Non è che i piccoli delle pulci siano i pulcini

Ricordo una volta attirò la mia attenzione un annuncio in cui una ragazza cercava lavoro come baby sitter. Alla voce Esperienza aveva scritto «Ci so fare con i bambini, ho due figli».

Indubbiamente è un’esperienza non discutibile.
Mi chiedevo: può bastare? Mi rendo conto che mettere in dubbio le capacità di gestione dei bambini di un genitore sia un campo minatissimo (e l’unico posto che non è minato in questo campo è dove fabbricano le mine, cit), soprattutto se chi commenta genitore non è.

Ma ripropongo la domanda: avere figli vuol dire essere in grado di gestirli, educarli?

Mi sono fatto la stessa domanda qualche giorno fa mentre attraversavo il parco pubblico cittadino. Lo stagno al centro è abitato da un folto gruppo di oche e anatre. Un’oca avrà figliato, c’erano 3 pulcini.

Mentre mi allontano dallo stagno sento un gran starnazzare. Qualcuno sta dirigendo un’automobilina radiocomandata verso i pulcini a riposo. La madre di questi sbatte le ali e gonfia il petto verso il mezzo radiocomandato come a volerlo impressionare, ma la macchinina ovviamente continua la propria corsa. Gli animali quindi scappano via terrorizzati. I pulcini inciampano e rotolano.

Mi volto a vedere chi sia il cagacazzo che rompe le scatole agli anatidi. Un bambino. Con accanto i genitori che assistono divertiti alla scena, esaltati anche magari dalle prodezze del loro campione.

Ora, magari costoro sono degli ottimi genitori in tutto e per tutto, non posso saperlo. Di sicuro son meno ottimi quando il figlio decide che deve disturbare gli animali. Ecco, quindi, il fatto di avere un figlio e di portarlo al parco non li rende edotti in materia di gestione bambini all’interno dei parchi pubblici, posso legittimamente dedurre.

E, in linea di massima, se in giro vediamo che ci sono bambini/ragazzini coglioncelli, non credo di andar lontano nell’identificare la causa in adulti coglioncelli.

Eppure, come dicevo in apertura, credo che uno dei più grossi tabù della società sia il mettere in dubbio le capacità genitoriali. Mai che insegnante, allenatore o un altro adulto a caso discutano del metodo educativo utilizzato da un genitore verso un figlio. È un reato morale che scatena l’indignazione e la rabbia. Una reazione di difesa, come l’oca che sbatte le ali a cercare di difendere la prole. Ci sta, per carità anche se sarebbero da discuterne gli eccessi.

Ad esempio se ti dicono che a scuola tuo figlio rompe, non puoi lamentarti che ti hanno detto questa cosa: o sei tonto da non accorgerti che è uno che rompe, o sei conscio che rompe e non te ne frega niente. E alla fine quel che fai in entrambi i casi è negare la realtà e offenderti perché si sta sfidando il tabù della messa in discussione.

Certo però che pesantezza gestire questi adulti.

Non è che ti servano le istruzioni per montare una polemica

Il corpo umano sarà pure una macchina fantastica come si dice ma è una macchina che se la tieni ferma un po’ si rammollisce.

Mi sono fatto l’ultimo concerto in piedi penso nel 2019. Poi non ci sono più stati eventi, come sappiamo, in seguito sono tornati ma solo da seduti. E io mi ero abituato molto bene ai concerti seduto: sì, è vero, non è una cosa che fa molto rrruoocck ma è una cosa che fa molto comodo alle tue chiappe.


Ad esempio andare a vedere Iosonouncane nel Teatro Bellini dal balconcino dove ti puoi anche appoggiare è stata un’esperienza che si situa molto in alto nel mio comodometro.


Sono stato al Sonar – festival di musica elettronica – a Barcelona lo scorso fine settimana. E passare da qualche concerto seduto a un festival in piedi per ore devo dire mi ha fatto rendere conto che la mia macchina fosse proprio fuori allenamento per questo tipo di attività.

Dei festival avevo dimenticato anche un’altra cosa: sono un’economia chiusa in regime monopolistico. I prezzi di cibo e bevande sono degni di un locale di *nuovo imprenditore delle pizze*


Difatti, tra le varie proposte alimentari, ho visto un chiosco dove c’erano pizze a 12€.


