Non è che sei maldestro perché ti cadono sempre la braccia

È da una decina d’anni circa che mi trovo nel mondo del lavoro e della ricerca di esso e ho un po’ di esperienza di colloqui. Invidio chi non ha mai avuto bisogno di farne uno e non sa manco come si scriva un CV; non mi riferisco a casi di spinte istituzionali o che altro, ma semplicemente a opportunità che a qualcuno sono arrivatre tramite un semplice passaparola o un intreccio di rapporti.

In quest’ottica secondo me non sbagliava l’ex Ministro Poletti quando parlava di inviare meno CV e partecipare a più partite di calcetto.

Io a calcetto sono sempre stato una pippa, forse è stato questo il mio problema.

Ho avuto e sto avendo più soddisfazioni dal nuoto, però ancora nessuno mi ha offerto un lavoro, sarà che in acqua non puoi parlare ché se apri la bocca poi bevi e non è molto simpatico.

Un’altra cosa che un po’ rimpiango è il non avere aneddoti interessanti di colloqui di lavoro particolari; ciò non toglie di aver spesso provato seccatura&fastidio di fronte a domande che fanno cadere le braccia.

Le più comuni di queste, capitatemi tutte fuori territorio d’origine, sono (con tra parentesi le risposte che avrei voluto fornire):

«Quindi lei è di Napoli?»
(Sì, c’è anche scritto sul CV, non sa leggere? Sul serio lei è pagato per perdere tempo con queste domande?).

A volte questa domanda è seguita da quest’altra:

«Non sembra di Napoli/Non si sente che è di Napoli»
(Shpara Gennà, shpara! Ora l’ho convinta? Le grido anche un FOZZA NAPOLI con tanto di imitazione di enfisema vulgaris tipico di chi è appena tornato dallo stadio, se vuole).

La più bella forse è questa:

«Quindi lei si trasferirebbe qui?»
(Trasferirsi? E perché? Io pensavo di fare il pendolare tutti i giorni, tanto cosa vuole che siano 600 km tra Vergate sul Membro e casa mia? Ho un cannone da circo a casa, mi faccio sparare qui al mattino, per il ritorno, invece, avete dotazione di una catapulta medioevale in ufficio?).

Una volta, invece, da Bologna andai a Parma in un’agenzia che aveva una ricerca aperta.

«Mmhh…Bologna…che ci fa qui a Parma?»
(Sa, mi hanno detto si mangia bene in questa zona e volevo provare. Sono entrato qui infatti solo per chiedere se potesse indicarmi una trattoria).

E per non essere troppo autoreferenziale con questo post e aiutare chi mai si trovasse in situazioni simili, ho fatto un piccoli elenco di:

Possibili risposte troppo sincere per domande troppo tedianti

«Lei pratica sport?»
Mi sono dedicato con successo all’onanismo, non a livello agonistico però.

«Parla altre lingue oltre a quelle indicate sul CV?»
Da ubriaco, sì, parecchie.

«Come mai è qui?»
Mi ci avete chiamato voi.

«Per lei cosa rappresentano team working, brefing, brainstorming?»
Un modo per darsi un tono sparando termini inglesi a cazzo.

«Vorrebbe dei figli?»
Da lei sicuro di no.

«Mi può dire un suo difetto?»
Tendo a innervosirmi e picchiare chi mi fa troppe domande.

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Non è che se al mercato trovi un piccolo ortaggio allora quella è una rapina

Ieri ho guardato American Animals: il film racconta la storia (vera) di quattro studenti che nel 2004 decisero di rubare dei libri rari dalla biblioteca dell’università. Il film è intervallato dai commenti dei veri protagonisti della vicenda.

Ciò che traspare dalla storia è che la motivazione alla base di un simile gesto è legata a un senso di frustrazione e impotenza dei protagonisti nei confronti della propria vita. Ragazzi cresciuti con l’idea di essere speciali e che ciò che faranno conterà qualcosa, che poi scoprono che fuori non c’è nulla per loro a meno di non crearselo da soli.

Loro hanno scelto la via più veloce, semplice e illegale per farlo, tra l’altro con modalità che si riveleranno grossolane.

È per questo motivo che ho deciso di scrivere una pratica guida su come dovrebbe ipoteticamente essere una perfetta rapina in stile cinematografico.
Per gli amici delle FdO che leggono da casa: rassicuro che nessuna rapina è stata maltrattata nella guida.

