Non è che per ottimizzare la concentrazione serva un chimico

Oggi sono stato in una scuola dove le maestre lamentavano che i bambini avessero deficit di attenzione. E anche una certa “lentezza” nell’afferrare i concetti. “Non sono abituati a pensare”, dicevano. In effetti debbo dire che ho trovato più ricettivi i bambini di prima elementare della scuola delle suore (vedasi post) di un paesino dimenticato dall’igiene orale che quelli di V di oggi di un’altra scuola di un’altra città. Forse è l’educazione delle suore: la presa di coscienza imposta a 6 anni di meritarsi una vita di sofferenze e sacrifici (parole loro: mi ricordo la mia insegnante di religione che a 8 anni ci disse che Gesù era già arrabbiato con noi per tutte le cose che avremmo fatto nel resto della nostra vita) forse apre la mente. O forse sono le punizioni corporali. Saranno degli attentissimi serial killer, da adulti. Scherzo.

Io li capisco i bambini distratti. Io stesso quando uno mi parla vago con la mente. Però col tempo mi sono abituato. Riesco ad ascoltare il mio interlocutore e contemporaneamente a seguire un altro discorso nella mia testa. È solo questione di allenamento: io la chiamo attenzione simultanea in parallelo.

Ho iniziato a dare una definizione a tutti quelli che sono atteggiamenti o azioni che si potrebbero considerare da correggere o censurare per ridurne la percezione negativa.

Quand’ero più giovane “un mio amico” modificava le proprie console per giocare con materiale pirata. Ma quella non era pirateria. Era ingegneria software per nuove fruibilità nell’intrattenimento videoludico.

A proposito di fruizione: vi è mai capitato, a tavola durante una cena fuori, che ordiniate delle patatine fritte e che nessun altro le volesse, salvo poi, a porzione arrivata, vedervele portar via da mani golose? Bene, quella improvvida sottrazione è in realtà un atto di prevenzione dei rischi del colesterolo attuato nei vostri confronti. Ringraziate.

Imprecare quanto qualcosa gira male o quando urtate il famoso mignolo sul famoso spigolo o il famoso gomito sul famoso schienale della sedia ecc (tutte quelle cose che fa la vostra casa per picchiarvi) per sentirsi meglio è una catarsi interiore attraverso la forza delle parole.

Adesso vado a incrementare il mio apporto giornaliero di cereali. Cioè a bere una birra.

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Non è che a Venezia ti serva un telecomando per orientarti tra i canali

A febbraio dovrò trascorrere qualche giorno a Venezia. Non per turismo ma per motivi professionali.

Non sono mai stato in questa città. Non so se esista una classifica dello stupore, ma, se ci fosse, di sicuro tra le prime posizioni ci sarebbe Nooo! Non sei mai stato a Venezia? che molte persone amano dire.

Il motivo per cui non ci sono mai stato è che, come tutti sanno, la gente dice che «Venezia è bella ma non ci vivrei».

Io invece penso che a Venezia ci vivrei ma non ci andrei. Questa risposta lascia perplesso per qualche secondo l’interlocutore, attimi in cui posso approfittare per andarmene via.

In ogni caso, come dicevo ci trascorrerò qualche giorno e, per quelli come me che non sono mai stati a Venezia, ho scritto una breve guida, una serie di indicazioni o di fun facts che dir si voglia, che possono aiutare a capirne qualcosa in più.


Il fatto che io non sia mai stato a Venezia mi rende più autorevole di tutti i “professoroni” che ci sono stati e chissà quanti errori hanno fatto nello scrivere le loro guide! Nel mio cv invece posso vantare di avere commesso 0 errori nel parlare di questa città. E se sbaglierò…beh, pensate prima agli errori che hanno commesso quelli che mi hanno preceduto.


