Non è che il barista superstizioso abbia per forza come amuleto un cornetto

Se c’è un alimento su cui son severo nel giudizio sulla qualità è il cornetto alla crema.
La qualità media venduta nei bar e nelle pasticcerie lascia spesso a desiderare: rinsecchiti come un Fassino, hanno a volte la consistenza di un libro ingiallito in una libreria. I più subdoli hanno un esuberante sbuffo di crema all’esterno per adescare l’affamato cliente, salvo poi rivelarsi vuoti all’interno.

Trovandomi un week end in una frizzante città italiana, al mattino era sorto il problema della colazione. Volevo controllare se il bar vicino dove alloggiavo fosse fornito di cornetti, così ho finto di passeggiare per caso davanti l’entrata e, fischiettando nel mentre Urca urca tirulero, ho buttato un occhio all’interno, pronto ad allontanarmi nel caso ciò che avessi visto in vetrina non fosse stato di mio gusto.

In quel momento è spuntato fuori il proprietario che, vedendomi interessato, con un ampio gesto della mano ha esclamato Prego!

Avrei voluto rispondere: Fa bene! Pregare gioverà alla salvezza della sua anima! ma invece sono entrato.

Era un uomo alto e magro. Anzi, non era magro di carne: sembrava in realtà che ne avessero aspirato l’aria dall’interno come in un sacco per il sottovuoto e la pelle si fosse sagomata intorno le ossa. I calzoni li portava abbottonati in petto, perché “Cintura ascellare is the new vita alta”. Aveva una barbetta incolta rada formata da peli che sembravano spine di cactus. Aveva solo due denti. Due incisivi inferiori, saldati insieme, che si ergevano in questa grotta nera che era la sua bocca come una stalagmite. Anche il loro colore era quello di un conglomerato roccioso.

Sul bancone aveva dei croissant vuoti, farcitura a richiesta.
Me ne ha aperto uno e ne ha spalmato all’interno una marmellata artigianale ai frutti di bosco. Quando ho espresso il mio apprezzamento ha iniziato a raccontarmi delle varietà di frutta di una volta che ora stanno andando perse. Ha rivangato i ricordi dell’albero di mele cotogne in Sicilia dove da bambino si arrampicava per salire sui tetti, di come pianse quando il summenzionato fu abbattuto, di una sua amica che ora coltiva banane, sempre in Trinacria. Ha voluto anche mostrarmi le foto di tal bananeto siculo. Tra gli scatti c’era anche un sorbo con un grappolo di frutti. E mi ha precisato che non vanno mangiate appena colte, ma van lasciate maturare a lungo perché “Diventano un nettare”, e ha avvicinato la mano alla bocca mentre lo diceva. Ho avuto timore che la grotta nera stessa per inghiottirgli le falangi, ma non è stato così.
Quando sono entrati due altri avventori, cui lui ha iniziato a parlar delle spiagge della sua infanzia, ho ritenuto opportuno levar le tende visto che si era esaurito l’argomento frutta e derivati.

L’ho incrociato per strada lo stesso giorno verso sera, aveva evidentemente appena chiuso il bar. Volevo augurargli Buonasera ma non mi ha riconosciuto o forse era immerso nei propri pensieri alla mela cotogna.

La frizzante città italiana mi ha offerto altri incontri interessanti, tra cui un inquietante sosia di Steve Buscemi che avevo di fronte a cena, ma devo ancora meditare sulla cosa.

Non è che ti serva la ceretta per non avere peli sulla lingua

Non amo fare la valigie perché dimentico sempre qualcosa. È inutile fare liste: nella lista dimentico sempre qualcosa, quindi avrei bisogno di liste per le liste di liste di cose da mettere in valigia.

Ho dimenticato i guanti.
Madornale errore in una città che ti accoglie con temperature intorno lo 0.

Ho rimediato oggi da H&M. Tra l’altro, nel reparto uomo adulto (e sottolineo adulto) avevano una specie di tutone-pigiama che replicava la divisa di Darth Vader.

Il cibo è stato un problema.
Sono arrivato ieri sera; la padrona del minuscolo studio che ho affittato su Airbnb – per avere una base d’appoggio per cercare casa – tra le cose che mi ha illustrato presenti nell’appartamento mi ha detto che nella credenza c’era un pacco di pasta.

