Non è che se Max Pezzali si desse alla biologia canterebbe “Sei un mitocondrio”

Oggi è stato il mio primo giorno di lavoro. La giornata sembrava esser costruita per svilupparsi per il meglio. Come primo giorno ero convocato un’ora più tardi, per le 10, con comodo. La mattinata si presentava soleggiata e dalla temperatura fresca ma non fredda. Ideale per andare al lavoro in bici.

Scendo giù le scale per andar a gettare la plastica nei bidoni in cortile e sento un fetore incredibile. Mi guardo intorno. Poi guardo a terra. Avevo calpestato delle deiezioni canine posizionate strategicamente e proditoriamente giusto lì da qualche cane di qualche condomino scappato giù.

Quello era il segnale che qualcosa sarebbe andato storto.

Al lavoro abbiamo iniziato in 5. Le mie nuove colleghe sono tutte donne. La tizia dell’eich arr, parola inglese che sta per Risorses (perché è plurale) Umane, quando ci vede, esclama:

Benvenute! Anzi, BenvenutI! Finalmente abbiamo una quota maschile!

E le mie colleghe:

– È vero, ho sempre lavorato con donne
– Ma io infatti quando stamattina l’ho visto ho detto Un uomo?!

Sono uscito dalla stanza molto contrariato.

In base a cosa hanno pensato che io sia di maschilità uomo? Quale presunzione porta loro a etichettare con leggerezza una persona che non conoscono?

Avrei voluto alzarmi e dire Scusate, ma io sono Gender!. Ma non li leggete i telegiornali? Tutti oggi parlano dell’invasione del gender, addirittura denunciano che sia materia d’insegnamento! Ascoltate i giornali, il gender ormai è ovunque. I cibi che mangiate sono a base di gender. Il gender è il nuovo gender. Solo quelli che vivono nella preistoria non lo capiscono.

E dico preistoria non a caso. E dico che io non capiscono per un solo motivo: la mitocondrialità.

Sabato sera conversavo con due mitocondriologi milanesi, i quali mi hanno fatto aprire gli occhi. Come si sa, i mitocondri si ereditano solo per via materna. Una storia che parte dalla notte dei tempi, da quando le cellule hanno inglobato questi organelli e li hanno fatti propri.

Essendo le uniche a garantirne l’ereditarietà (tal da far parlare di “Eva mitocondriale” – riferendosi non a una sola donna, ovviamente – come origine della specie umana) le donne si può dire che detengono l’esplosivo potere mitocondriale. E vogliono tenerselo!

Per questo non riconoscono (o non vogliono) riconoscere un gender quando ne vedono uno, a mio avviso.

Per questo intendo stabilire regole chiare al lavoro: sono di uominità maschile ma solo perché l’ho deciso io, non perché mi ci avete etichettato voi!

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Non è che il caseificio sia un posto dove producono case

A settembre mi trasferisco a Milano.

La prima questione da risolvere sarà quella di trovare una casa. Un posto letto. Uno scatolo di cartone. L’esigenza di trovare una sistemazione è ovviamente quella primaria.

La seconda esigenza sarà quella di capire un po’ come funziona questa Milano.

La terza questione sarà  quella di imparare a galleggiare. Un po’ come invitava a fare Pennywise alle sue vittime.

C’è una regola per nuotare che viene insegnata fin da subito ai principianti: per imparare a stare a galla, bisogna imparare ad affondare.

Mi sembra negli anni di essere molte volte giù. Non profondità abissali, s’intende: sono fortunato a non aver avuto una vita difficile. Ho avuto i miei momenti, comunque, in cui mi sono sentito toccare il fondo. Quello lì è proprio il momento per imparare a trovare l’equilibrio e stare a galla.

Ecco, partire per un’altra nuova città con un contratto che a gennaio scadrà – senza possibilità di proseguire – è una nuova ricerca di equilibrio idrodinamico.

È da sempre che faccio questo. Contratti, contrattini, contratticini. Incertezze. Bisogna galleggiare, non c’è altro da fare.

Non è che sei maldestro perché ti cadono sempre la braccia

È da una decina d’anni circa che mi trovo nel mondo del lavoro e della ricerca di esso e ho un po’ di esperienza di colloqui. Invidio chi non ha mai avuto bisogno di farne uno e non sa manco come si scriva un CV; non mi riferisco a casi di spinte istituzionali o che altro, ma semplicemente a opportunità che a qualcuno sono arrivatre tramite un semplice passaparola o un intreccio di rapporti.

