Non è che fare l’assicurazione sia una gara perché c’è un premio

Le Universiadi di Napoli si sono concluse. Ieri si è tenuta la cerimonia di chiusura. Ho già nostalgia. Prendervi parte è stata un’esperienza bellissima e chissà se mi ricapiterà qualcosa di simile.

Perché le cose belle devono essere brevi e aver fine? Dovrebbe avvenire ciò per le cose orribili. Ad esempio, l’ultima stagione di Game of Thrones è stata un vero schifo, ma per fortuna è stata corta: così dovrebbe essere per tutto.

In ogni caso, in questo evento che ha distribuito tante medaglie, voglio anche io fare delle mie premiazioni e quindi ho qui pronta una lista di premi creati ad hoc per le Universiadi.

– Premio Rattuso d’oro
Ai commentatori RAI della Cerimonia di apertura, che alla vista di Erikah Seyama, atleta del Regno di Eswatini, sono stati folgorati dalla sua bellezza e per la successiva mezz’ora non hanno parlato d’altro.
Consegna il premio: Valentina Nappi

– Premio Arpagone
A chi ha fornito le divise per noi Volontari. I vari loghi e stemmi sulle magliette dovevano essere dei trasferelli o delle decalcomanie comprate nelle bustine in edicola, perché dopo il primo bagno in acqua della maglia – necessario, visto che il sintetico si impregna di odore di umanità – hanno cominciato a decomporsi.
Consegna il premio: Zio Paperone

– Premio Simpatia
A una accompagnatrice della squadra USA di pallanuoto, una italiana che durante la finale maschile Italia – Stati Uniti è venuta a chiederci di parlare con lo speaker per invitare il pubblico a non fischiare quando attaccava la squadra statunitense. Piccola parentesi: sui modi di tifare del pubblico sospendo il giudizio, quel che penso è che finché non si scade nell’offesa, nell’ingiuria e che a fine incontro si tributa il giusto riconoscimento a entrambe le squadre, per me va anche bene cercare di intimorire l’avversario quando attacca. Lasciamo perdere gli esempi del calcio, ma nel basket e nella pallanuoto è cosa normale. Quando le abbiamo detto che 1) dev’essere l’arbitro casomai a decidere se richiamare all’ordine per intemperanze, 2) non si trattava di offese e ingiurie, la tizia se ne è andata mandandoci a fare in culo.
Consegna il premio: Vittorio Sgarbi

– Premio Super Saiyan
All’allenatore della nazionale ungherese femminile di pallanuoto, che in finale, ahinoi, ha battuto l’Italia. Espulso per intemperanze e beccato dagli italiani del pubblico, ha reagito ai loro Scemo! Scemo! facendogli il Goku che si trasforma in Super Saiyan

urlando qualcosa in ungherese che non ho capito, ma credo di non andare lontano dalla verità se dico che sarà stato un Puppatemi la fava.
Consegna il premio: Junior

 

– Premio Meglio Vestito
Non c’è manco bisogno di dirlo:
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Mi consegna il premio che accetto con piacere: Tom Selleck aka Magnum IV.

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Non è che i liguri in Ungheria chiedano la pasta a Pest

Sono stato a Budapest in settimana. Questa volta non per lavoro ma per un breve viaggio di piacere. Da quando l’avevo lasciata non vi ero ancora ritornato.

Non l’ho trovata molto cambiata, a parte un po’ di movimento per le strade: in questi giorni ci sono delle vive proteste per dei provvedimenti votati dal Parlamento. Il governo non risponde nel merito e sostiene che i manifestanti siano prezzolati e che dietro ci sia Soros (che a quanto ho capito secondo i complottisti è responsabile di un po’ di tutto, dal terrorismo internazionale alle doppie punte e la cellulite). Ho provato a chiedere a un manifestante a chi dovessi inviare i dati per essere pagato anche io per manifestare (un po’ di denaro in più fa sempre comodo) ma mi ha mandato a fa’ ‘n gulash.

Il gulash ovviamente l’ho mangiato ed è stata la cosa più salutare che ho mandato giù: come avevo raccontato all’epoca della mia permanenza in questo Paese, la cucina locale non è la più indicata per il salutismo. Le parole chiave sono grasso, maiale, cipolla, combinati in modi diversi ma col risultato sempre uguale: leggerezza e alito fresco tutto il dì.

Un’altra cosa che non è cambiata è che all’aeroporto c’è sempre e ancora l’imbarco poveracci: per le compagnie low cost, infatti, i gate sono posizionati esternamente alla struttura dell’aeroporto, in un capannone di lamiera (non riscaldato) raggiungibile con un percorso al freddo e al gelo. Per raggiungere l’aereo, poi, non c’è alcun autobus ad attendere i passeggeri ma un altro percorso al freddo e al gelo. E, per ricordarti che sei un poveraccio che sceglie le compagnie low cost con tutte le conseguenze del caso, ti fanno attendere al freddo e al gelo prima di salire sull’aereo.

Un’altra tradizione rispettata è che il mio zaino, come al solito, è stato messo da parte per un tampone rileva-esplosivo. È lo stesso zaino col quale da due anni vado in giro e che ha visto diversi aeroporti: sempre e solo nell’aeroporto di Budapest mi è stato, tutte le volte, controllato. Non so cosa abbia di sospetto solo per la sicurezza di quel posto.

Ho rivisto la mia CR, una sera a cena. Sono contento di averla trovata bene. Anche se con gli uomini continua ad avere contatti con gente strana: dopo aver chiuso con l’ingrugnito che si puntava un coltello alla gola per inscenare una sceneggiata degna di un melodramma, è stata con un tizio che prima di far sesso doveva guardarsi un porno. E dopo aver fatto sesso, doveva guardarsene un altro. Tra una pippa e l’altra, poi, gli scappava anche una pippata perché anche il naso vuole la propria parte.

Adesso, invece, lei è in contatto con uno che fa il fumettista e divide casa con la ex compagna, con la quale ha una figlia. Vivono da separati in casa, ma lui non può permettersi un’altra sistemazione e inoltre resta lì per la bambina. Per mantenersi disegna fumetti pornografici per una rivista: ogni tanto invia a CR qualche esempio di sua opera, domandando, poi: “ti imbarazza?”.

Praticamente è la versione nerd di quelli che mandano le foto del proprio cazzo credendo di far colpo.