1. Bisogna essere in gruppo perché è difficile fare tutto da soli. Il gruppo però non si costituisce mai all’inizio per risparmiare tempo, ma lo si crea in corso d’opera, quando ci si rende conto a piano già avviato che non c’è nessuno che sappia disinserire sistemi d’allarme/scavare tunnel/guidare un’auto per la fuga e solo a quel punto qualcuno si ricorderà che conosce un tale che sa disinserire sistemi d’allarme/scavare tunnel/guidare un’auto per la fuga.
2. Nel gruppo serve una donna perché c’è sempre almeno una donna nelle rapine quindi trovate il modo di inserirla.
3. Nel gruppo deve esserci uno che è stupido o che fa lo stupido.
4. Serve una parete grande perché bisogna attaccarci fogli, piantine, fotografie e magari prendere anche puntine da disegno e filo rosso per unire il tutto e dare un gradevole tocco estetico.
5. È necessario che qualcuno si incazzi e molli tutto per poi ripensarci e tornare.
6. Gli attrezzi adatti per la rapina devono essere forniti da qualcuno molto losco che non concede a credito ma che per voi farà un’eccezione in cambio di una parte dei proventi.
7. Siate consci che il tizio del gruppo che si occupa di informatica è in grado isolare le telecamere, disinserire l’allarme, riprogrammare i semafori a distanza con qualche click da un portatile. Però non può fare nulla per i sistemi di sicurezza dell’ultima stanza, quella da scassinare, perché non si è mai preso l’ultimo esame di Ingegneria Informatica, Sistemi di sicurezza dell’ultima stanza da scassinare.
8. Ci sarà un intoppo non previsto durante la rapina che potrebbe far pensare di abbandonare il tutto ma bisognerà andare avanti cambiando i piani con un po’ di improvvisazione. In realtà sarebbe opportuno avere già pronto un piano di emergenza, ma così l’intoppo non previsto sarebbe previsto e questa non sarebbe più una perfetta rapina in stile cinematografico e questo non lo vogliamo.

Non è che una sirena non possa essere in gamba

Qualche anno fa sono andato da una terapista per risolvere qualche problema di stress e sfoghi di insofferenza, culminati in un episodio in cui mandai a quel paese una collega davanti a tutti facendole gonfiare una vena in fronte e donandole un colorito tra il rosso carminio e il rosso vermiglione che mal si intonava oltretutto con le pareti dell’ufficio.

La terapia consisteva in gran parte di esercizi di rilassamento e respirazione. Avevo appositamente cercato questo tipo di approccio ma, non conoscendo la specialista da contattare, avevo anche fatto delle ricerche online su di lei.

Ho l’abitudine infatti di profilare le persone: ormai su internet si trova traccia di tutti. Lo faccio soprattutto quando devo affrontare un colloquio, per capire chi sia il selezionatore che ho di fronte. Del resto credo a loro volta i selezionatori facciano così coi candidati.

In questo caso, dicevo lo feci con la dottoressa. Una cosa mi colpì: aveva un maltese bianco cui aveva scattato delle foto facendogli indossare un cappottino a coda di sirena. Avete letto bene: il cagnolino era infilato in una coda di sirena di lana.

Nonostante questa aberrazione decisi comunque di affidarmi alle sue terapie perché non sono un tipo superficiale che giudica da questi dettagli.

Andammo avanti qualche mese, poi mi trasferii a Roma e non ebbi modo più di frequentarla. Devo dire comunque che gli esercizi di rilassamento e respirazione mi giovavano.

Qualche giorno fa mi sono ritrovato a pensare a lei; i social a volte forniscono suggerimenti di amicizie e contatti, andando a pescare nel proprio storico di ricerche, sul proprio numero di telefono, insomma in tutti gli ambiti in cui possono ficcare il naso.

Mi è capitato davanti tra i suggerimenti il suo profilo Instagram: l’ho guardato un po’ per vedere come avesse conciato il cane, ho visto che invece ha avuto una bambina. Una bambina in cui, in una foto, aveva infilato una coda da sirena di lana.

Spero non la stessa del cane. Più che altro, perché questa fissazione con la coda delle sirene? Se la Sirenetta voleva un paio di gambe ci sarà un perché.

Si desidera sempre ciò che non si ha e che risulta inusitato nel proprio contesto: l’altro giorno leggevo che in Oriente sono in aumento esponenziale i casi di blefaroplastica per avere gli occhi all’occidentale.

Rimanendo sempre in Oriente e parlando di differenze, è un dato che le donne asiatiche abbiano meno peli rispetto alle Occidentali, soprattutto quelle mediterranee. Laddove da noi ripulire il cespuglio è molto diffuso, in Giappone invece lasciarlo crescere o fingere di averne uno rigoglioso (esistono parrucche pubiche per questo) è invece visto come molto femminile ed eccitante.