In quest’ottica secondo me non sbagliava l’ex Ministro Poletti quando parlava di inviare meno CV e partecipare a più partite di calcetto.

Io a calcetto sono sempre stato una pippa, forse è stato questo il mio problema.

Ho avuto e sto avendo più soddisfazioni dal nuoto, però ancora nessuno mi ha offerto un lavoro, sarà che in acqua non puoi parlare ché se apri la bocca poi bevi e non è molto simpatico.

Un’altra cosa che un po’ rimpiango è il non avere aneddoti interessanti di colloqui di lavoro particolari; ciò non toglie di aver spesso provato seccatura&fastidio di fronte a domande che fanno cadere le braccia.

Le più comuni di queste, capitatemi tutte fuori territorio d’origine, sono (con tra parentesi le risposte che avrei voluto fornire):

«Quindi lei è di Napoli?»
(Sì, c’è anche scritto sul CV, non sa leggere? Sul serio lei è pagato per perdere tempo con queste domande?).

A volte questa domanda è seguita da quest’altra:

«Non sembra di Napoli/Non si sente che è di Napoli»
(Shpara Gennà, shpara! Ora l’ho convinta? Le grido anche un FOZZA NAPOLI con tanto di imitazione di enfisema vulgaris tipico di chi è appena tornato dallo stadio, se vuole).

La più bella forse è questa:

«Quindi lei si trasferirebbe qui?»
(Trasferirsi? E perché? Io pensavo di fare il pendolare tutti i giorni, tanto cosa vuole che siano 600 km tra Vergate sul Membro e casa mia? Ho un cannone da circo a casa, mi faccio sparare qui al mattino, per il ritorno, invece, avete dotazione di una catapulta medioevale in ufficio?).

Una volta, invece, da Bologna andai a Parma in un’agenzia che aveva una ricerca aperta.

«Mmhh…Bologna…che ci fa qui a Parma?»
(Sa, mi hanno detto si mangia bene in questa zona e volevo provare. Sono entrato qui infatti solo per chiedere se potesse indicarmi una trattoria).

E per non essere troppo autoreferenziale con questo post e aiutare chi mai si trovasse in situazioni simili, ho fatto un piccoli elenco di:

Possibili risposte troppo sincere per domande troppo tedianti

«Lei pratica sport?»
Mi sono dedicato con successo all’onanismo, non a livello agonistico però.

«Parla altre lingue oltre a quelle indicate sul CV?»
Da ubriaco, sì, parecchie.

«Come mai è qui?»
Mi ci avete chiamato voi.

«Per lei cosa rappresentano team working, brefing, brainstorming?»
Un modo per darsi un tono sparando termini inglesi a cazzo.

«Vorrebbe dei figli?»
Da lei sicuro di no.

«Mi può dire un suo difetto?»
Tendo a innervosirmi e picchiare chi mi fa troppe domande.

Non è che i maiali abbiano domande da porci

Lei parla dall’altro lato del tavolo. Io sono distratto dalla lavagna bianca alle sue spalle. Come tutte le lavagne di questo tipo presenta aloni e macchie perché chi la utilizza non si preoccupa di nettarla con regolarità o di scrivere con pennarelli adatti.

Mi sta parlando della proposta contrattuale che hanno in mente. Sposto la mia attenzione dalla lavagna a ciò che sta per dire. Propongono sei mesi-barra-un anno di collaborazione, poi un inserimento stabile. I sei mesi-barra-un anno verrebbero finanziariamente coperti grazie a un progetto che hanno in corso, in cui nel budget sono allocati fondi per una risorsa aggiuntiva.

In quel momento mi sono posto il dubbio sull’opportunità di fare o non fare una domanda. Ci sono questioni che, in sede di colloquio, è bene non porre perché violano una sorte di galateo professionale non scritto che fa la differenza nella valutazione di un candidato.

Oggi riflettevo sul fatto che capita sempre quell’istante in cui ci troviamo sospesi tra l’agire e il non agire.

