Non è che ti servano le chiavi per aprire una fabbrica

Ho una ex collega la quale, pur avendo io cessato le mie attività lavorative con lei 2 settimane fa, continua a chiamarmi per cose di lavoro.

Oggi la sua maledetta telefonata mi ha fatto sobbalzare.

Il fatto è che sono in attesa di notizie dall’ultimo colloquio e mi trovo in quella fase in cui l’ansia del desiderio di avere notizie logora dentro e mi fa brutto fuori. Avevo dimenticato com’era avere la posta sempre aperta sul pc e correre a controllare a ogni notifica, per poi scoprire che era solo spam con oggetto acqua casalinga purificata. No, grazie, io bevo acqua addizionata da anidride carbonica, malto e luppolo.

Avevo dimenticato com’era non perdere mai di vista il telefono, anche in bagno, perché le telefonate importanti arrivano nei momenti meno opportuni.

Ricordo una volta, anni fa, per un lavoro ricevetti la telefonata positiva proprio in un momento delicato e personale. Chiusi l’acqua, risposi un po’ freddo per l’imbarazzo, alla lieta novella replicai con un Ah…bene. che lasciò interdetto il Selezionatore, ma altro non riuscivo a esprimere in quel momento.

Non so quanto tempo in futuro ancora potrò reggere questi momenti di stress, il pre, il post, il mentr. Ho deciso ancora qualche anno e poi mi metterò in proprio, creerò un’attività, sarò imprenditore di me stesso e quando avrò urgenza di aver notizie da me mi solleciterò senza tema di esser giudicato.

Devo ancora decidere in che campo buttarmi. Forse il camposanto.

Forse aprirò una fabbrica di biancheria intimista. Per uomini e donne ripiegati in sé, attenti alle piccole cose di valore della vita e cul-tori della dimensione affettiva privata. La biancheria intimista è per pelli sensibili, così sensibili ed effimere che in breve volgono nel decadentismo.

Non aspettare di essere decadente: nel segreto del calore domestico, esalta le tue emozioni più che personali indossando un capo intimista!

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Non è che per un’escursione in montagna ti serva per forza l’auto perché è necessaria la guida

Salve, sono Gintoki. Forse vi ricorderete di me per post come Non è che ti serva un disegnatore per tracciare il profilo di un candidato.

Quelli della scorsa settimana lunedì mi hanno richiamato per un secondo colloquio. Fissato il giorno dopo. Con la Presidente. Ero rimasto perplesso sulla durata del primo incontro: 20 minuti scarsi. Poi ho capito che devono essere loro a vivere in un’altra dimensione temporale. Una delle tizie con cui mi sono confrontato l’altra volta, introducendomi alla Presidente, ha detto “Abbiamo fatto una lunga chiacchierata”.

Lunga?

Poi ho capito. Con la Presidente il colloquio è durato 10 minuti. Se questi sono i loro standard capisco che venti minuti allora siano stati un’eternità.

Tutto ciò però mi ha dato spunto nel pensare che non ho mai scritto una Guida per un perfetto colloquio.


Chi me l’ha chiesto? Nessuno. Ma ci rimasi molto male quando, alle scuole medie, in un tema incentrato sul leggere mi lanciai in consigli sulla lettura e la Professoressa mi riprese dicendo, davanti alla classe, Gintoki: ma chi ti ha chiesto niente?.

Quindi da allora per questo trauma devo scrivere guide.


  1. Vestitevi bene. Anzi, vestitevi, come prima cosa. A meno che non sia un colloquio per una parte in un film pornografico. Lì conviene non vestirsi.
  2. L’esordio con una stretta di mano convincente è fondamentale. Allenatevi a stringerla bene: consiglio di frequentare comizi politici e andare a salutare personalmente i candidati, è un buon training. Mi raccomando: niente scherzo della fetta di salame all’interno della mano dicendo “E ora mangiatevi pure questa!”. Poi i vegani si offendono.
  3. Ai colloqui non si va impreparati: studiate bene le attività dei vostri possibili datori di lavoro. Se vi siete candidati per un’associazione malavitosa, invece, è bene che mostriate di non saperne proprio nulla su di loro.
  4. Fate attenzione ai segnali non verbali che lanciate con le mani. Non incrociate le braccia. Non gesticolate eccessivamente. Non giocherellate con penne o altri oggetti. Non tenete le braccia troppo rigide. Non fate nulla ma non mostrate di stare  a tutti i costi cercando di non fare nulla. Per togliervi dall’impaccio, fate come me: prima di un colloquio mi faccio ingessare le braccia fino all’omero così non devo pensarci.
  5. State dritti e composti. Lasciare l’attaccapanni nella giacca che indossate può essere di aiuto.
  6. Potrebbe capitare che vi facciano domande che sembrano non avere attinenza con il lavoro o pongano quesiti che possono mettervi in difficoltà. È per testare la vostre reazioni. Non perdete la calma e rispondete in modo lucido e razionale al selezionatore. Potrete sempre bucargli le gomme dell’auto per ritorsione, in un secondo momento.
  7. Non mentite sulle vostre competenze ma non sminuitele neanche, anzi, cercate di presentarle in maniera accattivante: chi può smentire che siate Esperti nell’intrattenimento videoludico e in upgrading hardware per la migliore fruibilità dei contenuti, se a inizio anni 2000 montavate le modifiche alla PlayStation per far girare i giochi pirata?
  8. Se siete nervosi, trovate qualcosa che vi rilassi e faccia sciogliere la tensione, un po’ come fa questo brillante candidato:

Spero che questi preziosi consigli siano utili per farvi ottenere il posto tanto desiderato.

Non è che ti serva un disegnatore per tracciare il profilo di un candidato

È sempre interessante sostenere un colloquio di lavoro.

Tralasciando la dose di ansia pre-incontro che mi affligge in queste situazioni, che mi porta a immaginare uno scenario di eventi catastrofici in una scala che va da “Morte improvvisa” (la cosa per me migliore) a “Mi cederanno i pantaloni e resterò nudo davanti agli esaminatori e mi denunceranno per atti osceni e spargeranno la voce e la mia vita professionale sarà rovinata”.

Ieri ho passato, tra andata e ritorno per raggiungere la sede dell’incontro, 8 ore in treno. Sono uscito di casa alle 7:30 per ritornarvi alle 22.

Il tutto per 20 minuti di conversazione. E 100 € di biglietto, acquistato per forza di cose due giorni prima appena saputo. Una escort forse sarebbe stata più economica.

Non saprei dire se la durata sia stata poca o no: ormai è impossibile tracciare uno standard colloquiale. Una volta in un’azienda mi tennero un’intera giornata per 3 sessioni di colloquio in cui nell’ultimo mi chiesero Com’è il rapporto coi suoi genitori? e poi mi dissero Arrivederci e grazie. Forse non risposi bene a quell’ultima domanda.

Forse dovevo replicare “Sono Bruce Wayne. E comprerò questa baracca per sbatterti fuori”.

Per il precedente lavoro invece ebbi un colloquio al telefono che durò un’ora ma in cui quello che sarebbe diventato il mio Responsabile non mi parlò di altro che dei suoi personali esami clinici. Pensai che forse si era trattato di un test di empatia, ma anche durante la mia esperienza lavorativa ci ha tenuto a darmi ragguagli medici tra cui lo stato della sua prostata.

C’era una particolarità nell’ufficio dove ho sostenuto ieri il colloquio. Una scrivania di vetro. Secondo me è una roba da psicopatici o pervertiti.

Perché mai uno dovrebbe guardare gambe e piedi della persona seduta di fronte? Senza contare la scomodità di non vedere il bordo, rischiando di sbattervici contro oppure, a ogni accavallamento di gambe, di darvi una ginocchiata sotto.

Nonostante sul mio CV fosse scritto dove vivo (prima riga del riquadro del profilo) e dove lavoro (prima riga del riquadro esperienze), una delle due tizie che mi ha esaminato mi ha fatto una brillante domanda: Tu vivi a Napoli?. Avrei voluto replicare: No, vivo a Baden-Baden (Germania-Germania), faccio il pendolare.

La stessa tizia aveva un evidente raffreddore ultimo stadio. Ha passato tutto il tempo a strusciarsi sul naso e rigirare tra le dita un fazzoletto sbrindellato. E poi mi ha porto la mano alla fine. Mi sono disinfettato con l’accendino appena girato l’angolo.

Quando ho chiesto “Com’è l’ambiente qui?”, che è una domanda che faccio alla fine per generare qualche chiacchiera informale che può tornare a mio vantaggio, mi hanno risposto, guardandosi con un ilare imbarazzo – come a fare “Che gli diciamo?” –  Siamo tutte donne.

Noi vorremmo incrementare la quota – hanno aggiunto – ma non riusciamo….