Quindi la Sirenetta si fa crescere le gambe perché nel suo contesto è trendy: ma anche al suo pesce-cane da compagnia avrà fatto lo stesso? E la sua terapista che ne pensa? E la Sirenetta essendo danese che tipo di cespuglio avrà?

Domande che non avranno mai risposta.

Non è che l’automobilista corretto abbia rispetto pure dei passanti della cintura

Oggi parlavo con un amico, che mi diceva che in Belgio hanno scoperto che quelli che parcheggiano sui posti per i disabili o riservati alle donne incinte non avendone il diritto, sono anche evasori fiscali.

Non so se sia vero ma mi piace pensarlo che lo sia.

Chi dimostra di farsi beffe del bene comune e del rispetto degli altri in un frangente secondo me lo fa anche in altri casi.

Io per esempio farei accertamenti e controlli su quelli che in coda a uno svincolo sorpassano a destra sulla corsia di emergenza.

O quelli che lasciano l’auto in mezzo alla strada e non restano neanche reperibili per spostarla. Se poi qualcuno richiama l’attenzione clacsonando o se arrivano i vigili, s’infuriano anche perché Ero andato un attimo a farmi la lipoplastica allo scroto, che diamine!.

Magari un controllo lo meriterebbero anche quelli che portano a defecare il cane dove gli capita. E non fatemi parlare dei loro cugini, quei campioni che fanno defecare il cane, raccolgono tutto nell’apposita bustina che poi abbandonano a un angolo della strada. Forse pensano che la bustina serva a confezionare il tutto a mo’ di cadeau per la delizia degli altri passanti.

Quelli che provano a fare canestro nei cestini e, non riuscendoci, lasciano il tutto per terra perché forse pensano che valgano le regole del basket: palla fuori, gioco per l’avversario.

Ci sarebbero tanti esempi e tante verifiche, per capire se uno si specializza in un solo caso di stronzaggine o se è sempre la stessa persona a fare tante cose.

Non è che ti serva uno zoologo per riconoscere una bufala

C’è un tale che conosco che racconta cose che in modo palese appaiono come esagerazioni e invenzioni, ma che sembrano far parte del personaggio eccentrico che si è creato. Chi lo ascolta sa del personaggio, così come chi parla sa che gli altri sanno. È un modo per intrattenere, diciamo.

Anche se, delle volte, a me e ad altri fa sorgere il dubbio: lui è davvero conscio di questa finzione generale o pensa forse che gli altri gli credano?

Di individui che contano frottole millantando fatti, esperienze di vita, conoscenze ne ho incontrati; ci sono diversi motivi per cui una persona sceglie di produrre finzioni. Alla base, credo, c’è sempre un disagio.

Confesso di non essermi mai posto il problema con costoro: ascolto annuendo, pensando ad altro.

Mi sentirei più colpito e preoccupato se si trattasse di un mio amico; cercherei di capire perché senta il bisogno di vivere raccontando cose non vere e proverei ad aiutarlo.

Con uno sconosciuto o un semplice conoscente sarebbe più difficile, senza contare che interventi assistenziali creano non di rado sensazioni di fastidio e invadenza non richiesta.

Tendo inoltre anche a fare un distinguo tra i “Pinocchio”: c’è quello cui sembra non mancare nulla nella vita e da cui non mi sento neanche di stare ad ascoltare, quindi, una frottola. È una semplificazione superficiale la mia, forse: puoi avere tutto ed essere lo stesso infelice.

C’è un’altra considerazione che mi viene: è davvero così importante distinguere tra realtà e finzione? Se chi racconta la menzogna – una menzogna che non nuoce a terzi – è convinto che il mondo che sta creando in quel momento sia verosimilmente realistico e se chi ascolta vi presta fede, alla fine cosa è reale e cosa non lo è?

Mi sono trovato delle volte a vivere il caso contrario: una cosa vera che dicevo veniva accolta con diffidenza. Alla fine, che ciò che dicevo fosse vero o meno cambiava poco in quel momento: non venivo creduto, l’esistenza del fatto in sé era come se venisse meno.

Verità e finzione sono allora molto relativi e dipendono dal punto di vista degli interlocutori. Si dice che oggi viviamo nell’epoca della post-verità; i fatti oggettivi passano in secondo piano rispetto alle convinzioni del pubblico. E questo è oggetto soprattutto di analisi politologica, in quanto nella società attuale l’orientamento dell’elettorato (o di parte di esso) pur di fronte a dati concreti non sembra essere influenzato da questi ultimi quanto più da sensazioni, emozioni, umori di pancia.