La bacio o non la bacio?
Alzo la mano o non alzo la mano?
Lo dico o non lo dico?
Dico al cameriere al dolce oppure no?

È una questione di pochi attimi, in cui avverti salire l’impulso all’azione mentre dall’altro lato una forza uguale e contraria spinge per farti desistere perché non è il caso.

Per esperienza personale dico che quando siamo in presenza di due forze contrastanti di questo tipo vuol dire che l’idea di agire forse non è tanto buona. L’istinto, in caso contrario, avrebbe già prevalso e ci avrebbe spinto a fare quello che avevamo pensato.

I primi baci migliori che ho dato sono sempre stati d’impulso. Magari dall’altra parte lo si aspettava in un momento precedente, ma io punto sull’effetto emotivo che dà il cogliere di sorpresa. Sun Tzu nella sua Arte della guerra sarebbe stato d’accordo.

Il dubbio che mi era venuto durante il colloquio era se ci fossero prospettive a garanzia della copertura finanziaria per la risorsa, una volta esaurito il progetto (e il finanziamento). È brutto diffidare degli altri, ma non è raro che dopo aver lavorato un periodo di tempo con qualcuno ci si senta dire che non è più possibile andare avanti, rinnovare o stabilizzare il contratto, perché mancano i mezzi.

La domanda alla fine non l’ho posta. Sempre per quel mio principio che se mi viene il dubbio su una cosa forse è meglio non farla.

Ne ho parlato con un’amica che è da 10 anni nel mio settore. Mi ha detto che ho fatto bene a non chiedere e non approfondire. Purtroppo. Ha aggiunto.

Lei se lo sarà posta il dubbio sull’aggiungere o meno quel purtroppo e privarmi così dell’idea che sono io a pensare male degli altri?

Non è che per pescare una carta ti serva un amo

978880467203hig-313x480Ne I fratelli Karamazov il libro VI è interamente dedicato alla figura dello starec Zosìma. In particolare, dal capitolo II parte una fitta digressione di una 40ina di pagine circa sulla vita e le opere di tale sant’uomo. Avevamo lasciato, nel libro precedente, i nostri personaggi: Smerdjakòv, Ivàn, eccetera, e ora ce ne dimentichiamo completamente per immergerci in un’altra dimensione.

Quella delle digressioni è un’arte difficile da padroneggiare.

Ricordo agli esami all’università aprivo parentesi che non chiudevo mai. Era una tattica per sviare dall’argomento richiestomi quando perdevo il filo o non lo ricordavo. Ricordo una volta quando mi chiesero del sistema amministrativo spagnolo e io conclusi il discorso con «Ed è così che, come abbiamo visto, Nixon si è garantito il potere». Se vi steste chiedendo se io mi ricordi a cosa mi riferissi con Nixon, a tal proposito, vi ho già parlato della pubblica amministrazione in Spagna?

Il sistema funzionava finché c’era un professore – più spesso un assistente – che, stanco e tediato dal tenere esami per ore, si limitava ad ascoltare giusto che tu non dicessi sciocchezze. Poi finché parlavi andava tutto bene.

Ieri ho sostenuto un colloquio, in inglese, il terzo episodio – o almeno credo – di una selezione che somiglia a Giochi senza Frontiere. A un certo punto non ricordando più come proseguire quel che avevo iniziato a dire ho parlato – contestualizzandolo e collegandolo a un’altro argomento – del discorso Questa è l’acqua di David Foster Wallace e dell’aneddoto iniziale dei due pesci. Lo ri-condivido qua perché non mi piacciono molto i discorsi motivazionali e difatti questo è tutto fuorché un discorso motivazionale e mi è sempre stato molto di aiuto come riferimento (link al video che è stato realizzato sul discorso).

Dopo che ero andato in black out mentale, questi due pesci e il relativo discorso erano l’unica cosa che mi era venuta in mente perché giusto un paio di giorni prima ne avevo parlato con una persona.

È veramente brutto quando si spegne la luce in testa. Avete presente quando state facendo un discorso e le parole affollano la vostra mente, nuotano tutte insieme come un branco di sardine, poi all’improvviso questo bel mare si fa sempre più scuro come steste precipitando in un fondale oceanico e tutti quei pescetti che erano le vostre parole sono spariti e brancolate in questo mare buio cercando di aggrapparvi alla prima cosa utile che vi possa riportare su? Mannaggia li pescetti, davvero. 

