Non è che si chiamino rifiuti perché tu non ne vuoi più sapere (il ritorno)

CC oggi è partita.
Come avevo raccontato, non soddisfatta del proprio stage qui a Budapest ne ha trovato un altro in Polonia.

Prima di andarsene ha dovuto cercare qualcuno che le subentrasse nella casa, avendo lei un contratto d’affitto sino a giugno.

Mi ha chiesto se avessi qualche preferenza sulla scelta del coinquilino. Io ho detto possibilmente no italiani, per il semplice fatto che all’estero vorrei parlare inglese. Già parlo italiano in ufficio con CR.
E poi ho aggiunto che avrei preferito una ragazza.

Non per secondi o terzi fini (anche perché ho sempre il mio codice di condotta!), ma perché credo di trovarmici meglio.

E poi in genere hanno un odore migliore dei maschi.

Può sembrare un’assurdità, ma io tra vista (carente), tatto (che non ho), udito (mi fa spesso male l’udito del piede), gusto (molto difficile) e odorato metto in cima alla lista di utilità proprio quest’ultimo. E non mi trovo a mio agio in presenza di odori che non gradisco.

Le candidature sono arrivate quasi subito.

È giunta la richiesta di una ragazza israeliana e CC mi ha chiesto cosa ne pensassi delle persone di quella zona.

Io ho risposto che non penso proprio niente, perché in genere non formulo opinioni sulle persone in base al loro passaporto.


Tranne che riguardo i parigini, ma sono loro stessi che dicono “sono parigino, il resto è provincia, poca cosa”, quindi non sono io che ti sto dando del parigino, sei tu che rimarchi di essere un parigino.


In ogni caso, la ragazza poi non si è più fatta viva.

Hanno poi manifestato interesse due ragazze “di colore”: me le ha descritte proprio così. Ma ha detto che non si sentiva a proprio agio a rispondere loro e farle venire a casa. Io ho chiesto il motivo, ha replicato che secondo lei non si sono poste con gentilezza in quanto hanno scritto lasciando (o chiedendo, non ho capito bene) il numero per poter parlare al telefono.

Non ho approfondito l’argomento, ricordandomi che gli asiatici hanno una sorta di difficoltà congenita nei confronti del diverso. Me ne resi conto quando presi per la prima volta la metropolitana da solo a Tokyo (le altre volte ero in gruppo e tra cazzeggio e chiacchiere non ci fai caso molto*). Lì provai per la prima volta il disagio della sensazione della diversità, oltre che ad avere intorno una sorta di red zone di sicurezza che nessuno osa oltrepassare.


Poi per carità, sono educati e cortesi se hai bisogno di qualcosa e magari sono stato più oggetto di razzismo in un biergarten bavarese dove qualcuno mi avrà osservato pensando Ah, italiano, mafia, spaghetti mandolino e questo non posso saperlo.


* Anche se una volta a Nara non ci fecero salire sull’autobus, perché il conducente disse non accettava comitive. Non l’avevo mai sentita, questa.


E poi, infine, si è fatta viva anche una ragazza spagnola, che è anche venuta a vedere la stanza e ha deciso di prenderla. Avendo io dato il mio nulla osta, a giorni si trasferirà qui.

La cosa buffa è stata che a vedere casa si è presentata con il padre e il fratello.
Mentre CC le mostrava la stanza sono rimasto solo con loro due che mi guardavano.

Secondo me mi fissavano pensando Nu tuccari a picciridda o ti tagghiamu i cugghiuni, lu capisti?


D’ora in poi per scelta stilistica la famiglia spagnola parlerà siciliano.


È un barbaro cliché quello dell’attenzione ossessiva per i valori familiari in Sicilia, ma il siciliano è una lingua così bella e d’effetto per certe cose*. Avrei potuto farli parlare marchigiano, magari per esempio, ma non sarebbe stato lo stesso: Non ge shta niende da fare, shtatti attendo sai, te faccio cashcà li denti!


Un marchigiano che mi sono inventato così a orecchio, giusto per rendermi antipatico anche a qualche lettore della East Coast italiana.


* E poi visti i trascorsi storici, Spagna e Sicilia vanno a braccetto.


Comunque, dopo la mia seconda esperienza di convivenza con una cinese, sto cominciando a pensare che quel popolo abbia un problema nel gestire i rifiuti.

Nel mese trascorso in questa casa, CC si è occupata di differenziare plastica e carta.

Nel senso che lei prendeva la bottiglia e la metteva da parte, questo era il suo concetto di differenziazione.

Io, grattandomi la testa e a tratti una chiappa, osservavo crescere questa montagnetta differenziata.

Fino a quando non è partita lasciandomi questa eredità

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E va be’, Gintoki! Sono soltanto buste!

Errato. Sono buste piene. L’intero scatolo è pieno. Lo scatolo stesso è da buttare. Ho riempito due bustoni giganti di differenziata.

Comunque non voglio essere ingeneroso.
Ricordate la mannaia che tanta preoccupazione destò in me all’esordio di questa convivenza?
Ebbene, visto che CC aveva troppe cose da mettere in valigia, tanto da indurla a disfarsi del superfluo (ha lasciato anche dei vestiti, se la spagnola vuole se li prendesse pure, ha detto. Peccato che tra CC e CS ci siano quattro taglie di differenza), me l’ha lasciata.

