Recensire mutande e reggiseni non fa di te uno scrittore intimista

Lulu mi ha chiesto di scrivere qualcosa da farle leggere. Non una fiaba o un racconto, la richiesta è stata molto più specifica: “qualcosa che ti viene in mente”.

Ho sempre timore del qualcosa: qualcosa da dire, qualcosa da pensare, qualcosa di personale.

Qualcosa deve venire da dentro, qualcosa è qualcosa che in genere non si mostra. Come una canottiera, non la si fa certo vedere agli altri.


DIDASCALIA ESTETICA
Anche se ricordo qualche tempo fa la moda della canottiera bianca per uscire il sabato sera e io pensavo ogni volta agli americani che hanno in mente lo stereotipo dell’italiano canottiera e baffoni.


Ho sempre problemi a raccontare qualcosa di mio. Sul blog può essere più semplice perché io non conosco chi mi legge e chi mi legge non conosce me, quindi tra non conoscenti ci si può sentire più a proprio agio. E comunque non è detto, perché non scrivo tutto e se per caso lo scrivessi lo camufferei in modo che chi legge non possa avere idea alcuna di cosa io stia parlando.


A volte mi è riuscito così bene che anche io non capivo più di cosa stessi parlando.


Questa stipsi espressiva l’ho sempre avuta. A scuola non amavo le tracce dei temi troppo intimiste: “Parla del valore che ha per te l’amicizia raccontando un episodio in cui un amico è stato per te importante”.

Cosa dovevo dire dell’amicizia? Al massimo, essendo gatto, potevo scrivere della micizia.

Per questo sceglievo sempre il saggio breve, l’articolo o il tema di attualità. Purtroppo, tutti gli insegnanti assegnavano come compiti per casa per le settimane successive le altre tracce. E quando non c’erano compiti in classe in quel periodo, un tema personale come lavoro a casa finiva sempre nell’assegno.

In genere evadevo sempre il tema in maniera molto impersonale e distaccata. Nel caso citato come esempio, dopo qualche frase retorica e ridondante (e anche verbosa e prolissa per riempire la pagina) sull’amicizia, concludevo brevemente con un esempio freddo e materialista: un amico è stato per me importante quando mi ha ceduto la figurina di Roberto Policano.


DIDASCALIA CALCISTICA
Roberto Policano, classe ’64, è un ex calciatore che ha vestito, tra le altre, le maglie di Roma, Torino e Napoli a cavallo di ’80 e ’90. Era detto Rambo per la grinta che metteva in campo. Per dare un’idea del personaggio, consiglio di guardare questo video storico della purtroppo sfortunata finale di Coppa Uefa del 1992 del Toro. Minuto 4:44, lo svedese Pettersson perde tempo vicino la bandierina per far trascorrere i secondi, Rambo irrompe e fa giustizia. Lo svedese tornerà a casa con un braccio rotto…


Il clou lo raggiunsi una volta, alle scuole medie. Compito a casa (non ricordo la traccia per filo e per segno ma il senso era questo): “Parla dell’importanza del ricevere aiuto e di quando tu ne hai avuto bisogno”.

Svolgimento:
Non ho mai chiesto l’aiuto di qualcuno e se l’ho chiesto non me lo ricordo.

La professoressa, che mi aveva chiesto di leggere il mio tema, ascoltando queste parole esclamò: Eccolo! Il solito Gintoki, arrogante e irriverente. Bah, vai avanti, su.

Prof, guardi che è finito qui, dissi.

Scoppio di risa della classe. La professoressa sgranò gli occhi, poi riprese lucidità e mi mise una nota sul registro.

Suonò la campanella in quel momento. Ero stato beffato a pochi minuti dal fischio finale!

Alla luce di queste premesse, come mi si può chiedere di essere intimo? E poi intimo come? Di seta, di cotone, di lycra, di microfibra?

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Essere ingegnoso non fa di te un ingegnere, esser Regina non fa di te un rotolone, ma essere Jon Snow fa di te un ignorante

È possibile che esistano persone che nascano sapendo le cose. Conoscendo già quel che devono fare.

Per esempio, prendiamo una mia ex compagna di classe: terminato il liceo, se ne è immediatamente andata a Milano, ha frequentato la Bocconi, subito dopo si è trasferita a Londra dove lavora in banca. Da queste parti non ci è tornata più (come darle torto), tranne solo per sposarsi la settimana scorsa in un ristorante in collina sul mare (no non è un refuso, è la collina che guarda sul mare, o il mare che guarda dentro la collina, in ogni caso si guardano) con un ragazzo conosciuto nel Regno e che somiglia, per aspetto e portamento, al Principe William. O a Harry, dimentico sempre tra i due chi è il padre di famiglia e chi il puttaniere. Mi auguro abbia sposato il padre di famiglia anche se brutto, forse è meglio un puttaniere bello, comunque diciamo lui somiglia a quello che dovrebbe essere Re, anche se non ho capito alla morte della Regina dai cappelli improbabili chi sarà il Re, se Charles, William o l’ultimo arrivato di cui non ricordo il nome.


INTERMEZZO
Sulla famiglia reale inglese ho un aneddoto riguardante Madre. Un giorno, dopo che un servizio del Tg2 aveva parlato delle vacanze dei reali nel Castello di Windsor, Madre esclamò: “Guarda i nobili possono tutto, hanno messo il loro nome a un castello medioevale”.
Feci presente che era il contrario e che furono loro ad assumere il nome del castello, in quanto in piena guerra mondiale non era carino ostentare un casato di origine tedesca…

Mentre, invece, non ricordo chi sollevò la questione sul perché i reali inglesi avessero nomi italiani…


Io, invece, sono come Giovanni Neve: non so niente. Ma non lo so molto bene e da prima che diventasse di moda.

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Vivo seguendo le ispirazioni del momento, a volte anche le aspirazioni.
Come quando a 18 anni mi iscrissi a ingegneria perché mi dissero “sei proprio ingegnere!” una sera d’estate fuori a un bar, quando trovai il modo di continuare a bere una granita nonostante il bicchiere perdesse.