Digressioni a parte, almeno non sono stato troppo logorroico. Non lo sono in generale.

Conosco un tale che può farti venire il mal d’orecchi quando attacca a parlare. E se viene interrotto, è capace poi di riprendere anche dopo mezz’ora dallo stesso punto in cui si era fermato. È sorprendente e un po’ lo invidio.

Ho invece un’amica che se sta zitta per troppo tempo – e ‘troppo’ per lei sarebbero 5-10  minuti massimo – a un certo punto esplode prorompente – ti dà anche uno schiaffo sul braccio o sulla spalla per richiamare la tua attenzione – e inizia a parlarti. Anche lei mi fa invidia per il suo esordire in discorsi senza preamboli o introduzioni. Io invece se non vengo interrogato non mi esprimo, giacché parto dal presupposto che se non me l’hanno chiesto vuol dire che non vogliono saperlo e se volessi farglielo sapere lo stesso starei commettendo una violazione della altrui libertà personale.

A parte questo, non ricordo più io cosa volessi dire in questo post.

Non è che se sei un Narciso ti fai curare da un giardiniere

gnomico
/’ɲɔmiko/ agg. [dal gr. gnomikós, der. di gnomé “opinione, sentenza”] (pl. m. -ci). – (crit.) [che contiene sentenze o è costituito da sentenze: linguaggio gnomico; poesia gnomico] ≈ aforistico, sentenzioso.

 


Gnomico.  Questa parola mi ronza da ieri in testa.

Gnomico. Ho incontrato una ex collega di lavoro e il marito, reduci dal Concorso TFA. Un delirio assurdo, dicono. Forse era un Concorso TSO.

Gnomico. Tra i quesiti dei test, c’era quello di trovare un sinonimo a questa parola.

Io ero reduce invece dal secondo turno di qualificazione per una posizione cui mi ero candidato. Qui raccontavo che sarebbero state 4 sessioni. In realtà, tra la prima e la seconda hanno anche inviato ai candidati un test di personalità online. Ieri, durante la sessione di gruppo, è stato tutto un test. Quindi scompattando tutte le analisi che ci stanno facendo credo che tutte queste procedure forse saranno utili per entrare nei servizi segreti.

Nel precedente post raccontavo anche del mio stress da esame. Ieri, essendo un colloquio di gruppo – a me avevano parlato di “sessione di gruppo” e avevo pensato a qualcosa di sessuale. Non mi ci sarei prestato ma all’occorrenza avevo comunque messo i boxer migliori che uso al primo appuntamento – ho visto vari tipi di stress.  Ho capito che alla fine siamo tutti esseri umani, con le proprie debolezze.

Ho visto lo stress che ti tormenta le mani e te le fa torcere disarticolando le falangi.
Ho visto lo stress che ti incrocia le braccia irrigidendoti il busto.
Ho visto lo stress che ti rompe la voce e te la tremare come se stessi parlando davanti a un ventilatore.
Ho visto lo stress che ti fa fare gli occhi lucidi come se volessi scoppiare in lacrime.
Ho visto lo stress che ti fa parlare come una macchinetta.

Poi c’è il mio stress che mi rende un coglione. Forse sarò narcisista, ma tendo a mettermi troppo in mostra. Non lo faccio di proposito, è una cosa istintiva. Non tendo a soverchiare gli altri né cerco di mostrarmi migliore. Solo che mi si nota, per una battuta, un’affermazione, una domanda, un’affermazione aforistica (gnomica?). Il che potrebbe essere un bene, perché lo scopo di una sessione di gruppo è emergere. Dipende però sempre da ciò che stanno cercando dall’altro lato.

In linea di massima posso dire che questo aspetto mi ha sempre portato bene. Temo però che a lungo andare, se non curato, possa peggiorare e risultare arrogante e/o supponente. Questa occasione mi ha insegnato qualcosa. Mi ha moralizzato. Probabilmente è stato un colloquio gnomico.

Voi l’avete mai avuto un momento gnomico?

Non è che ti serva ago e filo per ricamare su un discorso

Mi sono fermato in un bar con punto ristoro lungo una statale di ritorno da una trasferta di lavoro. C’erano alcuni camion parcheggiati fuori. La cosa faceva pensare che si sarebbe mangiato bene e a poco


Dannato Chef Rubio e il tuo programma sulle trattorie per camionisti, ormai cerco solo quelle.


