Non è che se riordini il blog metti ogni cosa al suo post

Il custode della piscina ogni volta che mi incrocia mi fa Tutto a posto? con aria tra il serio e l’allarmato e io ogni volta rispondo di  sorridente ma un po’ stupito perché non capisco perché me lo chieda anche se a volte mi dà l’impressione di sfottere e basta. Ho forse l’aria di chi non è a posto?

Un sacco di cose invero non mi sono sembrate a posto tutto quest’oggi.

La signora che mi parcheggia di fianco in doppia fila impedendomi di uscire pur vedendo che io stavo salendo in macchina non è a posto o quantomeno di posto poteva trovarsene un altro.

La signora in treno stamattina che si lamentava di qualunque cosa cercando di istigare qualcuno ma non riuscendoci non è a posto. Secondo lei i giovani dovrebbero protestare per avere treni migliori. Io vorrei protestare per avere un’utenza migliore e che sia a posto.

La collega che durante l’intera giornata ha parlato di mentis formis, formas in mentis, formis mentis e solo per caso al quarto episodio l’ha finalmente detta giusta secondo me non è a posto.

Il logorroico le cui telefonate partono da 10 minuti in su perché al di sotto di tal minutaggio non è vera conversazione non è a posto.

Chi mi invita a richiamare domani ma domani è sempre domani perché non è oggi non è a posto.

La collega che scende da Roma per starmi appollaiata sulle spalle senza farmi star tranquillo e ogni due per tre deve dire No perché io ho fatto…, Perché io sono…, Io…, non è a posto.

La gatta non è a posto ma temo l’età si faccia sentire. L’età non è una cosa tanto a posto.

I cantieri in città non sono mica a posto e il problema è che anche quando saranno terminati, un giorno, nel frattempo ne saranno sorti altri e temo che non vedrò mai quindi le cose a posto.

La mia età pensionabile ho pensato che non sarà a posto e forse non avrò mai tempo per guardare i cantieri.

Tutte queste riflessioni negative in una sola giornata mi lasciano pensare che davvero forse io non sia a posto.

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Non è che lo scacchista scarso vada dallo psichiatra per guarire dallo scacco matto

C’è questo tizio che ti parla con gli occhi sbarrati, meccanico ed essenziale ma rapido, come un robot sotto anfetamine.


Se gli androidi sognano pecore elettriche non vedo perché non possano farsi anche di anfetamine.


Mi inquieta e tanto eppur potrebbe essere il mio più valido alleato nel lavoro. Ho conosciuto anche la moglie, anch’essa collegata col lavoro. Una tizia normale, a parte il fatto che ti guarda come se volesse cavarti gli occhi.

Ho poi trovato un’altra peculiarità del mio logorroico referente di fiducia: ha lo stesso intercalare dello psicologo scolastico di South Park, il Signor Mackey, che alla fine di ogni frase aggiunge sempre un ‘pito?.

Infine anche la collega che ho in ufficio ha degli attimi in cui mi lascia perplesso, in cui assume l’espressione da Ripeti se hai coraggio anche quando le chiedi se vuole il caffè.

Queste descrizioni sommarie lascerebbero pensare che io sia finito in un manicomio. In realtà si tratta di persone gentili e tranquille, chi più chi meno. Forse il matto sono io, considerando che i matti non sanno di essere matti e che se gli altri sembrano tutti dei matti forse in realtà matti non sono.

A chi mi chiede come procede il lavoro rispondo Bene, nonostante il fatto che mi abbiano in pratica gettato in acqua (e tra i matti o presunti tali) senza galleggiante.

Uso tale figura non a casa visto che in piscina han fatto la stessa cosa: Entra in acqua e fa’ qualcosa. Mi han fatto. Tranne affogare, hanno aggiunto. Meno male che me l’han detto.