Sì, proprio quello lì che si sta facendo un sacco di pubblicità in questi giorni con una polemica montata ad arte.

Uno dei problemi che affrontiamo nella realtà di oggi è ritenere rilevante qualsiasi opinione pubblica e degna di essere riproposta affinché se ne discuta a forza.

«Dei vaccini non mi fido, ci sono dentro cormorani sbeffeggiati e frullati»
Ce lo dice Valchirio Fannulloni, partecipante Isola dei Famosi

«La teoria del gender nuoce allo sviluppo»
La polemica su TikTok lanciata da Asfodelia Crudelini, suonatrice di rutti

«Sulla guerra so io la verità, ci stanno mentendo»
Afferma Misogino Andropatico, ex componente del Bagaglino

Beninteso, Valchirio e Asfodelia e Misogino possono avere delle opinioni personali, ma in quanto personali sono soggettive e fallibili e, comunque, non degne – quantomeno non dovrebbero esserlo – di competenza.

Invece bisogna replicare per giorni e giorni a quelle che sono delle stronzate, e a volte mi viene il dubbio che, così come nel sistema di un festival sei in un regime economico monopolistico e ti magni e ti bevi quello che dicono gli organizzatori ai prezzi che dicono gli organizzatori (sto pensando per le prossime volte, prima che agli ingressi introducano le perquisizioni come in carcere, di infilarmi una bottiglia nel sedere prima di accedere, sarà meno doloroso di pagare poi un bicchiere d’acqua a 3€), siamo anche nella realtà di tutti i giorni in un monopolio. Quello della stronzata.

Non è che il negoziante erotomane metta un cartello con scritto “Porno subito”

L’estate ormai si va approssimando ed è tempo di temi più futili (non che nel resto dell’anno ci sia tutta questa serietà…).

Ho pensato a quale argomento dedicarmi.

– Imprenditore si lamenta che non trova personale da pagare a un calcio nel sedere all’ora?
– A 30 anni molla tutto e sceglie di girare il mondo in monopattino e non lavorare più?
– I benefici del sesso in terza età?


Sono tutti plausibili argomenti di articoli di rilevanti testate giornalistiche italiane (che potrebbero anche averli già pubblicati mentre scrivo).


No, devo distinguermi. Quale materia oggi è un po’ in declino perché se ne parla sempre di meno?

Ma certo: il porno!

Diciamo la verità: sono lontani gli anni d’oro dell’industria della pornografia. Ormai la realtà è più pornografica di qualsiasi finzione, poi con tutto questo food porn, cronaca nera porn, instagrammi, ormai non si capisce più nulla signora mia. Che ne è del buon vecchio sano porno di una volta, quello fatto secondo ricetta originale? Vecchiume, ecco cosa! Bisogna rinnovarsi, reinventarsi.

Ho deciso quindi di fornire una serie di suggerimenti per rivitalizzare il settore, introducendo nuove categorie che potrebbero piacere ai giovani e anche a lei, signora mia che tempi.

Categoria Gasoline cuckolding
Automobilista succube si presenta al distributore e vede con sconcerto che il prezzo al litro supera i 2 euro e 20. Mentre mette 5 euro giusto per riuscire a tornare sino a casa con quelle poche gocce arriva un BMW X6 grosso quanto un carro armato che invece chiede il pieno. L’automobilista cuckold osserva la pompa che va forte e gode nel sentirsi umiliato al confronto.

Categoria Depp fake
Porno dove tutti i personaggi hanno la faccia di Johnny Depp.

Categoria Sex with tampons
Video di gente che si infila tamponi per Covid nel naso.

Categoria Vintage Vaccination Voyeurism
Porno d’epoca di gente che si faceva fotografare mentre facevano il vaccino Covid. Spoiler: nel finale fanno anche il gesto di “tutto bene” col pollice guardando verso la camera.

Categoria Famous Solo Masturbation
Personaggio famoso in un video social si racconta parlando di quanto sia difficile la propria vita e gode internamente a ogni like ricevuto. A richiesta anche private show (accesso a pagamento) con finte lacrime a un tot a goccia.

Categoria Vero Musk etero bianco
Elon Musk che annuncia di voler fare cose e il pubblico gode nel sentirle, anche se si tratta di una cagata (sottocategoria shitting?).

