Non è che il proprietario dell’azienda di fazzoletti sia proprio in grado di controllare il Tempo

Tendo spesso a fare il quadro della situazione. Ma non so dipingere. Ho investito la mia esistenza, dando forse in pegno anche eventuali successive vite, a cercare di acquisire quante più informazioni possibili per ottenere il quadro ogni volta. Avere il controllo.

Una cosa impossibile, com’è intuibile: esistono le variabili, gli imprevisti. Esistono le persone: non si può sapere cosa pensino. Questa è una delle mie più grandi fonti di disperazione. Il fatto di non sapere cosa pensi qualcuno di me o di qualcosa che riguarda me mi mette agitazione, ansia, nervosismo e tante altre cose su cui mi fermo qui perché non ho il dizionario sinonimi sottomano.

Sono conscio sia un bene non essere a conoscenza dei pensieri altrui. Sono anche convinto che però farebbe comodo, in certi casi. Quantomeno per non avere rimpianti.

Non ho mai confessato i miei ‘peccato’. Peccato sia andata male. Peccato che non abbia vinto. Peccato non ce l’abbia fatta.

Ho una lista di ‘peccato’ che non emenderò mai: li porto con me, esistono come se stessero accadendo in questo momento. E forse è così. Siamo abituati a concepire il tempo come unidirezionale. Perché mai? Perché vediamo l’acqua da un fiume andare al mare e non viceversa? Perché gli orologi vanno solo in un senso e non al contrario?Potrebbe essere soltanto la nostra percezione. Magari il tempo non esiste: passato, presente e futuro vivono nello stesso istante, uno dentro l’altro attorcigliati senza inizio né fine come in un disegno di Escher.

Nella mia mente, almeno, è così.

Ho immagini di me seduto all’ultimo banco, sulla sinistra accanto la finestra, in prima elementare, mentre sono impegnato nel mio primo colloquio di lavoro con una che vuole mandarmi a suonare i citofoni per vendere polizze sulla vita, andando in giro sulla mountain bike nuova del mio 13esimo compleanno, bicicletta che ho sfasciato soltanto 6 mesi dopo quel compleanno venendo investito da una Panda rossa, ma era colpa mia, ero troppo distratto dall’aver dato il mio ultimo esame all’università, che mi aveva dato un senso di euforia tale che ho chiesto cosa ci fosse mai in quella canna e mi hanno risposto sempre lo stesso, la differenza è che in quel momento a 17 anni avevo capito come aspirare.

Tutti questi momenti insistono e sussistono insieme, e, seppure persone, cose, edifici, in realtà non esistono (perché non ci sono più o perché sono cambiate nel frattempo), se io focalizzo l’attenzione nel mio ricordo, le vedo animarsi e/o ricostruirsi.

A volte mi sembra di sentire ancora la voce di mia nonna. È un’allucinazione uditiva. Una pareidolia: era qualcuno che parlava e il suono mi era sembrato somigliante a. Così come quando, accovacciato per muovere un cavo dietro al PC, con la coda dell’occhio sinistro mi sembra di vedere la gatta che dalla cuccia si alza per venire a poggiare le zampe anteriori sul mio ginocchio. Questa non è manco un’allucinazione perché più che altro è un’aspettativa di ricordo. Poi mi dico «Ah già» e svanisce.

O forse è la mia testa che sta svanendo.

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Non è che uno sceneggiatore si consulti con un sarto su come imbastire una trama

Il mio stomaco non vuole saperne di rimettersi in sesto. E neanche in settimo.

La chiave è: inibitori di pompa protonica.
Io conoscevo lo zaino protonico dei Ghostbusters. E sapevo che non andavano mai incrociati i flussi.

Inibitore di pompa protonica.
Sembra il nome di un’attrezzatura da fantascienza. Trama: i nostri eroi devono fermare un pericoloso criminale dotato anche di superpoteri. L’arma per batterlo è costruire un fucile speciale che lancia raggi che bloccano i poteri del cattivo. Però serve trovare un oggetto particolare, senza il quale il fucile non funziona: l’inibitore di pompa protonica…

Le sceneggiature, fateci caso, sono fatte di standard e di cliché. Lo schema tipico di un film, in genere, è il seguente:

– Viene presentata una situazione iniziale. Vediamo dei personaggi, uno scenario, eccetera
– Tra i 10 e i 20 minuti dall’inizio c’è un colpo di scena (es. il protagonista scopre di avere un figlio e deve improvvisamente prendersene cura; i buoni incontrano il cattivo per la prima volta; muore qualcuno di inutile; la protagonista mentre si rade il perineo si taglia un’emorroide*…)


* Accade nel film Wetlands


– A quel punto tutto il film non è altro che una rincorsa della trama verso una nuova situazione di equilibrio, come se esistesse una entropia universale da rispettare. Ci saranno lungo la strada tutti gli ostacoli del caso (la mappa era sbagliata; le azioni in borsa sono in caduta libera; manca l’inibitore di pompa protonica…)
– A 15-10 minuti dalla fine c’è un contro-colpo di scena risolutivo (riappare un personaggio che si credeva morto; un membro del gruppo si rivela un impostore/nemico; un oggetto apparso all’inizio del film e di cui non si capiva la funzione si scopre necessario…)
– Fine

Vale per tutti i film. Per lo meno quelli della grande distribuzione. Pur cambiando genere, attori, regia, sono fatti tutti con la medesima ricetta preconfezionata. È quello che il pubblico vuole vedere. Tutto ciò è rassicurante: ci piace il prodotto, perché sappiamo cosa aspettarci. Abbiamo bisogno di sapere che tutto andrà secondo quello che sarebbe secondo noi l’ordine naturale delle cose.