Non ci sono più ricascato, in seguito. Nonostante mi dicano sempre che sono molto diplomatico, non ho mai tentato questa strada. Essenzialmente perché non mi piace. E, in secondo luogo, perché non sono affatto diplomatico. O meglio, so esserlo su questioni che per me non hanno interesse alcuno. Quando invece a essere toccato è un mio interesse personale, sono molto collerico ed emotivo.

Fossi un diplomatico, potrei far scoppiare un conflitto per una telefonata in un momento inopportuno, ad esempio quando sto per farmi una doccia.

Considerando, però, il mio disinteresse congenito per ciò che non m’appartiene, forse sarei stato un buon uomo da relazioni internazionali.


DIDASCALIA LETTERARIA
Come scrisse Honorè de Balzac in “Illusioni perdute”:
Diplomazia, scienza di coloro che non ne hanno nessuna e la cui profondità consiste nel loro vuoto; scienza del resto molto comoda, nel senso che si esplicita con l’esercizio stesso dei suoi alti impieghi; che, esigendo uomini discreti, permette agli ignoranti di non dire nulla, di trincerarsi dietro a misteriose scrollate di capo; che, insomma, ha come vero campione chi nuota tenendo la testa fuori dal fiume degli avvenimenti e sembra così dirigerlo, il che diventa una questione di leggerezza specifica.
P. 52, ed. Oscar Mondadori.


Che dire, sarebbe il mio ritratto se non fosse che non sono capace di tenere la testa fuori dal fiume, in quanto non so nuotare.

Il sonno della ragione genera Bill Cosby

Mi sono svegliato da un sonnellino calcistico, perché credo sia durato intorno ai 90 minuti + recupero. E ho fatto un sogno parecchio contorto, credo sia imputabile a ciò che ho ingerito e non ancora digerito nelle ore precedenti.

Ore 13 e un po’: aperitivo con
– apertass
– bruschetta ricotta, noci, pancetta e spolverata di pistacchio
– bruschetta con mozzarella e peperoni verdi
– salame
– paninetto ripieno di parmigiana di melenzane
– 3 spicchi di cocco che forse eran lì per decorazione ma per sicurezza li ho fatti sparire per far capire che qui nessuno è il cocco di qualcuno

+ bis con

– bruschetta crema di patate e decorazione di prosciutto
– bruschetta provola e melenzane.

Tornato a casa, alle 14 ho anche pranzato perché avevo preparato per Padre che tornava da lavoro e pareva brutto non fargli compagnia, inoltre già che c’ero dopo l’aperitivo viene l’ape-tito.

Poi dopo ho perso la memoria sino a questo momento.

Ricordo di aver fatto un sogno lunghissimo di cui rammento solo l’ultima parte: Bill Cosby che in una stanza d’albergo viene minacciato da una donna al telefono: al che lui corre a prendere una mazza da baseball e minaccia di distruggere il suddetto telefono, con la donna che, spaventata, dice di non farlo. E io vedo il tutto dalla visuale del comodino. Cioè io ero il comodino, forse.

Poi la mia visuale cambia, io sono all’interno di una stanza d’albergo (non la stessa): guardo il telefono, poi rammento di dover prendere la mia tagliola da orsi (non viaggio mai senza!) e di piazzarla all’ingresso della stanza perché non si sa mai chi può presentarsi di notte.

Già, chi si dovrebbe presentare di notte? – mi chiedo mentre la sistemo giusto davanti la porta.
Faccio spallucce e mi dico Oh beh, lo scopriremo stanotte.

Poi rifletto sul fatto che quello sia l’ultimo giorno di vacanza e non mi sono neanche un po’ goduto l’Oriente – già, perché io sono in Oriente!

Sono in Oriente, giusto? – mi domando e mi affaccio alla finestra per sicurezza.

Vedo una strada, fiancheggiata da un prato erboso contornato da alberi e gente che passeggia.

Ah, già: sono in Oriente – mi dico.

E poi mi sveglio.

Dannate fette di cocco, sapevo che mi avrebbero fatto male.

Ciò che più mi inquieta è il significato del sogno: ho paura di Bill Cosby? Io sono Bill Cosby o il suo comodino? E, soprattutto: dove è finita la mia tagliola per orsi?

Una volta presi un aereo, poi ho dovuto restituirlo


Il post che segue può contenere riferimenti a prodotti commerciali


Qualche giorno fa il faraonico ysingrinus nei commenti di un post mi ha illuminato sull’argomento aeroporti, da utilizzare nelle conversazioni ignoranti col barbiere.


Dicesi conversazione ignorante quello scambio di chiacchiere riguardante una materia di cui non si sa nulla ma della quale si finge competenza per far trascorrere il tempo. È uno strumento utilizzato in tutte quelle situazioni in cui ci si trova costretti a stare con altre persone e si avverte l’urgenza di rompere il silenzio.


Dato che non ho molta dimestichezza, vorrei far pratica sul mio blog.

L’argomento mi è quanto mai attuale, perché dovrò prendere un aereo per partire per le vacanze ma ancora non ho capito se mi sarà possibile o meno. Parto da Fiumicello (o Fiumiciattolo), dove qualche tempo fa un intero terminal (quello da cui parto) ha preso fuoco. Fino a poco tempo fa un giorno sì e l’altro pure era minacciata la chiusura dell’intera struttura, causa contaminazioni tossiche dovute all’incendio. Poi, forse, il fatto che nei mesi estivi centinaia di migliaia di persone transitino per quello scalo avrà fatto passare in secondo piano le condizioni ambientali.


Questo accenno potrebbe essere solo un espediente per annunciare che parto per le vacanze, in ossequio a una consuetudine in uso nei blog, in cui il gestore appende un virtuale cartello di chiusura per ferie: però io non ho detto quando parto, potrebbe essere domattina o tra un mese o anche mai, quindi magari potrei essermi inventato tutto solo per avere una scusa per parlare di aeroporti.


La prima volta che ho preso un aereo, non sapendo se mi avrebbe fatto venire la nausea o meno, presi le pillole contro la nausea da viaggio.

Le pillole mi fecero venire la nausea.

