Non è che un tipo è riservato perché prenotato da qualcuno

Alla Sgranocchia&Sottrai Inc. abbiamo una stampante con sensore di rilevamento presenza. Se ti avvicini, lei si attiva.

Non ero ancora avvezzo a una simile modernità – ho frequentato posti dove il modello più evoluto funzionava a caratteri mobili di piombo – e la prima volta che vi sono passato accanto pensavo di aver toccato qualcosa per sbaglio. Quindi, come mio solito fare quando penso di aver combinato un guaio, ho sbattuto gli occhi da un lato all’altro per controllare che nessuno mi avesse visto e mi sono dileguato.

Ogni volta che percorro il corridoio finisco per attivarla, perché tendo sempre a stringere troppo l’angolo – mi piace imitare Valentino Rossi che nel GP di Catalunya 2009 sorpassa Lorenzo all’ultima curva rimanendo cucito al cordolo – e passarvi vicino.

Ora, sarà la suggestione, ma ho come l’impressione che quel crrr crrr di attivazione che la stampante fa sia in qualche modo modulato, ogni volta. Mi sembra di intendere che da parte dello strumento tecnologico ci sia qualche tentativo di comunicazione attraverso gli scricchiolii delle sue rotelle. Oggi ho risposto con un crrr crrrr e mi è parso che ci si è in qualche modo intesi.

Forse sarà un po’ la suggestione, dicevo, perché oltre la mia collega di ufficio non ho altri con cui parlare. Nelle altre stanze sono presenti solo ricercatori, che tendono a restare un po’ sulle loro.

I ricercatori li riconosci dalla cifosi del collo, probabilmente dovuta all’ingobbimento da microscopio. Non sono nemmeno trentenni e hanno le vertebre di un 80enne.

I primi giorni la loro riservatezza tendevo a confonderla per spocchia. Poi mi sono reso conto che è l’isolamento del laboratorio a renderli un po’ così. Insomma, non credo che si possa sviluppare molta socialità stando a fissare una gametogenesi per 8 ore di fila, per dire.

Allora ho iniziato, ogni volta che ne incrocio uno, a salutare con un radioso Ciao! e osservare compiaciuto il remissivo imbarazzato Ciao di risposta che ricevo. Penso che poco a poco potrebbero abituarsi alla mia presenza. Più in là magari potrei tentare mettendo del cibo sulla mano per vedere se uno di loro si avvicina.

Sennò mi resta sempre la stampante.


Per questo post sono stati utilizzati solo ricercatori provenienti da allevamenti selezionati.

La stampante è un’attrice professionista.


 

Non è che non puoi fare l’idraulico perché non capisci un tubo

Sussiste in chi svolge lavori manuali uno spirito competitivo a distanza, che porta, in chi presta la propria mano, a identificare il lavoro altrui e a categorizzarlo dietro la domanda retorica Ma chi te l’ha fatto questo?.

Lo fanno i barbieri: Ma chi te li ha tagliati?.

Lo fanno i muratori: Ma chi vi ha alzato questo muro?.

Lo fanno anche i chirurghi, ho scoperto: dopo una visita a mia zia hanno chiesto Ma chi gliel’ha fatto questo bypass?.

Una volta invece accadde che l’idraulico, chiamato in casa per un intervento urgente, chiese chi avesse mai fatto quell’impianto. Al che la risposta fu: Proprio lei, qualche anno fa. L’idraulico alzò le sopracciglia e rispose, molto Montanellianamente, che all’epoca si usava fare così quel lavoro.

Ora qui si potrebbe innescare il dibattito:

  • L’idraulico va giudicato per ciò che ha fatto all’epoca;
  • L’idraulico va assolto perché non si può giudicare nel presente ciò che era di regola nel passato;
  • L’idraulico perché viene chiamato di nuovo se già aveva fatto un lavoro di merda prima?

Nessuno fa statue agli idraulici (credo, ma magari in qualche parte del mondo ce ne è una), però loro riescono ad innalzarsi, a memoria di loro stessi, delle ville faraoniche.

Al che mi sorge la domanda: perché non ho fatto l’idraulico?


Tralasciamo poi i luoghi comuni sulle avventure degli idraulici che fanno visita a giovani casalinghe annoiate dalla vita coniugale che aprono la porta in négligé. Secondo me se avessi fatto l’idraulico sarei stato accolto solo da attempati uomini single annoiati da water intasati per negligenza.