Da quando mi sono reso conto che il cinema non fa altro che servire dei polpettoni triti e ritriti*, non riesco più a seguirlo come una volta.


Una di quelle grandi illuminazioni che ti colgono mentre ti togli il lattughino dai denti, del tipo “Ehi, ma nel logo del Carrefour c’è una C nascosta!”


D’altro canto, lungi da sembrare uno snobbone di quelli che “Sotto le 4 ore e a colori non è vero cinema”, dico che mi capita anche di annoiarmi con il cinema d’arte, che ha eppure il vantaggio e il merito di uscire dagli standard di scrittura descritti sopra.

Mi trovo così in un limbo in cui passo serate a chiedermi cosa minchia guardare e alla fine si fa troppo tardi e finisco per non guardare niente, perché non mi vanno i polpettoni triti e ritriti e non mi va neanche un cinghiale seduto sullo stomaco (rappresentato da un film estone in camera fissa con due dialoghi).

Le serie tv sono una buona via di fuga: un episodio dura meno di un film, tengono sempre alta la tensione narrativa (chi più chi meno). Ma anche su quelle negli ultimi tempi fatico a trovare qualcosa di valido.

E poi dicono che mi viene la gastrite!

Non è che a Carnevale ti metti un paio di guantoni da portiere per fare la parata

Febbraio da bambino per me ha sempre significato una cosa: Carnevale. Anzi, due cose: Carnevale e trauma da travestimento. Ho un passato di costumi vergognosi che ho già rivangato abbastanza su queste pagine.

Per evitare che qualcuno cada nei miei stessi errori, ho pensato a dei consigli sui migliori travestimenti per il Carnevale 2019, per grandi e piccini. E pazienza se sono in anticipo di un mese: è Carnevale a esser scostumato presentandosi tardi.

I MIGLIORI COSTUMI PER IL CARNEVALE 2019

Malattia sessualmente trasmissibile
Distinguetevi dalla massa sfoggiando il vostro costume da sifilide, da gonorrea, da candida, da herpes genitale! Sarete l’attrazione della festa e desterete invidia e ammirazione dei presenti.

Remake Netflix
Prendete un costume classico, uno a caso, anche usato, dal vostro armadio dei ricordi, reinventatelo senza senso. Cambiategli sesso (Colombina potrebbe diventare Colombino, per dire) e mettetegli qualcosa di moderno (ad esempio al posto della mascherina un bel paio di occhiali da cantante trapper). Un trucco: create grande attesa per il travestimento, dicendo ai vostri amici nelle settimane precedenti che il vostro sarà un costume eccezionale e, poi, fate in modo che si riveli penoso e osservate la delusione negli occhi altrui!

Inquisizione spagnola
Molto indicato per quelli che amano i costumi storici, il travestimento da Inquisizione spagnola vi darà un tocco raffinato ed elegante senza dimenticare un po’ di sana goliardia degna di quell’epoca. Disponibile nelle versioni Tribunale e Consiglio Supremo, con torturatore professionale incluso. Upgrade disponibile: rogo in piazza.

Commento da hater
Il Carnevale vi disgusta? La gente mascherata è ridicola? Cambierete idea dopo esservi vestiti da Commento da hater! Indossate il vostro disprezzo e nettatevi le terga con i banali travestimenti altrui, con il Commento da hater. Un tocco di classe: decorate il costume con un vezzoso Maalox, ciao rosiconi! che non passa mai di moda!

Bitcoin
Esclusivo e originale, il travestimento da criptovaluta è ottenibile soltanto collegandosi a una complessa infrastruttura informatica sfruttando la potenza di calcolo del proprio PC per contribuire al mantenimento della infrastruttura stessa (una roba da smanettoni). Il costume verrà sbloccato come ricompensa al raggiungimento del contributo necessario. Considerato però che per la potenza che ha un normale computer domestico ci vorrebbero secoli per farlo, le strade sono due: dotarsi di un hardware da 1 milione di euro oppure partecipare in cooperativa in rete con altre migliaia di smanettoni ed essere ricompensati con un pezzetto di costume a testa. Più esclusivo di così!

Epidermide di Donald Trump
Attenzione, diffidate dalle malriuscite imitazioni: alcuni negozianti fraudolenti spacciano il costume intero da Trump, spogliato di ciuffo di capelli color pulcino denutrito, dito alzato e voce fastidiosa, come quello della sua pelle color succo ACE. Non fatevi ingannare: il travestimento originale è l’unico costruito interamente con una bella dieta a base esclusivamente di carotenoidi (carote, zucca e pomodori) e rinforzata da creme abbronzanti di pessima qualità e ustioni da lettino solare.

