Non è che un gatto si metta a giocare col filo del discorso

Ad agosto farò un viaggio in Islanda e da ora tutte le mie energie mentali – e il mio portafogli, ma in fondo che cos’è il portafogli se non la sede dell’energia? – sono proiettate verso quel momento. Anche durante una riunione quando la fiatella della persona accanto mi arriva mentre espira io penso alla mia meta. Visualizzo dei geyser dall’odore di alito marcio.

Non so mai che che posa tenere quando qualcuno sta tenendo un discorso, anche perché dopo poco tempo mi sento scomodo e debbo raddrizzarmi, muovere le gambe, lisciarmi la barba, grattarmi un orecchio.

È l’insofferenza.

L’insofferenza colpisce una tot percentuale di persone ogni tot persone nel Mondo. Non esiste cura: chi ha provato a porre rimedio all’insofferenza è diventato esso stesso insofferente.

Sarebbe bello poter esibire un certificato, all’occorrenza. Chiedo scusa, oggi non posso presenziare, ho l’insofferenza. Oggi sono di cattivo umore, mi è venuta l’insofferenza. Fa’ quel che ho detto e non discutere: ho l’insofferenza.

Durante il meeting la psicologa mi osserva. Ogni volta che alzo gli occhi vedo che lo fa e non capisco se mi osserva perché io la osservo o mi osserva e basta. Ho paura che essendo psicologa possa leggere i miei pensieri e capire che sono insofferente, quindi mi sforzo di mantenere una postura quanto più composta e controllata possibile, con le mani in grembo e lo sguardo basso serioso che fissa un punto che all’incirca termina verso la mia zona pubica. Dopo mi vien il timore che possa rendersi conto che questa posa è del tutto artificiosa e giudicarmi.

Che sofferenza, l’insofferenza.

 

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Non è che ti serva una scala per raggiungere un’alta uniforme

Per la rubrica “Una cosa divertente che non farò mai più (spero)”, sabato scorso per lavoro sono dovuto intervenire alla presentazione di un libro in una ridente cittadina di Terra di Lavoro/Campania Felix.

È stato un evento grottesco.

L’autore, un ex sottufficiale dell’esercito appassionato di storia, ha scritto un libro su un aviatore della Prima Guerra Mondiale, nativo della ridente cittadina.

L’età media dei partecipanti alla presentazione era 60 anni.

Visto l’argomento, in prima fila c’erano degli alti papaveri dell’esercito di una caserma locale. Più che papaveri li avrei definiti crisantemi, visto il volto sprizzante allegria funerea. Uno di essi, il più impettito, quando ha preso la parola si è messo in posa mussoliniana col braccio puntato sul fianco. Non so cosa abbia detto nel suo quarto d’ora di discorso, ho staccato le orecchie quando ha cominciato a parlare dei giovani che non si interessano alla vicende storiche di Ridente Cittadina.

C’è stato un tizio invitato a parlare, presidente di non so quale associazione di blablaologia, che si è autodefinito “Fiero suddito delle Due Sicilie”. Spero che le Due Sicilie siano allo stesso modo fiere del proprio suddito.

Ero seduto alla destra del Sindaco, che mi ha completamente ignorato tutto il tempo tranne quando, all’improvviso, si è girato verso di me porgendomi un libro sulla storia della ridente cittadina, dicendomi “Questo è per lei”. Volevo ringraziare ma si era di nuovo girato dall’altra parte.

L’autore del libro ha fatto un discorso molto verboso e prolisso. Ha tenuto a darci ragguagli sulle cifre delle sottoscrizioni per la cerimonia funebre dell’aviatore, elencandole con tanto di centesimi e virgole. Dettagli significativi.

Il moderatore ha concluso la presentazione al grido di “W Tizio (l’aviatore), W Ridente Cittadina, W l’Italia!”. Stavo per aggiungere “W la passerina!” ma non volevo esser eccessivo.

