Non è che il crimine non paga perché entra gratis

Natale è il periodo più eccentrico dell’anno. I maglioni ne son solo un esempio.

Le installazioni cittadine ne sono un altro.

Nel 1995 ricordo di aver visto da vicino la Montagna di Sale (con cavalli) in Piazza del Plebiscito. Era già in via di smantellamento. Raccolsi qualche granello di sale (senza cavalli) nel palmo della mano e lo mostrai orgoglioso al resto della classe. Un professore mi afferrò per un orecchio. Mostrandomi orgoglioso al resto della classe.

La colpa, l’identificazione, la sanzione.

Non sono mai sfuggito alla sanzione per le mie azioni. Sono un pessimo criminale perché non mi so mascherare. Volevo scriverle una lettera dal carcere per chiederle come starò. Lei vedeva il futuro e vi ha visto il nostro imperfetto. Io ho un vuoto allo stomaco al presente indicativo e non riesco a saziarmi senza lei.

Bologna è una donna amichevole ed eccentrica. Produce abitanti come maglioni natalizi. Vorrei tornare per afferrarmi un orecchio e mostrarmi orgoglioso al resto della classe che non ho mai avuto.

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Non è che l’economista sia un maniaco perché gli piace il trucco de “la mano invisibile”

I più attenti avranno notato che ieri fosse 8 marzo, Giornata internazionale della donna.

Si dice che certe tematiche andrebbero celebrate tutto l’anno e non solo in un giorno. Un po’ come dovrebbe essere sempre il giorno dell’amore o quello della salvaguardia dei diritti dei lavoratori o Natale per essere sempre buoni e così via.

È sicuramente un nobile proposito. Io vorrei però mettere in guardia da questi intenti (positivi, sulla carta) a causa delle loro possibili conseguenze nefaste.

Estendere le celebrazioni di queste giornate a tutti i 365 giorni dell’anno avrebbe all’inizio l’effetto di stimolare i consumi. Basti pensare a quanti regali in più si farebbero. L’aumento dei consumi porterebbe a una crescita dell’economia e all’innesco di un circolo virtuoso, perché le imprese assumerebbero di più, aumenterebbe l’occupazione che farebbe aumentare il reddito che stimolerebbe i consumi e così via.

Purtroppo questo è vero soltanto nel breve periodo. Nel lungo periodo, senza entrare troppo nel dettaglio di dissertazioni d’economia politica, il sistema entrerebbe in fase di stagnazione o peggio di recessione.

Il grafico sopra rappresenta il pene di un uomo costretto a comprare sempre regali. Da un certo punto in poi si scogliona e si abbatte.

Inoltre, non tutti potrebbero permettersi di fare acquisti di continuo.

Si potrebbe ovviare con dei gesti gentili. Basta il pensiero, si dice. Ma a lungo andare non ci si accontenterebbe di bei pensieri e questo creerebbe soltanto del malumore nelle persone, oltre ad aumentare l’insoddisfazione generale nella società a causa delle aspettative disilluse.

Senza contare che essere sempre buoni, bravi, gentili, affettuosi, premurosi, rispettosi, comporterebbe uno sforzo mentale ed emotivo non indifferente.

Chi potrebbe mai reggere tale pressione? Se già durante le giornate in cui si ricordano i grandi temi (Olocausto, diritti dei lavoratori, donne, eccetera) c’è chi non riesce a trattenersi dal polemizzare, figuriamoci cosa accadrebbe se tali giornate fossero estese a tutto l’anno.

Lo dico io: ci sarebbe un aumento esponenziale e indiscriminato di esplosioni di rabbia, dovuti alla lunga repressione dei propri sentimenti negativi (perché ci si deve dimostrare sempre buoni, gentili, eccetera). È vero che anche oggi ci sono casi di violenza, ma corriamo il rischio che possano diventare molti di più.

Pertanto, tornando a ieri: sì alla Giornata delle donne, ma che sia appunto una e una sola giornata in cui si compie lo sforzo di emendarsi.

Riguardo il resto dell’anno, lasciamo invece le persone libere di esprimere i propri sentimenti negativi, di continuare a discriminare e odiare, perbacco!

Non è che a dicembre nel monastero addobbino l’abate

È più forte di me.
Cerco di stare lontano da determinati argomenti, per quieto vivere.
A volte ci riesco, altre volte no.
Finisco per sentire qualcosa dentro che mi rode e mi spinge verso quell’argomento.

Ho deciso quindi di parlare dell’evento principale di questo dicembre.

Il Natale.

Il Natale è come le Olimpiadi.
Si attende con trepidazione e grande entusiasmo.
Salvo poi lamentarsi perché la sua organizzazione crea tanto traffico per le strade, sperpero di soldi e, alla fine, diciamocelo, finisce sempre tutto in un magna magna.

Uno dei temi scottanti intorno al Natale riguarda il presepe.
Non si è ancora capito se non bisogna esporlo pubblicamente per evitare di attirare il terrorismo dell’ISIS oppure se bisogna invece farlo per evitare di attirare Matteo Salvini.

Per evitare problemi, Padre costruisce presepi nudi che, all’occorrenza, possono essere benissimo spacciati per modellini medioevali.

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Buonasera, buonasera, questa sera in studio avremo Caterina Sforza, Federico da Montefeltro e Lorenzo de’ Medici per discutere della riforma sul Consiglio dei Settanta, di cui avremo un plastico in studio.
[Bruno della Vespa]

Riguardo al cibo, premesso che non so bene quali siano le usanze in altre zone d’Italia, a Napoli è cosa buona e giusta fare il cenone il 24 sera, il pranzone il 25 e, poi, un pranzo anche il 26 con gli avanzi del giorno prima.

Purtroppo capita sempre che non restino avanzi dal giorno prima, quindi si cucina daccapo un pranzone per il 26 per onorare la tradizione perché sennò poi fa brutto e dicono che siamo provinciali, siamo tirati.

Negli ultimi anni una corrente riformatrice vorrebbe si riducesse il numero dei gozzovigliamenti, per dare un taglio agli sprechi alimentari e alle spese correlate.

Tale spinta riformatrice incontra l’opposizione di chi sostiene che abbiamo il Natale più bello del mondo e che vada bene così com’è.

Al coro dei difensori della tradizione ci siamo uniti anche noi non credenti/non osservanti, sostenendo che se venisse abolito il Natale non avremmo poi nulla da criticare.