Devo dire che l’approccio ha funzionato e faccio progressi: l’altro giorno ho imparato a non fermarmi in preda alle convulsioni se mi entra l’acqua del naso, ma a risputarla invece dalla bocca mentre nuoto. Prima avevo la sensazione di star annegando e mi aggrappavo al bordo scaracchiando il cloro dalle narici. Poi ho usato il metodo Stanislavskij e ho risolto il problema: mi sono immedesimato in un vecchio col catarro e ora ho un ricircolo di fluidi naso-gola-bocca invidiabile.

by maicol & mirco

Non è che se ti punge una zanzara finisci in coda perché il punto va alla fine

La vita è fatta di automatismi.

Usare lo spazzolino, gestire frizione-freno-acceleratore, girare la frittata.

Nel precedente lavoro mi capitava di leggere ad alta voce – in inglese – degli indirizzi di posta più volte al giorno, per essere sicuro di averli appuntati in modo corretto.

Così mi è rimasto automatico leggere dot-com in luogo di punto-com. Roba che un italianista mi fucilerebbe all’istante. E gli fornirei io il proiettile visto che odio i briefing, i meeting, le session, il jobs act, la continuity, il binge-watching e così via.

Sembrano tag di un sito porno. Ma sarà deformazione onanistica, la mia.

Quando in ufficio ho chiesto se un indirizzo fosse esatto, mi è sfuggito il dot-com alla fine.

La collega mi ha ripreso: No, non c’è un dotcom, è solo com.

Ah. È bella sveglia costei.

Il buongiorno si vede dal puntino.

Non è che scrivere un’enciclopedia sia un lavoro molto sentito perché ha tante voci

La collega con cui divido l’ufficio non ha una voce da ufficio.

Nel senso che la sua voce sembra invece quella di una professoressa. Non nel modo di porsi. Mi riferisco proprio al timbro vocale: molto alto e che a volte diviene stridulo. E questo senza urlare ma solo per dire “Prendo il caffè”.

A volte mi diverto a immaginare come dovrebbero collocarsi professionalmente le persone in base alla loro voce.

Nel precedente lavoro avevo un collega a Bruxelles che non ho mai incontrato di persona e col quale ho sempre interagito al telefono. La sua voce non era da collega né ritengo fosse adatta a quel lavoro. Era più da attore di Romanzo Criminale o Lo chiamavano Jeeg Robot o Non essere cattivo. Insomma credo renda l’idea.

Una volta invece mi chiamò un operatore della Wind per convincermi a passare di nuovo con loro. Sembrava uno speaker radiofonico anni ’90, quando andava di moda il tono basso e impostato.

Esiste poi una voce che può adattarsi a qualsiasi ambito o settore, a patto di averne l’effettiva titolarità e non essere solo uno squallido “wannabe”: la voce del padrone. E non è quella di Battiato anche se quando la senti qualche Gesuita ugualmente ti parte.

Non è che un veicolo così perfetto che si presenta da solo sia un’auto referenziale

Sono tornato sano e salvo dalla trasferta,dalla quale ho ricevuto alcune conferme.

La prima è che i miei superpoteri sono ancora attivi. Per chi non lo sapesse, io ho il potere di rompere qualcosa soltanto toccandola. È per questo che il mio alter ego supereroistico l’ho denominato Deathtouch: sto pensando di cedere i diritti alla Marvel per un Cinepolpettone.

Ero in albergo, dopo aver fatto lo shampoo prendo il phon dal muro. Vuuu Vuuu. Lo ripongo. Lo riprendo. Clic. Muto. Riclic. Rimuto. Che ti è preso (esclamo)?. PEM! e fa una scintilla e muore.

La seconda conferma è che le persone ci tengono tanto a raccontarti cosa fanno, in maniera così esasperata da perdersi nell’autoreferenzialità. Tu magari volevi sapere dove fosse il distributore dell’acqua e loro ti raccontano di quando hanno condotto un progetto per distribuire ghiaccioli agli Inuit pigri.