L’esempio classico è quello di chi, pur messo di fronte all’evidenza del fatto che ciò che sostiene è una bufala, replica dicendo che non gli importa perché il tutto potrebbe comunque essere vero in un universo parallelo.


Senza impelagarmi in pipponi sociopolitici, torno al punto di partenza: se è lecito porsi il dubbio su quel che ci sta dicendo qualcuno sulla sua vita (quindi no argomenti di politica, economia o comunque di interesse pubblico), sarebbe anche lecito intervenire per dirgli di smetterla di dire stronzate, pur consci che tali stronzate a) non arrecano nocumento a noi stessi b) forse fanno bene a lui che le racconta?

Non è che ti serva un calzolaio per fare la scarpetta nel sugo

In Incontri alla fine del mondo, in cui Werner Herzog racconta della sua vita e dei suoi film, viene narrato l’aneddoto di quando Herzog mangiò una scarpa per una promessa fatta al regista (all’epoca aspirante tale) Errol Morris:


«Il giorno che vedrò un tuo lavoro ultimato, mi mangerò una scarpa». Alla fine è riuscito a girare Gates of Heaven, un film bellissimo su un cimitero di animali.
Quando sono arrivato a Berkeley avevo le stesse scarpe che portavo quando avevo fatto la mia promessa a Errol. Il guaio è stato che, al momento di cucinarle, al ristorante c’era anatra come piatto del giorno e io ho trovato un’enorme pentola di grasso d’anatra. Avevo stimato che il grasso d’anatra sarebbe giunto al punto di ebollizione a 140° e che quindi sarebbe stato meglio cucinare le scarpe nel grasso piuttosto che nell’acqua bollente. Purtroppo è successo che nel grasso caldo il cuoio si è ristretto ed è diventato ancora più duro. Non c’era modo di mangiarlo se non sminuzzandolo con un trinciapollo e mandandolo giù con un bel po’ di birra. Avevo con me una confezione da sei lattine; le ho bevute tutte e alla fine ero abbastanza ubriaco. Ricordo di essere uscito da quel posto barcollando. Ma niente paura: il cuoio è molto facile da digerire.
[…] Un uomo maturo dovrebbe mangiarsi una scarpa ogni tanto, o fare qualcosa del genere. Oggi si sente parlare di quell’episodio fuori contesto e probabilmente sembra una cosa bizzarra, ma per me non si è trattato di una trovata da circo. […] Comunque la gente dovrebbe mangiare scarpe più spesso».


Io la penso esattamente come lui. Soltanto che la gente credo che a livello culinario ne sappia poco sulle scarpe: ce ne sono di specie diverse, ognuna con caratteristiche organolettiche peculiari. Conoscerle, vuol dire non sbagliare in cucina come ha fatto Herzog, che ha provato a cucinare la scarpa nel grasso di anatra. Che errore! Non shi shiamo, non mi piashe avrebbe detto Alessandro Borghese.

Per aiutare le persone, ho deciso di fare un po’ di chiarezza e fornire qualche utile indicazione.

FALCON-W-HI-RES-YELLOW-ADIDAS-ORIGINALS_12810Scarpa da ginnastica (Scarpae Gymnicus) – Nata nell’ambiente sportivo, la scarpa da ginnastica è entrata da anni a far parte della fauna urbana quotidiana pur mantenendo inalterate le sue peculiarità selvatiche. La più nota di queste è la sua arma di difesa dai predatori: se minacciata da uno sfruttamento umano eccessivo, la scarpa da ginnastica incomincia a emanare un fetore di cadavere in putrefazione dalle proprie ghiandole puzzorifere. La cosa curiosa è che una volta che la scarpa ha iniziato a emanare tale odore, non smetterà più fino alla fine della propria esistenza.
In cucina: la carne della scarpa da ginnastica è molto morbida ma gommosa, pertanto si consiglia una cottura lenta e a bassa temperatura che la renda masticabile e non rischi di rinsecchirla. Provatela con una marinatura di vino bianco, limone e spezie.

11822600Dr. Martens (Scarpae Carissimus) – La specie Dr. Martens appartiene al genere mimetico: sembra appartenere a un habitat naturale underground, quasi schivo e fuggente la luce del giorno ma in realtà la sua natura è quella di animale fashion e in cerca di visibilità tra le altre specie.
In cucina: ideale allo spiedo con contorno di insalata di camicia a quadri.