Certo, rimarrebbe la Pasqua, ma quella se la filano in pochi.
Serve solo per capire in che giorno dell’anno organizzare una gita sotto la pioggia.

Perfino la celebre pastiera, dolce tipico pasquale, si è ormai votata al Natale per acquisir più notorietà.

Comunque la si pensi, al termine di ogni Natale ci si sente così:

Non è che se ti cade in testa il salvadanaio hai il bernoccolo della finanza

Il precedente appartamento in cui ho vissuto si trovava a Blaha Lujza. Zona centrale e ben servita dal trasporto pubblico, ma un po’ borderline per la gente che vi si aggirava nei dintorni. A cominciare da uno che, tutti i giorni, si piazzava in piazza a suonare la batteria.


D’altronde, cos’altro si può fare in piazza se non piazzarsi? Se si fosse instradato sarebbe andato in strada!


Il ritmo che suonava era sempre lo stesso: tu-tà tutun-tà tattarattattà. Forse era un messaggio in codice per contattare gli alieni.

L’appartamento era spazioso, anche troppo per due persone. La mia stanza era così grande che d’inverno si faceva un po’ freddina.

A parte questo, non ho mai avuto alcun tipo di problema durante i sei mesi che ho vissuto lì.

Adesso vivo da solo in una zona non frequentata da batteristi. L’appartamento è grazioso e accogliente e caldo.

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La libreria essendo vuota viene da me utilizzata come deposito di transito dei vestiti. Notare, nello scomparto in alto a destra, come dicevo in un post precedente, i tre libri che mi basteranno sino a Natale, quando li riporterò indietro per sostituirli con altri tre.


Durante il mese e mezzo che sono qui si sono verificati vari inconvenienti.
Tre lampadine fulminatesi.
La guarnizione del tubo della lavatrice che comincia a gocciolare non si comprende da dove.
Un’interruzione della connessione internet che neanche la compagnia telefonica riusciva a capire. Il tecnico è dovuto salir sul tetto a cambiare un pezzo di ferro al termine del cavo.


Qui internet viaggia attraverso il cavo dell’antenna.


E ora di nuovo la guarnizione della lavatrice.

Il padrone di casa è desolato, non era mai successo niente in precedenza.

Io gli credo. Io alla casa secondo me non piaccio. Infatti ha anche preso a picchiarmi.

Ho tre bernoccoli sparsi per la testa, dovuti a incontri ravvicinati col mobiletto della cucina. Senza contare poi una zuccata al soffitto, perché la zona notte, trovandosi su soppalco, non consente di stare in piedi.
E poi c’è stata l’anta della scarpiera che mi si è aperta su un piede.

Quello delle case che picchiano chi le abita è un problema molto diffuso, ma non se ne sente mai parlare. C’è una cappa di oblìo su questo argomento: i poteri forti del nuovo ordine mondiale dei salvalavita Beghelli e del Lasonil stanno sostituendo ovunque le case normali con case che picchiano le persone.

Condividi se hai un bernoccolo, prima che lo sgonfino.

Non è che tu possa giudicare un catalogo di lenzuola dalla copertina

I libri di Coelho sono citazionistici: se ne può espungere un pezzo a caso e si otterrà sempre un aforisma valido per ogni occasione. Del resto la tematica è più o meno sempre la stessa: l’impossibile è solo possibile con un altro nome, quando si chiude una porta si apre un portone, l’infelice è solo un felice che non sa come essere felice e via dicendo.

Un libro del summenzionato, dato in pasto a generazioni di giovani donne che vivono con un romanzo a lustro e che lo eleggono a Bibbia personale, è causa di tedio e ambascia per l’umanità un po’ come le citazioni a cazzo di Alda Merini.

Ma tutto ciò io un tempo lo ignoravo. Era molti anni fa, il poo popopo po poo era solo una canzone appena uscita dei White Stripes.

Conobbi una ragazza che mi intrigò. Saranno stati i suoi magnifici occhi marroni pensosi. O forse la sua terza piena. Di silicone.


Non è una illazione. A 18 anni le fu regalato un impianto mammellare nuovo.


Le piaceva Coelho. Io me ne interessai, perché mi piace sempre allargare i miei orizzonti prendendo in considerazione cose che non avevo considerato sino a quel momento.


Dimenticando che se non le considero di proposito forse è perché ce ne sarà un motivo.


E anche per avere un argomento di conversazione.
Le altre opzioni tra i suoi interessi erano la religione wicca e i videogiochi di ruolo online.

Ho sempre avuto un rapporto molto pragmatico con qualsiasi religione, insomma, ognuno crede di essere il migliore, ma cosa fate per essere i migliori?-mi domando. Almeno offritemi qualcosa per convincermi, se mi volete come cliente. Quindi evito sempre l’argomento.

Dei giochi di ruolo online invece mi annoia eliminare 100 volte lo stesso mostro imbecille che si fa uccidere 100 volte senza imparare, per aumentare di livello e…ottenere una beneamata ceppa.

Così mi buttai su Coelho. Una lettura prima di andare a letto bastò per un ebook de L’Alchimista e la sua scrittura elementare (di quinta, direi) era molto scorrevole.

Sfortunatamente, la ragazza non la rividi più.
Il Coelho poi mi fu però utile con un’altra ragazza che conobbi dopo, stesso genere maestri di vitacitazioni a cazzo.

Promisi comunque a me stesso che non mi sarei più interessato a letture che non mi interessavano.

Sfortunatamente (ancora), ci ricascai.
Questa volta toccò a un altro scrittore che o si ama o si odia. Che sa tanto di frase fatta, in realtà ci sono anche scrittori che tu li vedi e sei un po’ così così però alla fine va bene, come quando non c’è nulla di pronto e potendo scegliere tu ordineresti una pizza, ma ti fai andare bene le melenzane grigliate trovate in frigo.

Baricco io invece non riesco a sopportarlo. Non so se è perché trovo il suo modo di scrivere onanistico o perché in realtà non odio lui ma il suo pubblico, fatto dei programmi di Fabio Fazio, dei film di Sorrentino, magari anche un Ligabue e anzi alle volte sono comunista ma non mi sono sempre interessato (cit.).

In ogni caso lo lessi perché piaceva a una mia ex. E avrei dovuto capire che quella era la punta dell’iceberg, fatta di tutte le cose che ho testé citato.

Un paio di anni fa, invece, avvenne un episodio divertente.