Poi ho pensato che era colpa mia perché forse avrei dovuto prendere anche le pillole contro la nausea causata dalle pillole.

L’aeroporto per me è sempre un posto che mi affascina ma fatico a comprendere appieno.

Perché, ad esempio, mi viene controllata la valigia al microgrammo e poi al duty free posso comprare un paio di chili di prodotti?

Qualche anno fa, di ritorno da Barcelona, mi successe una cosa curiosa. Prima di ritirare la carta d’imbarco, inserisco la valigia nell’apposito scomparto: tutto ok. Avevo preventivamente indossato una felpa che causava un certo gonfiore addominale al bagaglio. Una cosa che fanno tutti, l’importante è non fare la fine di quello che ha indossato tutti i vestiti in valigia e poi è svenuto per un colpo di calore.

Passati tutti i controlli, mi tolgo la felpa e la rimetto in valigia. Al Duty Free compro un po’ di carabattole perché a me piace comprare carabattole e mi imbarco con bagaglio e un bustone pieno di roba. Prima di salire sull’aereo, le hostess impongono un altro controllo del bagaglio: il mio non entra e vogliono rispedirmi indietro. Allora apro la valigia, tolgo la felpa e la infilo nel bustone, chiudo, mostro alla mujer che il bagaglio entra nel gabbiotto e vado avanti.

Fatico ancora a comprendere il significato di tutto ciò.

L’altra cosa che non capisco è come siano tarati i metal detector. All’aeroporto di partenza in genere le scarpe fanno suonare il detector: gomma e tela che suonano?…Ah, giusto: gli occhielli in metallo delle Converse e di tutte le scarpe simil-Converse, come ben evidenziato in fig. 1.

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Fig. 1 – Le mie attuali fantastiche scarpe. Fonte: la mia scarpiera.

All’aeroporto d’arrivo, quando era il momento di ripartire, mi è spesso successo che non suonassero.

Misteri.

Come è un mistero, per il precedente discorso sulla suddivisione del bagaglio, che alcune compagnie low cost ti permettano di portare, oltre al bagaglio a mano, un notebook con la relativa custodia, la quale può benissimo diventare un bagaglio aggiuntivo: basta saper ottimizzare gli spazi e averne una morbida e, quindi, propensa a espandersi.

Gli aeroporti mi divertono perché ognuno è fatto in un modo. C’è chi si sviluppa in lunghezza, chi in altezza, chi in profondità…la caratteristica comune è che tutti prevedono di dover percorrere chilometri per uscirne. Mentre il tragitto di entrata ho notato che è in genere molto più breve, anche se il terminal è lo stesso. Ho iniziato quindi a favoleggiare sull’esistenza di distorsioni spazio-temporali all’interno delle strutture aeroportuali, che dilatano o restringono tempo e spazio a seconda dell’orientamento del moto dell’osservatore.

Negli aeroporti si mangia da schifo, ma non ho compiuto un’indagine approfondita al riguardo – da buon terrone sono della scuola “presentarsi già pranzati anche se parti alle 10 del mattino” oppure “mi porto la merenda da casa” – e non saprei supportare la mia affermazione con solide argomentazioni. E questo schifo costa anche quanto un pranzo in un ristorante stellato.


DIDASCALIA GASTRONOMICA
Se invece avete mangiato bene in un aeroporto, vi prego di segnalarlo nei commenti.


L’individuo che mi incuriosisce di più è l’omino che smista la fila ai controlli: è un addetto tuttofare o un omino specializzato?

All’aeroporto di Osaka c’erano ben tre omini smistatori: un omino che ti indicava una grossa scrivania dove prendere e compilare i moduli di arrivo, un omino all’inizio della fila che controllava se il modulo fosse compilato prima di farti passare, un omino che ti diceva quando stare fermo e quando avanzare verso il controllo dell’identità e la raccolta delle impronte.

Se la nostra società contemplasse l’uso degli omini in ogni ambito, la disoccupazione si azzererebbe.

Gli omini della sicurezza dell’aeroporto di Francoforte sul Meno sono gentili ma severi ed è bene non farli incazzare. Da qui il mio ribattezzare in “Francoforte ti Meno”.

Direi che ho materiale sufficiente da sottoporre al barbiere.

Anzi, se arricchiste il post con i vostri commenti sugli aeroporti, ve ne sarei grato perché potrei essere in grado di sostenere più conversazioni ignoranti per più sedute di taglio capelli!

Da esperta di informatica, in quei giorni utilizzava solo Linux

Sottotitolo: dalle Cronache di conversazioni premestruali, Libro V del Porno di Sade

h 11:00 –  telefono
– Ho il frigo vuoto. Dovrei fare la spesa ma mi scoccio.
Gin: Ti accompagno al supermercato?
– Non lo so, mi scoccio di scendere. Ti faccio sapere.

h 13:00 – telefono
Gin: Alla fine con cosa pranzi?
– Non lo so. Magari mangio un po’ di bresaola.
Gin: Ti serve qualcosa? Te lo porto.
– No no, grazie, non ti preoccupare.

h 17:00 – telefono
– Avrei quasi voglia di pizza.
Gin: Stasera scendiamo a mangiarcene una?
– Non lo so, un po’ mi scoccio.

h 19:00 – messenger
– Secondo te ci sarà folla da notapizzeriadell’entroterra di mercoledì sera? È infrasettimanale.
Gin: Vuoi andare a mangiare la pizza?
– Io mi scoccio di uscire. Ma se tu vuoi uscire usciamo.
Gin: Fa niente.

h 21:00 – telefono
Gin: Scendo a farmi una birra con Caio, Tizia e Sempronia.
– Uhm.
Gin: Cosa c’è?
– Niente.
Gin: COSA C’È?
– Prima non c’hai pensato manco un microsecondo di proporre di andare a prendere una birra.
– Gin: Sai com’è, se tutto il giorno una persona dice che si scoccia di uscire, forse nella mente del suo interlocutore prenderà forma la vaga idea che questa persona si scocci di uscire. Comunque, vuoi uscire? Ti passo a prendere e raggiungiamo Caio,  Tizia e Sempronia?
– No, mi scoccio.

