Non è che tu debba mettere la freccia per superare una crisi

Forse avrete sentito dire che nella politica italiana in questo momento ci sono venti di agitazione, crisi e confusione e alitosi. Non voglio mettermi a parlare di attualità, più che altro volevo riprendere una vecchia abitudine mia che era quella di fornire indicazioni, guide e spunti (non richiestimi da nessuno) per orientarsi meglio intorno uno specifico tema.

Pertanto, quella che segue è una piccola lista di

Cose da sapere sul Governo Italiano per affrontare meglio una crisi

  • Un po’ di cenni storici, innanzitutto. Il Governo fu scoperto per caso, come tutte le grandi scoperte. Un giorno del 1862 il mezzadro Aniello Pastezucchine stava incartando le uova delle proprie galline con il giornale. Su una delle pagine, c’era scritto Il Governo ha deciso che. Il resto era illeggibile perché il Pastezucchine vi aveva rovesciato sopra il vino che buttava giù in ragion di un sorso ogni due uova. Purtroppo, oltre che beone, il buon Aniello era anche analfabeta, quindi non seppe mai della propria scoperta, i cui meriti saranno presi da altri.
  • Il Governo funziona con il meccanismo della responsabilità postdatata: per ogni Governo, infatti, le responsabilità sono attribuibili al Governo che l’ha preceduto. Ne consegue, quindi, che le responsabilità di un Governo in carica verranno rese note solo all’insediamento del Governo successivo.
  • Chi è a capo del Governo è a tutti gli effetti un governante. Però si preferisce sempre utilizzare la locuzione Capo del Governo o Presidente del Consiglio, in quanto governante ha dato luogo in passato a spiacevoli equivoci come quello di chiedere, alla fine di una riunione, di dare una passata di scopa alla Camere e di sbattere i tappeti.
  • Un Governo è come un rapporto di coppia: si basa tutto sulla fiducia. Quando questa viene a mancare, si apre la crisi. A volte la si può sistemare, magari facendosi dei regali. Nei rapporti di governo, è molto gradito ricevere poltrone.
  • Nel gergo politico esistono diverse locuzioni per identificare diversi tipi di governo. Ad esempio, c’è il governo tecnico, quello di garanzia, quello di scopo e, infine, il governo balneare, termine che ultimamente è stato inteso in modo letterale.
  • Anche se legiferare è pertinenza del Parlamento, il Governo può approvare atti normativi con la formula del decreto, un potere il cui uso è cresciuto molto, anche abusandone, dagli anni ’90 a oggi soprattutto per approvare piccoli interventi, fino a parlare di emergenza decretini.

Spero ora di aver offerto un quadro più chiaro e chissà che con queste istruzioni per l’uso non possiate costruirvi voi un vostro Governo personale!

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Non è che che ti serva un coltello per dividere la casa

Tra le stanze che ho visto durante la mia fase di ricerca (vedasi puntate precedenti della miniserie ‘Un gatto a Milano’) ce ne era una in un appartamento da dividere con altri due ragazzi e una ragazza.

Una cosa che mi aveva colpito in modo negativo era lo stato della cucina: l’inquilino che mi ha mostrato la casa si è giustificato dicendo che ero capitato nel giorno sbagliato: fossi passato il giorno dopo la visita della donna delle pulizie avrei trovato tutto in ordine. In pratica mi stava dicendo che non si prendevano la briga di lavare nemmeno un piatto usato perché tanto poi passava la colf.

C’è un’altra cosa che mi aveva colpito. È stato quando gli ho chiesto se avessero problemi se fosse capitato che il loro futuro inquilino concedesse ospitalità, breve, nella propria stanza, a una ragazza.

Lui mi ha risposto:
– Beh che mi parli di ragazzA già è positivo…perché sai com’è oggigiorno non si capisce più niente…come dire, sembra un fatto di moda…tutti vanno col ragazzO…Va be’, tu non sembri, ma comunque…Non è che siamo omofobi, eh, ma preferiremmo evitare…

Analizziamo un attimo il testo, partendo dalla fine.