Reddito di Cittadinanza
La novità del 2019! È fresco, brioso, desiderato, adatto a giovani e meno giovani. Disponibile anche la versione premium con Navigator personale dal Mississippi che vi seguirà ovunque, anche al bagno e in versione illegale con beni immorali.

Non è che serva un consulente del lavoro per i muscoli doloranti perché sono contratti

Ogni tanto mi piace scrivere guide o tutorial o consigli in generale. Non l’avessi mai fatto. Sempre più persone mi fermano per strada dicendomi «E perché non parli di questo?!» cui fanno eco altri «E allora quest’altro?!». Io in genere svicolo indicando una ONG in lontananza e scappando.

Mi sono reso conto però di non aver affrontato mai, con dovizia di particolari, un tema importante come quello del lavoro. In particolare, i contratti. Quali sono? Come funzionano? Come ottenerne uno? A due di queste domande posso rispondere e, per farlo in maniera chiara e comprensibile, utilizzerò come esempio le relazioni  uomo-donna (o uomo-uomo o donna-donna).

TIPI DI CONTRATTI DI LAVORO

A chiamata
Quando ti cercano per andare a letto senza impegno, anche all’ultimo momento, non avendo trovato di meglio. Poi, ognuno per la propria strada.

Prestazione d’opera occasionale
Una trombamicizia: ci si vede quando capita, per non più giorni consecutivi e senza alcun vincolo. È possibile avere altre relazioni nello stesso tempo. Ha però una durata limitata, anche se c’è qualcuno che se ne approfitta e la trascina oltre quello che sarebbe il consentito. A volte capita che chi inizia questo tipo di contratto, pardon, di relazione, spera in qualcosa in più; oppure, capita che si affezioni alla situazione. Sbagliato. Le prestazioni occasionali difficilmente diventano qualcosa in più.

Partita IVA
Chi sostanzialmente si vede e tromba con chi gli pare perché tanto è convinto che non deve rendere conto a nessuno. Poi però arriva qualcuno incazzato, possono essere ex amanti o mariti traditi e rispondono ai nomi di Finanza, Commercialista, Agenzia delle Entrate.

Apprendistato
Chi inizia una relazione sperando che sia a lungo termine, ma, nel frattempo, deve superare tutta una serie di scogli e di prove per dimostrare di essere la persona giusta.

Tempo determinato
Una relazione che sembra stabile, in cui si fanno anche progetti e magari si va a vivere insieme e ci si abitua all’idea di qualcosa a lungo termine. Ed è in quel momento che finirà perché «Mi spiace, non posso tenerti con me».

Tempo indeterminato
Una relazione fissa, stabile, l’auto, il mutuo, gli animali domestici, il set per la fonduta. Hai investito per tutto questo e poi ti rendi conto che non era quel che volevi e ti senti incastrato. Ma ormai hai un’età, per non restare a spasso ti tieni quello che hai così com’è.

Stagista/Tirocinante
Chi si vede con qualcuno sperando di contare qualcosa, mentre invece magari è solo il suo oggetto sessuale. Pur rendendosi conto di essere sfruttato e di valere poco, spera che mettendo in luce le proprie qualità l’altra persona si accorga del suo valore e decida di tenerla con sé. Ed è in quel momento che questa persona dirà «Mi dispiace, non mi sento di impegnarmi in un rapporto a lungo termine». Due mesi dopo incontri questa persona per strada con la fede al dito.

Lavoro in nero
Chi è in una relazione clandestina. Può andare avanti per anni, con l’aspettativa che prima o poi le cose cambieranno e la relazione verrà ufficializzata e legittimata. Non avviene mai.

Spero ora sia tutto più chiaro!

Non è che sui moduli alla voce ‘sesso’ tu scriva “No, io cerco amore”

Qualche tempo, con il supporto di ysingrinus, scrissi una lettera indirizzata a Valentina Nappi. Nella missiva si chiedeva alla professionista dell’intrattenimento sessuale di aiutare un giovane smarrito ad avere una prestazione deludente e fallimentare.

La lettera, purtroppo, rimase senza risposta.

Sapevo che comunque quella non sarebbe stata la soluzione ai miei problemi.

Il mio desiderio di fallire e deludere nasce da un disagio personale più profondo, causato dalla perdita della verginità dovuta a pratiche sconsiderate e all’utilizzo di strumenti non adatti a un giovane. La frustrazione mi porta a punirmi con coiti deludenti ma il piacere della delusione che via via ne traggo è sempre minore. Anzi, mi sembra di non riuscire più a fallire nell’accoppiamento.

Questa estate sono andato quindi da un androropata. Mi ha detto che ormai soffro di assuefazione alla deludenza. Il luminare mi ha però prospettato una soluzione: tornare vergine. La medicina moderna può infatti compiere questo miracolo.

Le strade possibili sono due. La prima prevede un cambio di sesso: il passaggio, infatti, azzera tutto e permettere di recuperare la verginità.


Anche se tecnicamente non si tratta di un ‘recupero’ essendo la verginità natia perduta per sempre; sarebbe più corretto parlare di ‘nuova partenza’ della verginità. Nel gergo colloquiale se ne parla come di un recupero ma la definizione resta impropria.