COSE SU VENEZIA CHE NON SAPEVI DI VOLER SAPERE
– Venezia è nota per il fenomeno dell’acqua alta, che favorisce l’evasione dei pesci rossi che amano saltare fuori dalle bocce.
– I primi insediamenti nelle lagune risalgono al V secolo d.C., quando gli abitanti della terraferma si trasferirono sugli isolotti per sfuggire alle invasioni degli Unni che, in quanto barbari, non amavano fare il bagno e che quindi se ne tornarono indietro.
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– Molto nota è la storica cerimonia dello Sposalizio del mare, in cui il Doge gettava un anello nelle acque. Il Doge Frodo una volta perse una falange del dito nel farlo.
– Le strade veneziane si chiamano calli: un tempo gli acciottolati erano piuttosto scomodi e ancora non era nato il Dr Scholl.
– A Venezia esiste un ponte denominato Ponte dei Pugni. Il buffo nome deriva da una storica rivalità tra due famiglie veneziane, i Castellani e i Nicolotti, che si davano appuntamento sul ponte per scontrarsi. L’abitudine diede vita alla Guerra dei pugni. Poco nota era un’altra sfida, minore, tra i ragazzini delle due famiglie: la guerra delle pugnette.
– C’è un vicolo di Venezia (calletta Varisco) che è largo solo 53 cm. E tu pensi sia libero ma è occupato da una Smart.
– Il Ponte del Diavolo è stato chiamato così per via dei suoi gradini molto ripidi e pericolosi, che facevano appunto pensare a chi lo attraversava all’opera del signore degli Inferi. Il recente Ponte di Calatrava, invece, noto per essere molto scivoloso e causare cadute, è stato confidenzialmente soprannominato “Ponte della Madonna” perché ne fa pensare molte.
– Credenza popolare fornisce un’interpretazione delle differenti versioni del Leone di San Marco, emblema della città: una, col leone col Vangelo aperto, starebbe a significare che la Serenissima era in pace; una, col Vangelo chiuso, avrebbe indicato lo stato di guerra. Una terza versione, col vangelo chiuso sotto la zampa, indicava che il leone era zoppo e andava pareggiato.

Spero con queste note di aver offerto un quadro più chiaro a chi si approccerà a questa città!


Questo post non ha alcuna intenzione di offendere Venezia e i suoi abitanti. Per qualunque reclamo, comunque, sarò a disposizione con un apposito sportello online per tutta la giornata del 31 di aprile 2019. Si accettano prenotazioni.


Non è che il borgo sia un suino per un tizio raffreddato

Nei paesini montani o di campagna dimenticati dall’odontoiatria c’è sempre un bar, anonimo, con l’intonaco esterno che resta attaccato con lo sputo e su cui è appeso il cartellone blu (una volta) dei gelati Motta. Accostate al muro, tre sedie di plastica, rosse. Su quelle sedie trovano posto degli anziani, rinsecchiti dal rancore verso l’umanità e con una produzione salivare incontrollata che li porta a frequenti raschiate di ugola che terminano la propria corsa sul marciapiede.

Il forestiero che attraversa la strada davanti a quegli anziani sarà oggetto di sguardi indagatori e poco accoglienti che metterebbero a disagio persino il clown Pennywise. Anche svoltato l’angolo e usciti dal raggio visivo di quei vecchiacci, si avvertiranno i loro gli occhi puntati addosso.

Poco più avanti, fuori la porta di una casa ci sarà sempre una vecchina seduta su una sedia semi-sfondata di una paglia grezza che una volta era gialla ma ora è ridotta a un color piccione esausto. Un vestito nero come l’infamia, delle calze 90 denari e degli zoccoli ortopedici deformati addobbano la gentil signora. Superati gli sguardi degli anziani del bar, non con un certo imbarazzo, sarà il turno di subire le sue occhiate di disprezzo, mentre con la mascella sembra ruminare un pezzo di verza rimastole in bocca dal ’74.

A differenza dei guardiani seduti fuori al bar, la megera non ti disapprova in quanto forestiero (e per questo non benvoluto) ma per il semplice fatto che tu esista e sia più giovane di lei.

È in queste occasioni che l’uomo di città si rende conto di quanto conti poco la propria boria metropolitana e tutta la prosopopea con cui si accompagna nella squallida esistenza urbana che conduce.