A quel punto avrei voluto chiedere perché non riescono, ma mi sembrava eccessivo. E ho pensato che però un colloquio realmente onesto dovrebbe contemplare la possibilità che il candidato alla fine possa fare domande tendenziose e fastidiose, del tipo (esempi ispirati da tutte le mie esperienze passate):

Perché non fate riparare il citofono?
Questo posto lo avete arredato per scommessa o avete solo pessimo gusto?
Immagino che il vostro settore ricerca biologica sia molto avanzato, a giudicare dalla muffa sulle pareti, giusto?
La persona che prima ricopriva la posizione per cui sono qui perché è andata via? Scelta professionale o esaurimento nervoso?
Lei il mio CV lo ha letto o ne ha fatto un aeroplanino?
Vista la sua età dovrei chiederle come si vede tra 10 anni?
– Ma lei trova intelligente tenere sogni nel cassetto?

Seriamente: perché una scrivania di vetro?

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dal webbe

Non è che basti sbattere contro una rotativa per fare una testata giornalistica

Quando compro un biglietto del treno cerco di scegliere sempre un posto isolato, in fondo alla carrozza.

È più che altro per una questione di comodità: non hai qualcuno di fianco da disturbare se vuoi alzarti o che a sua volta ti disturba se deve alzarsi. Non c’è qualcuno di fronte che osserva quel che fai o che stende le gambe costringendo le tue a riporle sotto il sedile come un bagaglio a mano.

In realtà poi non mi dispiace aver di fronte qualcuno con cui scambiare due chiacchiere generiche. In genere. Attualmente invece non voglio avere contatti col prossimo. Non si sa mai. Potrei ritrovarmi con un terrapiattista. Un respiriano. Un fan dei Modà.

Potrei poco tollerare una simile eventualità.

La settimana scorsa ho avuto una sorta di crollo nervoso dopo una serie di eventi.

Ho dato una testata contro il pianale del portabagagli di un furgone. Nello stesso punto in cui la settimana precedente avevo dato una testata contro la sbarra sporgente del portapacchi dell’auto.


Sia il pianale che il portapacchi stanno bene e hanno rinunciato a farmi causa per lesioni.


Nei giorni precedenti avevo cominciato ad avere dei presagi di rovina incombente. Salivo in auto col pensiero che mi sarebbe venuto addosso qualcuno. Così, de botto, senza senso.

Sarà che ho cominciato a vedere intorno a me molti incidenti. Ogni volta che trovavo traffico sapevo che era accaduto qualcosa più avanti. Oggi un tizio è finito addosso a un altro che aveva inchiodato di colpo.

Anche io ho inchiodato di colpo a uno Stop per non entrare nel bagagliaio di uno. Lo zaino che avevo sul retro si è ribaltato. Si sono ribaltate anche delle mensole che trasportavo. Per fortuna il portatile aziendale che avevo nello zaino ha attutito il colpo sacrificando il proprio schermo per impedire che le mensole si rovinassero.

Nello stesso giorno una persona al lavoro mi ha fatto alterare. Dopo averla messa a tacere, non pago, nel gruppo Whatsapp le ho scritto un panegirico di repliche punto su punto, accusandola, insieme alle altre persone del suo gruppo, di “indolenza e neghittosità”. Era dal 2012 che non utilizzavo questa espressione.

Come mai tutti questi anni prima di ripescarla? Sarò stato indolente e neghittoso?

Non è che ti serva un trapano per far un buco nell’acqua

Sono giornate convulse e di convulsioni giornaliere qui alla Spurghi&Clisteri dove lavoro. Dopo aver fatto Questo&Quello ora devo anche reinventarmi in falegname/elettricista/manutentore, giacché gli altri non possono farlo: sono stati infatti segnalati casi di gomiti che fanno contatto col piede oltre che di violenti attacchi di culopeso.

Il culopeso è una sindrome da non sottovalutare: all’improvviso senza segnali di avvertimento le terga si fanno pesanti e anche alzarsi per rispondere al citofono può risultare difficile, stancante, di grande dispendio energetico.

– Se iniziate a procrastinare gli impegni, anche quelli di rilevanza personale;
– Se iniziate a chiedere agli altri di prendervi qualcosa, perché “tu sei più vicino”;
– Se iniziate a diventare abili come Lebron James nei tiri da 3 punti pur di non alzarvi e arrivare alla pattumiera;
– Se non cambiate canale perché il telecomando è lontano e preferite sorbirvi Barbara d’Urso;

allora è probabile che soffriate di culopeso.


A chi si chiede che lavoro io faccia mai per ritrovarmi coinvolto in mansioni varie anche non conformi al mio profilo contrattuale rispondo che non lo so neanche io più: giacché fin dal primo giorno nella S&C summenzionata mi è parso chiaro che si andasse avanti all’insegna dell’improvvisazione quotidiana e del dadaismo.