L’autore mi ha porto una copia del libro con tanto di dedica e io l’ho fatta cadere. Succede sempre così quando mi donano qualcosa: mi cade dalle mani. Aspetto sempre il giorno in cui mi doneranno una palla rimbalzante per non sentirmi più a disagio.

Sul tavolino all’ingresso c’era un vassoio di caramelline. C’è stato un tizio che è passato e ne ha prese due. Poi è ripassato e ne ha prese tre. Poi è ripassato di nuovo e ne ha prese una manciata.

Una coppia attempata voleva che io scrivessi loro una dedica su una copia del libro. Non so per qual motivo. Non avevo la penna. Ne ho chiesto una disperato alle persone intorno, che si sono dileguate scuotendo la testa. I signori hanno detto Va be’ non fa niente, delusi. Mi sono sentito una persona orribile e sono certo loro staranno ancora parlando male di me e quando vedranno il libro si ricorderanno sempre di quell’individuo che li ha delusi.

Non è che il telelavoro sia quello che fa Pippo Baudo

Non posso lamentarmi del mio lavoro per quanto riguarda la libertà organizzativa e di orari che mi concede; non essendo vincolato a una presenza fissa in sede posso anche usufruire della possibilità di lavorare a distanza.

Se mi reco in ufficio tutti i giorni è per una sorta di auto-disciplina che mi sono dato non suicidarmi.

Lavorare da casa può essere interessante per un giorno. Due, al massimo. Poi quando ti rendi conto che passi in modo immediato dal letto al lavoro e dal lavoro al letto oppure che quando hai finito di fare ciò che devi fare stacchi per aprire Netflix (o YouPorn…) senza alzarti dalla sedia, non ti senti molto bene con te stesso.

Anzi ti senti un po’ coglione, se mi è consentito.

Stare a casa poi ti porta ad assumere alcune abitudini tipicamente casalinghe. Ad esempio quella di avere telefonate importanti in ciabatte e boxer.


Quando ti sei ricordato di indossare i boxer.


Diventa problematico, una volta avvezzi a tali comodità, rinunciarvi quanto non sei più a casa tua.

Come fai a convincere gli altri che in ufficio ti deve essere concesso ogni tot di tempo di “cercare qualcosa profondamente nelle tasche” in totale libertà per scaricare la tensione?


Si dibatte molto, tra le donne, sul perché gli uomini abbiano questa triviale abitudine di cercare cose profondamente nelle tasche, quando non si tratta di rituali apotropaici – beninteso volgari in ugual maniera ma giustificabili in qualche modo. Le ragioni posson essere diverse, come la necessità di ricollocare le truppe spostatesi fuori territorio o la ricerca di sollievo da un tessuto scomodo o dermatologicamente aggressivo; in generale comunque va detto che lo sfregamento dell’anguinaia, come di altre parti del corpo, stimola la produzione di endorfine come fosse una sorta di ricompensa dell’atto. L’abitudine, per l’essere maschile, ad avere molta confidenza con le proprie zone private sembra spinga quindi a cercare ricompensa più spesso proprio lì che da altre parti.


Per questo resto a casa solo in caso di malattia o necessità tipo visite dal medico (mie o di altri) o dal veterinario.

Coincidenza o Legge di Murphy vuole che quando sono impegnato in queste situazioni e non presente in sede, mi cerchi al telefono, puntuale come la pioggia di Pasquetta, l’intero mondo – un mondo tra l’altro che non è a conoscenza che io non son presente in sede, dato che chiamano da altre parti d’Italia – e per conversazioni ovviamente non brevi.

Dato che non riesco a ignorare un telefono che squilla, a meno che io non sia alla guida, mi sono spesso dovuto esibire in equilibrismi vari: una volta con una mano mi sono trovato a reggere il telefono, con l’altra la gabbietta del gatto, mentre con il piede aprivo la porta, con il naso accendevo la luce e non so come ma nello stesso tempo mi sono anche cercato qualcosa molto profondamente nelle tasche.

Non è che il capo mezzadro sia logorato dal podere

Bisogna star con i sensi all’erta quando ti propongono una riunione organizzativa di lavoro davanti a una pizza. È un niente che si finisca a pizze in faccia.