Io, confesso, amo prendermi una pausa dalla mia solita vita e inoltrarmi in questi contesti per il solo gusto di emendarmi.

L’anziano di paesino è lo squarcio nel velo di Maya che mostra la realtà per quale è: cioè che a prescindere di chi tu sia e cosa faccia, farai loro schifo.

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(immagine presa da internet) Riesci a sentire il disagio colarti addosso?

 

Non è che la soap opera preferita dai gestori di carte di credito sia “Un POS al Sole”

Sta per concludersi il mio mese come sostituto gestore di B&b; avevo già raccontato che avrei dato una mano a una mia amica partita per un mese, la quale ha ben pensato di farmi però trovare chiuso a chiave il suo armadio dell’intimo nella sua stanza! Che malfidente!

Devo dire che questa che ho svolto si è rivelata un’attività interessante e divertente e che mi ha fatto venire a contatto con tipologie diverse di viaggiatori:

– In una città con migliaia di bar, dove ne hai uno in mente per qualsiasi esigenza (miglior caffè, miglior caffè alla nocciola, migliore sfogliatella eccetera), c’è quello che vuole a tutti i costi sapere dove si trova quel bar che fa le graffe non tonde ma a forma di pretzel, che tu è la prima volta che senti nominare. Sembra che l’unico scopo della vacanza per questo tipo di turisti sia andare in un posto preciso, non gli interessa altro.

– Ci sono quelli invece cui non frega niente delle informazioni, molli loro le chiavi e via; e poi ci sono quelli che invece ti ascoltano ma hanno l’aria di non capire niente e sono troppo timidi per dirlo. Come mi è accaduto con un turista anglo-cinese, che quando gli spiegavo la mappa annuiva con lo sguardo perso come un comune mortale cui stanno spiegando la formula dell’Azione di Poljakov nella Teoria delle Stringhe. Dubito che fosse colpa del mio inglese, quando parlavamo normalmente o gli mostravo la stanza invece mi capiva.

– Alcuni dovrebbero prendere dei rudimenti di orientamento – magari con tanto di regolare certificazione di conseguimento – prima di mettersi in viaggio. Una signora giusto oggi:

  • G: Allora, dando le spalle al portone d’ingresso, gira a sinistra…
  • S: Aspetta, io esco fuori e dove mi metto?
  • G: Dai le spalle al portone
  • S: Così (mima)? E poi?
  • G: Vai verso sinistra
  • S: La mia sinistra, giusto?

– La giovane coppia dove lei si lamenta di qualsiasi cosa faccia o non faccia lui non manca mai.

– Anche se sulla prenotazione c’è ben scritto che il pagamento avviene in sede solo per contanti, un buon 70% dei viaggiatori ti mollerà la carta sul tavolo per pagare col POS.

– Una comitiva di francesi ha lasciato il secchio del vetro pieno solo di bottiglie di Ichnusa. L’avranno presa perché gli piace o perché è quella che costava meno al Carrefour all’angolo?

– I turisti stranieri sono meno pudici di noialtri: la stessa comitiva di francesi è arrivata prima dell’orario previsto, quando le camere non erano pronte: un paio di loro si sono cambiati la maglia mettendosi a torso nudo in cucina. La stessa cosa mi è capitata con due slovene: mostro loro la camera, chiedo un documento, vado a far la fotocopia, torno e trovo una che si stava comodamente per spogliare con la porta aperta.

E tutto ciò domenica finirà e tutti questi momenti andranno perduti, come bottiglie di Ichnusa nel contenitore del vetro: chissà quali altre realtà avrei potuto conoscere! Addio sogni di gloria!

Non è che il turista se non va in pensione incolpi la Fornero

Sto cercando casa in centro a Napoli. A differenza di altre grandi città, il centro qui è una zona economica a livello immobiliare. Il problema è che da 3-4 anni a questa parte, complice il boom turistico della città, il centro storico si sta trasformando in un conglomerato di B&b o di affitti Airbnb. Tra un po’ ci saranno più turisti che abitanti: è una vera invasione, il Governo cosa fa? Non possono fare i turisti a casa loro? Sapete che ce ne sono alcuni che soggiornano negli alberghi, tutti i comfort, wi-fi gratuito, per soli 35 euro al giorno?