Non è che siamo omofobi, eh.
Penso che viviamo in un mondo fantastico. Almeno stando alle continue precisazioni che si sentono: Non sono razzista eh, Non ho nulla contro. Nessuno discrimina gli altri, nessuno ha avversione per nessuno: nel mondo regnano pace&amore. Il dubbio che mi sorge è che se nessuno è razzista, com’è che mi sembra che in giro ci sia del razzismo? Non è che poi alla fine si scopre che il razzista sono io?

Ma andiamo più indietro nell’analisi del testo.

Va be’ tu non sembri.

Mi chiedo come dovrebbe essere uno che invece sembra. Magari parla agitando un po’ la mano e facendo più squillante la voce, dicendo cose tipo: Tezzzzoooro questa casa è un amore!. Non per deludere le convinzioni del mio non-futuro-coinquilino, non è che stiano sempre così le cose. Forse avrei potuto dirglielo e lasciarlo lì a meditare sulla vita di inganni che sinora avrà vissuto.

Ho lasciato per ultimo l’elefante nella stanza, l’argomento più evidente. Anche se di elefanti non ce ne erano, ma il mio non-futuro-coinquilino sembra avesse comunque un problema con le “proboscidi” (NON per omofobia, sia chiaro) nelle stanze.

Mi rendo conto sia una questione delicata, perché quando si tratta di questi argomenti alcuni replicano: uno avrà la libertà di decidere chi vuole o non vuole in casa?

Secondo me dovremmo prima chiarirci sul valore della libertà, che non è proprio da prendere sempre in senso assoluto: la libertà individuale, sacrosanta e sempre da tutelare, non può, a mio avviso, avere un’estensione tale da renderla immune dall’incrociare le libertà altrui e sfuggirne al giudizio, al controllo e, in certi casi, alla stigmatizzazione (ovviamente vale anche il viceversa per le libertà altrui verso le libertà del singolo).

In soldoni: esistono certe libertà che tu ti prendi (come quella di dire non voglio omosessuali in casa) che oltre a essere deprecabili secondo me rendono gli altri liberi di considerarti un coglione.

E non chiamateli coglionofobi: uno avrà pure la libertà di considerare gli altri dei coglioni, no?!


Tra l’altro, mi vien anche da dire che coloro che invocano la Libertà per giustificare il loro discriminare, sono gli stessi che invece con le libertà altrui – parliamo di libertà che non ledono diritti né impongono restrizioni della libertà di terzi, ovviamente – sono invece molto restrittivi, se non addirittura tali da assumere atteggiamenti censori.


Inoltre questi non pulivano la cucina per una settimana perché tanto passava la donna delle pulizie, quindi oltre a essere coglioni sono pure sozzi!

Non è che se uno è nervoso mentre gioca ai videogiochi rischi di perdere il controller

Novità. Ho una stanza a Milano. L’ho trovata in un paio di giorni di giri. La zona mi piace. La prima cosa che ho fatto per valutare l’area è controllare quante farmacie avesse nei dintorni e a che distanza.


Per la cronaca: ce ne sono 5 nel raggio di 500 metri.


Non ho un problema di ansia o ipocondria. Si tratta semplicemente di essere previdenti. So che quando arriverà l’inverno mi serviranno: sciroppo per la tosse, propoli e spray nasali. Non mi sento tranquillo se non li ho in casa.

Ma non ho un problema.

Non è vero, io ho un problema.

Si dice che il primo passo sia riconoscere il problema. Ma io non lo vorrei riconoscere. Vorrei passargli davanti per strada senza salutarlo e senza sapere chi sia.

Il mio problema è che devo sempre avere tutte le opzioni sotto controllo. La mancanza di quest’ultimo mi mette agitazione.

Una persona l’altro giorno mi parlava della differenza tra il trovarsi in uno stato di calma e in uno stato di controllo. Non coglievo il nocciolo del discorso perché per me i due stati coincidono. Sono calmo se controllo. Qualcuno potrebbe obiettare che non si è calmi se si è sempre vigili a scandagliare i dintorni. Torno al punto di partenza: non comprendo il discorso perché non so cosa voglia dire. Avrò sperimentato poche volte la calma senza controllo.