Le pizze (in faccia) stavano per volare già prima che arrivassero al tavolo. Io non vedevo l’ora che venisse servita la mia per calar la testa nel piatto e far finta di non vedere né sentire. Purtroppo come al solito sono stato l’ultimo a essere servito, il cameriere è arrivato scusandosi:

– L’abbiamo dovuta rifare, si era bucata al centro.

Vorrei capire chi è che getta chiodi nel forno che poi le pizze bucano.

E quindi, non potendo distrarmi mentre la tensione verbale saliva, fingevo di degustare la birra, una scioglivescica pseudoimitazione di weiss.

– Oh ma che delicate venature paglierine questa birra, non trovate?


La birra scioglivescica è quella che ne bevi un paio di sorsi e devi già pisciarla. Birre del genere sono quasi sempre di scarsa qualità, come la Krombacher, la birra più diffusa negli stand da concerto, responsabile di file interminabili agli orinatoi.


Con chi mi sarò mai trovato al tavolo? Sindacalisti sul piede di guerra? Maestranze e imprenditori? Pompeiani e Nocerini?


Sembra che nel 59 d.C. un placido incontro tra gladiatori nell’Anfiteatro di Pompei sia degenerato in una rissa enorme tra gli abitanti di Pompei e quelli di Nuceria, culminato nel primo DASPO della storia.


Il DASPO è il Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive per i soggetti violenti.


No, semplici e attempate volontarie per beneficenza che, a quanto pare, hanno dei problemi dal punto di vista prettamente personale e relazionale.

Il loro problema personale e relazionale consiste nel fatto che sono evidentemente incapaci di relazionarsi tra di loro: probabilmente dopo una vita passata a sentirsi dire cosa dovevano fare, ora non accettano di dirsi cosa fare.

Hanno già fatto scappare una poveretta che ha battuto il record di resistenza: è entrata giovedì, venerdì sera ha assistito alla “riunione”, oggi ha detto che si tirava fuori da tutto.

E io che pensavo l’avrebbe già fatto sabato mattina.

Ho lasciato che si scannassero a vicenda, tanto ero lì come osservatore e poi ero impegnato a degustare la mia pizza di scorta mentre sulla mia testa volavano frittelle di alghe e cornicioni non identificati:

– Mmmh ottimo questo datterino giallo del Vesuvio! Si sente proprio tutto il giallo del Vesuvio!

Mi riservo di far in modo che sia mandata via a calcioni successivamente la loro leader per poter rifondare la squadra.

Perché ricordate, come diceva quel tale, che il potere non si esercita col potere, ma col potere di potere sul potere.

Non è che mandi un’auto malandata a farle dare un’occhiata da un sovrano per ottenere una re-visione

Dalla settimana scorsa ho anche un’auto aziendale. Che però non uso in quanto l’ufficio non ha il posto auto. Consumare il mio (magro) stipendio in strisce blu non è tra i miei obiettivi.

I parcheggiatori abusivi sono già tutti appaltati. Ho visto gente fare delle aste con questi figuri per garantirsi un parcheggio. E guai se provi ad avvicinarti al parcheggiatore di qualcuno: ho visto direttori di banca più gelosi di loro che della propria moglie.

La situazione alle 9 del mattino

Inoltre non è che quest’auto mi dia molte garanzie.

I mezzi che dalla sede centrale mandano qui per essere utilizzati sono in pratica quelli in avanzato stadio terminale. Invece di spedirli a rottamare li destinano a morire qui come fosse un cimitero degli elefanti. Quando son stato su e nel parco macchine mi han indicato quella che poi ci avrebbero spedito, son quasi certo di aver sentito dei sospiri di sollievo da parte delle altre auto: “Fiuu, vuol dire che non sono ancora da rottamare!”.

Un altro motivo per cui non prendo l’auto è perché non potrei mai rinunciare al contatto umano che mi garantisce il mezzo pubblico. Quel sapore – anzi soprattutto odore – di umanità al mattino presto mi ricorda di essere vivo. Anche se delle volte ti fa desiderare di non esserlo.