Ieri io e Analfa, la mia collega, abbiamo rischiato di perdere il treno causa un meeting mattutino che si è protratto fino a 10 minuti prima della partenza.

Quando Analfa ha chiesto Ma quindi quale è la Regione che ha prodotto più risultati? io col pensiero le ho inviato un messaggio che diceva pressappoco Che cazzo fai? Non vuoi andartene da qui? ma mi ha guardato strano senza recepire.

Lo Straziatore, il nostro referente logorroico che ti strazia con le sue chiacchiere, ha parlato per un quarto d’ora rispondendo alla sua domanda in 5 secondi e per il resto del tempo raccontandoci di vertenze col Garante della Privacy e di quanto in questo Paese siano salate le multe.

Se ne incontrate uno, fuggite, sciocchi!

Non è che se ti rimborsano tutto ma sei a disagio allora sei sp(a)esato

Il bello di fare nuove esperienze è fare nuove esperienze, disse una volta un saggio.

Non avevo mai avuto il piacere di fare una trasferta tutta spesata e, citando DFW, è una cosa divertente che non farò mai più.

Le persone che incontro sono tutte gentili e disponibili. Anche troppo. Ho la sensazione di essere in ostaggio. Il mio referente, l’uomo che parla al telefono anche se la persona all’altro capo non è in linea (vedasi post precedente), non ci – io e una collega – lascia un secondo. Me lo sono trovato pure che mi attendeva fuori dal bagno.

È il secondo pomeriggio consecutivo che insiste chiedendo se abbiamo bisogno di compagnia per la sera. È la seconda sera che decliniamo gentilmente con mille inchini e genuflessioni sperando di esser lasciati liberi.

Ho stretto così tante mani che ho la tendinite e quando tornerò a casa penseranno io abbia ripetutamente omaggiato la memoria di Onan in albergo.

Ricordo un nome ogni 5 mani, il che è una buona media, solo che il conto non torna perché a qualcuno ho stretto la mano più di una volta e il nome che avevo imparato l’ho dimenticato alla stretta successiva.

Ogni persona di ogni reparto/ufficio che incontro mi dà depliant, brochure, cartelle, riviste. Non è impietosito dalla pila di materiale che ho sottobraccio e me ne rifila altro.

Una tizia ci ha messo davanti due scatole piene di penne. Pensavo fosse l’invito a prenderne una a testa, cosa che abbiamo fatto.

Lei ci ha guardati e ha spinto le scatoline in avanti. Era chiaramente un’intimidazione e un “invito” a prendere le scatole intere. La mia l’ho portata in giro sotto l’ascella e ora le penne non scrivono più perché inzuppate di sudore.

Penne all’ascellana, una ricetta di mia invenzione (non posso mostrar direttamente le penne perché sennò qualcuno potrebbe dalla foto copiarmi la ricetta!)

La mia collega sembra una persona a posto. A parte che quando ci sentiamo su whatsupp sembra un’analfabeta funzionale.

Esempio di conversazione:

(in viaggio)
Lei: Ti va un caffè?
Gintoki: Certo
G: In che carrozza sei? (eravamo saliti in città diverse)
L: Ci vediamo al vagone dove c’è il bar
G: Ok
L: 5
G: Ah l’ho appena superata
L: Ho una camicia blu (non ci si doveva vedere al vagone-bar?…Ok torniamo indietro…)
G: Arrivo
G: Fatti vedere
L: Sono seduta e ho una camicia blu (non mi sembra corrispondente al “fatti vedere”)
G: Ma sei nella 5?
G: Vediamoci direttamente al bar, non ti vedo
L: Ok
G: Scusa ma su che treno sei?
G: Io sto sul 9616. Mi fai venire il dubbio che siamo in treni diversi
L: 9518
L: Che dubbio? (ma come che dubbio! L’ho appena scritto! E ti ho dato il numero del treno)
G: Siamo su treni diversi
L: Infatti (ma infatti cosa! L’ho detto io prima!)