Entro e vedo una lavagna con alcuni piatti del giorno: Cortecce di bosco, Millefoglie di vitello…sono entrato in un posto gourmet, ho pensato?

Poi sono andato a verificare: le “cortecce di bosco” erano pasta coi funghi. La “millefoglie di vitello” era una fettina di carne con speck prosciutto e formaggio fuso.

Ormai la presentazione descrittiva è tutto. Bisogna esaltare pure il bidone dell’umido, trasformandolo in “Stoccaggio materiale organico da re-impiego in campo agricolo”, magari.

Ne so qualcosa io che ai colloqui piaccio sempre per l’eloquio. Non che io inventi, ricami sulle cose o millanti competenze: ma diciamo che, volendo, potrei benissimo vendere fuffa presentandola come capacità di imbastire trame verbali di tessuto lanuginoso di risulta (la “fuffa”, appunto).

In un recente colloquio sono stato apprezzato per la mia fuffa, pardon, per la mia esposizione. Mi hanno dato modo di continuare nella selezione. Che consta, in totale, di 4 colloqui! Uno conoscitivo, uno relazionale, uno tecnico, uno non ho capito di cosa si tratti ma credo manchi solo l’ispezione rettale. Tra l’altro, il quarto, dovrebbe concludersi con la firma del contratto: io me lo immagino che, mentre sei con la penna in mano, pongono una domanda a tradimento e ti strappano via il foglio.

Mi chiedo per quanto tempo ancora potrò continuare a fare colloqui e vivere fasi di selezione. È vero che il mondo del lavoro ormai è fluido e che, soprattutto nel mio campo – anche se forse l’unico campo cui avrei dovuto pensare seriamente era un campo di ortaggi – si cambia molto e spesso.

Purtroppo io vivo sempre con tantissimo stress queste situazioni. Poi, durante l’esame, riesco invece a dare sempre il meglio e trasformare la tensione in una carica positiva. È il prima, i giorni precedenti, che mi logorano molto. Sto a disagio fisicamente e mentalmente. Ho provato ascoltando musica per relax e distrazione, di qualsiasi tipo: ho cominciato con Vivaldi e sono finito ai Cannibal Corpse. Ho anche preso la valeriana, sia in compresse che in infuso. L’infuso mi ha irritato ancora di più perché la valeriana puzza di vecchia credenza della nonna in cui hai lasciato del cibo ad ammuffire, che ha attirato degli scarafaggi che sono morti asfissiati lì dentro e sono ammuffiti anche loro.

Nuotare è l’unica cosa che mi fa star meglio ma l’effetto dura un paio d’ore. Non posso certo passare una giornata intera in vasca o presentarmi a un colloquio puzzando di cloro.


A meno che non sia un colloquio da istruttore di nuoto, potrebbero apprezzare la dedizione.

 


Certo, meglio questo di un pugno in un occhio.

Però mi riservo l’opzione campo di ortaggi, per un futuro lavorativo.

Non è che per ottimizzare la concentrazione serva un chimico

Oggi sono stato in una scuola dove le maestre lamentavano che i bambini avessero deficit di attenzione. E anche una certa “lentezza” nell’afferrare i concetti. “Non sono abituati a pensare”, dicevano. In effetti debbo dire che ho trovato più ricettivi i bambini di prima elementare della scuola delle suore (vedasi post) di un paesino dimenticato dall’igiene orale che quelli di V di oggi di un’altra scuola di un’altra città. Forse è l’educazione delle suore: la presa di coscienza imposta a 6 anni di meritarsi una vita di sofferenze e sacrifici (parole loro: mi ricordo la mia insegnante di religione che a 8 anni ci disse che Gesù era già arrabbiato con noi per tutte le cose che avremmo fatto nel resto della nostra vita) forse apre la mente. O forse sono le punizioni corporali. Saranno degli attentissimi serial killer, da adulti. Scherzo.

Io li capisco i bambini distratti. Io stesso quando uno mi parla vago con la mente. Però col tempo mi sono abituato. Riesco ad ascoltare il mio interlocutore e contemporaneamente a seguire un altro discorso nella mia testa. È solo questione di allenamento: io la chiamo attenzione simultanea in parallelo.