Categoria Dirty Talking Commenting Online Pensando che a Qualcun Freghi Something
Utenti furiosi scrivono online cose aggressive e cariche d’odio sopravvalutando la propria importanza nel mondo e la rilevanza di quel che pensano e si provocano una grande eccitazione facendo ciò; grande orgasmo finale mentre premono il tasto invio.

Categoria Powerful Crazy Man
Capi di Stato privi di inibizioni con grande senso dell’esibizionismo mostrano i propri bei big missiloni al Mondo. Sottocategorie: Russian, Asian, American.

Categoria Paranoia Gender LGBTI
Persona che si trova accerchiata da una lobby LGBTI che vuole imporgli la dittatura della teoria del gender ma in realtà se lo sta immaginando tutto nella propria testa solo che non se ne rende conto e nella propria immaginazione sta vivendo una gigantesca orgia.

Categoria Faxe taxi goes to Terni (con partecipazione di Santi, Madonne e Gesù)
Come da categoria:

Non è che se vuoi contrarre matrimonio lo scrivi mtrm.nio

Il tipo dell’atelier mi fa scegliere le scarpe da abbinare. Le prendo, poi chiedo, con sospetto, se potessero far male dietro la caviglia, altezza tendine.

Lui mi rassicura: Con queste non sentirai nulla.

Aveva ragione. Allego foto di me che, in effetti, non sentivo più i piedi:

Il tipo dell’atelier mi aveva anche spiegato una mossa per mostrare i gemelli della camicia: bisogna piegare il braccio non ad angolo retto ma stenderlo con un movimento fluido, accompagnato leggermente dalla spalla.

Non mi è chiaro perché io dovessi sentire l’esigenza di mostrarli, seppur io li avessi scelti per il loro stile:

Ovviamente nell’atto di indossarli poco prima di apparire in pubblico uno mi è caduto e non l’ho più ritrovato. Inghiottito dal pavimento o fuggito sulle proprie zampe. Me ne sono fatto prestare uno (non li ho sostituiti entrambi: mi piaceva portare il gatto) e così avevo i Gemelli Diversi alla festa.

Dicono che i festeggiati non riescano a mangiare come si deve, perché tirati di qua e di là, fotografie, complimenti, invitati ubriachi: insomma, mai 10 minuti di tregua.

Non abbiamo voluto un fotografo ufficiale e i convitati erano tutti molto rispettosi e non invadenti.

L’adrenalina in circolo però ha chiuso lo stomaco. Ho dovuto dir no a una Sacher, per dire. Una Sacher che avevamo rigorosamente preteso come conclusione finale!

Di solito inizio giugno è caldo ma non ci si aspetta certo 35 gradi. Ci sono stati, invece. Strizzavo il fazzoletto che utilizzavo per tamponarmi per ricavarne acqua da bere e non morire disidratato.

I musicisti della banda jazz quando facevano delle pause andavano sul retro a fumarsi un cannone. Beh, in fondo, gli avevamo detto come unica richiesta “Divertitevi e improvvisate”.

Quando avevo ritirato i fiori il fioraio me li aveva sbattuti sotto il naso al grido di: Sient che odore sient!.

Vorrei descrivere quanto sia stato tutto bellissimo ma non riesco a trovare le parole. Per rendere l’idea, è stato tutto così bello che mi dispiace sia passato quel giorno: vorrei tornare indietro e rifarlo, uguale uguale. E poi rifarlo ancora. E ancora e ancora. Sempre con lei.

Non è che non condividi il segreto del successo perché poi non è più un segreto

Siccome sto utilizzando poco questo spazio, ho deciso di cominciare ad affittarlo a chi ne può avere bisogno.

Il primo ospite che ha deciso di utilizzare questa finestra per parlar di sé si presenta da solo. Anche perché non ho idea di chi sia questo tizio.

Ciao amici di WordPress, com’è??

Sono Augusto Fatturoni-Brembilla di Vado Ligure, il primo imprenditore di imprenditorialità con uno spataflione di K di folluoerz sui socials. Se volete scoprire come faccio il grano, il Grana e pure il Parmigiano, comprate il mio libro

L’UNICA IVA CHE CONOSCO È LA ZANICCHI
E ALTRE 1001 STORIE PER ESSERE AUGUSTO FATTURONI-BREMBILLA (CHE SAREI IO)

dove vi svelo i successi del mio segreto.

Oggi voglio raccontarvi una cosa assuuurda, tipo hashtag #mindblowing della settimana.