Volendo restare comunque maschio non è necessario fare altro che cambiare sesso (m->f) e poi ricambiarlo (f->m). Il doppio cambio permette di emendarsi doppiamente dai peccati carnali.

Gli interventi e la successiva riabilitazione richiedono molto tempo (almeno un paio di anni) e danaro (almeno alcune manciate).

La seconda strada, invece, è molto più semplice. Consiste nella rimozione del pene e la sua sostituzione con un altro, purché vergine, di qualsiasi tipo, umano, animale o vegetale.

A sentire questa possibilità la mia fantasia si era già accesa, ma il medico, intuendo forse i miei pensieri, ha all’istante smorzato il mio entusiasmo: «Ovviamente – ha sentenziato – il membro impiantato deve essere compatibile con le caratteristiche fisiche del soggetto ricevente onde evitare all’organismo uno stress e una sollecitazione muscolare non sostenibili a lungo». In parole povere, la mia debole costituzione mi impediva di essere compatibile con donatori equini.

Dopo averci pensato all’incirca un po’ e tre quarti, su suggerimento dell’androropata ho fatto la mia scelta: avrei avuto un pene di anatra.

Per chi non lo sapesse, le anatre hanno un organo particolare, arzigogolato come un cavatappi (articolo di approfondimento). Non credo di sbagliare se dico che l’idea per il tirabusciò sia venuta a qualcuno che deve aver visto un’anatra in azione.

Quando non serve, il membro è comodamente ripiegato all’interno del corpo. In un umano questo eviterebbe la scomodità di portarselo in giro, senza contare il potersi muovere in pubblico privo dell’ansia di compiere atti osceni in caso di caduta dei pantaloni. Anzi, avrei anche potuto pensare di andare in giro nudo: chi avrebbe potuto dirmi di destare scandalo se l’oggetto dello scandalo non c’è?

Le mie capacità natatorie sarebbero migliorate di molto, in termini di velocità e scivolamento nell’acqua, senza le turbolenze create dall’organo tra le gambe.

Infine, il pene d’anatra ha notevoli capacità elastiche e di allungamento, cosa che mi avrebbe garantito coiti più efficaci e soddisfacenti. A quest’ultimo aspetto non ero interessato, ma, secondo il medico, una volta liberato dall’istinto di autopunizione per la perdita della verginità avrei cercato di perderla nuovamente, stavolta in modo più accorto e razionale. Il pene d’anatra con la sua natura a elica avrebbe aiutato nel mio processo di accettazione dell’accoppiamento non vergine.


L’elica è il fondamento stesso della vita: il dna, come tutti sanno, ha una struttura simile. L’emissione di seme non è altro che una diffusione di dna e quindi di eliche: recenti studi dimostrano che una visione costante e progressiva dell’elica stimolerebbe tali emissioni perché attiverebbe degli ancestrali nervi para-simpatici.

 


Così ad agosto mi sono operato, a Reykjavík. Posso finalmente ora confessare che il motivo del mio viaggio in Islanda era per sottopormi all’intervento, visto che lì vive uno dei più grandi verginologi in circolazione, specializzato in xenotrapianti di pene: il Professor Gaudenzio Eiðurssön. Inoltre, lì vive e nidifica la Bucephala islandica, l’anatra più compatibile con gli esseri umani rispetto a tutti gli altri Anatidi.

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Un nido di Bucephala islandica che ho fortunosamente immortalato

Dopo mesi di riabilitazione, drenaggi e terapie di supporto, posso finalmente dire che tutto è andato bene e raccontare la mia soddisfazione per la riuscita completa dell’intervento.

Adesso, infatti, lavoro in un ristorante stellato come apribottiglie di vino.

Non è che il fotografo sia meschino perché pensa solo ai suoi obiettivi

Una delle mie più grandi ossessioni o ansie è quella di avere ‘la sindrome dell’impostore’; il credere, cioè, che i traguardi, i successi professionali, siano solo frutto del caso o dell’opinione sbagliata di qualcuno che non si è reso conto che in realtà non ho capacità in quel ruolo o che non sono affatto la persona che crede.

Questa paranoia non mi si palesa soltanto nel lavoro ma anche nelle relazioni sociali. Ad esempio, quando qualcuno si confida con me e chiede pareri e consigli e perle di saggezza io penso «Santi numi, questa persona mi ritiene in grado fare considerazioni autorevoli? Dove ho sbagliato? Cosa ho fatto per generare questa impressione?».

È capitato quindi che la mia vecchia CR di Budapest chiedesse il mio punto di vista su una conoscenza nata su internet. Il tale, che a fini narrativi chiameremo Tizio, dopo che lei aveva con cortesia rifiutato un invito a stare a casa sua dopo solo una volta che si erano visti qui in Italia, quando lei è tornata in Ungheria si è fatto più freddo e assente, al limite della latitanza.

CR non riesce a convincersi: perché, se l’unico interesse era una cosa sola, mostrare in precedenza un interesse e un coinvolgimento tali da far pensare altro?

E dovrei saperlo io? Sono terrorizzato da tale responsabilità cui sono chiamato a rispondere!