Ho iniziato a dare una definizione a tutti quelli che sono atteggiamenti o azioni che si potrebbero considerare da correggere o censurare per ridurne la percezione negativa.

Quand’ero più giovane “un mio amico” modificava le proprie console per giocare con materiale pirata. Ma quella non era pirateria. Era ingegneria software per nuove fruibilità nell’intrattenimento videoludico.

A proposito di fruizione: vi è mai capitato, a tavola durante una cena fuori, che ordiniate delle patatine fritte e che nessun altro le volesse, salvo poi, a porzione arrivata, vedervele portar via da mani golose? Bene, quella improvvida sottrazione è in realtà un atto di prevenzione dei rischi del colesterolo attuato nei vostri confronti. Ringraziate.

Imprecare quanto qualcosa gira male o quando urtate il famoso mignolo sul famoso spigolo o il famoso gomito sul famoso schienale della sedia ecc (tutte quelle cose che fa la vostra casa per picchiarvi) per sentirsi meglio è una catarsi interiore attraverso la forza delle parole.

Adesso vado a incrementare il mio apporto giornaliero di cereali. Cioè a bere una birra.

Non è che al lavoro ti vesti in modo appariscente per aumentare la tua visibilità professionale

Ho sentito la mia ex collega della Spurghi&Clisteri Spa dove lavoravo lo scorso anno. Non le hanno rinnovato il contratto. Gliel’hanno detto alla fine dell’ultimo giorno di lavoro.

Lei aveva chiesto qualche notizia in merito un mese prima. Non per mettere pressioni, per carità: nel mondo del lavoro non devi mai far vedere che pensi al contratto e al vil danaro. La tua ambizione è quella di far crescere il posto dove lavori e di riceverne in cambio formazione interiore e visibilità esteriore.

Comunque, aveva chiesto a titolo informativo un mese prima e le avevano detto che c’era ancora tempo e poi dovevano pensarci.

Ha chiesto la settimana scorsa e le hanno detto che serviva loro qualche giorno per pensarci.

Io me lo immagino il responsabile nazionale, lì in questi ultimi giorni, con la testa poggiata sulla mano, raccolto su sé stesso come il Pensatore di Rodin. Le lancette dell’orologio ticchettavano, il tempo scorreva e lui sudava perché la spremitura delle meningi sul tema era tale da produrre un grande sforzo fisico in lui.

È purtroppo una situazione (e un malcostume) che non di rado si verifica. Vorrei pertanto dare alcuni consigli non richiesti su come prepararsi al meglio a certe eventualità.

1) Se ti dicono che “aspetta che devono pensarci” puoi anche fare i bagagli, perché è un po’ come il famoso “stai sereno” o anche il più famoso “tranquillo” che a Roma fece una brutta fine.
2) Un altro segno non tanto buono è che il tuo responsabile diretto, quello che dovrebbe avere notizie di prima mano dalla direzione riguardo la tua sorte, cominci a farsi evanescente in tua presenza. Diciamo che ti evita, come se tu avessi una contagiosissima influenza suina e lui stia per partire a breve per le vacanze a Santo Domingo e non vuole beccarsi la febbre.
3) Se nell’ultima settimana prima del termine del tuo contratto ti danno molti più compiti da svolgere non è un segno di fiducia: è per farti sbrigare più cose possibili prima che tu te ne vada e lasci il posto vacante (e del lavoro che dovrà sobbarcarsi qualcun altro).
4) Ormai è andata e non ti rinnovano. Devi cercare altro. È ormai appurato che i soldi sono solo una cosa volgare e la gratificazione migliore è la visibilità professionale. Rendersi visibili vuol dire farsi riconoscere dalle aziende: se voi non emergete dalla massa, come fate a farvi conoscere dai datori di lavoro?

È per questo motivo che voglio condividere con voi il mio ultimo acquisto in fatto di camicie, effettuato giusto quest’oggi. Sono sicuro che con questo capo sarò visibile da 1 km di distanza.

