Non è che ti ammazzi di SEGA perché non hai manco un’Amiga

Non sono un videogiocatore incallito, per quanto ami concedermi momenti di puro piacere solitario con una PlayStation.

È per questo che mi capita di non essere tanto informato su alcune novità del mondo videoludico che a occhi altrui possono essere comuni e scontate quanto l’acqua calda.

Una delle ultime scoperte che ho fatto è che esistono canali di streaming dove c’è gente che guarda altra gente che gioca in tempo reale.

Il menù della mia PlayStation ha una sezione che raccoglie tutte le trasmissioni live.

La mia domanda è: perché mai dovrei guardare altra gente che gioca? Senza giocare a mia volta ma giusto per il piacere magari di commentare.

È come guardare un porno per il gusto di dare i voti alle prestazioni!

Non lo capisco. Sarà un mio limite o forse un trauma di gioventù.

Mi ricorda di quando mi trovavo a casa di qualcuno che aveva i videogiochi – all’epoca Commodore 64 o l’Amiga 600 o tutt’al più al massimo un sistema SEGA – e io potevo al massimo fare da spettatore.

– Posso fare una partita?
– No, lo rompi.

Disse una volta il tale mentre intanto stava dando uno strattone al joystick come se stesse tirando il collo a una gallina.

Certo capisco che ognuno sappia come trattare le proprie galline e quali siano le manovre giuste ma dal suono che usciva dal joystick quella gallina non sembrava contenta.

Pollame a parte, il più interessante fu quello che disse “No. Lo consumi”. In che senso? 10 minuti di partita comportano un’usura del materiale eccessiva? L’omino all’interno del videogioco chiede il prepensionamento per troppo lavoro?

La più classica risposta di diniego era comunque

– Tanto non sai giocare
– Se non provo mai è ovvio che non so giocare
– Appunto

Considerato quindi che ho già guardato abbastanza altre persone giocare non potendolo fare a mia volta, non credo quindi di aver tutto questo interesse alla mia età di osservare gli streaming di questi individui che, magari, erano proprio persone che nell’infanzia non lasciavano partecipare gli altri!

Com’è come non è, comunque, di guardare i porno invece non mi son stancato.

Ma lo faccio solo per dare i voti alle prestazioni.

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Il dizionario delle cose perdute – La carta telefonica


Le precedenti voci sono disponibili qui.
Ricordo sempre che il dizionario è  aperto a suggerimenti su cose nostalgiche o proposte di articoli su questo tema :).


Tra le cose inerenti al tempo che passa che più mi inquietano, dopo i calciatori con cui sei cresciuto che oggi vedi fare gli allenatori (come una volta in un post ricordò Zeus), c’è il fatto che esistono giovani in giro che non hanno mai utilizzato una cabina telefonica. Se oggi Superman nascesse, dove andrebbe a cambiarsi?

Io ricordo anche quando si usava il gettone. Quel dischetto bronzeo (ma che dopo averlo utilizzato un paio di volte diventava nero perché i telefoni pubblici erano sempre sudici come una officina meccanica) rigato che Madre mi faceva inserire dopo avermi preso in braccio.


Faceva la stessa cosa per la 10 lire dell’ascensore. Io ero l’addetto all’inserimento gettoni, un compito di grande responsabilità.


Ciò che ricordo meglio sono comunque le schede telefoniche. Il motivo è legato al collezionismo.

Da piccolo ho sempre avuto il pallino di voler iniziare una collezione di un qualcosa. Iniziai con i tappi di sughero, per poi passare a quelli di alluminio. Una collezione priva di valore che finiva dopo poco tempo nella spazzatura a causa delle frequenti operazioni di pulizia etica (secondo lei era moralmente disdicevole raccogliere tappi) di Madre.

Altre collezioni furono da me abbandonate perché non avevo costanza di seguirle.

Poi un giorno mi capitò tra le mani una scheda telefonica.
Ero in seconda media. Un compagno per disfarsi del doppione mi regalò una scheda raffigurante sulla facciata una pubblicità progresso che invitava all’uso del preservativo.

scheda_progresso

Questa pubblicità era molto nota in classe e generava sempre qualche battutina, qualche sorrisino, qualche stupida gomitatina di malizioso umorismo. C’è da capirlo. Non era prevista educazione sessuale a scuola.


Forse è un bene non fare educazione sessuale nelle scuole. Poi si sa che bambini e ragazzini vanno a casa a raccontare ciò che hanno ascoltato e i genitori si allarmano. Dio sa quanto siano vulnerabili e impressionabili gli adulti, abbiamo il dovere di proteggerli da tutto ciò che può turbarli.


Decisi quindi che avrei collezionato schede telefoniche e mi chiesi come mai non ci avessi pensato prima.

Divenni in breve tempo una piaga. Mi appostavo come un’arpia vicino chiunque utilizzava un telefono pubblico per chiedergli se la scheda fosse esaurita e se fosse così gentile da donarmela. Io ero un cacciatore solitario di carte. Esisteva poi chi andava a caccia in branchi per poter controllare più telefoni. Troppo facile in questo modo. La natura di un uomo si vede quando è da solo alla prese con la propria preda.

Quale era il mio disappunto quando mi sentivo rispondere “Le colleziono anche io/Le colleziona mio figlio”. Tuo figlio è così pigro da aspettare a casa comodo la scheda esaurita invece di stressarti per averla? Non merita niente.

La mia raccolta non aveva comunque molto valore. La maggior parte delle mie carte superava le centinaia di migliaia di copie come tiratura. Giusto un paio erano le più rare, ma andiamo sempre nell’ordine del migliaio di esemplari.

Il rituale del ce l’ho ce l’ho mi manca, territorio assoluto del mondo delle figurine, invase anche queste schedine di plastica.

Con i doppioni delle schede ci si poteva poi creare un giochino interessante. Non so come si chiamasse ufficialmente, se mai avesse avuto un nome: era, in modo onomatopeico, un clic-clac. In pratica la scheda veniva ripiegata su sé stessa fino a creare una scatolina con una protuberanza che, se pigiata, faceva clic-clac. Utilità: nessuna. A parte quella di rompere le palle agli altri.

Non so chi l’avesse inventato e mi ha dato da pensare il fatto che, in un periodo in cui il termine virale era ancora quasi esclusivo appannaggio delle malattie e non della condivisione di minchiate social, fosse un giochino diffuso da Nord a Sud del Paese. Mi sono sempre chiesto se, spontaneamente, l’idea del clic-clac fosse venuta indipendentemente a ragazzi sparsi lungo la penisola o se qualcuno avesse avuto l’idea e l’avesse poi diffusa proprio come un virus.

Il boom – Ben presto il collezionismo divenne un vero e proprio affare. In vendita in cartoleria arrivarono raccoglitori ad anelli fatti apposta per conservare le schede, con i fogli trasparenti con le taschine apposite. La De Agostini nel 1999 produsse una raccolta intitolata “Carte telefoniche”, con schede provenienti da tutto il mondo. Mentre le nostre avevano la banda magnetica, altre funzionavano col chip, altre ancora, come quelle giapponesi della NTT (Nippon Telegraph and Telephone), non avevano nulla di tutto ciò perché loro (i giapponesi) devono essere sempre un passo avanti.

Ovviamente io acquistai tale raccolta. Dovrei ancora averla conservata da qualche parte.

I negozi di filatelia si specializzarono anche in schede. Il mio spacciatore di fiducia era il proprietario di un negozio di monete e francobolli. Si chiamava Filippo, un uomo dall’aria placida e tranquilla con un paio di folti baffoni che gli donavano un aspetto ancor più placido e tranquillo. Era molto amico di mia zia perché anni addietro lei gli aveva salvato moglie e figlio durante il parto. Così, quando andavo nel suo negozio lui mi dava delle schede per pochi spiccioli o niente. Tanto prendevo sempre pezzi poco rari, come avevo accennato: quando mi resi conto che fosse impossibile mettere su una collezione di valore, scelsi infatti di puntare sull’estetica. Mi limitavo a raccogliere schede graficamente attraenti.

Mi ha detto mio cugino – Sulle schede fiorirono anche delle vere e proprie leggende metropolitane, legate alla possibilità di poterle riutilizzare anche una volta che il credito fosse esaurito. C’era chi diceva bastasse mettere del nastro adesivo sulla banda magnetica (tentativo che feci anche io dietro consiglio di un amico), chi le lasciava una notte nel congelatore. La tecnica più nota era quella di strusciarla contro lo schermo di un televisore che era stato spento da poco.

Percentuali di funzionamento: 0%. Ma c’era chi giurava di aver sentito dire che un tale gli aveva detto che aveva visto che funzionava.

Con il boom dei telefoni cellulari le schede telefoniche a inizio anno 2000 diventarono via via sempre meno utili. Contemporaneamente, la Telecom iniziò la sostituzione dei tradizionali telefoni pubblici Rotor (in funzione dalla seconda metà degli anni ’80), gli scatoloni arancioni con la cassettina di fianco con il lettore di schede.

Dal 2002 entrarono in funzione i Digito, ancora oggi in circolazione. Furono predisposti per l’utilizzo dell’euro e con nuovi optionals quali l’invio di sms, fax ed email.

Inutile dire che fossero meglio i primi. A partire dal nome: Rotor rende l’idea di lavoro, movimento, operosità. Digito sa invece di bimbominchia. Ehi ciao da dv dgt?. Per non parlare della forma da suppostone racchiuso in un blister di alluminio.

Con il declino del loro uso, le carte oggigiorno sono più affare da collezionisti. Ne esistono molti che vanno in cerca di introvabili pezzi degli anni ’90, ricerca difficile in quanto trovare esemplari in buone condizioni e con magari la banda magnetica non smagnetizzata (un handicap per il loro valore) è sempre più raro.

In rete c’è un catalogo consultabile online con le quotazioni.

Il dizionario delle cose perdute – L’Atari


In questa pagina c’è il dizionario in costruzione. Se volete suggerire elementi nostalgici o, anzi, se volete scrivere voi stessi un articolo su una cosa “perduta” per arricchire il dizionario, fatevi avanti (col corpo) e indietro (con la mente)!


L’Atari ha tolto la verginità videoludica a molti futuri videogiocatori. Io non ho fatto eccezione.

Una precisazione è doverosa: io, come molti altri, non ho avuto un vero Atari ma uno dei tanti cloni dell’Atari 2600 messi in commercio a partire dalla metà degli anni ’80. Il mio, oltre a funzionare con le cartucce originali Atari, aveva una ROM all’interno con preinstallati un centinaio di titoli.

Il suo aspetto era quello della foto qui sotto:

Playstation…I am your father!

Sembra uscito da Guerre Stellari ep. IV. La linea squadrata, marziale e total black di questo scatolone di plastica deve essere stata progettata da Darth Vader.

Lo scatolone era completamente vuoto: c’era all’interno solo questo circuito stampato largo più o meno quanto la striscia grigia, mentre tutto il resto dell’armatura non conteneva nulla.

Il joystick era legnoso e anchilosato e dalla scarsa longevità: dopo un po’ i contatti interni (delle lamine di alluminio che a seconda di dove veniva spostata la cloche facevano contatto inviando il segnale alla CPU) si danneggiarono irrimediabilmente e dopo un primo tentativo da parte di mio padre di ripristinarli con il saldatore, si decise di sostituirli con altri joystick comprati in un negozio di elettronica che da anni ha chiuso i battenti, sopraffatto dalla grande distribuzione organizzata.

Ricordo ancora quando acquistai il clone una 20ina di anni fa. L’ipermercato dove i miei genitori andavano a fare la consueta spesa del sabato un giorno all’ingresso espose questa montagna di console in vendita a 34900 lire. La gente ne faceva incetta.


Oggi quell’ipermercato non esiste più. All’epoca faceva parte di una catena italiana, poi fu rilevato da Carrefour. Quando il colosso francese aprì un nuovo punto vendita in un nuovo, enorme, centro commerciale costruito poco lontano negli anni ‘2000, cedette l’ipermercato, che passò al gruppo SPAR. La crisi si abbatté sull’attività, la direzione decise di chiudere, licenziò lavoratori e mise in cassa integrazione gli altri. Attualmente è ancora chiuso. Di una vasta area che negli anni ’90 comprendeva l’ipermercato, una galleria commerciale, un grande punto vendita Brico e un Mercatone Uno, oggi rimangono solo strutture abbandonate che il tempo sta consumando.


Io e mio padre restammo lì a guardare chiedendoci se fosse possibile che costasse realmente 34900 lire e, dopo essercene accertati, lo prendemmo.

Il principio di funzionamento era molto semplice: lo scatolone si collegava alla tv tramite il cavo dell’antenna e uno switcher (lo scatolino antenna<->game nella foto) avrebbe bypassato il segnale. Era però necessario trovare il canale sul quale il segnale della console si sarebbe agganciato e questa cosa, all’inizio, fu fonte di molte invocazioni al dio Anubi da parte di mio padre.

I 128 giochi precaricati non erano selezionabili autonomamente: bisognava far partire la ricerca sequenziale (spostando una delle levette sulla console) che faceva scorrere tutti i giochi, che in genere rimanevano sullo schermo un paio di secondi. Dovevi essere lesto a bloccare la ricerca nel momento in cui compariva il gioco che cercavi. Se sbagliavi il tempismo, dovevi ricominciare da capo. Era un gioco nel gioco: delle volte ho dovuto farlo per quattro volte consecutive prima di riuscire a bloccare la leva su ciò che volevo.

Le cartucce le compravo al prezzo di 9000 lire da un Tutto a 1000 lire sul corso principale della mia città. Era uno dei primi negozi di questo tipo che vidi comparire e quando aprì vi entrammo curiosi di scoprire se tutto fosse realmente in vendita a 1000 lire. La risposta era, ovviamente: NO.

Non so per quale mistero quel negozio avesse delle cartucce originali Atari. Non erano molte, e le teneva in un cestone di vimini come quello che si usa a Natale per i pacchi dono. Ogni 3-4 mesi compariva qualche titolo nuovo al suo interno. Il fatto che rimanessero lì nel cestone i titoli che scartavo mi lasciava pensare che io fossi l’unico acquirente in tutta la città.


È inutile precisare che anche quel negozio non esiste più.


La vita del mio clone si spense per ben due volte: avevo un amico distratto (lo stesso che giocava con me a Subbuteo), che inciampava sempre nel cavo di alimentazione. Un giorno lo strattone fu talmente forte che il jack dell’alimentatore staccò un piccolo tondino di alluminio dall’ingresso della console. Non essendoci più contatto elettrico, non funzionò più.

Padre riuscì a sistemarla con un lavoro certosino di nastro adesivo. Nonostante altri inciampi, da parte dello stesso amico e anche di altri, resistette lo stesso. Molti amici, nonostante fossero in possesso di computer performanti (per l’epoca) e in grado di supportare videogiochi ben più evoluti (quelli dell’Atari erano vecchi di 10-15 anni), subivano il fascino di quello scatolone nero.

Mandai in pensione la console quando la sostituii con un clone del Nintendo 8 bit.

Ironia della sorte, negli anni ’80 era stata proprio la Nintendo la principale avversaria di Atari, con vari scontri d’affari, battaglie di mercato, tentativi di collaborazione non portati a termine che alla fine videro sempre soccombere la Atari nei confronti del colosso nipponico. Dopo varie vicissitudini, acquisizioni da parte di altre società, ridimensionamenti e ripetute crisi, nel 2013 la divisione statunitense Atari ha dichiarato ufficialmente bancarotta.

La leggenda della sepoltura nel deserto – La Atari si è resa protagonista di quella che per molti anni è stata ritenuta una leggenda metropolitana: la sepoltura di migliaia e migliaia di cartucce di giochi invenduti nel deserto del New Mexico.

Tra i giochi sepolti, il quantitativo principale era costituito da quello che è stato considerato come il più brutto videogioco mai creato dall’uomo: ET l’extraterrestre (ironico che sia finito occultato proprio nel New Mexico, lo stesso deserto dove si raccontava che fosse precipitato un UFO con degli alieni all’interno), di cui allego un video del gameplay:

Il gioco andava avanti così all’infinito: non succedeva nulla, non si capiva cosa dovesse succedere e non si sapeva come farlo succedere.

Le cartucce invendute o ritirare dal mercato giacevano nei magazzini Atari: dato che ciò per un’azienda comporta un costo, dai vertici ritennero opportuno che la soluzione più economica fosse smaltirle seppellendole in una discarica.

Per anni si è pensato che questa fosse solo una diceria, finché nel 2014 sono state realmente rinvenute le cartucce sepolte:

A differenza di altre cose perdute, i videogiochi di un tempo hanno ancora il loro pubblico di estimatori e il retrogaming, appunto la passione per i giochi old style, è molto popolare su internet. Esistono diversi siti che permettono di giocare online ai vecchi giochi Atari. Archive.org ha messo a disposizione una vasta libreria di titoli.

Non è che sia meglio Han Solo che Maul accompagnati (SPOILER!)

SPOILER SPOILER SPOILER


Sì, sembra che ci siano spoiler sull’ultimo Star Wars, qui.


Anche se, essendo ormai uscito da due settimane, lo spoiler dovrebbe essere in prescrizione. O no?


QUESTO POST POTREBBE URTARE LA SENSIBILITÀ DEI FAN DELLA SAGA


Sono anche io un sagaiolo, però il mio spirito polemico vince sempre.


Ho visto il Risveglio della Forza e ho messo insieme alcuni pensieri sparsi che mi sono venuti in mente durante (e dopo) la visione del film.

Considerazioni che, metto le mani avanti, sono smentite da qualunque altro commento che ho letto in rete – finalmente posso disinstallare il bloccaspoiler da Chrome – da parte di appassionati entusiasti per i quali le opinioni divergenti sono confutabili così:

– Non hai capito niente
– Vai a vedere Checco Zalone, vai
– Che film hai visto??
– Ma stai zitto
– Quanto ti ha pagato Renzi, eh?!!!1!!11!!!!

Amenità a parte, comprendo il perché stia facendo record di incassi. Ho visto tanti occasionali al cinema. Potere della Disney.

Mark Hamill negli anni era diventato un barilotto, ch’io ricordi. Non devono essere riusciti a farlo dimagrire, perché, quando compare alla fine, è inquadrato da lontano coperto da un saio (di sicuro sotto c’era una controfigura!) e poi è mostrato in primo piano dal petto in su. Consiglio una panciera. Ah, già la indossava?

Protesta, bordello, si fa un po’ di casino bella raga

Kylo Ren è un adolescente brufoloso ed emo-tivo, che se poi s’arrabbia rompe tutto perché Cioè figa bordello raga cioè spacchiamo tutto.

In quanto adolescente brufoloso ed emo-tivo, Kylo deve rafforzare la propria scarsa autostima esprimendo voglia di figosità repressa con qualche orpello estetico. L’abbiamo fatto tutti. Io da adolescente andavo in giro con le catene sul braccio, figuriamoci se non lo capisco. Poi lui ha l’aggravante di un padre che in età da pensione fa ancora il pirata spaziale sbarazzino. Ecco che quindi si mette un ridicolo caschetto e va in giro con una lightsaber con la guardia fatta di laser. Figa, eh. Ma a che serve? Non ti tagli una mano quando la impugni?

Mi ha fatto rimpiangere il buon vecchio Darth Maul: lui era stato furbo. Tù is megl che uan: prese due spade.

© Leo Ortolani

Ho avuto la sensazione che senza Han Solo il film sarebbe stato più scadente. I nuovi personaggi non è che mi abbiano preso molto. O forse gli eventi sono corsi in modo così veloce che i protagonisti non stavano loro dietro. Invece di Han sai già che è Han Solo, sai che farà un paio di battute, dirà un paio di cose burbere, salverà la baracca con qualche trovata, insomma è come andare in quella trattoria dove alla fine sai che mangerai sempre la stessa cosa ma ti tratteranno bene e a poco prezzo.

E sarò onesto: Harrison Ford anche a 153 anni è un bell’uomo.
A parte la mascella che un po’ gli casca col labbro che gli pende a sinistra. Secondo me a ogni “ciak” c’era una truccatrice addetta ad asciugargli la bava che gli colava dalla bocca.

Secondo me l’hanno ucciso perché girare i prossimi film facendo frequenti pause-toilette (si sa la prostata causa problemi) avrebbe fatto slittare l’uscita dei film nel 2017 e nel 2019.

Scusa non mi distrarre, mi sto concentrando per spararmi le pose mentre cammino in modo figo in mezzo al deserto

Tra le cose che mi hanno lasciato perplesso è come sia possibile che Rey, che, a quanto ho capito, fino a poco prima credeva che quella dei Jedi fosse una favola, all’improvviso si metta a utilizzare la Forza. E senza aver mai toccato una lighsaber riesca a combattere alla pari – o a tratti in modo superiore – con uno che un addestramento l’ha ricevuto.


Sì, se vogliamo anche Luke diventò dal nulla abilissimo a parare colpi con la lightsaber a bordo del Millennium Falcon, bastarono solo un paio di consigli di Obi-Wan. Ma, appunto, almeno qualcuno diede consigli!


L’attrice che interpreta Rey (Daisy Ridley, che secondo me manco si chiama Daisy ma la Disney le ha imposto di cambiare nome*) è del 1992. Ancora non mi sono abituato all’idea che una nata negli anni ’90 sia maggiorenne. Per me sono tutte delle nipoti di Mubarak.


* Daisy è il nome americano di Paperina.


BB-8, il nuovo droide, è Wall-E.

Ha gli stessi atteggiamenti, fa le stesse cose pucciose.

Tanto è sempre roba Disney: se nel prossimo Star Wars vogliono metterci un clone di Capitan America, chi può dir loro nulla?


Abbiamo capito, inoltre, che è carino vedere in azione il droide rotolante. Magari una volta, due al massimo. Era necessario riservargli così tante inquadrature inutili che non fanno altro che mostrarlo mentre rotola? Ma tanto nell’epoca del food porn e dei gattini un droide che rotola ha quel mix di nerdoso e carino che tanto piace.

Esiste anche in vendita un modellino in scala che è uguale. Sapete quali sono le sue funzioni? Rotola. E poi? E poi basta: finalmente un modellino che è completamente uguale all’originale. Così come avviene nel film, rotola soltanto. 

Carino, vero? 170 euro su Amazon.

Con 25 euro dopo aver mangiato sino a scoppiare nella trattoria di Giggino il sozzone posso rotolare meglio.


In conclusione, questo film è un’operazione marketing per nostalgici. Difatti, le cose che non mi hanno turbato sono tutte idee riprese da VT (Vecchia Trilogia: si sa che le fonti sono VT e NT, Nuova Trilogia) e riproposte. E forse è il motivo per cui questo film non sia uscito una cagata come NT e si è cucito bene con VT.

Forse con la riproposizione si è però un po’ esagerato: è mai possibile che siamo alla terza Morte Nera (o quel che era nel nuovo film) e tutte e tre siano finite distrutte e che ci sia sempre un buco vulnerabile dall’esterno che è il punto debole dell’intero sistema? Non sarebbe il caso di cambiare ingegnere? Con tanti laureati che sono a spasso è una vergogna.

Da un punto di vista meramente tecnico, il film è uscito benissimo. Non ho avuto quella spiacevole sensazione di posticcio digitale, freddo e asettico come un laboratorio della Lines dove viene sintetizzato il lacti-fess.

Vorrei scrivere comunque andate a vederlo, ma non posso perché, caro lettore, se sei arrivato a leggere sin qui vuol dire che l’hai già visto, se invece non l’hai visto vuol dire che non sai leggere perché sopra c’era scritto spoiler, quindi vuol dire che non hai letto nemmeno l’invito ad andarlo a vedere. Se invece non te ne frega nulla e hai letto per pura curiosità, in ogni caso allora non andrai a vederlo. Grazie quindi per avermi fatto sentire inutile, sei proprio dispettoso come un Kylo Ren!


Se volete leggere qualcosa di meglio, consiglio Leo Ortolani, da cui ho preso la vignetta più sopra
https://leortola.wordpress.com/2015/12/25/star-wars-vii-mi-risveglio-a-forza/


 

Non è che in viaggio puoi fare i conti senza l’hostess

Delle volte, in stazione, mi soffermo ad ascoltare la voce sintetica che annuncia le partenze. Ricorda che esiste altro oltre un mondo fatto di alte velocità e grandi ritardi, di località note e gettonate.

Mi affascinano i luoghi più disparati dislocati lungo lo stivale. Il treno IC proveniente da Nduja Calabra e diretto a Vergate sul Membro è in partenza dal binario 14. Ferma a Sdraio a Mare, Santa Maria di Buonadonna, Città di Bordello, Reggipetto sul Reno.

Mi piacerebbe viaggiare  più spesso lungo lo Stivale, seguire il paesaggio che scorre lungo il treno – perché è il mondo intorno che scorre, il mezzo è fermo, non so se ve l’hanno detto – esplorando la realtà di posti a me ancora sconosciuti.

Poi ricordo lo stress psico-fisico che comporta un viaggio in IC o Regionale e la voglia tende a scemare. Negli IC quando sali a bordo spesso trovi gente che dorme e considera lo scompartimento come composto da due letti, non da 6 posti a sedere. Oppure c’è una famiglia con un numero imprecisato di bambini che si comportano come delle scimmie evase da uno zoo, col beneplacito dei genitori che già sono costretti a subirli a casa e non si prendono quindi la briga di seguirli nel treno.

Non è sempre tutto negativo, però. A volte si fanno conversazioni interessanti con gli altri passeggeri.

Come quando m’imbattei in una coppia di anziani che da Modena scendevano ad Aversa dai parenti. La signora partì dall’Emilia parlando col tipico accento di quelle zone ma man mano che il treno scendeva giù incominciava a cambiare intonazione e parole. Arrivò ad Aversa che parlava come Nino d’Angelo.

Una volta invece mi stavo lamentando con un mio amico seduto di fianco, che mi aveva svegliato mentre mi ero assopito, facendogli presente che mi ero alzato alle 6 e che avevo sonno. La signora seduta di fronte mi fa: Poverino! Si è svegliato alle 6!…Sai a che ora mi sveglio? Alle 3, per prendere l’IC ed arrivare a Pomezia ed essere a scuola a insegnare alle 8:30.

Al che ho imparato una cosa: bisogna stare attenti a ciò che si dice in treno perché ci sarà sempre qualcuno intorno a te che avrà un interesse specifico nell’argomento e/o qualcosa da ribattere. Come quella volta che stavo spiegando a un amico che sul CV quando ci si candida a offerte di lavoro è utile espungere le esperienze non attinenti o poco rilevanti: se ti stai candidando per una banca, non scrivere che in passato hai fatto il bagnino, ad esempio.


DIDASCALIA LAVORATIVA
In teoria, uno dovrebbe preparare un cv fatto ad hoc per la posizione cui si sta candidando.

In pratica, per come la vedo io, nel mondo odierno questa minchiata non funziona più. Se non vuoi stare a casa a videogiocare tutto il giorno a retrogames sugli emulatori online, devi prepararti a fare tutto. Dal cameriere, al postino, al cassiere, all’arzigogolatore, in attesa poi del posto che ti permetta di fare ciò che volevi e/o per cui avevi studiato. Devo togliere quelle esperienze dal curriculum perché non attinenti? Perfetto. Salvo poi venire escluso a priori perché risulterà che dal 2011 al 2015 non ho fatto nulla, così il selezionatore dirà “Ah! Questo di sicuro passa le giornate sugli emulatori di retrogames e non ha mai lavorato!”.


DIDASCALIA SUL RETROGAMING
A proposito di videogiochi: ecco cosa mi sta rovinando la vita in questi ultimi giorni (sono tutti gli originali, non sono meri rifacimenti):
http://www.ssega.com
http://www.snesfun.com
http://www.8bbit.com

per non parlare di archive.org che ha caricato online un catalogo di giochi DOS.

Io vi avverto. Questo l’OMS non lo dice: questa roba fa male più della carne rossa e dà dipendenza più del formaggio che dicono sia come una droga (infatti al contadino non devi far sapere quanto è buono il formaggio nelle pere).


In quel momento intervenne un tipo vicino a noi, dicendo: Scusa perché hai parlato di bagnini?…Sai io sono bagnino, che poi in realtà si chiama addetto alla sorveglianza balneare, ho anche il diploma…
E io gli rispiegai la cosa del CV. E lui di nuovo insistette sul fatto che per fare il bagnino aveva fatto un corso ed era stato certificato.

Insomma, meno male che era arrivato il momento di scendere perché non ho capito cosa si aspettasse da noi, un riconoscimento ufficiale? Un posto di lavoro? Mah.

Un capitolo a parte meritano gli amori da treno. A volte innescati da qualche scambio di parole. Altre volte invece fatti di platonicismo puro, come il Sommo Poeta ci ha insegnato. Basta un dettaglio, il libro che legge, il tipo di abbigliamento, la musica che dalle cuffiette prorompe all’esterno, per farmi capire che può essere la donna della mia vita.


Insomma, una che ad esempio ha una borsa con dei gatti disegnati sopra può essere una cattiva persona? Può essere una ragazza non interessante? Io non credo.

Può essere una malata di mente? Questo è probabile.*


* Io credo che le donne che amano i gatti non stiano a posto con la testa. E lo dico da gatto, amante dei gatti, amante delle donne che sono amanti dei gatti e amato da donne che erano amanti dei gatti.


Almeno fino a che non è il momento di scendere dal treno.

I viaggi lunghi e con soste frequenti hanno quindi un loro perché: purtroppo noto in me un imborghesimento che mi porta a scegliere le alte velocità. E, a tal proposito: perché gli steward/le hostess a bordo di Trenitalia sono sempre scazzati mentre quelli di Italo sono giovani, splendenti e sorridenti come un spot Mentadent?

Tutto ciò non fa una piega (forse)!

È da quando ho visto Sheldon piegarsi le magliette che ci penso:

Voglio un coso per piegar le magliette.

Così oggi, avendo del tempo libero, me ne sono costruito uno abbastanza spartano ma funzionale, come dimostra il video del primo tentativo che ho realizzato. La maglietta c’avrà un po’ di pieghe ma il meccanismo funziona:

Sì lo so cosa state pensando.

Lo vorreste anche voi.

È facile: occorrono due rettangoli di cartone 72×25 (che fungeranno da “ali”), uno da 72×40 (che sarà la base) e poi un rettangolo 36×25 che servirà a chiudere la maglietta e che andrà attaccato con lo scotch lungo il lato corto giusto a metà del rettangolo di base.

Spiegai le vele al vento, ma il vento non le capì. E il pollo disse: “Anche io non so se mi spiedo”

Ho visto al cinema il film dei Cavalieri dello Zodiaco. Tralascio ogni tentativo di recensione, limitandomi a commentare che il connubio tra operazione nostalgia e innovazione mi ha soddisfatto a metà. È stato comunque un piacere ascoltare i vecchi doppiatori, anche se:
a) hanno insistito con l’usare ancor oggi, nel XXI secolo, i nomi delle costellazioni per i personaggi (e dire che da piccolo non sapendolo mi dicevo “Toh, guarda quello lì: si chiama Pegasus e ha ottenuto l’armatura di Pegasus! Coincidenza? Io non credo”)
b) i dialoghi non erano di stampo epico-cavalleresco (una soluzione voluta dal doppiaggio italiano all’epoca) come quelli di un tempo.

Qual magniloquenza a quel tempo nel sublime eloquio di Milo di Scorpio!

Detto questo, ciò che mi ha colpito negativamente è stato l’immancabile spiegone a inizio film che, immagino per esigenze di durata, è stato barbaramente affidato a una breve conversazione in auto tra Lady Isabel e il suo maggiordomo-tutore-tuttofare.

Insomma, immaginate la scena: voi siete una ragazzina 16enne che, con lo sguardo perso verso l’esterno del finestrino, ve ne state a pensare ai saldi da Desigual e Tezenis, quando interrompono il vostro flusso di pensieri dicendovi: “Signorina, lei lo sa che è una divinità e che fin dai tempi antichi dei baldi giovani si ammazzano di botte perché a lei non piace combattere in prima persona?”.

Semplicemente assurdo.

E poi ho riflettuto sul fatto che gli spiegoni sono un grande tallone di Achille della cinematografia in generale. Sono necessari, ma non si sa mai quando e dove infilarli. Io li odio a prescindere e vorrei avere un telecomando col tasto skip per saltarli. Sono un nazista seguace del Show, don’t tell. Anche perché trovo del tutto irreale che qualcuno, di punto in bianco, si fermi a dare spiegazioni dalla A alla Z.

Riflettendo, sono invece giunto alla conclusione che alcune volte anche le persone nel mondo reale agiscono in tal guisa. Si prodigano a dare spiegoni del tutto fuori luogo, cosa che ti fa desiderare il famoso telecomando col tasto skip da puntare contro il proprio interlocutore.

In molti casi lo spiegone non è affatto richiesto e assume toni vagamente autogiustificatori (excusatio non petita, accusatio manifesta?).

In altri, lo spiegone è un insieme di panzane tese a mascherare una realtà più negativa, perché spiegando le cose a modo mio posso cercare di trovare un senso a ciò che è accaduto quando in realtà senso logico se ne fa fatica a trovarne. Stordita dallo spiegone, una persona si illude che invece una logica ci sia.

Alla luce di ciò è meglio affidarsi a ciò che si vede, piuttosto che a ciò che si ascolta.

Eppure ancor oggi lo spiegone sembra necessario al prosieguo delle trame delle nostre vite.

Materia oscura

Entro il 4 devo consegnare un racconto per la finale di un piccolo concorso. Il racconto c’è, devo rifinirlo, aggiustare delle cose, spostare qualche virgola. Mi sento come se stessi dipingendo un quadro, mi piazzo davanti lo schermo, arretro il busto e poi, col pollice in alto, un occhio chiuso e la lingua tra le labbra, prendo le misure per vedere dove intervenire.

Il problema è che non riesco a rimetterci mano, la materia visibile del racconto è sovrastata da una materia oscura nella mia testa di cui avverto l’esistenza ma che non riesco a vedere e non posso mettere nero su bianco. E così non ho ancora sistemato nulla.

Composizione dell’Universo

Sì, è ricominciato Big Bang Theory. È il secondo post di fila in cui cito la fisica. Dovrei parlare di più invece di quell’altra cosa che inizia per fi- e termina per -a.

La filosofia, stolti!

Nuovi acquisti

In vista dell’arrivo del mio compleanno, ho deciso di regalarmi la nuova edizione di Shaina (Tisifone) messa in commercio da Bandai, in contemporanea col lancio della nuova serie di myth cloth EX. Ho deciso di prendere la versione completa, fornita in più con una statua in resina di Cassios.

L’importatore italiano, però, mi ha fatto un brutto scherzo rovinando la scatola con gli adesivi per italianizzarla, come indicato nella foto

Dal retro, invece, si può notare come la confezione sia originale JAP

Questa è la figura una volta montata e messa in posizione

Non mi sono cimentato a provare altre pose come nelle foto sul manuale, perché ho sempre avuto un rapporto conflittuale con i myth cloth; già riuscire a montare tutta l’armatura è un’impresa, fai pressione per incastrare un pezzo e ne saltano altri due e così via, non parliamo per metterli in posa: dopo innumerevoli cadute e pezzi staccati, una volta trovata una posizione buona li cristallizzo così e non li tocco più, onde evitare altre ore di smadonnamenti.

Anche se debbo dire che per Shaina ci sarebbero stati meno problemi, avendo meno pezzi da incastrarle sul corpo: inoltre, a differenza dei myth del passato, le articolazioni sono state migliorate, il personaggio sta in piedi più facilmente e in maniera più naturale (in passato quando ci provavo a metterli in posizione venivano fuori pose legnose, più che cavalieri sembrava fossero degli impasticcati in discoteca).

Anche il viso ha tratti più delicati (sì, lo so, il viso della sacerdotessa non potrebbe essere mostrato!), più simili all’originale, per non parlare dei capelli, fluenti e con le ciocche ben distinte (ricordo ancora l’effetto casco di banane troppo mature del primo Aiolos, invece…). Il corpo è snello, ben disegnato, forse i fianchi restano ancora poco realistici.

Questo è l’interno della confezione

  

C’è un solo viso, una maschera (quella da tenere in mano) e poi c’è una testa (quella già montata sul personaggio) con la maschera inserita. Ci sono due diademi diversi da montare, ma volendo si possono tenere i capelli sciolti come ho fatto io. La scelta, oltre esteticamente migliore, mi sembrava dettata anche dal fatto che il set di capelli che dovrebbe reggere il diadema sembrava poco convinto di restare fermo incastrato in testa. Rimanendo fedeli al manga, c’è un pezzo di armatura che copre anche la zona inguinale, mentre nell’anime è assente.

La cosa che mi ha suscitato ilarità è che la versione senza armatura (che sarebbe così) ha un paio di spalline di metallo (nella finzione, quelle della figura son di plastica) incastrate nelle spalle. Per rimuoverle e inserire invece i coprispalla metallici, bisogna in pratica levare le tette a Shaina (ecco spiegato perché nella confezione c’è un set di tette supplementare: è quello senza spalline).

Su Cassios poco da dire, è una figura in resina in due blocchi separati (da incastrare all’altezza della vita) che per collezionismo fa la sua figura.

Bakemonogatari

Hitagi Senjōgahara, ricettatrice di materiale da cancelleria

Ho da poco visto quest’anime che, in realtà, non è proprio recentissimo: Bakemonogatari (per la trama e altre info, leggere qui perché non mi ci soffermerò). Si tratta di uno dei pochi anime ad avere una caratteristica particolare: i motivi che lo fanno piacere sono gli stessi che possono spingere una persona ad odiarlo. Andiamo con ordine: che genere è? Un harem, potrebbe essere la risposta più semplice e banale. In fondo abbiamo un protagonista maschile (Koyomi Araragi) e 5 ragazze (Senjōgahara, Hachikuji, Kanbaru, Sengoku e Hanekawa): ad ognuna di esse è dedicato un arco narrativo di 2-3 episodi. Ritroviamo, inoltre, anche i classici cliché dei personaggi, c’è la tsundere, quella col complesso della sorellina (oniiichan!), il maschiaccio, l’occhialuta e così via.

Ben presto, però, lo spettatore si accorgerà quanto ci sia di parodistico in questi stereotipi e nelle situazioni che si vengono a creare, perché l’intento del creatore (Nisio Isin, che ha scritto la light novel da cui è tratto l’anime) non è creare la commediola/harem fine a sé stessa ma un’opera più articolata, seppur non originalissima.

Tanto per cominciare, smontiamo l’harem, perché fin dall’inizio avremo ben chiaro che c’è una storia sentimentale che vedremo nascere e costruirsi per tutta la serie, di pari passo con una certa crescita personale dei due protagonisti. Smontiamo anche il puro intento comico, visto che non possiamo tralasciare l’elemento soprannaturale e lo splatter che, in maniera crudele, interviene nelle vite dei nostri personaggi.

Già a questo punto potremmo fermarci, perché può attirare un’opera così così come può spingere a cercare altro; ma non è finita qui, perché non ho ancora parlato dello stile dell’animazione. Innanzitutto, al di fuori dei personaggi, il resto del mondo è scarno, opaco, appena delineato o costruito in computer graphic a far da contorno come uno sfondo teatrale (è molto rara, infatti, l’interazione col mondo circostante. Sembra di essere in uno di quei videogiochi dove il massimo che puoi fare è rompere un lampione o lanciare una lattina). Il punto più alto (o più basso) lo si raggiunge con l’episodio 3, quasi interamente ambientato in questo parco giochi:

Parco pubblico disegnato da Calatrava

È tutto qui: poche forme, in quello che sembra un immenso spazio bianco vuoto (il condominio alle spalle, appena delineato, sembra lì lì per dissolversi), quasi una dimensione/prigione a parte; in effetti, considerando quella che sarà la soluzione dell’arco, l’idea di essere in trappola non è sbagliata. Non preoccupatevi, l’anime non è tutto così, ci sono anche più colori.

Se questo non è abbastanza, introduciamo la seconda scelta stilistica: cioè quella di inserire, a mò di messaggio subliminale, nel corso delle puntate (spesso quando i personaggi parlano tra di loro) delle schermate con parole o frasi, che durano il tempo di un attimo: per leggerli bisogna mettere in pausa la riproduzione, ma considerando che sono tantissimo nei soli 20 minuti di un episodio, dopo un po’ vi scoccerete. Qua e là, al posto dei messaggi subliminali ci saranno delle immagini prese dalla vita reale, strade, mani umane e così via, in una sorta di rottura della finzione scenica: il massimo del metateatro si raggiungerà nel finale della serie, quando Senjogahara dirà che la sua doppiatrice è bravissima, tale da imitare la voce di Koyomi.

Terza nota stilistica: le inquadrature, che cambiano con frequenza tale da far venire il ma di testa, diventando sempre più improbabili e ardite.

Ecco, se tutto questo non vi fa vomitare, allora vi farà piacere seguire l’anime, facendovelo godere cogliendone tutte le sfumature. I dialoghi non sono mai banali (forse con le altre protagoniste sì, di sicuro non quelli della love story principale), a tratti diventano surreali come se fossero usciti da una scena di Beckett o dei fratelli Marx; il fatto che la fonte da cui è tratto l’anime sia una novel e non un manga chiarisce perfettamente lo spessore del livello comunicativo dei personaggi.

Torniamo al problema principale, cioè che cos’è Bakemonogatari? È azione, sovrannaturale, sentimentale, umoristico, parodistico, autoironico e compiaciuto di sé fino al limite del nauseante. Però tutto l’insieme dei singoli ingredienti lo rende un piatto interessante, da provare.

Ultima nota di colore: Koyomi è caratterizzato da un ciuffo di capelli ribelli in testa che pare godere di vita propria, basta far caso a quando assume la forma di punto interrogativo in situazioni di dubbio o sorpresa.

Qua il ciuffo si alza a mò di punto esclamativo, ma non si capisce perché

Serie che sto seguendo

Apro la cartella Download sul pc e non mi ci raccapezzo più, ho scaricato (anche da pochi giorni) delle nuove serie anime e non mi ricordo cosa siano e a che punto stiano. Il fatto è che ho il vizio di aspettare che la serie sia completa prima di guardarla, non guardo i singoli episodi man mano che escono perché poi magari tra un’uscita e l’altra finisco per dimenticarmi la storia (oppure finisco proprio per dimenticarmi di seguire quella serie).

Quindi, allora, appiccico qui un post-it virtuale su ciò che sto scaricando adesso, in modo da avere tutto sottomano:

Ao no Exorcist (questo in realtà sarebbe completo ma debbo ricordarmi di scaricare i restanti episodi appena la connessione me lo permette)

Bakuman (8/25)

Boku wa Tomodachi ga Sukunai

Chihayafuru (9/25)

Hayate no Gotoku! (28/52)

Mawaru Penguindrum (14/24)

UN-GO (8)

Working’!! (7/13)