Io avevo detto che l’avrei comprata, visto che ne aveva decantato le lodi, pura produzione di alta qualità cinese e bla bla. Ma al momento di darle il danaro ha detto Aò caro me spiace de pijarme i sordi. Famo che t’aa regalo dai, pe’ tutta aaa gentilezza tua, t’aaaa meriti.

Tutto è bene ciò che finisce in lame.

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Se scruti a lungo nella mannaia anche la mannaia guarderà dentro di te

Non è che un rugbista possa girovagare senza meta

È il mio ultimo mese di permanenza a Roma.
Per adesso.

Un po’ mi mancherà questa casa che tanti spunti per aneddoti interessanti mi ha fornito. Ultimamente però non ho altre curiosità da raccontare. A parte che la cinese ha passato lo scorso week end a Firenze con un “amico”: il fatto che abbia rimorchiato e sia partita per un w/e mi ha sconvolto.

Poi ho capito che si trattava di un altro cinese che va alla scuola di italiano con lei e la cosa mi è sembrata più normale, così come il fatto che in questi mesi il suo italiano sia addirittura peggiorato: se parla solo con connazionali, non fatico a crederlo.

Coinquilino invece in vista della mia partenza mi ha chiesto aiuto nel reperire un altro inquilino, chiedendo se io potessi sondare nel mio ambiente, perché vorrebbe in casa un altro che si occupa di cooperazione.

Una richiesta un po’ strana: è come se uno dicesse “Voglio affittare casa solo a un assicuratore”, oppure “A uno che progetta impianti termoidraulici” e così via.


Gli ho detto che gli avrei fatto sapere, la classica formula evasiva che uso quando in realtà non farò sapere un bel niente.


Perplesso, comunque, sono uscito per una passeggiata. Poco più in là di casa, degli operai stavano ritinteggiando la segnaletica stradale della fermata dell’autobus. La vernice si asciuga in pochi minuti: uno degli operai, per constatare la cosa, con la suola calpestava le strisce. Ho desiderato in quel momento di farlo anche io: l’operaio mi ha rivolto un’occhiataccia come se mi avesse letto nel pensiero e questa cosa mi ha preoccupato perché a volte ho proprio l’impressione che le persone mi leggano nella mente.

Ho girovagato senza meta.

A un certo punto non so perché sono entrato in un outlet non visibile dalla strada, cui si accede scendendo delle scale. Ero convinto di poter fare qualche affare, perché gli affari migliori li ho sempre fatti quando non avevo intenzione di comprare qualcosa.


O forse è una giustificazione per gli acquisti inutili.


Era una boutique per donne. O forse l’abbigliamento maschile era nascosto in un ripostiglio.


Comincia a infastidirmi questa cosa che nei negozi di abbigliamento i vestiti da donna siano all’ingresso e quelli da uomo o in fondo la sala o al piano superiore o, infine, a quello inferiore.


mara-carfagnaUn commesso che somigliava a Domenico Dolce mi ha guardato scrutandomi come fanno i poliziotti all’aeroporto. Una commessa che somigliava a Mara Carfagna – con il medesimo tipo di cranio che sembra si stia rimpicciolendo causando quella inestetica impressione che gli occhi stiano per uscire dalle orbite mentre forse è solo l’abuso di cocaina a renderli così – non mi ha nemmeno guardato.
Sono andato via.

Deciso a dare una seconda possibilità al mio istinto, sono salito su un autobus a caso. Ho assistito con vivo compatimento al tentativo di un paio di turisti tedeschi di obliterare il biglietto, fino a che non mi sono deciso a dirgli che la macchinetta credo fosse andata in tilt.

Sono sceso a Piazza del Popolo e poco più avanti ho trovato un negozio equo-solidale in cui mi sono infilato, per uscirne con paté al peperoncino e un infuso balsamico che non so quando utilizzerò perché le cose balsamiche mi nauseano. Faccio uno sforzo sovraumano per riuscire a sopportare una Halls, quando capita, nonostante la prenda a causa del naso otturato e la gola in fiamme.

Il proprietario equo-solidale mi ha trattenuto mezz’ora a parlare. Nel negozio c’era in diffusione La isla bonita di Madonna. Lui fa: “Qui dentro siamo rimasti agli anni ’80…”. “Vedo”, dico io, ridendo.

Da qui poi è iniziata una conversazione senza né capo né coda che è partita da un’apologia degli anni ’80, culminata con la visione dello spot del primo Macintosh del 1984 che il proprietario ci ha tenuto a farmi vedere su YouTube (lo spot, non il Macintosh), passando poi per lo spot Superga del 1997 con la musica dei Prodigy, attraversando riflessioni sull’arte come forma di comunicazione figlia del proprio tempo, per finire col proprietario che vuole aprire un outlet dove il vero proprietario – secondo lui – deve sentirsi il consumatore. Nel senso che il cliente entra nel negozio e deve sentirsi a proprio agio, si collega con lo smartphone alla rete del negozio e mette in diffusione la musica che vuole; se poi fa pubblicità al negozio sui social network, ottiene il 20% di sconto.


Ha detto anche altre cose sul suo progetto ma non mi dilungo.


