Non è che non puoi perderti nei pregiudizi solo perché sono luoghi comuni

Ci sono una serie di aneddoti o curiosità che tutti ritengono veri ma che in realtà non lo sono. Pochi sanno che nel non-vero c’è in realtà del vero ma non ve l’hanno mai raccontato bene.

Con questo post spero quindi di far luce una volta per tutto su quel che i poteri forti non vogliono sappiate.

– Usiamo soltanto il 10% del nostro cervello perché il restante 90% non serve: è design.

– In Giappone gli insegnanti non si inchinano all’Imperatore perché sono gli unici ad aver capito che lui è un gran burlone e ama fare lo scherzo della saponetta a chi si piega.

– I tori sono innervositi dal rosso perché sono automobilisti indisciplinati e vanno sempre di fretta.

– Non tutti i girasoli seguono il percorso del Sole nel cielo. Alcuni hanno scoperto le lampade abbronzanti.

– Le unghie continuano a crescere dopo morti perché ancora non ci sono estetisti che offrono servizio funebre.

– Svegliare un sonnambulo è pericoloso per la salute. Di chi lo sveglia.

– Il pesce fa bene alla memoria perché con quel che costa è difficile scordarsene.

– La memoria dei pesci rossi dura tre secondi, perciò non prestategli denaro.

– I pipistrelli sono ciechi ma solo per truffare l’INPS.

– Il camaleonte cambia colore per farsi gli autoscatti da mettere su Instagram coi filtri anticati.

– Buddha non era grasso ma un falso magro.

– Lady Godiva girò nuda a cavallo. Il cavallo non ne fu felice perché lei aveva le mestruazioni.

– Che nel Medioevo si indossassero cinture di castità e un’invenzione dei secoli successivi. In realtà si utilizzavano le bretelle di castità.

– Maria Antonietta invitò il popolo a mangiare brioche perché aveva un’industria dolciaria. Questo i politici non lo dicono???????

– D’Annunzio non si fece asportare due costole per praticare l’autofellatio ma per avere più spazio per il pranzo di Natale.

– Einstein andava male in matematica. In particolare quando doveva pagare la sua parte di conto al ristorante.

– La birra fa ingrassare. Le tasche dei birrai.

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Non è che il tipo pignolo digerisca male perché mangia pedante

Per due notti di seguito ho fatto sogni molto strani.

Nel primo ero in pericolo. Non so per cosa, ma attendevo l’arrivo da dietro un angolo di qualcosa di molto pericoloso.

Appare un Rottweiler. Ho pensato Questo mi sbrana, ma poi ho ritenuto fare l’indifferente e, anzi, ostentare un sorriso sereno. Il cane ha tirato dritto e a tratti si guardava dietro impaurito. Man mano che procedeva si rimpiccioliva sino a diventare un Pincher.

Non era lui il pericolo.

Tiro un sospiro di sollievo e poi, voltandomi, le vedo apparire strisciando.

Un paio di bretelle.

Fuggo. Incontro un gruppo di persone e penso che dobbiamo mettere insieme un piano per fermare le bretelle prima che ci raggiungano e cioè quando il sole sarà completamente tramontato. Non veniamo a capo di niente, nel frattempo il sole è calato e le bretelle non si vedono. Mi affaccio per controllare e le bretelle mi sorprendono legandosi al mio braccio destro. Tento di scuotermi ma colpisco le altre persone che vengono anch’esse catturate dalle bretelle.

Siamo spacciati.

Le bretelle ci costringono…a ballare. Esse infatti trasmettono un ritmo al corpo che fa venire voglia di muoversi.

FINE

Le terribili bretelle striscianto-danzerine

Nel secondo sogno ero barricato in una stanza sempre con altre persone e dovevamo riuscire a bloccare l’arrivo di pericolosi…orsetti di peluche azzannatori, all’apparenza innocui ma che poi si rivelavano molto malvagi. Uno scienziato pazzo stava per liberarli dal cielo.

Idea regalo per i vostri bambini per l’Epifania

Il conto alla rovescia si avvicina man mano allo zero, proviamo varie password al computer – perché esiste sempre una password per bloccare tutto – ma non funzionano, fino a che, a 3 secondi dalla fine quando già si vedevano arrivare dal cielo i temibili pupazzi portati da mini-paracadute, ho un’intuizione: proviamo con Ragnarok come password! Rigorosamente senza aptang (ø) o dieresi o altri simboli nordici perché tanto lo scienziato pazzo è ignorante!

Com’è come non è, la password era giusta e i pupazzi arrivano a terra inattivi. Allora ho un’altra intuizione: dato che ne abbiamo preso il controllo, proviamo a scrivere SELF DESTROY nella console di comando e vediamo che succede. Incredibile ma vero, gli orsetti cominciano ad azzannarsi tra di loro fino a farsi a pezzi a vicenda.

Tranne uno, che prima mi si attacca coi denti a un dito poi mi lascia andare e fa una faccia pacifica e allora decido di lasciarlo sopravvivere.

E ho dimenticato di precisare che tutto quel che accade, l’arrivo dal cielo degli orsetti, la loro caduta al suolo, la distruzione reciproca eccetera, avviene all’interno della stessa stanza, come se fosse uno spazio interno ma esterno, cioè esterno e interno.

FINE

Mi sa che prima di andare a letto stasera prendo un bel digestivo. Bello forte.

Non è che il disegnatore attraversi sulle strisce a fumetti

Ultimamente in mezzo ai blog che seguo o, più precisamente, in mezzo a quella che è la cellula più attiva, mi sento in preda alla sindrome da spogliatoio maschile.

Tutti artisti. Tutti cui io guardo di sfuggita, metaforicamente, il pene. Comparandolo col mio.
Alidivelluto mi ha sbattuto in faccia il suo pisello, per chiudere il cerchio!

Molti disegnano.

Io non ho mai saputo disegnare, fatta eccezione per le scuole elementari quando i miei disegni venivano elogiati dalla maestra perché, al posto di disegnare la classica casetta con l’alberello e il sole, io disegnavo una casa che si spostava sulle proprie gambe, un albero parlante e un sole che, poverello, si lamentava della propria soletudine.

