Non è che il solitario invidi il cambio della bici perché ha un sacco di rapporti

A volte provo un senso di colpa per il non aver mai coltivato relazioni con i parenti.

Non ho mai saputo da che parte iniziare. Non ho idea di come si costruisca un rapporto con loro.

Il fatto è che la famiglia te la ritrovi lì. Nessuno te li introduce. Nessuno te li fa scegliere.  Magari nulla ti dà qualcosa in comune. Niente ti spiega come devi rapportartici.

Con quel che non scelgo io ho difficoltà: quando seleziono una persona io so invece come comportarmi perché sono già tarato su di essa ancor prima di conoscerla.

Una volta una persona mi disse che le mie relazioni hanno valore perché io le persone me le scelgo; non so se sia vero o se fosse una presa per il mulo. Fatto sta però che il lato negativo di ciò è che si va a deprimere qualsiasi altro tipo di rapporto su cui non si è fatto investimento.

È proprio un comportamento del gatto.

La gente pensa che i gatti siano antipatici e anaffettivi. Il che è vero. Tranne che con la persona che loro hanno selezionato. Perché il gatto non te lo scegli tu: è lui che ti elegge a suo riferimento.


Riferimento paritario: il felino domestico non concepisce la logica padrone/animale.

 


Ci sono vari livelli di relazione col gatto: non è scontato che sia possibile scalarli. Uno stadio può rimanere lo stesso per sempre, per dire.

Lv I: Il gatto vi vede, soffia e poi scappa in un altro Stato – stadio “Mi fai schifo al gatto”;
Lv II: Il gatto vi vede, se rimanete a distanza non va via. Se gli lasciate il cibo, lui verrà a prenderlo ma solo quando vi sarete allontanati – stadio “Levati dal gatto”;
Lv III: Gli lasciate il cibo, lui si avvicina a mangiare in vostra presenza. Se però proverete a toccarlo scapperà – stadio “Non mi stare sul gatto”;
Lv IV: Il gatto si fa accarezzare, gioca con voi, vi si struscia addosso però manterrà sempre una certa indipendenza fissando dei paletti relazionali – stadio “Fatti comunque i gatti tuoi”;
Lv V: Senza che ve ne accorgiate il gatto ha preso possesso di casa vostra, del divano, vi si piazzerà sul computer quando dovete lavorare, vi farà noie sulle scatolette spingendovi a comprare quelle che più gradisce, etc. – stadio “E ora son gatti tuoi!”.

Ora che avete ben chiari i livelli, buon divertimento.

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Lettura consigliata

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Non è che sei un professore se rimandi a settembre

Ieri ho regalato un libro alla ragazza del Servizio Civile. Come pensiero di commiato, visto che questa settimana ho deciso di smettere di andare in sede causa assoluta assenza di attività e lei il 20 invece termina e parte per l’Erasmus.

La settimana scorsa ho tentato invano di elemosinare cose da fare telefonando a colleghi, ma mi sentivo rispondere sempre “Ne riparliamo a settembre”.


Vedete cosa fa il capitalismo? Prima ti fa odiare il lavoro poi ti costringe a pregare di fare qualcosa.

 


Le ho regalato un libro perché mi andava di fare un gesto carino, senza alcun interesse recondito. Più invecchio e più sento di voler semplicemente selezionare persone cui voler bene e che me ne vogliano. Oggi invece un’amica mi ha confessato che è contenta del nostro rapporto: non ci sperava più dopo che in passato per un periodo ci eravamo allontanati.

Forse sto diventando una brava persona.

Per riequilibrare mi concedo piccoli atti di cattiveria generica e astratta.

Insulto automobilisti con epiteti nei principali dialetti italiani. E cerco di impararne anche di nuovi, con la giusta cadenza.

Quando sono in fase di sorpasso con il lato destro occupato da un’altra vettura – e quindi senza poter rientrare immediatamente – e arriva quello lì da dietro che da 1 km di distanza inizia a sfalanare senza rallentare, a me viene da prendermela comoda. Appoggio il gomito alla portiera, alzo lo stereo, scenderei a prendermi un caffè se potessi. Voglio che quello dietro sappia che me ne batto i coglioni della sua idiozia, perché se io – inizialmente – non scompaio dalla corsia non è per indolenza ma perché non posso gettarmi su un’altra vettura. E se non vado più veloce è perché 130 è il limite, non 180 e i Tutor son pure tornati. Accetterei una tale fregola se avesse accanto la moglie in travaglio che scendendo le scale è caduta rompendosi la tibia che le ha anche lacerato la carne provocandole un principio di dissanguamento con lui invece che ha urgente bisogno di un trapianto di reni, ma dato che dallo specchietto non vedo nulla di tutto ciò ma soltanto un tizio con gli occhiali da CHiPs e uno stecchino in bocca, io me ne batto i coglioni.