Cosicché nel minimarket vicino, che stava anche per chiudere, non mi sono attardato nell’acquistare molte cose: avrei cenato con un po’ di pasta al sugo per quella sera.

Avrei dovuto controllare prima la credenza: la pasta era un pacco di tortelloni tedeschi alla mortadella (o presunta tale: sulla confezione c’era scritto che l’1,4% su 250 gr di tortelloni era mortadella!), conservati non in frigo.

Li ho indirizzati verso la pattumiera e la mia cena è stata quindi a base di fette biscottate, nutella e banane.

Osservando le abitudini altrui all’estero mi rendo conto che noi italiani siamo strani. Facciamo cose che nessuno fa. Lasciamo perdere le riflessioni sul bidet, che ormai hanno fatto il loro tempo.

Parliamo del pane.
In altri Paesi europei ho notato che lo tengono sfuso all’aria e la gente lo tasta, lo tocca, lo rigira tra le mani e poi magari lo rimette a posto. Solo in Italia abbiamo l’abitudine di imbustarlo o di avere un omino dietro a un bancone che serve il pane con le mani rigorosamente guantate.
Abbiamo delle fissazioni igieniche strane noi italiani.

Credo che non mangerò pane per i prossimi 6 mesi. Quantomeno il mio fisico si manterrà bello asciutto.

La ricerca della casa va così e così. Ho contattato decine di persone che avevano pubblicato annunci in questi giorni, soltanto la metà di questi ha risposto e con la metà di questi sono riuscito a vedere una stanza, mentre altri hanno dato buca all’improvviso.

Forse comunque una stanza l’ho trovata.
Io e la ragazza che vorrebbe affittare l’altra (in totale sono due) ci siamo incrociati quando ho visitato l’appartamento. Mi ha guardato con preoccupazione. Lunedì la proprietaria ha organizzato un incontro per conoscerci meglio.
Forse a inquietare è la barba. Qui non mi sembra che la villosità facciale vada per la maggiore.

In compenso le donne qui non si fanno la ceretta alle braccia. O almeno commesse e cassiere non lo fanno: sono le uniche che girano a maniche corte, visto che stanno tutto il giorno in un negozio. Probabilmente, visto il freddo, è utile. Se tantra mi dà tantra – come disse l’induista – non oso pensare alle gambe.
Ma forse va bene così: la depilazione è una convenzione sociale.

Ho visto poi un piccolo monolocale: la proprietaria, inizialmente, mi aveva detto che preferivano (il plurale verrà spiegato più avanti) affittarlo a una ragazza. Poi, dopo aver visto foto di gatti sul mio profilo fb, ha accettato di mostrarmelo.


Poi dicono invece che pubblicare foto di gatti sia una perdita di tempo o una malattia!


Mi ha dato appuntamento per oggi precisando che ci sarebbe stato anche il marito, O., che sa l’inglese molto meglio.

Quando lei mi apre la porta e io entro, fa il suo immediato ingresso O., il quale prima che io possa dire “ciao” si presenta dicendo: “Ciao! Sono il marito”.
Ma va’. Pensavo fossi l’idraulico.

Durante la visita parla sempre lui, lei si limita a dire qualcosa in inglese o in magiaro e lui la corregge o traduce.

Nel congedarci mi ha chiesto cosa io avessi studiato. Lui poi mi dice che fa l’ingegnere, io rispondo “Ah, interessante”, lui dice “Eh sì, ma solo per me. Con lei (la moglie) non posso parlare di ingegneria”. E poi aggiunge “Fortunatamente abbiamo tante altre cose in comune!” e la abbraccia vigorosamente col braccio sinistro trascinandola verso di sè.

Al che ho compreso il perché preferiscono affittarlo a ragazze. O perché mi si sia parato davanti qualificandosi come il marito.

Mi incuriosiscono sempre gli uomini che hanno questa esigenza viscerale di marcare il territorio.


Beninteso, a tutti è capitato di farlo, chi più chi meno, anche inconsciamente o velatamente.


Anche se non capisco a volte il motivo: io cerco casa, non una sveltina come contropartita in luogo dell’affitto. Anche perché comincio a invecchiare: magari potrei non garantire più pagamenti puntuali!