Era il 24 dicembre e mi fiondai in libreria per un regalo last minute. Tra libri, dvd, cd, matite colorate di legno, legnetti colorati di matita e colori matitati legnosi, insomma tutte quelle cazzate rubasoldi che vendono nelle librerie, scelsi un libro di Baricco per andare sul sicuro (il solito discorso Leggo un libro all’anno e solo Baricco).

Incrociai un conoscente, trafelato, nervoso e bestemmiante perché stava mettendo insieme anche lui dei regali last minute.

– Regali, eh?
Dissi, sfoderando il mio Capitan Ovvio d’occasione.

Il conoscente rispose scuotendo la testa in segno di sconforto. E con una bestemmia.

– Io ho dovuto comprare un libro di Baricco.
Aggiunsi.

Lui allora mi fissò negli occhi, mi mise una mano sulla spalla e disse:
– Hai avuto un Natale peggiore del mio.

Non è che passando al telefono senza fili tu pianga per il cavo estinto

Una persona strana come me da qualche parte deve pur provenire. In effetti, ci sarebbero aneddoti da raccontare su alcune abitudini che spiegano perché la mia famiglia sia un po’ eccentrica e io non sia da meno.

Uno di questi riguarda il rapporto con il telefono.

Che non abbiamo mai avuto.
Non ho mai capito perché a mio padre non piacesse averne uno in casa.
A dirla tutta non ha mai amato in generale parlare al telefono.

Lui infatti credo sia l’unica persona in Italia che è stata in grado, più di una volta, di far scadere il credito sul cellulare. Praticamente il decreto Bersani che aboliva la scadenza del credito residuo fu fatto per lui.

Per le comunicazioni (il più delle volte solo per ricevere) abbiamo sempre utilizzato il telefono dei nonni, che abitano alla porta accanto: la casa, infatti, è divisa all’interno in due appartamenti.

Ai miei compagni di classe dovevo sempre spiegare questa storia. Un giorno mi scocciai e dissi “Sì, siamo come 8 sotto un tetto, viviamo tutti insieme, la gente entra e esce dalle porte come gli va”.


Ma in America nessuno chiude mai la porta a chiave? E la gente entra in casa senza bussare?


I nonni avevano il famoso telefono in bachelite nera:

La cornetta poteva essere utile anche come oggetto contundente. L’altra particolarità è che assorbiva l’alito: alzavi la cornetta e dai fori del microfono fuorisciva il pranzo di Natale dell’anno precedente. Una volta, alla vigilia di Pasqua, Madre non ricordava cosa avesse preparato come primo piatto per Natale. Le dissi “Aspetta, ora vado al telefono. Mmh, c’era di sicuro un sugo con la braciola”.

Durante gli anni ’90, quando arrivava una telefonata per me mio nonno ha utilizzato diversi sistemi per avvisarmi.

Iniziò bussando alla porta. Questo avveniva all’epoca delle elementari.

Durante il periodo delle scuole medie passò a bussare sul muro: una parete del soggiorno, stanza dove era il telefono, è in comune con la mia stanza dall’altro lato. Le prime volte sobbalzavo. In un’occasione, preso di soprassalto ruzzolai anche giù dal letto. Col tempo iniziai poi con lo stare all’erta: quando sentivo il telefono squillare dall’altra parte, mi preparavo al toc-toc.

Quando arrivai al liceo, mio nonno nel frattempo era passato all’urlofono: gridava il mio nome senza allontanarsi dal telefono.

In classe si diffuse la leggenda metropolitana che io dormissi a qualunque ora del giorno e che fossero necessarie le urla per svegliarmi. Una convinzione che non riuscii mai a demolire.


Se un giorno diventassi famoso si tramanderà quindi il falso aneddoto che io fossi dedito a dormire sempre, un po’ come la storia di Einstein che andava male a scuola o di Maria Antonietta che invitava il popolo a mangiare brioches.


Che, se non fosse chiaro, seppur da tutti ritenute vere, sono falsità.


Da lì a poco, ricevetti un cellulare.

Era giovane, era alla moda (?), era pesante mezzo chilo. Schiacciare i tasti richiedeva una pressione notevole, tant’è che mi venne un pollice ipertrofico. E poi, invece, mentre lo portavo in tasca più di una volta successe che si accendesse, si autodigitasse il PIN 3 volte e si bloccasse.

Non era semplice da portare addosso. E poi generava equivoci del tipo: Ehi, hai un telefono in tasca o sei solo contento di vedermi?.


Non è vero, non è mai successo ma io giravo con questo pesante cellulare sperando che accadesse.


Ma considerando che nessuno trovava conveniente utilizzare il cellulare per chiamare – sms e il famoso squillo erano le uniche vie di comunicazione – per lungo tempo sono rimasto comunque utente dell’urlofono.

Non è che l’avido diventi cristiano perché non pagàno abbastanza

Tutti gli eroi hanno il proprio antagonista e io non faccio eccezione.

Da vent’anni sono perseguitato da una persona. Trattasi della figlia di un’amica di Madre.
Per esigenze narrative, da ora in avanti costei sarà impersonata da Lisa Simpson.

Tutto cominciò alle scuole medie, quando le nostre madri decisero che io e Lisa saremmo dovuti andare e tornare insieme da scuola per quei 200 metri di tratto in comune verso le rispettive case.

La cosa mi attirò commenti ironici, risate e allusioni da parte dei miei compagni.
Si sa che noi maschi siamo idioti alle scuole medie.


Anche alle superiori.


E anche a trent’anni a dire il vero. Ma alle scuole medie lo siamo ancor più.


Può essere comprensibile la mia frustrazione per le prese in giro.
Un paio di volte finsi di dimenticarmi di lei per strada.

La cosa più grave è che, oltre ad attirarmi lo scherno altrui, costei faceva sistematicamente saltare le mie coperture nei miei diabolici piani.

Come quando una mattina, davanti alle rispettive madri, ebbe la geniale idea di dire

Certo che quei polinomi da fare a casa, proprio difficili, eh?

Al che intervenne Madre, fulminandomi con lo sguardo mentre si rivolgeva a me:

Io non ti ho visto fare algebra, ieri.

E così il mio geniale piano che sarebbe consistito, nel caso, nel fingere di aver dimenticato il quaderno perché il giorno precedente ero troppo impegnato a completare un livello di Super Mario World per pensare ai polinomi, saltò.