Ho ancora un giorno e mezzo di tutto ciò avanti a me e comincio a temere di non poterne uscire. Se sparirò ricordatemi come un gatto di pace.

Non è che al vulcano consigli un digestivo per non farlo eruttare

Salve, sono Gintoki, forse vi ricorderete di me per post come Non è che se un libro è un mattone allora è un libro da reggere.

Credo sia giunto il momento di presentare in maniera un po’ più chiara e approfondita il mio nuovo collega, Sam Tarly.

L’ho rinominato così innanzitutto perché tutte le persone del mondo esterno che passano per questo blog devono essere ribattezzate, come prescrive il Gattolicesimo.

In secondo luogo, l’ho fatto per la sua somiglianza estetica con il personaggio di Game of Thrones.

Avrei forse dovuto più propriamente chiamarlo Shrek, per i suoi modi. Uno Shrek poco simpatico.


Ammesso che lo Shrek cinematografico lo sia: non lo conosciamo nella vita privata, magari è una persona orribile.


Sam Tarly (o Shrek) è alquanto invadente degli spazi vitali.

Burpa di continuo. Tutto il giorno. Ogni due per tre si sente il suono di eruttazioni che muoiono nella sua bocca, con le sue guance che si gonfiano come Wile E. Coyote cui esplode un candelotto di dinamite tra le fauci.

Beninteso, è più che comprensibile e umano che una persona possa avere problemi di salute indipendenti dalla sua volontà e che magari arrechino disagio prima a lui che agli altri. Meno comprensibile che avvenga in un under 30 che potrebbe anche far qualcosa per sé stesso: sigaretta ed energy drink gassati alle 8:40 e gyros con cipolla a pranzo quasi tutti i giorni non credo possano giovare allo stomaco e ai processi digestivi.

In ogni caso, 9 ore chiuso in una stanza con Barney Gumble sono alquanto provanti.

Quando non burpa, invece, snorta come un cavallo tediato.

Quando non burpa e snorta, parla e interrompe la concentrazione.

Intendiamoci, a me piace chiacchierare in ufficio. In particolare perché questo mi permette di interrompere il lavoro e non sentirmi colpevole a farlo in quanto è l’altra persona a interrompere.

Ma quando ho bisogno di rimanere concentrato e lavorare – cosa rara ma accade anche a me – vorrei rimanere concentrato e lavorare per almeno dieci minuti consecutivi senza sentire la sua boccaccia che dà forma a parole.

Ho anche provato a tenere su le cuffie per far capire “Sono concentrato”. Non funziona. Oggi ho impiegato mezz’ora per riuscire a finire di ascoltare Fell on black days – qualcuno capirà perché – a forza di pause.

Conversazioni profonde con lui, inoltre, non è che se ne possano fare: oltre le notizie su Cicciolina, la moglie di Macron che non ha più le mestruazioni e il tizio che ha vinto il pollo fritto per un anno, la cosa più interessante che gli ho sentito raccontare riguarda uno spot di McDonald’s in cui un bambino mangia nello stesso fast food in cui era solito mangiare il padre, morto (forse a causa proprio del McQualcosa che ingurgitava: non mi sembra marketing molto intelligente!).

Quando non burpa, snorta e ciancia, deambula per le stanze mostrando il portabiciclette posteriore che sbuca dai calzoni. Ho dovuto fermare S. dal parcheggiargli il monopattino – qui si usa molto come mezzo di locomozione – nel deretano.

Quando non burpa, snorta, ciancia, deambula, mangia grufolando e spalancando le fauci come i vampiri infetti di Blade 2.

Inoltre è ignorante come una capra ignorante.


Bisogna finirla di considerare capra come sinonimo di ignorante. Le capre non sono ignoranti. Le capre ignoranti – come un famoso film di Özpetek – sono invece, sì, ignoranti. Ma solo le capre ignoranti, per l’appunto.


