mentre, infine, uno lamentava la scomodità delle rocce: in effetti, quand’è che attrezzeranno le spiagge libere con dei bei divani degli artigiani della qualità? Ci sono promozioni ogni weekend, sarebbe da approfittarne.


Amenità a parte, la vista che dalla Cala si poteva godere di Capri e dei suoi Faraoni è meravigliosa.


I Faraoni di Capri sono stati una dinastia minore fondata da una famiglia di esiliati dall’Antico Egitto che, dopo aver vagato nel Mediterraneo, arrivò all’isola di Capri. A loro si deve lo sviluppo di alcune invenzioni, come l’insalata caprese, la torta caprese e i Capri espiatori, degli animali cui addossare delle colpe, del tipo:

– Cos’è questa puzza?
– È stato il capro.

o anche

– Hettunonnephaiunagiusta: Hai sporcato tu il pavimento appena lavato?!
– No, Mamma Tepioaschiaph-oni, sarà stato il capro

Scogli che scoglieggiano.


La cosa che mi ha colpito è che su uno scoglio, bello piatto e largo, c’erano un paio di mutande abbandonate. Quel che mi chiedo, come fa uno a scordarsele lì sopra, in bella vista? Cioè, dico, uno arriva, mutandato e poi se ne va smutandato e non se ne accorge?

Poi ho pensato: in tempi di contingentamento anche gli accessi alle spiagge libere vanno prenotati, come in questo caso dove bisognava scrivere a un tizio per essere certi di aver posto.

E se la mutanda fosse una forma di prenotazione? Nessuno si sognerebbe di andare a toccare e rimuovere un paio di mutande usate, che resterebbero quindi lì. Metter mutanda potrebbe essere come piantar la bandiera, reclamare accesso e usufrutto del posto e dello scoglio.

Oppure, più banalmente, qualcuno era troppo scandalizzato dalla nuda roccia e, novello Daniele da Volterra o Braghettone, ha provveduto a fornirla di mutande.

Non è che Dracula al ristorante ordinasse bistecche al sangue

I siti e le app di incontri offrono sempre uno spaccato antropologico molto interessante. A cominciare dalla presentazione di sé stessi: lo sforzo è quello di apparire originali, il più delle volte, però, si diventa tanto originali quanto dentifrici, profumi, automobili, assorbenti negli spot pubblicitari.


Spot tipo dentifricio: denti bianchissimi, sorrisi che brillano.
Spot tipo automobile: auto che percorre curve di montagna o una città vuota.
Spot tipo profumo: clip video in bianco e nero o con colori ipersaturi. Frasi sussurrate incomprensibili in quel che sembra francese.
Spot tipo assorbenti: giovani donne che sorridono e passeggiano leggere come dopo una purga. Variante anni ’90/inizio 2000: ragazze che saltano, corrono, volano.


C’è però chi ti dà da riflettere. La presentazione di un tale recitava:

Musical Artist
Dreamer
Pasta al Pomodoro
Sometimes Nerd

Artista, sognatore, un po’ nerd. Pasta al pomodoro. In che senso? Come gusti o come tratto caratteriale? Se è la prima, perché metterla tra i propri tratti?

Io dico che ci vedrei bene la seconda.

Un tipo potrebbe infatti essere benissimo definito un pasta al pomodoro. C’è chi è uova al tegamino, chi è pasta al pomodoro, chi bistecca al sangue. Senza dimenticare i polli allo spiedo.

La persona pasta al pomodoro, come potrebbe essere? Semplice, ordinata, facile da conoscere, lineare ma capace di solleticare il gusto.

Dirò la verità: vorrei tanto essere pasta al pomodoro. Ma, delle volte. mi son sentito molto pollo allo spiedo, rosolando sul fuoco del turbamento. Altre volte secondo me son stato pasta e patate al forno. Simpatico, stuzzicante, ma pesante da digerire.

Questo tale, che non conosco e non so chi sia, ha trovato la ricetta – e dico ricetta non a caso – giusta per presentarsi. Sembrando poco originale, si dimostra più originale di tutti.

Da domani, trovate la ricetta di voi stessi, uscite di casa e con orgoglio presentatela agli altri!


Senza esagerare sennò il tale di cui sopra diventerà presto poco originale e vanificheremo i suoi sforzi.

 


Non è che un tipo è riservato perché prenotato da qualcuno

Alla Sgranocchia&Sottrai Inc. abbiamo una stampante con sensore di rilevamento presenza. Se ti avvicini, lei si attiva.

Non ero ancora avvezzo a una simile modernità – ho frequentato posti dove il modello più evoluto funzionava a caratteri mobili di piombo – e la prima volta che vi sono passato accanto pensavo di aver toccato qualcosa per sbaglio. Quindi, come mio solito fare quando penso di aver combinato un guaio, ho sbattuto gli occhi da un lato all’altro per controllare che nessuno mi avesse visto e mi sono dileguato.

Ogni volta che percorro il corridoio finisco per attivarla, perché tendo sempre a stringere troppo l’angolo – mi piace imitare Valentino Rossi che nel GP di Catalunya 2009 sorpassa Lorenzo all’ultima curva rimanendo cucito al cordolo – e passarvi vicino.

Ora, sarà la suggestione, ma ho come l’impressione che quel crrr crrr di attivazione che la stampante fa sia in qualche modo modulato, ogni volta. Mi sembra di intendere che da parte dello strumento tecnologico ci sia qualche tentativo di comunicazione attraverso gli scricchiolii delle sue rotelle. Oggi ho risposto con un crrr crrrr e mi è parso che ci si è in qualche modo intesi.

Forse sarà un po’ la suggestione, dicevo, perché oltre la mia collega di ufficio non ho altri con cui parlare. Nelle altre stanze sono presenti solo ricercatori, che tendono a restare un po’ sulle loro.

I ricercatori li riconosci dalla cifosi del collo, probabilmente dovuta all’ingobbimento da microscopio. Non sono nemmeno trentenni e hanno le vertebre di un 80enne.

I primi giorni la loro riservatezza tendevo a confonderla per spocchia. Poi mi sono reso conto che è l’isolamento del laboratorio a renderli un po’ così. Insomma, non credo che si possa sviluppare molta socialità stando a fissare una gametogenesi per 8 ore di fila, per dire.

Allora ho iniziato, ogni volta che ne incrocio uno, a salutare con un radioso Ciao! e osservare compiaciuto il remissivo imbarazzato Ciao di risposta che ricevo. Penso che poco a poco potrebbero abituarsi alla mia presenza. Più in là magari potrei tentare mettendo del cibo sulla mano per vedere se uno di loro si avvicina.

Sennò mi resta sempre la stampante.


Per questo post sono stati utilizzati solo ricercatori provenienti da allevamenti selezionati.

La stampante è un’attrice professionista.