Sono andato via contento di una cordiale chiacchierata ma chiedendomi, ancora una volta, perché io, dall’aspetto così taciturno e perennemente sulle mie, ispiri conversazioni agli sconosciuti.


Non è che tu possa fare a meno di un gatto in un momento topico

Abbiamo un topo in Casa Romana.

Questa è la notizia che un visibilmente turbato Coinquilino mi ha riferito con lunghe e ridondanti locuzioni. Degno fratello di cotanta sorella (la padrona di casa, specializzata in conversazioni ampollose e retoriche, oltre che nella fuga dai corridoi), mi ha narrato di come si è imbattuto nell’essere invasore, la propria sorpresa (mimata durante il racconto con una teatrale gestualità per manifestare il suo sconcerto), il dubbio sulle contromisure da prendere per eliminare l’intruso.

Mi ha coinvolto poi in una ricerca degli escrementi del ratto nel piccolo giardino, indicandomi ogni sostanza sospetta sul suolo al suon di “Questa secondo te cos’è?”.
Sì, aspetta che ne prendo un campione e lo analizzo in laboratorio. Darei anche una passata di luminol per controllare se nelle ultime ore abbia assassinato qualcuno.
Mi sentivo uno di CSI e avrei voluto esclamare qualche frase à la Horatio Caine, del tipo:

Quando il gatto non c’è
– pausa per inforcare gli occhiali –
i topi cagano.
Yeeeeeeh.

Prima aveva raccomandato me e Astro Nascente di non lasciare cibo in giro e io avrei voluto aggiungere “Ringrazia questa stonsa che non porta mai fuori la spazzatura ma la lascia lì a fermentare” ma prima di aprir bocca mi ha trascinato nella ricerca di reperti organici.

La cara ragazza ovviamente nonostante la mia richiesta non si è fatta passare neanche per l’anticamera e il guardaroba di quel teatro dell’opera diroccato che ha al posto del cervello di portare mai fuori la spazzatura. Allora io un giorno avevo deciso di fare come la Gran Bretagna fece quando Hitler si mangiò Austria e Cecoslovacchia: sbattermene.

Avevo utilizzato un mio sacchetto dove gettare la mia spazzatura non organica, mentre la pattumiera strabordante l’avevo lasciata a lei sperando che, nell’atto di premere e comprimerne il contenuto per far posto ad altro pattume, vedesse la mano tranciata dalla mandibola di un limone mutante formatosi dagli avanzi di ravioli, lattine di bevande gassate e vasetti di gelato. Purtroppo ciò non è avvenuto e ora non ho più fede nei b-movies.


Mi sarei anche accontentato che la roba schizzasse tutta fuori e le insozzasse le mani come una volta successe a me nel cercare di chiudere il sacchetto, ma sembra che io debba anche perdere fede nel potere salvifico e karmico dell’invocazione del Dio Anubi.


E dire che è ridicola la situazione: rifiuti organici io quasi non ne produco affatto – a pensarci è assurdo quanta spazzatura invece produciamo con carta e imballaggi nella società di oggi -, la maggior parte di essi è costituito spesso soltanto da bucce di banana perché ne sono un gran divoratore (Padre da anni infatti mi chiama gorilla). Purtroppo non conosco modo di riutilizzarle, anche se al liceo sapevo di una tizia che le faceva seccare, le tritata e le fumava.

Non ho idea della reale utilità di questa pratica, dei benefici in termini di sballo da essa derivanti e dell’esistenza o meno di un mercato di fumatori di bucce. Non voglio pensare all’idea che in tutti questi anni di ingerimento banane io abbia dilapidato un potenziale patrimonio: avrei potuto metter su uno spaccio di bucce di banana tritate e creare un impero, sarei stato il Pablo Escobanan dell’hinterland napoletano.


Per la cronaca in questo momento il topo è rinchiuso nel ripostiglio, dove Coinquilino l’ha avvistato questa mattina, in attesa che ingerisca il veleno o che almeno raccolga l’invito scritto sulla confezione: ESCA.


 

Non è che si chiamano “rifiuti” perché vuol dire che tu non ne vuoi più saperne

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Cosa rappresenta questa foto? Una pattumiera piena?
Errato.
Questo è il “Bentornato Gin-chan” che mi aspetta ogni sera, perché qualcuna, qualcuna che durante la giornata ha mangiato tortellini Rana e tutta un’altra serie di cose che sono l’equivalente in kcal del fabbisogno di tre persone, una volta che il sacchetto è pieno non si prende la briga di gettarlo.

Ho provato con la resistenza passiva la settimana scorsa, lasciando il sacchetto lì come stava, tanto io di rifiuti ne produco pochi: utilizzo molte cose prive di imballaggi. Il cartone vuoto del latte, l’unica cosa che avrei dovuto gettare, l’ho lasciato in frigo di proposito.

Dopo due giorni in cui il sacchetto è rimasto lì, pieno (anche se la roba al suo interno continuava ad aumentare, tanto da far raggiungere alla busta la densità di una nana bianca*), al terzo giorno, come predetto dalle Scritture, ha preso vita ed è andato a gettarsi da solo. O meglio, l’ha gettato Coinquilino, che è presenza sempre più evanescente in casa.