Penso di avere già raccontato di avere una vicina che quando esco di casa e lei è in giardino, fugge. Si eclissa, puff. Non le ho fatto nulla, giuro. Questa storia va avanti da quando ero bambino. Una volta mi facevo problemi, rientravo in casa – o mi allontanavo da essa se stavo uscendo – il più velocemente possibile per non inibirla o impedirle di riprendere a fare ciò che stava facendo.

Ora non me ne frega nulla. Resto in giardino a contare le formiche con una tazza di tè in mano e un sigaro – di quelli cubani che durano due ore – nell’altra.

Perché va bene crescere e aprirsi al mondo. Ma non esageriamo.

Non è che puoi dare la colpa a una cattiva educazione se l’aria è viziata

Non so come sia possibile un tamponamento in fase di parcheggio eppure l’ho visto accadere: una 600 che nell’accostare dietro una Lancia Thema nuova all’improvviso parte in velocità e le parcheggia dritta nel bagagliaio. A giudicare dalla lucidatura della Thema – livello “addestramento Karate Kid” – il proprietario doveva tenerci molto.


Il guidatore della 600 non si è fatto male. Per adesso.

 


Entro a prendere un caffè al bar ancora ripensando a quel che ho visto.

Il bar, così come altri 3 locali in città, appartiene a un tizio cui non daresti 2 euro in mano. Infatti di euro gliene dai uno solo, il costo del cicchetto il venerdì sera. Questo tizio che nella vita probabilmente non avrà superato neanche l’esame della prostata maneggia più soldi ed eroina di quanti ne potrei vedere io nella mia vita. Di soldi, intendo: di eroina mi è sempre bastata solo Lara Croft.

Erano tempi difficili all’epoca della comparsa di Lara. La PlayStation era sì un oggetto di culto ma uno status ancora da sfigati e raccontare in giro di passarci il tempo era fare outing e ammettere di esserlo. Non è mica facile come oggigiorno, dove le persone dicono con fierezza di aver acquistato un 46 pollici 4k solo per attaccarci la console. Di riserva, perché poi per la console principale hanno un 72 pollici con impianto audio da concerto dei Prodigy.

Non ho mai ammesso di essere sfigato ma mi sono sempre comportato come se non ci fossero dubbi sul fatto che io lo fossi. Ho sempre prestato fede alla regola letteraria Show, don’t tell.

Sfigato sì, ipocrita mai.

Eppure c’era una professoressa che ogni volta che entrava in classe e noi ci alzavamo ci dava degli ipocriti: se fino a quel momento prima, durante il cambio d’insegnante, stavamo facendo chiasso – diceva – che senso aveva presentarsi poi composti e riverenti al suo ingresso?

Una volta però non ci alzammo e lei ci diede dei maleducati.

Insomma, persona*, deciditi! Non possiamo essere composti, coerenti ed educati allo stesso tempo!

*Un tempo avrei scritto donna, ma oggi mi rendo conto avrebbe forse un che di sessista. Dato che siamo tutti persone prima che uomini e donne, mi rivolgo a tutti come persone, appunto.

Una volta dissi quindi a una persona: “Tu mi sembri proprio una persona viziata”.

Speravo avrebbe potuto apprezzare il fatto che la mia analisi era rivolta al suo essere come persona e non fosse legata, superficialmente, a una questione di genere, ma lei si limitò a commentare con un “Vergognati!” che somigliava al “Ipocriti!” che esclamava la professoressa. Prima che potessi chiederle se nello specifico io dovessi vergognarmi come persona, come uomo o come mammifero dell’ordine dei primati – e in virtù della sua scelta impostare poi la mia arringa finale – scese dall’auto sbattendo la portiera con una forza da primato straordinario.

Quella notte però io dormii benissimo perché mi ero tolto un peso con quel che avevo detto: e realizzai che va bene sì mostrare e non dire, ma in certi casi è meglio tell e lo sanno bene in Svizzera dove lì è eroe nazionale.