Turisti per caos

Per il secondo anno consecutivo ho trascorso una breve vacanza nell’ubertosa provincia senese. Mi piacerebbe raccontare delle bellezze turistiche e gastronomiche del territorio, ma su questo blog si fanno solo trip mentali e non tripadvisor.

Vorrei porre l’accento (acuto e anche un po’ grave ma non circonflesso) su discutibili comportamenti dei turisti in vacanza.

A Chiusi, ad esempio, per il secondo anno consecutivo ho visitato il labirinto di Porsenna (su richiesta, non perché m’aspettassi che da un anno all’altro fosse cambiato!). Durante la visita alla cisterna romana la guida ha spiegato che la muratura era stata fatta con cocci impastati, indicando proprio un visibile pezzo di terracotta nella parete: un turista tedesco nel gruppetto ha pensato bene con le dita di verificarne la tenuta, tentando di staccarne un pezzo dal muro. L’imbarazzo della giovane guida – un liceale volontario, perché il labirinto è gestito dalla cittadinanza – era così tangibile che ho temuto che il tedesco volesse provare a tastare anche quello.


DIDASCALIA ARCHEOLOGICA
Quello che chiamano labirinto non è altro che il sistema idrico della città, di fabbricazione etrusca. Quando scavarono nel sottosuolo e trovarono questi cunicoli, pensarono bene, rimembrando la leggenda di Porsenna e del labirinto e del mausoleo, di dire “Ah! Ma questo deve essere il labirinto di Porsenna!”. Un po’ come Colombo che arrivò nelle Americhe convinto di essere nelle Indie esclamando “Ah! Eccoci nelle Indie! E quelli che ci vengono incontro ignari del loro futuro tra conquistadores, gesuiti e anche euclidei vestiti come dei bonzi, devono essere degli indiani!”.


Sono poi stato a Monteriggioni, in uno dei giorni direi di massima calura, ma sono incerto nel dirlo perché ogni giorno è il più caldo degli ultimi 150 anni, quindi, riscrivendo, sono stato a Monteriggioni in uno dei giorni che in quel momento si riteneva il più caldo degli ultimi 150 anni.

Monteriggioni mi ricorda un pueblo messicano dei western americani: pietra, paesaggio stepposo e niente ombra.

Quindi per rinfrescare la giornata, una turista nordica (credo anglosassone) ha pensato di far urinare la bimba all’ingresso della città sulle mura della porta medioevale. Da notare che 10 metri più avanti c’è la piazza del paese con i bar, oppure più lateralmente c’erano degli spiazzi erbosi. Ma forse la bimba ci teneva a farla lì, così la mamma le ha alzato il vestito, l’ha sollevata e tenendola come una manichetta l’ha spruzzata contro le mura.


DIDASCALIA STORICO-ANTROPOLOGICA
In fondo nel Medioevo però le mura avranno visto di peggio, e la gente svuotava i propri pitali dalla finestra, rischiando di colpire ignari passanti.


Si dice che quella dei bimbi sia santa, ma non ne capisco il motivo. E perché quella dei bimbi dovrebbe essere più santa di quella di Sasha Grey? Se Sasha Grey volesse urinare contro delle mura qualcuno le direbbe “Ah, lei non può: non è santa”?

“Non sarò santa ma me ne intendo di gesuiti


DIDASCALIA SUL RINNOVAMENTO DELLA COMICITÀ SCONTATA
La battuta sottointesa nella didascalia dell’immagine è scontata (del resto siamo in periodo di saldi), quindi ho pensato che sarebbe più divertente la battuta scontata ma scritta male, cambiandone un elemento. Del tipo: Un uomo entra in un caffè. E ordina un Campari.
Dato che l’originale è una battuta arcinota, tutti rammenteranno a cosa ci si sta riferendo, ma l’inserimento dell’elemento estraneo a sorpresa spiazzerà l’interlocutore, che non potrà più dire di aver udito una battuta scontata.
Ancora: un bambino cade, si sbuccia un ginocchio e si mette un cerotto.
Cosa fa un maiale che cade dal quinto piano? Muore.


Infine, a Montepulciano, un’altra turista sempre nordica (forse anglo, forse sassone, forse della Sassonia o chi lo sa), dopo aver svampato la sua bella sigarettina, ha gettato la cicca in mezzo la strada.

A me la cosa di gettar le cicche per strada ha sempre dato fastidio, ma purtroppo almeno dalle mie parti lo fanno tutti. All’estero però ti guardan male se lo fai, che sia in una strada normale che tra le vie di un borgo. E allora, borgo gane, ghe non si gettino cicche per terra!


DIDASCALIA CULTURALE NIPPONICA
In Giappone credo ci sia l’arresto immediato per aver buttato la cicca per terra. L’ho raccontato nel mio breve resoconto nella terra del Sol Levante, ma ora vallo a ripescare il post, quindi lo riscrivo: in Giappone addirittura se fumi (all’aperto) fuori dalle aree dove è espressamente previsto poter fumare (con tanto di bidoncino per cenere e cicche), appare un agente all’improvviso da non si sa dove (forse nascosto in una sfera Poké) che ti fa la mossa Mara Maionchi per dirti che è vietato.

A differenza di Mara Maionchi, dopo averlo fatto si scuserà per il disturbo che ti ha arrecato e si inchinerà con deferenza e rispetto.


Tra le discutibili abitudini del turista c’è quella di fare foto astruse o ridicole, come ad esempio reggere la torre di Pisa. Confesso che neanche io sono immune alla cosa, però mi scelgo obiettivi originali.

Ditemi se mai qualcuno, incontrando un ippogrifo, ha pensato di cimentarsi nel “Fulmine di Pegasus” (nella sua versione originale, “Pegasus Ryu Sei Ken”)!

Notare anche la mia somiglianza nella mimica del viso, mi mancava soltanto l’armatura (per quanto stilosa, una camicia a quadri non può sostituire delle vestigia cavalleresche, purtroppo).