I520x490-elehot-donna-taurus-tacco-a-spillo-15cm-leather-scarpe-col-tacco-nero-39-amazon-shoes-neri-con-taccoScarpa con tacco a spillo (Scarpae Doloris) – La tacco a spillo è una delle specie più insidiose. Attira le sue prede grazie a un aspetto piacevole e affascinante, a tratti sensuale, per poi riservar loro tremende torture ai  piedi, alle caviglie financo alla schiena. Nemici naturali di questa specie sono porfidi e basolati, per non parlare delle terribili grate, cacciatrici infallibili specializzate nello spezzare alla scarpa il proprio stiletto e decretarne la morte istantanea.
In cucina: la scarpa ha poca carne, essendo di ridotte dimensioni e col tacco non edibile e infatti è la prima cosa che viene gettata quando la si prepara per cucinarla. Ciò la rende un piatto prelibato, da esaltare magari con una riduzione all’aceto balsamico, accanto a delle verdure croccanti e con un bicchiere di buon vino.

FINE PRIMA PARTE

Nella seconda parte analizzeremo altre specie con altre proposte per succulente ricette.

Non è che visto che le patate hanno gli occhi puoi ipnotizzarle

Conosco un tale che pratica ipnoterapia. Non ne so abbastanza in materia, quindi non mi lancio in alcun giudizio di merito, sia chiaro.

Oggi mi raccontava che ha una tecnica per far crescere le tette alle donne tramite ipnosi. E afferma che le sue pazienti sono rimaste soddisfatte.

Non ho chiesto come funzioni in dettaglio, perché nel caso di persone che praticano attività inusuali temo che fare domande possa farli sentire autorizzati a riversare sull’interlocutore un torrente di chiacchiere. In genere si tratta di individui che magari non hanno modo di parlare dei loro interessi in discorsi quotidiani, quindi attendono sempre l’occasione buona per farlo. E questo tizio che conosco, che frequenta la libreria dove vado di solito (e che è diventata un ritrovo di personaggi eccentrici, tra cui mi ascrivo anche io) appartiene alla categoria.

Confesso che avrei voluto però capirne di più sulla pratica. Ipnotizza le clienti facendo loro credere che la taglia di reggiseno è aumentata? Oppure le ipnotizza convincendole a ritenersi soddisfatte anche se non è accaduto nulla? Vale anche per gli uomini ed è reversibile? Magari uno vuol farsi una giornata di relax a pastrugnarsi un paio di tette.

Ha detto che ha appreso anche la tecnica per ingrandire il pene. Ma non ha ancora richieste e quindi gli mancano pazienti su cui testarla.

Io nella mia testa pensavo che chi richiede un simile trattamento deve specificare bene cosa vuole: il rischio secondo me è essere fraintesi è finire come quello della barzelletta che si ritrova un pazzo di 30 cm*.


* Un tale entra in un bar stringendo tra le mani un sacco dove all’interno c’è qualcosa che si agita furiosamente.
Si siede al bancone e ordina da bere.
Il barista, perplesso, chiede cosa ci sia nel sacco.
«Guarda, lascia stare che è meglio» gli risponde il tale.
Il barista insiste e fa per aprire il sacco. Ne salta fuori un omino minuscolo che inizia a correre per il locale, imprecare e buttare cose per aria.
Con fatica lo richiudono nel sacco.
Il barista, stupito, chiede che diavolo sia quel che ha visto. Il tale spiega che è frutto dell’opera del genio della lampada il quale esaudisce ogni desiderio.
Il barista chiede se e’ possibile invocare il genio.
Il tale, mostrando la lampada, gli risponde di sì, spiegando che basta sfregarla per bene.
Il genio, evocato dal barista, appare in tutta la sua magnificenza dicendo:
«Quale desiderio posso esaudire?»
Il barista ci pensa un po’ e poi dice:
«Voglio un miliardo!»
Il genio, dopo essersi ben concentrato, fa apparire un bellissimo biliardo e poi sparisce di nuovo nella lampada.
Il barista, deluso, protesta:
«Ma io avevo chiesto un miliardo»
E il tale:
«Perché secondo te io avrei chiesto un pazzo di 30 cm?».


Non è che servano i servizi segreti per risolvere il problema di una spia di segnalazione

La stampante si ferma, lancia dei bip, segnala un inceppamento. Sospiro. La apro e constato che, come al solito, non c’è alcuna carta bloccata all’interno. Spengo e riavvio.

Accade anche alle persone. Si inceppano. Si bloccano. Eppure come la stampante che lancia falsi segnali loro non hanno niente. Non è il classico niente espresso per evitare di parlarne o per il perverso desiderio che uno ci arrivi da solo, per quel processo di empatizzazione-autoanalisi che serve per costringere l’altro a chiedersi Ma gli avrò fatto qualcosa?.