Per aiutarci o per complicarci la vita nella sistemazione degli ambienti è giunta in soccorso da noi anche un’esperta e nell’allestimento di aria fritta e nella scienza della fuffa da interni. Costei, ascrivibile al genere M.I.L.F. (Magistrale Improvvisata Leziosa Fuffologa), mi ha subito inquadrato come colui che avrebbe fatto al caso suo. Io cercavo di farmi i cacchi miei fingendo di strapparmi pellicine dai pollici con grande realismo e vero sanguinamento, ma la mia propensione a mettere poi il becco dappertutto per fare il saccente mi si è ritorta contro. Dopo una mia osservazione su un’angolo a 90° la M.I.L.F. si è rivolta a me al suon “Ok parlo con te che mi pare di capire te ne intenda” e, senza manco chiedere, mi ha intimato “Ascolta, là mi devi montare e qui mi devi trapanare”.

Al che io ho acconsentito giacché non è da me rifiutare richieste così perentorie; a dire il vero mi sono però sentito un po’ in imbarazzo e in ansia perché ho sì trapanato in vita mia ma non so se la mia esperienza possa esser ciò che faccia al caso di una tal navigata fuffologa. Mi seccherebbe deludere le sue aspettative.

È un duro lavoro ma qualcuno deve pur farlo, però.

Comunque mi sono licenziato. Ciò non mi darà l’esonero dalle operazioni di montaggio&trapanamento per la signora, ma la mia fuoriuscita è stata accolta dall’alto con un “Ah beh comunque abbiamo intenzione di chiudere i rubinetti giù da voi”.

Spero non intendesse dire che mi toccherà fare pure l’idraulico prima del mio ultimo giorno di lavoro!

Non è che il filosofo si dà al bricolage e ragiona sul senso della vite

Erano due operai IKEA che stavano in modo alacre montando delle scaffalature FIJØDENÅMI o KITEMMUÖ (non ricordo) nel negozio.
Erano due volontarie che gestiscono il negozio che osservavano i due operai lavorare in modo alacre.
Ero io che osservavo osservanti e osservati perché ci vuole sempre qualcuno che finge di comandare.


Hasta siempre comandante Che Gattara.

 


Il trucco per essere un buon comandante è sottolineare l’ovvio. Ad esempio uno sposta il mobile e tu esclami “Sì, ecco, esattamente, proprio là avevo pensato”.

Passa l’ausiliare della sosta che nota il furgone degli operati senza il tagliando.

– Scusi, ce ne andiamo via subito
– Eh ho capito ma qua io passo il segnalatore mi dice che la sosta non è stata pagata io non posso far finta di niente
– Ma noi stiamo lavorando
– Anche io sto lavorando
(Accorrono le volontarie) Scusate ma noi qui lavoriamo
– Eh ho capito ma anche io faccio il mio lavoro
(per non sentirmi da meno, intervengo) Anche io sto lavorando. Che facciamo?

Quindi si è creato questo stallo alla messicana che sarebbe continuato a lungo se non fosse scattata l’ora della pausa pranzo dell’ausiliare, perché va bene i rimorsi di coscienza del non fare il proprio lavoro ma i morsi della fame sono un pungolo migliore.

Lo capisco.
Quando ho fame non voglio sentir ragioni. A vedermi, col mio fisico da scioperante della fame in favore dei cormorani esausti, non si direbbe, ma per me il cibo è importante. Quando comincio a entrare in riserva energetica spengo le funzioni accessorie, come il mantenere il contatto visivo con le altre persone e il comunicare con loro articolando frasi di senso compiuto in una lingua comprensibile agli esseri umani.

Mi sono sempre sentito un soggetto strano per questo. Poi ricordo quando ero in Giappone una volta uno dei miei compagni di viaggio – tutte persone che avevo conosciuto in quell’occasione – ci mollò perché aveva fame, bestemmiando in toscano e continuando a farlo guardandoci di traverso mentre si allontanava.

Al che realizzai che puoi sentirti strano quanto vuoi ma alla fine qualcuno di più strano sempre apparirà. Magari anche sotto forma di ausiliare della sosta.

Non è che il muratore ami scrivere note in calce

Un’associazione animalista, di cui non farò il nome, in calce alle proprie domande di lavoro scrive che seleziona i collaboratori “esclusivamente sulla base delle competenze professionali, indipendentemente da elementi relativi a provenienza culturale, genere, orientamento sessuale.”.