Oppure quando una volta venne a prendersi un libro a casa, alle 15. Mai successo, tranne quel giorno in cui un gruppo di noi (io e lei compresi), sarebbe dovuto andare più tardi a casa della professoressa di lettere per una riunione del giornalino di classe. Io ovviamente avevo un altro livello di Super Mario World da completare e non ne avevo l’intenzione né lo avevo detto a casa.

Mentre se ne stava andando, sulle scale si girò e fece (sempre davanti alle rispettive madri):

Allora ci vediamo dalla professoressa più tardi!
Che devi fare dalla professoressa?, chiese Madre
No io non devo andarci alla riunione
Sì che devi, lo ha detto lei
No, sono sicuro di no, non ho sentito, insistei sperando che mollasse la presa
Sì sì io ho sentito, ci sei anche tu
Ah ok, deve essermi sfuggito…sai ho questo problema dei tappi di cerume, me ne stavo cavando via uno con la penna Staedtler e non ho sentito…

Finite le scuole medie non vi ebbi più a che fare, fino alla vigilia del mio 18esimo compleanno.
Quel giorno decisi di spaccarmi la testa sul cemento della villa comunale, esibendomi in un placcaggio rugbistico di un amico.

Tamponata la ferita e medicata da mia zia all’ASL (dove per trovare un cerotto dovettero farsi 5 piani su e giù e lì capii che forse non fosse esagerato parlare di voragine finanziaria della Sanità campana), a casa, per mascherare la mia idiozia, riferii di un incidente meno stupido e sconclusionato occorsomi fuori scuola, al posto di dire come fossero andare in realtà le cose.

Quella sera stessa, Madre incontrò poi la sua amica, con Lisa Simpson al seguito. Raccontò loro del mio incidente – non comprendo perché farlo – e Lisa intervenne dicendo:

Ah sì sì, l’avevo visto uscire dalla villa comunale con la mano insanguinata sulla testa.

E addio copertura.

Trascorsero altri anni senza che avessi sue notizie, fino a che, nel 2009, non la incontrai sul treno mentre tornavo a casa.

Chiacchierammo e facemmo ovviamente poi la stessa strada a piedi. All’atto di congedarsi mi chiese email, contatto MSN, telefono, LinkedIn, poco mancava anche codice fiscale e conto in banca. Mi ero in precedenza lasciato sfuggire che di lì a qualche giorno avrei avuto una pizza a pranzo a Napoli con degli amici e voleva aggregarsi a tutti i costi.
Ignorai tutto il giorno seguente le sue telefonate.

Non contenta, dato che mi ero lasciato sfuggire anche di un concerto cui sarei andato, nei giorni successivi pure lì tentò di imbucarsi. Per scoraggiarla, le parlai di una macchina strapiena, con una lunga lista d’attesa in caso di posti che si fossero liberati e gente disposta pur di venire ad aggrapparsi al paraurti sgomitando e gettando sull’asfalto i più deboli. Una situazione non certo adatta a una fanciulla.

Ovviamente, non era vero. In macchina eravamo solo due tapini più un terzo se non fosse morto di cirrosi epatica nel frattempo.

Dopo un po’, di fronte al mio essere sfuggente, desistette e sparì di nuovo.

Fino a ieri.

Suona Skype.

>>> Zio-cane, zio-cane, zio-cane <<<


Sulla suoneria di Skype si può cantare questo, fateci caso.


Figlio, tutto bene? Hai mangiato?
No, Madre. Sono le 19
Mangi dopo?
Certo, Madre. Novità da Terra Stantìa?
Sai chi ho incontrato? La mia amica e Lisa Simpson!
Noo
Sìì. Mi hanno chiesto di te. Lisa sta ancora facendo il tirocinio e blablablabla
Mh. Ah. Ok
E ti ricordi poi quel corso di inglese che hai fatto a Londra l’anno scorso?
Madre, era 4 anni fa
E comunque anche Lisa ne vorrebbe fare uno e io le ho detto che tu sai dove può andare e lei ha detto ah sì mi faccia sapere e io ho pensato invece di chiedere a te e poi farmi dire e poi chiamarla mi sono fatta dare l’indirizzo email così ho detto è meglio che fate voi ragazzi vi mettete direttamente in contatto, mi fa pure piacere
Madre, tu non sapevi neanche cosa fosse una email
Me l’hai spiegato tu.

E quindi io non riuscirò mai a liberarmi di costei. Sospetto che da 20 anni Madre pianifichi un matrimonio combinato ai miei danni.

In modo serio, questa persona ovviamente non mi ha fatto nulla e sono io quello orribile.


Ma tanto davvero pensavate che un gatto fosse buono? Davvero? Ah ah ah.


Credo comunque la mia avversione per questa Lisa Simpson sia nata da un episodio alle scuole medie.

Si era sotto Natale, periodo di addobbi. Lei mi chiese cosa preferissi tra albero e presepe. Io risposi che mi piaceva di più fare il presepe e lei, prima che terminassi di spiegare, mi fece:

Perché l’albero è più pagano.

Allora.

  1. Non solo non mi hai lasciato terminare la frase ma l’hai completata con un tuo personale pensiero attribuendolo a me.
  2. Perché mai, inoltre, la qualifica di “pagano” dovrebbe essere una discriminante negativa?
  3. A volerla dire tutta, senza entrare in noiose dissertazioni storico-religiose, la nostra cultura affonda le radici anche nel paganesimo. E tutto ciò che viene attribuito come esclusivo al cristianesimo, il culto dei santi, le festività, le processioni eccetera, ha origini pagane cui il nuovo credo all’epoca si sovrappose.

Quindi non parlarmi di pagano invano!

Ecco, credo da qui sia nato tutto.


E adesso, il livello finale di Super Mario World:


Il dizionario delle cose perdute – L’Atari


In questa pagina c’è il dizionario in costruzione. Se volete suggerire elementi nostalgici o, anzi, se volete scrivere voi stessi un articolo su una cosa “perduta” per arricchire il dizionario, fatevi avanti (col corpo) e indietro (con la mente)!


L’Atari ha tolto la verginità videoludica a molti futuri videogiocatori. Io non ho fatto eccezione.

Una precisazione è doverosa: io, come molti altri, non ho avuto un vero Atari ma uno dei tanti cloni dell’Atari 2600 messi in commercio a partire dalla metà degli anni ’80. Il mio, oltre a funzionare con le cartucce originali Atari, aveva una ROM all’interno con preinstallati un centinaio di titoli.

Il suo aspetto era quello della foto qui sotto:

Playstation…I am your father!