Non è che serva consultare l’indice per leggere il pensiero

Scorro annunci di lavoro. Ce ne è uno che, tra gli altri requisiti, chiede Disponibilità ad operare anche in attività “su strada”.

Quel “su strada” tra virgolette mi lascia molto perplesso. Ma sarò io che mi lascio fuorviare dai miei schemi mentali.

Parlavo giusto oggi di una cosa del genere – schemi mentali, errore di lettura del pensiero altrui – con una persona, che poi sarebbe la ragazza del Servizio Civile che viene in sede solo perché è obbligata anche se non c’è niente da fare. E io non posso darle qualche attività perché non sto facendo niente neanche io.

Quindi impieghiamo il tempo con attività di consultorio: lei parla e io ascolto.

A me fa piacere quando le persone si confidano con me, vuol dire che mi trovano degno di fiducia. Oppure sarà che dato che difficilmente racconto i fatti miei pensano che io non vada a spifferare i loro, cosa che infatti non faccio.


Salvo poi usarli come spunto per i miei post qui ma è una cosa diversa, sono “licenze letterarie”.


Ciò che emerge dalle confessioni altrui che ho ascoltato negli anni è che il mondo delle relazioni è un mondo fatto di matti.

Un tizio che si punta un coltello alla gola – un coltello da burro – minacciando di uccidersi, al grido di “Se te ne vai io mi ammazzo”. Una simile sceneggiata che neanche un Mario Merola d’annata. Anzi, Mario Merola gli avrebbe rifilato un paio di sberle e l’avrebbe mandato a letto senza cena.

Un tizio che pipperebbe anche le strisce di un campo da calcio e che non riesce ad avere rapporti sessuali se non guarda prima un film porno. E dopo il rapporto, un altro porno perché sennò non riesce a prendere sonno.


Test clinici dimostrano che un buon porno può risolvere problemi di insonnia ma l’industria delle camomille non lo dice.


Un tizio che litiga con la propria ragazza e se ne va dalla stanza scalando come una scimmia il balcone invece di utilizzare la porta.

Una tizia che non vuole il cane sul letto quando dormono insieme. Il tizio dice Mi dispiace, il cane dorme con me, tu puoi dormire fuori, addio. E nessuno dei due che si è sognato di chiedere un parere al cane!

E infine la tizia del Servizio Civile che afferma di aver bisogno, ogni tanto, come valvola di sfogo, di litigare.


Comprarsi un punching ball secondo me sarebbe una soluzione migliore.


Solo che lui non raccoglie le provocazioni e fa spallucce e questo la fa innervosire ancora di più perché lei comincia a fare dietrologie sulle sue spallucce. Poi dopo per vendetta lui sparisce non facendosi sentire per una settimana.

Insomma, il mondo è un covo di gente svalvolata.

Lo dico sempre al tizio che vedo nello specchio la mattina e che mi copia le espressioni facciali.

Non è che Dante quando cucinava si fermava “nel mezzo del cumino”

Stamattina una signora è svenuta in treno. Un calo di pressione.

Spero non accada mai a me di sentirmi male in treno, perché con tutte le persone intorno desiderose di esser utili si rischia seriamente la salute.

1) Uno che ti afferra i piedi e li tira con uno strattone lussandoti l’anca,
2) Gente che si accalca intorno rubando ossigeno;
3) Uno che grida “Fate respirare, fate spazio!”;
4) Gente che si allontana per poi riavvicinarsi di nuovo e riprendere a rubare ossigeno;
5) Gente che comincia a estrarre da borse e zaini: caramelle all’anice, gomme alla menta, Goleador, crackers salati, Twix, Mars e Bounty, gallette di riso, ficcandotele in mano e dicendo Mangia qualcosa! Mangia qualcosa!;
6) Gente che in mancanza di cibo tira fuori medicinali a caso, Oki, Aspirina, Aulin, pillole anticoncezionali;
7) Gente che in mancanza di cibo e medicinali tira fuori bottiglie d’acqua dicendo Bevi! Bevi!. I più sadici ti mettono la bottiglia direttamente in bocca costringendoti a un waterboarding (non cercatelo su Google se siete impressionabili);
8) Gente che le bottiglie di acqua cominciano a mettertele sui polsi, dietro il collo, sotto le ascelle;
9) Gente che vedendo che la propria acqua non viene utilizzata né per bere né per rinfrescare te la spruzza in faccia;
10) Gente che ti parla contemporaneamente nelle orecchie: chi ti chiede se vuoi un’ambulanza, chi ti chiede se bisogna chiamare qualcuno, chi ti chiede se soffri di malattie cardiache, chi ti chiede se questo è il treno per andare a xyz. Non sapendo a chi rispondere rimani disorientato e le persone pensano che tu stia in stato confusionale per lo shock subìto;
11) Quelli che sentendosi inoperosi danno il proprio contributo al clima di solidarietà generale lamentandosi, perché Qui è tutto uno schifo, questi treni sono una vergogna, i trasporti sono una vergogna, l’Italia è una vergogna ma nessuno dice niente. Magari aggiungomo due parole pure sugli immigrati ché stanno sempre bene con tutto un po’ come il cumino che a Masterchef inseriscono in qualunque cosa.