Un’ultima considerazione: sono partito dall’Italia portandomi dietro una banconota da 1000 fiorini che mi era rimasta in tasca da quando me ne ero andato via. Sono tornato in Italia che nel portafogli avevo due banconote da 500 fiorini.

Più le cose cambiano, più restano le stesse.

Non è che sulla griglia il pilota si senta sui carboni ardenti

Devo parlare oggi di un fatto increscioso avvenuto qualche giorno addietro. Non ne ho fatto menzione prima per non generare il panico: si sa come vanno queste cose, la gente è influenzabile. Difatti oggi il lavoro più richiesto è l’influencer.

C’è stato un attacco di stupidera indiscriminato con episodi verificatisi nell’arco di poche ore, che ha visto coinvolti prima me da solo e poi dei miei amici. Vorrei capire se si è trattato di un fenomeno localizzato o se l’Italia intera è stata colpita da una qualche sindrome o peggio un attentato.

Episodio 1:
Protagonisti:
Io, l’autoradio, Jack
La radio in autostrada gratta e spernacchia.

– Mettiamo un po’ di musica dal telefono
– Io non ho dischi scaricati in memoria
– Metto io qualcosa da YouTube.

Attivo il denteblù sul telefono e guardo poi perplesso l’autoradio: dove si attiverà la connessione? Come si fa a sincronizzare col telefono? Non vedo alcuna funzione, sembra un modello obsoleto…

Forse si connette tramite USB? Ma non vedo l’ingresso.

La mia amica tira fuori un cavetto che si chiama Jack di nome e lo infila nell’ingresso dell’autoradio. Mi porge l’altro capo per inserirlo nella presa cuffie del telefono. Io guardo lei e poi guardo il cavo come se avessi visto l’uovo di Colombo.


Che poi questa cosa che al Tenente piacessero le uova non l’avevo mai saputa.


Episodio 2:
Protagonisti: Io, Amico1, una bella pompa

Scendo per far carburante al self service. Faccio il giro dell’auto, apro lo sportellino, svito il tappo e lo poggio sul tetto.

Arriva Amico1, inserisce la pompa nel serbatoio. Poi mette i soldi nella macchinetta. Inserisce 60 €. Peccato che il serbatoio ne contenga per 48: che genialata.

Termine il rifornimento, ripone la pompa, io rientro placido e tranquillo nell’auto, rientra anche lui, ripartiamo.

Il giorno dopo, la proprietaria dell’auto – perché in tutto questo la macchina non era nostra! – mi scrive per dirci che abbiamo perso il tappo del serbatoio.

Ah. Giusto. Era rimasto sul tetto e né io né l’altro tapino ci abbiam pensato.

Episodio 3:
Protagonisti: Io, Amico1, Conoscente1, Conoscente2, acciaio sovietico

Si inaugura la stagione del carbone e dell’acciaio con una bella grigliata. Conoscente1 ha personalmente saldato – probabilmente con dei rottami recuperati da una discarica – una potente macchina da brace.

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Conoscente1, nella foto sopra intento a purificare col fuoco, prima di andare alla stazione a prendere un’amica ha raccomandato a me, ad Amico1 e Conoscente2, di attizzare la brace con la bombola.

Noi, pensando di dover spruzzare del kerosene, del propano o chissà quale altro combustibile residuo di tempi andati conservato nella rimessa che si intravede nella foto, prendiamo la bombola rossa – sempre in foto – e cominciamo a spruzzare.

Cosa strana, la brace non sembra ravvivarsi. Allora insistiamo. Nulla. Dopo aver infradiciato tutta la carbonella desistiamo.

Torna Conoscente1:

– C1: Fatto?
– C2: Ma che caz ci sta nella bombola? Questa roba non serve a niente! Guarda qua, si è tutto spento!
– C1: Per forza: quello è l’antizanzare che spruzzo nel giardino!
– C2: Scusa, tu hai detto prendete la bombola, pensavamo ci fosse del combustibile
– C1: Sì, e io ora vi facevo versare il petrolio sulla carbonella: così saltavamo in aria! Io volevo che ravvivaste soltanto con un po’ di fuoco!
– C2: Ma tu tieni la bombola con l’antizanzare qua vicino…
– C1: E dove dovrei metterla, in casa per irrorarci il divano?

E poi va verso la rimessa e prende la bombola azzurra (sempre in foto) provvista di pratico lanciafiamme.

Da allora altri attacchi di stupidera non si sono verificati, quindi sembra essersi trattato di pochi casi isolati. Sono comunque preoccupato: e se fosse stato l’ISIS? Gli alieni? Luca Giurato?

Voi avete avuto notizia di casi simili?

Non è che Mrs. Doubtfire potesse essere Presidente del Consiglio solo perché governante

Ci sono che pensi a te non capitino mai. Le vedi accadere ad altri e fai spallucce come se fosse una cosa che mai potrebbe riguardarti.

Avrò un’auto intestata a me.

Quella che utilizzo compirà 20 anni a breve e, pur avendone un uso quasi esclusivo, per ragioni intuibili non è tecnicamente mia.

Quindi dovendola rottamare ora farò io il grande passo. È assurdo, è accaduto tutto così in fretta. Non sarò troppo giovane? Non sarà affrettato? Oggi mi compro l’auto, domani che accadrà, prenoto il ristorante per il matrimonio e un loculo per il cimitero?


Non necessariamente in quest’ordine: sono iscritto a un movimento per il reinserimento degli zombie in società e crediamo abbiano diritto al matrimonio come l’ha avuto Fedez che si sposa dopo essersi beccato un’influencer.


Ho vagliato un po’ di opzioni tra l’usato sicuro. Che io ho sempre pensato che l’usato sicuro fosse come una maglietta con l’alone sotto le ascelle: la vedi e pensi Beh, è usata di sicuro! Non c’è dubbio.

Ho chiesto di vedere un “usato atto di fede”, nel senso che devi compiere uno sforzo contro la ragione per credere che l’auto abbia già avuto un proprietario, per quanto invece sembri nuova. Ma le mie capacità finanziarie non mi consentono tali slanci mistici. E questa è una scusa che va bene anche coi Testimoni di Geova.

A un certo punto il tizio della concessionaria ha detto che voleva farmi vedere una Tata. Stavo per dire che non avevo figli poi son stato zitto pensando magari fosse una tizia coi capelli cotonati e in minigonna.