* Una nana bianca non è una donna caucasica bassa: è una stella di ridotte dimensioni (su scala stellare, ovviamente) ma dalla straordinaria compattezza e densità. Insomma è come fare l’amore in una vecchia 500: lì dentro si sta come in una nana bianca.


Ieri, dopo aver invocato la solita divinità egizia a cui mi rivolgo nei momenti d’ira, sono andato da lei sfondando la porta come Walker il Texas Ranger, dicendo: Vieni un po’ qua, vieni. Senti un po’, amante della Muraglia: ma per caso al Paese tuo la spazzatura ve la tenete in casa e la vegliate senza toccarla come fosse un caro defunto? No perché se vuoi ti piazzo un tabernacolo davanti e due candele e abbiamo fatto l’angolo votivo.

Questo è quello che la divinità egizia mi aveva suggerito di fare. Poi il Dalai Lama che è in me mi ha preso per mano, mi ha fatto bussare la porta e mi ha fatto spiegare ad Astro Nascente che la spazzatura, ogni tanto, si porta fuori.


Ho dovuto portarla davanti al bidone e, indicandolo, dire “Questo, se pieno, si porta fuori”. Non mi sono azzardato a dirglielo in inglese perché, seppur lei mi avesse detto che lo capiva meglio dell’italiano, quando arrivò in casa la prima volta e le chiesi “Where do you come from?” lei mi rispose “Grazie!”.


La sua risposta è stata:
– Aaaah, sì sì capito, grazie, grazie mille.

“Capito”? “Grazie mille”?

Avrei voluto rispondere così, ma il Dalai Lama mi stava ancora osservando, così ho ringraziato anche io e l’ho congedata.

La prossima volta ascolto Anubi.

Non è che nel basket non puoi migliorare molto soltanto perché non puoi fare passi avanti*


* La “violazione di passi” (o più comunemente soltanto “passi”) è tra le violazioni più comuni nel basket: è il movimento di uno o di entrambi i piedi mentre il pallone è trattenuto tra le mani.


Osservando la mia scarpiera (se ne avessi una, perché in realtà le mie scarpe sono sparse tra Casa Romana e Terra Stantìa) si potrebbe dire che io sia un grande sportivo. Ho due paia di scarpe da corsa, un paio di scarpe da calcetto e un paio di scarpe da basket.

In verità sono uno sportivo tarocco, a partire dalle calzature: un paio di quelle da corsa e quelle da basket le ho prese in saldo, le restanti sono cinesate delle cinesate: perché già normalmente le scarpe sono prodotte in Asia, queste qui sono una versione asiatica di quelle fatte in Asia, in pratica un subappalto di mediocrità.

Inoltre con lo sport ho soltanto dei rapporti occasionali, che capitano quando desideri sport ma non hai voglia di impegnarti in una relazione seria con lui.

Constatato ciò, mi sono iscritto due settimane fa a un corso serale da arbitro di pallacanestro, tenuto da un arbitro che sembra un personaggio di Corrado Guzzanti, sia come aspetto fisico che come modo di parlare e fare commenti. Forse è realmente Guzzanti che prova un suo personaggio prima di proporlo in televisione o teatro.

Dopo due lezioni ho capito una prima cosa: l’arbitraggio è un misto tra una danza e un’arte marziale. I movimenti sono decisi e netti come quelli di Steven Seagal che sgomina una banda, ma eleganti e raffinati come Roberto Bolle.


Poi nel caso a fine partita ti volessero menare sarebbe meglio essere più pratico di aikido che di Lago dei cigni.


Alza-abbassa-corri
Fischia-alza-abbassa
Corri-arretra-avanza

E così via. Se sbagli una sequenza è la fine.

E poi c’è la questione del fischio, che deve essere forte, sicuro, incisivo, tagliente. Ah regà, na lama! Na lama!  – Ha urlato al corso Corrado Guzzanti. In poche parole, deve essere un fischio maschio senza raschio.

La domanda che uno potrebbe porsi è perché mai la decisione di fare l’arbitro.

In verità mi trovo in un periodo di cambiamenti, di riflessioni (e di flessioni per mantenere una forma fisica accettabile) e pensieri e quindi niente di meglio di fare un qualcosa che tenga occupati, permetta di fare un po’ di movimento e dia anche modo di lavorare sulla personalità. In pratica è un po’ come fare un corso di yoga però col vantaggio che è gratuito.12042672_10207821329836079_8000376957344191433_n

La superficie di cannucce di bambù sottostante è la tovaglietta che uso per mangiare, gentilmente concessa da Coinquilino in usufrutto.


Mi sono accorto che è il terzo post di fila il cui titolo è introdotto da “Non”. È casuale, ma ora ho deciso di proseguire per questa strada e pubblicare solo post con il “Non”. Spero di riuscirci il più a lungo possibile e non essere vittima dell’ansia da prestazione. Un po’ come quando da bambino impari ad andare in bicicletta da solo: ti riesce finché non ti rendi conto che Ehi! Sto andando in bicicletta da solo! E quindi cadi.


L’esempio della bicicletta è di vita vissuta ma potrebbe non essere esemplificativo abbastanza perché non so come sia stata per gli altri la prima volta sulla bicicletta. Magari è successo soltanto a me, da buon sportivo tarocco.


Dalla cuCina con odore

Terzo appuntamento con gli aggiornamenti sulla mia vita romana e ora in salsa cinese.