La domanda invece Con fattura o senza? somiglia alla domanda del kebabbaro che chiede Cipolla? Piccante?. E tu, alla fine, come col kebab chiedi Completo, pur sapendo che alla fine ti farà male.

Ma in verità, in verità vi dico che non ho smesso di chiedere fattura.

Però dopo i 30 anni ho smesso col kebab, soprattutto alle 2 di notte.

Non mi sarei voluto trovare a tu per tu col medico che, esaminandomi le analisi, mi avrebbe chiesto Ma chi te l’ha fatto questo?.

Non è che l’endocrinologo di Gaudí studiasse le ghiandole surreali

Mi mancavano un po’ di esperienze surreali – era almeno una settimana che non capitavano – e per fortuna me ne è arrivata una.

Ho sostenuto un colloquio su Zoom, questo software di videoconferenze che il mondo del lavoro ha scoperto durante la quarantena e che invece in realtà pare serva pe’ scopa’ (virtualmente):

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Le grandi inchieste del nuovo corso di Repubblica che ora sembra Vice News. Prossimamente: “Intervista a quello che ha inventato il birra pong, che vi spiega come funziona”

Quindi raccomando a chi volesse fruire del sesso in multiconferenza di essere informato (su cosa?) e fluido.


Io ho un problemino alla spalla che invece mi rende un po’ rigido, sarà per quello che non frequento questi ambiti, non ho la necessaria fluidità.


Amenità a parte, mi sono collegato all’orario concordato per il colloquio cui avrebbe partecipato Tizia (che si occupava della selezione) e Tizio, il Presidente. Sottolineo, il capo.

All’inizio c’era connessa solo Tizia, che mi ha fatto un paio di domande di rito.

Poi ha fatto irruzione Tizio nella videochiamata. Uno che pareva il sosia di Vinicio Capossela – con tanto di coppola in testa pur trovandosi dentro casa – appena svegliatosi (e magari era così. Alle 6 del pomeriggio). Ha salutato, poi ha poggiato il telefono per terra (tutti noi il telefono lo mettiamo sul pavimento, specie durante una conversazione) facendo Continuate, continuate mentre intanto girava per casa.


Quando dico sosia di Vinicio Capossela è per dargli un volto e visualizzarlo, ma la cosa non contiene alcun giudizio di merito, anzi. Più che altro il problema era che sembrava si fosse appena alzato dal letto.


Mentre quindi continuavo a parlare con Tizia lui ha interrotto chiedendomi per cosa mi fossi candidato. Quando gliel’ho spiegato ha detto che non stavano cercando per quella posizione in questo periodo.


L’annuncio per quella posizione era stato pubblicato 3 giorni prima.


E poi ha iniziato a parlarmi di altre tre-quattro attività in cui loro sono impegnati, chiedendomi Sai fare questo? Ti sei mai occupato di quest’altro? Poi di nuovo ha detto Continuate, continuate.

Tizia ha ripreso a farmi domande, collegate comunque alla posizione per cui mi ero candidato (ho capito quindi che doveva essere una situazione à la Schrödinger, un annuncio attivo e non attivo nello stesso momento), poi ha fatto di nuovo irruzione lui – come se ciò che stessimo dicendo non fosse rilevante – a parlarmi ancora di altre attività e cose che fanno e poi chiedermi Ma hai fatto questo? Come ti vedi a fare quest’altro? No perché io ad esempio non l’ho mai fatto non saprei come farlo. E poi ha invitato di nuovo Tizia a riprendere.

Questo copione si è ripetuto per una terza volta, finché ci siamo congedati con una sorta di dichiarazione di intenti: mi avrebbero mandato cose più dettagliate su quelle attività di cui mi parlava Tizio, con la promessa di risentirci.

Credo che attiverò il filtro spam e bloccherò i loro indirizzi email.


Nota: qualcuno potrà chiedersi Ma con chi hai parlato? Con una società di marketing piramidale? Una setta? No, in realtà è una Fondazione che dall’esterno pareva abbastanza figa e che da 20 anni a questa parte fa cose molto fighe. A quanto pare però a capo c’è uno svalvolato. Che ha una casa senza piani d’appoggio dove posare un telefono.