Non c’è realmente niente che non vada. Si bloccano e basta. E non hanno il tastino per spegnere e riavviare.

Io alle volte mi sento così. Inceppato. Ho una spia che lampeggia e un segnale che fa bip che mi avverte che qualcosa non va. Se mi controllo non trovo alcun guasto o rottura.

Mi rompo e facilmente qualcos’altro di intuibile, come tutti. Però quelle sono cose autoriparanti: te le rompi, poi tornano integre in vista della prossima rottura di.

L’inceppamento è più complesso. È come un ciclista che si blocca su una salita. In gergo si dice che si è piantato: le gambe non girano più e lui sta lì, quasi in surplace, a metà rampa mentre gli altri lo sfilano.

Poi come se niente fosse riparto. In genere basta un niente. Magari arriva un messaggio, oppure leggo un’email interessante, o ancora faccio due chiacchiere con qualcuno o mi dedico a un’attività costruttiva. E mi rammarico anche del tempo perso mentre non giravo, quando sembra così semplice riavviarsi.

Eppure delle volte è proprio faticoso uscire dal blocco.

Non è che i maiali abbiano domande da porci

Lei parla dall’altro lato del tavolo. Io sono distratto dalla lavagna bianca alle sue spalle. Come tutte le lavagne di questo tipo presenta aloni e macchie perché chi la utilizza non si preoccupa di nettarla con regolarità o di scrivere con pennarelli adatti.

Mi sta parlando della proposta contrattuale che hanno in mente. Sposto la mia attenzione dalla lavagna a ciò che sta per dire. Propongono sei mesi-barra-un anno di collaborazione, poi un inserimento stabile. I sei mesi-barra-un anno verrebbero finanziariamente coperti grazie a un progetto che hanno in corso, in cui nel budget sono allocati fondi per una risorsa aggiuntiva.

In quel momento mi sono posto il dubbio sull’opportunità di fare o non fare una domanda. Ci sono questioni che, in sede di colloquio, è bene non porre perché violano una sorte di galateo professionale non scritto che fa la differenza nella valutazione di un candidato.

Oggi riflettevo sul fatto che capita sempre quell’istante in cui ci troviamo sospesi tra l’agire e il non agire.

La bacio o non la bacio?
Alzo la mano o non alzo la mano?
Lo dico o non lo dico?
Dico al cameriere al dolce oppure no?

È una questione di pochi attimi, in cui avverti salire l’impulso all’azione mentre dall’altro lato una forza uguale e contraria spinge per farti desistere perché non è il caso.

Per esperienza personale dico che quando siamo in presenza di due forze contrastanti di questo tipo vuol dire che l’idea di agire forse non è tanto buona. L’istinto, in caso contrario, avrebbe già prevalso e ci avrebbe spinto a fare quello che avevamo pensato.

I primi baci migliori che ho dato sono sempre stati d’impulso. Magari dall’altra parte lo si aspettava in un momento precedente, ma io punto sull’effetto emotivo che dà il cogliere di sorpresa. Sun Tzu nella sua Arte della guerra sarebbe stato d’accordo.

Il dubbio che mi era venuto durante il colloquio era se ci fossero prospettive a garanzia della copertura finanziaria per la risorsa, una volta esaurito il progetto (e il finanziamento). È brutto diffidare degli altri, ma non è raro che dopo aver lavorato un periodo di tempo con qualcuno ci si senta dire che non è più possibile andare avanti, rinnovare o stabilizzare il contratto, perché mancano i mezzi.

La domanda alla fine non l’ho posta. Sempre per quel mio principio che se mi viene il dubbio su una cosa forse è meglio non farla.

Ne ho parlato con un’amica che è da 10 anni nel mio settore. Mi ha detto che ho fatto bene a non chiedere e non approfondire. Purtroppo. Ha aggiunto.

Lei se lo sarà posta il dubbio sull’aggiungere o meno quel purtroppo e privarmi così dell’idea che sono io a pensare male degli altri?

Non è che a Roma il supplì sia ridicolizzato perché è de riso

Quelli della mia generazione sono stati iniziati a certi pruriti, tra le altre cose, da Lamù. A me più di lei piacevano però altri due personaggi, sempre aliene: Benten (una motociclista spaziale) e Kurama (la Regina dei Tengu).