DIDASCALIA RIASSUNTIVA
A fine giugno sono arrivate a casa due cinesi, una maestra di canto e la giovane allieva soprano che è venuta qui a Roma per proseguire gli studi di lirica.


Questa settimana Maestra è partita (per non so dove), quindi a casa è rimasta solo Astro Nascente. Da quando c’è lei l’aria in questa casa è cambiata: letteralmente. Infatti quando rincaso la sera vengo accolto da odori speziati, pungenti e persistenti tipici della cucina cinese.


DIDASCALIA GASTRONOMICA
Per convenzione parlo di “cucina cinese” per quanto in realtà non voglia dir nulla una simile definizione: per un Paese così vasto e popoloso non ha senso infatti parlare di un’unica cucina. È come riferirsi alla “cucina italiana”, ma quale? Quella degli ‘sfinci’ di Palermo o quella della ‘bagna càuda’ di Torino? Non c’è concordanza culinaria neanche tra corregionali: ad Avellino ignorano dei piatti che mangiamo a Napoli e viceversa.
Avrei voluto informarmi su quale fosse la provenienza specifica di Astro Nascente, ma quando le ho chiesto Where are you from?* mi ha risposto Grazie! e non ho insistito per non metterla in imbarazzo. Ma forse avrei dovuto perché quando si stanno imparando nuove lingue è necessario che qualcuno ti corregga o ti ripeta le cose.

* è stata lei a dirmi che parlava inglese meglio dell’italiano

Gli sfinci di san Giuseppe


Sono stato invitato due volte da Astro Nascente a condividere con lei la cena, ma per la fretta ho sempre rifiutato: spero però ci sarà un’altra occasione, perché la cucina cinese (si veda didascalia sopra) mi piace. Per quanto poi la sua presenza resti attaccata alle pareti a lungo.

Coinquilino oggi mi ha chiesto secondo me cosa si potrebbe usare per assorbire gli odori. Non ne ho alcuna idea e non so cosa si possa usare in una cucina, a parte tenere aperte le finestre.

Perciò, cari lettori, sondaggio: cosa usate per assorbire gli odori della cucina quando ci andate pesante col cavolo bollito e il baccalà?

Come disse il siamese, la Cina è micina


DIDASCALIA TECNICA
In questo post provo a mettere a punto il sistema delle didascalie di accompagnamento al testo. È ancora in fase di rodaggio.


Come accennavo nel post di ieri, a casa sono arrivate dalla Cina (non è chiaro se con furore o col furgone ma propenderei per quest’ultimo vista la quantità di roba che si son portate dietro) Maestra e Astro Nascente.

Incarnano in modo perfetto lo spirito economico del loro Paese: occupano, trasformano, si espandono.


DIDASCALIA DOVEROSA-1
Preciso che in tutto il post sto scherzando.
Sono due persone molto educate e gentili, anche troppo: oggi Maestra era in cucina, seduta a messaggiare con lo smartphone. Sono entrato e ho chiesto se le servissero i fornelli. Lei si è alzata esclamando “No no no fai fai!” e vrummm è andata via. Mi sono sentito in colpa, si sarà sentita scacciata.


Il problema è che quando si ha a che fare con uno come me, a un tacca così (fare il gesto di avvicinare indice e pollice senza che si sfiorino) dal disturbo ossessivo compulsivo, certe cose sono molto complicate.

Entro in casa lunedì mattina, vado in bagno (il mio bagno) e trovo la tavoletta abbassata. Il mio bagno personale è stato utilizzato. È inaccettabile in quanto costituisce una violazione della mia privacy: io, convinto che il bagno sia a mio usufrutto personale, potrei anche lasciarvi del materiale compromettente. Riviste di meccanica, fiori anche se non è detto che io debba fare il fiorista. E poi qualcuno invece entra senza autorizzazione!

In cucina sono invece subito apparse delle bustine di tè, abbandonate dove capita, per marcare il territorio. Sul microonde, ad esempio, come dimostra il Reperto 1:

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Reperto 1

Perché mai delle bustine di tè dovrebbero giacere sul microonde quando c’è un’intera cucina piena di mobili, ante e ripiani? È chiaro che stiano tentando di piantare delle bandierine, pardon, delle bustine.

E, ancora, perché sempre sul suddetto elettrodomestico c’è un uovo sodo da stamattina, come evidenziato dal Reperto 2?

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Reperto 2

Nel cesto della frutta invece giacciono abbandonati mezzi limoni, mezze banane e mezze mele, come si può notare dal terzo e ultimo reperto.

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Reperto 3

E io mi chiedo: può capitare di dover utilizzare soltanto metà limone e che quindi l’altra rimanga inutilizzata: ma perché ce ne sono due metà, allora? Non era il caso di usare la metà rimasta prima di aprire un altro limone?!

Potrei sorvolare su tutto questo se non fosse per un altro grave problema.
La pattumiera.
Ho già i miei problemi con Coinquilino che porta fuori la spazzatura a ogni cambio di stagione: l’ha fatto a marzo per salutare la primavera, ora l’ha fatto di recente per l’arrivo dell’estate.