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DIDASCALIA TOPOGRAFICA
Se volete incontrare l’Ippogrifo della foto e cimentarvi nel Fulmine di Pegasus (si potrebbe dar vita a un contest fotografico!), lo troverete a Castelnuovo Berardenga.


Se vuoi superare la delusione, almeno metti la freccia

Salve, sono Gintoki, e forse vi ricorderete di me per la mia iniziativa imprenditoriale sull’apertura di una scuola deludente, dove poter apprendere la sublime arte della delusione.

La vita è fatta di delusioni, non di priorità, come erroneamente e fraudolentemente diceva lo spot del Magnum Algida. E a proposito di televisione, ho deciso di raccogliere degli esempi di delusioni audiovisive che saranno oggetto di studio nella mia scuola.

Rimasi malissimo quando scoprii che Giovanni Mucciaccia non era l’autore dei disegnini o dei lavoretti che mostrava in tv: che delusione! Lui col suo faccione sorridente e perennemente giovane anche a 40 anni, sicuramente frutto di iniezioni di botox, collagene o altre cose somministrategli dalla Disney dietro minaccia di fargli perdere il posto di lavoro alla prima ruga, lui col suo taglio di capelli a spiovente che sicuramente gli permetteva di fare a meno dell’ombrello in caso di pioggia, era un truffatore! Un imbonitore, presentava lavori che non gli appartenevano, illudendo giovani telespettatori che anche con un taglio di capelli orribile si potesse esser creativi.

Credo una delusione simile sia comparabile ai sequel di Matrix, che rappresentano quanto di più inutile cinematograficamente parlando io abbia visto.


Sottolineo il “che io abbia visto”, quindi è ovviamente possibile e plausibile che ci sia di più inutile e deludente in giro, ma che io non ho visto per fortuna o purtroppo.


E quando pensavi che i film fossero già abbastanza inutili di per sé, all’interno poi c’era l’inutile recitazione di Monica Bellucci, espressiva come una statua del Madame Tussaud. Qual deludente sorpresa!

Qual musicale delusione quando circolò l’ipotesi che una delle mie canzoni preferite potesse esser frutto di un plagio: mi riferisco a Enter Sandman dei Metallica

Non sono molto convinto della similarità ma il dubbio si è impossessato di me, anche se potrebbe il tutto essere frutto di un’impressione che a 10 anni circa da quando la notizia cominciò a circolare non si è ancora dissolta: ma non ho orecchio musicale per poter esprimere un parere autorevole. Ho un buon indice musicale, però,  e suono il citofono con arte e maestria come pochi.

L’ultima delusione è freschissima: la sigla italiana della nuova serie di Lupin III è cantata da Moreno.


A partire dal 29 agosto Mediaset trasmetterà in anteprima mondiale la quarta serie di Lupin III, ambientata in Italia. Dalla fine della terza serie a oggi nel frattempo era comunque uscito molto materiale, tra film, oav e spin-off: c’era molta attesa però per un vero e proprio ritorno in una serie a episodi.


Non so chi sia Moreno, o meglio so dell’esistenza di un tal Moreno, ma non me ne sono mai interessato come non mi sono mai interessato ai tapiri del Borneo pur sapendo che esistono dei tapiri del Borneo: certo un fan dei tapiri del Borneo potrebbe accusarmi di parlare di un animale senza conoscere, ma io rispetto i tapiri del Borneo, quantomeno non producono obbrobri come la sigla che propongo qui sotto:

Se vai sempre dove si tocca si diventa ciechi?

Non amo l’acqua.

No, così è equivoco.

Mi piace l’acqua, da bere e per l’igiene personale.

Non mi piace molto fare il bagno, al mare o in piscina.

Anche perché non so nuotare, nonostante da bambino sia stato iscritto controvoglia in piscina. E dire che qualcosina l’avevo imparata: lo stile semi-libero (il movimento era un po’ macchinoso come se le braccia fossero legate a una catena), il dorso (di mulo, perché ero un po’ ingobbito e affondavo) e anche il delfino curioso (perché era proprio curioso il modo in cui mi muovevo!). Non parliamo dei tuffi, dopo essermi specializzato nella spanciata frontale avevo imparato il tuffo a candela consumata, perché non stavo dritto e mi afflosciavo.

Nonostante tutta questa “esperienza” ho poi dimenticato come si nuota. Non è vero che per certe cose è come andare in bicicletta, anche perché andare in bicicletta sott’acqua è un po’ faticoso, mentre per andarci sopra l’acqua bisognerebbe chiedere a un signore di Nazareth.

Conscio delle mie inabilità acquatiche, preferisco optare per andare dove si tocca adattandomi a stili del tutto personali.

Invece di fare il morto, ad esempio, si può fare lo zombie: in piedi in acqua, ginocchia flesse e schiena un po’ curva in avanti, braccia larghe e stese sul pelo dell’acqua (rilassate, non in tensione) e si sta lì lasciandosi cullare dalla corrente. Se qualcuno vi si avvicina e rompe le balle, prendetelo a morsi.

Per muovermi, adotto il Dr Zoidberg:  ci si sposta lateralmente tenendo le gambe a parentesi, con le mani che escono dall’acqua rivolte verso l’alto. Col mento immerso in acqua sino alla bocca e soffiando aria si può riprodurre il caratteristico blblblblblb del Dr Zoidberg.

Da settembre mi iscrivo in piscina, ho deciso.

Non per imparare, per diffondere il Zoidberg.

I miei elenchi sono solo chiacchiere e distinzioni, direbbe De Niro / Conversano (Bari) è una città molto chiacchierata

Conversare con le persone a volte è un’attività faticosa. È difficile trovare qualcuno con cui parlare che sia sulla nostra stesse lunghezza d’onda e che, soprattutto, non ti innervosisca.

A me, ad esempio, danno molto fastidio quelli che quando ti parlano ti toccano. Ne esistono due categorie: quelli che ti tengono per il braccio e che sembra ti stiano minacciando e che io chiamo gli Estorsori, perché hanno lo stesso atteggiamento intimidatorio di uno che ti sta chiedendo il pizzo. Esercitano una pressione tale sul braccio da lasciarti i lividi. Poi esistono i Pugili, quelli che ti danno dei colpetti un po’ dovunque e sembra vogliano prenderti per sfinimento fisico.