Allora, ieri sera a cena in questo ristorante di uno chef skillato, che è tipo come quelli con le stelle ma con l’upgrade, trovate la storia nel mio account Instagram @SonoVentitreMaNonÈl’Età.

Quando avevo finito di mangiare ed ero già al quinto rutto, pazzesco quello che sto per raccontarvi, sono venuti a chiedermi di pagare. Cioè mi hanno chiesto dei soldi, capite l’incredible situation?

Io gli ho fatto un discorso come quelli che faccio nella mia azienda, la Vado di Corporation, dove insegno a essere i manager di sé stessi per licenziarsi da soli.

Gli ho fatto: «Ragazzi, io vi dico mettetevi in gioco. Voi siete qui per fare un’esperienza, quella di cucinare per me e servirmi. Non pensate a essere pagati. Siate umili. Nella mia azienda io assumo soltanto cinquantenni. E sapete perché? Sono così ridotti male che per riuscire a trovare un lavoro si abbasserebbero a tutto per un tozzo di pane. Mica prendo i giovani: stanno ancora a sognare cose che non avranno. I sogni, capite? Cioè siamo ancora a questo? La gente crede di potersi permettere sogni? Allora noi influenzers che le facciamo a fare le stories sui socials se non per farvi immaginare di vivere le nostre vite? Non vi servono sogni e nemmeno i soldi. Vi diamo noi quello a cui dovete pensare. I giovani oggi vogliono soltanto stare sul divano a farsi le canne. Io invece all’età loro già mi facevo venire il mal di schiena a piegarmi sul tavolino a pippare. Siate diversi, siate umili, siate affamati: così poi venite a lavorare per me per due spicci».

Questo è pure il discorso che ho fatto alla Polizia che è venuta a prendermi.

Conoscete un buon avvocato? Il mio pure dice di voler esser pagato, che old school mentalità raga come si vuol far successo così, non lo so.

Se anche voi volete affittare questo spazio come ha fatto Augusto Fatturoni Brembilla, scrivetemi!

Non è che nell’antichità se la Macedonia avanzava la mettessero da parte

Le trasferte di lavoro sono sempre un momento interessante.

In genere ti trovi sempre a venir preso in ostaggio, dentro e fuori l’orario lavorativo, in nome di uno spirito di fratellanza aziendale.

Quantomeno sul dormire, cercano di trattarti bene mandandoti in un buon hotel. E qualcuno, di un altro dipartimento, ironizza anche: «Ah ecco che fine fanno i soldi della Spurghi&Clisteri, e bravi!» con quel classico tono di sarcasmo che sa un po’ di Sto scherzando ma un po’ lo dico sul serio.

Poi tu pensi che quando hai chiesto informazioni a chi è lì da più di tempo di te riguardo l’ultimo adeguamento salariale hanno risposto che siamo ormai quasi al decennale dell’evento, compatisci il sarcastico perché, poverino, lui non sa niente.

E dire basterebbe pure dare uno sguardo alla mensa per capire che certi investimenti sono bloccati.

Dove lavoro io, a Napoli, non c’è una mensa. A Genova, credo potrebbe anche non esserci e cambierebbe poco. Il giorno che ero lì ho chiesto quel che mi sembrava meno peggio, uno spezzatino di carne con verdure.

Le verdure consistevano in: qualche fetta di carota bollita, due fette di zucchine (fritte), un paio di fagiolini, qualche cecio, due fagioli rossi (crudi), piselli sparsi, qualche fetta di patata, un paio di pomodori, qualcos’altro non identificato, tutto mischiato nel brodo della carne.

Praticamente era il cestone dell’Autogrill con i cd musicali avanzati perché invenduti.

Ho portato un sacco di avanzi con me. Avanzi di racconti della mia collega, con cui ho viaggiato. Ha sempre racconti di lavoro, di pettegolezzi di lavoro, di inciuci di lavoro. Del resto, è da 10 anni che lavora lì. Ci sono 10 anni di avvenimenti che le avanzano nel frigo.

Sono un utile riempitivo del tempo, per evitare silenzi, mi rendo conto.

Delle volte, però, gradirei proprio il silenzio: che Tizio dell’Ufficio Alfa fu trasferito nella città Beta al posto di Sempronio che ha preso il posto nell’ufficio Gamma eccetera nell’anno domini 2017 può importarmene relativamente, soprattutto se non ho idea di chi siano Tizio e Sempronio.