Maestra e Astro Nascente hanno invece un’idea molto personale della gestione del pattume: riempire tutto sino all’orlo e, quando sta per traboccare, spingere giù per incastrare altre cose come nel Tetris. È chiaro che più la colonna di incastri sale più si avvicina il game over e a chi toccherà tale onta? A chi prenderà in mano il sacchetto, cioè il sottoscritto.

Purtroppo sono in una situazione di scarso potere: Maestra è una vecchia fiamma di Coinquilino. Magari un giorno si scoprirà che Astro Nascente è figlia di Maestra e che Coinquilino potrebbe esserne il padre.


DIDASCALIA DOVEROSA-2
Se non era chiaro dalla prima didascalia, sto volutamente esagerando. Fossero questi veramente i problemi della vita o della coabitazione.



DIDASCALIA POLEMICA
Ciò non toglie che la questione della pattumiera mi provochi pessimismo e fastidio.


DIDASCALIA DELLA DIDASCALIA POLEMICA
La didascalia precedente non era invece scherzosa.


Questa storia dell’olio ha rotto le palme

Sottotitolo: la Cina è in cucina.

Mio nonno diceva sempre che bisogna scegliersi le proprie battaglie.
Non è vero, non me l’ha mai detto, ma avrebbe potuto farlo mentre mi insegnava a fare il vino o le conserve di pomodori.

Oggigiorno il mondo sembra impegnato in tante battaglie. Uno dei nemici odierni che ho scoperto recentemente, più dannoso del Da’ish*, più infestante della cellulite e più noioso di un comizio elettorale, a quanto pare è l’olio di palma.
* acronimo di al-Dawla al-Islāmiyya fī al-ʿIrāq wa l-Shām, Stato Islamico di Iraq e Grande Siria.

A prescindere da come la si pensi in merito, credo che al giorno d’oggi se si vuol esser certi di cosa si stia consumando bisognerebbe ritirarsi in un rettangolo di terra con un paio di animali e un orticello.

Ci ripensavo quando sono entrato l’altro giorno in un negozio bio e ne sono uscito bestemmiando contro bio per i prezzi da gioielleria che ci sono all’interno. La qualità si paga così come si paga la quantità di lavoro che c’è in quel prodotto, certamente. Ma se volessimo essere tutti bio ci vorrebbero stipendi da ingegneri (ingegneri non italiani perché ho visto ingegneri qui lavorare gratis o a 1000 euro al mese). Quindi tocca accontentarsi delle confetture industriali che costano meno e che sull’etichetta scrivono “con vera frutta!” come se fosse un valore aggiunto**
** Il che apre considerazioni inquietanti: sulle altre c’è della finta frutta? Mi ricorda quando comprai uno yogurt Muller. “Alla ciliegia” era scritto sulla confezione. Poi leggo l’etichetta e c’era scritto “con 33% di frutta (di cui 39% ciliegie)”. E quindi il 39% di ciliegia su un 33% di frutta (ripeto, non il 39% sul 100% di prodotto, ma il 39% del 33!) ne farebbe uno yogurt “alla ciliegia”? Più che fate l’amore con il sapore, è fate sesso con gli sconosciuti.

D’altro canto ammesso e non concesso che i costi fossero accessibili, mi chiedo se di prodotti naturali e non industriali ce ne sarebbe abbastanza per tutti. Mi piacerebbe, ad esempio, che il resto d’Italia sapesse quanto è buona una Margherita col pomodoro datterino giallo***, ma credo che se tutta Italia volesse pizze col datterino giallo neanche se ci limitassimo a un pomodoro a testa ciascuno la produzione basterebbe a soddisfare la richiesta.
*** chiamato anche Lemon Plum, è una varietà di pomodoro dal colore giallo ambrato-arancio coltivata secoli fa e che si riteneva scomparsa.

A proposito di pomodori, a Casa Romana sono arrivate due cinesi. Una è una vecchia amica di Coinquilino, insegnante di canto, che accompagna la sua discepola, futuro astro nascente della lirica del celeste impero che è a Roma per perfezionarsi. A quanto pare Astro Nascente resterà a lungo qui, anche se non so quanto.

Ebbene, Maestra e Astro Nascente hanno portato con sé in valigia due barattoli di salsa di pomodori cinesi. Forse pensavano di non trovarne in Italia?

E voi, mangereste pomodori cinesi?****
Io no per diversi motivi, ma forse sono vittima di luoghi comuni.
****Magari ne ho/avete già mangiati a mia/vostra insaputa in un ristorante italiano o in una pizzeria.

È un luogo comune quello che mi faceva ritenere le cinesi tutte graciline e piccoline. Poi ho visto Astro Nascente e mi son reso conto che al confronto sembro io il cinese. I cinesi stanno crescendo.

Io non sono così piccolo, anzi, fossi cresciuto una-due generazioni fa sarei probabilmente stato considerato alto.

Il problema delle generazioni odierne è che sono grosse, troppo. Mi hanno detto che per colpa loro hanno anche ridefinito le taglie delle scarpe. Non so se sia vero, ma fino a una decina d’anni fa io compravo sneakers numero 44/45. Poi un giorno provandolo in negozio il 45 ha cominciato a farmi l’effetto delle scarpe di Pippo. Oggi porto 43.