Purtroppo il mio stile è rimasto quello di un bambino.
Io lo so che è soltanto un inganno della mente, che tutti potremmo disegnare (certo non diventare Michelangelo), basta semplicemente spegnere la parte razionale del cervello e iniziare a disegnare con quella creativa. Forse prima dovrei disegnarmi un interruttore per switchare.

Com’è come non è, io disegno brutto.

E lo so cosa pensate: che non avete nulla contro la bruttezza né contro i brutti, sono persone come le altre. Anzi, voi avete amici che fanno brutto. Soltanto che, magari, potrebbero non ostentare la bruttezza. Facessero brutto in privato. Perché poi come spieghi a un bambino un adulto che fa brutto?

Ebbene, io da oggi rivendico il mio diritto a esternare la bruttezza e viverla in libertà. Per strada, sui mezzi pubblici, al parco. Ovunque.

Pertanto, voglio inaugurare una mie serie di strisce a fumetti. Brutte, ovviamente. Non so quanto durerà perché tendo ad annoiarmi presto di ciò che faccio.

Brutte strisce #1

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Non è che puoi menar il can per l’aia: al massimo ti dirà “bau”*


* Per una volta prendo un titolo in prestito, in questo caso è citazione di Corrado Guzzanti.


Ci sono persone che hanno bisogno di certezze nella vita.
Tipo sapere che la Terra stia continuando a girare intorno al Sole, che i Rolling Stones continuino a fare tour o che Leonardo DiCaprio continui a non vincere l’Oscar.

Una di queste certezze è appena crollata.


A scanso di equivoci e per restare fedele all’intento didascalico di questo blog, anche se c’è chi dice che la Terra non gira intorno al Sole (vi rimando a una esauriente letteratura reperibile in rete) io propenderei per considerare la vittoria di DiCaprio come caduta di una certezza.


Il mio personalissimo punto fermo che invece è venuto meno è che Ex² da oggi ha un cane.

La cosa mi tange nella misura in cui il possesso del cane abbia efficacia retroattiva: io sono quindi stato con una persona che, seppur gattara, un giorno avrebbe poi avuto un cane.


In realtà nella sua famiglia che io ricordi ne avevano avuto un altro, ma l’età del possesso effettivo dell’animale per me scatta quando ce ne si occupa direttamente.


Difatti anche quando ero io piccolissimo la mia famiglia ha avuto un cane, salvo poi io essere cresciuto un’intera vita in mezzo ai gatti.


Ciò fa aumentare a 3 le fidanzate che avevano a che fare con i cani. Le altre 2, esclusa quindi Ex², sono state cattive esperienze, imputabili sicuramente al possesso del cane perché io ho una mia teoria secondo la quale gattari e canari non possono stare insieme per differenti visioni di vita.


Ovviamente arriverà qualcuno a smentirmi parlando di felici coppie gattari/canari, gattari/canarinidi, canari/canarinidi e via dicendo. Buon per loro.


Questo episodio, seppur io e lei non stiamo più insieme da 3 anni e un paio di pannocchie, mi turba. È come se i già citati Rolling Stones si sciogliessero: fa niente che non ascolto più qualcosa di loro da 20 anni, mi turba lo stesso.

Una doverosa precisazione è che io non ho nulla contro i cani.


Seppur di vecchia concezione, l’atto di mettere le mani avanti oggi gode ancor più di maggior impulso, in un’epoca contrassegnata da scontri di valori su diverse materie: umanità, religione, sessualità e via dicendo. Premettendo di non avere nulla contro qualcosa si sgombra il campo dall’accusa di essere intolleranti, seppur poi inserendo nella successiva subordinata un’affermazione inconfutabilmente intollerante.


Escluso da questa regola resta in modo ignobile il cibo, sul quale si possono apertamente dichiarare intolleranze o lanciare accuse di perniciosità per la salute.


Ricordiamoci però sempre che la prima causa di morte resta la vita stessa. Soltanto dopo viene tutto il resto.


Ho conosciuto cani simpatici.

Sono i padroni a volte a essere idioti.

Avere un cane non ti rende idiota, ci mancherebbe. Ma così come, ad esempio, un’automobile non ti rende idiota ma esistono idioti che esplicitano la propria idiozia con l’automobile (il tipo con gli abbaglianti che ti acceca dallo specchietto, per dire), ci sono idioti che estrinsecano idiozia col cane.

Mi riferisco a quello che porta in giro senza guinzaglio in pubblico un cane della grandezza di un puledro, probabilmente per mostrare al mondo la propria potenza di essere umano capace di esercitare un biblico controllo e dominio sulle bestie.

Oppure la sciura che, con la sua bella bustina, raccoglie le deiezioni del proprio cane per poi gettare il tutto nella prima aiuola che trova, forse pensando che l’utilità del sacchetto sia appunto quella di confezionare, a mo’ di pacco regalo, il prodotto del proprio animale.

Sperando di far cosa gradita, un giorno vorrei farle trovare fuori la porta il contenuto della lettiera dei miei gatti, ovviamente confezionato come neanche una commessa di Lush potrebbe fare.


Dovrò prima però imparare da una commessa di Lush.


Una cosa invece fastidiosa che fanno i cani è quella di annusare tra le gambe.
E l’idea che lo faccia anche con la propria padrona mi dà ancor più fastidio: sarò possessivo, ma non è carino pensare che, mentre stai con una persona, c’è qualcun altro che metta il naso tra le sue zone intime (ginecologo escluso, ovviamente).


Sulla cosa del ginecologo avrei aneddoti su mariti che esigono che le proprie mogli si facciano visitare esclusivamente da medici donna e mogli che vanno da ginecologi maschi di nascosto per tal motivo.


E, no, non si tratta di integralisti religiosi ma di persone di una dichiarata mentalità progressista. A detta loro.


Adesso che so che Ex² ha un cane penso che non avrò mai più possibilità di vederla.