Oggi lo zaino di una valchiria mi ha bloccato la respirazione del polmone sinistro. Capita, quando costei, come fan tanti altri marsupiali urbani, sale sul treno e invece tirar giù lo zaino continua a tenerlo in spalla per giunta oscillando col corpo e usandolo a mo’ di mazzafrusto.

A ogni fermata c’è la consueta scena de “Andate più dentro”, con quelli di fuori che spingono per entrare causando un movimento oscillatorio orizzontale a catena tra gli altri passeggeri nel vagone. Un signore, novello Zidane, stava per darmi una testata.

– Mi scusi, è l’inerzia!
– E dica a Inerzia di smetterla!
– Come?
– Niente…

Il contatto umano mi serve anche per ricordarmi che faccio brutte battute. In macchina invece mi rido da solo.

Non è che l’idraulico sia un buon nuotatore perché sa fare un sacco di vasche

Sono sulla banchina in attesa che un ritardo abbia un treno. Noto che la ragazza di fianco a me ha i miei stessi jeans. Cosa non inusuale essendo un capo diffuso, ma il mio modello non lo avevo ancora visto in giro. Ha una colorazione particolare: io ci vedo del mare increspato su fondo roccioso. Ma io ci vedo male quindi questa opinione non conta.

Un tipo che vorrebbe essere brillante l’avrebbe avvicinata dicendo:
– Hey, abbiamo gli stessi jeans. Ma a te stanno meglio…(notare l’occhio languido).

Un tipo che vorrebbe essere simpatico l’avrebbe avvicinata dicendo:
– Hey, abbiamo gli stessi jeans. Ma a me stanno meglio, ha ha (notare l’occhio nero che lei gli farà).

Un tipo come me giudica invece se una tal coincidenza possa avere effetto o meno sulla propria giornata.

Non sono superstizioso né credo ai segnali dell’universo (a meno che non siano segnali provenienti da Quasar e/o Pulsar e/o eventuali civiltà aliene), ma, come molte persone, al mattino presto valuto singoli episodi come una indicazione sul prosieguo di quel giorno.

Trovare un semaforo verde, l’auto che va in moto subito senza sputacchiare le candele dal tubo di scappamento, la fetta biscottata che non ti si rompe in mano spalmandoti la marmellata nel palmo eccetera.

Quando è arrivato il treno lei si è accaparrata prima di me il posto cui ambisco di solito, cioè quello lungo la parete, dove potersi appoggiare ed evitare di essere compresso e/o spintonato dagli altri. L’unico rimasto libero. Quindi ho deciso che non sarebbe stata una gran giornata.

Ho avuto infatti una lunga conversazione telefonica (45 minuti) con una persona che trovo sgradevole e con cui purtroppo devo relazionarmi per lavoro e che per il buon esito dello stesso devo tener buona.

Non amo le persone che si lamentano a lungo degli altri con te. Anche perché, se tanto mi dà tanto, nulla toglie che facciano lo stesso nei tuoi confronti con gli altri.

Non amo le persone che si mettono sulla difensiva e pongono le mani avanti senza motivo. Excusatio non petita, accusatio manifesta.

Non amo le persone che lanciano frecciate.

Questa persona racchiude, in formato matrioska, tali odiosi comportamenti in una singola conversazione.

Sono andato a nuotare in serata e ho dimenticato tutto ciò.

Purtroppo da qualche giorno avverto una infiammazione alla spalla. E non me la sono nemmeno diagnosticata su Google! Ho timore ad andare dal medico perché temo mi dica di star a riposo dalla vasca. Cosa che non vorrei fare. Non denoto buon senso, ne son conscio.

Ho trovato nell’andare in acqua un momento in cui posso far riposare la mente. In quei 45 minuti riesco a mettere a tacere il rumore di fondo che ho sempre nella testa: è un po’ fastidioso avere un perenne monologo interno attivo. È come se ci fosse un call center di vari Don Abbondio che su turni soliloquiano.