Dev’essere colpa di tutti gli ormoni che hanno assunto col cibo. Io ricordo alle scuole medie le mie compagne erano piatte, a parte due-tre sviluppate e una che invece era veramente molto avanti. Quest’ultima aveva anche una cotta per me, pare, ma a 12 anni purtroppo pensavo al fantacalcio e non alle fantatette.

È impossibile controllare ciò che assumiamo, ergo, e ciò apre delle questioni: un mio futuro figlio nascerà già dotato di baffi e fluente barba? Se sì, esistono camicie a quadri per neonati? È un problema notevole, qualcuno dovrebbe interessarsene.

Ho una chitarra che non so più dove sia. Infatti è scordata.

Sottotitolo: è così stancante dimenticare sempre le cose che alla sera arrivi a casa distratto.

Forse l’avrò già scritto, ma nel frattempo ho dimenticato di averlo fatto e quindi lo riscrivo. Ho la tendenza a distrarmi e dimenticare le cose. L’attimo prima mi sto dicendo “devo ricordarmi di fare questo”, l’attimo dopo il pensiero è stato azzerato.

Mi rincuora il fatto di essere sempre stato così sin da bambino, quindi gli episodi che mi capitano non sono segni di un deterioramento precoce delle facoltà mentali.

Ho l’abilità di andare a fare la spesa e comprare tutto tranne la cosa che mi serviva e che era il motivo per cui ero lì. Eppure ho un’alimentazione molto parca – parca miseria! – fatta di pasta, legumi, pesce, insalata e frutta, quindi non dovrebbe essere difficile tenere a mente la lista della spesa.

Purtroppo a rotazione ogni settimana dimentico invece di comprare uno degli alimenti citati.

L’andirivieni settimanale da Terra Stantìa a “Aaa Capitale” aumenta il rischio di dimenticanze. Mi è capitato di lasciare a casa
– asciugamani
– occhiali (più di una volta)
– lentine
– quaderno appunti
– chiavi (di casa a Terra Stantìa, per fortuna).

Sempre con la stessa modalità: una cosa a settimana.

In compenso non dimentico gli orari né itinerari/distanze/tempi di percorrenza. Appuntamenti, treni, aerei. Se viaggiate con me state certi di arrivare puntuali. Magari senza le valigie, che saranno rimaste indietro, però volete mettere la soddisfazione di arrivare all’aeroporto con la possibilità di sbrigare tutto con calma?

Per non rischiare di dimenticare cellulare, portafogli e fazzoletti (le cose che un maschio in genere porta in tasca), quando esco di casa mi esibisco in un balletto che è un misto tra la macarena e una perquisizione: mi tasto per verificare che il necessario sia al proprio posto.

Questa sera ho purtroppo invece lasciato il giubbetto di jeans in aula. Breve digressione sul giubbetto di jeans: è quel capo che porto in giro appollaiato sulla mia spalla o a peso morto sul mio avambraccio per prendere aria, dato che non lo indosso mai perché, pur col tempo variabile, fa sempre troppo caldo.

È la prova provata da test clinici che il capo da mezza stagione non esiste, perché o fa troppo freddo o fa troppo caldo per poterlo indossare.

Lo scopo di giubbetto di jeans a questo punto diventa quello di: posto in cui riporre le chiavi.

Bingo.

Giunto sotto casa mi sono posto una domanda, gettando un’occhiata al mio corpo: ma io non avevo un giubbetto con me?

Poi mi sono posto una seconda domanda: ma io le chiavi non le metto sempre nella tasca anteriore del suddetto giubbetto?

Fortunatamente Coinquilino era reperibile, mentre il prezioso reperto potrò recuperarlo domattina.

A meno che io non me ne dimentichi.

post scriptum: la cosa buffa è che veramente a casa ho due chitarre, scordate!

Come dicevano negli anni ’80, il Den Harrow non fa la felicità

Il mio obiettivo di questa settimana era sopravvivere da martedì a venerdì con 10 euro in tasca. Traguardo ampiamente alla mia portata perché a volte sono riuscito anche a tirare avanti con soli 5 euro. Il segreto è non spenderli.

Il mio programma è andato a farsi benedire quando lo stesso martedì la caldaia si è spenta per non riaccendersi più (ne danno il triste annuncio gli utilizzatori dell’acqua calda, Me Medesimo e Coinquilino) e il tecnico il giorno dopo ha presentato un conto di 210 euro. Tale conto andava diviso a metà, come avevo concordato sin dall’inizio con Coinquilino che mercoledì sera mi ha poi fatto trovare sul tavolo della cucina:
– i pezzi sostituiti dal tecnico
– la fattura
– un lunghissimo biglietto in cui mi spiegava il tutto e specificava l’esborso maledicendolo come un “balzello della malìa” o qualcosa di simile*
*Non so se ho letto bene, comunque non ho mai sentito un’espressione simile. Se qualcuno ne è a conoscenza, si faccia vivo e mi illumini.

Quindi dopo aver prelevato 150 (i piccoli tagli negli ATM vanno sempre via), ho lasciato sul tavolo 110 euro, tenendo in tasca 50 che non immaginavo mi avrebbero impedito questa sera di prendere la metro.

Avevo appuntamento a casa di questo bel gattone

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dimenticando, da furbone qual io sono, che le macchinette per fare il biglietto non accettano carte o bancomat e che il resto massimo che possono dare è pari al costo di una caramella Goleador.