Mentre mi impegno nella ricerca, dormo a casa dei miei. Ciò comporta che capitino inconvenienti che, pur essendo io gatto fatto e cresciuto, mi procurano ancora qualche imbarazzo.

Ho l’abitudine di coprire il tatuaggio di vaselina quando vado in piscina. Precauzione in realtà che mi hanno detto inutile, una volta guarito. In ogni caso, porto il tubetto con me sempre in borsa.

L’altro giorno però non lo trovavo. Poi a casa l’ho visto nel mobile dove ripongo il portafogli, i ciondoli, eccetera.

Dato che sono sicuro di non avercelo messo io, temo che mi sia caduto dal borsone – cosa probabile perché ogni volta che torno dalla piscina lo svuoto per arieggiarlo e non fargli assumere quel bell’odore di calzino sudato aromatizzato al cloro – e uno dei miei genitori l’abbia riposto nella mia zona effetti personali.

Io non voglio sapere cosa possa pensare un genitore di un figlio con un tubetto di vaselina. Un tubetto fuxia.

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Ricordate che i tubetti – di vaselina e no – si spremono dal fondo. Chi spreme dall’inizio va all’inferno.

Non è che il tennista lavori in un pub per fare il servizio

Non ho più memoria della prima volta che ho messo piede in quel che da anni è il posto di ritrovo post serale solito nella mia città.

Si è così consolidato in una piccola piega del tessuto urbano-sociale da avere assunto connotati da cliché. Basterebbe guardare il contenitore portadolci accanto la cassa per rendersene conto: pasticcini impastati dalle mani della moglie del proprietario, che stazionano lì per anni come semplici oggetti ornamentali, stile Luisona di Benni.

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Lo spezzatino avanzato dal ragù della domenica può essere infilato in un panino. Foglia di alloro compresa. Uno dei tanti esempi culinari del ritrovo tipico.

Ricordi inoltre non ho di quando abbiamo cominciato ad avere un rapporto complicato con le cameriere. Complicato forse è un po’ troppo, diciamo che ci sentiamo sempre guardati un po’ male quando osiamo alzare il dito per chiedere, accolti con un grugno che sembra dire Se cercate guai li avete trovati.

La vita da cameriera in un pub è un inferno. Avanti e indietro, ordini che arrivano, ordini che non arrivano, clienti da tenere a bada.

Capisco che spesso ci sia poco da esser gioviali.

D’altro canto – e non lo dico perché sono la parte in causa – credo di appartenere alla schiera di clienti meno complicati del mondo. Sono anni che io e il mio compare ci accomodiamo chiedendo la stessa identica cosa: due Bass Scotch medie. Al massimo, un posacenere di contorno. Non sporchiamo, non strepitiamo, non chiediamo variazioni strane dei menù come panini alla segale cornuta ma senza la cornuta e senza il panino.

Non pretendiamo il posto a sedere: se non c’è beviamo in piedi fuori.

Ci scansiamo come Neo quando le vediamo passare cariche di piatti di trigliceridi esausti.

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Se è porno, cavoli vostri.

Il problema forse risiede proprio nella nostra discrezione e invisibilità: non abbiamo mai creato un rapporto umano con loro. Siamo forse gli avventori anomali, rispetto ad altri che ho visto scambiar qualche battuta con le cameriere e, addirittura, averle fatte sorridere.

Non che io non ci abbia provato a porre le basi di un minimo di contatto civile. Ammetto però tutta la mia incapacità per riuscire a portar a casa un successo.

Ricordo un’estate di due anni fa, in cui – in maniera improvvisa e inspiegabile – il pub divenne fino alle 22-23 di sera meta preferita di famigliole con bambini al seguito che correvano tra i tavoli, si lanciavano cibo, correvano tra il cibo e si lanciavano tavoli.

