Non è che al taciturno alcolista piaccia il silenzio-assenzio

Mi trovavo seduto a tavola a cena con altre tre persone. Si chiacchierava. La discussione ha preso in breve tempo una piega abbastanza impegnativa, sul tema della delocalizzazione dei processi produttivi e la standardizzazione dei prodotti offerti ai consumatori. In pratica ciò che a inizio anni 2000 scoprimmo si chiamava globalizzazione e dovevamo combattere. Non è riuscita benissimo.

Uno dei presenti sosteneva che questo modello prima o poi imploderà, perché la gente vorrà riscoprire il contatto umano diretto – invece di un paio di click su Amazon – e l’originalità dei prodotti invece di avere la stessa camicia a quadri di altri migliaia di persone. L’altro sosteneva il contrario. I due son finiti ad avere uno scambio di opinioni piuttosto acceso.

Io dopo aver detto la mia, non ritenendo poi opportuno ripetere le stesse cose – ho avversione per i discorsi che diventano circolari e tornano indietro al punto di partenza – mi sono silenziato e messo a bere.

Ogni tanto emettevo un Gurumpftztzs per schiarirmi la voce ed esprimere un generalizzato dissenso.

La quarta persona presente voleva a tutti i costi intervenire, riuscendoci con scarsi risultati. Anzi, dopo aver ripreso uno dei contendenti invitandolo a non baccagliare in tal guisa causando l’esclusione degli altri presenti, si è sentita ribattere: “Non mi sembra che tu abbia offerto contributi significativi al discorso”.

Non è una cosa carina da dire, anche se, in effetti, le osservazioni che aveva fatto erano sembrate anche a me realmente banali e fuori contesto.

C’è una cosa da ammettere: non tutti sono in grado di offrire un contributo a una discussione, vuoi per mancanza di argomenti, vuoi per l’insipidezza delle considerazioni.

Esistono però secondo me alcuni “grimaldelli”, cioè interventi validi a prescindere da tempi e luoghi, utili per inserirsi in qualsiasi conversazione e trarsi d’impaccio quando si è poco ferrati in materia. Semplici scorciatoie di pensiero.

Ad esempio, se l’argomento è il cinema, analizzando un film, si può fare sempre un vago e saccente accenno alla fotografia. Che nessuno sa in realtà cosa sia la fotografia in un film, ma poco importa.


Una volta – giuro che purtroppo è vera – mi son sentito dire che credevano che ci fosse uno che di mestiere scattasse le foto al set.


Se parliamo di un film d’autore si può cogliere l’occasione per un apprezzamento al piano sequenza. Tanto se è un film impegnato ce ne è sempre uno, pure se buttato lì alla carlona magari per mostrare senza stacchi quando il protagonista si prepara la pajata come la faceva la nonna. Vuol dire che il regista è bravo a cogliere le emozioni.

Di un gruppo musicale era sempre meglio il primo disco, ma se il gruppo è sulla scena da tempo si può azzardare un Devo riascoltarlo meglio, è un lavoro più maturo.

In discussioni a tema politico, invocare la necessità di riforme in Italia è un evergreen. Anche qui non è bene chiaro di cosa stiamo parlando e cosa mai andrebbe riformato: ma se non c’è un oggetto concreto chi potrà allora mai controbattere che non esista qualcosa da riformare?

Sulla stessa scia, anche se qui si vira sul polemico, è utile incolpare i poteri forti. Un potere forte lo si trova sempre.

Quando assaporate del vino dite che è fruttato.


Non va fatto se a tavola c’è il Tavernello e nemmeno se c’è il vino dello zio Giovanni che lo fa così denso e carico che lo si può utilizzare per verniciare le inferriate. In ambedue i casi verreste messi alla berlina dai presenti.


Virando sulle relazioni, ci sta sempre bene un secco I rapporti tra uomini e donne sono cambiati, oppure Gli uomini e le donne non sono più quelli di una volta. Chi oserebbe opporsi a una tale verità? È dai tempi degli Australopithecus afarensis – quelli di Lucy per intenderci – che maschi e femmine cambiano!

Spero che questi piccoli suggerimenti o “tips” (anche buttare nel discorso qualche termine in inglese, senza abusarne, può attirare l’attenzione degli astanti) possano aiutare a essere dei perfetti ignoranti atti a ogni conversazione.

Annunci

Non è che il testimone alla maturità traduca la versione dei fatti

Ho fatto l’esame di maturità quando “Dopo l’11 settembre” era un refrain sempre presente in qualsiasi discorso.
Gli aeroporti non sono più sicuri, dopo l’11 settembre.
L’economia è in flessione, dopo l’11 settembre.
Le ragazze non vogliono uscire con te, dopo l’11 settembre.


No, l’ultima cosa era vera anche prima.


Michael Schumacher era il signore assoluto della Formula 1, Lance Armstrong col suo cocktail di steroidi andava in bici come sulla motocicletta, nel mondo ancora si pensava che con un paio di bombardamenti a caso sarebbe regnata la pace, internet per molti andava ancora a 56k e quindi per scaricare la foto di una donna nuda si spendeva l’equivalente di una telefonata in Nicaragua, la tamarrodance italiana dominava ancora la scena musicale tamarra.


Chi dimentica è complice di ciò:


Insomma, a parte la Ferrari era proprio un’epoca del cazzo.

I telefonini – tra i quali regnava il Nokia 3310 – erano proibiti in aula e furono messi sotto sequestro.
Il mio compagno di banco ne aveva due, consegnò il telefono farlocco e utilizzò l’altro per inviare via sms la prima riga della versione di latino a un amico a casa. Storia vera, il complice divenne famoso su Studenti.it per essere stato il primo ad aver diffuso la traccia.

Fu un accorgimento inutile, in quanto il nostro professore – buonanima – dopo un paio d’ore ci dettò la traduzione.

La cosa strana è che pur avendo traduzioni tutte uguali i voti alla fine furono diversi.

In realtà io me l’aspettavo, immaginavo che tutta la faccenda della maturità fosse una farsa e che, con una commissione interna – fatta eccezione per il presidente – il risultato finale fosse né più né meno che una fotografia del rendimento durante gli anni di liceo.

Il primo giorno, alla prova di italiano mi presentai con tutta calma, con soltanto una penna in tasca – che decise di non scrivere più – e nient’altro. Non ho mai sentito l’esigenza di portarmi dietro un vocabolario di italiano. Conosco le coniugazioni e sono in possesso di un decente numero di vocaboli. Se per caso il significato di uno mi fosse stato ignoto – poniamo, zeotropo – la mia regola era “Non utilizzarlo!”.


Dicesi zeotropo una miscela chimica.


Anche all’esame orale mi presentai molto tranquillo e fu poco più che una chiacchierata piacevole. Fino a che non mi chiesero cosa volessi fare in futuro. Balbettai che non avevo le idee molto chiare. La professoressa di matematica mi disse, solenne come in un film d’azione anni ottanta dove c’era sempre un momento in cui qualcuno diceva qualche frase epica per galvanizzare l’eroe: “Tu puoi fare tutto”.

Questo fu molto scorretto.

Fino al giorno prima un ragazzo si sente ripetere che non può fare questo, che non deve fare quest’altro, che è un imbecille e via dicendo.


La definizione specifica data dal professore era Maccarone di semmenta, che potremmo tradurre con roba da poco, inetto.


Poi dopo ti dicono che sei speciale, che rispetto a chi ti ha preceduto hai tante nuove possibilità. Come il porno online e i deodoranti che non bucano l’ozono.

È questo il problema della mia generazione: ci è stato detto di essere speciali, il che riflettendoci è una cosa che non ha senso: “speciale” è chi si differenzia dagli altri. Se tutti sono speciali, la differenziazione non c’è, ergo nessuno è speciale.

La realtà è che non siamo speciali e sarebbe stato meglio se avessero continuato a trattarci da maccaroni, forse.

Non è che il fotografo fosse atletico solo perché era scattante

Il RailJet da Vienna a Graz percorre il tratto della storica linea del Semmering. Un percorso di montagna tra tunnel e vallate che d’estate immagino regali paesaggi impressionanti. Anche in inverno garantisco che fanno la loro figura, tra abeti sempreverdi, alberi spogli e chiazze di neve che insieme creano un patchwork di natura dormiente.

Il treno procede lento ma costante, inerpicandosi per un dislivello non indifferente. La sensazione è che se si fermasse scivolerebbe all’indietro come un masso di Sisifo, ma non è mai successo o non starei qui a scriverlo.


Il percorso della linea ferroviaria. Fonte: Wikipedia

Costruita tra il 1848 e il 1854, la linea del Semmering è tra le prime ferrovie di montagna mai costruite (forse la prima in assoluto) in Europa: un’opera di ingegneria notevole, considerando il dislivello, le curve, le gallerie (ce ne è una di 1,5 km) e quelle che erano le possibilità tecniche dell’epoca. Ovviamente tutto ciò ha un costo e, in termini di vite umane, fu una vera strage (circa 700 operai persero la vita durante i lavori).

Fonte: linkiesta.it


Il progettista fu Karl Ritter von Ghega, in italiano Carlo Ghega, nato a Venezia. Considerando che all’epoca la Serenissima era sotto dominio asburgico suppongo che però debba essere definito Karl.

Alla stazione di Semmering c’è un monumento in suo onore e, approfittando del treno fermo con la porta aperta, stavo per scattargli una foto.

Poi mi è sorto un dubbio: me ne importava realmente qualcosa di Karl Ritter von Ghega, seppur col massimo rispetto per la sua inventiva? Fino a prima di salire sul treno non sapevo chi fosse e, anche una volta saputo, al di là del sapere aneddotico da sciorinare agli amici per annoiarli, non mi sentivo interessato all’argomento.

Essendo quindi No la risposta, il motivo per cui scattare una foto cessava di esistere.
Sono tornato quindi a sedermi per contemplare la Stiriana che avevo seduta di fronte, una ragazza biondissima e dagli occhi chiari ma arrossati, non ho capito se per pianto o per un raffreddore. Le nostre brevi conversazioni non erano entrate in un’intimità tale da poterle chiedere ragguagli in merito. E credo poi fosse rimasta disgustata dalla mia merenda, una megabaguette al prosciutto e mozzarella che ho divorato con compiaciuta voluttà, tal che lei nel frattempo aveva la testa girata di 90° verso il finestrino come a volersi appiattire contro.


Ma forse era una mia impressione dovuta alla mia sindrome dell’effetto riflettore, secondo la quale tutti stanno a pensare a ciò che faccio mentre in realtà non gliene importa nulla. Probabilmente stava a pensare ai cacchi suoi come qualsiasi essere umano in un treno.


L’episodio del Karl Ghega mi ha fatto riflettere sull’ossessione per l’immagine che abbiamo ormai nella nostra epoca. Una sindrome che decontestualizza – o forse dovrei dire sradica, per la sua aggressività – l’oggetto dell’immagine. L’immagine esiste come un concetto astratto, che vive e si replica perché la propria esistenza viene perpetuata da chi fotografa.

Mi fa tornare in mente la storia del “fienile più fotografato d’America” descritta in Rumore Bianco di Don DeLillo.


Diversi giorni dopo Murray mi chiese se sapevo qualcosa di un’attrazione turistica nota come il fienile più fotografato d’America. Guidammo per ventidue miglia nella campagna intorno a Farmington. C’erano prati e alberi di melo. Recinzioni bianche si srotolavano lungo i campi. Ben presto apparvero le prime insegne. IL FIENILE PIU’ FOTOGRAFATO D’AMERICA. Ne contammo cinque prima di arrivare sul posto… Camminammo per un sentierino fino alla collinetta che serviva ad ottenere una vista migliore. Tutti avevano macchine fotografiche; c’era qualcuno con treppiede, lenti speciali, filtri. Un uomo dentro un baracchino vendeva cartoline e diapositive del fienile, fotografato proprio da lì. Ci mettemmo vicino a un boschetto e guardammo i fotografi. Murray mantenne un silenzio prolungato, ogni tanto scribacchiava qualcosa su un taccuino. Alla fine disse: “Nessuno vede il fienile”. Seguì un lungo silenzio. “Una volta che hai visto le insegne per il fienile, diventa impossibile vedere il fienile”. Si ammutolì di nuovo. Persone con macchine fotografiche scendevano dalla collinetta, subito rimpiazzate da altri. “Non siamo qui per catturare un’immagine. Siamo qui per mantenerne una. Lo capisci, Jack? E’ un’accumulazione di energie senza nome”. Ci fu un altro lungo silenzio. L’uomo nel baracchino vendeva cartoline e diapositive. “Essere qui è una specie di resa spirituale. Vediamo solo ciò che vedono gli altri. Le migliaia che sono state qui nel passato, coloro che verranno in futuro. Abbiamo accettato di essere parte di una percezione collettiva. Questo letteralmente colora la nostra visione. In un certo senso è un’esperienza religiosa, come ogni turismo”. Ne derivò un altro silenzio. “Fanno fotografie del fare fotografie”, disse.


Una cosa simile avviene nei musei di tutto il mondo.
Al Louvre la gente fa la fila per raggiungere il posto davanti alla Gioconda, fare la foto e poi scappare via perché c’è altra gente dietro che dovrà far lo stesso e via così sino alla chiusura quando i sorveglianti cominceranno a seguirti incalzanti per spingerti verso l’uscita come si fa con le galline per farle rientrare nel pollaio.

Anche io all’epoca ammetto di aver fatto la foto alla Monna Lisa, rischiando anche di causare un incidente perché nella calca stavo per rotolare per terra oltre il cordone di sicurezza e non so le guardie ipocondriache appostate lì come l’avrebbero presa.


Per la cronaca la foto ovviamente venne una vera merda, come credo vengano male a tutti per la luce e la distanza. Questo dev’essere un complotto dell’ente che gestisce il museo per vendere più cartoline o stampe raffiguranti la signora.


La Gioconda è l’esempio perfetto per il discorso: è fotografata perché è famosa ma è famosa perché è fotografata. Beninteso, la sua fama è molto probabilmente precedente all’invenzione della fotografia ed è stata accresciuta da imitazioni, furti, reinterpretazioni artistiche e così via, ma oggigiorno lo scopo dell’esistenza della Gioconda nel Louvre è quello di far da piatto principale della mangiatoia dei maiali di consumo dell’immagine.

Questo rituale della tripla F (fila-foto-fuga) svuota l’arte di qualsiasi significato, a mio avviso.

Chiariamo, ognuno l’arte la vive come gli pare. In contemplazione, in adorazione, in riflessione. E io parlo come un profano per il quale Arte è spesso traducibile con Opera bella/Opera meno bella/Opera che non comprendo/Opera che non mi piace.

Ogni qualvolta viene replicato il rituale della cattura dell’immagine come a un safari, l’oggetto, per tornare all’esempio di DeLillo, cessa di essere “un fienile” e diventa “l’immagine di un fienile”.

Fotor_145797647194393

Questa non è una lanterna (semicit.).

Io non sono bravo a far foto. Ne faccio lo stesso e mi piace catturare immagini di cose che in primo luogo hanno catturato me. Come può essere questa lanterna in vero finto stile d’antan nel Castello di Eggenberg.

Sempre a Graz ho fatto una foto a una casa che mi piaceva molto. Era una casa normale, non un reperto o una meta di pellegrinaggio turistico.
Dimora caratteristica, esterno colorato e decorato da ghirigori fantasia, finestre in legno, un balconcino, anch’esso in legno, ad angolo nelle mura incassato nella struttura portante.


Doveva essere il famoso balconcino a reggiseno.


Stavo scattando una foto quando un tizio che passava ho notato mi osservava, finché non è entrato in quella stessa casa continuando a tenermi d’occhio. Mi sono allontanato vergognandomi, senza voltarmi. La foto per la fretta è anche venuta male, per giunta.

Ci sono cose poi che non si possono immortalare.

Come l’indifferenza della proprietaria di una caffetteria in cui ho fatto colazione.

All’atto di pagare, mi ha chiesto se avessi 10 centesimi per avere il resto tondo. Sicuro di me ho aperto il tintinnante portamonete, da dove ne sono però usciti soltanto spiccioli ungheresi.


Monete che non riuscirò mai a spendere. Contando che 1 euro = circa 310 fiorini, pensate quindi cosa mai ci si possa fare con manciate di 5 fiorini.


Alla fine sono riuscito a mettere insieme 10 centesimi di euro composti da 5+2+1+1+1. La donna è sembrata contrariata. Quando sono uscito le sono passato accanto salutando e lei ha tirato dritto senza guardarmi in faccia né rispondermi. Forse in Austria non piacciono le persone dai modi spiccioli.

Ecco, io avrei voluto immortalare la sua espressione statica e indifferente mentre le passavo accanto. E lanciarle una maledizione: da oggi sarai l’immagine di un fienile.

Non è ghe se non ho nulla da dire poi mi bloggo/Non è che il pescatore non abbia dei polpi da maestro

Leggo più blog di quanti io ne commenti o lasci un mi piace. Ognuno parla di sé in un modo: chi si racconta molto, chi poco, chi per niente, chi crede di non dire nulla e dice molto.

Io considero il blog come un diario e, quindi, racconto di me. Sono il tipo che può costruire un intero post sul fatto che è entrato in un Caffè. Ma non dirò che sono entrato in un Caffè, ma che sono entrato in un Caffè e ho fatto Splash!.

Perché questo è  il modo in cui io vedo la realtà: cioè io realmente quando entro in un Caffè penso Ehi, ho fatto Splash!.


A scanso di equivoci, so anche essere normale. Non penso cose deliranti tutto il giorno. Va bene che la stramberia oggi è cool, ma a tutto c’è un limite.


Anche se forse è passata di moda. Oggi è figo dire di avere l’ansia. Da ansioso chiedo: cosa ha di bello l’ansia? Perché forse non l’ho mai guardata con occhi giusti.


Non racconto proprio tutto tutto. Ad esempio, non scrivo di quante volte mi metto le dita nel naso al giorno.


E Dita von Teese le metterà le dita nel naso? Quindi sarebbe dita al quadrato (le dita di Dita)?


Non per pudore (non avrei problemi a dirvelo se me lo ricordassi), ma perché rientra in quelle cose di poco interesse perché facciamo tutti ma che fingiamo di ignorare. Un po’ come voi donne fingete di ignorare le cose ignobili che fanno i vostri uomini.


Sapete a che mi riferisco. Tipo che stanno sempre a grattarsi tra le gambe. Che io ho una mia teoria: non è per scarsa igiene (spero) o per indumenti scomodi (la grattata non va confusa con la sistematina, dovuta al fatto che le cose spesso non stanno ferme e, un po’ come un politico trasformista, possono passare da destra a sinistra al centro con facilità). È semplicemente come per gli animali che si strusciano sulle cose per spandere il proprio odore. Secondo me grattarsi lì sotto serve a liberare degli ormoni nell’aria. Tant’è che dopo l’uomo si annusa la mano, con vivo compiacimento.


A prescindere da quel che racconto, non vi sto comunque dicendo nulla.
È come mostrare una fotografia che mi ritrae a cavalluccio su un dondolo. Non è che la fotografia dopo non sarà più mia una volta che qualcuno l’ha vista oppure che qualcuno possa ricavare un’idea di me aderente alla realtà soltanto per quella foto. Lo stesso dicasi per il condividere un’idea, un pensiero, un ricordo o un’esperienza.

Lasciare tracce di sè è come distribuire delle molliche agli uccelli. Potrà il piccione ricostruire la forma del pane dalla singola briciola che ha ingerito? Tanto di becco se ci riesce, portatemelo questo volatile che poi mi ci scatto un selfie perchè oggi se non mi scatto non esisto.

Tutto questo preambolo (la conclusione sarà molto più breve, garantisco) è per dire che se questo vale per un blog, varrà anche per la vita reale. Le persone possono realmente conoscersi l’una con l’altra?

Ogni giorno interagiamo in contesti diversi e con persone diverse.
Il mio me stesso al lavoro, il mio me stesso a casa, il mio me stesso col partner, il mio me stesso in fila alla posta. Tutti questi noi stessi che lasciamo in giro come peli di gatto siamo noi stessi?

Vorrei conoscere il vostro pensiero.


Minchia, come ti è venuto questo pippone?
Semplicemente parlando di tentacle porn giapponese con la CR.
Dopo mi son chiesto che cosa poi potesse pensare lei: che sono uno dedito alla visione di tentacle porn? Avrò fatto una faccia sufficientemente disgustata mentre lei cercava esempi su Google immagini per dissuaderla dal pensare una cosa simile?
E poi ho pensato: me ne importa realmente qualcosa dell’immagine che possa formarsi in lei di me?


Siamo finiti a parlare di ciò discutendo di come i giapponesi siano repressi sessualmente ma, in contrasto, grandi pervertiti e dove l’industria del porno è sviluppatissima.
Un esempio è avere sviluppato tutto un filone pornografico sul porno coi tentacoli, partendo come fonte ispiratrice dalla famosa stampa di Hokusai Dream of the Fisherman’s wife.

Lei si è mostrata molto interessata e ha subito voluto cercare su internet esempi.


Siamo finiti a parlare di sessualità giapponese parlando di convenzioni sociali e morale pubblica, facendo considerazioni su come all’estero ti guardino male per determinate azioni, tipo non stare dal lato giusto della scala mobile ecc.


Ho visto dei film impegnati. Al Monte di Pietà.

Ho visto questa sera Jurassic World. Tralascio una recensione, perché ce sono ormai a bizzeffe su internet e perché, inoltre, non sono mai molto bravo a parlare di cinema.  Anche se profondo impegno nel vederne di impegnati (non mi riferisco a JW, ovviamente), probabilmente di film non ne capisco nemmeno molto. Ma non lo do a vedere.


DIDASCALIA CON SPUNTI DI RETORICA
Il segreto è infilare durante la conversazione riguardante un film qualche commento generico e astratto e, come tale, adattabile a qualunque contesto. È importante parlare con aria seria e velatamente autorevole, in modo da impressionare l’interlocutore.
Esempi di commenti di questo tipo possono essere gli apprezzamenti sulla ‘fotografia’, che van sempre bene. Si può lodare un ‘piano sequenza’, dando l’idea di essere fini cultori della tecnica registica. Al negativo, si può dire che il film ‘è lento’, oppure ‘che delude le aspettative’ o, ancora, che ‘nella seconda parte perde ritmo’.
Uno dei commenti di cui vado fiero è stato ‘onanismo cinematografico’, riferito a un noto regista italiano contemporaneo. Una definizione molto rischiosa, considerando che il suddetto regista è divenuto nell’opinione pubblica intoccabile come il Profeta per i musulmani o la parmigiana della mamma per un figlio.


Durante il fim, dato che il tema portante è l’ingegneria genetica, non ho potuto fare a meno di pensare a quello scienziato che voleva creare “un pollosauro”: tecnicamente secondo la teoria si tratta di attivare dei geni atavici durante lo sviluppo embrionale del pollo per far sviluppare quelle caratteristiche (denti, coda, ecc) che con l’evoluzione sono state perse.

Il principio potrebbe valere per qualsiasi altra specie: durante lo sviluppo dell’embrione umano, ad esempio, spunta un accenno di coda, retaggio antico della nostra fase animale, che poi sparisce nelle settimane successive.

Ho pensato come sarebbe riattivare qualche gene e creare esseri umani con la coda.

Secondo me una coda faciliterebbe la comunicazione, come noi gatti ben sappiamo:

Quando non serve la si potrebbe portare arrotolata in vita, come i Saiyan:

Questa cosa di arrotolare la coda mi fa venire in mente una vecchia barzelletta zozza sugli alieni, che credo risalga almeno agli anni ’60, visto che la lessi da ragazzino su una mini enciclopedia di astronomia risalente a quell’epoca.
Allora, c’è un alieno che arriva sulla Terra in esplorazione. Atterra nei pressi di un distributore di benzina deserto e prova a stabilire un contatto con una pompa scambiandola per un terrestre. Dato che non riceve alcuna reazione, se ne torna deluso sul proprio pianeta. Rimproverato dal suo capo dopo aver fatto rapporto, accusato di essere un buono a nulla e incapace di stabilire un contatto, replica così: “Mandaci tua sorella da loro: non comunicheranno ma hanno un coso così lungo che se lo attorcigliano in vita e se lo appendono all’orecchio”.

È così brutta che provo pena per le sorelle degli alieni, vittime del sessismo terrestre.


DIDASCALIA CHIARIFICATRICE
Ci si potrebbe chiedere quale enciclopedia riporti barzellette zozze sugli alieni: ma posso dire che era la cosa più seria che lessi in quei volumetti. Altre pagine raccontavano di presunti episodi di abduction* o del pianeta scomparso dal nostro sistema solare, i cui resti sarebbero gli asteroidi in orbita tra Marte e Giove, residui di un pianeta esploso dopo una guerra nucleare che ne ha sterminato gli abitanti (ma alcuni sopravvissuti avrebbero raggiunto la Terra e contribuito all’evoluzione umana!).

* il rapimento da parte di alieni


La coda però potrebbe anche creare disagi: penso a quanti distratti se la chiuderebbero nelle porte automatiche. Oppure penso ai malintenzionati che potrebbero utilizzarla, dopo aver legato all’estremità una mazza ferrata, come arma di offesa come degli anchilosauri!

Visti i rischi, la morale del film è che quindi non si scherza con l’ingegneria genetica. Perché poi accade sempre un gran casino e deve arrivare un eroe con le spalle doppie che cammina a gambe larghe e ha sempre le mani sui fianchi perché forse i pantaloni gli cascano.

E l’eroe si prenderà la tizia figa, che è figa non perché esprime figosità (perché, volendo, un po’ di figosità la si rimedia facilmente) ma perché sa sempre cosa fare e perché è in grado di correre, saltare e guidare anche col tacco 12.

Se parli di me, io ti bloggo

Ho di recente superato il traguardo dei 300 followers. Un numero importante, che mi mette addosso anche una certa pressione e ansia da prestazione: riuscirò a soddisfarli tutti o no?

Ho pensato, per sfoltire un po’ il numero di lettori, quale trovata migliore di un bel post in cui mi rendo antipatico? No, scherzo. Ma ho constatato che nella mia liste di categorie sociali non ho ancora analizzato quella più rilevante: il blogger. Pertanto, eccoci qui.

Premessa: le categorie, come tutti i miei scritti, sono frutto di ironiche estremizzazioni e non aderenti esattamente alla realtà, quindi non riferite a nessuna persona specifica.
Nessun blogger è stato maltrattato per la produzione di questo post e per i test e gli esperimenti sono stati usati solo blogger i cui corpi sono stati volontariamente donati alla scienza.
Per eventuali reclami, l’URB (Ufficio per le Relazioni con i Blogger) è aperto il 31 settembre, il 31 novembre e il 30 febbraio. Munirsi di numero. Le blogger carine e intelligenti dovranno lasciarlo, invece.

I blogger (questi sconosciuti)

Casa Vianello – Ovvero, la blogger (ma spesso è anche un maschio) che racconta la propria vita tra le mura domestiche, tra sveglie a orari impossibili, gatti che vomitano sui tappeti, coniugi con strane fisime e pranzi bruciati nel forno. La vita è sempre movimentata da assurdi contrattempi ed esilaranti scenette, come in una sit-com. Nei periodi di maggiore frustrazione e soprattutto se ci sono figli in casa può tramutarsi in una Casalinga disperata, che troverà nel blog l’unico momento di relax, dopo una giornata passata ad ascoltare i capricci dei figli, le lamentele dell’insegnante e, dulcis in fundo, i capricci e le lamentele del marito.

Bridget Jones – La sua domanda esistenziale è: “Solo a me capitano gli uomini sbagliati?”. Nel proprio blog racconta le disavventure sentimentali di cui è costantemente vittima a causa di incontri sfortunati. In genere i suoi uomini rientrano in una di queste specie:
– è bello ma noioso, a cena non fa altro che parlare di quando ha vinto il torneo di calcetto condominiale segnando il gol decisivo in finale e della crescita dell’azienda di spurghi & clisteri che dirige;
– è carino e simpatico ma una frana a letto;
– è bravo a letto ma ha i modi garbati di un Neanderthal, terminata la prestazione la caccia via con un calcio, un rutto e una bestemmia (ai più abili riesce di bestemmiare ruttando);
– è bello e bravo ma poi si scopre che è uno che cercava soltanto un’amante (perché ovviamente non aveva detto di essere sposato).

Fabio Volo – Il nome dice tutto. Poeta (secondo lui) e seduttore (sempre secondo lui), ci racconta di quando ha incontrato lei e l’ha conquistata dicendole “Io sono un uomo. Tu sei una donna” e così via tra ovvietà e aforismi che fanno presa sul pubblico femminile e anche su quello maschile, che lo identifica come maestro di saggezza e ne assimila le perle.

L’Enigmista – Sottotitolo: “Ma che minchia dice?”. È quello che scrive post criptici, ermetici e oscuri, narrando di “Squarci che liberano la pressione costretta lasciando a terra le nostre velleità…” mentre chi legge penserà “Wow, che bello”. In realtà sta descrivendo di quando ha forato con la bicicletta ed è rimasto a piedi.*

Il confuso – Quello che non sa perché mai abbia aperto un blog, perché mai continui a scriverci e perché mai non si decida a chiuderlo. Ogni tanto pone questa domanda anche ai lettori, che dovranno rispondere “nooo, non smettere” perché sennò fa brutto.

Una fashion blogger

La fashion blogger – La mutazione genetica frutto degli scarti della società moderna sversati nella blogosfera, il Godzilla emerso da acque di colonia radioattive. Ogni giorno c’è una donna che si sveglia e all’improvviso decide che lei dovrà fare tendenza e orientare la moda della stagione (come altre centinaia di migliaia di proprie simili: quante mode escono all’anno, quindi?). Il primo passo dopo il risveglio è l’invasione: facebook, twitter, instagram, pinterest, tumblr, le piattaforme sulle quali sbarca con lo stesso impeto delle truppe Alleate in Normandia. La sua giornata tipo inizia su Instagram, dove pubblica la foto della colazione su un tavolino con vista mare, perché lei non è come i comuni mortali che a casa si fanno un caffè e due fette biscottate, no, lei prende cappuccino (con la cremina e il cacao che formano un cuore), ciambelle e torta, che viene da chiedersi a quanto abbia la glicemia se ogni giorno comincia così. Il dubbio è che vada in realtà a importunare le persone al bar e a fotografare le colazioni altrui. Ci sono poi due scuole di pensiero per ciò che concerne i vestiti da indossare, pardon, per l’outfit: la foto di tutto l’armamentario disposto con cura sul letto e la foto di lei con i vestiti addosso davanti allo specchio. La data dello scisma tra queste due chiese non è ben precisa. Le fotografie sono molto importanti, purché fatte con stile, cioè basta che ci sia una smorfia. Parafrasando Lo Stato Sociale:
Sono così fashion che devo comunque fare una smorfia quando mi fotografo e se non faccio una smorfia allora faccio la smorfia come se non mi accorgessi che mi sto fotografando.
Ogni anno molti fashion blog muoiono di morte naturale per consunzione dell’autrice, nell’indifferenza generale.

La cavia da laboratorio – Una fashion blogger che ha seguito un percorso evolutivo diverso, magari per povertà; convinta del messianico compito di portare luce nel mondo del make up, è la tester per eccellenza di prodotti cosmetici e altre sostanze sconosciute da recensire sul proprio blog. Vista la propria indigenza perenne, si nutre o di campioncini gratuiti che raccatta stando tutto il giorno su internet o di prodotti che scrocc…fa acquistare alle amiche.

Benedetta Parodi – Così come sembra ci sia più gente che scrive che gente che legge libri, ci son più blog di ricette di piatti che di gente che ne mangia. Il mondo dei blog di cucina è lo youporn del cibo, una volta entrati in questa dimensione se ne diventa dipendenti, ci si perde in mezzo a tutti i generi, vegan, slow, bio, fusion, asian, sembrano etichette di video porno invece sono categorie di ricette. La blogger in cucina è la pornografa della tavola, ti mostra piatti che credi di poter replicare anche tu a casa: povero illuso, perché non verranno mai uguali.

Adam Kadmon – È parente di Quello delle verità nascoste che agisce sui social, a volte è la stessa persona. Anche lui si sente investito del ruolo – conferito non si sa da chi – di portatore di luce nelle coscienze ottenebrate degli esseri umani. Il suo blog vi darà la vaga impressione di entrare in un negozietto cinese Tutto a 1 euro, dove non ne uscirete se prima non vi sarete fatti convincere da qualcosa. Non usa mai lo stesso colore consecutivamente per sottolineare una frase chiave, perché non sia mai che cali l’attenzione del lettore. Tutto ciò che racconta è INCREDIBILE, SCANDALOSO e VERGOGNOSO, questi tre aggettivi sono necessari per la certificazione D.o.c. (delirio occulto complottista). La tattica di approccio col lettore è aggressiva come quella di un venditore di Folletto col cliente: se non compri la merce, sei un povero fesso che si lascia sfuggire l’occasione.

Amélie – Quella che si piace e si compiace della propria stramberia, di essere uscita di casa con i calzini di colori diversi, di aver comprato un paio di scarpe Lelly Kelly e di amare abbinamenti alimentari inusuali che sarebbero classificati dalla CIA come armi chimiche. Tutte cose di cui poi racconterà nei propri post. Ama scattare foto artistiche di altalene appese agli alberi e biciclette appoggiate ai muri. Attenzione: lei in realtà non ama affatto la fotografia, ma ama sé stessa che scatta le foto. Sempre con la testa fra le nuvole e i piedi nelle pozzanghere, perché dovrà poi raccontare sul blog di essersi schizzata i jeans, può avere diversi sviluppi evolutivi una volta adulta, da una Casa Vianello a una perenne incazzata col mondo, ma talune si bloccano a questo stadio di eterna pupa e non sfarfallano. Ne esistono anche versioni maschili che a volte sconfinano nel nerdismo, dove nei casi più gravi dalla crisalide si può assistere allo sviluppo di un tremendo Sheldon Cooper.

Sheldon Cooper – Il saccente nerdone che conosce tutto e il contrario di tutto, o almeno ne è convinto. Odia l’umanità con la quale purtroppo è costretto a relazionarsi e, a differenza della Amélie, pur essendo uno stramboide non è conscio di esserlo, al contrario sono gli altri a risultargli anormali mentre lui si piace e si compiace della propria presunta “normalità”. Può essere una creatura placida e tranquilla, ma è anche in grado di scatenare i propri peggiori istinti quando vede toccate le proprie passioni, potrebbe invocare la pena di morte per chi ha sbagliato la pronuncia di un nome di Game of Thrones, tanto per dirne una.**

Poi ce ne sarebbero tante altre ancora, c’è l’Ulisse, quello che è sempre in viaggio e regala ai lettori reportage fantastici che però gli attirano tante bestemmie per invidia, c’è lo Scrooge che ha sempre qualcosa da lamentarsi e ce l’ha con tutti, c’è la neomamma che fa tenerezza anche se sente la necessità di raccontare con orgoglio della produzione intestinale del proprio figlio, c’è quello che scrive guide su qualsiasi cosa, anche su come si scrive una guida su un blog, c’è il Marchese de Sade e la Lady Godiva coi loro blog a luci rosse, c’è il poeta maledetto/cimiteriale…e poi c’è quello che sfotte gli altri perché non sa che altro scrivere!

* Faccio outing: I did it.
** Secondo outing: mentre ne scrivevo, mi sono accorto di riconoscermi in parte. Però non chiedo la pena di morte, anche perché sono il primo ad avere un problema coi nomi e poi in GOT ce ne sono troppi. ” A morteee!”.

Dopo questo articolo ti senti:
=) Felice
=( Triste
>=( Arrabbiato
=D Segnati le ossa che ora vengo a mischiartele

Nuovissimo dizionario di luoghi comuni, frasi fatte e retorica (A-J)

Ispirato al Dizionario dei luoghi comuni di Gustave Flaubert.

Parte I: A-J.
I rimandi alle voci non presenti, fanno riferimento alla seconda parte, ovviamente 😀
Parte II: K-Z

A

Acida = una donna che non fa sesso.
Albergo = un posto sempre in ottima posizione. Centralissimo.
Amore = arriva quando meno te lo aspetti.
Aria = quella condizionata fa male, ma d’estate non si può stare senza. Poco dopo, precisare che non fa male l’aria condizionata ma lo sbalzo termico, suscitando l’approvazione dei presenti.
Assassino = persona che prima dell’omicidio salutava sempre i propri vicini.
Assistente = quello di un professore è un individuo frustrato che gode nel tormentare gli studenti.
Ateo = persona priva di etica e morale.
Attesa = 1) periodo di tempo inutile dalla durata variabile che prolunga il piacere; 2) è dolce in gravidanza.

B

Birra = bevanda che va ingrassare.
Blogger
= 1) aspirante scrittore/poeta in perenne aspirazione; 2) amante della cucina; 3) neomamma; 4) esperta di moda.

C

Calciatore = 1) individuo che guadagna troppo denaro; 2) essere privo di intelligenza.
Calciatrice
= lesbica.
Calcio = sport che non ha più valori, girano troppi soldi e non esistono più bandiere.
Caldo
= è da record, ma il vero problema è l’Umidità (vedi).
Cane
 = è migliore di certe persone. Citare episodio di cane che va al cimitero sulla tomba del padrone.
Cartoni animati = quelli di una volta erano più belli e poetici. Oggi sono diseducativi e violenti.
Cervello = 1) organo che fugge da un Paese: Fuga dei c.; 2) organo che si spegne quando si va al cinema; 3) è sempre pieno di Figa (vedi) e di sport negli uomini, di pettegolezzi e vestiti nelle donne; 4) ne usiamo solo il 5/10/20%.
Ciclista = drogato.
Clima = non sta cambiando, l’ultimo inverno è caduta un sacco di neve.
Cuore = organo al quale è impossibile impartire comandi.

D

Dimensioni = non contano mai, l’importante è saperlo usare. Intervenire motteggiando: “ah, quindi tu ce l’hai piccolo?”.
Disco
= l’ultimo disco di una band è sempre peggiore del precedente.
Doppiaggio = quello italiano è il migliore del mondo anche se è molto meglio guardare i film in lingua originale.
Droga = termine accostabile a qualunque cosa cambi la percezione e crei una dipendenza: La televisione è una d., Il calcio è una d., Facebook è come una d..

E

Elezioni = una perdita di tempo, tanto non cambia nulla e poi sono tutti uguali (v. Politici).
Emergenza = è sempre straordinaria. Può aprire la strada a Solidarietà (vedi).
Endorsement = anglicismo da usare in luogo di “appoggio”, “approvazione”, “investitura”, “sostegno”.
Esodo = lo diventa il periodo delle vacanze: è seguito da un controesodo da bollino nero.
Estate = ogni anno è torrida.

F

Fabrizio de André = cantautore che andrebbe studiato a scuola.
Facebook
= social network oggetto di critiche da parte dei propri utenti perché non c’è privacy, è frequentato da brutte persone e fa perdere troppo tempo.
Famiglia = 1) quella tradizionale è a rischio; 2) quando è una f. ricca e influente, manifestare stupore se ha allevato un delinquente: Un giovane di una f. bene.
Farfalle = vivono e si riproducono negli stomaci.
Felicità = non piove dal cielo.
Figa
= i maschi ce l’hanno sempre in testa (v. Cervello).
Fila = quella accanto procede più veloce.
Fotografia = di un film, bisogna dire che la si è apprezzata.
Francese = antipatico, snob.
Futuro = ci è stato rubato.

G

Garibaldi = ha rovinato tutti.
Gatti = 1) animali opportunisti e anaffettivi; 2) chi ha un gatto è più sensibile e intelligente.
Gay = 1) nulla contro, a patto che se ne stia lontano e non ostenti; 2) quando ce ne è più di uno si forma una lobby d’influenza; 3) se non sei gay non puoi fare lo stilista.
Gelato = un pasto completo.
Gelo = ogni anno stringe il Paese nella propria morsa.
Germania = Paese dove non esistono limiti di velocità, la raccolta differenziata funziona, si utilizzano energie alternative e gli operai guadagnano il doppio rispetto agli operai italiani. Odia l’Italia per invidia, infatti ogni anno i tedeschi ci vanno in vacanza.
Giapponese = 1) gran lavoratore; 2) educato; 3) pervertito.
Giornalista = sinonimo di fazioso.
Gonna = indumento che se è molto lungo vuol dire che chi la indossa è una fricchettona. Se è corto, è una zoccola.

I

Ideologia = oggi non ne esistono più. Dirlo con tono solenne e nostalgico ma senza esagerare.
Immigrati = vanno aiutati a casa loro. Premettere che non si è razzisti prima di dirlo.

Inglese (abitante) = 1) sempre ubriaco; 2) non si lava.
Inglese (lingua) = non si va da nessuna parte, senza.
Italia = Paese dove non funziona mai nulla ma dove la gente è ospitale, creativa e si bea di buon cibo, sole, mare e monumenti alla faccia di tutto il resto del Mondo che muore di invidia.
Italiani = non sono uniti.

J

Jim Morrison = 1) un poeta; 2) produttore di aforismi.

Note del curatore
1) se qualcuno vuole contribuire suggerendo altri termini (anche per la seconda parte), ben venga! 😀
2) alcune voci non sono lontane dal vero. Ad esempio, Il caso del calciatore è palese: ciò che rende buffa la cosa è il fatto che – come tante altre cose – venga ripetuta più volte come una verità incisa sulla pietra e, come tale, incancellabile. Detto in modo più semplice: stacca l’abbonamento a Sky, allora, e smetti di finanziarli!

Coraggio, su, fatti digitalizzare

Ho iniziato a frequentare un breve corso di cinema. Per carità, non ambisco né a diventare regista né a fare lo sceneggiatore. Anche se tra le millemila cose che sognavo di fare da fanciullino c’era anche quella di fare il regista, mentre ai tempi del liceo ho pensato invece di fare lo sceneggiatore. Quando ho scoperto quanto fosse grama la vita di quest’ultimo (almeno in Italia), ho lasciato perdere. E faccio vita grama lo stesso.

In ogni caso, il corso è una piccola panoramica sul cinema, per capire meglio alcune cose che sfuggono ai non addetti ai lavori. Ieri come lezione introduttiva si è discusso del passaggio dal sistema analogico a quello digitale: il 31 dicembre 2013, infatti, segnerà la fine della pellicola cinematografica. In pratica ciò che è stato il cinema sino ad ora fino a diventarne il simbolo per eccellenza, entrerà a far parte del passato, come un’anticaglia qualsiasi. Che io sappia, solo la Kodak ormai era rimasta a produrre le pellicole.
In realtà già adesso molti registi si erano adattati al digitale, ma la schiera dei puristi del settore è nutrita. Ma se oggi è ancora possibile girare in triacetato, da gennaio 2014 sarà molto difficile. Qualche regista che vorrà dare un tocco artistico alla sua opera potrebbe pensare di girare su pellicola, ma la cosa credo incontrerebbe costi e difficoltà tecniche molto difficili da sostenere, soprattutto per le produzioni indipendenti.

Qual è il punto che si critica maggiormente? È che la pellicola ha una sua pastosità, un suo calore che il digitale non ha e non è in grado di rendere. Semplificando, è la stessa differenza tra un vinile e un compact disc, potremmo dire. Non a caso il vinile ha trovato una seconda giovinezza e una piccola schiera di appassionati che ne compra c’è ancora.

L’altro punto su cui si sofferma la critica dei puristi e sul quale non mi trovo molto d’accordo, invece, riguarda la schiera di “dilettanti allo sbaraglio” che il digitale ha incrementato e che continuerà a produrre. È innegabile che il digitale semplifichi la vita e, soprattutto, con la possibilità di fare tutti gli interventi del caso in post produzione, può far aumentare la superficialità nel girare, per la serie “buona la prima”. D’altro canto, io credo che se è vero questo è anche vero che la qualità emergerà sempre. È la stessa cosa avvenuta con la fotografia: con i software che ci sono in giro chiunque può fare foto artistiche, ma non è che si diventa così i nuovi McCurry o Cartier-Bresson. Il tocco d’autore farà sempre la differenza, cambierà il modo di applicarlo.

Al di là di ciò, è epocale ciò che avverrà. E allora mi viene da pensare, quante cose sono state introdotte e altre ancora entrano nelle nostre vite negli ultimi anni. Magari non ci facciamo nemmeno caso, mi sembra che siamo assuefatti al tecnologico. Mi chiedo se sia sempre stato così.
Immaginate nell’800, quando muoveva i primi passi il fonautògrafo (il trisnonno del lettore mp3), ad esempio, se la gente ne parlava in questo modo:

Lord Gintoki*, avant’ieri giustappunto si discorreva riguardo questo inusitato meccanismo che ruberebbe la voce di un individuo per poi ripeterla! Ah, che tempi. Macchine a vapore! Ali di legno per volare! E ora marchingegni che sottraggono la voce! L’umanità sta precipitando nella barbarie!
Lo chiamano progresso. Dai tempi del Prometeo l’uomo anela di sottrarre ciò che appartiene al divino. Ora lo sta realizzando. Chi ha bisogno di un dio, quando c’è il vapore?
Ah, voi, voi! Coi vostri Voltaire e le vostre bestemmie, ci trascinerete tutti all’Inferno!

E via così.

Ieri eravamo in un cinema e siamo entrati in sala proiezione. Ero quasi tentato di rubare qualche striscia di pellicola dagli scarti buttati in un angolo, così, per ricordo. Mi pento di non averlo fatto, ma davanti agli altri mi vergognavo.

E voi? Cosa ne pensate? Il cinema non sarà più quello che è stato o non ve ne frega una beneamata hehe :D?

* Nell’800 io sarei stato sicuramente un Lord, coi basettoni e la camicia col collo ingessato u_u

Il mosto di Loch Ness

La mia città avrà perso la sua vocazione agricola all’incirca una cinquantina d’anni fa. Ciò nonostante, nei decenni seguenti sopravvivevano gli usi della pre-industrializzazione, grazie a coloro che li avevano vissuti. Così, c’era ad esempio l’usanza di farsi in casa il vino, le conserve, la salsa di pomodoro.

Non che nelle campagne intorno ci fossero chissà quanti vigneti o coltivazioni di pomodori: chi non aveva l’orticello disponibile andava al mercato e ordinava le casse per vendemmiare o pummarolare in casa.

Poi quegli anziani dediti all’autoproduzione son diventati troppo anziani o sono venuti a mancare, così dagli anni ’90 ad oggi si son via via perse le usanze. Quando l’altroieri sera, passeggiando lungo il tragitto tra casa mia e la birreria, sono stato olfattivamente solleticato da un profumo di mosto proveniente da qualche cantina, sono riaffiorati tanti ricordi.

Essendo un cittadino, posso ritenermi privilegiato per aver vissuto certe cose. Per chi avrà vissuto in campagna o in zone dove si mantiene viva una tradizione, saranno cose comuni. Qui non più, invece.
Ero piccolo, ma ricordo.

Ricordo vasconi enormi nella cantina di casa, con questa melma violacea piena di moscerini.
Ricordo il torchio. Me l’hanno anche fatto girare: ne avevamo due, uno più grande e un altro più piccolo, pensavo fosse un torchietto pensato per i bambini.
Ricordo, ma qui ero proprio piccolo (4-5 anni), di aver anche pigiato l’uva con i piedi. Ne ho quasi smarrito la sensazione, anzi, non la percepisco più. Mi è rimasta in testa solo una fotografia mentale di me che tolgo le scarpe e salto in questa bacinella. Ciàf Ciàf Ciàf!

Ah, e le buatte di pomodori. Lì ero l’ingegnere del San Marzano, seguivo tutto il processo produttivo. Dovrei scriverlo sul curriculum.
Allora, prima si lavano i pomodori, in tre bacinelle: la prima, grande e rosso scuro, è per quelli zozzi, poi, quando sono così così, si spostano nella seconda, più piccola e color arancione, e, infine, la terza, la più piccola e azzurra, è per quelli ormai quasi puliti.

Quindi, il processo si divide: una parte dei pomodori si taglia a fette e si pesta (letteralmente) con un mortaio dentro dei barattoli, che andranno poi “cotti” in un pentolone.
Un’altra parte, invece, servirà per fare la passate. Si cuociono i pomodori, poi si versano nella macchina che ne farà salsa. A volte mi divertivo a gettare i pomodori nel tritatore direttamente con le mani: erano bollenti e gonfi, sembravano bombette rosse.
La cosa più divertente era quando bisognava riempire le bottiglie sotto una grossa cisterna gialla con un rubinetto in fondo. Quanta salsa mi son versato sulle mani.
Era tutto grosso. O, probabilmente, ero io piccolino.

Adesso è tutto sbiadito, quasi come non fosse esistito. Una leggenda. Il mosto di Loch Ness.

DSCN0001

L’antidiluviano oggetto che ho rinvenuto in cantina era quello che usavamo per mettere il tappo alle bottiglie. (Si ringrazia lo sponsor, il Sig. Gaierhof. Anzi, se volesse mandarmi una cassa di vino, perché questa l’ho finita…)

 

Foto fatte coi piedi

Il trend dell’estate 2013 sembra sia quello di scattare foto vista mare con primo piano dei propri piedi. E, ovviamente, condividere il tutto su Instagram, Twitter, Facebook. Il non plus ultra l’ha raggiunto una coppia che ho su fb: veduta della spiaggia e primo piano di piede destro di lui affiancato a piede sinistro di lei. Ma che carini. Vi organizzerei un incontro con Jigsaw.

Vorrei dire a tutti queste persone che non state facendo nulla di artistico, non siete gli Helmut Newton delle spiagge, gli Steve McCurry degli alluci, gli Ansel Adams delle inquadrature. Siete persone che si stanno fotografando i piedi, fate il paio con i pornografi del cibo che condividono foto dei loro piatti, pure se sono delle carote frullate (perché poi devono informare il mondo che oggi hanno salvato una mucca, magari).

Poi ci ho riflettuto su. Mi son detto, è stato fatto il trend, voglio fare trend-uno (sì, faccio freddure anche peggiori di questa). Voglio compiere io un vero gesto artistico e, come tale, provocatorio. Mi cimento anche io nella veduta spiaggia con primo piano:

fk

(sì, è un montaggio. Non amo andare in spiaggia e poi non ci andrei mica apposta a fare sta cretinata)