Nello stesso annuncio però c’è scritto: “A parità di competenze costituisce titolo preferenziale la scelta vegana”.

Beninteso, trovo del tutto logico che un ente o un’associazione a vocazione fortemente etica ricerchi una certa coerenza tra la propria mission e la visione morale della persona.

Insomma, sarebbe credibile Valentino Rossi testimonial del club “Tutti a piedi spegniamo i motori”?

Detto questo vorrei capire come si concilia la scelta alimentare con la selezione “esclusivamente professionale” e da quando il cibo rappresenta una competenza professionale.

Ma dato che l’associazione non è mia, non discuto e più che altro mi chiedo come facciano poi ad appurare questa scelta.

Così ho pensato a Metodi per identificare a tradimento un falso vegano in un colloquio di lavoro (partendo dall’assunto che magari qualcuno potrebbe a parole dirsi votato al veganesimo totale per avere il posto di lavoro):

– Durante il colloquio di gruppo viene lanciata sul tavolo una bistecca alla fiorentina: chi la afferra è fuori;
– Il candidato potrebbe tradirsi utilizzando espressioni come “Tutto fumo e niente arrosto”, “Mettere troppa carne sul fuoco”, “Gallina vecchia fa buon brodo”;
– Al candidato verrà porto un foglio facendo in modo che si tagli con la carta: se sugge il sangue dalla ferita è scartato;
– Il candidato verrà invitato a un colloquio a pranzo nell’hamburgheria di Giorgione lo scuoiapelli;
– Il candidato dovrà visionare e poi commentare, con la dovuta proprietà di analisi, Hannibal o, in alternativa a scelta, Bambola di Bigas Luna con focus sulle “scene alimentari” della grande attrice mondiale Valeria Marini;
– Controllare se il candidato fa abbastanza di frequente notare, gratuitamente e non richiesto, di essere vegano;
– Fargli la battuta “E perché allora la lattuga non soffre???”: se sbuffa è vegano, se ride è eliminato;
– Mandarlo al supermercato a fare la spesa e controllare se legge le etichette alla ricerca di un fantomatico colorante ricavato dalle coccinelle.

 

Non è che devi conoscere l’ordinamento giudiziario per metter mano alla cancelleria

Sono stato un po’ assente dal blog in questi giorni. Il lavoro mi ha un po’ assorbito e non lo dico come scusa. Posto qui delle prove fotografiche delle mie recenti attività in ufficio.

Certe volte il lavoro ti divora proprio:

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O ti stringe a tenaglia:

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Ho avuto poi da fare con le banche, che mi hanno fatto delle offerte a cui non ho abboccato:

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Poi all’improvviso mi balena un’idea:

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Perché non tirarsi su con delle pillole di vitamine e integratori?

O forse è meglio evitare schifezze e trovar ristoro al fresco sotto un albero:

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Però con sto caldo si dovrebbe solo andare al Polo per rinfrescarsi:

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Un narvalo

Sono giorni di attività frenetica.

Non è che il marinaio utilizzi estremi rimedi a mari estremi – Pt. 2

Nella puntata precedente avevo parlato del “momento formativo” che mi aspettava nel Quartier Generale.

Ero pronto a tutto pur di difendere me stesso, anche a mettere in scena Il Sociopatico. Cosa che avevo iniziato a fare nei giorni precedenti.

Dato che mi aspettava una trasferta con sveglia alle 5 di mattina e ritorno a casa alle 22 circa, avevo chiesto la cortesia, oltre ai biglietti del treno, di procurarmi un alloggio per ripartire il giorno dopo. Avevo sempre provveduto a spese mie, facendo risparmiare danaro, per una volta male non faceva (è un mio diritto). Per tutta risposta senza il mio assenso mi hanno fatto i biglietti con sveglia alle 5 e ritorno previsto entro le 22. Al che io ho fatto Il Sociopatico: ho provocatoriamente scritto nella mail che alle 22 non avrei trovato mezzi per tornare a casa (una mezza verità, un passaggio ovviamente si rimedia ma questo non l’avevo detto), come potevo risolvere? In risposta mi hanno detto che mi avrebbero rimborsato un taxi. Che sarebbe venuto a costare più di una stanzetta per dormire lì! Chi mai opterebbe per questa soluzione, se non dei veri Sociopatici? Questa non me l’aspettavo proprio.

Non è finita: oggi, per la pausa pranzo tra i lavori del momento formativo, ci hanno fatto arrivare delle pizze. Ho aperto un cartone e mi sono trovato davanti una margherita col ragù alla bolognese sopra. Chi mai ordinerebbe uno scempio di pizza del genere? Dei Sociopatici, ovviamente!