Credetemi: star male in pubblico non è un grande affare. Ammalatevi a casa vostra!

 

Non è che se addenti due volte qualcosa poi ti penti perché è un rimorso

Ho guardato una partita di calcio del Mondiale che mi ha fatto pentire di averlo fatto. Era avvincente come un’autopsia. Il tempo che ho speso per seguirla non tornerà più indietro.

Nulla torna mai indietro, neanche i boomerang se non li lanci bene.

Sono un ostentatore di sicurezza. Predico l’arte dialettica del chi-se-ne-frega e la disciplina agonistica dell’alzata di spalle. Racconto alle persone, con tronfia sicumera, che il passato è ciò che ci definisce, che le esperienze, di qualunque tipo esse siano, fanno crescere, che tutto fa curriculum e che un uovo oggi non ti aumenta il colesterolo.

Dico che non bisogna mai pentirsi delle proprie scelte e che bisogna sempre tirar dritto. Tranne di fronte alle curve, in quel caso ci si adatta.

Ma quando rientro a casa e slaccio la cravatta – che non indosso mai ma mi piace il gesto che si fa per allargarla così lo faccio lo stesso – mi guardo allo specchio e mi dico che mento. A volte esclamo anche Che mento! osservandomi la barba che lo onora.

A me del passato frega eccome. E le mie spalle son forse troppo deboli per riuscire ad alzare abbastanza pesi.

Vivo nei tormenti. Vivo nella vergogna. Vivo in una portiera che sbatte e un messaggio di disprezzo. Vivo nell’errore e nella scelta sbagliata. Vivo nelle porte chiuse di cui mai si conoscerà l’altro lato. Vivo nell’ossessione che la via imboccata non sia mai quella giusta. Vivo. Sopravvivo al passato.

Un giorno qualcuno scoprirà la mia menzogna e la mia ipocrisia.

Quel giorno mi sentirò sollevato.

Non è che tu debba aprir la porta per fare un’uscita a vuoto

Negli ultimi tempi non ho molta voglia di uscire e fare cose, a meno che non si tratti di mangiare. La conversazione riempie la mente ma il cibo riempie molto meglio dice un antico proverbio ticinese.

Giacché però mi conosco e so che anche quando non ho voglia di far qualcosa poi la faccio e scopro di divertirmi, mi son fatto trascinare a una serata diversa dalle altre.

C’è questo tale che, in cambio di una cifra simbolica, apre le porte (e soprattutto la cantina) della propria villa per ospitare serate di musica e cibo da dita e degustazioni di vino.

La differenza tra il degustare e conciarsi di merda sta tutta nel modo in cui tieni il bicchiere in mano. Il risultato però è il medesimo: il giorno dopo non ricordi come ti abbiano riportato a casa.

A questi eventi si presenta molta gente strana.

Mentre parlavo con due amici, un tale ci si è seduto di fronte:

– È libera?
– Certo…
– Ma ci sono persone del posto, qui? Non ne ho ancora incontrata una…
– Non saprei…lei è autoctono?
– No no io vengo da (non capisco dove). Voi di dove siete?
– Io e lui (indico il mio amico) da Terra Stantìa. Lei (indico la mia amica) da Località-di-mare.
– Ah va be’ lei quindi è bagnata.

L’abbiamo ignorato mostrandogli il gelo emanato dalle nostre spalle.

Nel corso della serata è tornato più volte tra noi tentando di attaccar bottone ma ha avuto poco successo.