Se volessi chiederle, un giorno che mi trovassi in Italia, di vederci per un caffè e parlare serenamente come qualche volta abbiamo fatto, non potrò fare altro che pensare che potrebbe avere peli di cane addosso, odorare di cane, magari si presenterebbe addirittura con il cane al seguito!

Considerando la vita media di un cane e augurando tutto il meglio all’animale, direi che dovrò aspettare almeno una ventina d’anni circa per incontrarla di nuovo.

Ho il cuore a pezzi: oggigiorno le certezze crollano come le mura di Pompei e non ho manco un commissario straordinario o un sovrintendente da nominare per gestirle affinché cadano in modo commissariato o sovrainteso.


Avete mai fatto caso che in Italia per risolvere un problema basta nominare un commissario straordinario?


The Gintoki Show: un’intervista da dio

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Il fulmine di Zeus nella sigla è interpretato da uno stuntman professionista, quindi don’t try this at home

Siamo giunti alla terza puntata – ebbene sì, qualcuno ha pagato per far proseguire questo show – del Gintoki Show. Potete rivedere le puntate precedenti qui e qui, ma guardatele dopo aver visto questa, perché sennò se andate subito poi rischiate di perdervi questa qui e non trovarla più.

Questa sera, dopo aver ospitato in precedenza un venerabile Faraone e una Venere del calcio, come potevamo far di meglio? Ma ospitando direttamente il Re degli Dei, è ovvio! Gente, ecco Zeus!

G: Per rompere il ghiaccio comincio così: innanzitutto ti ringrazio per aver concesso questa intervista. Immagino che essendo divinità tu sia molto oberato di impegni. Come riesci a conciliare con l’attività sul blog?
Z: Ti ringrazio a te per l’ospitalità e, vista la cortesia, uso un po’ del ghiaccio rotto per l’ambrosia. Hai ambrosia? Se no va bene anche una birra calda.
Per tornare alla tua domanda: ho la fortuna di essere un manager oculato. Truccando le pagliuzze ho sbolognato le rotture più grandi, acqua e inferi, a Poseidone e Ade. A me rimane solo il cielo e il tuono, non proprio un lavoro a tempo pieno.
Rendo breve ciò che è lungo: scrivo sul blog per noia.

G: Ho una Tuborg lasciata al sole, anche se credo tu non intenda ciò per birra calda…
Sono curioso: la noia incrementa la produttività scrittoria, quindi mi dici?…È molto leopardiano. E so quel che dico: di felini me ne intendo!
Z: Io intendevo una Ceres… ah ah ah *matte risate*. Questa mette KO tutto l’Olimpo ogni volta che la dico. Ridono se no li fulmino, ma tant’è.
La noia è uno stimolo potente, anche se non sembra. L’ispirazione è passeggera: che scrive vive del lampo di genio, sfruttando il momento buono fino allo stremo. E si finisce senza parole o idee.
Io no. Scrivo per noia e perciò con la costanza tipica dei Testimoni di Kingu, quelli che bussano al tempio alle 7 di mattina.

G: Questi Testimoni di Kingu mi ricordano qualcuno con la stessa abitudine.
Restando sulla scrittura (un gentile dono agli umani da parte di Prometeo, a proposito, l’hai perdonato per quella storia di averti fregato l’accendino?), ti sei concentrato spesso proprio sull’analisi del modo con cui il blogger vi si approccia. Sono spunti per una semplici riflessione o vogliono anche essere dei semi lanciati affinché germoglino in un qualche cambiamento in ciò che leggi?
Z: Guarda, so con certezza che,a Prometeo, il rimorso sta rodendo il fegato. Spero stia bene, veramente, certe situazioni ti mangiano vivo.
Sì, quando non sparo minchiate o anestetizzo il mondo con la mia musica, cerco di guardare il comportamento dei blogger. Sono una razza strana, interessante. Nuova, se vogliamo. Diversi dal popolo di facebook e, proprio grazie ad internet, possono ambire a più notorietà e influenza… che ne carbura l’ego.
Ecco il perché delle mie sono riflessioni, spesso scoordinate: vorrei è un cambiamento di rotta, un po’ di qualità&contenuti, e anche un pizzico di autoironia, in più.

G: Eppure, nonostante la diversità dal popolo di facebook, come hai fatto notare anche tu in un tuo post, sembra che il blogging a volte assuma connotati molto da social network. La stessa nuova impostazione grafica di WP sembra ricalcare tale dimensione 3.0. Per carità, io poi non me ne intendo, non sono un grafico (infatti in spiaggia non mi capita mai che una ragazza mi veda e si giri esclamando “Però, che grafico quello lì”). Mi piace però lo spirito che hai: sii il cambiamento che vuoi vedere nel blogging.
Z: Sto cercando di portare, nel mio piccolo, un cambiamento… e non vorrei essere scambiato per arrogante per il mio essere il Capo degli Dei. Sono ancora l’umile dio che ha sconfitto i Titani.
Le collaborazioni con il Faraone nei Grandi Antichi e con Cineclan sono la mia idea di nuovo blog/blogger: personale E comunitario. Le idee fluiscono.

G: Le iniziative “open source” sono molto interessanti: oltre a quella col faraone (qua il progetto Grandi Antichi) e quella con cineclan (qui l’inizio della serie), ne hai qualche altra in cantiere o che vorresti realizzare? Mi compiaccio comunque che la battaglia coi Titani non ti abbia dato alla testa. Ma c’è stata invece un’occasione in cui qualcosa invece ti ha dato alla testa (non vale l’alcool)? Quella volta magari che hai saputo che i Tool suonavano vicino e non ci hai capito più nulla dall’esaltazione, per dire?
Z: Al momento, oltre a questi progetti, sto portando avanti alcune iniziative personali (di cui mantengo il riserbo). Altre iniziative da realizzare? Ho già accennato una mia idea a qualcuno (no spoiler adesso), ma per il resto: chi ha idee è libero di contattarmi. Senza andare indietro fino a Ercole (il Chuck Norris dell’epoca), direi che il traguardo è il 13 giugno 2016 all’Arena di Verona: tour di addio dei Black Sabbath. Una cosa da far tremare le vene dei polsi.