Beninteso, per il lavoro che facciamo non è richiesta chissà quale cultura, ma almeno un minimo di geografia potrebbe essere utile. Se arriva un progetto da Barbados non puoi contattare, in qualità di esperto da inviare lì, un tizio in Pakistan chiedendo poi “Andrà bene come costo di viaggio aereo? È lontano?”.

Detto tutto ciò, a volte penso di essere io a esagerare e di molto.

Si sa che noi gatti facciamo molte difficoltà sugli esseri umani.

Va anche considerato che ho sempre lavorato fianco a fianco solo con donne e mi sono abituato forse a un tipo diverso di relazione lavorativa e di rispetto reciproco.

A oggi, come ho raccontato qualche volta in passato, preferisco lavorare accanto a una donna. Poi c’è chi potrà dire che sia peggio, invece, che magari ha esempi più negativi di uno Shrek da ufficio o che magari ha una collega che 5 giorni al mese non si fa la doccia perché pensa che muoiano le piante o qualcosa del genere.

Il mondo è bario, come disse il chimico.

Non è che se è un libro è un mattone allora è un libro da reggere

Il nuovo collega, il Sam Tarly, ha iniziato questa settimana.

Sembra un tipo a posto, qualunque cosa voglia dire essere a posto. A posto con la coscienza? A posto coi pagamenti?

Dobbiamo ancora un attimo sintonizzarci l’uno con l’altro. Quando mi parla non vorrei essere disturbato perché sono impegnato. Quando gli parlo non mi ascolta per niente.

Appena è arrivato ha detto che gli piace ascoltare, cantare, ballare il reggaeton. E poi mi ha chiesto: Sai cos’è il reggaeton?

Sì, il reggaeton, quello che mi faccio al sugo con una spolverata di parmigiano. Avrei voluto rispondere così, purtroppo in inglese non credo funzioni.

Ha poi questa abitudine di darmi il “5” quando se ne va.

Va bene, sarà un gesto cordiale e quando la gente è cordiale e io non apprezzo mi rendo sempre conto della mia diversità sociale.

La diversità sociale è quella cosa per cui se mi chiedi Come va io rispondo Bene e poi mi tacito come Publio Cornelio. Perché a domanda generica io do risposta generica.

Sembra però tra gli esseri umani non funzioni così.

Non vorrei comunque che io gli abbia lasciato fraintendere di essere tipo da “5” facile e passare quindi per uno che dà il 5 a tutti.

In ogni caso, tra meno di un mese non dovrò vederlo più e preoccuparmi di ciò.

Non ho ancora ben chiaro cosa combinerò nella mia vita ma giusto stamattina stavo sviluppando una idea: quella di darmi ai romanzi brevissimi, anzi, istantanei.

L’idea mi è venuta ripensando a quella casa editrice che aveva proposto dei libri in versione bignami, riassunti di romanzi famosi, per chi non ha tempo o voglia di leggere molto.

Perché non estendere l’idea e arrivare al libro istantaneo, composto da una sola parola o una frase estemporanea? Così anche il più pigro finalmente potrà sforzarsi di leggere.

Qui di seguito, in esclusiva per i lettori di questo blog, in anteprima da leggere i primi romanzi istantanei che ho intenzione di pubblicare, divisi per tema:

– Autobiografico: Mi chiamo Gintoki.
– Introspettivo: Mi chiamo.
– Filofofico: Mi chiamo, quindi esisto.
– Storico: Mi chiamarono.
– Trilogia della Solitudine: 1) Non mi chiamano. 2) Chiamo e non mi rispondono. 3) Non mi richiamano.
– Denuncia sociale: Non mi chiamano perché mi temono.
– Attualità: Ti chiamo perché l’ho letto su Google.
– Attualità/2: Ti chiamo perché Whatsupp è crashato.
– Sentimentale: Michi-ama.
– Erotico: Mi chiamò. E venni.