Che poi alla fine è solo un auto-inganno. Basterebbe pensare a tutte le cose che comunemente svolgo senza valutare di averne padronanza o meno. È una sorta di attenzione selettiva. Laddove so che non posso controllare tutto, smetto di preoccuparmene. Dove invece ci sono delle variabili che posso esaminare cerco di valutarle tutto, di modo che io non debba avere di che rammaricarmi con me stesso per non aver analizzato quando avevo possibilità di farlo.

Anche perché poi salta sempre fuori qualcuno a dirti Potevi pensarci prima.

È vero. Potevo pensarci prima di parlare dei casi miei con costui.

Non è che quando ti dai fisicamente tanto da fare per mostrare intolleranza ci dai dentro con l’odio di gomito

Nonostante mi piaccia nuotare, non sono proprio un tipo da mare. Forse sono un tipo da amare ma dovrei chiedere in giro. Le ragazze che sono state con me mi hanno amato, penso. Poi mi hanno odiato, penso. Ma va bene. L’odio è una cosa da rivalutare e a cui ridare dignità.

Per fortuna, viviamo in un periodo in cui sembra che alla gente piaccia tanto odiare. Sono tutti lì pronti a sputare veleno: quello deve morire, quell’altro deve fare una brutta fine, quello là deve subire all’amore (senza amore) nel didietro.

Si dirà che è sempre stato così per l’umanità. Forse è vero, ma oggi quel che c’è di nuovo è che sembra molto più amplificato. E diciamola tutta: se non odi nessuno, sembri anche un po’ uno sfigato. A parte che probabilmente ti diranno che stai fingendo di non odiare e quindi ti daranno dell’ipocrita.

Dato che ogni cosa deve però avere un bilanciamento perché sennò il troppo stroppia, serve anche esternare un po’ di amore. È per questo che esistono gattini e cagnolini.

Su questo punto però ho qualcosa da contestare. Non fraintendetemi: da gatto, che la gente ami i gattini e si intenerisca guardando gattoni ciccioni in pose buffe, non può che farmi piacere. Se però la gente ama solo i gatti e poi desidera la morte degli esseri umani, non va bene.

Se morissero gli umani, i gatti resterebbero senza servitori.

Ecco perché l’odio va anche un po’ ragionato.

Tutta questa digressione per dire che io stamattina, non essendo proprio tipo da mare, ho fatto il bagno in mare con il portafogli nel costume e ora odio il mio esser maldestro e distratto. Però amo il fatto che le nuove banconote euro siano idroresistenti.

Non è che ti puoi rinfrescare con un ventaglio di possibilità

Ho fatto un giro su per visionare un po’ di stanze a Milano. Una di quelle che ho visto ha anche vicino un grande centro fitness di una nota catena (il cui nome è in una vecchia e nota canzone di Madonna), dotato anche di piscina. Dato che mi piacerebbe proseguire l’attività natatoria anche dopo essermi trasferito, nel tempo libero tra due visite di case sono andato a darci un’occhiata.

Più che parlare con un’istruttrice mi sembrava di avere di fronte il commerciale di una società di consulenza. Mi ha mostrato il ventaglio di opzioni e possibilità e tipologie di abbonamenti che il loro mega-centro offre.

– Ma io voglio solo nuotare
– Sì certo ma poi magari ti piace anche la palestra tu con l’abbonamento puoi utilizzare tutta la struttura come e quando vuoi vedi con l’opzione abbonamento 3 mesi in realtà io posso darti un mese al 50% che dividendo il costo per 4 mesi sarebbe come se pagassi di meno di quanto…
– Sì ma penso verrò solo a fare piscina
– Non è detto tanta gente ad esempio si iscrive da noi in palestra e poi utilizza anche la vasca dato che c’è tu frequentando il centro magari vedi qualcosa che ti piace e cominci anche a fare altro…

Devo dire che offrono molta libertà di scelta. La struttura dove attualmente nuoto invece non ha scelte: un unico prezzo, pochi orari e anche fissi. E scaduti i 45′ in acqua ti spengono le luci per farti capire di sloggiare.

Ma le cose staranno veramente come sembrano?