Ho anche tentato di delocalizzare ma non ha funzionato.


Quando racconto di questa sensazione mi sento guardato – me l’han anche detto – con l’aria tipo Eh sì ne hai bisogno [di scaricare la testa]. Io sono un tipo permaloso e non mi piace tale atteggiamento.

Allora invece dico che vado in piscina per guardare le nuotatrici e mi fanno un sorriso e una occhiata di complicità e compiacimento.


L’idea di andarci per fare sport non è contemplata: conosco tutte persone che al massimo come attività fisica sollevano obiezioni e lanciano Madonne.


Rammstein – Feuer und Wasser

È bello quando lei nuota a rana
allora io posso vedere nel suo centro
Non che il seno non sia bello
Nuoto semplicemente dietro di lei
Polvere di scintille fluisce fuori dal centro
un fuoco d’artificio zampilla dalla sua inforcatura

Non è che a tenere un corso chiami un allenatore perché deve fare la formazione

Quelli per cui lavoro amano spendere danaro. Settimana prossima devo andare in trasferta presso la sede centrale per un corso di formazione di 2 ore, 2 ore e 30 massimo se vogliamo tenerci larghi se qualcuno ha domande dai no per favore così andiamo tutti via prima.

Quindi mi pagano 100 euro di treno (a me ed altri da altre zone d’Italia) per una cosa che poteva essere organizzata via Skype.

A ciò va aggiunto che secondo loro avrei poi dovuto farmi 4 ore di viaggio, andare al corso, terminare e correre in stazione a rifarmi 4 ore di viaggio nello stesso giorno. Ho detto per cortesia, lasciatemi partire il giorno dopo. Mi pago io da dormire, ma lasciatemi tranquillo.

A dire il vero trattandosi in ogni caso di una trasferta di lavoro avrei potuto chieder loro di provvedere anche all’alloggio. Non me la son sentita. Anche perché trattandosi di un ente no profit mi fa scrupolo sottrar loro denaro. Hanno apprezzato (e ci credo).

Non sono ancora entrato nella mentalità di quelli che Mi faccio rimborsare pure le Mental per profumarmi l’alito. E ce ne sono anche dove lavoro di persone con questo modo di pensare.

Nella vita invece bisogna pretendere. Me ne sto rendendo conto soltanto ora come se adesso fossi entrato nella maggiore età e stessi scoprendo il mondo. L’umiltà non paga, in realtà non lo fa neanche la presunzione sfacciata: il segreto a mio avviso è essere presuntuosi facendo finta di essere umili.

Guardate in Todo Modo (qui un estratto) il Presidente di Volonté come è così umile, un’anima penitente, nella sua ambiziosa e smodata sete di potere!

Abbiate sete!

Non è che chiami i Ghostbusters per trovare lo spirito del gruppo

Siamo tutti potenzialmente dei bulli, chi più chi meno.
Nel momento in cui troviamo qualcuno ridicolo e condividiamo questo pensiero con altri, diffondendo la maldicenza (che batte la lingua sul tamburo?), stiamo compiendo un atto di bullismo.

Sono giunto a tale conclusione dopo aver visto tante persone, anche miei amici, diffondere – a volte con commenti che sottolineavano l’ilarità della cosa – il video degli impiegati di banca (che non riporterò qui) che partecipano a un contest interno, diventato celebre in questi giorni.

A me non fa ridere. Dietro tutto ciò vi trovo cose per me aberranti, come “lo spirito di gruppo”, “fare squadra”, “il senso di appartenenza”, “l’essere una grande famiglia”. Cose orrende perché giocoforza bisogna sottomettercisi, come fossero la Coppa Cobram.

Alla base di questi imperativi morali c’è l’azienda che spersonalizza il lavoratore rendendolo un qualcosa di sua proprietà che va modellato come il Didò.