Tra qualche anno spero che lei si sveglierà una mattina che non ne potrà più e partirà in giro per il mondo con un intagliatore di candele rastafariano.


E questo è il resoconto di 24 ore in terra magiara.

Vorrei chiudere questo post con una conversazione avvenuta tra me e Nonna Materna ieri prima della mia partenza:

– Te le vuoi portare le noci?
– Nonna che debbo fare con le noci?!
– Te le metti in valigia. O’ spazio o’ tien?
– Ià che faccio, mi porto le noci appresso?!
– Te le mangi dopo mangiato. O Gesù (rivolta a Madre) chist non si mangia due noci dopo pranzo?

Avrei potuto risparmiare un intero post e riportare soltanto questo memorabile dialogo.

Come dicevano negli anni ’80, il Den Harrow non fa la felicità

Il mio obiettivo di questa settimana era sopravvivere da martedì a venerdì con 10 euro in tasca. Traguardo ampiamente alla mia portata perché a volte sono riuscito anche a tirare avanti con soli 5 euro. Il segreto è non spenderli.

Il mio programma è andato a farsi benedire quando lo stesso martedì la caldaia si è spenta per non riaccendersi più (ne danno il triste annuncio gli utilizzatori dell’acqua calda, Me Medesimo e Coinquilino) e il tecnico il giorno dopo ha presentato un conto di 210 euro. Tale conto andava diviso a metà, come avevo concordato sin dall’inizio con Coinquilino che mercoledì sera mi ha poi fatto trovare sul tavolo della cucina:
– i pezzi sostituiti dal tecnico
– la fattura
– un lunghissimo biglietto in cui mi spiegava il tutto e specificava l’esborso maledicendolo come un “balzello della malìa” o qualcosa di simile*
*Non so se ho letto bene, comunque non ho mai sentito un’espressione simile. Se qualcuno ne è a conoscenza, si faccia vivo e mi illumini.

Quindi dopo aver prelevato 150 (i piccoli tagli negli ATM vanno sempre via), ho lasciato sul tavolo 110 euro, tenendo in tasca 50 che non immaginavo mi avrebbero impedito questa sera di prendere la metro.

Avevo appuntamento a casa di questo bel gattone

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dimenticando, da furbone qual io sono, che le macchinette per fare il biglietto non accettano carte o bancomat e che il resto massimo che possono dare è pari al costo di una caramella Goleador.

I negozi intorno erano tutti chiusi, ammesso e non concesso che qualcuno avrebbe accettato di cambiare 50 euro. Mi è già successo in passato che qualcuno mi dicesse di non avere contante da cambiare* e comprendo anche il motivo: con i tempi che corrono**, non è semplice fidarsi del prossimo. E capisco anche che forse il mio aspetto barbuto-casual non ispiri fiducia.
* Una farmacia e un minimarket che non hanno contante, mah!
** Ma poi dove corrono questi tempi?

E pensare che quando Coinquilino mi ha ringraziato per i soldi e mi ha detto “Devo darti 5 euro di resto, perdonami ma al momento non ho spiccioli” io ho anche risposto, con sicumera, “Figurati, fa’ con comodo”, tronfio del mio bigliettone da 50 che avevo in tasca che mi permetteva di assumere pose da ricco.

E poi accade che sei ricco e non puoi prendere la metro!* **
* Con gli autobus – sottolineo il plurale perché avrei dovuto prenderne più di uno per raggiungere la meta – ci avrei impiegato un paio d’ore, probabilmente.
** Sì, mi è anche passata per la testa l’idea di scavalcare i tornelli.

NOTA
Il gatto di cui ho pubblicato le foto senza fargli cliccare l’accettazione dei cookie (sembra che sia diventata una necessità, anche il mio barbiere l’altro giorno prima di tagliarmi i capelli mi ha chiesto l’autorizzazione a procedere) è della coinquilina di una collega, a casa della quale dovevamo recarci per un lavoro da portare a termine entro domani. L’assenza non mi esonera dal fare la mia parte, purtroppo.

E ora, visto che è stato citato – e lui citato dovrebbe esserlo anche per tutta un’altra serie di ragioni – un po’ di trash anni ’80

Presenze da ufficio (bestiario lavorativo)

Di Collega Onicofago ho già parlato. Fortunatamente ora è fuori portata di vista e udito e non assisto allo sgranocchiamento delle sue povere estremità. Per carità, mi rendo conto sia un problema serio e indice di disagio o nervosismo, solo che mi chiedo come faccia a non sentire dolore. All’andata e al ritorno andiamo al lavoro insieme e anche in auto si dedica al proprio hobby. Tiene il volante con una mano, il cambio con l’altra e poi non so come ma mi giro e lo trovo pure con una mano in bocca.

Alla sinistra del mio posto c’è Paperino. La collega che parla con voci e suoni strani. È il suo modo di ingannare il tempo e rallegrare le ore lavorative. Il problema è che lei magari tornerà a casa tranquilla, io invece la sera sento le sue voci che mi risuonano in testa.

Quando non fa vocette, Paperino chiacchiera con Lentiggini, seduta di fronte. Alle volte Lentiggini lascia il proprio posto per venire a fare una chiacchierata tête-à-tête, quando il gossip da riferire è veramente importante. Ho imparato, osservandole, ad adeguarmi ai loro tempi e gestire le mie pause: dato che il mio lavoro dipende da un lavoro che fa Lentiggini, quando le vedo particolarmente prese dal pettegolezzo mi dico ok, posso anche scendere al supermercato giù agli uffici per fare uno spuntino. Anche Lentiggini, poi, fa vocette, ma meno varie ed articolate.

Di fronte a me c’è Collega Invisibile. In 8 ore lo noto solo quando si alza. Delle volte mi dimentico anche che ci sia, anche perché non lo vedo. Allora mi alzo e lo trovo chinato sulla scrivania. Mi chiedevo sempre che diavolo facesse, poi una volta son passato alle sue spalle e ho visto che era chinato sull’Iphone a giocare a un RPG online.

Alla mia estrema destra, c’è Collega Silente, invece. Non lo sento fiatare mai. È così silenzioso che ormai non distinguo più quando c’è o quando non c’è. Esce e ritorna dopo mezz’ora, senza che me ne accorga, poi mi giro e lo vedo e mi chiedo Ma quando diavolo è tornato?!. All’inizio pensavo che fosse uno spettro che vedevo solo io e che passasse attraverso i muri.

Ho lasciato per ultime Gargantua e Pantagruel, che oltre a fare un gran baccano – perché quando comunicano si dicono le cose urlando – hanno sempre del cibo a portata di mano sulla loro postazione. Pranzano, poi fanno merenda, poi fanno ancora merenda e poi concludono con una merenda. Oggi salivo in ascensore accompagnato da una scia di aroma di pop corn. Ho pensato: Secondo me porta dritto in ufficio. Come volevasi dimostrare, stavano dando fondo a una confezione formato famiglia di pop corn.

L’altro giorno mentre erano intente a far fuori una busta di patatine mi guardano ed esclamano: Anche tu fai merenda? E io ero lì che stavo mangiando il mio misero yogurt, è stato come avere di fianco all’orinatoio Rocco Siffredi che getta uno sguardo a guardarti proprio lì.

Una volta ho assistito a una conversazione tra Gargantua e l’addetto della mensa che consegna il pranzo in ufficio. Lei si lamentava che il cibo fosse poco salato. Il ristoratore si giustificava dicendo che hanno delle regole alimentari da rispettare sulle quantità di sale, olio, ecc., anche perché loro cucinano anche per una scuola e quindi devono essere rigorosi su certe cose.
Al che Gargantua, anche se un po’ delusa, ci pensa su e poi esclama:
Va be’, tanto poi troppo sale fa male.
Come se ora fosse il sale il problema!

Postilla. Mi son chiesto come appaia invece io agli altri. Probabilmente, dato che me l’han fatto notare, sarò Toro Seduto, visto che mi schiodo poco – almeno rispetto agli altri – dalla sedia. Oppure sarò Collega Fitness, visto che poi ogni tanto mi alzo e faccio stretching a gambe e braccia per non rimanere anchilosato. Eh sì, qui ognuno c’ha le proprie manie.

E voi ne conoscete di personaggi originali con cui condividete il tempo?