Sconcertato da tutto ciò, mentre la cameriera puliva il nostro tavolo decorato dai bambini da spruzzi di maionese e ketchup che ricreavano motivi di Pollock, per esser simpatico esclamai

– Certo però che questo una volta era un posto per adulti
– Eh.

Fine della nostra conversazione.

Lo riconosco, la socialità non è arte mia. Un piccolo aiuto dall’altra parte però sarebbe richiesto.

Ieri sera, evento eccezionale, una cameriera mentre riordinava i tavoli fuori in vista della chiusura ci ha rivolto la parola.

Poverina, è nuova: non ha capito o forse non le hanno spiegato che siamo dei paria.

Ci ha chiesto aiuto su come dovesse fare per bloccare scheda e cellulare, visto che nel pomeriggio aveva subito una rapina.

È simpatica. Sarà ancor più doloroso il momento in cui comincerà a lanciarci occhiate di rancoroso disprezzo come le altre sue colleghe.

Non è che non hai un gatto delle nevi perché sei allergico al pelo

Di sicuro, forse, sarà giunto all’orecchio altrui di nevicate al Sud, eventi eccezionali che non si ripetevano da quando l’uomo inventò il cavallo.

C’è da riconoscere che non siamo preparati a simili accadimenti, quando ho visto dalla finestra tutto imbiancato ho pensato Oddio e ora che si fa, devo spalare il vialetto? Andrà bene la paletta della scopa o meglio quella della lettiera?.

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Fortuna ha voluto che in tarda mattinata iniziasse a sciogliersi il tutto permettendomi di uscire. Non avevo mai realizzato che il rumore della neve che si scioglie è come lo sgocciolio sul finire di una minzione. Ci ho messo un po’ per ignorare questo pensiero: mi sembrava di camminare in un enorme bagno di un Autogrill.

Ho smarrito la mia tessera elettorale. Sono andato dalla Municipale per la denuncia, ma all’interno sembrava non esserci nessuno.

– È permesso?
– Prego, prego

Da dietro al bancone è emerso un omino smarrito. Forse stava dormendo.

– Dovrei denunciare lo smarrimento della tessera elettorale
– Ehr…Deve chiedere al Comune
– In verità, in verità le dico che al Comune dicono che io debba fare prima la denuncia e poi andare da loro per la richiesta di una nuova tessera
– Ah. E allora deve andare dai Carabinieri…io qui non so…non credo di potere…
– Va bene.

Ho evitato di polemizzare perché l’omino mi sembrava già molto in polemica col suo cervello e non volevo aggiungergli altre difficoltà.

Per strada la gente non parlava d’altro che della neve. Molti non sono andati al lavoro. Volti sorridenti. Addirittura. Una commessa fuori dal suo negozio dava forma a un pupazzo di neve. Scuole chiuse e bambini che raccolgono la neve superstite dalle auto in sosta per lanciarsela contro.

Incredibile, non avevo mai visto la mia città così. Devo dire che mi siete quasi simpatici. Adesso basta, smettetela, vi prego, che devo tornare a odiarvi.

Al Comune:

– Devo fare richiesta per la tessera…
– Serve la denun-
– Eccola
– Ah già ce l’hai. Non potevi venire direttamente sabato, l’ufficio è aperto è c’è la Municipale presente, facevi direttamente?
– Non so se sabato posso (e non mi va poi di fare la fila con tutti quelli che si sono ricordati soltanto il giorno prima di cercare la tessera)
– Eh ma ora non so vedi se te la fa la collega…

Mentre sono lì passa Padre con la sua solita falcata alla John Wayne. L’impiegata lo saluta, poi mi fa

– Ah ma tu sei il figlio di Padre? Non t’avevo riconosciuto proprio. Entra, dai, facciamo la tessera.

Ora potrebbe sembrare che Padre sia chissà quale personalità, Sua Eccellenza, Monsignore, o che altro. Nulla di tutto ciò, posso garantire.

Da questa esperienza ho capito che io in situazioni normali devo aver l’aria di chi porta lavoro da scansare e quindi vada rimbalzato all’ingresso.

Mi verrà un esaurimento nevoso.

Le parole sono importanti 3

Rubrica estemporanea a periodicità seminale.