Non esiste.
Sul lavoro io do sempre il meglio e mi impegno al massimo, per senso di responsabilità e dovere. E perché ovviamente ci tengo al mio posto di lavoro. Ma il fatturato dell’azienda non è il mio, il marchio dell’azienda non è il mio perché non ne ho uno addosso e non lo voglio avere. Voglio mantenere una mia identità anche all’interno dell’azienda e non sciogliermi nel mare di quest’ultima: ma sapete quanta gente facendo finta di nulla e sorridendo ci piscia dentro?

Anche perché si fa gruppo in maniera autonoma e personale, non perché qualcuno decide di mettere tutti insieme a camminare sui carboni ardenti credendo che dopo si diventi amici fraterni avendo i piedi ustionati.


Quando faccio questo discorso mi danno del comunista.
Allora per stare in pace con gli altri faccio come tutti e dico che in fondo tutto va male per colpa degli immigrati e allora la gente si rasserena.


Ho vissuto anche io degli eventi di animazione aziendale. Una volta dovetti prendere parte a un gioco di ruolo. C’era anche la colonna sonora (rubata al Signore degli Anelli) e un cappello da mago a disposizione. Io volevo quest’ultimo ma invece mi diedero il ruolo dell’acrobata. Il gioco alla fine fallì miseramente perché non portammo a termine la missione.


Ho visto giochi di ruolo con maghi, stregoni, elfi, cavalieri, ladri, assassini ma l’acrobata giuro che mi mancava.


Dopo il gdr c’era poi il momento confessionale e il momento di scrittura di pensierini su una lavagna. Una cosa imbarazzante.

Un’altra azienda invece spese qualcosa come 10mila euro per organizzare una giornata con un noto coach motivazionale. Uno di quelli che vive vendendo libri e dvd del tipo Diventa manager di te stesso o Sii il cambiamento che vuoi vedere in azienda o ancora Falla godere con un dito.


No, forse quest’ultimo è un altro tipo di coach.


La giornata era inoltre prevista di domenica. Quindi, oltre a lavorare 6 giorni su 7 anche il giorno di riposo andava consacrato all’azienda.

Credo di essere stato l’unico a non andarci.

Gli altri sembravano tutti entusiasti, perché poi il coach ha fatto spaccare loro delle tavolette come Karate Kid e ha fatto fare il gioco del Cadi all’indietro che tanto ti prendono gli altri. Io odio il contatto fisico a meno che non sia io a cercarlo, quindi figuriamoci se avrei mai potuto accettare una cosa simile.

Anche l’anno scorso ho avuto un momento formativo di gruppo aziendale. La cena di Natale era preceduta da un gioco aperitivo a sorpresa: una escape room. È una cosa divertente, in genere.

Non è divertente quando invece sei costretto a farla tuo malgrado con colleghi e capi. È stato agghiacciante. E non solo perché le sale erano gelide e umide.

Quindi non mi fanno ridere le performance dei dipendenti che devono sacrificare la propria dignità per dimostrarsi “motivati”.

Certo, poi la motivazione è importante e conta saperla trasmettere. Come quel dirigente che, in un discorso accalorato, ricordava ai dipendenti di come Napoleone, pur dato per fatto e finito, a Waterloo fece il suo capolavoro (cit.)!

Non è che lo scacchista scarso vada dallo psichiatra per guarire dallo scacco matto

C’è questo tizio che ti parla con gli occhi sbarrati, meccanico ed essenziale ma rapido, come un robot sotto anfetamine.


Se gli androidi sognano pecore elettriche non vedo perché non possano farsi anche di anfetamine.


Mi inquieta e tanto eppur potrebbe essere il mio più valido alleato nel lavoro. Ho conosciuto anche la moglie, anch’essa collegata col lavoro. Una tizia normale, a parte il fatto che ti guarda come se volesse cavarti gli occhi.

Ho poi trovato un’altra peculiarità del mio logorroico referente di fiducia: ha lo stesso intercalare dello psicologo scolastico di South Park, il Signor Mackey, che alla fine di ogni frase aggiunge sempre un ‘pito?.