Sembra uscito da Guerre Stellari ep. IV. La linea squadrata, marziale e total black di questo scatolone di plastica deve essere stata progettata da Darth Vader.

Lo scatolone era completamente vuoto: c’era all’interno solo questo circuito stampato largo più o meno quanto la striscia grigia, mentre tutto il resto dell’armatura non conteneva nulla.

Il joystick era legnoso e anchilosato e dalla scarsa longevità: dopo un po’ i contatti interni (delle lamine di alluminio che a seconda di dove veniva spostata la cloche facevano contatto inviando il segnale alla CPU) si danneggiarono irrimediabilmente e dopo un primo tentativo da parte di mio padre di ripristinarli con il saldatore, si decise di sostituirli con altri joystick comprati in un negozio di elettronica che da anni ha chiuso i battenti, sopraffatto dalla grande distribuzione organizzata.

Ricordo ancora quando acquistai il clone una 20ina di anni fa. L’ipermercato dove i miei genitori andavano a fare la consueta spesa del sabato un giorno all’ingresso espose questa montagna di console in vendita a 34900 lire. La gente ne faceva incetta.


Oggi quell’ipermercato non esiste più. All’epoca faceva parte di una catena italiana, poi fu rilevato da Carrefour. Quando il colosso francese aprì un nuovo punto vendita in un nuovo, enorme, centro commerciale costruito poco lontano negli anni ‘2000, cedette l’ipermercato, che passò al gruppo SPAR. La crisi si abbatté sull’attività, la direzione decise di chiudere, licenziò lavoratori e mise in cassa integrazione gli altri. Attualmente è ancora chiuso. Di una vasta area che negli anni ’90 comprendeva l’ipermercato, una galleria commerciale, un grande punto vendita Brico e un Mercatone Uno, oggi rimangono solo strutture abbandonate che il tempo sta consumando.


Io e mio padre restammo lì a guardare chiedendoci se fosse possibile che costasse realmente 34900 lire e, dopo essercene accertati, lo prendemmo.

Il principio di funzionamento era molto semplice: lo scatolone si collegava alla tv tramite il cavo dell’antenna e uno switcher (lo scatolino antenna<->game nella foto) avrebbe bypassato il segnale. Era però necessario trovare il canale sul quale il segnale della console si sarebbe agganciato e questa cosa, all’inizio, fu fonte di molte invocazioni al dio Anubi da parte di mio padre.

I 128 giochi precaricati non erano selezionabili autonomamente: bisognava far partire la ricerca sequenziale (spostando una delle levette sulla console) che faceva scorrere tutti i giochi, che in genere rimanevano sullo schermo un paio di secondi. Dovevi essere lesto a bloccare la ricerca nel momento in cui compariva il gioco che cercavi. Se sbagliavi il tempismo, dovevi ricominciare da capo. Era un gioco nel gioco: delle volte ho dovuto farlo per quattro volte consecutive prima di riuscire a bloccare la leva su ciò che volevo.

Le cartucce le compravo al prezzo di 9000 lire da un Tutto a 1000 lire sul corso principale della mia città. Era uno dei primi negozi di questo tipo che vidi comparire e quando aprì vi entrammo curiosi di scoprire se tutto fosse realmente in vendita a 1000 lire. La risposta era, ovviamente: NO.

Non so per quale mistero quel negozio avesse delle cartucce originali Atari. Non erano molte, e le teneva in un cestone di vimini come quello che si usa a Natale per i pacchi dono. Ogni 3-4 mesi compariva qualche titolo nuovo al suo interno. Il fatto che rimanessero lì nel cestone i titoli che scartavo mi lasciava pensare che io fossi l’unico acquirente in tutta la città.


È inutile precisare che anche quel negozio non esiste più.


La vita del mio clone si spense per ben due volte: avevo un amico distratto (lo stesso che giocava con me a Subbuteo), che inciampava sempre nel cavo di alimentazione. Un giorno lo strattone fu talmente forte che il jack dell’alimentatore staccò un piccolo tondino di alluminio dall’ingresso della console. Non essendoci più contatto elettrico, non funzionò più.

Padre riuscì a sistemarla con un lavoro certosino di nastro adesivo. Nonostante altri inciampi, da parte dello stesso amico e anche di altri, resistette lo stesso. Molti amici, nonostante fossero in possesso di computer performanti (per l’epoca) e in grado di supportare videogiochi ben più evoluti (quelli dell’Atari erano vecchi di 10-15 anni), subivano il fascino di quello scatolone nero.

Mandai in pensione la console quando la sostituii con un clone del Nintendo 8 bit.

Ironia della sorte, negli anni ’80 era stata proprio la Nintendo la principale avversaria di Atari, con vari scontri d’affari, battaglie di mercato, tentativi di collaborazione non portati a termine che alla fine videro sempre soccombere la Atari nei confronti del colosso nipponico. Dopo varie vicissitudini, acquisizioni da parte di altre società, ridimensionamenti e ripetute crisi, nel 2013 la divisione statunitense Atari ha dichiarato ufficialmente bancarotta.

La leggenda della sepoltura nel deserto – La Atari si è resa protagonista di quella che per molti anni è stata ritenuta una leggenda metropolitana: la sepoltura di migliaia e migliaia di cartucce di giochi invenduti nel deserto del New Mexico.

Tra i giochi sepolti, il quantitativo principale era costituito da quello che è stato considerato come il più brutto videogioco mai creato dall’uomo: ET l’extraterrestre (ironico che sia finito occultato proprio nel New Mexico, lo stesso deserto dove si raccontava che fosse precipitato un UFO con degli alieni all’interno), di cui allego un video del gameplay:

Il gioco andava avanti così all’infinito: non succedeva nulla, non si capiva cosa dovesse succedere e non si sapeva come farlo succedere.

Le cartucce invendute o ritirare dal mercato giacevano nei magazzini Atari: dato che ciò per un’azienda comporta un costo, dai vertici ritennero opportuno che la soluzione più economica fosse smaltirle seppellendole in una discarica.

Per anni si è pensato che questa fosse solo una diceria, finché nel 2014 sono state realmente rinvenute le cartucce sepolte:

A differenza di altre cose perdute, i videogiochi di un tempo hanno ancora il loro pubblico di estimatori e il retrogaming, appunto la passione per i giochi old style, è molto popolare su internet. Esistono diversi siti che permettono di giocare online ai vecchi giochi Atari. Archive.org ha messo a disposizione una vasta libreria di titoli.