Ho scoperto che invece ignoravo, causa la mia ignoranza, che esistesse una marca di auto di nome Tata. Non è molto diffusa in Italia, anche perché si sono ritirati dal nostro mercato. Credo per la vergogna.

Il modello sarebbe questo qui sotto (non è la stessa, è una foto presa da internet): magari non sembra così brutta ma a me quando l’ho vista dal vivo ha causato l’impotenza. Credo che utilizzerò la sua immagine come anticoncezionale.

La carrozzeria credo fosse fatta di pelle di Micro Machines (ora sapete perché negli anni 2000 sono scomparse dal novero dei giocattoli: le hanno utilizzate per farci auto vere). Secondo me oltre i 100 km/h volava via.

Negli interni echeggiava ancora l’urlo di Leonida: infatti erano spartani.

Poi era a metano, quindi il portabagagli era inutilizzabile perché occupato dalla bombola.

Infine le riparazioni: essendo un’auto praticamente sconosciuta – anche all’ingegnere che l’ha progettata, che la disconosciuta e si è ritirato a vita privata per scrivere romanzi come Dio è amore ma io volevo solo sesso – il concessionario mi ha detto che se si rendesse necessario qualche intervento meccanico dovrei cercare su internet i pezzi di ricambio.

Immagino a scrivere su Google cose tipo “Minigonne per Tata”, “Tata bella carrozzeria”, “Catene per Tata” e, infine, “Tata pompa”.

Mi sa che quella Tata rimarrà ospite del concessionario per un bel po’.

Non è che gli architetti siano compagni di…squadra

Neanche il tempo di tornare che oggi sono ripartito per una veloce trasferta di lavoro – un paio d’ore di permanenza – in quel di Roma.

Sono salito di corsa in metro e, ricordandomi che la linea B si biforca, ho chiesto conferma del tragitto a un passeggero a bordo di fronte le porte.

– Scusi va a Tiburtina?
– Io?
– …Il treno va a Tiburtina?
– Sì non so boh sì sì va…

Mi ha detto con tono un po’ scocciato.

Ho capito di averlo offeso perché probabilmente lui credeva mi stessi informando sulla sua vita e mi interessasse sapere se fosse diretto a Tiburtina. Rendersi conto che a me importava solo del treno deve averlo proprio deluso. Oggigiorno la gente pensa più ai treni che alle persone.

Eppure non sono un mostro e, anzi, mi interesso a tante tematiche pubbliche.

Ad esempio, è notizia del giorno che pare l’Italia abbia problemi con gli svedesi. O gli italiani abbiano problemi con la Svezia. E una volta tanto non è colpa delle istruzioni dell’IKEA.

Io adesso non voglio mettermi a parlare di calcio, anche perché non ne capisco e non interessa il lettore. Vorrei solo condividere una riflessione sul perché un calciatore possa soffrire di mancato rendimento agonistico.

A mio avviso è un problema di eiaculazioni.

È noto che la vita di molti calciatori li porti ad avere con facilità tante eiaculazioni. Ma tali eiaculazioni sono dirette verso, sopra e dentro delle donne, in genere.

Questo schematismo, questa monotematicità dell’atto eaiculatorio va a detrimento del potenziale dell’atleta.

A mio avviso quindi il calciatore dovrebbe eiaculare, con frequenza, verso, sopra e all’interno dei propri compagni di squadra e di spogliatoio. In tal modo rafforzerebbe il legame con loro, creerebbe più spirito di gruppo e accrescerebbe la forza del collettivo.

A chi crede che io stia dicendo baggianate consiglio di andarsi un po’ a studiare il coito sacro praticato nell’Antica Grecia all’interno dei templi e l’arte della trasmissione della forza virile attraverso il seme. Platone, non un Professor Strabuzov a caso quindi, all’interno del Simposio (dialogo di Fedro) parla della forza e dell’ardimento che avrebbe un esercito composto da uomini tra di loro amanti.

Due guerrieri intenti a rilassarsi con un gioco da tavolo dopo aver condiviso i rispettivi semi. Notare gli occhi spalancati e le pupille dilatate, l’essere vigili e attivi e propensi alla combattività (le lance pronte in mano): effetti tipici indotti dall’assunzione di seme.


Su altri usi del seme maschile in tempi antichi vorrei citare un contributo del Prof. Singrino.


Pertanto, se qualcuno vi volesse ammorbare con discorsi calcistici e speculazioni campate in aria, voi ponete fine alla conversazione sfoggiando, con sicumera e un pizzico di saccenza, le vostre conoscenze agonistico-antropologiche, affermando, senza tema di smentita, che “I calciatori devono andare a prenderselo nel sedere“.

PRECISAZIONI
Qualcuno potrebbe domandare come la mia teoria possa essere declinata per le calciatrici: la domanda denota assoluta ignoranza ed è con fastidio che vado a fare una precisazione in materia.

Il discorso che ho fatto sopra riguarda l’uomo, essere purtroppo caratterizzato da debolezze e cali di autostima che necessitano di continue correzioni e iniezioni di fiducia.

La donna è invece essere dotato di grande forza e potenza, tant’è che non ha il problema di far rifornimento di energia: il seme maschile per la donna non è infatti di alcuna utilità o beneficio.

Al contrario, la donna ha invece il bisogno di scaricare il grande quantitativo di energia che lei possiede. È per questo che tramite il meccanismo del ciclo mestruale esegue periodicamente uno svuotamento di tali flussi energetici, onde disinnescare gli effetti distruttivi che avrebbe invece un accumulo di potenza femminea.

Sperando di aver chiarito i dubbi dei più ignoranti, considero chiuso l’argomento.

Non è che serva un genetista per controllare gli incroci

Mi hanno chiesto se fosse vero che a Napoli la circolazione stradale fosse un po’ borderline.

Ho risposto con una battuta arcinota, cioè che da noi il semaforo rosso non è un divieto ma un consiglio.

Qualche giorno fa guardavo uno spettacolo di Trevor Noah – comico sudafricano e conduttore del Daily Show -, e l’ho visto utilizzare la medesima battuta. Parlando delle differenze tra Stati Uniti e Africa ha detto “I semafori africani sono più un consiglio che un obbligo. Non dicono Stop!. È più uno Stop?“.


Lo spettacolo da cui è tratto è Afraid of the Dark, disponibile su Netflix.