Conosco bene la paura di far una gaffe o un’uscita a vuoto, per fortuna ho un forte istinto di autoconservazione che mi porta a mordermi la lingua prima di dir cose irreparabili, sacrificando l’organo per un fine superiore, cioè mantenere la dignità.

È importante mantenere sempre la disinvoltura.

Mi sono presentato a uno che pensavo fosse il proprietario. Apriva bottiglie, mesceva vino, intratteneva persone.

Non era il proprietario ma un tizio che passava di lì. Ma sono stato disinvolto fingendomi una persona cordiale e socievole.

Una signora si è girata verso di me dicendo qualcosa mentre scendevo le scale. L’ho fissata con uno sguardo inquisitorio come a dire Chi sei e cosa vuoi?. Mi ha guardato quasi spaventata esclamando un ciao interrogativo. In realtà prima si stava rivolgendo alla sua amica dietro di me. Quando me ne sono accorto ho finto di aver sentito un rumore in un’altra stanza e sono scappato via. Sempre disinvolto.

Mentre ormai il vino cominciava a mietere le prime vittime, un tale con una camicia più brutta delle mie ci si è avvicinato battendo le mani – fuori tempo – e mimando mosse di danza, credo per invitarci a unirci a un ballo cui lui era l’unico partecipante perché tutte le persone erano a morire stravaccate da qualche parte.

L’ho ignorato fingendo di essermi ricordato di un mio commilitone durante la Prima Guerra Mondiale. Sempre con disinvoltura ma con un livello di difficoltà esponenzialmente aumentato dai gradi alcolici.

Siamo andati via dal luogo relativamente presto. Direi prima che la situazione si trasformasse in Eyes Wide Shut.

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Non è che il pizzaiolo nervoso abbia una diavola per capello

Stasera in piscina mentre ravanavo l’acqua cercando la famosa “presa” – che non trovo mai; lo scopo dell’atto natatorio sarebbe quella di “prendere” l’acqua ma a me sembra sempre di prendere ‘sta ceppa e una volta mi è successo anche di attaccarmi alla verga di un signore che mi ha attraversato la corsia – mi si è impigliato tra le dita un lungo capello.

Ho continuato a frullare le braccia seppur avvertivo il fastidio di una cosa tra le dita, col pensiero del contatto indesiderato con un altro essere umano, cosa paradossale perché in fondo tu lì stai condividendo la stessa acqua con altre persone e coi loro batteri e fluidi corporei.

Mi son chiesto a chi appartenesse: alla simpatica culona? Simpatica non so se lo sia, ma già il fatto che mi lasci passare avanti per paura di intralciarmi – unica – la rende personcina a modo. Culona è un appellativo affettuoso, anzi, complimenti per la sua steatopigìa che in vasca le consente un baricentro più spostato in avanti e una linea di galleggiamento migliore.

Purtroppo questa società così gender non è pronta per simili apprezzamenti sportivi, anzi, il gender fa credere alle donne che esser culone sia qualcosa da nascondere, evitare, guarire. E allora il governo precedente??????? #iostoconleculone


#sempredettoinmodoaffettuoso


#ancheparaculo

 


Forse il capello apparteneva alla scassapalle? È una tizia che sembra venga a farsi il bagnetto, ride, si ferma, intralcia, scherza col fidanzato che le fa il solletico sott’acqua.

Ci sono: forse erano della ragazzina insicura: al termine di ogni 25 metri dimentica sempre che serie di vasche bisogna fare e chiede conferma per sicurezza.

No, ho capito.
Era del tizio della grande verità, quello de “Il nuoto è uno sport completo”, che ha una massa di capelli che manco Antonio Razzi giovane.

Nello spogliatoio, dopo, mi ha fatto: “Quando sei proprio carico…hai bisogno di scaricarti”.

È un grande. Dev’essere allievo anche lui del Prof. Durbans, dell’Università di Scarborough. Il Prof. in questo frangente avrebbe replicato: “Quando ti senti scarico hai bisogno di ricaricarti”.


Ultimamente sono monotematico, non voglio far di questo spazio un blog acquatico – anche perché gatti e acqua non van d’accordo – ma è che ultimamente la mia allegria è in ferie a tempo indeterminato e ciò mi rende poco creativo.