So già che la critica criticherà per una certa monotematicità, ma la critica si sa che è fatta per criticare.

Il Vocaboletano – #15 – Taluorno

Siamo giunti al 15esimo episodio del Vocaboletano! Come cos’è? È il corso di napoletano facile presentato da me e crisalide. L’avevo già detto? Va bene, non ditemi che è diventato un taluorno

Con questo termine si suole indicare una noiosa ripetizione, costante e fastidiosa, puntuale come una cambiale. Anzi, proprio una cambiale può essere considerata un taluorno. Può esserlo una rata. Le bollette. Il traffico sulla tangenziale delle 8 del mattino. Anche il collega assillante e fastidioso con l’alito di toner esaurito può esser qualificato come un taluorno.

Un tipico detto napoletano è Ogni gghiuorno è taluorno. Ascolta l’audio.

Non c’è una ipotesi unica sulle origini del termine. Una vorrebbe farla derivare dal un latino un po’ barbaro tal+urnus, per l’appunto ripetizione. Si tratta di una forzatura, a mio avviso.

L’ipotesi più plausibile è quella che ricollega taluorno al latorno, una litanìa ripetuta e incessante cantata durante le cerimonie funebri. Dal lamento funebre reiterato è possibile sia quindi avvenuto il passaggio, per estensione, a indicare una lagnanza continua.

La cosa interessante è che tale tradizione non sembra essere di origini Campane, bensì Pugliesi, dove esisteva il rito funebre de lu taluerno. Dal taluerno si è arrivati poi al taluorno in Campania.

L’accezione di “canto ripetuto” è presente nel testo di una delle canzoni napoletane più note al mondo, Funiculì Funiculà:

Lu core canta sempe nu taluorno
sposamme oi né

Infine, vorrei usare il pretesto del vocabolo per citare una poesia di Peppino de Filippo, in cui viene utilizzata in un verso:

Ingenuità
Papà me fa ‘na mazziata ‘o juorno,
che me ne ‘mporta? Seh… m’aggia fa’ gruosso!
Allora fernarrà chistu taluorno
e tanno have che ffa’ cu ‘nu brutt’uosso.
– Se sa, quann’uno è gruosso è meglio assaje,
te spasse, tiene ‘e solde, vaje suldato,
vide città ca nun he visto maje…
‘A verità? Pur’io me so’ scucciato.
– Chesto succede pecchè vuje tenite
‘nu pate sulo… Se capisce, allora.

‘O mio pure me vatte, che credite?
ma raramente, quanno vene ‘a fòra.
Pecchè chillo ca vene ogne matina
mme porta ‘e caramelle… ‘a fresellina.

Papà mi dà le botte ogni giorno
ma che m’importa, dovrò crescere
e allora finirà questo tormento
e in quel momento avrà a che fare con un osso duro
Si sa, quando adulto è molto meglio
ti diverti, hai il denaro, sei un soldato
vedi città che non hai mai visto
La verità? Anche io sono stufo
Questo succede perché voi
avete un solo padre. È comprensibile, allora.

Il mio pure mi dà le botte, cosa crede?
Ma di rado, quando torna da fuori.
Perché quello che si presenta ogni mattino
mi porta caramelle e freselline.

Il Vocaboletano – #11 – Ammuccarsi

Se qualcuno vi dicesse che questa è l’ultima puntata del Vocaboletano e voi gli deste credito, beh, vi sareste ammuccati una bufala!

Il Vocaboletano portato avanti da me e crisalide invece cresce con nuovi termini e prosegue (le puntate precedenti sono disponibili qui), con una novità: oggi tento l’esperimento di inserire anche l’audio, per far comprendere meglio l’uso dei vocaboli.

Oggi parliamo di ammuccare (o ammoccare), molto più spesso utilizzato nella forma riflessiva ammuccarsi.