G: Parlando di musica e concerti, il più bello cui hai assistito o quello che è stato proprio come un’esperienza mistica (anche se per la presenza di una divinità come te sono tutti mistici! )?
Z: Mi stai chiedendo di scegliere fra i miei figli con i concerti eheh. I concerti di Heaven & Hell e Ozzy Osbourne (o i Rotting Christ) sono stati grandiosi, intensi, li attendevo da anni.
Fra tutti i concerti dei Down che ho visto sceglierei quello del 2008: è stato liberatorio. Mi hanno stupito gli Anaal Nathrakh, un concerto così brutale e così cattivo da essere un calcio nei denti. Incredibile. Un grandissimo concerto, non metal, è stato quello di Bruce Springsteen: 3 ore di esaltazione e rock.

G: Mi rendo conto fosse una scelta molto difficile, ma ne sei uscito alla grande. A proposito proprio invece di calci nei denti e di Chuck Norris, visto che hai trattato a volte l’argomento, se dovessi fare una classifica di film “muscoli e sangue” (categoria che mi sono inventato ora), quale sarebbe la tua lista di preferenza?
Z: Diciamo che sull’Olimpo sono rinomato per dare un colpo alla botte ed uno alla ninfa ahaha. ‘Ste battute fanno tremare quei bifolchi perdenti dei Troiani.
“Lacrime e sangue”? Sarò scontato, ma un Terminator (il primo) mi da sempre gioia, come anche un film di guerra. Se voglio la poesia assoluta dell’ignoranza (detto con rispetto assoluto) i vecchi film anni ’80 di Bruce Willis o Kurt Russell o L’Armata delle Tenebre… o Machete… Troppi da elencare tutti.

G: Sapevo non mi avresti deluso, infatti mi hai piazzato lì un John McClane (il personaggio di Willis) taaac! Beninteso, dimenticherei l’ultimo Die Hard, se sei d’accordo.  A parte Machete, comunque, noto che non sono film recenti. Colgo l’occasione per farti allora questa domanda: ritieni che un certo tipo di cinema, così come anche per un certo tipo di musica, abbia perso qualcosa rispetto al passato? E, connessa a questa domanda butto lì quest’altra: sei  un rocker nostalgico, della serie “Era meglio un tempo” oppure rispetto al nuovo ti poni con interesse e curiosità?
Z: La delusione è un fattore fondamentale sul mio blog (Ysingrinus docet). L’ultimo Die Hard è scarso, perde il confronto con la poesia bolsa e dopata di Voltaren di The Expendables.
Il cinema sta producendo cose buone anche adesso (è innegabile), ma quell’ignoranza degli eighties (con le buone storie connesse) non è replicabile. Il troppo politically-correct sta distruggendo il cinema bruto e d’azione. Adesso, in un film, sentire “vaffanculo John” (detto al capo di Polizia) o altre volgarità assortite è impensabile in un film che non sia comico/demenziale di seconda fascia. Stessa cosa per la musica. Si è persa l’innocenza già negli anni 60/70… ma almeno negli anni passati c’era tanta qualità quanta merdazza fetida. Il rapporto, adesso, pende più per la seconda.
Sono sempre curioso delle nuove uscite, ma se voglio “andare sul sicuro” o l’album “vincente”, prendo un disco del passato.

G: E se dovessi mettere su una super band, chi sceglieresti come componenti tra i musicisti che stimi?…Altra domanda “scomoda”, qualche figlio subirà un torto!
Z: Mi stai chiedendo l’impossibile… fortunatamente sono un Dio.
Provo a fare una formazione standard:
– BATTERIA: Carter Beauford (Dave Matthews Band) / backup: Richard Christy (Death)
– BASSO: Geezer Butler (Black Sabbath) / backup: Steve DiGiorgio (Death To All / Testament / Sadus)
– CHITARRA: Tony Iommi (Black Sabbath) & Dimebag Darrell (ex-Pantera) / Ritchie Blackmore
– VOCE: Phil Anselmo (Down / ex-Pantera)

G: Mondogatta! Che supergruppo. Ancora una volta, impossible is nothing per te.
Ne verrebbe fuori un concerto da sogno…o da incubo per chi non apprezza il genere (blasfemi!) ehehe.
Com’è il tuo rapporto con gli incubi? Ricordo ne hai anche raccontato sul tuo blog…
Z: A parte il defunto Dimebag, sarebbe una lineup atomica. Secondo me molto più da incubo (blasfemissimi). Ma, a noi, l’incubo piace.
Non so se definire i miei sogni sei veri incubi o solo dei sogni inquietanti. C’è un particolare però: me li ricordo spesso e le trame, oh le trame!, sono incredibili. Devo ancora capire come ho fatto a sognare un gerarca nazista morto che veniva giù da una collina su una sedia a rotelle.
In ogni caso, gli incubi che do agli umani sono ben peggio! *ahahaha*

G: Sì ma gli umani in fondo se li meritano. Cioè prendi Poseidone, fu provocato da Ulisse e il minimo che potesse fare è farlo poi vagare 20 anni (che secondo il codice olimpico è la pena minima mi risulta) nel Mediterraneo.
Nei tuoi racconti trasferisci un po’ il contenuto di queste sequenze oniriche notturne? Oppure, quanto ci metti di “vissuto” nella tua fase creativa?
Z: Io avrei fatto venire gli incubi ad Enea… quel codardo è scappato facendo finire presto il mio epic-movie preferito. Speravo in più battaglie ma niente. E, comunque, Poseidone ha il senso dell’umorismo un po’ annacquato.
Nei racconti lunghi non ci metto molto dei sogni/incubi: il masterpiece Capra Diddio è al 90% opera creativa di Lord Baffon II… io mi limito ad aggiungere il 10% e lo scritto, mentre nei Grandi Antichi l’opera è un delirio condiviso fra il sottoscritto e Ysingrinus.
Dove metto qualcosa di “vissuto” – anche se talmente mascherato e distorto da non capirsi – è nei racconti brevi.