Non è che l’auto elettrica se perde il controllo faccia un Teslacoda

48 vasche, boccheggio.
L’istruttore: Ancora troppo poco, non ci siamo
Io: Questo è il massimo che posso.
Che ti devo dire, ti auguro di migliorare, aggiunge lui con un velo di rassegnazione. Sì in effetti non ci siamo, non ho efficienza idrodinamica e per fare più strada acqua devo spendere il triplo di energie con uno spreco enorme. Come una vecchia lampadina a incandescenza che per illuminare un ripostiglio consumava i MegaWatt di un’odierna auto Tesla.

A pensarci è ciò che mi succede anche nella vita. Brucio tanta energia per un risultato minimo.

Quando cammino lungo strade che non conosco mi capita sempre di finire a fare il tragitto più lungo verso il posto dove devo andare. Quando me ne accorgo allora comincio a tagliare seguendo svolte e controsvolte che credo non facciano altro che allungare ancora il percorso.

Se ho un appuntamento, di qualsiasi tipo esso sia, comincio a prepararmi da un’ora a due ore prima a seconda dell’importanza dell’occasione. Per fortuna che non sono una ragazza: non devo truccarmi, depilarmi, fare le sopracciglia, scegliere cosa si abbina con i lacci delle scarpe e l’elastico delle mutande. Mi basta una doccia e al massimo una spazzolata alla barba per togliere qualche rondine che c’ha fatto il nido. Potrebbe sembrare che così io mi prenda le cose con tanta calma, in realtà è solo una fonte di stress ulteriore. Più è ampia la finestra di tempo del pre-appuntamento più mi stanco. Mi rendono felice le persone che mi dicono “Tra 10 minuti scendi”. Non mi danno il tempo di mettermi in moto e sprecare energie.

Faccio tabelle su Word se devo fare comparazioni. Case, viaggi, acquisti. In realtà è una pratica vantaggiosa per aver sott’occhio la situazione, ma delle volte basterebbe anche solo seguir l’istinto senza perdere due ore a raccogliere i dati utili e metterli in colonna.

All’università trovai un metodo di studio a me congeniale quando iniziai ad approfondire gli argomenti di un libro. Facevo ricerche, mi stampavo altre cose a casa, mettevo note e digressioni ai capitoli. In pratica, per studiare un libro ne dovevo imparare un altro.

Cucinare mi brucia tantissime calorie (se non altro è una cucina dietetica!). Mi servono 2 pentole, 3 fornelli, un mestolo, un piatto fondo, un piatto piano, un cucchiaio, una cucchiara, tre piani di appoggio e un’ora…per una frittata.

Facciamo che almeno per stasera scaldo in forno dei bastoncini Findus, va’.

Non è che se non paghi le bollette puoi fare solo appuntamenti al buio

Test clinici dimostrano che sempre più persone si rivolgono ad applicazioni e siti di incontri per trovare partner (occasionali o meno). In gergo – forse non tutti sanno che – questi siti e app si chiamano “dating” perché tu gli lasci i tuoi dati per farci fare ciò che vogliono, ricevendo in ricompensa un po’ di amore e/o sesso (se ti va bene).

E chi sono io per non interessarmi all’argomento? Chi non sono io per interessarmi all’argomento? Chi siete voi e cosa ci fate qui?

La risposta a quest’ultima domanda è semplice: per avere consigli su come creare un perfetto profilo per avere successo su questi dating.

La foto
La foto è la componente più importante. La scienza dice che chi ha una foto cucca di più rispetto a chi la foto non l’ha. E, sempre la scienza dice, una foto preparata con cura che lancia i giusti messaggi cucca più di una foto scelta a caso.

Attenzione: la foto non deve dichiarare i propri messaggi in modo aperto. Sempre quell’impicciona della scienza dice che i messaggi che l’occhio non coglie ma il cervello registra sono quelli che più fanno breccia.

Osservate la foto che ho scelto per il mio profilo (forse non tutti sanno che anche se è frontale si chiama sempre profilo).

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Innanzitutto ho affittato una location adeguata per farmi questo scatto. Chi cerca un partner che dia sicurezza questo lo nota e lo apprezza: non sto ostentando il mio potere economico, lo dimostro in modo sottile.

L’ambiente grezzo ma genuino mostra il mio carattere: non sono diverso da come mi mostro, di me ci si può fidare.

La posa. Sono operoso (la ramazza) e al tempo stesso gaudente e rilassato (il bicchiere di vino). Dimostro di essere una persona che lavora ma che sa anche godersi la vita.