Non ha nulla a che fare con le mucche: viene dal latino ad+bucca, dove poi la d e la b sono diventate delle m. Ha lo stesso significato dell’italiano imboccare, ma nell’uso dialettale ha assunto un senso figurato, riferito al mettere in bocca le parole agli altri.

Bisogna fare però attenzione! Chi si ammucca qualsiasi cosa gli venga detta è considerato un ingenuo, un credulone. Ammuccarsi, infatti, significa prestar fede alle fandonie altrui.

Il senso metaforico è chiaro: è riferito all’atteggiamento del sempliciotto che, restando a bocca aperta di fronte alle ciance altrui, si “pappa” senza fiatare ciò che gli viene servito.

Ascolta l’audio

Ad esempio la mia collega, CR, è una che se legge su internet che i semi di pompelmo aiutano a sgonfiare il girovita – non mi è ben chiaro come vadano assunti, se ingeriti interi, sniffati in polvere o inseriti per via rettale – lei si ammocca la cosa senza considerare se siano indicati nel suo caso e senza alcun tipo di esame che non sia l’autodiagnosi tramite Google.

Esiste però un altro significato che lo slang giovanile ha dato al verbo ammuccarsi.

In senso stretto indica infatti l’atto del baciare. Ma può anche intendere l’appartarsi per pomiciare: se, durante una festa, non vedete più un paio di persone e chiedete in giro che fine abbiano fatto, qualcuno vi risponderà che “Si sono ammuccati/Sono andati ad ammuccarsi”.

Ascolta l’audio

In senso ancor più esteso può riferirsi al concludere con successo una corte serrata. Un gruppo si amici potrebbe chiedere al soggetto in questione “Allora, alla fine ti sei ammuccato con quella?”, per la cui traduzione mi affido agli Elio e le Storie Tese: Allora come è andata con la tipa? Hai pucciato il biscotto o almeno hai limonato?.

Ascolta l’audio

Il soggetto potrebbe anche raccontar una balla e gli amici finirebbero per ammuccarsi una storia di ammuccamento.

Alla prossima puntata e non vi ammuccate bufale!

Non è che spedisci il computer in manicomio solo perché non connette più

Ci si accorge del valore delle cose quando le perdiamo. E ci si rende conto di quanto, nel quotidiano, diamo tutto per scontato salvo poi pentircene quando si realizza che nulla ci è dovuto e ci è garantito.

Sono due giorni che mi trovo senza connessione internet.

Il PdC (padrone di casa) è stato così gentile da impegnarsi domani a verificare con la compagnia telefonica e a promettermi uno sconto sull’affitto il prossimo mese.

In questi giorni non sono in formissima. Mi capitano piccoli inconvenienti, come questo della connessione internet.

Ieri, in ufficio, quando sono andato in bagno mi sono accorto che mi stavo pisciando sulla cintura. In pratica, mentre facevo ciò che facevo guardando in alto e fischiettando Firulì Firulero, la cintura slacciata penzolava sul davanti giusto in traiettoria del getto.


Vien da chiedermi perché noi uomini siam così svagati duranti la minzione. Anche nell’iconografia cinematografica, l’uomo al bagno è rappresentato compiaciuto e fischiettante, laddove la donna sulla tazza sembra invece sempre assumere l’espressione afflitta di chi è alle prese con gravi problematiche politico-sociali e anche un principio di ricrescita pilifera inattesa.


Può essere che la minzione da bipede eretto tipica dell’uomo conferisca questa sicumera o trattasi soltanto di un cliché?


Poco più tardi, ho rovesciato un bicchiere colmo d’acqua, a pochi centimetri da ben due ciabatte di prese elettriche, una sulla scrivania e una al di sotto di essa.

Uscito dall’ufficio, distratto dalle chiacchiere di Aranka Mekkanica (la mia collega che sembra timida e remissiva ma in realtà nasconde un’indole malvagia) che era con me, ho preso la metro nella direzione sbagliata.