“Stasera non scendo”

Non so quando sia accaduto che scendere sia divenuto sinonimo di uscire. Fin quando il soggetto si muove da un luogo in alto a uno più in basso ha un senso dir così: abiti in un palazzo, puoi quindi affermare che scendi da casa.

Già io che vivo a un piano rialzato non so se tecnicamente sia valido che al citofono mi dicano “scendi”. Potrebbero anche dirmi “salta”, visto che mi basterebbe scavalcare il balcone come nella miglior esperienza olio Cuore.

Ma, ecco, tu che vivi al pianterreno, anzi, in un sottoscala, in una città costruita interamente in una depressione caspica, che ragione hai per scendere di casa per scendere in piazza?

Tralasciamo poi altre aberrazioni come il “Scendo a pisciare il cane” che sono entrate nell’immaginario collettivo come allegoria della barbarie linguistica attuale ma che dubito abbiano un reale riscontro.


Si spera.


Non posso però dimenticare, e qui torno al verbo uscire, il bidello della scuola elementare che ci invitava a entrare in classe al grido di “Uscite dentro, forza”, generando una comprensibile confusione.

Non è che se la scopri la verità poi prende freddo

Sono sempre attento agli interessi delle persone e cerco di tenermi al passo con l’attualità.

Oggigiorno la gente ha una gran voglia di informarsi ed essere informata e vuol sapere le verità nascoste dietro le verità nascoste.

Ad esempio è notizia di questi giorni che dei palestrati (erano tutti grossi fisici) volevano nascondere una bomba nucleare sotto un grande sasso. Che tonti! Una bomba nucleare sotto un grande sasso si rompe e può far bum!.

Per fortuna una squadra televisiva di difensori del popolo ha svelato la cosa che probabilmente ora salterà. Cioè, la bomba non salterà, ma la bomba sotto il grande sasso salta. È chiaro?

Dato che nel mio piccolo anche a me piace fare l’investigativo giornalista, vorrei condividere qui alcune verità nascoste che ci sono state veramente nascoste.

La truffa della calvizie

Ci hanno detto che un rimedio definitivo per fermare la caduta dei capelli non esiste ancora.
Ma sarà proprio vero?

Ogni giorno solo in Italia vengono spesi millemila di soldi contro la caduta dei capelli. Sì, avete capito bene. Soldi: quelli che si prendono in cambio di cose per comprare altre cose. Lozioni, integratori, pillole, trapianti, parrucchini, Antonio Conte. Un giro d’affari di tanto di soldi.

Voi che acquistate gli Antonio Conte siete sicuri di quello che acquistate?

Ma è proprio necessario tutto questo soldi?

E se vi dicessimo che un rimedio contro la caduta dei capelli esiste?

Non può essere!

Sì, avete capito bene. Esiste una cosa che arresta la caduta: il pavimento.

Sì, avete capito bene. Ripeto: il pavimento.

Il pavimento fu inventato da un team di ricercatori americani in provincia di California. Il loro nome in codice era Pavement. Fu una scoperta avvenuta quasi per caso, come tutte quelle che avvengono quando scopri cose per caso. Loro stavano cercando un sistema per ricavare buon sangue dal riso. E poi un giorno mentre si grattavano la testa scoprirono che i capelli che volavano via si fermavano sulle piastrelle.

Fu una scoperta sensazionale. Sì, avete capito bene.

Purtroppo la loro invenzione fu ostacolata dalla lobby delle crescine per capelli e il team, dopo aver tentato invano di sbarcare il lunario spacciando musica indie rock, si sciolse nel 1999. Il loro nome è stato cancellato dalla lista della scienza. Sì, avete capito bene. Addirittura adesso in inglese per distogliere l’attenzione della gente pavement non vuol dire pavimento ma marciapiede.

Una mistificazione in piena regola, potremmo dire se solo sapessimo che vuol dire mistificazione.

E il Governo che dice?

Città che si spostano

Nord Italia. Sì, avete capito bene: Nord Italia. C’è una città che si chiama Novi Ligure. Qualsiasi persona perbene penserebbe che sia in Liguria.