La prossima volta mi faccio invitare a un fluido sex party.

Non è che ti serva una stireria se prendi una brutta piega

Oggi a un colloquio il selezionatore mi ha detto che cercavano “una figura orizzontale”. E, nel corso dell’incontro, mi ha ribadito che “le mansioni sarebbero orizzontali”.

Io mi chiedevo cosa intendesse e, intanto, avrei voluto urlargli in faccia Come parla? Come parlaaaa? Le parole sono importanti!.

Sì, perché mi chiedo se si possa legittimamente parlare di lavoro orizzontale, a meno che non stiamo parlando di un’occupazione come collaudatore di materassi. O impersonificatore di cadaveri.

Prima di ridere, sappiate che una volta mi hanno proposto di impersonare un cadavere. Ero all’ultimo anno di liceo e per una rappresentazione teatrale di una tragedia greca rivisitata serviva un morto. O uno che si fingesse tale. Poi non se ne fece nulla perché sono alquanto irrequieto e stare immobile più di 10 secondi non mi riesce.


Le mie radiografie vengono sempre mosse infatti.


Non chiedetemi cosa fosse una tragedia greca rivisitata perché non me lo ricordo. Immagino fosse come la cucina tipica rivisitata che va tanto di moda oggi. Una volta sono stato in un ristorante che aveva un menù locale tipico, rivisitato. Ad esempio, prendiamo i suoi fagioli con le cozze, rivisitati. Praticamente la rivisitazione consisteva nell’aver trasformato i fagioli in una purea e averci adagiato le cozze a mollo. Un’altra rivisitazione interessante, a fine pasto, fu la pastiera, che veniva servita scomposta: una cialda biscottosa da una parte del piatto, un bicchiere con il suo ripieno (crema alla ricotta e grano) dall’altro, dei cumshot di zucchero filato a decorare il piatto.

Quindi una tragedia greca, considerando quelli che sono i topoi di questo tipo di teatro, immagino prevedesse in forma rivisitata:

– Un omicidio destrutturato: l’arma del delitto in un angolo, la vittima nell’altro, il potenziale omicida al centro. Lo spettatore deve con lo sguardo ricostruire il tutto;
– Un incesto saltato: si scottano in padella i due amanti finché non sono belli croccanti;
– Un suicidio emulsionante: come un suicidio emozionante ma che invece ti fa provare una dispersione liquida nelle viscere.

Ovviamente tutto questo non lo so non avendo impersonato il morto e non avendo neanche assistito alla rappresentazione per dissidenza ideologica.

Non vorrei dovermene ora pentire, ad anni di distanza, non potendo quindi oggi vantare una esperienza di lavoro orizzontale nel mio cv.

A me basta che non si finisca a lavorare piegati a 90, comunque.

 

Non è che chi produce grappa si trovi dall’altro lato della barriccata

In questo periodo mi trovo a fare selezione di CV e colloqui, per una piccola posizione temporanea aperta dove lavoro. Più che colloqui veri e propri, quindi, sono conversazioni conoscitive. Una volta tanto, comunque, trovarsi dall’altra parte della barricata non è male. Inoltre, l’esperienza mi offre uno spaccato di umanità davvero interessante.

Innanzitutto ho scoperto che proporre colloqui porta sfortuna: molte persone che ho contattato per fissare l’incontro, infatti, spariscono poi nel nulla e non danno più notizie di sé. Se provi a cercarli, sono irrintracciabili. Spero stiano bene. Ovunque si trovino.

Poi c’è chi semplicemente decide di darti buca senza tanti complimenti. Ad esempio, attendevo il contatto Skype di una tizia con cui avevo fissato data e ora del colloquio. La chiamo oggi non avendolo ricevuto e lei mi risponde:

– Sì…veda…poi non si è più scritto perché non sono più interessata, quindi…

Giustamente dovevo arrivarci da solo.

Stessa cosa accaduta con un altro tizio con cui avevo fissato il colloquio giusto ieri per il giorno di oggi e lui mi aveva risposto che appena tornato a casa mi avrebbe inviato il contatto. Mai ricevuto. Lo chiamo oggi 5 minuti prima del colloquio e lui:

– Ah…sì…il tempo che accendo il computer…chiamo io o chiamate voi?