Forse accumulerò anche io aneddoti o forse no. Tendenzialmente ho un difetto di base che mi rende inadatto a essere animale sociale lavorativo, inserito nei meccanismi che creano socialità: non me ne frega niente. Parliamo di cibo, di attualità, di quali sono i nostri gusti in materia di scampagnate, dei cormorani orfani, qualsiasi cosa, ma non del pettegolezzo da ufficio, ve ne prego.

Incontrare altre persone una volta giunti su a Genova è stato proprio invece un ripetersi di queste dinamiche. Un giorno e mezzo sempre ascoltando fatti e cose di altre persone, passate e presenti, della Spurghi&Clisteri.

A cena, ritrovandomi in un lato del tavolo con persone che avevo identificato come meno sociali, ho gettato la carta del parliamo di fatti nostri per variare un po’ sul tema pettegolezzi&cose di lavoro.

E se poi diventerò, per questo, argomento di pettegolezzo, per lo meno stavolta potrò dire: «Gintoki? Ah, sì, lo conosco!».

Non è che se metti qualcuno da parte è perché ne hai imparato l’arte

Non ci si aspetta mai che certe cose capitino a sé stessi. Eppure, poi, quando accadono, ci si rende conto che, veramente, nessuno ne è immune.

Sono qui oggi a denunciare un caso di sessismo subìto.

Diciamo che io e M. stiamo mettendo in essere un’organizzazione di una cosa da organizzare. Un paio di mesi fa, abbiamo parlato con una persona che si occupa di organizzare per chi appunto vuole organizzare.


Sì, tutto ciò è successo due mesi fa. So già che qualcuno polemizzerà dicendo Ah e perché denunci solo ora?.


A quanto pare quella di costei è una presenza necessaria: a noi bastavano un tavolo e delle sedie, ma sembra esistano annessi e connessi vari e c’è una persona che si occupa di ciò.

La cosa non mi crea problemi, se non nella misura in cui la suddetta organizzatrice ho notato parlava rivolgendosi solo a M:
«Tu cosa avevi pensato? Tu cosa volevi? A te come piacerebbe?».

In pratica, alla sua presenza, io ero un semplice cartonato.

Un po’ deluso dal primo incontro, ho sperato che, magari, il secondo sarebbe andato meglio.

Invece si è ripetuto lo stesso copione. Al che, a un certo punto, non ne ho potuto più e ho chiesto:
– Mi scusi, ma perché parla rivolgendosi solo a lei?
L’organizzatrice, un po’ in imbarazzo, si è schermita:
– Ah no mi scusi, è che non sono molti gli uomini che si interessano…

Gli uomini. Quindi io vengo messo in disparte per il mio sesso. Io non esisto, non sono una vera persona. Sono una coppia di cromosomi XY col pene e null’altro.

A parte poi vorrei sapere chi gliel’ha detto a costei che io sia uomo? E se fossi io una donna e M. l’uomo? E se fossimo entrambe donne? E se fossimo entrambi uomini? È incredibile la superficialità con la quale si affrontano le cose.

Rimettete sempre al suo posto chi vi giudica solo per il vostro pene!

Non è che chiami la Piaggio per un problema con una vespa

La primavera porta con sé tante cose.

Ad esempio, calabroni grossi come elicotteri.


Nostrani, non quelli asiatici di cui si sente ogni tanto parlare. Ma, comunque, ipertrofici come usciti da una Virgin con un cocktail di steroidi.


Ne ho trovato uno ieri sul vetro, lato interno, della finestra della camera da letto. La finestra era chiusa e anche la porta della stanza. Un giallo perfetto per Arthur Conan Doyle. Un giallo-nero, anzi.

Ho pensato: lo schiaccio. Ma si ponevano due problemi. Il primo era dover ripulire il delitto e, considerando le dimensioni dell’imenottero, ci sarebbe stato tanto da pulire.

Il secondo intoppo era il rischio che il bersaglio avrebbe potuto evitare il colpo e irritarsi un po’ per il tentativo. Insomma, non fa piacere ricevere una ciabattata, lo capisco.

Così ho preso un contenitore e ho intrappolato il vespide contro il vetro. Poi, con il metodo del foglio fatto passare al di sotto, ho aperto la finestra e l’ho posato sul balcone.