Fin qui siamo a un livello base di conversazione e costoro sono dei principianti: le vere persone minacciose non hanno bisogno di toccarti. Ricordo più di una conversazione con soggetti Zidane, quelli che mentre ti parlano dondolano la testa avanti e sembra che siano lì per lì per volerti dare una capocciata. Ma la loro abilità sta nel non colpirti mai, ma nell’intimorirti al pensiero che possa accadere.

Ma quelli che temo di più sono i Wind of change: il loro alito può cambiarti la giornata. In negativo, ovviamente. E sembra che la mefiticità del loro alito sia inversamente proporzionale alla distanza con cui sentono il bisogno di parlarti.


Cioè legge di Murphy: più ha l’alito cattivo, più ti parlerà vicino.


E con questa seconda carrellata ho esaurito anche la fascia intermedia della classifica delle persone con cui evitare di chiacchierare: come si evince, costoro non sono il top della conversazione, in quanto le loro abilità fastidiose puntano tutte sull’area delle sensazioni fisiche e non si concentrano sul fondamento stesso della chiacchiera: la parola.

In questa categoria che definirei dei pesi massimi inserirei Le valanghe. Le valanghe sono inarrestabili: l’unico metodo per salvarsi è evitare di percorrere un sentiero pericoloso. Se avvistate un soggetto simile a distanza, cambiate rotta o vi investirà con una valanga di chiacchiere.

Il soggetto valanga ha un bisogno compulsivo di tenere le corde vocali a pieno regime. Se è costretto a stare zitto a lungo – ad esempio al cinema – soffrirà in maniera tremenda. Alla prima occasione riprenderà a parlare come fosse stato in silenzio per vent’anni invece che per un paio d’ore. I soggetti più abili, se interrotti, sono in grado di riprendere dal punto esatto in cui si erano fermati anche se è passata un’ora.

Esistono poi le valanghe che ti pigliano per i fondelli. Sono quelli che non solo non ti fanno dire neanche una parola perché sono così sovrabbondanti, verbosi e prolissi da riempire interamente la conversazione, non solo sprecano il tuo tempo, ma che poi alla fine ti dicono anche “Senti non dirmi niente ma sono di fretta, scusami, devo andare” come se fossi stato tu a far perdere loro il tempo.

Più o meno è questa la pacata reazione che mi viene in mente in queste occasioni.

All’estremo opposto c’è il soggetto Gioia di vivere. Qualsiasi cosa tu possa dirgli non lo smuoverà affatto, resterà impassibile e con lo sguardo spento dando l’impressione che non stia affatto ascoltando. Ogni tanto dà segni di vita con commenti elaborati quali ‘mh’, ‘ah’, ‘sì’. Se ha energie sufficienti potrà dire ‘capisco’, oppure ‘ho capito’ (anche se è più probabile si limiti a un ‘capito’ perché due parole in fila sono troppe per lui).

Se l’Universo tendesse alla perfezione, valanghe e gioiosi dovrebbero sempre accoppiarsi. Tanto i primi non hanno alcun bisogno che qualcuno partecipi al discorso. Se potessero, parlerebbero anche con una sagoma di cartone.

Ma i migliori sono gli Egocentrici. Quelli che mentre tu gli stai raccontando una cosa personale, interrompono dicendo “Eh sai pensa a me è successo questo…” e cominciano a parlare di cose che non c’entrano nulla con quel che tu gli stavi dicendo ma che servono all’egocentrico a riprendersi la scena che per un attimo sentivano sottratta dal tuo racconto personale.

Bisogna compatire costoro. Agli egocentrici è stata asportata la capacità di ascoltare. Cosicché non sono in grado di stare in silenzio a lungo mentre qualcuno parla.

C’è poi l’Egocentrico Esibizionista: costui non si sovrappone ai discorsi altrui, ma interviene in modo più subdolo quando meno te lo aspetti, come un attacco di colite. È l’individuo che vanta sempre competenze e capacità acquisite nel corso della propria lunga e produttiva vita. Tu sei lì che stai parlando di giroscopi a pedali e del loro funzionamento e lui esordisce con affermazioni del tipo “Eh io lo so, son stato in Chissandostan, patria dei giroscopi a pedali”. Magari poi in Chissandostan c’è stato giusto per fare scalo all’aeroporto, ma questo non lo menziona.

E poi mi si rimprovera perché sono asociale! Guardate che gente che c’è in giro, come si fa ad avere una conversazione normale?!

Un invito a vedere la Camera non implica per forza delle avances sessuali

Premessa: i concorsi pubblici sono ormai dei concorsi pubici: perché è col padredeibambini che spesso sembrano gestiti.


DIGRESSIONE CONCORSUALE
Mi danno sempre fastidio quelli che chiedono: “Perché non fai il concorso per aiuto-vice-spazzacamino al Ministero delle Infrabrutture?”. “Perché non lo fai tu?” è la mia domanda.
Ho massimo rispetto di chi si fa il sedere a tarallo sui libri in nome della volontà di intraprendere una professione e poi si consuma sino alle viscere in attesa delle graduatorie e poi si consuma ancora sino al midollo perché pur magari vincente deve attendere i tempi geologici del caso per avere il posto che gli spetta.
Mi disturba invece la logica di chi propone di fare il concorsista di mestiere e provare il provabile perché tanto prima o poi qualcosa la si imbrocca e si raggiunge l’agognato posto dietro la scrivania su cui incastrarsi come un omino dei Lego con i buchi nel sedere* sui mattoncini.

* Cicciobombo Cannoniere era quindi un omino dei Lego?


Oggi ho fatto compagnia a Gianni e Pinotto che venivano a Roma per assistere a un dibattito-confronto-nonhocapitobene.

Una conversazione su whatsupp due settimane fa mi aveva preannunciato la cosa:
– we Ginto
– oi
– il 7 luglio ho una conferenza a Roma al Parlamento riguardante il mio concorso. Mi hanno chiesto di portare gente, anche esterni. Volevo sapere se fossi a Roma in quel periodo e se non ti rompevi le palle di venire
– Per me va bene. Sono libero.
– ok, alle 14:30. Posso comunicare il tuo nome per l’accreditamento?
– Certo, fai pure.