Insomma, per ben due volte mi hanno spiazzato con la loro sociopatia.

Il momento clou è stato incontrare la mia nemica (vedasi sempre la puntata precedente): fin dall’inizio mi ha osservato mentre parlava, quando c’è stata la pausa mi è venuta incontro esclamando Gintoki! Finalmente ci incontriamo!.

Poi è caduto il silenzio. Non sapevamo che altro dirci. Ho finto quindi di strozzarmi con un cornicione di pizza.

È stato strano. Così battaglieri nelle nostre mail, così freddi e impacciati dal vivo. Sembrava un incontro tra due che si sono conosciuti in una chat di cuori solitari.

È a quel punto che ho realizzato: quella che pensavo fosse tensione professionale nelle nostre comunicazioni era in realtà tensione sessuale. Il che spiega poi l’imbarazzo nel trovarsi vis-à-vis.

Esordi di mail come questi:
Carissimo, forse non ci siamo capiti (lei)
e
Carissima, no infatti non ci siamo capiti. Bastava specificare che… (io)
o l’aggressività di certe sue affermazioni
Ti ribadisco la totale disponibilità del nostro ufficio (“ti ribadisco”? Più che un’offerta di aiuto sembra un’intimazione)
sono state potenti esibizioni di carica erotica in cui ognuno dei due cercava di dominare sessualmente l’altro.

L’aspetto più scabroso dell’intera vicenda è che a queste schermaglie assistono, senza mai intervenire, altri colleghi che leggono sempre in copia. Persone che assecondano il nostro voyeurismo ricavandone probabilmente anche loro piacere sessuale nell’ammirarci.

All’epoca in cui frequentavo il corso di Antropologia & Antropofagia il Prof. Durbans dell’Università di Scarborough ci aveva accennato alla mailergofilia, cioè alla perversione del trarre piacere sessuale dalle mail di lavoro (dal greco εργον, ergon, lavoro) raccontandoci di un esperimento condotto nel ’86 con dei bonobo. Si sa che questo animale vive la propria sessualità in modo libero, come ci ricorda Caparezza:

 

Il sesso non era comunque oggetto dell’esperimento.

Ai bonobo infatti erano stati forniti dei personal computer per verificare se l’esclamazione “Anche una scimmia saprebbe fare questo lavoro meglio di te” potesse avere un qualche fondamento.

L’esperimento fu interrotto dopo una settimana quando si scoprì che quando i bonobo si scambiavano comunicazioni professionali molto vivaci – alcune anche molto aspre e severe come accade su un vero posto di lavoro – nel loro cervello si accendevano le aree del tatto, del sistema limbico, dell’ipotalamo e della corteccia. Le stesse coinvolte durante un orgasmo. La ricerca venne fatta sparire per lo scandalo che avrebbe destato.

Mai pensavo di scoprire tratti così strani della mia sessualità. È proprio vero che non si finisce mai di imparare cose nuove di sé.

E voi, siete sicuri che quando al lavoro scrivete a qualcuno mandandolo a quel paese non vi stiate in realtà procurando un piacere sessuale? Frasi come “L’ho fanculizzato e ho goduto” si prestano a interpretazione…

Non è che il marinaio utilizzi estremi rimedi a mari estremi

C’è una persona su negli uffici dirigenziali con la quale, a distanza, non credo di aver instaurato un buon rapporto.

Diciamo pure che mi sta sul cazzo, per usare un termine sociologico.

Non mi piace il suo modo di porsi, un po’ maestrina e un po’ indisponente. Un atteggiamento che purtroppo ricorre anche in me, per questo so riconoscere subito una persona che si comporta così.

Ci siamo solo scambiati delle mail e non avendo mai parlato di persona o a voce (tranne la prima volta che me la presentarono, al telefono, quando lei esordì dicendo “Comunque noi siamo già in contatto su Linkedin”- nota, non era affatto vero), non abbiamo familiarizzato. C’è sempre un po’ di tensione nei nostri testi, per non dire che sembra che ci manderemmo volentieri a fare in culo se non ci trovassimo in un contesto professionale.

Mi conforta aver scoperto che non sono il solo a non tollerare i suoi modi.

Una volta credo di averla proprio fatta sporca. Lei mi aveva cercato al telefono e, non ricevendo risposta, scrisse una mail mettendo in copia il mondo intero esordendo con Gintoki, ho provato a chiamarti ma non ti ho trovato, facendomi fare brutta figura come se io non fossi reperibile in orario di lavoro.