Non è che il sommozzatore consapevole sia il subconscio

L’ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze non poteva trascorrere senza le consulenze sentimentali offerte a CR.

Ieri è arrivata in ufficio con l’aria infastidita e triste di chi si è recato all’ultimo momento a comprare un regalo di Natale e quel che cercava è andato esaurito e il commesso ha detto “Posso farglielo arrivare, ma se ne parla dopo il 1° gennaio”.

Con vigliaccheria, pur avendo colto il suo stato d’animo, non le ho chiesto cosa avesse per timore che mi coinvolgesse in una conversazione che sfociasse in una richiesta di consigli. Quindi ho immerso la testa nello schermo del computer.

Lei ha resistito un’ora.
Poi, mentre io ero intento a scuoiare un mandarino, mi ha colto di sorpresa dicendo
– Tu credi che il nostro inconscio conosca le risposte giuste anche se noi non ce ne rendiamo conto?

Il cervello è una macchina prodigiosa.
Il mio in una frazione di secondo è andato a ripescare negli archivi qualcosa da utilizzare per risponderle:

Una citazione di Fabio Volo.


Ebbene sì. Una quindicina d’anni fa ho letto un libro di Fabio Volo.
Mi è servito.
Per dirottarmi su altre letture.


Uno spezzone di un film di Hugh Grant degli anni ’90.
Una battuta di Woody Allen. Idea scartata perché non credo avrebbe apprezzato il sarcasmo.
Il testo di una canzone a caso.

Poi mi sono ricordato di aver visto Inside Out della Pixar.

E quindi le ho detto:
“Credo che il nostro inconscio registri tutto ciò che ci accade, anche se non ce ne rendiamo conto. Ed è in grado di prendere decisioni in maniera più distaccata rispetto a noi che siamo distratti dall’esperienza concreta. Qualsiasi turbamento che viene a galla, è indice di qualcosa di più profondo che già è stato interiorizzato ed è maturato dentro di noi. Quindi, per tornare alla tua domanda, le risposte le abbiamo, basta solo porci le domande giuste”.

Applausi a scena aperta da un pubblico immaginario. Una spia di Fabio Volo appesa alla finestra ha suggerito allo scrittore (o al suo ghostwriter, probabilmente) di inserirla nel suo prossimo libro.

Non so bene dove io volessi arrivare e se io abbia detto qualcosa di giusto, ma l’importante in ogni caso è dirlo con tono leggermente saccente e autorevole, prendendo delle fittizie pause prima di rispondere, come se si stesse soppesando bene le parole (che con la pausa fittizia acquistano appunto un peso specifico maggiore, perché sembrano ben ponderate), ma in realtà magari stai pensando: “Ma senza la goal line technology, il pallone calciato da Marek Hamsik su calcio di rigore sarebbe stato visto entrare dall’arbitro di porta?”.


Per i non addetti ai calcioni: lasciate perdere, non ci pensate.


Per tagliare corto, visto che CR mi parlava di tutte le problematiche di questo periodo, le ho poi detto che tutto si riduce a una semplice domanda. “Sono felice?”. Se la risposta è affermativa, le incomprensioni, gli intoppi, i turbamenti del quotidiano passano via. Se la risposta è negativa o tentennante, allora c’è da farsi un esame.

Non ha risposto.

Potrei sembrare un po’ cinico in questo resoconto, ma le persone oscillanti mi destabilizzano e infastidiscono. Il copione di CR segue quello di una soap opera. Un giorno arriva in ufficio con l’espressione più triste di un Piero Fassino*, e si lagna perché ha litigato con il ragazzo, perché magari le ha detto che è ciotta (rotondina), o perché lui si aspetta sempre che sia l’altra persona a cucinare o a fare i piatti e via dicendo o perché lui dice che la persona giusta non esiste e quindi ci si deve accontentare, il giorno dopo dormono assieme e lei arriva in ufficio allegra e pimpante e la vita è meravigliosa.


Beh se non rendesse allegri e pimpanti l’umanità si sarebbe già estinta, forse.


Insomma, deciditi. Ne va della mia sanità mentale, non della tua. Anche perché non so per quanto tempo ancora io possa fingere di essere persona in grado di dare pareri saccenti e autorevoli. E sul mio cv questo non c’era scritto e non era previsto che io lavorassi per questa mansione di consulente.

E c’è un di più, inoltre.
Per ciò che riguarda sentimenti, vita, razionalità e scelte, io predico bene, ma Ruzzle male.

Quindi, non chiedetemi consigli.
Al massimo, opere di bene ma non in orario pasti.


*Oh Oh Oh…buon?…Natale a tutti!


Non è che i complimenti costino molto perché sono degli “apprezzamenti”

La mia CR, oltre che fonte di racconti sulla sua vita privata (ovviamente in questi giorni ci sono stati aggiornamenti), ispira anche delle riflessioni.

Oggi si parlava di complimenti.
Ho confessato di non essere molto avvezzo a elargirli e lei, scherzando, mi ha detto “Ah, sei un po’ orso eh”.

Il che è vero, anche se non capisco perché si debba usare un orso come metafora. Insomma, anche una scolopendra non credo sia tanto affabile eppure nessuno dice “Sei proprio una scolopendra!”.

La mia scarsa abitudine agli elogi divenne proverbiale al liceo.
Ricordo che, una volta, espressi un commento positivo sulla nuova tinta di capelli di una compagna di classe e lei a quel punto esclamò “Ooh! Fermi tutti! Gintoki ha fatto un complimento!”.

Va bene il mio essere una scolopendra, ma mi parve eccessiva la reazione. Oltretutto, non era neanche una gran tinta: sembrava che si fosse lavata nel concentrato di pomodoro.
O forse sto solo denigrando reagendo a posteriori al suo scherno (tra l’altro doveva essere uno scherno LCD, perché lo trovai alquanto piatto e freddo).

Il mio problema con i complimenti è che sembra che realmente mi costino molto perché non so come formularli. Quando mi cimento in un apprezzamento sono sempre sconnesso, impacciato e alla fine contorto, col risultato che ciò che doveva essere un complimento lascia interdetto il destinatario.

Il fatto è che odio le frasi banali, che sanno di retorico o di tantoper.

Mi chiedo sempre, inoltre, con riferimento alle donne, la credibilità che possa assumere un commento nei loro confronti, disinteressato, su materie su cui sono del tutto ignorante.