Quando ho accettato ho pensato che non mi sarebbe costato nulla e che poi non ho mai visto la Camera dall’interno e sarebbe stata una buona occasione. Inoltre, seppur nulla dava adito di pensare che ci fosse annesso alla conferenza un ricco buffet, io ho accettato avendo in mente proprio la possibilità che ci venisse offerto un ricco buffet perché io immagino queste situazioni sempre con dei ricchi buffet.


La gola è uno dei 7 vizi capitali e il peccato vien sempre punito.


Obnubilato dai possibili vantaggi del caso, non ho pensato tre cose:
a) 7 luglio
b) ore 14.30
c) per entrare a Montecitorio c’è un codice di abbigliamento specifico: camicia e giacca. Senza quest’ultima non ti lasciano entrare.

Unite i punti a), b) e c) e la figura risultante sarà sudaticcia.


È chiaro, nella Camera non ci puoi entrare come se fosse la tua camera personale: del resto io in camera mia di questi periodi sto come Madre non mi vorrebbe aver fatto tanto ero brutto*, quindi probabilmente il mio non-abito sarebbe ancor meno accettato.

* Scherzo, ero bellissimo, perché tutti i bambini lo sono, si dice.


DIGRESSIONE NEI RICORDI
Ero bellissimo ma già impertinente. C’è un aneddoto sulla mia nascita che mia zia racconta sempre e che ha giurato che racconterà anche al mio matrimonio: è anche per questo che non so se mai mi sposerò. Lo racconto qui perché io non vi conosco e voi non mi conoscete e al mio poco probabile matrimonio è più che probabile che non ci sarete o se ci sarete è molto probabile che non ci riconosceremo perché avrò barba e baffi ancor più lunghi di adesso: quando accorsero in ospedale parenti e amici per ammirare il divin gattino neonato, mi scappò di far pipì in faccia a mia zia. Una voce fuori campo esclamò “Ha riconosciuto la zia!” e giù risate.
Col tempo l’aneddoto si è ingigantito, lo spruzzo divenne una fontana, oggi è Grisù con la manichetta che spegne le fiamme.


Quando ho messo il piede fuori casa ho iniziato all’istante a grondare come una grondaia: tenere la giacca sulla spalla o sul braccio ha inoltre l’effetto di rendere ancor più sudaticcia la parte dove è appoggiata.

Alle ore 13 Roma era una fornace. L’asfalto sotto i piedi scottava come un ferro da stiro: difatti l’aria era Rowenta.

L’appuntamento era nella sede di Partito Politico Caduto in Disgrazia: hanno offerto caffè, dolcetti e acqua: ben lontani dal ricco buffet che immaginavo, ma li capisco, essendo caduti in disgrazia.

Quando ci siamo spostati a Montecitorio, la nostra meta non era la Camera ma una Cameretta al suo interno, in un ingresso laterale: che delusione! Il tutto per ascoltare Segretario di Partito Politico Caduto in Disgrazia  dir due parole annoiate e poi rientrare nella sede di Partito Politico Caduto in Disgrazia.

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La scritta è fuorviante: trattavasi di una cameretta!

Il bagno di P.P.C.D. era traboccante di campioncini di shampoo e docciaschiuma con le etichette degli hotel: forse fan razzie nei luoghi che li ospitano?

Deluso dalla mancanza di un ricco buffet e dalla possibilità di accedere a una vera Camera, ho ritenuto opportuno trafugare un campioncino.

Rubare da chi ha rubato non è reato, è equilibrio cosmico.


DIGRESSIONE CONCORSUALE 2
Come ho detto a Gianni (anche Pinotto era lì in veste di claque senza buffet), è buona cosa riuscire a portare avanti le proprie istanze e aver un appoggio da parte di chi può dare risonanza politica. Però tengano in conto che in un P.P.C.D., come in qualsiasi altro P.P. cerchino di farsi pubblicità e non altro.


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Invece della barba ho tagliato la parte alta del viso così non mi riconoscerò al mio matrimonio

Frasi che meritano di essere citate. In tribunale.

Nel corso di trent’anni di vita ne ho sentite di frasi che sfuggono alle regole della logica e anche a quelle del calcolo combinatorio. Sembra che alle persone a volte vengano naturali discorsi che sembrano tratti dal teatro di Beckett.

Mi ricordo quella volta che chiesi alla mia ex “Scusa, perché tu puoi essere diffidente su di me mentre io debbo crederti ciecamente?”
Lei rispose “Perché io sono io e so che c’è da fidarsi”.
Io: Allora anche io sono io e so che c’è da fidarsi
Lei: No, non funziona così.
(Da qui il principio del Lei non sa chi sono io!.)

Madre invece ha sempre brillato per le sue affermazioni logicamente illogiche. Un must della mia adolescenza era, alla mia domanda “Posso andare a un concerto?”, sentir rispondere “E che devi andare a fare?”.

Illogicamente, è difficile immaginare cosa si vada a fare a un concerto. Io presumo per vedere un gruppo suonare dal vivo, ma non ne sono mai stato certo.
La scena poteva ripetersi per altre attività, un film, un’escursione e via dicendo. “E che vai a fare?”.

Mi dispiace non aver avuto la battuta pronta, all’epoca. Avrei potuto dire, non so: “Per seguire il mio traffico di attività illecite e incontrare gli uomini della mia banda segretamente”, magari.

Ma non sono solo le persone che conosci e che frequenti a sorprenderti all’incrocio dei pali.

Come quella volta che passeggiavo placidamente per i cacchi miei e una signora che arrivava in senso opposto senza smettere di camminare mi fa, con accento medio-alto borghese napoletano*:


non so come spiegare un accento medio-alto borghese napoletano se non lo avete presente: mi viene in mente magari Toni Servillo in alcuni film, ecco, pensate a una versione femminile.