Siccome non sono per niente rancoroso e vendicativo, risposi alla mail scrivendo: Ciao, sentiamoci pure domani per il confronto da me richiesto in data xx (vedasi mail di quella data) e già che ci siamo parliamo pure di quell’altra questione, da me richiesta in data xx (vedasi sempre mail di riferimento).

Ero dalla parte della ragione, in quanto da 3 settimane attendevo un feedback mai ricevuto. Se mi si fa pesare un’assenza, io faccio pesare una mancanza.

Ahimè questo mi avrà precluso le porte della sua simpatia. Dopo altri simpatici scambi, oggi mi ha scritto:

Carissimo Gintoki, in attesa di vederci il XX, ti chiedo un feedback […].

A luglio dovrò salire su per un “momento formativo” – lo definiscono così – con altri colleghi di altre zone d’Italia. Quel in attesa di vederci il suona come una minaccia. A parte che dove sta scritto che dovremmo vederci? E magari parlarci?

Mi sta facendo capire che mi aspetta al varco. Forse vuol mettermi pressione con questa dichiarazione.

Sun Tzu mi sconsiglierebbe di presentarmi: sto per andare incontro al nemico in casa sua. Condizione sfavorevole.

Potrei anche rinunciare a partecipare, in fondo già qualcun altro ha negato la presenza causa impegni. Però non credo mi disporrebbe bene con tutti gli altri. Inoltre fuggire sarebbe da codardi. Sun Tzu magari non troverebbe vile evitare un confronto svantaggioso. C’è però un’arma cui Sun Tzu all’epoca non aveva pensato perché forse troppo gentiluomo e che io mi trovo a questo punto invece costretto a utilizzare dopo tanti anni dall’ultima volta che l’avevo usata.

ATTENZIONE: Ciò di cui sto per parlare non vuole nel modo più assoluto essere un invito o un’istigazione a utilizzare questo strumento. Anzi, ne sconsiglio fortemente l’uso, già vietato in 53 Stati delle Nazioni Unite per il suo coefficiente di pericolosità e per chi lo mette in atto e per chi lo subisce.

A mali estremi, comunque, estremi rimedi.

Alla mia nemica dovrò fare Il Sociopatico.

Il Sociopatico è un individuo totalmente privo di emozioni e reazioni. Non ostenta indifferenza, lui È l’indifferenza. Non muove un solo muscolo del viso, ha lo sguardo fisso ma non perso: pensa sempre a qualcosa di cui gli altri non hanno idea. Potrebbe essere come cucinare un trancio di tonno o come trasformare chi ha di fronte in un trancio di tonno. L’unico movimento corporeo che si concede è magari un leggero tic. Ognuno può trovarsi quello che più sente congeniale. Ad esempio, può essere un bel vezzo sociopatico quello di toccarsi in sequenza e con ritmo la punta del pollice con gli altri polpastrelli.

Il Sociopatico abbiamo detto che non lascia trasparire niente. Anzi, magari dà feedback – i tanto cari feedback della mia avversaria – spiazzanti pur di fronte a situazioni allarmanti.

Es. Indicano al Sociopatico la sua auto in fiamme:

– Beh…pazienza…tanto dovevo cambiarla…Certo che col fuoco bisogna stare attenti…un mio amico per accendersi la sigaretta aveva dimenticato che il gas fosse aperto…eh la vita è proprio un attimo. Tu fumi vero? Eh sta attento. Va be’ tanto tutti dobbiamo morire, no? In fondo l’essere umano è solo un parassita per il pianeta, gli animali sono meglio.

E se ne va dando all’interlocutore una pacca sulla spalla che sa di malaugurio.

Per poter attuare il Sociopatico avrò bisogno di parlar da solo con la tizia. In questo modo, lei penserà che io non stia bene con la testa e mi lascerà più in pace prossimamente. Se anche dovesse parlarne con gli altri non verrebbe presa sul serio. Hanno tutti una buona opinione di me, lo so per certo. “Sociopatico? Ma chi, Gintoki? Si presenta sempre bene, parla in modo impeccabile”.

Un’unica cosa potrebbe disinnescare Il Sociopatico. Che sia lei stessa una Sociopatica!

Non è che un gatto si metta a giocare col filo del discorso

Ad agosto farò un viaggio in Islanda e da ora tutte le mie energie mentali – e il mio portafogli, ma in fondo che cos’è il portafogli se non la sede dell’energia? – sono proiettate verso quel momento. Anche durante una riunione quando la fiatella della persona accanto mi arriva mentre espira io penso alla mia meta. Visualizzo dei geyser dall’odore di alito marcio.