Infine anche la collega che ho in ufficio ha degli attimi in cui mi lascia perplesso, in cui assume l’espressione da Ripeti se hai coraggio anche quando le chiedi se vuole il caffè.

Queste descrizioni sommarie lascerebbero pensare che io sia finito in un manicomio. In realtà si tratta di persone gentili e tranquille, chi più chi meno. Forse il matto sono io, considerando che i matti non sanno di essere matti e che se gli altri sembrano tutti dei matti forse in realtà matti non sono.

A chi mi chiede come procede il lavoro rispondo Bene, nonostante il fatto che mi abbiano in pratica gettato in acqua (e tra i matti o presunti tali) senza galleggiante.

Uso tale figura non a casa visto che in piscina han fatto la stessa cosa: Entra in acqua e fa’ qualcosa. Mi han fatto. Tranne affogare, hanno aggiunto. Meno male che me l’han detto.

Devo dire che l’approccio ha funzionato e faccio progressi: l’altro giorno ho imparato a non fermarmi in preda alle convulsioni se mi entra l’acqua del naso, ma a risputarla invece dalla bocca mentre nuoto. Prima avevo la sensazione di star annegando e mi aggrappavo al bordo scaracchiando il cloro dalle narici. Poi ho usato il metodo Stanislavskij e ho risolto il problema: mi sono immedesimato in un vecchio col catarro e ora ho un ricircolo di fluidi naso-gola-bocca invidiabile.

by maicol & mirco

Non è che scrivere un’enciclopedia sia un lavoro molto sentito perché ha tante voci

La collega con cui divido l’ufficio non ha una voce da ufficio.

Nel senso che la sua voce sembra invece quella di una professoressa. Non nel modo di porsi. Mi riferisco proprio al timbro vocale: molto alto e che a volte diviene stridulo. E questo senza urlare ma solo per dire “Prendo il caffè”.

A volte mi diverto a immaginare come dovrebbero collocarsi professionalmente le persone in base alla loro voce.

Nel precedente lavoro avevo un collega a Bruxelles che non ho mai incontrato di persona e col quale ho sempre interagito al telefono. La sua voce non era da collega né ritengo fosse adatta a quel lavoro. Era più da attore di Romanzo Criminale o Lo chiamavano Jeeg Robot o Non essere cattivo. Insomma credo renda l’idea.

Una volta invece mi chiamò un operatore della Wind per convincermi a passare di nuovo con loro. Sembrava uno speaker radiofonico anni ’90, quando andava di moda il tono basso e impostato.

Esiste poi una voce che può adattarsi a qualsiasi ambito o settore, a patto di averne l’effettiva titolarità e non essere solo uno squallido “wannabe”: la voce del padrone. E non è quella di Battiato anche se quando la senti qualche Gesuita ugualmente ti parte.

Non è che un veicolo così perfetto che si presenta da solo sia un’auto referenziale

Sono tornato sano e salvo dalla trasferta,dalla quale ho ricevuto alcune conferme.

La prima è che i miei superpoteri sono ancora attivi. Per chi non lo sapesse, io ho il potere di rompere qualcosa soltanto toccandola. È per questo che il mio alter ego supereroistico l’ho denominato Deathtouch: sto pensando di cedere i diritti alla Marvel per un Cinepolpettone.

Ero in albergo, dopo aver fatto lo shampoo prendo il phon dal muro. Vuuu Vuuu. Lo ripongo. Lo riprendo. Clic. Muto. Riclic. Rimuto. Che ti è preso (esclamo)?. PEM! e fa una scintilla e muore.

La seconda conferma è che le persone ci tengono tanto a raccontarti cosa fanno, in maniera così esasperata da perdersi nell’autoreferenzialità. Tu magari volevi sapere dove fosse il distributore dell’acqua e loro ti raccontano di quando hanno condotto un progetto per distribuire ghiaccioli agli Inuit pigri.

Ieri io e Analfa, la mia collega, abbiamo rischiato di perdere il treno causa un meeting mattutino che si è protratto fino a 10 minuti prima della partenza.