In realtà penso una cosa: ci sono alcuni che pensano le persone vogliano soltanto sentirsi dire cose piacevoli a prescindere che siano sincere o meno  e, quindi, non sapendo (o non volendo, in malafede) costoro approcciarsi in modo funzionale agli altri hanno come unico modo di agire per raggiungere i propri obiettivi quello di comportarsi in modo da farle fesse e contente.

Mentre dicevo ciò ho avuto un’illuminazione: sono allora costoro i veri impostori!

Persuaso che dal punto di vista dei rapporti sociali la vera impostura sia altro, ho cercato un riscontro anche in altri campi. E un episodio di ieri mi ha fornito un esempio.

Esterni. Paesaggio collinare. Neve accumulata ai bordi della strada. L’auto procede in salita. In senso contrario arrivano altre due auto che scendono. Tocca retrocedere per farle passare, causa la neve che restringe la carreggiata.

La prima auto passa, la seconda si ferma di fianco. È lo sceriffo del paese, o meglio, carabiniere, in abiti civili. Abbassa il finestrino e fa:

– Voi non resiediete qui.
– Eh?
– Qua è divieto di sosta. Sopra e sotto a entrare e uscire.

E se ne va, tra lo sbigottimento e la perplessità mia e degli altri passeggeri.

Soltanto dopo si è capito il mistero: in caso di neve, c’è divieto di transito ai non residenti.

Ecco, se costui riesce a fingersi un carabiniere, io posso essere qualunque cosa!

E quindi scelgo di essere resiediente.

Non è che a Venezia ti serva un telecomando per orientarti tra i canali

A febbraio dovrò trascorrere qualche giorno a Venezia. Non per turismo ma per motivi professionali.

Non sono mai stato in questa città. Non so se esista una classifica dello stupore, ma, se ci fosse, di sicuro tra le prime posizioni ci sarebbe Nooo! Non sei mai stato a Venezia? che molte persone amano dire.

Il motivo per cui non ci sono mai stato è che, come tutti sanno, la gente dice che «Venezia è bella ma non ci vivrei».

Io invece penso che a Venezia ci vivrei ma non ci andrei. Questa risposta lascia perplesso per qualche secondo l’interlocutore, attimi in cui posso approfittare per andarmene via.

In ogni caso, come dicevo ci trascorrerò qualche giorno e, per quelli come me che non sono mai stati a Venezia, ho scritto una breve guida, una serie di indicazioni o di fun facts che dir si voglia, che possono aiutare a capirne qualcosa in più.


Il fatto che io non sia mai stato a Venezia mi rende più autorevole di tutti i “professoroni” che ci sono stati e chissà quanti errori hanno fatto nello scrivere le loro guide! Nel mio cv invece posso vantare di avere commesso 0 errori nel parlare di questa città. E se sbaglierò…beh, pensate prima agli errori che hanno commesso quelli che mi hanno preceduto.


COSE SU VENEZIA CHE NON SAPEVI DI VOLER SAPERE
– Venezia è nota per il fenomeno dell’acqua alta, che favorisce l’evasione dei pesci rossi che amano saltare fuori dalle bocce.
– I primi insediamenti nelle lagune risalgono al V secolo d.C., quando gli abitanti della terraferma si trasferirono sugli isolotti per sfuggire alle invasioni degli Unni che, in quanto barbari, non amavano fare il bagno e che quindi se ne tornarono indietro.
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– Molto nota è la storica cerimonia dello Sposalizio del mare, in cui il Doge gettava un anello nelle acque. Il Doge Frodo una volta perse una falange del dito nel farlo.
– Le strade veneziane si chiamano calli: un tempo gli acciottolati erano piuttosto scomodi e ancora non era nato il Dr Scholl.
– A Venezia esiste un ponte denominato Ponte dei Pugni. Il buffo nome deriva da una storica rivalità tra due famiglie veneziane, i Castellani e i Nicolotti, che si davano appuntamento sul ponte per scontrarsi. L’abitudine diede vita alla Guerra dei pugni. Poco nota era un’altra sfida, minore, tra i ragazzini delle due famiglie: la guerra delle pugnette.
– C’è un vicolo di Venezia (calletta Varisco) che è largo solo 53 cm. E tu pensi sia libero ma è occupato da una Smart.
– Il Ponte del Diavolo è stato chiamato così per via dei suoi gradini molto ripidi e pericolosi, che facevano appunto pensare a chi lo attraversava all’opera del signore degli Inferi. Il recente Ponte di Calatrava, invece, noto per essere molto scivoloso e causare cadute, è stato confidenzialmente soprannominato “Ponte della Madonna” perché ne fa pensare molte.
– Credenza popolare fornisce un’interpretazione delle differenti versioni del Leone di San Marco, emblema della città: una, col leone col Vangelo aperto, starebbe a significare che la Serenissima era in pace; una, col Vangelo chiuso, avrebbe indicato lo stato di guerra. Una terza versione, col vangelo chiuso sotto la zampa, indicava che il leone era zoppo e andava pareggiato.

Spero con queste note di aver offerto un quadro più chiaro a chi si approccerà a questa città!