I negozi intorno erano tutti chiusi, ammesso e non concesso che qualcuno avrebbe accettato di cambiare 50 euro. Mi è già successo in passato che qualcuno mi dicesse di non avere contante da cambiare* e comprendo anche il motivo: con i tempi che corrono**, non è semplice fidarsi del prossimo. E capisco anche che forse il mio aspetto barbuto-casual non ispiri fiducia.
* Una farmacia e un minimarket che non hanno contante, mah!
** Ma poi dove corrono questi tempi?

E pensare che quando Coinquilino mi ha ringraziato per i soldi e mi ha detto “Devo darti 5 euro di resto, perdonami ma al momento non ho spiccioli” io ho anche risposto, con sicumera, “Figurati, fa’ con comodo”, tronfio del mio bigliettone da 50 che avevo in tasca che mi permetteva di assumere pose da ricco.

E poi accade che sei ricco e non puoi prendere la metro!* **
* Con gli autobus – sottolineo il plurale perché avrei dovuto prenderne più di uno per raggiungere la meta – ci avrei impiegato un paio d’ore, probabilmente.
** Sì, mi è anche passata per la testa l’idea di scavalcare i tornelli.

NOTA
Il gatto di cui ho pubblicato le foto senza fargli cliccare l’accettazione dei cookie (sembra che sia diventata una necessità, anche il mio barbiere l’altro giorno prima di tagliarmi i capelli mi ha chiesto l’autorizzazione a procedere) è della coinquilina di una collega, a casa della quale dovevamo recarci per un lavoro da portare a termine entro domani. L’assenza non mi esonera dal fare la mia parte, purtroppo.

E ora, visto che è stato citato – e lui citato dovrebbe esserlo anche per tutta un’altra serie di ragioni – un po’ di trash anni ’80

Mentre montava un letto IKEA si chiedeva quale fosse il senso della vite

In settimana in Casa Romana abbiamo avuto ospiti. I preparativi sono iniziati lunedì mattina, quando nel rientrare ho trovato Coinquilino intento a tentare di montare un vecchio letto IKEA in Stanza Inutilizzata (la cui funzione attuale era quella di ospitare un armadio vuoto e un router, il che mi aveva creato molte aspettative su questo appartamento quando sono andato a visitarlo, persino il router ha una stanza tutta per sé!).

Mi ha spiegato che attendeva un’ospite, una sua vecchia amica, e ne approfittava per riadattare S.I. in una stanza degli ospiti. Purtroppo, del letto erano andate disperse alcune viti: il servizievole customer care del supermercato dell’arredamento svedese si era impegnato a spedirle, ma non sarebbero arrivate in tempo.

Così, il giorno dopo, Coinquilino ha comprato un altro letto sempre dal summenzionato negozio.

Sì, avete letto bene. Ha preferito comprare un altro letto per risolvere il problema della viti.
Provate a farlo a casa vostra: invece di cambiare le lampadine, cambiate lampadario. Invece di cambiare i pneumatici dell’auto, compratene un’altra. Invece di cambiare il pannolino al bambino, fatene un altro!

Mercoledì, invece, per tutto il giorno ha pulito casa da cima a fondo, in vista dell’arrivo in serata della importante ospite.

Mi ha colpito un dettaglio: nella stanza degli ospiti Coinquilino aveva posto sulla libreria una foto di almeno 20 anni prima, in cui lui, giuovinotto, sedeva a torso nudo e col nero capello (col ciuffo da Tom Cruise in “Il socio”) su una barca di legno spiaggiata.

Mi sono quindi fatto un film mentale su questa ospite, aspettandomi un’avvenente ed elegante signora sulla quale Coinquilino volesse far colpo.

Sono anch’io una vittima dei giudizi affrettati, confesso. Perché son rimasto un po’ deluso quando ho visto Ospite: una donna tedesca dai capelli biondo pagliericcio appassionata di bici e dal viso cotto e rinsecchito dal sole.

Il giorno dopo mi incontrano in cucina, mentre stavo cuocendo dei fagioli da mettere da parte per congelarli.

– Ah, i tuoi soliti fagioli!
esclama Coinquilino

Calma.
Che vuol dire “soliti”? Li mangio due volte a settimana perché carne non ne mangio se non nel week end, problemi?

– Ma, volevo chiederti – prosegue – sono speciali? Perché vedo li metti sempre in ammollo per ore, come si spiega?

Calma#2.
Capisco che il tuo regime alimentare sia fatto di scatolette e Saikebon, ma non dirmi che non sai che i fagioli secchi si mettono in ammollo. Li avrai visti in vita tua, almeno da bambino!…O a casa avevate il maggiordomo?

Avrei voluto rispondergli “sì, sono fagioli magici”, ma pareva brutto.

Intanto ospite si era avvicinata guardando fisso nella pentola, per poi chiedermi quanto li facessi cuocere.

– Due ore.
– Due ore addirittura!?
– Sì.

L’ho perdonata perché era ospite e tedesca. Credo avrebbe gradito maggiori rivelazioni culinarie, ma dato che le mie attenzioni erano dedicate solo e soltanto alla pentola, dopo essere stata un paio di minuti a osservare ha ritenuto poi più produttivo andare in giardino a contemplare una peonia.

Dedicata a Ospite: