Non è che a Ponzio Pilato servisse il sapone per lavarsene le mani

Sono il tipo di persona che a volte si sente a disagio perché non sa quale è il modo giusto di comportarsi in una situazione; ed è proprio qui il nodo del problema, il ragionare in termini di giusto o sbagliato. Come se il mondo fosse una di quelle storie a bivi dove conta solo e sempre cercare il percorso corretto.

Sono così concentrato sui miei disagi che a volte dimentico che tutti noi esseri umani possiamo anche essere il disagio di qualcun altro.

Ad esempio, credo di aver messo più di una volta involontariamente in imbarazzo una ricercatrice che bazzica nei laboratori della Spurghi&Clisteri dove lavoro.

È capitato, negli ultimi giorni, che mi trovassi a lavarmi le mani, dopo pranzo, proprio mentre lei era nel bagno delle donne credo di certo impegnata con l’opzione numero 2.


Non approfondisco il discorso, ma era intuibile dall’esterno.


E tutte e tre le volte, quando è uscita, nell’accorgersi della mia presenza, è trotterellata via a testa bassa.

Non è certo colpa mia se mi trovavo lì: adesso ho però preso l’abitudine di cambiare orario di lavaggio mani.

Non è che ti serva una Reflex per avere una fotografia della situazione

Una delle cose più divertenti – lo dico con sarcasmo – del mio lavoro è dover, con una certa periodicità, aggiornare diversi file Excel condivisi per tener allineati i dati che sono inseriti su altri gestionali, in modo da poter permettere a chi fa un’estrazione periodica di quei dati di poter poi realizzare una fotografia reale dei carichi di lavoro degli uffici.

Questa fotografia fornisce sempre dei risultati che sono interpretabili in un unica maniera: siamo oberati di lavoro, stiamo lavorando più di quel che dovremmo/potremmo e le cose non sono destinate a migliorare.

Nel momento in cui abbiamo: a) fotografia, b) interpretazione della suddetta e c) proiezione pessimistica, cosa succede?

Il lavoro viene diminuito?
Vengono assunte più persone?
Verremo pagati di più?

La risposta è no, in tutti i casi.

Quindi perché passare il tempo a compilare file? Questa è una buona domanda. È semplicemente una cosa per la quale, con la quale e senza la quale tutto resta tale e quale.

Diciamo che credo sia diventato come una sorta di rituale pseudo-religioso. Non ha senso porsi la domanda se abbia un qualche ritorno concreto effettivo quell’azione: la si svolge perché va fatta, perché è diventata tradizione, perché poi magari se non la fai chissà cosa di brutto pensi ti possa accadere.

Ho cominciato quindi a pensare di regolarmi di conseguenza rispetto a quest’ottica per evitare una noia mortale che sottrae anche tempo a cose realmente urgenti. Essere esonerato dalla compilazione facendo un voto o un’offerta, per dire, fino ad arrivare a pensare di comprare un’indulgenza. Oppure diventare scismatico e portare avanti un mio concetto di credo lavorativo non basato sui rituali compilativi. Fingermi un praticante occasionale che compila i file soltanto a Natale e a Pasqua.

Le opzioni ci sarebbero, diciamo. Avevo anche pensato all’idea di diventare la massima autorità che sovrintende tali rituali, ma, ahimè, ci sono alcuni ostacoli: la prima è che chissà quanto tempo ci vorrebbe per scalare il potere. La seconda è che l’attuale eminenza in carica – in qualche post precedente credo di averla soprannominata, per comodità narrativa, Apprensina – ci tiene a dare il buon esempio e sgobba più degli altri. Allora, mi chiedo, a che pro essere a capo dei rituali se poi devi eseguirli anche tu?!

Non è che ti serva una canoa per superare una riunione-fiume

Ho terminato un libro che aveva preso ad annoiarmi. L’inizio sembrava promettente, poi si è ridotto come gli auricolari che metti in tasca: un groviglio non dipanabile. Prima di iniziarlo avevo letto un paio di commenti su Anobii che davano un giudizio mediocre al romanzo proprio per il suo aggrovigliarsi senza capire che direzione volesse prendere.

Ora però non saprò mai se mi sono fatto più condizionare dalle critiche o se il libro seriamente non funzionasse bene. Un libro non si giudica dalla copertina (vero, ma fino a un certo punto: ci sono copertine dalle quali sai già cosa aspettarti), ma neanche dai giudizi altrui (vero ma fino a un certo punto?).

Eppure noi, nonostante le belle dichiarazioni d’intenti, subiamo gli effetti di pregiudizi, giudizi affrettati, delle opinioni altrui. È inevitabile.

Va anche detto che i giudizi altrui non è che siano sempre sbagliati.

Io per esempio ho una collega con la quale quest’anno mi trovo a condividere un lavoro per il raggiungimento dell’obiettivo 2021. Ci interfacciamo a distanza, visto che lei lavora in un altro Centro a 900km dal mio. Non so manco che volto abbia. Per comodità narrativa, la chiameremo Asciughina.

Di Asciughina, prima di iniziare questo lavoro in collaborazione, avevo solo sentito dire che è pesante e rompimaglioni. È pesante, ma così pesante nel suo vagliare, analizzare e programmare ogni singolo aspetto, che di lei la mia collega di stanza d’ufficio diceva che (cito testualmente) «Anche una chiavata, se mai se ne fa una, se la deve programmare in agenda».

Di certo non erano le premesse ideali per approcciarsi senza pregiudizi. E, sarò sincero, quando mi hanno detto che avrei dovuto lavorarci assieme, ho invocato Anubi perché ho pensato che, essendo io l’ultimo arrivato, me l’avessero affibbiata di proposito perché nessuno la regge più.

Anubi è sceso e mi ha detto «Sopporta».

Fatto sta che i giudizi dicevano il vero.
Asciughina è il tipo di persona che parla per ascoltare il suono della propria voce. Butta lì un quesito, fa una pausa (e tu pensi di poter intervenire) e poi riprende a parlare rispondendo a ciò che aveva detto. Una conversazione con lei dura due ore (e non scherzo), perché continua a buttare sul tavolo cose su cose. È lenta e monocorde.
È accaduto più di una volta che, terminata una riunione (di due ore e 20) con altri tizi con cui lavoriamo, appena cliccato il tasto rosso lei mi scrivesse in chat chiedendomi di sentirci per fare il punto di quanto si era detto.

Siccome non sono una brava persona e c’è sicuramente un posto nell’inferno per i perculatori che mi aspetta, ho iniziato a questo punto a fingere impegni per troncare le chiamate.

All’inizio dicevo che avevo un appuntamento a breve (nota: si erano fatte le 18 e di solito stacco alle 17). Non funzionava perché dopo avermi detto «Va bene ci aggiorniamo la prossima volta» poi riprendeva il discorso come se niente fosse e andava avanti senza lasciar intravedere una fine.

Poi ho iniziato a fingere urgenze. Mi facevo chiamare da M.. Per esempio una volta ha finto di essere rimasta a piedi con l’auto.

Solo che quante volte ci possono essere urgenze?

Poi ho iniziato a fingere scadenze impellenti di lavoro cui mettere mano.

La volta scorsa le ho detto «Ciao, se è una cosa veloce sentiamoci pure, sennò rimandiamo».
Ha preferito rimandare. E tenermi il giorno dopo sempre due ore in conversazione.

Non bisogna farsi influenzare dagli altri, certo; si deve però ammettere che delle volte hanno più che ragione.

Non è che il giudice convochi una gallina per deporre

Dopo un anno e mezzo che lavoro alla Sgranocchia&Sottrai è arrivato il momento di parlare di una persona con cui ho la sfortuna di condividere una parte del mio lavoro.

Per comodità narrativa lo chiamerò Magic English (e sarà chiaro tra poco il perché). Anche se, invero, ci sono altri diversi appellativi, poco onorifici, con cui sovente mi riferisco a lui.

Come sintetizzare un profilo descrittivo di Magic English? Diciamo che è la perfetta rappresentazione dell’immagine dell’italiano medio.

Ah, bravo! Fai tanto l’anticonformista, il progressista, il fanculoalmondoista su questo blog e poi te ne esci con banalità e stereotipi!

Persone della Corte, sia chiaro che io qui riporto dei fatti. Poi lascio ai posteri e ai poster attaccati al muro la sentenza. Alla fine della descrizione, vedremo se M.E. è degno di essere uno stereotipo.

1) Il suo inglese è degno della scuola di Renzi, che ha fatto appunto scuola – probabilmente spesso assente – sull’esprimersi nella lingua della Regina.