Qui subentrava comunque il problema del da farsi: come eliminare il calabrone? Sollevare il contenitore avrebbe comunque potuto portare l’essere a rivolgersi contro la mia persona.

L’ho quindi lasciato intrappolato aspettando morisse per carenza d’aria.

Com’è come non è, stamattina era ancora vivo, seppur abbattuto. A quel punto mi è sembrato veramente di compiere crudeltà (sarebbe stata meglio una morte veloce) e il karma avrebbe potuto punirmi, quindi, approfittando dell’intontimento dell’insetto, ho spinto il contenitore verso il bordo del balcone, aspettando se ne andasse via verso l’apertura creatasi.

Così ora ho rimesso in libertà un pericoloso essere che magari pungerà qualcuno.

Il karma tornerà a punirmi lo stesso.

Non è che vai dal barista per avere un parere espresso

Non scrivo da un po’ in questo spazio.

Il motivo è che sono stato un po’ preso. Lavoro, studio – a proposito, settimana scorsa un altro esame in meno. Ne mancano 3 più la tesi – vita privata, non mi consentono di ritagliare un momento in cui mi dico, come facevo di solito, adesso mi isolo (mentalmente) e metto giù qualcosa.

In realtà il tempo, volendo, lo si trova. Diffido sempre delle affermazioni “Vorrei…ma non trovo il tempo”. Se una persona analizzasse il modo in cui spende il tempo durante una giornata sono certo che, nella maggior parte dei casi, troverebbe spazi in cui avrebbe potuto dedicarsi a quel che dice di voler fare.

È una questione di volontà.

È un po’ quella che mi manca ultimamente.
La colpa è del mio rapporto con internet.

O nostro Signore della Rete, dacci oggi la polemica quotidiana per aver di cui parlare.
Mi sono reso conto che tutto ciò che mi viene in mente da scrivere è legato a qualcosa che ho letto o di cui mi hanno raccontato (e che hanno letto su internet) o sulla quale hanno un parere e che è legata a vicende che non si svolgono nella mia vita quotidiana né hanno attinenza con essa né in/con quella della persona che eventualmente me l’ha raccontato.

Considerato che, allora, cerco di orientare la mia vita secondo 3 regole:
1) Non sei obbligato ad avere un’opinione su tutto;
2) Puoi provare ad avere un’opinione su tutto, ma non sei obbligato a rendere partecipi gli altri a tutti i costi;
3) Puoi provare ad avere un’opinione su tutto e rendere partecipi gli altri: assumiti la responsabilità delle stronzate che dirai;
cerco di disintossicarmi dall’invasione non richiesta di informazione ed evitare di applicarmici troppo.
Viva la desistenza.

Per rinfrescarmi le idee ho messo i piedi a mollo perché ragiono con i medesimi.


Comunque la cosa sembra aver funzionato e mi sento pronto a scrivere più regolarmente.


 

Non è che ti serva la colla per applicarti

In quanto figlio degli anni ’80 ho vissuto un’infanzia in cui supereroi e videogiochi erano qualcosa da sfigati. Raccontare di considerarli come propri hobby equivaleva a un’ammissione di scarsa vita sociale. Se dicevi di preferire startene a casa ti guardavano in modo strano. Oggi a vedere i film Marvel ci va chiunque e un qualsiasi ragazzino ti considererà uno sfigato se non sai cosa siano Fortnite, Minecraft o CoD.

Qualche settimana fa parlavo con un amico che organizza da quasi vent’anni una rassegna di cinema d’autore. Affermava che secondo lui il cinema sta andando verso la morte. Ha sempre la tendenza a parlare con toni apocalittici di qualunque cosa e credo l’ultima volta che abbia guardato alla vita con ottimismo sarà stato all’ultimo scudetto del Napoli.

Però questa volta mi sa che ragione ne ha. La pandemia ha accelerato un declino. Le sale non si riempiono più. Leggevo un commento, a caso, sotto un articolo sulla crisi dei cinema, di un tizio che diceva “Preferisco stare a casa sul divano”.

Ecco. Vent’anni fa “preferisco stare a casa sul divano”, come accennavo, era un atto coraggioso che andava incontro al giudizio altrui. Oggi, invece, è la normalità.

Certo, a casa ti puoi alzare quando vuoi, ti stendi, parli.