G: Enea era proprio un figlio della sua città!
E con questa direi proprio che siamo alle battute finali.
Comunque, vorrei che oltre a quanto già detto in questa intervista ci raccontassi chi è Zeus per chiudere il cerchio (o il quadrato, fai tu). E, visto che l’hanno affrontato anche i tuoi predecessori, tocca anche a te il giochino che vanta il peggior numero di imitazioni. Descriviti inserendo nel testo questi tre elementi: brodo di pollo, Babbo Natale, puritanesimo. Ci sarebbe anche un’altra cosa: ci vorrebbe un bel consiglio musicale non richiesto per i lettori, come la tua famosa rubrica. Il problema è che questa sarebbe una richiesta, quindi ne invaliderebbe il senso! Quindi facciamo che io te lo chiedo, poi dalla regia questa la tagliamo e tu allora dai il consiglio e io dico ma che bella idea!

Z: Enea era proprio un figlio della sua città. Anche se non riconosciuto, vista la tendenza della città ad aprire le porte ad un mirmidone qualunque.
Chi è Zeus? Zeus è IL dio dell’Olimpo, colui che regna e che, al contrario di Babbo Natale, non vi porterà doni o simpatia. Zeus guarda, ghigna (ma non ride) e si incattivisce di fronte alle cose più inutili. Quali? Rinunciare a grigliare il pollo e farne una gustosa mangiata per creare un brodo di pollo sciapo e inconsistente. La peggior bestemmia che si potrebbe immaginare in queste lande antiche; anche se, a dirla tutta, gli antichi greci non erano sostenitori del puritanesimo del New England, quindi la bestemmia non può essere annoverata come tale.
Visto che siamo alle battute finali, mi permetto di far scendere il già magro share che ho in questa intervista e, inoltre, di farti perdere adoranti lettori e seriosi follower: ecco perché un consiglio musicale ci sta sempre bene. Soprattutto se viene ascoltato da cima a fondo.
Voglio andare sul classico e non cercare qualcosa di estemporaneo, perciò ecco a voi… i ROTTING CHRIST – ZE NIGMAR (a quanto si dice è una parola aramaica e potrebbe significare “è finita”. La canzone fa riferimento ad una delle ultime parole di Cristo in croce).

Ma che bella idea…Ach! Mi ero scordato che eravamo in diretta! Ehm, grazie comunque! Signore e Signori, il grande Zeus!

Timorati del domani, timorati dei Timoria. Ma non tutti i Mal vengono per nuocere

Qualcuno ricorda i Timoria? Spero di no, per il vostro bene.

Questa mattina mi sono svegliato con in testa il loro tormentone Sole spento.
Che bel risveglio!

È lodevole da parte loro, comunque, esser riusciti a costruire un’intera canzone solo sulla rima in -ento, con la variante dentro nel secondo verso, quando Pedrini canta e tutto sommato provo a starci dentro, che sembra una frase di un tamarro di Quarto Oggiaro: minchia fratello, provo a starci dentro, bella lì.

Dicevo che mi sono svegliato con in testa la canzone, ripensando a certi giorni in cui mi sveglio con la sensazione di essere completamente scarico. Tra aprile e maggio mi capita di convivere con sonnolenza, stanchezza, irritabilità e umore altalenante.

Ho iniziato ad assumere (con contratto a progetto) fiale di pappa reale, polline e ginseng. Che sia efficace o meno, credo sia un intervento tardivo. Per risultati stimolanti immediati dovrei forse ricorrere a un pusher.

Ho scoperto che lo definiscono mal di primavera, ma io sono un po’ stanco che si trovi sempre una definizione che coincida con “mal” per qualunque cosa, hanno cominciato con Mal dei Primitives e non si sono fermati più.
Tutto mirava ad arrivare alla battuta.

La camicia nella foto di copertina sarebbe oggi illegale in diversi Stati

Lui piantò una ragazza, ma non attecchì per via del terriccio.

Il mio coinquilino resta per me fonte di curiosità e riflessione.

Breve riassunto delle puntate precedenti:
Il nostro eroe Gintoki si è trasferito nella ridente-e-a-volte-piangente-e-a-volte-né-l’una-e-nell’altra-ma-solo-il-lunedì-mattina Roma. Ha una accogliente stanzetta e un confortevole bagnetto in un appartamento dove vive un placido e tranquillo 45-50enne.

Non ho ancora ben capito cosa faccia di preciso nella vita, se non che sia una sorta di produttore, regista occasionale, curatore di festival cinematografici. Ma in sostanza sulla carta d’identità mi chiedo cosa abbia scritto. Probabilmente “artista”: come faccio a dirlo?Beh, come tutti gli artisti si sveglia la mattina quando gli pare e si avvia al lavoro non prima delle 10 e poi torna a casa sempre quando gli pare. Ditemi chi se non un artista ha simili flessibilità orarie!

Vive a base di Saikebon (che per chi non lo sapesse sono i noodles istantanei che per scelta commerciale hanno chiamato “nudolini”, che a me tale nome fa pensare a tutto tranne che alla pasta), eppure ha una dispensa e un frigo pieni di roba, tanto che ogni volta provo vergogna per il mio ripiano semivuoto e decorato da un limone rinsecchito, due uova e una busta di pomodori. Composizione che forma una natura morta, anzi, putrescente.

È germofobo peggio di me. Quando sono risalito su, portandomi dietro un bel raffreddore, e ci siamo incrociati in casa, mi ha chiesto, un po’ preoccupato: Ma è solo raffreddore o una qualche forma influenzale? Quando gli ho detto che era un banale raffreddore si è rasserenato.