Una volta avevamo una riunione online io, lui e un collaboratore originario di un altro Paese. Quest’ultimo parla e comprende benissimo l’italiano, lingua in cui stavamo conversando fino a quando non arriva Magic English che comincia a parlare in inglese. Nulla di male, beninteso. Peccato che il suo inglese sia appunto degno del Senatore di Scandicci testé citato.

2) M.E. cerca sempre la scorciatoia, il sotterfugio, la strategia semplificativa; perché il problema è che la burocrazia, le regole, i lacci, rendono tutto più difficile. Nell’eterno dibattito su chi è nato prima, l’uovo o la gallina, io sono quello che pensa che burocrazia e lacci sono nati perché esistono quelli come lui da tenere sotto controllo, lui si sente invece quello che è costretto a diventare “creativo” a causa delle troppe regole.

3) Mentire sempre, anche di fronte l’evidenza. Oppure fingersi morti. M.E. sa che quando prendi una strada, devi seguirla fino in fondo pure se vai a sbattere.

Se io gli dico che il suo ufficio deve spendere un tot di caramelle proprie (cioè provenienti da risorse interne), lui mi dice che non è vero. Io insisto ma lui insiste ancor di più dicendo che non è vera questa cosa. Io gli giro un’email di un anno fa, diretta a lui, in cui c’è scritto che invece deve proprio spendere queste caramelle! Lui sparisce per giorni. Poi ricompare come se nulla fosse, dicendo che queste caramelle le trasforma (un’alchimista?), le sposta, le prende, le dà, eccetera. Supercazzole.

4) Una delle competenze fondamentali per essere come M.E. è quella di saper produrre fuffa e friggere aria. Poniamo che il nostro eroe – a questo punto del racconto ormai stiam parteggiando per lui – abbia l’incarico di occuparsi di un pollaio.

Questo pollaio lui non va mai a visionarlo. Il becchime delle galline? E chi se ne è mai preoccupato? Le galline saranno morte a questo punto, ammesso che esistano. Ebbene, a un certo momento però M.E. riuscirà a essere in grado di dichiarare che lui ha prodotto tot uova grazie a quel pollaio, con tanto di relazione sul processo di deposizione.


Certo, se le uova alla fine ci sono veramente, quale è il problema? A parte che prima dobbiam assicurarci di non far la frittata, ma poi al massimo se le farà dare da un pollaio vicino.


5) M.E. non ha bisogno di leggere istruzioni. Tanto poi alla fine tutto si sistema o lo sistema qualcuno per te.

6) M.E. ci resta male se poi qualcuno lo bacchetta, ma alla fine la colpa è sempre della burocrazia.

Ditemi, allora. Se non è così medio lui, chi è che è più medio di un medio simile?

Non è che puoi imbrogliare per vincere la stanchezza

Sono stanco. È probabile che io l’abbia scritto qui altre volte. Purtroppo la mia stanchezza è un’orbita planetaria, si allontana ma poi ritorna sempre vicino. La sento ora al perigeo. Forse anche al perineo perché mi rode da quelle parti.

Mi ha scritto la padrona di casa. Per la seconda volta in 7 mesi, capita che mi contatti di lunedì mattina per chiedermi se ci sono dei disguidi o inconvenienti, perché non ha trovato il bonifico dell’affitto.

Allora.
Il bonifico deve pervenire il 7 del mese. Io lo effettuo sempre il 1° per star tranquilli. Chiaramente, il primo giorno del mese ha collocazione variabile: può capitar a inizio settimana così come alla fine. Se faccio il bonifico il venerdì, lunedì mattina non sarà arrivato.

Non serve che mi contatti chiedendomi “se c’è un disguido”. La finta gentilezza è irritante.

Ho risposto in modo cortese, gentile (finto), passivo aggressivo. Si è schermita:
«Nooo! Assolutamente!!! Mi dispiace !!! Scusami!!! Non ho considerato il sabato e domenica!!! So che persona sei e mi dispiace se ti sei risentito!!!!»

Mi dispiace. Ma anche no. Quando è stanco al Cavaliere Nero nun je devi rompere.

Mi stanco. C’è poco da fare.

Dovevo avere un aumento di livello al lavoro.
6 mesi fa.
Poi hanno detto che per procedure interne dovevano passare prima 6 mesi.

Poi una decina di giorni fa il capo, che però è un capo che non decide niente e deve chiedere a un altro capo, mi dice:
«Ciao Gintoki, la questione non è finita nell’archivio generale (?), sto lavorando per superare i passaggi burocratici posti».

Come se fosse Antani?

Non mi sono neanche arrabbiato. Ero troppo stanco.

Mi stancano le telefonate di Madre. Mi stanco sentirmi una brutta persona per questo motivo. Mi stanco sentirmi arrabbiato, dopo 30 anni in cui non mi sono sentito visto dai miei genitori.

Sono stato cresciuto amorevolmente, non mi è mancato nulla. Davvero.

Mi è mancato solo il riconoscimento delle cose che facevo, che però evidentemente non rientravano nel limes genitoriale dell’accettabile. E non parliamo di andare a 17 anni a vivere nella Comune stile Mad Max di Mutonia e vivere facendo l’artista di strada (che non ci sarebbe nulla di male, ma magari può sembrare un cambiamento un po’ estremo).

Anni di: «E che devi fare?», «Ma perché?», «No non sono d’accordo». Senza mai sentirmi chiedere «Ma come mai questa cosa ti interessa?», «Ma di cosa si tratta?». Un semplice interessamento.

Ho sopportato per anni, fino al 2021.

Quando ho detto che avevamo trovato casa e saremmo andati via da quella che era casa dei miei nonni, il giorno dopo, come se non avessi comunicato nulla, Madre dice che avrebbe sistemato la discesa del garage per far parcheggiare le nostre auto.

M. mi fa: «Ma…tu gliel’avevi detto, vero, che cambiavamo casa?».

Quando ho detto che avremmo firmato il contratto di casa mi ha fatto «Va be’» e nient’altro.

Quando ho detto che l’avevamo firmato, ha fatto «Se hai deciso così. Comunque non sono d’accordo che vai in affitto».

Neanche chiedere dove fosse questa casa, come fosse, se fosse una palafitta o un grattacielo. Così preoccupata di dover esternare la propria insoddisfazione da non provare nemmeno a fingere un minimo di interesse.

Mi stanca l’uomo della strada.

Mi stanca il pirata della strada.

Mi stanca sentirmi stanco.

Non è che puoi essere certo di fare un piano se non hai una fabbrica di strumenti musicali

Devo salire a Genova alla sede centrale della Sgranocchia&Sottrai dove lavoro. Non avrò tempo per fare il turista – arrivo a metà giornata e poi il giorno dopo mi aspettano 8 ore di meeting&cotillons per poi ripartire – ma avevo cercato, in modo strategico, di ritagliarmi qualche momento personale nel tempo libero.

Per dire: mi avevano proposto come alloggio l’albergo su sulla montagna, di fronte il quartier generale, dove la sera probabilmente resti solo tu e Batman. Ho chiesto se avessero altre proposte più centrali.

Il mio piano per il giorno di arrivo era: aeroporto-albergo-sbrigare un po’ di lavoro sfruttando il wifi-Acquario. Gli acquari mi piacciono, anche se anni fa mi ero detto fosse ora di smettere di andarci. Vasche sporche, pesci sacrificati, visitatori scostumati. Alcuni aspetti che non trovavo piacevoli e che mi disturbavano.

Però l’Acquario di Genova non l’ho mai visto e avrei sempre voluto. E l’albergo, la seconda proposta, sarebbe proprio lì vicino!

Mi ha scritto Apprensina.

– A che ora arrivi?
– Alle circamenounquarto
– E come ti sposti?
– Va be’ prendo il treno per arrivare in centro…
– Lascia stare ti vengo a prendere io e saliamo su al Quartier Generale
– Ah…ok, grazie…

Va be’, pensavo, quando avremo finito poi sarò libero come un cinghiale a Roma. Ci vorrà del tempo per scendere dalla montagna ma poi potrò fare quel che voglio.

Mi ha scritto Esausta.

– Comunque noi per cena ci siamo, eh
– Ah…che cool!
– Sì sì abbiamo organizzato per quelli a Genova
– Wow!

Non è una trasferta. È un sequestro.


Oh uno ringrazia sempre per la disponibilità, la gentilezza e le attenzioni, ci mancherebbe. Il fatto è che passo sempre per quello che non chiede per eccesso di educazione – spesso è vero che mi comporto così – ma in casi come questo non chiedo passaggi e compagnia perché non li voglio!


Non è che per forza sei in un magazzino se stai in mezzo alle scatole

Questa che racconto è la parabola del farsi i fatti propri. Detta anche del creare tempeste in bicchieri d’acqua.

Poniamo, per semplificare, che per il mio lavoro mi abbiano dato in gestione una scatola. Questa scatola è stata confezionata da una persona, addetta all’ufficio confezionamento scatole. Il mio compito è sorvegliare e gestire la scatola, che materialmente serve per lavorare a una persona, che chiameremo, per comodità, Piercarolamba.

Il problema è che Piercarolamba al momento non potrebbe utilizzare Scatola, perché ne ha già una che la impegna sino all’anno prossimo. E Piercarolamba può giocare solo con una scatola per volta: sono le regole.


Ci sarebbero in verità altre sottoregole, che prevedono di poter frazionare il proprio tempo e avere più scatole con cui giocare. Però Piercarolamba non ha sbloccato questo privilegio e quindi deve tenersi una scatola per volta.


Eh però intanto Scatola è stata confezionata, ormai. Sta qua.

Il problema, comunque, non mi riguarda. Ripeto, il mio compito è buttare un occhio a Scatola ogni tanto e verificare che non la rompano o che non ci mettano dentro cose che non vanno e che i soldini di cioccolato che stanno dentro Scatola vengano spesi in modo accorto e pertinente.


Sì, le scatole sono piene di soldini di cioccolato ma solo per chi è stato bravo.


Parlando l’altro giorno con la mia Responsabile, che chiameremo per finalità narrative Apprensina, mi sono lasciato sfuggire questa cosa. In realtà è stata una rivelazione molto estemporanea, sulla quale stavo sorvolando, roba del tipo «E poi abbiamo la nuova Scatola di Piercarolamba che al momento sta giocando già con una scatola, però va be’, ti ho già parlato delle mie vacanze?».

Apprensina è andata in apprensione. E come si fa, e come non si fa, questo non è irregolare però non è moralmente accettabile, adesso dobbiamo capire come si può agire, se qualcuno viene a chiedere, provo a informarmi, eccetera.

Io, sempre perché non mi faccio i fatti miei, provo allora a chiedere all’addetta del confezionamento (da qui in poi: Scatolicchia) se, all’epoca della fabbricazione di Scatola, si fossero posti il problema di una sovrapposizione di scatole.

«Sì sì ricordo fosse emerso il problema…ne parlai anche a Esausta, però non mi ricordo cosa mi disse». Non mi è stata molto utile, diciamocelo.

Allora, essendo io sempre uno che non si fa i fatti propri, provo anche a sentire Esausta (che, per capirci, è la responsabile dei responsabili come Apprensina).

Esausta non ricorda per niente cosa si sono dette lei e Scatolicchia.

A quel punto torno da Apprensina e le dico che nessuno sa niente di niente e che ormai il fatto è questo. Lei allora dice che prova a capire, a studiare, a informarsi, eccetera.

Oggi torna da me dicendo «Va be’, ormai il fatto è questo (ma va?), teniamocelo così e facciamo spallucce».

Fine della parabola.

Questa storia ci insegna che la verità è una gran bella cosa – e io su questo ho un senso di giustizia molto elevato, per me anche una sciocchezza taciuta equivale a esser dei bugiardi – ma certe volte è meglio chiudere tutti e due gli occhi e dire che non c’eri e se c’eri dormivi.

Non è che chiami un batterista per il trapano perché serve la percussione

Sono sempre pronto a riportare conversazioni assurde che mi capitano ma questa volta devo essere onesto e fare un atto di autodenuncia. Devo confessare che in questo caso sono stato io il tipo assurdo della situazione.

È solo di recente che sto facendo pratica di ferramenta e bricolage, con qualche soddisfazione, invero, ma è un campo in cui mi muovo ancora a tentoni e si nota.

Così, nello scegliere dei reggimensola, mi sono avvicinato all’addetto del reparto, chiedendogli se fossero idonei a reggere 20 Kg.

Lui mi fa: 20 Kg di cosa?
E io, senza esitazione: 20 Kg di peso.
Lui mi guarda, con paterna comprensione. Poi mi fa: Sì…non c’è dubbio che 20 Kg rappresentino un peso…ma parliamo di un singolo oggetto o di pesi distribuiti?.

Dopo aver preso coscienza che peso singolo e pesi distribuiti vanno considerati diversamente per le mensole, arrivato a casa ho fatto un’altra, importante, scoperta. L’impregnante per legno, una volta aperto, dopo qualche tempo (un paio di mesi dalla prima volta che lo avevo utilizzato) è da buttare.

Così la prima tavola di abete è venuta di un colore più scuro di quel che doveva essere. E io mi son detto Va be’, è comunque un bel colore. La seconda, invece, dipinta pochi minuti dopo la prima, è venuta fuori di un altro colore ancora.

Ma la cosa più bella ancora è che dopo aver dipinto le tavole, l’impregnante residuo nel barattolo si è trasformato in una massa gelatinosa refrattaria al pennello e impossibile da raccogliere. Mi ha fatto quasi paura. Ho richiuso il barattolo, chiudendolo dentro una busta e chiudendolo poi fuori il balcone perché avevo paura che nottetempo prendesse vita e mi aggredisse nel sonno.

Com’è come non è, l’operazione mensole si è comunque conclusa bene e si può notare come reggono bene i kg di peso che rappresentano indubbiamente dei kg di peso.

Mentre mostravo, tronfio e soddisfatto, il risultato del lavoro a degli amici, M. fa: Sì bello il trapano fare i buchi eccetera però quando avremo casa nostra poi facciamo fare queste cose a qualcuno.

Ma come? La soddisfazione di aver attaccato delle mensole al muro, con tasselli, viti e sudore&bestemmie, la mettiamo da parte così?

Ma non voglio che ti stanchi, per questo lo dico, si corregge.

Esiste stanchezza e stanchezza, lo sappiamo tutti. Esiste l’esser stanchi a fine giornata per aver risposto per lavoro a questioni inutili e puntigliose da parte di gente neghittosa e indolente ed esiste l’esser stanchi dopo una giornata di mare, incrostati di sale e cotti dal sole, ma rilassati e felici.

E nella scala Stancalli (la scala che misura l’intensità di stanchezza), a un livello non di felicità come quello della giornata al mare ma neanche di pessimismo cosmico come quello del lavoro, metto l’esser stanchi per aver fatto qualcosa di produttivo con le proprie mani.

Sento ancora il braccio e il resto del corpo che vibrano alla percussione del trapano come nei cartoni animati di Paperino, Pippo e Topolino che fanno cose e mi compiaccio di ciò: vuoi tu forse togliermi il piacere di trapanare, ergo?

Sulla cosa del trapano non tiratemi in ballo questioni freudiane: Freud non ha mai messo un Fischer nel muro altrimenti avrebbe avuto meno tempo per le sue speculazioni e più tempo per le mensole.

E tu vieni a dirmi che mi vuoi togliere il piacere del Fischer per affidarlo a uno sconosciuto, che lavorerà al muro rigorosamente con un portabici peloso in bella mostra dai jeans mentre chiede Ma chi l’ha fatto questo muro? No no qua è tutto sbagliato, hanno usato male ecc ecc, perché, fateci caso, quando chiamate qualcuno a fare un lavoro in casa dirà sempre che la cosa cui sta mettendo mano è stata costruita male, peccato solo una volta capitò che l’idraulico che venne a casa a sistemare la vasca chiese chi mai avesse fatto quell’impianto e la risposta fu Voi, 10 anni fa.

Libero trapano in libero Stato!

Non è che il 1 Aprile se qualcosa ti puzza è perché è un pesce

Quelli delle Risorse Umane alla Spurghi&Clisteri S.p.A. dove lavoro sono persone fantastiche. Lo dimostrerò facendo una breve cronistoria di quanto accadutomi nell’ultimo mese.

23 febbraio: scrivo a Risorse Umane chiedendo cosa dovrò inserire sul cartellino online per i giorni in cui sarò ricoverato. Falsa (nome di fantasia per tutelare l’identità della persona in questione) mi risponde di non dover fare nulla, basta o comunicare il numero di protocollo, oppure, nel caso la clinica non fosse abilitata al rilascio del protocollo telematico, fare segnalazione all’INPS e inoltrare un certificato di ricovero.
14 marzo: invio a Risorse Umane il certificato di ricovero relativo all’11 e 12 marzo e copia della mail inviata all’INPS. Mi risponde sempre Falsa, che mi ringrazia.
25 marzo: segnalo che i giorni di ricovero dell’11 e 12 marzo non sono ancora stati caricati a sistema sul cartellino. Falsa, sempre lei, mi risponde che la cosa sarà risolta nei giorni a venire.
01 aprile: Falsa, ormai la conoscete, mi scrive dicendo che i giorni 11-12 marzo sono in errore sul cartellino online perché risulto assente. “Gintoki, potresti verificare?”.

Devo ammettere che per un attimo ci ero veramente cascato! Poi ho controllato la data, doveva essere sicuramente uno scherzone di quella burlona di Falsa!

Pensate, un Pesce d’Aprile così articolato che non solo è partito settimane prima ma l’ha anche fatto durare sino a oggi, 6 Aprile, quando poi l’anomalia è stata risolta dopo un paio di miei solleciti (che immagino fossero parte dello scherzone: Falsa avrà detto “Perché risolvere subito, teniamolo un po’ sulla griglia come un pesce da arrostire”).

Non c’è che dire, con delle persone frizzanti così non c’è da annoiarsi!

Non è che nel Medioevo ci si rilassasse con le parole Crociate

Una delle cose che mi spaventa della vita, a parte il provare dolore e le raccomandate dall’Agenzia delle Entrate, è che una relazione si trasformi in una situazione in cui la sessualità è relegata giusto a una timbrata di cartellino per raggiungere il monte ore minuti necessario per portare a casa la mensilità e stare tranquilli.

È una cosa maturata verso l’età adulta. Da adolescente diciamo che non me ne preoccupavo affatto, ma a quell’epoca ero devoto soltanto al Dio Onan quindi diciamo le priorità potevano essere altre, quelle di base. A quel tempo pensavo che la mia vita futura sarebbe stata soltanto una breve divagazione da tale culto.


(Ho sempre avuto un problema nel disegnare per me stesso scenari poco ottimistici, che vanno in una scala da umiliazione e pubblico ludibrio a olocausto nucleare).


Poi diciamo ci si rende conto che Onan è un dio ingannevole: offre sempre e comunque dei momenti di raccoglimento spirituale gradevoli, diciamocelo, ma diciamo anche che la vita è troppo bella e breve per sprecarla nel monoteismo.

Nel momento in cui si scopre e si viene a contatto con un’altra divinità, quella che esiste a livello metafisico (risiede infatti a metà fisico, tra addome e gambe) succedono due cose: la prima è che, come un Cavaliere Crociato, ci si immolerebbe per lei.


E qualcuno infatti ci resta anche: da qui l’espressione di morto di.


La seconda è che ne si è sempre alla ricerca di un segno, una rivelazione da parte sua.

Tutto questo preambolo per dire che io e il mio lavoro nel nostro rapporto pensavo non avessimo più nulla di nuovo da scoprire, per cui entusiasmarci, sorprenderci.

Poi capita che questa settimana io sia stato in malattia. Dando una scorsa alle mail di questi giorni ho visto una serie di “Questo lo lascerei a Gintoki”, “Gintoki ti giro questa la fai lunedì”, eccetera.

Il che in un certo senso è logico, son cose mie quindi è naturale le segua io.
D’altro canto, se mi vengono piazzate scaricate una serie di cose di una settimana tutte insieme, tutte considerate prioritarie, tutte fissate per lo stesso giorno, la sensazione che ne ricavo è un po’ così così.

Diciamo quindi che quando pensavo che in questa relazione nulla più mi avrebbe sorpreso, ecco che mi sento invece come se, per variare, me l’avessero messo nel sedere.

No, devo dire non mi è piaciuto.

Non è che se perdi la faccia vai all’ufficio oggetti smarriti

La felicità ha una forma liquida. Scorre e fluisce in diversi modi. Si accumula in recipienti che poi ognuno vede come vuole: mezzi pieni, mezzi vuoti, pieni di piscio.

Delle volte ho la sensazione che della felicità che ho davanti non mi abbevero abbastanza e di non godere del bicchiere che ho appena sorseggiato.

È accaduto che posso finalmente dire di avere, per la prima volta in vita mia, un contratto a tempo indeterminato.