È stato divertente trovare questa corrispondenza. Mi incuriosiscono sempre certi schemi comuni tra posti e realtà lontane.

In Giappone ad esempio smontano i templi e li rimontano da capo per le operazioni di manutenzione. Tu sei lì il giorno prima che saluti come sempre la volpe sacra fuori al tempio e il giorno dopo è sparita e cerchi invano il grappolo d’uva.

Anche in Italia facciamo così. Siamo però più furbi: lasciamo che terremoti e incuria facciano il lavoro sporco di buttar giù le cose per poterle poi ricostruire meglio.

È probabile che questa cosa che ho scritto non faccia ridere. In verità non deve: è un dato di fatto. Magari un dato estremizzato, perché come diceva l’agente della forestale “Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce” e quindi una cosa negativa silenzia le altre positive che sono in circolazione.

Resta comunque la realtà.

La cosa dei semafori napoletani mi fa ridere perché non è la realtà.
Non ho mai visto qualcuno passare col rosso, perché saremo anche ladri truffatori bugiardi e sozzi e poco avvezzi alle regole ma non siamo delle pornostar.

Senza contare che attraversare col rosso può esporre a casi di morte e non tutti sono avvezzi ad assumere morte.

Quel che è vero invece è che il giallo invece di un invito a rallentare è un incitamento: Fai presto che sennò scatta il rosso!.

Dovrebbero far più battute sul giallo.

Sul tema di cose che fanno/non fanno/dovrebbero/non dovrebbero far ridere sento spesso molta confusione intorno la satira, anche in virtù di avvenimenti di stretta attualità.

Credo che per definir un qualcosa come satira si debba tener presente una regola fondamentale: deve essere contra potentes. La satira agisce dal basso verso l’alto, non viceversa. Altrimenti è bullismo, è soverchierìa. È quello che fanno decine di pagine facebook ai danni di categorie più deboli credendosi spiritosi.

L’altra connotazione della satira è che non deve necessariamente far ridere. Per farsi due risate spontanee basta l’uomo che entra in un caffè e fa Splash!. La satira dovrebbe invece far dire “Cavolo, è vero” prima che “Ah ah ah” (o “Oh oh oh” se siete Babbo Natale).

Purtroppo trovo che sia un discorso per pochi.

Se da una parte tutti ormai si sentono in diritto di offendersi e indignarsi – ho visto gente alterarsi per delle battute su Trump e Clinton. In Italia. Le persone si offendono, in Italia, per due politici (quindi potentes) d’oltreoceano – dall’altra lato tutti si sentono in diritto di offendere gli altri perché sennò si è accusati di esser tristi e buonisti.

A volte ho degli incubi riguardanti un futuro distopico, tra 20-30 anni, pensando a una generazione che studierà sui libri di Diego Fusaro, avrà fatto tornare in circolazione il tifo e il vaiolo, sceglierà il Presidente del Consiglio con un contest televisivo gestito da Favij e l’ologramma di Maria de Filippi e avrà come obbligo possedere la tessera di Sesso Droga e Pastorizia, pena il pubblico ludibrio.

Non è che se ti chiedono “Parti?” tu rispondi “Festa!”

Ho deciso che per maggio me ne andrò da qui.

Approfittando di un breve ritorno a casa per le vacanze pasquali, comincio a impacchettare e portare indietro alcune cose. Tanto per iniziare, porto via ciò che ha allietato varie mie sere solitarie.

Non i porno. La Playstation.

L’idea di andare via era da alcune settimane che mi circolava in testa. Pensavo fosse un’emicrania. Poi gli ultimi eventi hanno accelerato i miei pensieri.

Non sono tipo da credere ai segnali dell’universo e cose di questo tipo: figuriamoci, se mi dicono karma io rispondo e sangue freddo, daje.

Ma in questa mia seconda esperienza pestese ci sono stati vari inconvenienti che mi lasciavano capire che qui non fosse più posto per me.

Appena sono arrivato, delle sneakers in perfette condizioni si sono sfasciate. Poi due jeans si sono bucati al cavallo. Ho trovato un bell’appartamento, in una zona molto bella. Dopo poco, la casa ha iniziato a picchiarmi: spigoli e ante mi tendevano agguati. Internet è andato ko per una settimana, poi la lavatrice mi ha allagato il bagno, qualche settimana fa il boiler è defunto lasciandomi per una settimana a godermi docce fredde che mi hanno ridotto la libido ai minimi storici. Una porta chiusasi all’improvviso mi ha donato il dito luminoso di ET. E proprio questa sera, mentre ripensavo a tutto ciò, un fusibile si è bruciato nel palazzo lasciandomi senza elettricità.

E non dimentichiamo che sono stato vittima di abusi da parte di un medico magiaro.

Il lavoro è diventato una merda. Chiedo scusa per l’utilizzo della parola “lavoro”. La Castora mi ruba le attività, neanche a una mail sono più libero di rispondere. Lei è strabordante come quella decima di petto che si ritrova. Deve estendere il proprio dominio su ogni cosa. Se fossi ancora vergine anche quello probabilmente mi ruberebbe.

Quando parlo con altre persone – espatriati come me – delle mie perplessità sul rimanere, sembrano non condividere. Alcuni dicono Che vai a fare in Italia, è un Paese fallito.


Detesto gli espatriati che parlano male dell’Italia come un Paese fallito, così come detesto quelli che sono in Italia e parlano male degli espatriati come dei falliti. In generale detesto la gente che parla male degli altri, per questo mi sento autorizzato a parlar male di loro come dei falliti.


Costoro però si trovano in altre situazioni. Hanno un lavoro avviato e/o un partner qui. Alcuni hanno messo su famiglia. Un tizio che conosco va a giocare a calcetto con Rocco Siffredi. In generale, hanno un’àncora qui. Io non ancora. E probabilmente mai.

Conosco anche casi di persone che invece sono tornate indietro. Il lavoro non li soddisfava sessualmente, non hanno trovato ciò che cercavano – una pornostar ungherese come moglie – oppure il loro compagno è fuggito con una giraffa.

Ho provato a lottare contro le mie cattive sensazioni. Mi sono guardato allo specchio e il tizio di fronte a me ha risposto Ma dici a me? Ma dici a me? con tono risentito.

In effetti, perché dovrei lottare contro me stesso quando non sento più motivazioni per restare?