Io credo che la libertà di scelta data dalle mille opzioni sia in realtà una non-scelta, e la non-scelta data dall’assenza di alternative sia invece una libera scelta.

Non avere alternative ti permette di fare le tue valutazioni e pensare che, se le cose non ti stanno bene, non le accetti e ti rivolgi altrove. Questa è la libertà della non-scelta.

Il grande ventaglio di possibilità che ti offre il mega-centro invece ti porta a farti attrarre dalla presunta libertà di fare quel che vuoi, incentivato dall’aver a disposizione anche possibilità che non avevi contemplato: andare a fare i pesi dopo una nuotata e poi magari un bagno turco, per dire. Cose che non avevi contemplato perché in realtà non te ne frega una beneamata dei bagni turchi, altrimenti saresti già andato a cercarteli. Ma ingolosito dall’avere tante cose perché “tanto è tutto compreso” tu stai dedicando il tuo tempo libero al mega-centro e stai in realtà facendo esattamente ciò che loro si aspettano che tu faccia e che hanno deciso che è il meglio per te. Da qui la non-scelta della libera scelta.

L’esempio sportivo rispecchia l’andamento della nostra vita attuale, apparentemente piena di opzioni e possibilità ma nel concreto sempre più paralizzata da vincoli.

Ad esempio è molto comodo avere tanti strumenti utili sul telefono. Ti rompi un po’ il cazzo quando invece per fare qualsiasi cosa orami ti serve avere l’app. Ora anche le mie banche mi obbligano ad avere l’app – che non funziona neanche bene – per utilizzare le procedure di sicurezza perché le chiavette coi codici saranno abolite da settembre.

Si può replicare che se non avevo scelta prima, non ce l’ho adesso. È cambiato solo lo strumento. Vero. Ma io mi sento sempre più connesso giocoforza alla tecnologia, incatenato, costretto, nonostante la libertà di cose che mi offre.

Una libertà che io non ho chiesto!

Visione consigliata:

Per chi non ha modo o tempo di vedere il video, qui c’è la trascrizione tradotta dell’intervento.


A proposito della libertà che sa di catena al collo: per chiedere informazioni il grande centro ti chiede il numero di telefono. Oggi mi hanno chiamato per chiedermi cosa intendessi fare, perché mercoledì scade la favolosa promozione e “sarebbe un vero peccato perdere questa libera opzione”.


Non è che se ti ritiri da solo a Foligno tu sia umbratile

Le settimana scorsa ero a Perugia per l’Umbria Jazz, concerto dei King Crimson. Combinazione, negli stessi giorni degli amici umbri dei miei erano a Napoli.

Ritornando da giri vari nelle terre umbre, in luoghi in cui ho trascorso per anni le vacanze da ragazzino, mi sono chiesto come sia l’impatto per chi, originario di luoghi come questi, aerosi e statici e acusticamente ovattati, si trova di fronte la chiassosa e confusa realtà partenopea.

Il mio pensiero è che per me sarebbe uno shock. Già a volte in genere ne ho uno quando ritorno da luoghi ameni, in cui mi sono mentalmente sintonizzato sull’equilibrio acustico e urbano dell’ambiente, dopo pochi giorni di assenza da casa. Chissà allora come potrebbe essere per chi ci è sempre vissuto in tali luoghi ameni e si confronta con una realtà totalmente opposta la sua.

D’altro canto sento dire che la vivacità di Napoli è in fondo ciò che la rende fascinosa. Comprendo che in fondo trattasi di una sorta di attrazione per l’esotico e inusitato, laddove per chi ci vive non è altri che la banale normalità.

Il turista nativo di luoghi ameni si giovi allora di queste pillole sulla realtà napoletana che fornisco di seguito, senza anticipare troppo ma per renderlo comunque più coinvolto e consapevole di quel che si troverà di fronte.

Innanzitutto si sappia che molte donne dei quartieri di Napoli a partire dalla pubertà sviluppano l’enfisema vulgaris, altresì dicasi voce sfiatata, ovvero una voce roca e gutturale degna di uno che ha passato la serata a cantare in una cover band di un gruppo brutal metal. L’enfisema vulgaris è permanente, ma ciò non impedisce al soggetto di urlare di continuo le proprie comunicazioni per strada o dal balcone.