Il vestiario, ad esempio. Per me un jeans è bello o brutto e basta. E spesso confondo i due aggettivi perché non me ne intendo di abbigliamento. Indosso camicie a quadri, quindi di cosa stiamo parlando?

Insomma, va come va per i colori: laddove per un uomo esiste il rosso, il blu e il giallo, per una donna dall’occhio esperto esisterà il rosso cremisi, il rosso carminio, il rosso pompeiano e via dicendo.


DIDASCALIA STORICO-CROMATICA
Tra parentesi, il rosso pompeiano nemmeno esiste. È stato il Vesuvio a creare una simile variante cromatica.


DIDASCALIA FELINO-CROMATICA
È come la storia della pantera nera: non esiste e basta.
Chiariamo: Pantera è il sostantivo che identifica tutto il genere di grandi felini. La specie è quella che poi varia: Pantera Leo (leone), Pantera tigris (tigre), Pantera Pardus (leopardo) e così via. Non esiste la singola specie “Pantera Nera”: è soltanto un leopardo o un giaguaro nato nero. È come la tigre bianca: nessuno dirà “Pantera bianca”, è una tigre e basta con una variante cromatica. Quindi la definizione più corretta sarebbe quella di “Leopardo/Giaguaro melanico”.

Ecco, con i complimenti sull’abbigliamento funziona allo stesso modo: sono uno che dice “Che bella pantera nera”, confondendo quindi stili, tagli e dress codes.


Per la cronaca, io sono invece di genere Felis. Sono cugino dei Panteri, veniamo dalla stessa famiglia, ma non parlo molto coi parenti e quindi a Natale sto per i gatti miei.


Delle volte ho timore che il complimento sia fraintendibile.

Ad esempio “Mi piaci con questi jeans” potrebbe essere inteso come “Toglitelo un attimo che vorrei guardarlo da vicino…sì ecco proprio così, uh interessante la tua biancheria, fammi vedere da vicino pure quella…sì ecco scusa stenditi un attimo che vorrei parlarti…no no tranquilla i tuoi vestiti stanno lì da parte, non vorrei che capi così belli si sporcassero, anzi facciamo così, ci metto pure i miei così i tuoi non si sentono soli, che ne dici?…Uh che freddo all’improvviso, fammi stendere un po’ di fianco a te…No forse sopra si sta più caldi, che dici?


In certi casi in realtà avviene così.


Che il pensiero sia quello, intendo. Che poi ci si tolga i jeans è un altro discorso.


Che poi nel momento in cui si tolgono ci si rende conto che alla fine non era quindi vero che “Mi piaci con questi jeans”, perché sennò glieli avresti fatti tenere. Ma a quel punto saresti giusto un attimo feticista. Quindi se ti piace di più senza, sei stato invece uno sporco bugiardo con quel complimento. E torniamo al punto di partenza.


In realtà il modo migliore di fare un complimento è essere spontanei: nel momento in cui ci si riflette su è come se l’apprezzamento perdesse fragranza. Come dei biscotti la cui scatola non è stata richiusa bene.

Se invece è immediato, anche un semplice “mi piace” non è banale.
Con o senza jeans.

Non è che se hai difficoltà ad andare in rete tu non possa fare il calciatore

È veramente triste a volte rendersi conto di quanto siamo diventati dipendenti da internet.

L’ho realizzato ieri sera, dopo una giornata trascorsa in giro.

Ho varcato il Danubio per andare a Buda e visitare la città alta. Volevo godere del panorama, ma ieri l’unica cosa di cui si poteva godere era nebbia. Tanta lattiginosa nebbia. Molto suggestiva, debbo dire la verità. Era nebbia di una certa qualità. Ma pur sempre nebbia, insomma, vista una nebbia le hai viste tutte, direi.

La cittadella era deserta. Un paese abbandonato. Sarà stata l’ora molto mattutina: mi piace alzarmi presto quando voglio fare il turista ed evitare la ressa di viaggiatori occasionali.

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Spero che guardando queste scale umide percepiate la stessa paura di percorrerle che ho avuto io

Purtroppo, quando pensi di essere solo, sul più brutto arrivano loro: i pullman. Enormi mostri preistorici che avanzano lenti e inesorabili e che si fermano solo per vomitare sul primo spiazzale libero i turisti che, come tante formiche che hanno annusato lo zucchero, cominciano a spargersi tutto intorno.

È arrivato anche un torpedone di italiani.
Mi sono reso conto che all’estero divento italianofobo. Quando odo la voce di qualche italiano mi giro per identificarne la posizione e poi allontanarmi. Ho il terrore che gli italiani possano fare all’improvviso qualcosa di imbarazzante e/o fuori luogo e che io finisca per essere loro accostato.

Il pomeriggio, invece, mi sono fermato ai mercatini di Natale a Pest, dove ho sorseggiato vino caldo all’arancia. È un ottimo rimedio contro il freddo.

E poi c’è cibo. Tanto cibo tutto a base di maiale. Anche i dolcetti secondo me contengono maiale, un po’ come in Olanda dove, almeno per quel poco che ho avuto modo di annusare, tutto sa di cipolla.

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La sera quindi ero abbastanza stanco e preferivo restare a casa.

Dopo le necessarie abluzioni e la cena, non sapevo cosa fare. La CC per fare due chiacchiere non c’era. Sono due giorni che non la incontro. Arriva quando non ci sono, posa qualcosa di suo e poi sparisce.

Niente libri: il Simenon che avevo dietro l’ho finito dopo due giorni che ero qui e per viaggiare leggero non ho portato altro. Forse dovrei passare agli ebook. Sul portatile non avevo niente. Niente film scaricati, niente videogiochi, niente di niente.

L’unica cosa che avevo da leggere era l’etichetta in magiaro del detersivo.

Gli smarpthone senza connessione sono inutili pezzi di plastica. Le uniche cose che potevo fare col mio era scorrere il calendario per programmare eventi privi di senso o testare la scrittura a dito libero.


Lo so che esistono anche tante app di intrattenimento offline, ma tendo a limitarmi nel download di applicazioni che consumano soltanto spazio e so già che non userò, complice il fatto che la batteria cala di qualche punto percentuale anche per aver solo pensato di guardare l’ora, figuriamoci quindi nell’utilizzare il telefono per scopi ricreativi.


La rubrica del telefono all’estero anche è inutile a meno di non voler spendere un patrimonio, senza Skype.