Questo post non ha alcuna intenzione di offendere Venezia e i suoi abitanti. Per qualunque reclamo, comunque, sarò a disposizione con un apposito sportello online per tutta la giornata del 31 di aprile 2019. Si accettano prenotazioni.


Non è che il musicista sia contento se suo figlio a scuola sia pieno di note

Avevo deciso di vendere la chitarra. Ce l’ho da 14 anni ma non ho mai imparato seriamente a suonarla, con costanza e regolarità. È come nuova in effetti.

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Dopo alcuni tentennamenti (“e se poi mi venisse di nuovo voglia di suonarla?”), l’ho messa in vendita su un sito specializzato. Poi però non ce l’ho fatta. L’ho tenuta. Ho ripreso a provare a suonare qualche giorno fa. Mi fanno male le dita e ho un polpastrello sbertucciato che sanguina.

Una cosa che sento mi manca al momento è la magia che infonde il musicista. Il suono, in breve, non è una semplice sequenza di note. Posso riprodurre tale sequenza ma non è detto che all’orecchio suoni come la suonerebbe – bene – un altro. E non è questione di ritmo o di effetti: è questione di metterci qualcosa in più per colorare quelle note. Altrimenti, saranno soltanto suoni in fila.

Nella vita stessa compiamo atti mettendo in sequenza un insieme di gesti. I risultati, però, non sono gli stessi per tutti né a volte li troviamo soddisfacenti.

A volte provo invidia per quelli che riescono a mettere sempre del colore in ciò che fanno.

Non che io sia abulico e grigio e amorfo. Anzi, credo a volte al contrario di essermi trovato in difficoltà pur essendomi spremuto molto il tubetto.


Non è un doppio senso, anche se spremersi troppo il tubetto fa diventare ciechi, don’t try this at home.


Indovinare la melodia (melodia? Selotenga) giusta nella vita non è semplice. Alla fine non è che uno abbia velleità da rockstar che riempie gli stadi: basta anche solo nel proprio piccolo riuscire ad avere le sonorità giuste.

Altrimenti si resta col tubetto moscio in mano.

Non è ascolti barzellette durante il prelievo perché il riso fa buon sangue

Negli ultimi giorni mi sono fatto delle analisi perché sospettavano avessi un’appendicite (SPOILER: non ce l’ho). È un po’ inusuale e buffo farsela venire da adulti ma è la conferma di quanto io sia giovane dentro. Il giorno che esteriormente mi vedrò vecchio mi rivolterò il dentro in fuori come con una vecchia giacca.

Durante il prelievo per l’emocromo sono svenuto. Mai successo in vita mia. Né ai prelievi, né quando da ragazzino mi ruppi il braccio e l’ortopedico mi rimise in sede l’osso. C’è sempre una prima volta.

L’infermiere infila l’ago, apre la farfalla, il sangue scorre nel tubicino ma non entra nella provetta. Toglie l’ago, lo rimette, scuote il tubicino. Niente, la provetta resta vuota. Muove. Idem come sopra.

«Fa’ niente, facciamo coi vecchi metodi» e tira fuori la siringa tradizionale.

Infila nell’altro braccio la siringa, comincia a tirare, il sangue fluisce e…e poi mi sveglio a terra con l’infermiere che sta tentando di rubarmi le scarpe. Lo guardo malissimo.

«Non si ricorda…» esclama.

Poi realizzo di esser svenuto e che mi stava tirando su le gambe.

In effetti non ricordo cosa sia successo. Mentre ero privo di sensi, però, ricordo di aver sognato. O forse erano delle visioni, non so. Fatto sta che ho visto delle cose.

Ho guardato un telegiornale del 2030. I titoli erano questi:

– Il Presidente della Repubblica Casaleggio Jr ha firmato il decreto che istituisce la pranoterapia di occupazione: inoccupati e disoccupati troveranno lavoro grazie alla semplice imposizione delle mani nei Centri per l’Impiego Mago Otelma. La leader di Bomberismo e Libertà, Diletta Leotta, critica verso il provvedimento, annuncia per domani uno sciopero Instagram dalle 17 alle 17:10.
– Berlusconi pronto a una nuova discesa in campo a 94 anni «Per il bene del Paese», ha dichiarato dopo una barzelletta spinta. L’ISIS rivendica.
– Dramma della gelosia nel Quadriveneto Indipendente: uomo uccide a pugni e calci la propria amante straniera e la moglie tenta il suicidio per la disperazione. «Una volta picchiava sempre me per prima», ha detto in lacrime prima di gettarsi da un marciapiede. Dura condanna dal Ministro per la Famiglia Jerry Calà. Matteo Salvini ha mostrato la diretta del suo intervento di bendaggio gastrico commentando con «Prima le italiane» e poi ha ingerito il suo ultimo Mac Burger.
– Scoperto un nuovo vaccino contro l’Alzheimer. Sconcerto nel Consiglio Superiore di Sanità: «Pensavamo di aver debellato la piaga dei vaccini». L’ISIS ha rivendicato.
– Arriva dal Giappone la nuova pericolosa tendenza virale che non piace ai genitori: adolescenti si filmano in streaming mentre si amputano il pene. Commenteremo con un esperto dell’ISIS in studio.
– Vasco Rossi annuncia un nuovo tour e prepara delle novità: proverà a utilizzare altre vocali. L’ISIS ha rivendicato.
– In arrivo nei cinema Rocky X-Funerale di un vecchio campione. I critici commentano «Un finale imprevedibile». Non ci sono al momento dichiarazioni dell’ISIS.
– Sport: la Juventus festeggia con 5 mesi di anticipo il 46° scudetto, il 19° consecutivo. L’ISIS giura di non averci a che fare.