Il fatto che io sappia usare la scopa serve anche da messaggio subliminale per un volgarotto gioco di parole intuibile ma che non sto qui a spiegare: in questo modo sono allusivo ma non apertamente, perché l’uomo che sa alludere senza essere volgare in modo dichiarato ha quel giusto mix di malizioso e intrigante che piace sempre.

L’outfit. La canottiera dimostra che sono una persona legata ai sani valori della nostra tradizione, che le nostre madri prima e le nonne ancora prima ci hanno tramandato. L’uomo che tiene alla famiglia riscuote sempre successo, perché è considerato serio e responsabile.

Attenzione, però: la canottiera di lana di capro effetto Vergine di Norimberga come quella dei nostri nonni darebbe segnali negativi. Sa di vecchio, di antiquato. Una donna non vuole un vecchio ma un uomo che sa mantenersi giovine. È per questo che ho scelto del cotone elasticizzato nero, mostrandomi sportivo e casual.

Il jeans strappato potrebbe significare tante cose: mi sono inginocchiato a cambiare una gomma, ho un animale esuberante in casa, prego molto. Ognuna potrà vederci quel che gli pare, perché bisogna sempre lasciare un po’ di spazio alla fantasia altrui: non si può mica servire la pappa pronta al prossimo.

La presentazione
La presentazione a corredo del profilo deve essere accattivante, un po’ misteriosa, non noiosa, divertente ma non da buffoni, umile ma presuntuosa, non lunga ma non un telegramma. Deve dire e non dire, incuriosire chi legge spingendolo a voler andare oltre e conoscere la persona che c’è dietro quelle parole. Si può anche utilizzare qualcosa di non scritto di proprio pugno ma tratto da un libro, un film, un’opera teatrale eccetera. Vale sempre la regola di essere originali: basta con Oscar Wilde e il Piccolo Principe!

Nel mio caso ho utilizzato una citazione che ben mi descrive: le avvertenze nel manuale di istruzioni di una cappa aspirante da cucina.

Il presente dispositivo non è stato progettato per essere utilizzato da persone prive di esperienza o conoscenze adeguate, a meno che non agiscano sotto la supervisione di una persona responsabile o che da essa abbiano ricevuto istruzioni relativamente all’uso del dispositivo.

Spero che questi pochi consigli che mi sono umilmente permesso di elargire vi possano essere utili con questi fatti di dating!

Non è che ti serva un rossetto grande per delle grandi labbra

– Senti, debbo domandarti una cosa
– Cosa?
– Allontaniamoci dalle persone
– Perché?
– Poi ti spiego

– Allora?
– Ecco…Io lì sotto sono normale?
– Eh?
– Sì…lì sotto…
– Beh direi di sì, sembra tutto nella norma, nessuna serpeggiante sorpresa virile né Demogorgoni che sbucano all’improvviso da varchi bui e umidi
– Non fare lo scemo. Mi sono guardata in bagno prima e ho come l’impressione…che se ne sia un po’ scesa
– Prego?
– Sì, come se fosse più flaccida…secondo te è possibile che se ne scenda giù?
– Ma cos’è che dovrebbe scendere?…Cioè intendi la parte esterna o quella interna?
– Cioè?
– Ok, sorvoliamo sul mio disagio a parlare di anatomia femminile a una donna. Partiamo dall’ABC. Saprai che lì l’apparato si compone di due parti più esterne e due parti piccole interne…
– Sì, io dico quelle ultime lì: è possibile che se ne escano fuori? Io non voglio, che schifo
– Beh alcune donne ce le hanno più sporgenti, di natura. Altre invece più piccole e ripiegate – che è il tuo caso -, insomma è genetica. Poi che si facciano più sporgenti con l’avanzare dell’età, non so, può accadere, non mi sono mai posto io il problema direttamente!
– No dai che schifo. E come fanno?
– Come fanno cosa?
– Come fanno a far sesso quelle che ce le hanno più fuori? Io mi vergognerei…
– Beh fanno lo stesso…direi

Questa conversazione avvenne realmente. Scoprii che così come esiste un mondo fatto di uomini e complessi fallici, esiste un mondo fatto di donne e complessi vulvari da me sottovalutato a causa della mia scarsa sensibilità.

Sono qui per correggere un errore del passato e analizzare più a fondo la questione.

Gli uomini possano trarre le loro considerazioni dal confronto reciproco e nelle docce e negli orinatoi affiancati, la donna, mi domando, ha modo di trarre conforto (o sconforto) allo stesso modo?