Ebbene, cosa direste se noi (cioè io, ma nella televisione dicono sempre noi) vi dicessimo che ci siamo recati in questa città su Google Maps e abbiamo scoperto che…

Novi Ligure è in Piemonte!

Avete capito bene. Novi Ligure è in Piemonte.

Le immagini non possono sbagliare. Novi Ligure è proprio in Piemonte.

Chi l’ha spostata? E perché? E quando?

E attenzione: potrebbero esserci altre città che i misteriosi alieni – o gnomi armati di ascia – potrebbero aver spostato. Massa Lombarda. Guardia Piemontese. Brindisi di Montagna. Sono solo alcuni esempi. Noi (cioè sempre io) andremo a verificare per voi e faremo luce. E se la luce già c’è, faremo buio. E se vi piace farlo in penombra, vi daremo anche quella.

Alla prossima puntata.

Non è che l’indipendentista compri batterie per avere più autonomia

In questo periodo si parla molto di indipendenze e autonomie. Io penso che alla fine dovremmo autonomizzarci un po’ tutti.

Siamo diversi tra Nord e Sud, inutile negarlo: per dire, su chiamano brioche i cornetti mentre qui i cornetti sono cornetti e le brioche sono brioche. Come si può andare avanti con simili confusioni?

Poi ci sono quelli del Centro che fanno il pane senza sale. Cui a dire il vero io un apprezzamento lo do, perché se riempi una baguette di insaccati poi che almeno si tolga il sale da ciò che sta intorno per far contento il nutrizionista.

Non parliamo di quelli che dicono arancino e quelli che dicono arancina e guai a dire la finale sbagliata nella zona sbagliata.

E a Modena poi chiamano crescentine quelle che a Bologna sono le tigelle o forse era lo gnocco fritto o era tutto il contrario. Non lo so e non me lo ricordo più: non si può governare un Paese con una simile confusione alimentare.

E quindi allora sarebbe meglio indipendizzar…indipenzzare…indipendizzazzizzare…renderci indipendenti tra città e città, ognuna coi propri prodotti tipici da rivendicare.

A dire il vero, non datemi del pedante, anche all’interno delle città ci sono zone che sono un po’ diverse dalle altre, un po’ un mondo a parte, alcuni abitanti – dite la verità – son proprio gente da evitare, allora sarebbe meglio una secessione tra quartieri, fors’anche tra vie e vie, i numeri pari da una parte e i dispari dall’altra e quelli senza numero civico che decidessero da che parte stare una volta per tutte.

Che poi a essere sincero sincero io nella stessa nazione del mio vicino non ci voglio stare, perché è un emerito coglione e non posso stare in una nazione che ammette dei coglioni. Sarebbe ora che ogni nucleo familiare facesse Stato a sé a questo punto.

A casa mia non è che vada sempre d’accordo coi miei però soprassiedo, anche perché poi si mangia bene. Ecco che allora ogni famiglia potrebbe rivendicare un certificato DOCG per i propri prodotti tipici perché si sa che le ricette ognuno le fa a modo proprio. Certe specialità andrebbero certificate e tutelate e se proprio uno le vuol degustare venga a provarle a casa. Raccomandazione è che bussi coi gomiti perché mangiare a sbafo no. Se uno vuol mangiare sulle spalle degli altri se ne stia a casa propria. MANGIONI A CASA NOSTRA.

Allora ho deciso. Mi faccio una Repubblica indipendente, un po’ indie e molto pendente a sinistra invero perché ogni volta che mi calo i calzoni non so perché il coso me lo trovo spostato da quel lato.

A proposito di questioni intime, questa potrebbe essere un’idea, il mio territorio potrebbe essere il mio bagno, qual luogo più comodo. Ci ho pensato su: a questo punto forse è meglio una monarchia avendo lì anche il trono già predisposto.

Su queste basi – è solo un’idea buttata lì per carità – allora direi: facciamoci tutti autonomi e indipendenti e sovrani in bagno. Basta che alla fine si vada tutti a cagare.