Trascorsi 5 minuti sono passato ad altri candidati perché tanto sapevo non si sarebbe più rifatto vivo. Ed infatti è andata così.

La migliore resta una tizia che avevo contattato per fissare un colloquio. Lei si era registrata sul sito, candidata, con tanto di inserimento CV. Quindi aveva compiuto ben 3 step distinti e, credevo, consapevoli.

Al telefono lei mi fa:

– Ah…Ma la verità è che…non volevo candidarmi solo che non sapevo come annullare.

Immagino che un demone si sia impossessato di lei e l’abbia costretta a registrarsi e candidarsi contro la sua volontà.

A una mia collega invece un tale ha detto che “Non sapeva di essere candidato”. Credo che girerò un docu-reality per DMAX o Real Time con questo titolo.

Uno durante il colloquio mi ha detto che in un precedente lavoro il suo compito era “circonciso”. Volevo chiedergli se mi raccontava qualcosa anche del Bar Mitzvah.

Poi c’è stata una candidata che evidentemente stava scomoda sul divano e continuava a cambiare posizione muovendo il cellulare da un lato all’altro. Le ho chiesto di smetterla perché mi stava facendo provare il mal di mare tramite videochiamata.

Costoro sono quelli che hanno superato la fase di valutazione dei CV: perché infatti i curriculum che arrivano sono anche molto più intriganti.

  • Uno ha apertamente scritto che ha lavorato in nero per lo zio.
  • Uno sul cv ha fatto un elenco di tutte le cose che ha fatto in questi anni, compreso l’aver partecipato a un concorso (superato solo lo scritto), aver donato il sangue (lodevole ma non credo sia un’esperienza professionale), essersi iscritto a un partito politico (con tanto di data precisa come fosse un anniversario da ricordare). Ma la chicca è l’aver scritto che non aveva un titolo che certificava la sua qualifica professionale però aveva l’esperienza.
  • Una sotto la mansione e il nome del datore di lavoro nel campo descrizione ha scritto “Tutto ok”. Ne sono lieto, avrei voluto replicare.
  • Un tale ha scaricato da internet il template del CV Europass e l’ha compilato tutto a mano in stampatello.
  • Una candidata aveva un entusiasmo a mio avviso un po’ eccessivo. La descrizione delle sue esperienze era piena di punti esclamativi: “Il mio primo lavoro!”; “Un lavoro faticoso però guadagnavo bene!”; “Facevo tutto da sola!”.
  • La foto di una era ritagliata da un giornale ed era quella di una rappresentante di prodotti ginnico-aerobici nelle televendite.
  • La foto di un altro tizio era la foto scattata alla sua fototessera appoggiata su un tavolo.

Infine, la vincitrice: quella che nell’intestazione del curriculum, come presentazione, esordisce con “Il lavoro rende liberi”.

Sì. Giuro che ha scritto proprio così.

Poi proseguiva contestualizzando la citazione, sostenendo che questo concetto l’aveva imparato nel corso delle sue esperienze che l’hanno formata eccetera eccetera.

Suppongo che il suo datore di lavoro fosse Goebbels.

Non è che la chiromante faccia le cose a mano a mano

Le mani si muovono, fendono l’aria, tracciano archi, identificano angoli, sottolineano ed enfatizzano.

Ho sempre gesticolato molto. Da bambino anche troppo. Creavo vortici in aria che da qualche altra parte del mondo avranno dato vita a un tornado.

Sono stato spesso anche ripreso, da insegnanti o da adulti in generale. Fermo con le mani, è maleducazione.

Perché mai dovrebbe esserlo? Non le sto mica usando per picchiare qualcuno. Magari vorrei farlo una volta dettami questa cosa, ma, comunque io stavo semplicemente parlando.

Negli anni diventato più sobrio nel mio gesticolare ma sono sempre molto scenico. Alla Alberto Angela, diciamo, anche se i concetti che le mie mani accompagnano non sono così istruttivi e/o didattici.

Tutta questa premessa per dire che accompagnare le parole muovendo le mani per me è una cosa naturale e assolutamente lecita.

Questo lo pensavo fino a quando non ho conosciuto la mia Capa attuale. Lei muove le mani come palette. Fende l’aria come se stesse affettando delle verdure spazzandole poi via dal tagliere. Quando parla sembra un Fruit Ninja 3D.