L’urlofono è l’immediato mezzo di comunicazione nelle strade, più pratico del telefono e più efficace di un intimo giudiziario.

Per attraversare la strada si fa come i gatti. Ci si lancia tra le auto correndo velocemente verso il lato opposto.

I parcheggiatori chiedono sempre qualcosa a piacere. È sottinteso che però deve trattarsi del piacere suo.

Prestando attenzione alle voci di strada, si noterà che una frase ogni tre è un’imprecazione alla Madonna.


Le restanti due frasi sono discorsi sul calcio.


È ormai diventato un luogo comune banale quello della famiglia intera sul motorino, padre alla guida, madre e figli piccoli dietro. Oggigiorno è il figlio piccolo a guidare e il resto della famiglia dietro.

Se il cibo non ha almeno una di queste caratteristiche, grasso, frittura, sugo, vi trovate in un’altra città e questa lista non fa per voi.

Il babà, la pizza, la sfogliatella. Prodotti tipici che in qualsiasi luogo andrete a mangiare ci sarà qualcuno che, sentendo ciò, dirà che state sbagliando perché il vero babà, la vera pizza, la vera sfogliatella si mangia solo da…


Saluto Foligno e la sua servizievole accoglienza:


Non è che il panettiere vada in Tibet a fare esercizi di lievitazione

In questi giorni va di moda un’applicazione che invecchia le fattezze. Io non so che fretta abbia la gente di invecchiare o di vedersi vecchia. In questo stesso periodo riflettevo sulla necessità per me di investire su un fondo pensione o un’assicurazione di questo tipo, dovendo per forza di cose confrontarmi con la dura realtà di un sistema pensionistico che, stando così le cose, mi porterebbe un giorno, cessata l’età lavorativa, credo a far la fame.

Ecco, il solo pensare a tutto ciò, alla vecchiaia, agli stenti, mi ha gettato in angoscia e ansia cosicché ho smesso di pensarci distogliendo la mente per il momento, dedicandomi a esercizi di l’evitazione.

L’evitare è una pratica antica che, se eseguita in modo sapiente, può dare grande soddisfazione e senso di leggerezza.

Tanti anni fa io ho praticato l’evitazione ma nel modo sbagliato. Ero agli inizi del liceo, intorno ai 14-15 anni. Rispetto ai miei amici, avevo il coprifuoco molto prima. Dato che mi dava peso e vergogna dovermene sempre scappare via nel mezzo della serata, a volte lasciando i soldi sul tavolo in pub o in pizzeria, presi a l’evitare. Non uscivo più, a volte dicevo Sì sì vengo – pur sapendo che non ci sarei andato ma non volevo dar spiegazioni – ci vediamo lì e poi non mi presentavo.

Questo non è il modo giusto di praticar l’evitazione.

L’evitazione non si pratica in modo disonesto, anzi, è una forma di giustizia e raddrizzamento dell’equilibrio karmico dell’universo. Il l’evitante non cerca di abusare della buona fede altrui né usa la pratica in modo indiscriminato.

Forse starò generando confusione in chi mi legge, mi sia d’aiuto allora un reperto fotografico esplicativo:

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Questo sono io qualche giorno fa mentre pratico l’evitazione. L’evitazione della fatica. Notare la leggerezza che traspare da ogni singola parte del corpo. Cosa importante, io l’evito la fatica ma senza arrecar nocumento a persona alcuna.

Forse sarò eccessivo con questi ammonimenti, ma devo diffidare il principiante dall’esagerare con l’evitazione, pena il rischio che gli si ritorca contro. L’evitante savio sa quando è d’uopo darsi alla pratica e quando no. È colui che sul posto di lavoro sa quando l’evitare una incombenza ingiusta può sollevarlo dallo stress e quando invece è opportuno tornare con i piedi per terra e rimboccarsi le maniche. È l’individuo angariato da un postulante o da un seccatore e quindi l’evita, mentre non solleva se stesso dall’aiutare chi lo cerca bisognoso di un aiuto.