Poi non ricordo altro. Non so se il mio fosse solo un delirio onirico, la percezione che ho avuto è che questa visione fosse esterna a me, come se qualcuno volesse comunicarmi qualcosa. Ma non voglio autoconvincermi, quindi lascio ai lettori ogni giudizio.

Non è che l’atleta su internet faccia il salto con l’asta online

L’evento musicale della stagione concertistica 2019 è il concerto dei Tool. Per chi segue ed è appassionato, s’intende.

Il giorno che i biglietti vennero messi in vendita fu un delirio per accaparrarseli online. In mezzo al caos, mi sono ritrovato con un biglietto in più. Dopo alcune invocazioni ad Anubi, ho trovato a chi girarlo. In realtà c’erano due persone interessate, che conosco entrambe, che mi avevano contattato nello stesso istante: ho scelto di dare priorità a chi invece di scrivermi mi ha telefonato.

Non l’avessi fatto: da ottobre sto ancora aspettando che costei mi paghi il biglietto. Ogni volta che la incontro mi fa: «Madonna, devo ancora pagarti il biglietto!» «Eh», faccio io, intanto penso «Anubi Anubi Anubi [ecc]».

Con le vendite non ho mai troppa fortuna. In genere mi va meglio di così ma mi capitano persone strane quando vendo qualcosa online.

Un tizio, una volta, dopo avermi anche pagato mi scrisse: «Spero che tu non sia un truffatore :/ ».

Ero indeciso se truffarlo sul serio o rispondergli «Oh no! Mi hai scoperto! Sei troppo astuto per me!».

Un altro che era interessato a un videogioco da 5 euro volle sapere:

  • Perché lo vendevo?
  • Quale era lo stato di usura del disco?
  • Quale era lo stato di usura della custodia?

Collezionismo, dirà qualcuno. Ma era una stramaledettissimo gioco uscito 3 anni prima venduto in milioni di copie. E la custodia si può sostituire, basta estrarre la copertina. Inoltre per 5 euro già è tanto se dentro non ci trovi il disco di Spitty Cash.

In questi giorni che ho messo in vendita dei vecchi manga su Ebay mi si son ripresentate le persone con l’ansia da acquisto online.

C’è quello che prima ti tormenta di domande sull’oggetto, poi una volta concordata la vendita paga subito e sparisce. Tu gli chiedi conferma dell’indirizzo: nessuna risposta.

Un altro, dopo le solite domande sullo stato dei volumi, mi ha chiesto riguardo gli angoli. «No perché – mi ha scritto – sono proprio fissato con gli angoli e se non sono ben conservati provo fastidio».

«Eh, ti capisco» gli ho risposto e al che lui dev’essersi tranquillizzato perché ha acquistato scrivendomi «Ok mi fido sei come me». Stavo per ribattere BADA A COME PARLI ma ho lasciato perdere.

La migliore è stata una tizia capitatami oggi. Mi ha contattato con le solite domande sullo stato di conservazione dei volumi. Io ho spiegato che sono integri ma vecchi e usati e che presentano i segni del tempo e del consumo, come tra l’altro avevo specificato nell’inserzione. Mi aspettavo che non accettasse, invece ha acquistato, dicendomi «Che mi importa, li devo leggere, mica esporre in libreria!».

Allora perché diavolo vuoi sapere come sono messi?

Ho deciso che per un po’ non venderò più nulla, neanche la dignità: quella l’ho sempre data via gratis.

Non è che per smaltire il cibo spazzatura tu debba chiamare la nettezza urbana

Siamo i nati negli ’80. Forse la prima generazione che ha realmente usufruito della cultura ‘pop’ senza troppa vergogna e stigmatizzazione.


Tralasciando i conflitti generazionali – che sono sempre esistiti e sempre esisteranno – su quanto tutto fosse migliore al tempo dei genitori e su quanto facciano schifo i gusti dei figli.


Negli anni ’80-’90 abbiamo ciucciato dalla enorme tetta della civiltà dei consumi a volontà e voluttà come se ci fosse dovuto. Tanto vivevamo senza incubi.

Il mondo sembrava entrare in una lunga era di pace – sì va be’ la Guerra del Golfo, quella in Iugoslavia, il conflitto israelo-palestinese: scaramucce provinciali! – e l’economia con le nuove tecnologie sembrava proiettarci ad atterrare su Marte negli anni 2000.

Cartoni giapponesi, merendine, videogiochi, sticker puzzolenti, cibo spazzatura, i primi passi in internet, Willy, il principe di Bel-Air e Beverly Hills 90210, Cioè, le Spice Girls. Una palla di fuffa plasticosa e di minchiate pop con la quale abbiamo giocato come gatti credendo di vivere a Bengodi.