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Non è che la foca monaca non possa essere laica

Non sono mai stato a scuola dalle suore. Le persone che ci sono state hanno tutte ricordi orribili, tra punizioni corporali e minacce del tipo «Se ti comporti così tua madre muore».  Certo, magari sono metodi educativi che io non comprendo, ma se questi che conosco da adulti si sono scristianizzati o sono diventati bestemmiatori seriali, forse qualcosa non ha funzionato. Ma il mio potrebbe solo essere un bias cognitivo.

Oggi sono andato in una scuola gestita dalle suore. La dirigente, o Madre Superiora o non saprei come altro definirla, minacciava i bambini con frasi tipo «Voi sprecate il cibo e in Africa non hanno niente. Dovrebbero rinchiudervi a vita in un collegio senza mangiare e senza bere». Il discorso era rivolto a tutti ma il dito era puntato contro uno dei bambini più piccoli, che si rendeva ancora più piccolo e stava per scomparirmi davanti. Un fenomeno fisico affascinante.

Per la mia presentazione avevo bisogno di far scorrere delle diapositive in PowerPoint. Avevo pensato di chiedere a uno dei bambini di farmi da assistente, ma la suora ha intimato loro di non muoversi, sgridandoli e invitando una maestra a mettersi al pc.

Ho chiesto alla maestra di scorrere le slide su e giù quando glielo chiedevo. Ho visto lo smarrimento formarsi nei suoi occhi. Un altro fenomeno fisico affascinante!

Le ho detto «Usa le frecce». Lei ha iniziato a muovere a caso la freccia del mouse sperando che accadesse qualcosa. Perché non lasciano fare le cose ai bambini, che ne capiscono di più?

La suora superiora con me è stata invero molto gentile. Mi ha fatto trovare il caffè, servito con il servizio buono, e i pasticcini. Non smetteva di ringraziarmi, di dirmi quanto ero buono, bravo e bello. Quando mi sono congedato mi ha abbracciato e baciato sulle guance.

E io nella mia testa pensavo che da piccolo per lei di sicuro sarei stato uno di quei bambini cui lei avrebbe prospettato di morire infilzato su uno spiedo gigante mentre dei diavoli mi arrostivano a fuoco lento, cantandomi nel mentre tutto il repertorio di Gigi d’Alessio.

Non ero un bambino scostumato né maleducato, ero vivace e avevo problemi a stare fermo a lungo e composto sulla sedia. Il più delle volte ero scomposto. Altre, decomposto (capita di svegliarsi la mattina in preda a una zombieficazione incipiente).

Eppure da grande sembra io sia diventato bravo buono e bello.

Sarà perché non sono andato dalle suore?

Non è che per Sherlock Holmes la scuola fosse elementare

«L’insegnante è un vero eroe!» firmato, Paperino&Paperoga. Così si chiudeva una vecchia storia su Topolino in cui i due cugini venivano inviati, quali cronisti del Papersera, a fare un servizio sull’attività da insegnante calandosi per un giorno in queste vesti. Dopo essere stati calciati (letteralmente) via da Università, Licei, scuole medie, una scuola elementare li accoglieva e i risultati erano, com’è prevedibile, disastrosi e massacranti per i due.

L’insegnante è un vero eroe. L’ho sempre pensato. Ora che però sto toccando con mano la realtà, occupandomi, come raccontavo in un altro post, di far delle lezioni tematiche in giro per scuole, ne ho compreso il senso appieno.

Dopo l’esperienza traumatica in un ITC devo dire che bambini e ragazzini di elementari e medie che ho successivamente incontrato sono stati molto bravi ed educati, interessati e curiosi. Sarà stato perché la figura mia di estraneo incuteva un po’ di timore reverenziale il che li teneva buoni.

Ciò nonostante, dopo 5 ore se ne esce provati e io mi chiedevo: come fanno le insegnanti tutti i giorni?


La spiegazione «tanto fanno tre mesi di vacanza all’anno» non è contemplabile, ma se non siete convinti provate a dirla a un docente e poi, se vi restano integre le dita, scrivetemi.


Quando questa esperienza finirà la inserirò nella lista delle “Cose divertenti che non farò mai più”.