Non so se sia il come muove le mani che mi dà fastidio o è il suo modo di conversare in generale a urtarmi.

Si pone all’interlocutore sempre con le spalle strette, rigide, fa varie smorfie con la faccia e parla a scattini alternando le parole con dei mh mh. Avete presente quando a un bambino proponete qualcosa che non gli sconfinfera tanto e lui risponde con una smorfia facendo mmmh…? Lei fa così. Il tutto sempre accompagnando il discorso con dei fendenti con le mani. A volte al posto di tenere la mani a paletta congiunge indice e pollice di entrambe le mani come a fare un segno di Ok ma sembra che invece stia strizzando due capezzoli.

Ogni volta che teniamo una riunione arrivo a metà ora che devo cominciare a pensare ad altro perché seguire quelle sue manine che menano palettate a destra e a sinistra mi fa un effetto strano, come se qualcuno stesse strisciando le unghie sulla parte interna dell’osso frontale del mio cranio.

Questo è il suo modo di parlare mentre è seduta. Quando è in piedi, invece, ti parla tenendo le braccia conserte premute sullo stomaco, leggermente piegata, come se avesse un attacco di pancia imminente e tu la stia trattenendo con maleducazione e insensibilità.

A volte in me si risveglia qualche sentimento di umanità nei suoi confronti e penso che forse avrà qualche forma di disagio se nel suo modo di rapportarsi è così rigida e intesita come se avesse ingoiato una scopa, anzi, come se una scopa avesse ingoiato lei e assunto le sue fattezze.

Poi mi ricordo di tutte le stronzate che compie e penso allora di rivolgere la mia umanità altrove.

Gesticolando, ovviamente.

Non è che serva essere matematici per dividere gli spazi

Dove lavoro io ci sono in maggioranza di donne. Divido poi l’ufficio con due colleghe. Il primo giorno che sono arrivato abbiamo fatto un giro di presentazione: c’è questa imbarazzante usanza di dover fare il giro di tutta la sede per presentarsi, creando imbarazzo nei nuovi ma anche nei “vecchi”, che si sentono obbligati a dover dire qualcosa di brillante ai nuovi arrivati. Infatti uno mi ha fatto “Ah! Condividere lo spazio con tutte queste donne sarà un bell’allenamento per una futura vita matrimoniale!”.

Anche una collega mi ha fatto “Povero te!” alludendo al mio rappresentare una minoranza. Oggi le due colleghe mi hanno detto la stessa cosa, parlando del fatto che nell’ufficio potrebbe arrivare una quarta persona, anch’essa donna.

Mi è capitato in passato, a dei colloqui, quando si passava a delle chiacchiere più o meno informali (dopo un’ora che ti tengono sulla sedia succede), parlando dell’ambiente di lavoro mi dicessero “Eh, siamo tutte donne!” con un tono misto tra “Non hai idea di cosa ti aspetterebbe” e “Qua è un casino”. Come se la cosa dovesse darmi poi da pensare, mentre invece pensavo solo che questa è una non-risposta perché non mi state dando l’informazione che cerco (beninteso, nessuno potrebbe spingersi a dire a un colloquio “Scappa da qui perché c’è un ambiente pessimo” anche se fosse così).

A me non è mai fregato nulla di dover condividere spazi lavorativi con uomini o con donne.

Mi frega e molto il non essere costretto a dividere spazi invece con gente che dà fastidio. E i fastidi possono esseri di varia natura: comportamentale, verbale, ascellare.

Credo quindi che la cosa fondamentale di cui preoccuparsi sia non rompere i testicoli o le ovaie al prossimo, sia esso dotato di testicoli o di ovaie o entrambi e indipendentemente da ciò. E purtroppo – in pochi casi per fortuna – quelli che mi hanno dato fastidio sono stati sia uomini che donne.

Quindi, sì, povero me che devo dividere spazi con gli esseri umani.