A giugno dell’anno scorso quando andai via da qui ero molto triste. Piansi. Il cielo era grigio e cadevano goccioloni di pioggia sporca, ad accentuare la malinco-noia di quel giorno.

Oggi, invece, per citare dei filosofi metropolitani di cui allego video didattico, Dal cielo mi cadono le palle e i pantaloni si son rotti (!!):

Non è che al contadino tu possa chiedere di donare il seme

Questo post tratta argomenti che potrebbero urtare la sensibilità. Si chiede quindi di spostare la sensibilità dove non ingombra.


Ignaro di tutto, oggi sono tornato a casa e ho scoperto che tutta Italia (più o meno) sta discutendo (più o meno) della discutibile (altrimenti non ne discuterebbe, no?!) campagna del Ministero della Salute a incentivo della fertilità, con tanto di supporto al “Fertility Day”.

Avrei preferito continuare a ignorare, ma poi mi sono chiesto quanti “Day” ci siano ormai in circolazione, al punto che vorrei proclamare un Mayday per chiedere aiuto.


Mayday è l’espressione con la quale su un aereo o su una imbarcazione si chiede assistenza via radio. È molto nota per il suo utilizzo nei film come richiesta inutile, perché tanto non risponde mai nessuno e alla fine ci deve pensare sempre un tizio che passava di lì per caso che molto spesso trattasi di Chuck Norris o Steven Seagal o qualcuno appartenente alla stessa scuola.


In secondo luogo, come si svolge un Fertility Day? Ci saranno gazebo di raccolta donazioni? Sessioni di inseminazione di gruppo? Dimostrazioni dal vivo? Bisogna renderlo noto a chi è interessato a partecipare.

Mi rendo conto sia facile mettersi a fare battute scontate e squallide.
In realtà, il mio vuol essere un incentivo per il Ministero. Dinanzi alle proteste, perché forse il messaggio che si voleva lanciare è arrivato un po’ distorto grazie a slogan che lasciano alquanto perplessi, potrebbe esser facile la tentazione di far marcia indietro o correggere il tiro.

Niente di più sbagliato. È una ammissione di colpa.
Solo gli stupidi non ammettono di aver sbagliato.
Per questo il Ministero deve andare avanti per la propria strada. Una volta che l’hai fatta fuori dal vaso, continua! Magari riesci a convincere la gente di averla sempre fatta nel modo sbagliato e che si deve farla fuori dal vaso!

E quindi avrei pensato a nuovi slogan più aggressivi per proseguire nella campagna di marketing pro fertilità.

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Testimonial Lino Banfi: chi meglio dell’autoinsignito del titolo di Nonno d’Italia può rappresentare l’idea di famiglia?

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Poi vi par bello mandare in giro una donna coi capelli così?

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Una simpatica idea per Carnevale!

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Basta con la storia che “Lo Scisma è mio e me lo gestisco io”!


Vorrei comunque sapere a quale team di stagisti laureandi in Scienze della Comunicazione hanno affidato una simile campagna.


Non ho nulla contro gli stagisti di Scienze della Comunicazione, anzi ho degli amici stagisti di Scienze della Comunicazione e sono brave persone, soltanto che hanno fatto scelte di vita discutibili.


 

Non è che la recitazione sia l’aforisma di un sovrano

Tra i traumi infantili che mi porto dietro c’è quello legato alle recite scolastiche.
Uno strumento di tortura psicologica sui bambini a uso e consumo esclusivo del sadismo delle maestre, il compiacimento delle madri e il delirio di onnipotenza del dirigente scolastico che deve pur farsi ricordare in qualche modo.

Beniteso, il mio è solo il giudizio sprezzante tipico degli emarginati, di quelli condannati a vita a interpretare un albero o un cespuglio. Io ero ancora più indietro nella scala gerarchica: potevo aspirare al massimo a fare l’ombra del cespuglio.

Tra le recite vergognose ne ricordo, a sprazzi e frammenti, una molto particolare che non so da quale gran-de-mente addetto alla regia sia stata partorita. Quanto sto per raccontare è tutto vero. Neanche la mia perversa fantasia sarebbe arrivata a tanto.

La recita, che coinvolgeva vari plessi scolastici, credo fosse una sorta di allegoria dell’Italia gaudente di quegli anni (son quasi certo fosse il 1993), contenente varie sottotrame: ricordo un mio compagno di classe riccioluto che leggeva finti notiziari interpretando Enrico Mentana e un’altra, che si chiamava Carmen, che andava in scena nel ruolo di un’improbabile “Carmen Lacugina”*, bambine scelte tra quelle che delle quinte sembravano più grandi per impersonare ragazze di Non è la RAI, un balletto coreografico sulle note di What is love di Haddaway e, per restare in tema con l’attualità, Poggiolini e il suo famoso lingotto d’oro**.


* Carmen Lasorella, volto noto del giornalismo televisivo di quegli anni.


** Breve flashback sulla Prima Repubblica: Duilio Poggiolini era il n.1 della Commissione farmaceutica della CEE ed elemento di spicco all’interno del Ministero della Sanità. Fu coinvolto in episodi di corruzione e tangenti ricevute dalle case farmaceutiche, oltre a vari scandali tra cui quello del sangue infetto (sacche per trasfusioni messe in circolazione provenienti da soggetti a rischio). Viveva in apparente sobrietà ma quando le FdO perquisirono il suo appartamento trovarono un vero e proprio tesoro (lingotti compresi) nascosto negli armadi, nei materassi e nel pouf.


Mancavano solo OK il prezzo è giusto!, Guido Nicheli, il cocktail di gamberi e il campionario trash nazional popolare era completo.

Non so di quanti reati – a cominciare dalla pedofilia – e quanti processi su Facebook oggi si macchierebbe una simile rappresentazione. Per fortuna erano gli anni ’90 e anche i genitori all’epoca erano più tolleranti: erano di quella generazione che se dicevi loro che la maestra ti aveva dato uno schiaffo se ti andava bene le davano ragione. Se ti andava male, ne prendevi un altro.

Che parte avevo io in questo carrozzone?
Io c’ero e non c’ero: ero dentro lo show ma al di fuori di esso. Recitavo nell’intermezzo pubblicitario tra i due atti.

Rimanendo in linea con i tempi storici, si trattava di una parodia degli spot Melegatti e delle Ferrari che regalava in premio.


Anche la pubblicità occulta credo vada aggiunta alla lista di reati.