L’altra sera ci siamo incrociati in cucina: non ci becchiamo molto per casa, a parte sporadici attraversamenti di stanze accompagnati dal suono di un Ciao come va? che l’eco di un corridoio fa sembrare un discorso molto più lungo.
Butto lì qualche convenevole perché mi pesa il silenzio quando si condivide uno stesso spazio per più di 10 secondi.
Io: (mentre lavo una tazza e un bicchiere) Tutto bene?
– Tutto bene, grazie.
– Sai, ieri ho seguito il tuo consiglio, ho approfittato del giardino e del sole e mi son messo lì a lavorare al portatile.
(sorridendo) Ah, mi fa piacere tu abbia gradito.
– (non so come ma ho risporcato la tazza e mi tocca rilavarla quindi debbo continuare a parlare) Poi all’improvviso è piovuto un pallone dal cielo, non m’ha preso per poco (c’è un campo sportivo dietro casa).
– Ah sì? Ma tu pensa. L’hai ributtato dall’altra parte, immagino.
– Sì. Fortuna non ha colpito le piante.
– Eh, purtroppo capita, ogni tanto trovo qualche pallina da tennis che ributto di là, poi ho un pallone bucato nel ripostiglio…ah hai visto che la peonia è in fiore?
– Ehm…quale è la peonia?
– È impossibile tu non l’abbia vista, vieni, te la mostro.

Confesso e ammetto tutta la mia ignoranza botanica e floreale, ma io so distinguere solo ortensie, rose e margherite. Tutto il resto per me è classificabile come
1) pianta
2) bella pianta
3) pianta con fiore

Bene, fatto sta che dalla peonia è stato poi un buon venti minuti a illustrarmi le piante del piccolo (ma verdeggiante) giardino, con dovizia di particolari. Probabilmente non parla molto dei suoi hobby privati e aveva voglia di condividere.
Mi son chiesto se ne parli alle donne. Perché in tutto questo, mentre io lo ritenevo un asessuato, lui sembra invece non esserlo, almeno a giudicare da una sera in cui sono rientrato a casa e lui cenava con qualcuna in salotto.

Poi non so che fine abbia fatto questa, non si è più rivista per casa. Forse, visto il pollice verde, l’avrà piantata.
Ebbene sì, anche questa volta, caro lettore, tutto il post mirava ad arrivare alla battuta del titolo.

8 indizi per identificare un insoddisfatto cronico da uno che va be’ dai è più normale anche se a volte rompe le palle

L’espressione serena e rilassata di un tipico esemplare di persona soddisfatta

Come cantava il vecchio Frankie hi-nrg, sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi: gli insoddisfatti cronici, il dito nel sedere molle del pianeta che a sua volta ha un dito nel sedere degli insoddisfatti. Non si spiegherebbe altrimenti quel loro perenne atteggiamento di fastidio misto a una sensazione di stitichezza viscerale.

La piccola guida che segue contiene gli elementi per identificare e distinguere gli insoddisfatti cronici da quelli che semplicemente si son svegliati una mattina per caso con la luna storta, magari perché han mangiato pesante la sera prima. Attenzione: se vi riconoscete in anche solo uno degli elementi di questa lista, cominciate a porvi delle domande (come ho fatto io che mentre scrivevo ho cominciato ad avere dei dubbi su me stesso).

Nota bene: il post è ironico e scherzoso e prende di mira chi tendenzialmente si comporta da scassapalle senza ragione: non intende prendere in giro chi invece soffre di un malessere serio.

    1. L’insoddisfatto cronico è come quel soprammobile che vi hanno regalato e che non potete gettar via perché era una bomboniera di vostra zia Clodovea che ci tiene tanto, poverina, anche se la vedete solo a Natale e a Pasqua (ma solo negli anni bisestili): dovunque lo mettete, sta male. Si sente fuori posto, non si trova a proprio agio, sta scomodo, non sta bene.

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      L’incomparabile e sempiterna bellezza di questo perfettamente inutile geco multicolor da me comprato in quel di Barcelona, che non può esser collocato in alcun posto a meno di non vivere in una casa disegnata da Gaudí, cosa che crea in me somma insoddisfazione

    2. L’insoddisfatto cronico 2.0 sfrutta internet come megafono del proprio malcontento. Scrive su facebook per lamentarsi della pioggia quando piove, del sole quando c’è il sole, delle nuvole quando il tempo è così così e non si capisce se voglia piovere o schiarire. Coloro che sono in grado di scrivere testi più lunghi di un sms aprono un blog, dove far scorrere fiumi di parole lagnose come i Jalisse e confrontarsi con altri insoddisfatti che giungeranno a commentare offrendo la propria empatica partecipazione.
    3. L’insoddisfatto cronico è stato morso da un Enrico Ghezzi radioattivo che era stato esposto a raggi Sgarbi durante un esperimento per clonare un Joe Bastianich potenziato: insomma, critica, si sente in dovere di farlo e in diritto di dirlo a tutti. Il risotto non è ben cotto, l’insalata è salata, gli amplificatori son poco sonori, la trama è grama (non mi venivano altre rime): nulla è di suo gradimento perché tutto è imperfetto, sbagliato, non incline ai suoi gusti eccelsi e sopraffini.
    4. L’insoddisfatto cronico ha il dono della preveggenza. Dovunque lo si sta conducendo, sa già che non si divertirà, che non mangerà bene, che non si troverà a proprio agio e via dicendo.
    5. L’insoddisfatto cronico entra in crisi quando si trova a dover ammettere con sé stesso (e anche con gli altri) che le sue previsioni erano sbagliate. È statisticamente impossibile che nulla possa accontentarlo: prima o poi si divertirà, prima o poi farà qualcosa che gli sarà piaciuto. I più bravi hanno un diploma all’Actors Studio per l’aver imparato a dissimulare il proprio entusiasmo e non darla vinta al prossimo.
    6. L’insoddisfatto cronico ha la sindrome da risveglio del lunedì mattina applicata a tutti i giorni della settimana, sabato e domeniche comprese. Alcuni membri della comunità scientifica contestano la classificazione di sindrome del lunedì, chiedendo che venga invece coniata una nuova definizione a parte, cioè “sindrome del risveglio e basta”. Finora sono rimasti inascoltati e quindi insoddisfatti.
    7. L’insoddisfatto cronico, contrariamente a quel che si può pensare, è un animale sociale. Predilige la compagnia delle persone, prospera nei luoghi frequentati, spesso ha un partner (anche se non a lungo perché tende a eliminarlo per sfinimento). In assenza di compagnia non avrebbe come e dove sversare il proprio flusso di lagnanze.
    8. L’insoddisfatto cronico è un fine stratega militare: degno interprete dell’arte della guerra di Sun Tzu, finge di autosabotarsi mentre in realtà prepara un’astuta trappola per liberare il proprio potere lagnoso. Ad esempio, quando bisogna decidere come trascorrere una serata lui non dice la sua o non si sforza di far valere le proprie ragioni: salvo, poi, lamentarsi di essere stato costretto a fare una cosa che non voleva.