Certo di aver offerto qualche chiarimento opportuno, spero quindi che altri come me si concentrino sulla nobile arte di l’evitare.

 

Non è che fare l’assicurazione sia una gara perché c’è un premio

Le Universiadi di Napoli si sono concluse. Ieri si è tenuta la cerimonia di chiusura. Ho già nostalgia. Prendervi parte è stata un’esperienza bellissima e chissà se mi ricapiterà qualcosa di simile.

Perché le cose belle devono essere brevi e aver fine? Dovrebbe avvenire ciò per le cose orribili. Ad esempio, l’ultima stagione di Game of Thrones è stata un vero schifo, ma per fortuna è stata corta: così dovrebbe essere per tutto.

In ogni caso, in questo evento che ha distribuito tante medaglie, voglio anche io fare delle mie premiazioni e quindi ho qui pronta una lista di premi creati ad hoc per le Universiadi.

– Premio Rattuso d’oro
Ai commentatori RAI della Cerimonia di apertura, che alla vista di Erikah Seyama, atleta del Regno di Eswatini, sono stati folgorati dalla sua bellezza e per la successiva mezz’ora non hanno parlato d’altro.
Consegna il premio: Valentina Nappi

– Premio Arpagone
A chi ha fornito le divise per noi Volontari. I vari loghi e stemmi sulle magliette dovevano essere dei trasferelli o delle decalcomanie comprate nelle bustine in edicola, perché dopo il primo bagno in acqua della maglia – necessario, visto che il sintetico si impregna di odore di umanità – hanno cominciato a decomporsi.
Consegna il premio: Zio Paperone

– Premio Simpatia
A una accompagnatrice della squadra USA di pallanuoto, una italiana che durante la finale maschile Italia – Stati Uniti è venuta a chiederci di parlare con lo speaker per invitare il pubblico a non fischiare quando attaccava la squadra statunitense. Piccola parentesi: sui modi di tifare del pubblico sospendo il giudizio, quel che penso è che finché non si scade nell’offesa, nell’ingiuria e che a fine incontro si tributa il giusto riconoscimento a entrambe le squadre, per me va anche bene cercare di intimorire l’avversario quando attacca. Lasciamo perdere gli esempi del calcio, ma nel basket e nella pallanuoto è cosa normale. Quando le abbiamo detto che 1) dev’essere l’arbitro casomai a decidere se richiamare all’ordine per intemperanze, 2) non si trattava di offese e ingiurie, la tizia se ne è andata mandandoci a fare in culo.
Consegna il premio: Vittorio Sgarbi

– Premio Super Saiyan
All’allenatore della nazionale ungherese femminile di pallanuoto, che in finale, ahinoi, ha battuto l’Italia. Espulso per intemperanze e beccato dagli italiani del pubblico, ha reagito ai loro Scemo! Scemo! facendogli il Goku che si trasforma in Super Saiyan

urlando qualcosa in ungherese che non ho capito, ma credo di non andare lontano dalla verità se dico che sarà stato un Puppatemi la fava.
Consegna il premio: Junior

 

– Premio Meglio Vestito
Non c’è manco bisogno di dirlo:
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Mi consegna il premio che accetto con piacere: Tom Selleck aka Magnum IV.

Non è che il caseificio sia un posto dove producono case

A settembre mi trasferisco a Milano.

La prima questione da risolvere sarà quella di trovare una casa. Un posto letto. Uno scatolo di cartone. L’esigenza di trovare una sistemazione è ovviamente quella primaria.

La seconda esigenza sarà quella di capire un po’ come funziona questa Milano.

La terza questione sarà  quella di imparare a galleggiare. Un po’ come invitava a fare Pennywise alle sue vittime.

C’è una regola per nuotare che viene insegnata fin da subito ai principianti: per imparare a stare a galla, bisogna imparare ad affondare.

Mi sembra negli anni di essere molte volte giù. Non profondità abissali, s’intende: sono fortunato a non aver avuto una vita difficile. Ho avuto i miei momenti, comunque, in cui mi sono sentito toccare il fondo. Quello lì è proprio il momento per imparare a trovare l’equilibrio e stare a galla.