Desideroso di mettere in mostra le mie abilità recitative, mi esercitavo nella mia battuta ogni giorno. Stressavo qualunque parente avessi a tiro per chiedergli di aiutarmi nelle prove. Quando venni abbandonato da tutti, al suon del sbrigativo “Ora non ho tempo, ho da fare”, passai a esercitarmi davanti allo specchio.

Non ricordo affatto cosa dovessi dire, rammento soltanto l’attacco: alla vista dei due tapini che recitavano con me, con dei pacchi di pandori tra le braccia, dovevo iniziare, con enfasi, dicendo “Ma come, non avete preso Melegatti?!…”. Anche qui è evidente il citazionismo: era lo stile stalker del supermercato che appare all’improvviso e chiede alla massaia perché mai abbia scelto un prodotto invece di un altro.

Provavo differenti pose e intonazioni.


Si prega di leggere le frasi seguenti con tono diverso ognuna.


Ma come?!
Ma come?!
Ma come?!
Ma dici a me?

A una settimana dalla recita, le maestre cambiarono le battute dello sketch. Non le ricordo, ma l’attacco era ovviamente diverso.

Non fu un problema adattarmi, per un professionista del mio calibro.

Quando arrivò il fatidico giorno io entrai in scena titubante. Le gambe tremavano un po’ per la tensione un po’ perché lo spazio tra il sipario e la fine del palco mi sembrava esiguo e avevo paura di cadere di sotto.
Arrivarono i due tapini dal verso opposto al mio. Io inspirai, gonfiai il petto e dissi, spalancando le braccia:
– Ma come?!
oh cazz (esclamai nella mia testa)
– No! (gridai)
E mi diedi uno schiaffo in testa.

Poi ricominciai da capo, stavolta con la battuta giusta, ma ci furono risate, qualche buu e qualche fischio impietoso da parte di quelli delle altre classi presenti in platea.

E quello fu l’inizio e la fine della mia carriera teatrale.

Note allegoriche:

  • Lo spettacolo si concludeva con “Enrico Mentana” e Carmen Lacugina che annunciavano a reti unificate che tutto il mondo proclamava la pace sempiterna
  • Poggiolini regalava il suo lingotto a una famiglia indigente
  • Una povera bambina che impersonava la pace, o forse il mondo o forse la pace nel mondo, che durante la coreografia musicale doveva saltellare sul palco indossando una calzamaglia integrale di lana grezza che le starà ancora oggi provocando eritemi da prurito e che sotto i riflettori era trasparente e mostrava i suoi mutandoni della nonna e l’adipe sulle zinne
  • Alla fine c’era il coro, di cui feci parte seminascosto: indossavamo il saio da Comunione – un’altra geniale idea della regia – che a me andava larghissimo perché me l’ero fatto prestare. Mi faceva sembrare un misto tra un fantasma e uno del Ku Klux Klan
  • La SNAI per eccesso di giocate smise di accettare scommesse sulle bestemmie dei padri costretti a trovare parcheggio in pieno centro storico e a subire tutto questo scempio.

Non è che solo perché è “l’Ungheria” vuol dire che il contratto sia più esteso

La mia permanenza qui in terra magiara era previsto durasse sino a giugno, con una eventuale possibilità che fosse estesa. Possibilità lasciata intendere e non intendere, vagheggiata e piu percepita a livello emotivo, ammiccata, che discussa realmente.

Perché il mondo del lavoro è cospirativo, avvolto sempre dal mistero.


Io me lo immagino un HR manager col cappello calato in testa e il bavero del cappotto alzato che, in una serata nebbiosa, raggiunge in un angolo buio di un porto un candidato/dipendente che aspetta infreddolito, sussurrandogli “Allora…hanno detto che ti faremo sapere…poi tu per adesso cominci…poi dopo si  vedrà”. E si allontana, lasciandolo con più dubbi di prima.


Qualche giorno fa CR mi ha detto che avrebbe piacere a farmi rimanere e parlare di ciò col capo – uno che dall’aspetto smilzo, azzimato e british potrebbe benissimo essere il prossimo Doctah Who -, il quale si fida del giudizio di CR e, quindi, non avrebbe problemi ad assecondare la richiesta.

Per rimanere in tema cospirativo, CR ha poi chiuso la porta e, abbassando il volume della voce, mi ha chiesto sinceramente io che progetti avessi nel mio immediato. Tornare in Italia? Rimanere a Budapest? Quanto a lungo? Con la compagnia o altrove?

– Guarda se vuoi – ha detto – io ho anche contatti al di fuori di qui a Budapest. Ci sono molte multinazionali, la stessa azienda del mio Ingrugnito ha sempre ricerche di personale aperte.
– Oppure – ha proseguito – puoi prendere dai server anche qualche contatto dei nostri con cui abbiamo lavorato se vuoi restare nel campo. La nostra società può essere un buon trampolino.

Tornare in una multinazionale. Esaminiamo alcuni punti:

  • Avere a che fare con chi ti vede come una percentuale mensile.
  • E che alza la testa per controllare quante volte vai in bagno, senza poter neanche accampare problemi prostatici vista la giovane età.
  • I colleghi che se sanno che hai un contratto breve ti guardano come se avessi una malattia incurabile.

Flashback di vita gintokiana
– Ma a te che contratto hanno fatto?
– Tre mesi
– Ah…(abbassa gli occhi)
(disagio palpabile che poi ti denuncia anche per essere stato palpato)
Fine del flashback


  • La direzione che organizza raduni motivazionali con coach motivazionali che sono profondamente motivati dal denaro che ricevono che ti fanno fare la haka, i giochi di ruolo (ma senza la presenza di porno cosplayer come a una mostra del fumetto!*), spaccare tavolette di legno, gridare Siamo una squadra fortissimi e altre giocominchiate da villaggio vacanze.

* Un giorno dovremo parlare dell’inflazione galoppante di porno cosplayer alle fiere del fumetto.


Non sono molto convinto su questo percorso.

Ho fatto presente a CR che ho lasciato quel mondo perché volevo altro, più orientato alle mie materie di competenza e i miei ideali.


Non so se ho delle materie di competenza ma è sempre far bene credere alla gente di averle. Nel caso poi qualcuno ti interpellasse in merito a qualcosa, puoi sempre dire che quella non è tua materia di competenza perché tu ti occupi di altro. Ancora una volta, quindi, vorrei sottolineare l’importanza della figura dell’ignorante sapiente, cioè colui che finge di sapere tanto pur non sapendo nulla.