 E voi conoscete un insoddisfatto cronico? Come lo identificate o come lo tenete a bada?

Il potere logora chi non ce l’ha ma il podere logora chi lo coltiva

Questo post ha ricevuto l’approvazione di Frank Underwood (per loschi scopi personali).

Quando senti puzza di asfalto fresco nell’aria vuol dire che si avvicinano le elezioni.

Quella che dovrebbe essere un’ordinaria attività di manutenzione viene in modo sottile venduta come geniale regalìa alla città da parte dell’amministrazione. La quale, chissà perché, nel corso di 5 anni non vi aveva mai pensato sino a oggi.

Su un manifesto elettorale un candidato scrive
Pinco Pallino
30 anni.
Sì è così: sotto al nome, come presentazione e titolo di merito ha messo l’età.

Non comprendo, io dovrei votarlo per questo? E se per caso venisse fuori un candidato di 29 anni, cosa accadrebbe? Dovrei in base a tale requisito di merito farlo passare davanti nelle preferenze?

Mentre cammino carico di questi esistenziali dubbi, percepisco alla mia destra un vuoto. E non in senso figurato. Manca qualcosa. Volto lo sguardo e tra la fila di case di fronte a un distributore di benzina, chiuso e abbandonato da un anno, c’è un cumulo di macerie. Il cartello di una impresa di costruzioni presenta il progetto di un nuovo stabile, moderno e funzionale.

Dove ora si trovano macerie e calcinacci, c’era una piccola masseria, molto vecchia. Le inferriate alle finestre, verniciate color verde acqua, erano curvate verso l’esterno, per permettere di affacciarsi. Non ricordo di aver mai visto qualcuno a quelle finestre, a parte, anni fa, un gatto rannicchiato a prendere il sole.

Mi sorprende che ancora si trovi convenienza nel costruire. Se non che una volta mi han spiegato che in molti casi il costruire ha una valenza economica per l’atto stesso di farlo. Il cemento crea denaro, che poi potrà essere investito in altro cemento che genererà altre plusvalenze. Certo può essere un azzardo, ma oggigiorno molti ancora giocano a scommettere sul mattone.

È un po’ come il gioco della politica locale. Ho assistito in questi anni a graduali inserimenti di volti di persone che hanno scommesso su una propria carriera politica. Il ritorno che si ottiene è di sicuro una plusvalenza.

Come mettere sul tavolo i propri trent’anni: se vien male non perdi niente, se vien bene guadagni tanto. E magari se non a questo giro ma al prossimo potrai anche tu promettere un po’ di bitume cosicché qualcuno possa maledirti perché proprio quel giorno che hanno iniziato a rifare il manto stradale aveva indossato le scarpe nuove.

Non riesco a comprendere le mie tonsille, tanto che son criptiche

Ho riflettuto che in molti casi mi trovo a cominciare un pensiero partendo con “da bambino…”. È strano, come è strano il fatto che a volte veda l’infanzia come un’età così lontana mentre altre volte così vicina, tanto che se allungo la mano mi sembra di toccare la mia manina scura, perché avevo la pelle molto meno bianca di adesso e passavo molte ore della giornata all’aperto a giocare al sole.

Ricordo che alle elementari un giorno io e un altro compagno di classe volemmo dar vita al club degli acchiappafantasmi: c’era un nostro compagno che aveva la faccia da scienziato e lo eleggemmo a Egon Spengler senza dubbio alcuno. Un altro compagno che aveva i capelli arruffati e col ciuffo, tipicamente anni ’80 seppur fossimo nei primi ’90, sarebbe stato Raymond Stantz. Poi il mio socio cofondatore si girò verso di me e fece: “Tu che sei più scuro fai Winston Zeddemore” e io ci rimasi un po’ così, ma non per una questione epidermica ma perché, diciamocelo, Winston era il più insignificante dei quattro. Io preferivo Peter Venkman e ho sempre apprezzato la seriosa ironia di Bill Murray, tanto che quando ho visto questo articolo 7 Steps to Living a Bill Murray Life, by Bill Murray ho pensato che un po’ vorrei essere Bill Murray.

Da bambino quindi ero seriamente convinto che avrei incontrato dei fantasmi, cercando con un po’ di attenzione. Così come ero seriamente convinto che ci fossero dei passaggi obbligati durante la crescita che non si sarebbero potuti evitare. Mi riferisco alla tonsillectomia e all’appendicectomia. Pensavo che entro la prima adolescenza un bambino dovesse giocoforza subire entrambe le cose, come rito di passaggio verso un’età successiva. Non so come avessi maturato questa convinzione, di certo ricordo che nei telefilm per ragazzi qualcuno dei protagonisti, presto o tardi, doveva operarsi alle tonsille e poi mangiar gelato.

Ora, se sulle tonsille ho ben poco da dire, sull’appendice ci sarebbe un po’ di più da scrivere. Si potrebbe fare un romanzo d’appendicite.

Tutto il discorso mirava ad arrivare a questa battuta.
Scherzo.
Forse.

In ogni caso non mi sono operato né per l’una né per l’altra cosa, anche se per la seconda ci sono andato vicino. Per un periodo stetti così male che saltai la scuola per 10 giorni, tanto che mi portarono in ospedale per farmi guardare da un’amica di mia zia medico. Ricordo un carabiniere che non voleva farmi entrare nel reparto perché avevo meno di 12 anni. Fortuna che la dottoressa uscì e mi fece accomodare in una stanzetta dove, steso su un tavolo di ferro, mi tastò un paio di volte e disse che non era proprio il caso di aprirmi. Mi consigliò una cura alimentare e dopo pochi giorni tornai anche a scuola. Chissà che fine avrà fatto. La dottoressa, non la scuola. Quella è ancora là.