Ho un’amica che fa cosplay ( = il travestirsi da personaggi degli anime) e che una volta in una delle sue interpretazioni si è vestita proprio da Lamù. Ha acquisito una certa notorietà in questo mondo, perché è molto brava nella preparazione dei personaggi. Conoscendo però il mondo dei nerd maschi credo che presso di loro la fama sia più legata a robe di sbavo e pruderia che per apprezzamenti stilistici. Il più pulito dei fan che l’ha contattata, mi ha raccontato la mia amica, voleva che lei gli camminasse sulla schiena.

I nerd sanno anche essere persone orribili. In linea di massima, sono misogini e sessisti. Oltre che in grado anche di comportarsi da bulli. Il loro bullismo è generalmente rivolto verso chi si introduce nell’ambiente e non ne è all’altezza perché principiante. Sono stati i nerd a inventare su internet il termine noob verso chi è nuovo e poco pratico, usando il neologismo per deridere i neofiti. La malcelata diffidenza spesso sfociava in ostilità tale da indurre il nuovo arrivato ad andarsene altrove.

La sottocultura nerd negli ultimi anni ha suscitato consensi su un pubblico ampio. Hanno iniziato a venderci serie tv e film per il cinema che 20 anni fa sarebbero stati solo cose per nerd ma che oggi nessuno si vergogna di guardare, anzi, la vergogna oggi è considerato non farlo.

È da tempo che rifletto sugli aspetti negativi di questo tipo di cultura. Il punto non è criminalizzare la categoria (a cui potrei benissimo essere ascritto, dato che ne condivido gusti, interessi e hobby), ma ricordarsi che non è fatta esclusivamente di individui buffi, teneri e simpatici e che sotto goffaggine e simpatia si nasconde anche altro. Invece si tende a farlo passare in secondo piano.

L’esempio calzante è un film cult del 1984, La rivincita dei nerds. In questo film, tutto basato sulla contrapposizione tra gli atleti fighi e palestrati e i secchioni, la considerazione di questi ultimi verso l’altro sesso non si rivela migliore di quella dei bulli: le ragazze o sono delle oche cui è lecito rubare le mutande e con cui val la pena appartarsi spacciandosi per il reale ragazzo approfittando di una maschera, o sono alla fine delle povere mentecatte perché non sanno usare un computer. All’epoca (ma forse anche oggi), fermo restando che è pur sempre un film commedia, non sarà stato considerato così scandaloso ma solo la giusta rivalsa di individui derisi, goffi e sfortunati.

Le considerazioni sull’errata compiacenza che si ha in certi casi, valgono anche per le nerd donne che sanno essere verso altre donne non nerd le più antifemministe di questo mondo (e ci sono ragazze nerd che poi si proclamano femministe) e ciò non è per niente considerato sbagliato.

 

Non è che devi studiar musica per scrivere note

C’è quella canzone di Samuele Bersani, Lo scrutatore non votante, che in una strofa recita Intervistate quel cantante/ Che non ascolta mai la musica/ Oltre alla sua in ogni istante.

Frequento spesso la libreria del mio amico. Ne avevo parlato qui. Ormai è diventato un luogo di ritrovo per tutte le persone stravaganti della città.

Due-tre volte la settimana si tengono presentazioni di libri. Di alcune delle quale il mio amico ne farebbe a meno. Esigenze promozionali gli impongono di ospitare anche autori non così apprezzabili.

Sabato c’era un tale a presentare il suo primo libro. La caratteristica di questo autore è che non legge. Gli è stato chiesto quali fossero i suoi riferimenti letterari. Ha risposto “il thriller”. Al che, alla richiesta di indicare qualche autore di questo genere che lui seguiva, ha detto che non ne ha, non li legge. Guarda film.

Autori contemporanei che legge?
Nessuno.

Gli è stato chiesto se, in generale, avesse autori che apprezzava. Ha risposto “Verga, Pirandello e Ungaretti”. In pratica il suo bagaglio letterario è la tesina del liceo.

Io non so come sia essere scrittore, dato che non lo sono. È vero che dicono che tutti abbiano un libro nel cassetto. Io nel cassetto c’ho al massimo delle note spese che ho scritto.
Nonostante ciò fatico a immaginare come si possa scindere la passione per la scrittura da quella della lettura. Sarò io ancorato a un’idea antica. Oggi ci sono tanti strumenti per formarsi e godere di letture elevate senza aprire un libro. Internet non è solo fuffa. Apro una pagina facebook classificata sotto Cultura e società e mi aggiorno sulle teorie della disuguaglianza sociale e la caduta del saggio di profitto, per dire, senza necessità di consultare Il capitale di Piketty. Si legge poco perché per apprendere trovi già tutto reperibile in maniera fluida e accessibile. No?