Poi un giorno ci hanno tolto la tetta e ci hanno messo di fronte la verità. G8 di Genova, 11 settembre, la crisi economica, lo stage gratuito, il precariato, niente mutuo e niente pensione, le rate intestate ai genitori, la carne rossa fa male. Stop, Bengodi è finita. Anzi, non è mai esistita e se è esistita l’hanno occupata e saccheggiata prima di te.

Prima che riuscissimo a capirne qualcosa e trovare la quadra, sono arrivati quelli della generazione dopo di noi e ci siamo anche scoperti vecchi.

È un po’ come vivere la propria educazione sessuale col porno e poi ritrovarsi un giorno ad avere un tête-à-tête nel mondo reale. Il porno non ti ha mai raccontato che ci sono gli odori corporei e che tu avrai l’ansia di puzzare e ti sarai spruzzato l’Axe pure tra le cosce, cosa che ti ha causato un’irritazione che ti fa camminare a gambe larghe come un lottatore di sumo. Il porno non ti ha mai detto che dall’altra parte c’è una persona che ha più ansie di te (ma la tua ansia è autoreferenziale e ti fa concentrare solo su te stesso) e teme più di te di puzzare e si sarà fatta un bidet con lo Svelto. Il porno non ti ha mai raccontato che non è detto che troverai davanti a te un’autostrada tre corsie ove si accede comodamente: spesso, è più che altro una via di un borgo dove cozzi gli specchietti e il parafango. E il porno non ti ha mai detto che mentre tu, homo erectus mononeurale, sei solo preoccupato a come far passare il tuo mezzo (mezzo…non esageriamo, facciamo un quarto), chi detiene il borgo ha paura che tu gli possa danneggiare le pareti sottoposte a vincolo artistico.

Sessualmente parlando è facile rendersi subito conto di quale sia la realtà e adattarvisi – parlando di adulti funzionali, s’intende. In tutti gli altri campi della vita sembra invece che la mia generazione sia rimasta traumatizzata dalla perdita della sua tetta. Chi più chi meno, vedo che i miei coetanei vivono uno stato di smarrimento e frustrazione come un bambino cui hanno tolto il ciuccio.

Negli anni ’90 credevo che entro il 2020 l’uomo sarebbe andato su Marte.

Oggi spero che non avvenga mai e che ce lo lascino in pace.


* Da questo articolo inizia una collaborazione con ludovicamanfredi_art che presterà la sua opera illustrando i miei post. In questo modo spero di intercettare il pubblico che guarda solo le figure.



Non è che al compito di greco tu possa tradurre la tua versione dei fatti

Ho messo in vendita sui siti specializzati alcuni manga che ho da anni e di cui intendo liberarmi. Mentre pensavo ai fiumi di danaro che queste transazioni mi frutteranno, mi è tornato in mente un episodio di quando ero in V Ginnasio (vù ghinnasio).

Per il compito in classe di greco ci fu assegnata una versione in cui il protagonista, un pastore, proprio come me oggi immaginava i lauti guadagni che le vendite dei suoi prodotti gli avrebbero fruttato.

Quella versione mi andò malissimo e fu il punto più basso della mia carriera di traduttore. Verbi che non combaciavano, costrutti che non si costruivano…un passo mi è rimasto impresso in modo particolare. La traduzione corretta sarebbe stata «[…] venderò burro e miele e comprerò dieci capre». Questi erano i sogni del pastore.

La mia interpretazione invece fu «[…] abiterò in burro e miele e parlerò a dieci capre».

La professoressa mi consegnò il compito col voto senza smettere di ridermi in faccia.

Quando avevo consegnato la versione tradotta ero conscio che non avesse un senso apparente ma avevo anche pensato che il testo potesse intendersi in senso figurato. Magari, in una prospettiva davidlynchiana, il pastore – che faceva questi ragionamenti in uno stadio pre-onirico – era entrato in una dimensione del pensiero dove reale e surreale si fondevano.

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“Senso? Dove stiamo andando non abbiamo bisogno di avere un senso!”

Ahimè dall’ilarità della docente si deduce che tutto questo non fu compreso, complice la scuola di oggi che tende all’omogolazione culturale e alla standardizzazione del ragionamento. All’epoca non avevo gli strumenti per difendermi, oggi, che ho più coscienza nell’aver fiducia nell’irrazionale, non ho più l’età scolare.

Chi ha pane non ha i denti, chi ha le capre non può parlarci!

Non di rado capita di imbattersi in affermazioni surreali come la mia traduzione; penso ai tunnel CERN-Gran Sasso o al tunnel del Brennero, per non parlare delle manine magiche che fanno apparire e sparire emendamenti.

Senza andare a scomodare le personalità politiche, è la gente comune che molto spesso prorompe in affermazioni surreali. Come quell’amico dei miei genitori, che alla loro affermazione “Siamo andati in montagna a prendere un mezzo capretto” lui replicò, con tutta l’innocenza di questo mondo, “Vivo?”.

Alla fine è sempre una questione di capre.