Due delle azioni che ho elencato sono a mio avviso sindromi di un deficit di attenzione. Non è più concepibile nell’homo applicans (cioè l’essere umano che si dedica a fare un sacco di cose, tutte male) l’idea di stare fermi e dedicarsi a una singola attività per un tempo prolungato. Magari anche in silenzio. Mi vengono in mente quelli che dicono «Non riesco a leggere». Apri il libro e mettitelo davanti agli occhi: è un buon inizio.

Anche io, già distratto di mio di natura, vivo saltando da una cosa all’altra. Con tutte le conseguenze del caso: per dire, ormai sono oltre l’entrare in una stanza e dimenticarmi il perché di averlo fatto. Mi dimentico proprio di entrare nella stanza.

Voglio provare a fermarmi. A tornare a ragionare di più sulle singole azioni. A fare esercizio di consapevolezza. E se magari il cinema non muore, pure sarei contento.

Non è che il presentatore televisivo sia uno che faccia telelavoro

L’Università eroga anche per questo semestre i corsi in modalità mista: online e in presenza. Riesco quindi ancora a essere un frequentante. Ho notato alcuni docenti non sono però contenti di tenere i corsi su Teams e non vedono l’ora che si smetta; sarà una coincidenza, ma sono gli stessi docenti che hanno delle evidenti difficoltà con la tecnologia: registrare la riunione, cambiare l’audio da altoparlanti del pc a casse esterne, far visualizzare un Powerpoint; situazioni che li rendono nervosi e insofferenti.

Forse, l’anno scorso, potevano cogliere l’occasione per imparare qualche rudimento di informatica, cosa che credo sia necessaria per tutti ma soprattutto per chi insegna, divulga, fa formazione.

Ma, si sa, del senno di poi son piene le fosse.

Io sono più che contento per i miei colleghi di corso, più giovani di me di 10 anni e più, che hanno potuto tornare in aula. L’università non è – o non dovrebbe essere – un esamificio, dove paghi e ti laurei. È un luogo da frequentare e vivere nel quotidiano. Per questo io mai la vorrei vedere trasformata in una università telematica.

Detto questo, la didattica online permette a studenti lavoratori e lavoratori studenti – come me – e studenti fuori sede di poter frequentare e partecipare. Sono conscio di parlare da persona che ha un interesse e quindi una visione parziale, ma credo che comunque il poter allargare la platea dei frequentanti sia un valore aggiunto per l’università.

Non tutti la pensano così e io credo che prima o poi si tornerà esclusivamente alla modalità di frequenza classica: la tecnologia resta ancora un pericoloso demonio, per alcuni.

Al lavoro, invece, è da Novembre che non abbiamo più a disposizione telelavoro illimitato e si è tornati a due giorni al massimo fruibili in questa modalità. In realtà da Gennaio la Spurghi&Clisteri dove lavoro aveva introdotto la possibilità di un terzo giorno di telelavoro settimanale fruibile fino a fine marzo. La Dirigente del nostro Dipartimento però si è dimostrata ostile a questa eventualità. Sua frase ormai entrata già nel mito: «Non è che se una cosa è disponibile uno allora se la prende solo perché c’è». Giusto. Sottoscrivo. L’ossigeno che lei respira, cara Dirigente, non è che dovrebbe prenderselo solo perché c’è aria a disposizione: ci giustifichi il fatto di consumarlo dando aria alla bocca.

Chiariamo: non baratterei mai una vita fatta di contatti e interazioni vis-à-vis con una vita in cui ognuno sta a casa propria e vede gli altri solo attraverso uno schermo.

Però, avere la possibilità di scegliere quando e come vivere online e offline, su quello forse bisognerebbe rifletterci.

Si diceva che «Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema». Temo invece stiamo proprio tornando a quella problematica normalità. Altrimenti non mi spiego perché, pur avendo bisogno per il mio lavoro solo di un pc e una connessione, sia necessario che la mattina io perda un’ora sulla tangenziale in una scatola di latta per andare in ufficio, a fare cose che fisicamente non sono comunque presenti e svolte né nel mio posto di lavoro, né nella città del mio posto di lavoro e nemmeno nella mia Regione. Tradotto, io mi reco in ufficio per svolgere, comunque, un lavoro a distanza.

Sono tante le persone nella mia situazione: gli stessi di cui vedo le facce afflitte e nervose in altre scatole di latta in tangenziale.

Mi rendo conto ci siano tanti interessi che si scontrano: perché il lavoratore che si sposta non crea danni all’ambiente e basta ma genera anche dei ritorni positivi; penso a tutti i bar e ristoranti che vivono intorno gli uffici, per dire. Il battito d’ali di una farfalla che vuol starsene a casa genera un uragano nel portafogli del povero ristoratore.

Non so quindi quale sia la cosa giusta da fare, se razionalizzare il lavoro a discapito di tutto un indotto che vive grazie a esso oppure lasciare tutto come sta, intasando le strade, l’aria, le arterie del lavoratore che non fa altro che stressarsi ancor di più.


C’è un convitato di pietra che non nomino in questo discorso: il trasporto pubblico. Quando inventeranno il teletrasporto, allora potremo parlarne, per il resto, non credo che, al di là delle deficienze del trasporto pubblico di molti territori italiani, sia possibile pensare che la nostra realtà, fatta di tanta provincia meccanica con i propri Comuni autonomi, sia paragonabile al territorio metropolitano delle megalopoli, dove anche chi vive a 30km dal centro è in realtà parte della stessa città e gli basta prendere una metropolitana per muoversi.


Continuo a essere convinto che lo stile di vita che conduciamo non sia sostenibile e abbia dei risvolti illogici; forse bisognava solo pensarci molto prima.

Come quella volta che, quando ancora c’era a livello generale lo smart working diffuso, un sindaco di una grande città italiana richiamava alla necessità di far tornare tutti al lavoro in presenza, al grido di «Mi viene tristezza a vedere le torri in centro vuote».

Forse ci si poteva pensare prima di riempire di vetro e cemento una città e ingrassare i costruttori. Ma, come dicevo, del senno di poi son piene le fosse.

E del senno di Poe (Edgar Allan), son pieni i gialli?

Non è che il sacerdote abbia preso i voti delle recensioni

Ordino un paio di pizze tramite un’applicazione di consegne a domicilio. Scopro che ha implementato un sistema di valutazione del corriere. O forse già c’era ed è stato reso più visibile.

Ho dimenticato quale sia l’ultima cosa che NON mi hanno chiesto di valutare. Addirittura per prenotare un esame all’università dove sono iscritto è necessario prima completare il questionario di valutazione del corso. Altrimenti non è possibile procedere avanti.

Beninteso, non sono contro il votare o recensire esperienze, prodotti, attività. E, a parte il mio caso dell’università, non si è  quasi mai obbligati a farlo. Né temo che finiremo come in un episodio di Black Mirror (terza stagione, Caduta libera) dove in un ipotetico futuro l’intera società si basava sul dare un punteggio alle persone. E, in base a quel punteggio, era possibile accedere o meno a servizi e benefici.

Sono però un filo stanco di vedere tutto così parametrizzato, dimensionato, da stelline, palline, numeretti. Sono stanco di chi recensisce. Per quanto mi sia utile: prima di andare in un ristorante nuovo io ne controllo le recensioni.

Una sera ho passato un’intera cena con uno che attualmente (dico attualmente perché a quanto ho capito ha delle fissazioni periodiche) ha la fissa di fare delle storie su Instagram mentre mangia. Non si limita a fare una foto o un video al piatto, ma si registra mentre osserva il cibo e poi lo mastica, commenta poi il boccone: Mmmh divino ragazzi, spettacolare.

Sostiene di farlo un po’ per divertimento un po’ per parodia del mondo degli influenzatori. Intanto però in quell’occasione ha trascorso l’intera serata al telefono rivolgendosi a un ipotetico pubblico e alla fine ha difeso l’utilità del suo hobby, in quanto, sostiene, la sua valutazione può essere utile ad altri.

Io vorrei invece rivalutare il valore del non giudizio. Il disimpegno. La dichiarazione di non competenza: «Salve, sono un cazzaro. Qualunque opinione, giudizio, voto che darò in questo frangente, non va preso sul serio».

Nell’epoca in cui tutti sono impegnati a dire la loro su qualunque cosa, la desistenza potrebbe essere un atto rivoluzionario. E non è, attenzione, un atto di ignavia. Non si tratta di non schierarsi per viltà o di essere passivi rispetto a tutto. È la scelta consapevole di dire: «Ho mangiato, bevuto, guardato, esplorato, vissuto e non sento l’esigenza di far sapere agli altri cosa ne penso al riguardo».