Detto in soldoni: sotto la doccia le donne fanno a gara a chi ha le labbra più corte? Io non credo. Inoltre, i bagni femminili sono sempre singoli e separati, il che pone un’altra questione: perché mai la donna non può usufruire di orinatoi affiancati dove poter, durante la minzione, gettar l’occhio sulla mercanzia della vicina e metter in mostra la propria?

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Donne felici di poter mingere affiancate

Terza questione: i libri di testo. Io ricordo che sul libro di educazione fisica delle scuole medie, nel capitolo riguardante l’educazione sessuale, la vulva era abbozzata poco più che come un taglietto nel pube. Sembrava un POS dove si striscia il bancomat.

Immaginate una ragazzina che si trova a far un confronto tra la propria vulva e quel taglietto disegnato: si sentirà mortificata come se avesse qualcosa di non conforme alla norma.

Ahimè, anzi, ahivoi, io mi faccio allora portavoce dei dubbi intimi altrui e così come esiste un mondo che giustamente si prende gioco di peni flaccidi e tozzi e ricurvi rendendoli, paradossalmente, sdoganati e normali, affermo che debba esistere un mondo dove si parli di vulve di tutti i tipi e ci si burli di loro. Perché il peccato originale sta nell’aver reso la fica come un qualcosa di eccelso e divino e aver innescato una corsa alla perfezione vulvare.

È ora invece di farla scendere dal piedistallo, perché essa – qui lo dico e non lo nego – è brutta.

Ma ci si consoli: la verità è che è brutta per tutte quante.

Questo avrei voluto dire a quella ragazza a quell’epoca e questo le sto dicendo in questo momento riscrivendo il passato e facendola di sicuro sentire meglio grazie alla mia nuova sensibilità.

Non è che in Argentina si scansino perché “Evita” per loro è importante

Ho un amico che ultimamente sembra non parlarmi più.


“Sembra” è un modo per dire che non mi parla ma non so se non mi parli per caso o per desiderio.


 

Non mi scrive, non mi cerca, se ne va ai concerti da solo. Potrei aver fatto qualcosa e in effetti sto facendo qualcosa in questo periodo, ma non capisco in che modo questo qualcosa possa influire su di lui e sul suo comportamento.

Potrei chiedere chiarimenti. Purtroppo chiarire è una delle cose che mi mette più a disagio in questo mondo. Seconda solo a quando busso alla porta di un bagno e nessuno risponde e poi entro e dentro c’è qualcuno intento a mingere.


Tra parentesi dovrebbe sentirsi lui a disagio ma chissà perché il disagio lo provo io. Il che mi induce a pensare che ci siano persone che non rispondono alla bussata proprio per mettere a disagio il prossimo.


Non sono bravo in questi frangenti.


Chiedere chiarimenti, intendo.


Allora taccio, mi eclisso, mi raccolgo nella mia propria intimità perché penso che se qualcuno vuol evitarmi io poco posso farci.

È la soluzione più comoda assumere un comportamento simile ed evitare il confronto. Io evito. Sempre.

Evito le persone per strada. Mi scanso assumendo pose matrixiane. Anche perché molti ormai non sanno più come si passeggia. Fissano il cellulare, parlano con qualcuno senza guardare avanti, guidano i passeggini come se fossero dei panzer tedeschi che invadono la Francia. Oggi una signora mi è passata sul piede col passeggino, mi ha chiesto scusa ritraendolo indietro e ripassandomi sul piede. Così, perché non aveva altro da fare.

Evito il traffico stradale introducendomi in vie laterali e infilandomi in giri tortuosi che mi fanno allungare il percorso. Vuoi mettere però l’aver evitato lo star fermo imbottigliato?

Evito autostrade e superstrade se posso percorrere una via piacevole da guidare. Ultimamente però il navigatore mi ha una volta portato in una zona che neanche i peggiori bar di Caracas e in un’altra mi ha condotto in una selva oscura. C’erano anche tre bestie ad aspettarmi. O forse erano degli abitanti autoctoni.

Evito di telefonare se posso scrivere.

Evito i farmaci se posso risolvere con un tè+miele+propoli+goccio di alcool. Evito questa brodaglia se posso riempirmi di paracetamolo.

Evito di toccare qualsiasi cosa una volta tornato a casa se prima non ho lavato le mani.

Evito di proseguire questo post.