Non è che le zanzare abbondano nelle risaie perché il riso fa buon sangue

La sede dove lavoro è molto caratteristica. Praticamente, è una cascina. Milano un tempo era tutta una cascina, molto prima che i boschi cominciassero a crescere in altezza. In qualsiasi zona io mi sia trovato in queste 2 settimane scarse da quando sono qui, con qualsiasi persona io abbia parlato, mi sono sentito dire “…che poi questo quartiere non era Milano, è stato inglobato dopo…”. Ho capito che Milano un tempo era giusto lo spazio compreso tra il Duomo e Sant’Ambrogio, il resto era tutta campagna. Ecco da dove nasce il modo di dire!

Il mio ufficio si trova in un edificio che un tempo era la stalla di questa cascina. Sentendomi io spesso un asino, in genere, è la collocazione per me più adatta.

L’altra caratteristica è che in questa sede è tutto dislocato. Se vuoi scaldare le vivande per la pausa pranzo o tenerle in frigo bisogna attraversare la corte e andare in un’altra struttura della cascina. Si può pranzare all’interno di essa o nella corte, sotto gli alberi.

È tutto bello e bucolico fin quando prosegue questo fine di estate. A gennaio penso che non mi buscherò la polmonite per godere di 1 minuto di microonde.

La terza caratteristica, corollario della precedente, è che, per effetto delle dislocazioni logistiche degli edifici, la mia stalla, pardon, l’edificio del mio ufficio, non ha il bagno. Bisogna attraversare la famosa corte di cui sopra e poi scegliere tra due strutture, entrambe dotati dei servizi igienici.

Sarà un po’ scomodo in inverno mettere e togliere il cappotto giusto per andare al bagno. Credo che qui i dipendenti si siano abituati all’introversione. Al tenersi tutto dentro. Non vedo mai nessuno uscire dall’edificio durante le ore di lavoro, anche in questi giorni di bel tempo.

Sarà perché, in fin dei conti, sono nordici, son fatti così!

C’è una cosa infatti che ho notato qui. Quando si lavora, si lavora, punto. Tutti zitti, la testa fissa sullo schermo.

È una cosa ovvia.

Però mica tanto. Mi sono sempre trovato, giù, in ambienti lavorativi dove ogni tanto una battuta, uno scherzo, un po’ di caciara, veniva sempre fuori. Persino a Budapest era così: lasciando stare la mia collega (la famosa CR) che era delle mie parti, anche BB (non Brigitte Bardot) e Aranka Mekkanica, ungheresi D.O.C., si producevano in qualche momento di svago. Ancora mi sveglio di notte con gli infarti rimembrando la sonora risata di BB che frantumava il silenzio facendomi sobbalzare dalla sedia.

Un’amica monzese mi ha detto che qui a Milàn è così, si ride dopo il lavoro, all’aperitivo, mentre invece quando si lavora si lavora.

Che gente strana! Da quand’è che il lavoro è una cosa seria?!

Non è che se Max Pezzali si desse alla biologia canterebbe “Sei un mitocondrio”

Oggi è stato il mio primo giorno di lavoro. La giornata sembrava esser costruita per svilupparsi per il meglio. Come primo giorno ero convocato un’ora più tardi, per le 10, con comodo. La mattinata si presentava soleggiata e dalla temperatura fresca ma non fredda. Ideale per andare al lavoro in bici.

Scendo giù le scale per andar a gettare la plastica nei bidoni in cortile e sento un fetore incredibile. Mi guardo intorno. Poi guardo a terra. Avevo calpestato delle deiezioni canine posizionate strategicamente e proditoriamente giusto lì da qualche cane di qualche condomino scappato giù.

Quello era il segnale che qualcosa sarebbe andato storto.

Al lavoro abbiamo iniziato in 5. Le mie nuove colleghe sono tutte donne. La tizia dell’eich arr, parola inglese che sta per Risorses (perché è plurale) Umane, quando ci vede, esclama:

Benvenute! Anzi, BenvenutI! Finalmente abbiamo una quota maschile!

E le mie colleghe:

– È vero, ho sempre lavorato con donne
– Ma io infatti quando stamattina l’ho visto ho detto Un uomo?!

Sono uscito dalla stanza molto contrariato.

In base a cosa hanno pensato che io sia di maschilità uomo? Quale presunzione porta loro a etichettare con leggerezza una persona che non conoscono?

Avrei voluto alzarmi e dire Scusate, ma io sono Gender!. Ma non li leggete i telegiornali? Tutti oggi parlano dell’invasione del gender, addirittura denunciano che sia materia d’insegnamento! Ascoltate i giornali, il gender ormai è ovunque. I cibi che mangiate sono a base di gender. Il gender è il nuovo gender. Solo quelli che vivono nella preistoria non lo capiscono.