Il consulente ideologico della mia immaginazione, che in questo frangente era impersonato da Michail Bakunin, nell’udire ciò ha applaudito, incitandomi a persistere su questa strada al suon di Vedrai che la rivoluzione se non oggi, non domani, forse dopodomani se non abbiamo la partita di calcetto, la facciamo!

Va detto che la mia compagnia e il lavoro che sto svolgendo per me sono comunque un punto di partenza verso quel che vorrei fare realmente. Mi gioverebbe, però, magari proseguire con loro ancora per qualche tempo.


A questo punto potrebbe sorgere la domanda: Gintoki, ma di cosa ti occupi? Semplicemente: qualcos’altro.


Restare a Budapest a lungo termine non credo comunque faccia per me. Se dovessi trovare un qualcosa di totalmente negativo non c’è. Ma non credo potrei vivere per lungo tempo qui.

Quindi per adesso va bene, poi, si vedrà (detto con fare cospirativo).

E poi la compagnia non vorrà perdere presto un collaboratore in grado di avere idee geniali.

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Della vita dolce ormai breve tempo mi resta e spesso gemo per timore dell’Ade*

* Anacreonte.


Ieri se ne è andato il mio professore di latino e greco del liceo, a causa di un male incurabile.
Chi l’ha visto negli ultimi mesi dice che era ridotto in modo irriconoscibile e rassegnato all’inevitabile.

Mi resterà sempre impressa una frase che mi disse e che secondo me ancor oggi mi qualifica in pieno.

Bisognava decidere la data della gita di 5 giorni: combinazione voleva che quell’anno (2003) ci fossero delle vacanze lunghe ad Aprile causa aggancio della Pasqua con il ponte del 25 aprile. La possibilità che la gita si tenesse prima delle festività pasquali poteva significare circa 3 settimane di vacanza per quel mese.

Il Prof. venne in classe sostenendo invece che la gita si dovesse tenere durante le vacanze pasquali: chiese a noi di decidere, ventilando però l’ipotesi di minacce e ritorsioni in caso avessimo scelto la soluzione “3 settimane di vacanza”.

Alcuni quindi si lasciarono persuadere. Io, invece, che sapevo bene che anche lui non voleva fare un ceppa ma non poteva dirlo apertamente, mi alzai e dissi: Prof, io voto per andare in gita prima di Pasqua. Lo ammetto, mi fa comodo, ma preferisco essere coerente.

Lui mi guardò con il suo tipico sorriso sardonico, che sul suo volto caratterizzato da una pelle scurissima – in netto contrasto con il capello brizzolato e gli occhi blu – era sempre inquietante, e fece:
Gintokiammiro sempre la coerenza con cui difendi le stronzate.

Ecco, me la dovrei tatuare da qualche parte come monito e insegnamento.

Era il tipo che sapeva inquadrare una persona e capirla subito. Come se avesse lo scanner ottico dei Saiyan.

Per la cronaca, come era prevedibile, ad Aprile di quell’anno godemmo poi di 3 settimane di vacanza.

A una cena durante la gita ordinammo una bottiglia di vino e brindammo col Prof. alla faccia di Mirsilo: da poco avevamo studiato Alceo e impresso ci era rimasto il verso con cui il poeta di Mitilene festeggiava la morte del tiranno Mirsilo.


“Ora bisogna ubriacarsi e ciascuno beva a forza: perché Mirsilo è morto”.


Archiloco del quale tutti ricordiamo dei versi oscuri: che avrà voluto dire con “sfiorando la bionda peluria, emisi la bianca forza”?

È difficile da spiegare a chi legge, ma quando il Prof recitava qualche verso dei lirici greci, con la sua voce profonda e raschiante tipica di 40 anni (o anche più!) di Pall Mall, riusciva sempre a dar loro una carica di pathos e teatralità.

Non a caso lui era anche presidente del teatro pubblico campano (da ora p.t.p.c.) e con la scuola e gli studenti ha organizzato spettacoli che ha portato in giro in tutta Italia.

In virtù dei suoi impegni, come vicepreside, come p.t.p.c. e come altro non so cosa, in classe ci entrava di rado e per un tempo ridotto. Inoltre, quando al mattino fuori la scuola lo vedevamo entrare nell’edificio con giacca e cravatta, capivamo che non sarebbe venuto a far lezione.

Quando era in classe, inoltre, non era mai una lezione convenzionale. Per cominciare, un buon quarto d’ora si perdeva in cazzeggio, in cui ci prendeva per il culo o raccontava aneddoti scolastici su questo studente o quel docente. I libri sono stati aperti di rado. Alcuni li ho comprati e riposti e mai più toccati. Amava impostare una lezione discorsiva, improntata sul ragionamento: più che liceale, era una lezione universitaria.

Com’è come non è, le cose che lui ha spiegato le ricordo ancor oggi a 12 anni di distanza. A volte mi chiedo perché la scuola non sia tutta così e perché debba ridursi a mero un travaso di nozioni da un libro di testo a una testa vuota, col risultato che il giorno dopo un’interrogazione lo zuccone ha già dimenticato tutto.

Io lui comunque lo odiavo. Ne avevo stima e profondo rispetto, ma lo odiavo. Lo odiavo perché in alcuni periodi mi eligeva a vittima sacrificale per fare lezione: mi chiamava alla cattedra, faceva domande molto complicate, poi si metteva a ragionare e spiegare.

Una volta invece mi chiamò giusto perché doveva in modo sadico tormentare qualcuno. Dovette accorrere dalla vicepresidenza perché, senza nessuno in aula, noi ci eravamo lasciati andare a eccessive turbolenze. Nero in volto, ancor più nero del solito tanto che sembrava il tizio di CSI Las Vegas con gli occhi azzurri, decise per punizione di sparare nel mucchio. Punirne uno per educarne 22.

Si piazzò in fondo all’aula dando le spalle alla finestra e alla luce, col risultato di essere in penombra. Era una nera figura.

Primo colpo:
V., vieni.
L’avevo scampata. Ero il soldato Ryan, sarei sopravvissuto all’imboscata.
Lei: Professore, vengo la prossima volta.
Bene V., 2.