– Scusi vado bene per l’apertura?
– Eh? (chiedo stupito)
– L’apertura, no? Il Giudice di Pace (quasi irritata dalla mia domanda e dal fatto che la costringa a fermarsi)


Certo, il GdP è a 500 mt da dove ci eravamo incrociati, ma da cosa avrei dovuto evincere che lei stesse chiedendo del summenzionato non ne ho idea. Come se fosse la cosa più naturale del mondo: voi vi svegliate la mattina e andate dal Giudice di Pace, come routine quotidiana comanda!


– Beh, sì…(guardo l’orologio)…a quest’ora sono aperti…
– Ma no, non l’orario! Quello lo so! L’ingresso, vado bene di qua? (spazientita)
– Sì sì certo…più avanti…(dico allontanandomi).

Son sicuro che lei si sarà allontanata pensando “Guarda che imbecilli tocca beccare in giro”.

Una mia ex collega d’università una volta invece mi sorprese per il raffinato metodo di aggiornamento meteorologico che aveva.

Capitava che c’incrociassimo sulla banchina della stazione. A volte notavo che il suo abbigliamento non era adeguato al tempo: o troppo leggero o troppo pesante.
– Non senti freddo vestita così? – chiesi una volta.
– Eh, sì che ho freddo!…il mio ragazzo non mi ha avvisata che sarebbe cambiato il tempo!
– Eh?
– Sì, perché lui la mattina mi scrive che tempo fa. Solo che a volte si scorda!
– Scusa, ma non puoi controllare tu affacciandoti fuori che tempo faccia? (oramai ero sempre più attirato da quel discorso, anche se sentivo di doverne stare lontano)
– Eh no perché se apro le persiane scatta l’allarme e io non lo so disattivare. E dalle telecamere di sicurezza non si capisce che tempo fa fuori, così il mio ragazzo mi avvisa lui se fa freddo o fa caldo.

Non ritenni di dover proseguire la conversazione, anche se la risposta non mi convinse affatto perché apriva altri interrogativi.


Avrei altri aneddoti interessanti sulla suddetta persona, tipo che mi raccontava che era amica di Adam Kadmon prima che diventasse famoso (son cose di cui vantarsi) e che la Bibbia in realtà contiene resoconti dell’arrivo di alieni sulla Terra. È esperta di magia nera e conosce un incantesimo che funziona con la semplice imposizione della mano che poi dopo un giorno muori ti fa crollare a terra privo di energie.


DIDASCALIA ALLA DIGRESSIONE PRECEDENTE
Potrebbe sembrare che mi piaccia sparlare degli altri, in realtà è invidia per le persone che hanno qualcosa da raccontare. Io non faccio altro che raccontare le cose che raccontano gli altri, quindi sono un contastorie di seconda mano.


La didascalia precedente è una paraculata.


Anche l’ammettere di aver scritto una paraculata è una paraculata.


Eh, i laureati di oggi: e poi fanno le barzellette sui carabinieri e calciatori.

A proposito di calciatori, questa me l’hanno raccontata, la fonte è affidabile. All’esame di maturità si presenta un ragazzo tesserato nelle giovanili di una squadra di serie A. Ha bisogno del diploma a tutti i costi perché è stato selezionato da una squadra all’estero e pare che lì i giovani non li vogliano senza il pezzo di carta: che brutta gente!

Domanda di biologia sulla respirazione. Essendo un atleta almeno respirare dovrebbe essere attività che gli è nota.
– Che cos’è il diaframma?
– È un muscolo che sta qua (indica il petto all’altezza del cuore)
– Non proprio, più giù. Comunque, cosa fa il diaframma?
– Serve a respirare
– Come?
– Si abbassa e si alza
– Cioè?
– Si abbassa quaggiù (indica l’ombelico) e poi sale qua (indica la gola).

Abbiamo scoperto che il diaframma è quindi come la peperonata: scende nello stomaco e poi ti risale nella gola.

Non saranno mai famosi: l’Uomo delle assenze

Vorrei inaugurare una serie di post a periodicità sconclusionata dedicati a personaggi che ho incontrato nella mia vita che non hanno avuto alcun ruolo in particolare, non sono stati dei mentori, non hanno dato un contributo alla ricerca scientifica sulla calvizie maschile dei polpacci, non hanno lasciato alcun segno insomma ma mi sono rimasti impressi in qualche modo e, in fondo, li considero come degli eroi del loro campo.

Oggi parlo dell’Uomo delle assenze.

Durante le scuole medie, ogni giorno assistevamo all’ingresso in classe di questo personaggio che, con in mano un registro, passava a segnare le assenze. Tutti i giorni, per i tre anni che sono stato lì ho visto il ripetersi di questa identica scena:

Toc Toc
– Professoressa: Avanti
– Lui: Buongiorno. (pausa di un paio di secondi) Chi è assente?
– Professoressa: allora…(legge i nomi)
– Lui: (annota)
– Lui: Arrivederci
Fine.

Ho conosciuto la sua storia solo dopo aver finito la scuola.
Un tempo era un professore di educazione fisica. Poi, un brutto giorno, venne colto da un infarto. Non poté più fare l’insegnante e venne re-impiegato in segreteria come Uomo delle assenze.

Alto 1.85-1.90, aveva una coppola color cammello e un lungo cappotto color spinacio cotto, che abbandonava soltanto a primavera inoltrata. Non l’ho mai visto con indosso un capo diversi né senza coppola, quindi non saprei dire se fosse calvo o meno ma a giudicare dai capelli radi sulle tempi sospetto che sulla sommità non li avesse.

Non l’ho mai sentito parlare pronunciando parole diverse da quelle che ho riportato.

Tranne che per il giro nei corridoi, infine, non l’ho mai visto impegnato in altre attività.

Ho pensato che avrà ricoperto questa mansione prima che io arrivassi in quella scuola e avrà continuato quando me ne sono andato. Anni e anni a fare il giro dei corridoi a metà mattinata, classe per classe, per dire “Chi è assente?”, dopo la pausa necessaria a esaurire l’eco del “buongiorno”.

Non so neanche come si chiamasse: era l’Uomo delle assenze.