Dopo 10 anni di sacrifici, spostamenti, colloqui, rinunce, speranze a vuoto. Chi non ha fatto questa vita delle volte non se ne rende conto. Ho incontrato persone che non hanno mai inviato un CV in vita loro. Neanche sanno cosa vada scritto in un CV. O, soprattutto, cosa non vada scritto. No, dalla mia modestissima esperienza, mi sento di dire che il trofeo per il torneo di sputo del nocciolo di ciliegia non è una competenza significativa.

Il mondo dei colloqui è qualcosa di allucinante. Stesso discorso: ci sono persone che non hanno mai sostenuto un iter di selezione e che, anzi, quando incontrano qualcuno che fa i colloqui per trovare lavoro lo guardano con una strana meraviglia come se avessero di fronte uno che a una festa informale si presenta con panciotto, monocolo e cilindro.

Dicevo, del bicchiere di felicità.

Dovrei essere contento, eppur non riesco a esserlo appieno perché la mia contentezza è stata smorzata da un qualcosa di simile a una visita proctologica.

Mi era stato garantito un aumento di livello. Venerdì, ultimo giorno lavorativo di Gennaio e ultimo giorno del vecchio contratto, mi comunicano sì del passaggio ma che, purtroppo, non è possibile procedere ora con l’aumento di livello per delle vaghe e non precisate procedure procedurali che procedono in questo modo. Bisogna aspettare 6 mesi e “Poi si vedrà”.

Udito ciò ho subito parlato con Capon’ de’ Caperoni per chiedere delucidazioni e lui mi ha detto che, sì, era dispiaciuto, non sapeva di queste procedure e procedimenti e non poteva farci molto, ma tra 6 mesi è sicuro che l’aumento ci sarà. Risorse Umane parla in modo formale e non si sbilancia, ma io devo stare tranquillo, lui su questo “ci mette la faccia”.

Io allora mi fido e lo prendo in parola. Quindi se tra 6 mesi non sarà cambiato nulla, mi sentirò in diritto di far uso come meglio credo della faccia che lui mette a disposizione.

Non è che ti serva prenotare per fare un viaggio a ritroso

Al lavoro abbiamo diversi portali per gestire più o meno la stessa cosa. Quindi capita di dover ricavare informazioni da una parte, inserirle nell’altra, fare una somma, fare una giravolta e aver poi compreso di aver sbagliato tutto il procedimento e ripartire da capo.

Ora si sta lavorando per far convergere la maggior parte delle cose almeno in un’unica piattaforma, già esistente. Una cosa logica che andava fatta già da tempo. Sembra che però constatarlo sia come lamentarsi del cibo con chi ha vissuto la carestia durante la Guerra.

Chi è lì da più tempo infatti ti dice che quando all’epoca lui è arrivato doveva arrangiarsi con fogli Excel che venivano compilati e scambiati a distanza.

Chi è lì da ancora più tempo dice che quando è arrivato si compilavano fogli da inserire in faldoni.

Poi il viaggio a ritroso termina perché prima ancora non esisteva la Spurghi&Clisteri Inc. per cui lavoro. Pensavo quindi di uscire in strada e chiedere in giro se ci fosse qualcuno che si ricorda prima ancora dei faldoni come fosse la vita, magari arrangiandosi con l’abaco, per mandarlo a rimproverare quello dei faldoni che si lamenta che rimprovera quello dell’Excel che si lamenta che rimprovera me che mi lamento delle multipiattaforme che un giorno rimprovererò quello che si lamenterà della monopiattaforma perché se vedi bene è tutta una grande ruota che gira vorticosamente, oltre a qualcos’altro.


Abaco. Che parola particolare. Ricordo di averne avuto uno da piccolissimo. Ricordo anche che abaco era la prima parola dell’abbecedario che avevo.


Anche abbecedario è una parola curiosa. Sembra un’affermazione di sufficienza verso la presenza di una persona di nome Dario:

– Quindi chi c’è? Marco viene?
– No
– Ah beh c’è Dario…


Manco a farlo apposta l’altroieri avevo in mente questo post e il giorno dopo è uscita la notizia che nella seduta del Consiglio della Regione Lombardia hanno portato come scherno in dono a Fontana un abaco per aiutarlo coi conti. Che stolti! Come se poi fosse certo sappia utilizzarlo!