 

Non è che lo studente svogliato porti con sé olio e limone per marinare la scuola

Da un’auto di passaggio arrivavano note di Ma come fanno i marinai.

Ho tanti Ma come fanno in mente.

Ma come fanno quelli che prendono il Suv in città, tra problemi di parcheggio, vie molto strette e ansia continua per graffi e specchietti.

Ma come fanno quelle tacco 12 sul basolato che io su un percorso simile una volta ho preso una distorsione con le sneakers.

Anche costei si chiede ma come fanno

Ma come fanno quelli che escono dagli spogliatoi coi capelli bagnati.

Ma come fanno quelli che saltano il pranzo e non muoiono di fame né lo stomaco imita suoni temporaleschi. Se non mangio, io mi spengo e non parlo più né ragiono.

Ma come fanno quelli che stanno insieme da 20 anni con quella che era la compagna di banco del liceo mentre le mie relazioni durano meno di un capo esposto in saldo.

Ma come fanno quelli che parlano di lavoro anche al di fuori dell’ufficio mentre io è sin dai tempi in cui ero studente che, terminato l’orario del dovere, volto decisamente pagina e non voglio parlarne né sentirne più. Fino al mattino dopo.

Ma come fanno quelli che attraversano la strada voltati dall’altra parte o chinati sul telefono a trovare sempre uno come me che non li investe.

Ma come fanno quelle che alle 7 di mattina escono di case perfettamente curate e truccate mentre io sono a tanto così dall’andare a letto vestito per dormire 10 minuti in più al mattino.

Ma come fanno quelli che hanno nostalgie per epoche che non hanno vissuto.

Ma come fanno quelli che “Mi licenzio e giro per il mondo”.

Ma come fanno quelli che, sportivi amatoriali, si imbottiscono di farmaci dopanti per le gare del circolo della parrocchia o i campionati intercondominiali.

Ma come fanno quelli che si radono tutti i giorni a non ridursi il viso come Freddy Krueger.

Ma come fanno i marinai alla fine poi si è capito?

Non è che se riordini il blog metti ogni cosa al suo post

Il custode della piscina ogni volta che mi incrocia mi fa Tutto a posto? con aria tra il serio e l’allarmato e io ogni volta rispondo di  sorridente ma un po’ stupito perché non capisco perché me lo chieda anche se a volte mi dà l’impressione di sfottere e basta. Ho forse l’aria di chi non è a posto?

Un sacco di cose invero non mi sono sembrate a posto tutto quest’oggi.

La signora che mi parcheggia di fianco in doppia fila impedendomi di uscire pur vedendo che io stavo salendo in macchina non è a posto o quantomeno di posto poteva trovarsene un altro.

La signora in treno stamattina che si lamentava di qualunque cosa cercando di istigare qualcuno ma non riuscendoci non è a posto. Secondo lei i giovani dovrebbero protestare per avere treni migliori. Io vorrei protestare per avere un’utenza migliore e che sia a posto.

La collega che durante l’intera giornata ha parlato di mentis formis, formas in mentis, formis mentis e solo per caso al quarto episodio l’ha finalmente detta giusta secondo me non è a posto.

Il logorroico le cui telefonate partono da 10 minuti in su perché al di sotto di tal minutaggio non è vera conversazione non è a posto.

Chi mi invita a richiamare domani ma domani è sempre domani perché non è oggi non è a posto.

La collega che scende da Roma per starmi appollaiata sulle spalle senza farmi star tranquillo e ogni due per tre deve dire No perché io ho fatto…, Perché io sono…, Io…, non è a posto.

La gatta non è a posto ma temo l’età si faccia sentire. L’età non è una cosa tanto a posto.

I cantieri in città non sono mica a posto e il problema è che anche quando saranno terminati, un giorno, nel frattempo ne saranno sorti altri e temo che non vedrò mai quindi le cose a posto.

La mia età pensionabile ho pensato che non sarà a posto e forse non avrò mai tempo per guardare i cantieri.

Tutte queste riflessioni negative in una sola giornata mi lasciano pensare che davvero forse io non sia a posto.