Quando Analfa ha chiesto Ma quindi quale è la Regione che ha prodotto più risultati? io col pensiero le ho inviato un messaggio che diceva pressappoco Che cazzo fai? Non vuoi andartene da qui? ma mi ha guardato strano senza recepire.

Lo Straziatore, il nostro referente logorroico che ti strazia con le sue chiacchiere, ha parlato per un quarto d’ora rispondendo alla sua domanda in 5 secondi e per il resto del tempo raccontandoci di vertenze col Garante della Privacy e di quanto in questo Paese siano salate le multe.

Se ne incontrate uno, fuggite, sciocchi!

Non è che se ti rimborsano tutto ma sei a disagio allora sei sp(a)esato

Il bello di fare nuove esperienze è fare nuove esperienze, disse una volta un saggio.

Non avevo mai avuto il piacere di fare una trasferta tutta spesata e, citando DFW, è una cosa divertente che non farò mai più.

Le persone che incontro sono tutte gentili e disponibili. Anche troppo. Ho la sensazione di essere in ostaggio. Il mio referente, l’uomo che parla al telefono anche se la persona all’altro capo non è in linea (vedasi post precedente), non ci – io e una collega – lascia un secondo. Me lo sono trovato pure che mi attendeva fuori dal bagno.

È il secondo pomeriggio consecutivo che insiste chiedendo se abbiamo bisogno di compagnia per la sera. È la seconda sera che decliniamo gentilmente con mille inchini e genuflessioni sperando di esser lasciati liberi.

Ho stretto così tante mani che ho la tendinite e quando tornerò a casa penseranno io abbia ripetutamente omaggiato la memoria di Onan in albergo.

Ricordo un nome ogni 5 mani, il che è una buona media, solo che il conto non torna perché a qualcuno ho stretto la mano più di una volta e il nome che avevo imparato l’ho dimenticato alla stretta successiva.

Ogni persona di ogni reparto/ufficio che incontro mi dà depliant, brochure, cartelle, riviste. Non è impietosito dalla pila di materiale che ho sottobraccio e me ne rifila altro.

Una tizia ci ha messo davanti due scatole piene di penne. Pensavo fosse l’invito a prenderne una a testa, cosa che abbiamo fatto.

Lei ci ha guardati e ha spinto le scatoline in avanti. Era chiaramente un’intimidazione e un “invito” a prendere le scatole intere. La mia l’ho portata in giro sotto l’ascella e ora le penne non scrivono più perché inzuppate di sudore.

Penne all’ascellana, una ricetta di mia invenzione (non posso mostrar direttamente le penne perché sennò qualcuno potrebbe dalla foto copiarmi la ricetta!)

La mia collega sembra una persona a posto. A parte che quando ci sentiamo su whatsupp sembra un’analfabeta funzionale.

Esempio di conversazione:

(in viaggio)
Lei: Ti va un caffè?
Gintoki: Certo
G: In che carrozza sei? (eravamo saliti in città diverse)
L: Ci vediamo al vagone dove c’è il bar
G: Ok
L: 5
G: Ah l’ho appena superata
L: Ho una camicia blu (non ci si doveva vedere al vagone-bar?…Ok torniamo indietro…)
G: Arrivo
G: Fatti vedere
L: Sono seduta e ho una camicia blu (non mi sembra corrispondente al “fatti vedere”)
G: Ma sei nella 5?
G: Vediamoci direttamente al bar, non ti vedo
L: Ok
G: Scusa ma su che treno sei?
G: Io sto sul 9616. Mi fai venire il dubbio che siamo in treni diversi
L: 9518
L: Che dubbio? (ma come che dubbio! L’ho appena scritto! E ti ho dato il numero del treno)
G: Siamo su treni diversi
L: Infatti (ma infatti cosa! L’ho detto io prima!)

Ho ancora un giorno e mezzo di tutto ciò avanti a me e comincio a temere di non poterne uscire. Se sparirò ricordatemi come un gatto di pace.