A casa ho poi constatato l’assenza di connessione internet. Desideroso di vedere la Champions League in streaming, sono uscito alla ricerca di un bar o di un locale che trasmettesse la partita.

Purtroppo, dei posti che ho visitato nessuno trasmetteva la partita che mi interessava.

Però per strada, quando ero affranto e sconsolato, ho avuto questa apparizione:

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Convinto fosse un segno, sono tornato a casa sperando di ritrovare la connessione. Non c’era. Ho sfruttato un hotspot Telekom che forniva un quarto d’ora di internet free per vedere il finale dell’incontro.

Purtroppo le cose nella partita non sono andate bene e ho invocato invano il nome sulla targa dell’auto. E ho pensato che avrei potuto sfruttare quel quarto d’ora in modo migliore. Ad esempio per vedere un porno: solo che poi cosa me ne facevo dei 14 minuti restanti?

Non è che l’intercalare sia la parabola discendente di una squadra di Milano

Se hai la fortuna di trovare qualcuno che riesci a tollerare stringilo forte e non mollarlo [Antoine de Saint-Exupéry]

Conosco una persona che, mentre le stai raccontando qualcosa, per annuire ha come intercalare quello di ripetere “Eh”. Con tono secco, rapido, incalzante. Trasmette ansia, perché sembra che comunichi “E quindi? E allora? Muoviti, che mi annoia”.

Parlare ogni giorno con una persona così penso mi inibirebbe. O mi darebbe ai nervi.

Ho pensato che nella vita per andare d’accordo non contino soltanto le grandi cose. Anche particolari e abitudini possono pesare nella gestione di un rapporto.

Mi immagino la vita quotidiana:

– Cara, sai oggi al lavoro che è successo?
– Eh
– Ti ricordi quel collega
– Eh
– che è andato in viaggio di nozze
– Eh
– in Thailandia…
– Eh
– …e quando è tornato
– Eh
– …va be’, niente, vado a guardarmi Eroi del ghiaccio su DMAX
– Eh

Oppure, non potrei vivere con una persona che lascia posate e stoviglie sporche nel lavello dopo averle utilizzate.

La mia ultima coinquilina a Budapest era così. Era arrivata al punto di aver tutto il suo corredo di pentole, posate e piatti, impilato sbilenco e sudicio in una delle due vasche del lavello. E così per una settimana è andata avanti a cibarsi di cetrioli crudi e yogurt e cereali per la pigrizia di non lavare ciò che le sarebbe servito per un pasto decente.

Io le ho dissi più volte di prendere dalla cucina ciò di cui aveva bisogno: era roba già presente lì e non ne avevo certo utilizzo esclusivo. Ma non l’ha mai fatto, non so se per germofobia (ma considerate le colonie di batteri che lasciava crescere nel lavello, ne dubito), l’obbligo di dover poi pulire perché anche io in quel caso avevo necessità di usarle o perché, essendo vegetariana, era di quelle oltranziste che non vogliono utilizzare posate e pentole che hanno toccato carne.

La gestione di una casa è un’attività complicata e ci ci sono tante piccole cose che possono dare fastidio. C’è chi lascia gli aloni dei bicchieri sul tavolo. Chi non svuota la pattumiera. Chi lascia marcire le cose in frigo.

Poi ci sono quelli che non spengono mai le luci.
Madre è così.
Lascia la luce accesa in una stanza perché tanto poi dopo deve tornarci. Poi se ne dimentica o cambia idea ma la luce intanto rimane accesa finché non passa qualcuno. Abbiamo i consumi elettrici di una discoteca.

Mi chiedo in una scala di valori quali siano le abitudini che rendono le persone più intolleranti verso gli altri e siano fonte di conflitto.


La citazione iniziale è un falso. È tratta da Bojack the Horseman.