E dico preistoria non a caso. E dico che io non capiscono per un solo motivo: la mitocondrialità.

Sabato sera conversavo con due mitocondriologi milanesi, i quali mi hanno fatto aprire gli occhi. Come si sa, i mitocondri si ereditano solo per via materna. Una storia che parte dalla notte dei tempi, da quando le cellule hanno inglobato questi organelli e li hanno fatti propri.

Essendo le uniche a garantirne l’ereditarietà (tal da far parlare di “Eva mitocondriale” – riferendosi non a una sola donna, ovviamente – come origine della specie umana) le donne si può dire che detengono l’esplosivo potere mitocondriale. E vogliono tenerselo!

Per questo non riconoscono (o non vogliono) riconoscere un gender quando ne vedono uno, a mio avviso.

Per questo intendo stabilire regole chiare al lavoro: sono di uominità maschile ma solo perché l’ho deciso io, non perché mi ci avete etichettato voi!

Non è che il caseificio sia un posto dove producono case

A settembre mi trasferisco a Milano.

La prima questione da risolvere sarà quella di trovare una casa. Un posto letto. Uno scatolo di cartone. L’esigenza di trovare una sistemazione è ovviamente quella primaria.

La seconda esigenza sarà quella di capire un po’ come funziona questa Milano.

La terza questione sarà  quella di imparare a galleggiare. Un po’ come invitava a fare Pennywise alle sue vittime.

C’è una regola per nuotare che viene insegnata fin da subito ai principianti: per imparare a stare a galla, bisogna imparare ad affondare.

Mi sembra negli anni di essere molte volte giù. Non profondità abissali, s’intende: sono fortunato a non aver avuto una vita difficile. Ho avuto i miei momenti, comunque, in cui mi sono sentito toccare il fondo. Quello lì è proprio il momento per imparare a trovare l’equilibrio e stare a galla.

Ecco, partire per un’altra nuova città con un contratto che a gennaio scadrà – senza possibilità di proseguire – è una nuova ricerca di equilibrio idrodinamico.

È da sempre che faccio questo. Contratti, contrattini, contratticini. Incertezze. Bisogna galleggiare, non c’è altro da fare.

Non è che sei maldestro perché ti cadono sempre la braccia

È da una decina d’anni circa che mi trovo nel mondo del lavoro e della ricerca di esso e ho un po’ di esperienza di colloqui. Invidio chi non ha mai avuto bisogno di farne uno e non sa manco come si scriva un CV; non mi riferisco a casi di spinte istituzionali o che altro, ma semplicemente a opportunità che a qualcuno sono arrivatre tramite un semplice passaparola o un intreccio di rapporti.

In quest’ottica secondo me non sbagliava l’ex Ministro Poletti quando parlava di inviare meno CV e partecipare a più partite di calcetto.

Io a calcetto sono sempre stato una pippa, forse è stato questo il mio problema.

Ho avuto e sto avendo più soddisfazioni dal nuoto, però ancora nessuno mi ha offerto un lavoro, sarà che in acqua non puoi parlare ché se apri la bocca poi bevi e non è molto simpatico.

Un’altra cosa che un po’ rimpiango è il non avere aneddoti interessanti di colloqui di lavoro particolari; ciò non toglie di aver spesso provato seccatura&fastidio di fronte a domande che fanno cadere le braccia.

Le più comuni di queste, capitatemi tutte fuori territorio d’origine, sono (con tra parentesi le risposte che avrei voluto fornire):

«Quindi lei è di Napoli?»
(Sì, c’è anche scritto sul CV, non sa leggere? Sul serio lei è pagato per perdere tempo con queste domande?).

A volte questa domanda è seguita da quest’altra:

«Non sembra di Napoli/Non si sente che è di Napoli»
(Shpara Gennà, shpara! Ora l’ho convinta? Le grido anche un FOZZA NAPOLI con tanto di imitazione di enfisema vulgaris tipico di chi è appena tornato dallo stadio, se vuole).