Poi ho rammentato l’esistenza di un televisore in camera mia: un Samsung a tubo catodico che forse ricorda la Cortina di Ferro. L’ho collegato all’antenna, l’ho acceso e, incredibilmente, ha cominciato la ricerca dei canali.

Non che ci tenessi particolarmente a guardare la tv ungherese. Soprattutto non comprendendone nulla.

Ci sono però due cose che, in qualsiasi parte del mondo ci si trovi, sono godibili pur non conoscendo una lingua: partite di calcio e porno.

Purtroppo in tv non c’era né l’una né l’altra cosa.

Sconsolato, mi sono cotto un pugnetto di riso da utilizzare nel pranzo del giorno successivo al lavoro e sono andato a letto alle 22:30.
Svegliandomi alle 3 pensando che fossero le 8.

Non è che puoi obbligare una foca monaca a essere laica

Ogni volta che il Natale si avvicina io lo guardo con diffidenza, chiedendomi quest’anno cosa voglia da me.

Ricordo sempre le parole che mi rivolse una mia compagna di classe, una simpatica st…upidina.

Era periodo di festività, si stava quindi discutendo degli ultimi giorni di scuola prima della meritata (si sa che i liceali si ammazzano di fatica! Quelli di oggi ancor di più, studenti indefessi, molto fessi e poco inde) quando lei si rivolse a me, facendo:
– Gintò ma tu non credi, che membrovirile festeggi a fare allora?
Io risposi, con un accenno di ditino sentenzioso, che il Natale può assumere anche altri valori.
Lei ribatté, con la boria e l’indifferenza di chi ha il cerume nelle orecchie e non sente gli altri: Sì sì, ti mangi il panettone, ià abbiamo capito.

Son cambiati i modi e le modalità, ma simili, sterili, obiezioni le ho sentite altre volte nei successivi 15 anni, tanto da farmi pensare a volte di vivere come un appestato.

Non ho mai compreso l’ostilità altrui su certi argomenti. E il perché di essere costretti a porsi il problema di rivelare o meno di non essere credenti o tenerselo per sé come se fosse una pratica sconcia.
– Ehi, sai, quando sono da solo mi trastullo con dei dildo da uomo!
– Bleah, vergognati! Tienitelo per te, fai proprio schifo.

Ecco, più o meno è questo l’atteggiamento di molte persone.


Altri, online – si sa che varcati i Gates del virtuale le tastiere trasformano anche le anime più pavide in invincibili guerrieri senza Mac e senza paura – mi hanno invitato gentilmente a trasferirmi in Iran e a farmi impiccare.
Perché mai? Se proprio debbo andarmene via in quanto non gradito, mi si conceda la scelta del Paese! Sono indeciso tra un atollo del Pacifico, con tutti i rischi dell’innalzamento dei mari, o il Giappone, con tutti i rischi dell’insanità mentale che quella società può creare. Comunque vada potrei finir male insieme alla mia blasfemia, che ne si gioisca, allora!


In secondo luogo, non capisco perché una persona dovrebbe porsi il problema di come sia o non sia l’altrui Natale.

Premettiamo che il 90% delle abitudini e usanze di questo periodo, le luci, lo shopping, Una poltrona per due, i pranzi, la neve, la neve assente ma desiderata, la neve presente e scassacazzo, le mutande di pizzo rosse, il parente insopportabile che devi invitare perché sennò succede un ’48, non ha nulla a che fare col cristianesimo. Sono degli artefatti.

Anche la data e l’anno di nascita di Gesù Cristo (che neanche si chiamava Gesù Cristo, per inciso) sono fittizie, ma questa è una considerazione strumentale. Non approvo chi ne fa un vessillo di contestazione religiosa, perché la datazione va considerata per ciò che è: un simbolo. Mi si perdonerà l’esempio profano, ma è come, poniamo, stabilire una giornata mondiale per i suonatori di cornamusa colti da enfisema fulminante, scegliendo una data che corrisponde al giorno in cui il primo suonatore di cornamusa colto da enfisema fulminante sarebbe spirato. Fa niente che magari morì di indigestione e che magari non è neanche esistito: è un simbolo. Persino un nichilista come me riconosce che le persone hanno bisogno di stringersi attorno a Esso. E anche all’Agip o alla Q8.


Il problema sorge nel momento in cui si comincia a pensare che il proprio simbolo sia l’unico dotato di legittimità e/o che sia più forte dei simboli altrui.


Quindi, ammesso e non concesso che non si tratti del 25 dicembre dell’anno zero, chi se ne frega?

Chi crede, commemora la nascita del Cristo. Va in chiesa, prega, ricorda, eccetera. Tutte cose che io non faccio, perché sarebbe ipocrita e falso da parte mia. Se lo facessi, a quel punto potrei sì essere oggetto di critiche.

Ma se mi piacciono le luci o stare seduto a tavola con la famiglia, non vedo cosa io stia facendo di ipocrita o immorale. E, in ogni caso, un credente si sente infastidito o minacciato da ciò? E perché mai: il mio pranzo a tavola sta togliendo qualcosa al suo pranzo Natale? Non ho mai rubato pranzi altrui, si sappia.

Capisco che la festività santa sia stata svilita da una serie di pratiche consumistiche, ma non sono stato certo io o quelli come me a crearle – e ho premesso che la maggior parte delle cose che la gente fa a Natale, credenti compresi, ha ben poco di religioso, a mio avviso – né cerco di alimentarle in maniera compulsiva.

L’unica cosa che magari rubo o di cui magari godo sono le ferie natalizie, ne son conscio. Se un Cristo c’è spero che chiuda un occhio per aver approfittato del suo compleanno per starmene a casa.
Altrimenti chiuderò io un occhio al prossimo suo fedele che mi investirà di disprezzo.

Ma lo farò con tanto amore, perché, in fondo, a Natale siamo tutti più buoni.

Per chiudere, visto che non voglio che mi si dica che sono cinico e negativo, voglio condividere qualcosa di gioioso e carino.

Notate la grazia e la beltà di questo Babbo Natale strabico, senza mani, con le gambe ingessate e con anche probabilmente una orchite in stadio avanzato, che accoglie i clienti all’ingresso di uno SPAR, che sarebbe il nostro DESPAR ma non capisco perché da noi abbia un nome diverso, un po’ come il Mediaworld che in tutto il mondo è in realtà Media Markt.

2015-11-30 14.32.29

Oh oh…ohio.