Non sono convinto che sia questa la motivazione. E che letture fast food – per quanto molte di qualità, ma gli autori che le producono scrivono comunque dei libri per esporre in maniera più chiara e dettagliata le loro idee – bastino.

E davvero vorrei essere certo che quelli che non leggono libri ma scrivono lo stesso si siano formati almeno tramite qualche rivista online o pagina social di divulgazione artistica/culturale. Dubito purtroppo che sia così. Se anche lo fosse comunque non basterebbe solo questo.

Non si tratta di elitarismo. Sono conscio che la pedanteria nei confronti della sacralità e dell’importanza della lettura abbia generato un senso di sottesa riprovazione verso chi non legge, non si accultura, non si informa, tal da creare una contrapposizione sociale, i cui negativi effetti oggi si avvertono ovunque, tra chi è considerato un borioso professore e chi dell’ignoranza ne fa bandiera della libertà di essere come gli pare.

A me che una persona, in generale, non legga non me ne può proprio fregare. Avremo un argomento in meno di conversazione.

Diverso è il caso di chi vuole esordire, presentarsi, irrompere – perché alcuni sono anche rumorosi e irruenti nel proprio introdursi – in un’arte in cui una base di strumenti che si forma solo con la gobba dello studioso è necessaria. Purtroppo accade sempre più (e l’autopubblicazione ha incentivato ciò*) che la pulsione di qualcuno verso la scrittura venga solo dal desiderio di mettere il proprio nome su uno scaffale. Cosa che, a giudizio di quelli che leggono davvero, non basta certo per definirsi scrittori.


* Ci sarebbe un’altra considerazione da fare e cioè che l’autopubblicazione non ha come prodotto finale il libro, come nell’editoria classica, ma l’idea di essere scrittore. Chi paga per crearsi il libro non sta producendo un’opera, sta acquistando un servizio. Come se io comprassi – ed è possibile farlo – la possibilità di farmi qualche giro su un circuito automobilistico su un’auto sportiva per sentirmi un pilota. 


Quello del tale di sabato non è il primo caso: il mio amico, che gestisce con dei soci la casa editrice indipendente di cui la libreria è propaggine, mi racconta che gli arrivano diverse proposte da parte di chi al massimo avrà letto il bugiardino dei farmaci che assume.


Non per intero, ovviamente, perché il mondo si divide in due categorie: quelli che vanno a leggere solo tempi e modalità di somministrazione e quelli che vanno a leggere gli effetti collaterali.

Io appartengo alla prima categoria, perché non mi piace spoilerarmi il finale.

 


Non è che puoi utilizzare lo Scottex durante le mestruazioni solo perché è carta assorbente

In questi giorni si è tornato a parlare della questione dell’iva sugli assorbenti. Vorrei prendere spunto dal tema per parlare di un argomento correlato: la corsa da parte degli uomini nel dare indicazioni alle donne sul tema mestruazioni e prodotti alternativi da utilizzare. L’ho notata nei dibattiti televisivi, mi è rimbalzata davanti nei commenti online, insomma c’è tanta voglia – come sempre – di dare consigli alle donne su cosa debbano fare con i propri corpi.

Su questo devo denunciare una grande ingiustizia.

Le donne, lasciatemelo dire, non sanno proprio cosa voglia dire essere grate e ricambiare.

Almeno io personalmente, ma i miei amici maschi potrebbero dire lo stesso, non ho mai ricevuto da parte delle donne alcun consiglio, indicazione, raccomandazione o direttiva su cosa fare del mio corpo.

Certo, Madre mi diceva come vestirmi, di non mettere le dita nel naso, di non grattarmi le orecchie con l’alluce. Ma si trattava di normali indicazioni che dà una madre al figlio.

Anche qualche ragazza con cui sono stato mi avrà detto qualche volta non metterti quelle scarpe, lascia a casa la maglietta con la pezzatura da mucca, eccetera, ma, anche qui, si trattava di un rapporto strettamente confidenziale e personale in cui le indicazioni al massimo riguardavano l’abbigliamento.

In generale, nei discorsi delle donne, non è mai emersa alcuna direttiva su come utilizzare, per esempio, le mie gonadi o il mio seme.

Tutto ciò è profondamente ingiusto.

Forse capita solo a me, ma io credo che sia una cosa comune e generale.

Uno si prodiga tanto per dire alle donne come essere donne, come trattare le proprie pelvi, come gestire il proprio apparato riproduttivo e da loro neanche un grazie o un consiglio allo stesso modo.

Che mondo ingiusto!