La più bella forse è questa:

«Quindi lei si trasferirebbe qui?»
(Trasferirsi? E perché? Io pensavo di fare il pendolare tutti i giorni, tanto cosa vuole che siano 600 km tra Vergate sul Membro e casa mia? Ho un cannone da circo a casa, mi faccio sparare qui al mattino, per il ritorno, invece, avete dotazione di una catapulta medioevale in ufficio?).

Una volta, invece, da Bologna andai a Parma in un’agenzia che aveva una ricerca aperta.

«Mmhh…Bologna…che ci fa qui a Parma?»
(Sa, mi hanno detto si mangia bene in questa zona e volevo provare. Sono entrato qui infatti solo per chiedere se potesse indicarmi una trattoria).

E per non essere troppo autoreferenziale con questo post e aiutare chi mai si trovasse in situazioni simili, ho fatto un piccoli elenco di:

Possibili risposte troppo sincere per domande troppo tedianti

«Lei pratica sport?»
Mi sono dedicato con successo all’onanismo, non a livello agonistico però.

«Parla altre lingue oltre a quelle indicate sul CV?»
Da ubriaco, sì, parecchie.

«Come mai è qui?»
Mi ci avete chiamato voi.

«Per lei cosa rappresentano team working, brefing, brainstorming?»
Un modo per darsi un tono sparando termini inglesi a cazzo.

«Vorrebbe dei figli?»
Da lei sicuro di no.

«Mi può dire un suo difetto?»
Tendo a innervosirmi e picchiare chi mi fa troppe domande.

Non è che i maiali abbiano domande da porci

Lei parla dall’altro lato del tavolo. Io sono distratto dalla lavagna bianca alle sue spalle. Come tutte le lavagne di questo tipo presenta aloni e macchie perché chi la utilizza non si preoccupa di nettarla con regolarità o di scrivere con pennarelli adatti.

Mi sta parlando della proposta contrattuale che hanno in mente. Sposto la mia attenzione dalla lavagna a ciò che sta per dire. Propongono sei mesi-barra-un anno di collaborazione, poi un inserimento stabile. I sei mesi-barra-un anno verrebbero finanziariamente coperti grazie a un progetto che hanno in corso, in cui nel budget sono allocati fondi per una risorsa aggiuntiva.

In quel momento mi sono posto il dubbio sull’opportunità di fare o non fare una domanda. Ci sono questioni che, in sede di colloquio, è bene non porre perché violano una sorte di galateo professionale non scritto che fa la differenza nella valutazione di un candidato.

Oggi riflettevo sul fatto che capita sempre quell’istante in cui ci troviamo sospesi tra l’agire e il non agire.

La bacio o non la bacio?
Alzo la mano o non alzo la mano?
Lo dico o non lo dico?
Dico al cameriere al dolce oppure no?

È una questione di pochi attimi, in cui avverti salire l’impulso all’azione mentre dall’altro lato una forza uguale e contraria spinge per farti desistere perché non è il caso.

Per esperienza personale dico che quando siamo in presenza di due forze contrastanti di questo tipo vuol dire che l’idea di agire forse non è tanto buona. L’istinto, in caso contrario, avrebbe già prevalso e ci avrebbe spinto a fare quello che avevamo pensato.

I primi baci migliori che ho dato sono sempre stati d’impulso. Magari dall’altra parte lo si aspettava in un momento precedente, ma io punto sull’effetto emotivo che dà il cogliere di sorpresa. Sun Tzu nella sua Arte della guerra sarebbe stato d’accordo.

Il dubbio che mi era venuto durante il colloquio era se ci fossero prospettive a garanzia della copertura finanziaria per la risorsa, una volta esaurito il progetto (e il finanziamento). È brutto diffidare degli altri, ma non è raro che dopo aver lavorato un periodo di tempo con qualcuno ci si senta dire che non è più possibile andare avanti, rinnovare o stabilizzare il contratto, perché mancano i mezzi.

La domanda alla fine non l’ho posta. Sempre per quel mio principio che se mi viene il dubbio su una cosa forse è meglio non farla.

Ne ho parlato con un’amica che è da 10 anni nel mio settore. Mi ha detto che ho fatto bene a non chiedere e non approfondire. Purtroppo. Ha aggiunto.

Lei se lo sarà posta il dubbio sull’aggiungere o meno quel purtroppo e privarmi così dell’idea che sono io a pensare male degli altri?