Maledetta stronza. In quel momento le ho augurato un’infezione di clamidia orofaringea. Poteva andare al patibolo e in qualche modo scamparla, visto che prendeva sempre 7 e 8. Poteva salvarci tutti, invece no!

Secondo colpo:
Gintoki, vuoi venire?.
Ovviamente la fortuna ti grazia una volta sola.
Io: Certo.
Ostentavo sicumera. In fondo avevo studiato. E sarei stato l’eroe che avrebbe salvato tutti.

Presi la sedia per accostarmi alla cattedra.

Chi ti ha detto di prendere la sedia?
Pensavo…
Hai pensato male.

Cominciò a incalzarmi di domande. Io rispondevo, mi barcamenavo.

Lui: Smettila di gesticolare. E non presentarti mai più con quelle cose sulle braccia.


Ai tempi – ancor oggi in verità ma un po’ di meno – mentre parlavo avevo l’abitudine di muovere le braccia peggio di Alberto Angela.
E poi all’epoca andavo in giro con delle catene intorno al braccio.


Poi cominciai a incartarmi su me stesso. Picconata su picconata mi demoliva pezzo per pezzo. A un certo punto diedi una risposta che era giusta  ma forse l’avevo detta in modo contorto.

Lui, gelido: Non ho capito.
Poi aggiunse, rivolto alla prima della classe: A., tu hai capito che intendeva?

Lei mi guardò e fece: n-no

Stronza. Stronzissima. Raddrizzatrice di Pisistrati. Etéra del ditirambo.
Tu hai capito, perché tu la risposta la sai, la sai sempre. Potevi giungermi in soccorso, invece per sfilarti dai guai mi hai lasciato in mezzo al maelstrom. Scommetto se fosse stato qualcuno dei tuoi amici saresti salita in cattedra, invece dato che ero un Gintoki qualsiasi, da te disprezzato, mi hai lasciato così.

Rimpiansi di non averle detto qualcosa di offensivo in quel momento, ma ero ormai paralizzato dal terrore.

Stavamo ragionando sulla battaglia di Anfipoli e sulle circostanze che portarono al fallimento di Tucidide – allora stratego della flotta ateniese – e che gli costarono l’esilio. Quando volle sapere quale fu l’errore tattico dello storico/militare, balbettai qualcosa e lui disse, accompagnando le parole con un gesto che sembrava quello di un arbitro che espelle un calciatore: Vatti a sedere.

Andai al mio posto e diedi un pugno sul banco che mi fece volar via l’orologio.

Quell’episodio entrò a far parte degli aneddoti. Ogni tanto mi pigliava per il culo, mi chiedeva se volessi dare qualche pugno alla cattedra oppure se il muro di fianco a me fosse al riparo dalla mia ira.

Era una di quelle persone che vale la pena di incontrare nella vita. Se è vero che siamo la somma delle nostre esperienze, lui era un’esperienza formativa necessaria. Madre, finito il liceo, ogni tanto mi diceva: Tu hai passato troppo poco tempo con lui!.

Già. Troppo poco tempo.

How to train your Gintoki


Con la presente dichiaro chiusa la prima serie continua di titoli no-sense introdotti da “Non”.


Dovrei scrivere una bozza di budget e sono indeciso se scriverla durante questa notte e poi dormire in mattinata oppure dormire in mattinata e buttare giù (dal balcone) due sciocchezze nel tempo che mi resterà.

Ho già speso le mie energie mentali per risolvere un importante dilemma. Sulla pista di ballo c’è qualcosa di importante, oggi ne ho avuto conferma via mail. Chi mi ha mandato il messaggio mi ha pregato di scrivere alla Contessa Serbellons Mazzant Comesfromthesea (è anglofona), che leggeva in copia.

Dubbio: la Comesfromthesea è anglofona ma lavora in Italia. La mail che ha letto in copia era in italiano.

Le scrivo in italiano o in inglese? No, perché c’è una bella differenza.

Dopo essere andato agli allenamenti e non averci pensato affatto, tornato a casa ho deciso di scrivere in inglese.

Vedremo se il primo step è andato. Ne restano altri ed è difficile scacciare il demone del fallimento – che nella mia fantasia è impersonato da Charlie Brown – che mi dice Gin, ma tanto non ce la farai.

Charlie Brown e la sua sempiterna gioia di vivere

La cosa divertente è che se va in porto la cosa corro il rischio di trovarmi a essere seguito da un personaggio particolare che è entrato nella mia lista di personaggi particolari.

Tanto per cominciare, ha una certa somiglianza con l’ispettore Clouseau, giusto i baffi più folti. Sono rimasto però molto deluso quando ho fatto notare a tre persone la somiglianza e tutte e tre non avevano idea di chi fosse l’ispettore Clouseau. Ci sono rimasto male ma non perché non avessero compreso la mia battuta, ma per il buon ispettore che non capisco perché non debba essere ricordato.


Se anche voi, lettori, non avete presente chi sia e stavate aspettando una didascalia esplicativa, allora questa didascalia non vi fornirà informazioni didascaliche su di lui perché non le meritate, ecco.


La seconda caratteristica del personaggio è che parla in modo ampolloso e retorico e anche un po’ arcaico. Ad esempio, per dire che leggerà una frase da un libro, dirà che “Ho il piacere di condividere con voi questo passo che trovo pregevole”.

La terza caratteristica è che quando insegna ai corsi, dopo la prima lezione sceglie due volontari (i classici volontari involontari), uomo e donna, per far far loro delle flessioni. Terminata la performance, delizia anche lui il pubblico con delle flessioni.

Ed ha 65 anni, preciso.

La quarta caratteristica è che ha tre figli, uno adulto avuto dalla prima moglie, e due piccoli, di 4 e 8 anni, avuti dalla seconda.

Ed ha 65 anni, preciso.

Sono quindi inquietato e nell’insieme affascinato dall’idea di potermi trovare a gestire un qualsiasi tipo di rapporto professional-tutorale con un simile personaggio.

Ammesso che Charlie Brown sia d’accordo, anche se il fatto che sia un bambino lo costringe alla fine a soccombere. Sarebbe stato più complesso e ingestibile avere come demone del fallimento, non so, Darth Vader, Palpatine o Sauron, solo che loro non li associ al fallimento anche se poi alla fine perdono ma soltanto perché la lobby dei buoni ha deciso che deve essere così. Condividete se avete un lato oscuro!

Però delle volte in altri ambiti Charlie Brown vince lo stesso.