Alcune cose che ho imparato:

– La lavagna interattiva è fantastica, finché funziona. E se funziona, a non funzionare bene è il pc a essa collegato;
– Se il pc funzionava bene è stato poi sicuramente rubato;
– Quando un insegnante vede avvicinarsi un genitore teme sempre che questi abbia qualche rimostranza sul perché suo figlio è stato richiamato o ha preso un brutto voto. E l’insegnante non l’ammetterà mai, ma vorrebbe replicare «Perché suo figlio è un imbecille, caga il cazzo e non studia»;
– I ragazzini di oggi sono fortunati. Ora in classe fanno il “progetto merenda” e insieme studiano un menù settimanale bilanciato per l’intervallo. Ai miei tempi nessuno se ne fregava che facevi merenda con le merendine riciclate del discount, asciutte come il Sahara e dalla densità di un stella di neutroni, che ti si piantavano nell’esofago e là restavano per le ore successive;
– Ogni classe di età ha il suo puzzo tipico tal che in un paio di giorni riesci anche a distinguerli e puoi trovare le classi a fiuto;
– Fuori le scuole ci sono volontari della Protezione Civile o vigili o chi altri che all’ingresso e all’uscita regolano afflussi/deflussi e fermano il traffico. Sempre ai famosi miei tempi, ci si gettava nelle strade come mandrie di bufali d’acqua che entrano nei fiumi, tra automobilisti che smadonnavano e altri che sudavano freddo perché arrotare un bambino non è una cosa carina per la propria fedina penale.

Non è che la classe non è acqua perché gli studenti non si lavano

Io tutto, io niente, come cantava Guccini. Io che mi reinvento in abiti nuovi, io che ricomincio, io che faccio cose che mai e poi mai avrei creduto.

Accade così che sto tenendo un ciclo di lezioni nelle scuole. Sabato ho iniziato con dei ragazzini delle medie, piccoli e sperduti in un paesino dimenticato dall’ortodonzia. Tranquilli, interessati, mi sono detto che mi piace proprio quel che sto facendo. Il tutto intonando la Pastorale di Beethoven mentre tornavo a casa placido e sereno nonostante una bufera di neve improvvisa che mi ha fatto stringere il volante (e anche qualcos’altro) parecchio.

Oggi invece mi sono capitate delle classi di prima superiore di un ITIS. La colonna sonora nella mia testa:

Qualcosa nell’aria entrando nell’istituto mi diceva che non sarebbe stato facile. Qualcosa che sapeva di pollo in brodo, cipolle fritte e calzino di spugna di rugbista, il tutto lasciato a marinare con un piccione in decomposizione.

Un profumo come di spirito giovanile, parafrasando Kurt Cobain.

Mi sono chiesto: ma io anche puzzavo così, alla loro età? La risposta è sì: ricordo una volta una maglia che avevo usato per fare educazione fisica finì direttamente nella spazzatura, invece che nella lavatrice. Costava meno comprarne di volta in volta una nuova che consumare detersivo.

Le classi credo siano state assortite per carattere.

Quelli vivaci ad esempio erano tutti insieme, nella classe che mi sono ritrovato alla prima ora. Peccato avessi lasciato la mia frusta da domatore a casa, mi avrebbe fatto comodo. Poi ci sono stati gli scoglionati irrimediabili: stavo pensando di recidermi la giugulare di fronte a loro per ottenere un qualsiasi tipo di reazione e scuoterli dal loro coma. Poi ci sono stati quelli della classe degli interessati, che facevano domande, rispondevano bene, quelli della classe dei completi ignoranti, quelli che Sì ma alla fine quando si mangia? eccetera. Tutti divisi in questi macro-blocchi, il che rendeva la cosa più imprevedibile: avevo all’incirca 30 secondi di tempo mentre arrivavano e si accomodavano per capire che tipi fossero e tararmi su una modalità loro più congeniale. Confesso che un paio di loro forse avrebbero trovato congeniali un paio di calcioni, ma sono pacifista e inoltre la mia fedina penale preferisco farla restare pulita.

Però, ecco, devo confessare che quando capitava quello lì che faceva domande, si interessava, ed era magari proprio quello che sembrava più sbruffoncello, perdigiorno, studente svogliato, mi rincuoravo. Pensavo che se almeno in uno di loro avevo acceso una scintilla di un qualcosa, la mia giornata aveva avuto un senso.

Ciò non cambia che sto pensando a una vasectomia per non ritrovarmi, un giorno, ad avere in casa un 15enne, col suo spirito giovanile incluso.