Non so mai che che posa tenere quando qualcuno sta tenendo un discorso, anche perché dopo poco tempo mi sento scomodo e debbo raddrizzarmi, muovere le gambe, lisciarmi la barba, grattarmi un orecchio.

È l’insofferenza.

L’insofferenza colpisce una tot percentuale di persone ogni tot persone nel Mondo. Non esiste cura: chi ha provato a porre rimedio all’insofferenza è diventato esso stesso insofferente.

Sarebbe bello poter esibire un certificato, all’occorrenza. Chiedo scusa, oggi non posso presenziare, ho l’insofferenza. Oggi sono di cattivo umore, mi è venuta l’insofferenza. Fa’ quel che ho detto e non discutere: ho l’insofferenza.

Durante il meeting la psicologa mi osserva. Ogni volta che alzo gli occhi vedo che lo fa e non capisco se mi osserva perché io la osservo o mi osserva e basta. Ho paura che essendo psicologa possa leggere i miei pensieri e capire che sono insofferente, quindi mi sforzo di mantenere una postura quanto più composta e controllata possibile, con le mani in grembo e lo sguardo basso serioso che fissa un punto che all’incirca termina verso la mia zona pubica. Dopo mi vien il timore che possa rendersi conto che questa posa è del tutto artificiosa e giudicarmi.

Che sofferenza, l’insofferenza.

 

Non è che ti serva una scala per raggiungere un’alta uniforme

Per la rubrica “Una cosa divertente che non farò mai più (spero)”, sabato scorso per lavoro sono dovuto intervenire alla presentazione di un libro in una ridente cittadina di Terra di Lavoro/Campania Felix.

È stato un evento grottesco.

L’autore, un ex sottufficiale dell’esercito appassionato di storia, ha scritto un libro su un aviatore della Prima Guerra Mondiale, nativo della ridente cittadina.

L’età media dei partecipanti alla presentazione era 60 anni.

Visto l’argomento, in prima fila c’erano degli alti papaveri dell’esercito di una caserma locale. Più che papaveri li avrei definiti crisantemi, visto il volto sprizzante allegria funerea. Uno di essi, il più impettito, quando ha preso la parola si è messo in posa mussoliniana col braccio puntato sul fianco. Non so cosa abbia detto nel suo quarto d’ora di discorso, ho staccato le orecchie quando ha cominciato a parlare dei giovani che non si interessano alla vicende storiche di Ridente Cittadina.

C’è stato un tizio invitato a parlare, presidente di non so quale associazione di blablaologia, che si è autodefinito “Fiero suddito delle Due Sicilie”. Spero che le Due Sicilie siano allo stesso modo fiere del proprio suddito.

Ero seduto alla destra del Sindaco, che mi ha completamente ignorato tutto il tempo tranne quando, all’improvviso, si è girato verso di me porgendomi un libro sulla storia della ridente cittadina, dicendomi “Questo è per lei”. Volevo ringraziare ma si era di nuovo girato dall’altra parte.

L’autore del libro ha fatto un discorso molto verboso e prolisso. Ha tenuto a darci ragguagli sulle cifre delle sottoscrizioni per la cerimonia funebre dell’aviatore, elencandole con tanto di centesimi e virgole. Dettagli significativi.

Il moderatore ha concluso la presentazione al grido di “W Tizio (l’aviatore), W Ridente Cittadina, W l’Italia!”. Stavo per aggiungere “W la passerina!” ma non volevo esser eccessivo.

L’autore mi ha porto una copia del libro con tanto di dedica e io l’ho fatta cadere. Succede sempre così quando mi donano qualcosa: mi cade dalle mani. Aspetto sempre il giorno in cui mi doneranno una palla rimbalzante per non sentirmi più a disagio.

Sul tavolino all’ingresso c’era un vassoio di caramelline. C’è stato un tizio che è passato e ne ha prese due. Poi è ripassato e ne ha prese tre. Poi è ripassato di nuovo e ne ha prese una manciata.

Una coppia attempata voleva che io scrivessi loro una dedica su una copia del libro. Non so per qual motivo. Non avevo la penna. Ne ho chiesto una disperato alle persone intorno, che si sono dileguate scuotendo la testa. I signori hanno detto Va be’ non fa niente, delusi. Mi sono sentito una persona orribile e sono certo loro staranno ancora parlando male di me e quando vedranno il libro si ricorderanno sempre di quell’individuo che li ha delusi.