Ecco, partire per un’altra nuova città con un contratto che a gennaio scadrà – senza possibilità di proseguire – è una nuova ricerca di equilibrio idrodinamico.

È da sempre che faccio questo. Contratti, contrattini, contratticini. Incertezze. Bisogna galleggiare, non c’è altro da fare.

Non è che chi organizza gare sportive sia una pessima atleta perché si piazza sempre dietro le quinte

Il bello di partecipare alle Universiadi – non come atleta, s’intende – è il poter stare nel dietro le quinte dell’organizzazione e in mezzo agli atleti, respirando l’aria di grande evento. Sono anche riuscito a farmi assegnare alla piscina dove si tengono le gare principali. È stata una bella fortuna, se non altro perché una piscina è l’unico posto dove gli atleti che ti passano accanto dopo una gara non puzzano di sudore.

Ho avuto anche modo di capire qualcosa in più sul mondo della nuotisteria agonistica.

1) In primo luogo, il ruolo più importante di tutti è anche il ruolo più inutile di tutti: quello dell’assistente al salvataggio.


Non chiamateli bagnini per carità che una volta un tale in treno sentendomi parlare con un mio amico di bagnini mi attaccò una pezza assurda sul fatto che lui avesse il diploma di addetto al salvamento mica da bagnino.


2) Gli atleti girano a piedi nudi un po’ ovunque: bordo vasca, spogliatoi, bagni, tribune, asfalto esterno. Passi per le micosi, su cui non voglio indagare, ma come facciano a evitare pestoni e incocciare spigoli con le dita resta un mistero. Sarà la consapevolezza mentale che solo la disciplina atletica ti fornisce.

3) Chi fa nuoteria deve alimentarsi bene. Anche prime delle gare. Ma solo se la mamma non sta guardando sennò deve aspettare 4 ore prima di tuffarsi.

4) Nelle gare ufficiali ci sono gli umarell:

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5) La capigliatura può essere un impedimento all’essere un veloce nuotista:

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6) Chi fa parte dello staff non può fare foto agli atleti se non per uso personale. Un volontario è stato cacciato dalle Universiadi perché era stato visto spacciare dieci grammi di nuotatori.

7) È assolutamente vietato usufruire di mezzi a motore in gara in acqua:

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L’atleta qui presente è stato squalificato dal giudice coi pantaloni gialli

8) Il vero allenamento di un nuotistatore è quello per riuscire a sfilarsi il costume e metterne un altro con l’asciugamano indosso in un paio di secondi degno del miglior pit stop di F1.


Avevo dimenticato di accennare che per non fare il giro ed entrare a cambiarsi negli spogliatoi molti che stanno a fare riscaldamento o ad assistere ad altre gare si cambiano in mezzo la gente, sugli spalti.

 


9) Un grande scandalo ha investito questi Giochi: si chiamano Universiadi ma partecipano solo atleti Terrestri e nessuno dal resto dell’Universo.

Non è che prendere i mezzi pubblici ti annoi perché è il solito tram tram quotidiano

Passeggio sotto al sole lungo la banchina del tram.

Sul lato opposto, arriva una ragazza. Ansima. Guarda il telefono. Si mette la mano sinistra sulla fronte come uno che ha appena combinato un guaio. Fa una smorfia, contrae la faccia inarcando gli zigomi come a spegnere un accenno di pianto.

Torno a passeggiare facendomi i fatti miei. Il sole picchia come Jake LaMotta. Prendo la mia borraccia di latta – cerco di condurre una vita quanto più possibile plastic free ma ancora non riesco a convincere Madre a smettere di comprare il Parmigiano già grattato in scatola – e mi bagno la testa.

Alzo la testa e guardo di fronte. La ragazza sembra molto agitata. Si poggia la mano sul ventre facendo delle ampie onde di respiro. Respira a bocca aperta.  Una volta ho avuto un attacco d’ansia simile. Lei tira un ultimo lungo sospiro e torna a respirare normalmente. Guarda oltre la curva dei binari verso l’assenza di un tram. Si mette di nuovo la mano in fronte. Poi si fa rossa in viso. Si allontana dal resto delle persone in attesa e si concede un piccolo sfogo di pianto. Veloce. Si soffia il naso e asciuga gli occhi con lo stesso fazzoletto. Odio quando uno usa lo stesso fazzoletto per naso e occhi. Guarda di nuovo il telefono.

Arriva il mio tram. Salgo a bordo ma non posso fare a meno di gettare uno sguardo dal finestrino a cercarla.

Mi sentivo un po’ in imbarazzo a spiare nella privacy di qualcuno; per quanto era una manifestazione interiore che si stava verificando in pubblico, esiste sempre una bolla personale da rispettare.

D’altro canto, l’ansia, la preoccupazione, l’agitazione di qualcuno tendono a mettermi addosso le stesse sensazioni. Anche se si tratta di un estraneo.

Confesso in questi casi la tentazione di sporgermi all’interno di quella bolla a chiedere un “Tutto bene?”; non è per curiosità o per impicciarmi. È che se io mi sentissi in difficoltà vorrei che qualcuno facesse così con me. Diciamo che è un modo per crearsi un debito con l’universo: io lo farei per gli altri, quindi lo si faccia per me, in cambio. Poi in genere non lo faccio perché ci sono situazioni in cui la vivrei come un’inopportuna intromissione e penso sia lo stesso per gli altri e non puoi mai sapere quindi quando sia d’uopo e quando no.

C’è un’altra cosa di quella situazione che mi ha colpito: nessuna delle altre persone presenti sulla banchina è sembrata accorgersi della cosa. Guardavano tutti il telefono.

Allora ho pensato che forse, in un mondo ideale, c’è qualcuno che chiede a questi qui, indifferenti generici, “Sentite, ma va tutto bene a voi?”.

Non è che ti porti in gita uno sbruffone perché serve un pallone gonfiato per giocare

Che si tratti di gita fuori porta, vacanza, escursione di relax al mare o in montagna, se c’è un gruppo di napoletani nei paraggi farà la sua comparsa, a un certo punto, lui.

Il Super Santos.

Non è giornata e non è divertimento se per l’uscita non c’è un pallone da prendere a calci.

Il bisogno di calciare è antico. Pare che quando fu inventata la ruota, qualcuno, vedendola tondeggiante, provò ad assestarle un destro di collo pieno. La ruota però era di pietra e l’improvvisato calciatore iniziò a rotolarsi per terra, rantolando dal dolore e alzando il braccio per chiedere un rigore all’arbitro. Che però purtroppo per lui non era stato ancora inventato.

Il Super Santos gode di vita propria. Prova ne è il fatto che va un po’ dove vuole seguendo l’istinto. Un istinto difettoso, visto che si dirige spesso o verso una testa altrui o la cima di un albero o un roseto.

Se ci sono donne nel gruppo, si gioca di solito al Sette si schiaccia. Il gioco serve in realtà come coadiuvante dell’approccio con finalità di accoppiamento: il maschio gaudente gitarolo, difatti, cercherà di colpire col pallone la femmina gaudente gitarola di suo interesse. Se al giro successivo la femmina cercherà di colpire lo stesso maschio, vuol dire che si è instaurato un collegamento e l’approccio può proseguire. Il rituale di accoppiamento del Super Santos può coinvolgere anche un’ignara femmina che si trova in zona per fatti propri: il maschio gaudente la colpirà con una pallonata dietro la testa di proposito e poi correrà a scusarsi, invitandola a partecipare alla partita per discolparsi.

Che è un po’ come pestare il piede a qualcuno e invitarlo poi a fare un giro con le proprie scarpe, così, per rimettere le cose in pari. Ma le strategie riproduttive degli animali, si sa, sono sempre particolari e apparentemente prive di logica per gli esseri umani.

Così come vive al limite, così la sua vita ha limite: il Super Santos dura in genere il tempo di una scampagnata, perché poi o finisce perduto o bucato o dimenticato e così ne verrà ricomprato per strada uno nuovo la volta successiva.

Da qualche parte esisterà un paradiso dei Super Santos perduti.