Fatto sta che quindi i passaggi obbligati della vita non fossero affatto questi, così come non era obbligato un altro passaggio di cui mi parlò un compagno di classe alle scuole medie, cioè la rottura del frenulo, che a detta del compagno esperto – perché c’è sempre uno che assume il ruolo di più esperto degli altri e ci tiene ad assolvere il compito di divulgatore con aria seria e illuminata, al che mancherebbe solo che chiosasse con un Così parlò Zarathustra – era un momento decisivo e obbligato nella vita di ogni giovane uomo.

Avrei preferito parlasse meno di rotture eventuali e più di rotture certe, come la rottura dei maglioni.

In questo momento, comunque, penso a un’altra cosa: se all’epoca mi fossi fatto asportare le tonsille, oggi non mi sarei svegliato con le suddette gonfie e con delle macchie bianche nei loro buchetti. E so che non ci tenevate a visualizzare quest’immagine, ma io ho delle tonsille esibizioniste, voglion mettersi in mostra, tanto che ho la cattiva abitudine di sbadigliare a bocca aperta credendo di non essere visto. Poi qualcuno mi vede e mi piazza una mano davanti chiamandomi scostumato. Io non sono molto d’accordo, vorrei far presente che mettere la mano non è una questione di educazione ma un’usanza legata a un’antica credenza secondo la quale l’anima se ne sarebbe potuta uscire attraverso il cavo orale: io mi domando, ma proprio durante lo sbadiglio dovrebbe uscire? Apriamo la bocca tante volte durante il giorno, spesso inutilmente, nessuno ci pensa? A volte credo di dire così tante sciocchezze che se avessi un’anima potrebbe decidere di scappar via tra una parola e l’altra per non ascoltarle. Quindi in virtù di questo ipotetico pericolo mi sia consentito lo sbadiglio, seppur ineducato.

Libero sbadiglio in libero Stato.
Chissà che ne pensa Bill Murray.

È il 26 novembre e gli alberi non han perso del tutto le foglie, mentr’io mi sento già spoglio

Lungo la statale passo in rassegna le operatrici del sesso disposte in ordine in attesa di clientela. Ormai le riconosco tutte anche se alcune son cambiate e mi chiedo le precedenti che fine abbiano fatto. E mi sorgono pensieri orribili e apprensivi, come se la sorte di quelle donne fosse affar mio. E penso che lo sia, ma non viviamo, forse, nell’epoca dell’ignoranza? Anzi, ogni regime politico da quando abbiamo abbandonato le grotte non si è retto proprio sull’ignorare? Ignorare l’affamato a bordo strada, la carcassa sull’asfalto, i tossici del campetto abbandonato, la clochard che piscia fuori la stazione della circumvesuviana, l’anziano sepolto in casa e i 40 chili di una ragazza alta un metro e settanta che porta a spasso il cane per avere una scusa per fare 3 km a piedi ogni giorno e continuare a dimagrire.

Viviamo immersi nella nebbia che il guardo esclude, nebbia come quella che mi ha accompagnato questa sera circondandomi con i suoi vapori lattiginosi, che a tratti mi han fatto credere di aver sbagliato strada e di essermi ritrovato da qualche parte su nel vasto Nord. Che io nelle campagne del vasto Nord mai ci ho girato e quindi non so in effetti come siano, ma mi han sempre detto che lì abita la nebbia, come se qui l’umidità invece non avesse ragione di esistere. Eh già, siamo la terra del Sole e infatti qui, le persone, sole mi sembran proprio assai, delle volte.

Mi entra il freddo nei pensieri e vorrei spogliarmi di tutto ciò che mi ricopre. Pensieri, sensazioni, emozioni; restare come un albero senza foglie in attesa della primavera della ragione.
Che ci liberi dalla nebbia, amen.

Manuale del perfetto ambulante di frutta e verdura

Il migliore antidoto alla crisi? Diversificare la produzione industriale? Il taglio dei tassi d’interesse? Iniezioni di investimenti di capitali? Il contrabbando?

Ma no! Un sano ritorno alla vita bucolica e agreste e alla vendita del prodotto direttamente al consumatore. Oggi infatti voglio parlare dell’ambulante che richiama giù in strada le massaie per offrire le proprie primizie. Lo farò prendendo in esame tre esempi che hanno caratterizzato la mia infanzia, due dei quali sono ancora in attività a tutt’oggi: zi’ Pascal (zio Pasquale), Aniello e Rafél ‘re banan (Raffaele delle banane).

Primo step: il settore
Prima di iniziare qualsiasi attività di vendita ambulante, bisogna decidere in che settore investire. Solo verdura, come zi’ Pascal? Frutta & Verdura, come Aniello? Oppure gettarsi in un mercato alternativo, come Rafél? Il nostro, infatti, ha scelto di vendere prodotti come ananas, kiwi, noci e noccioline, cocco…e, ovviamente, banane. E fu così che venne ribattezzato Raffaele delle banane. Sì, abbiamo molta fantasia.

Secondo step: il mezzo
Il mezzo di trasporto per eccellenza è l’Apecar. Facendo proprio il detto “chi va piano va sano e va lontano”, con la propria velocità di punta di 10 km/h un Apecar ha una longevità ineguagliabile, durerà decenni anche ridotto in pessime condizioni. Di zi’ Pascal ricordo l’Apecar arancione tenuta insieme col fil di ferro e iniezioni di silicone sigillante per le giunture. Nonostante i rattoppi che pareva dovessero sfasciarsi alla prima buca, quell’affare macinava chilometri senza problemi.
Rafél invece era stato più alternativo e aveva optato per un vecchio furgoncino anni ’70, una roba quasi stile hippy. Purtroppo, dopo tanti anni di onorato servizio, il furgoncino è venuto a mancare all’improvviso e Rafél ora gira in una semplice Punto grigia. Visto cosa succede a non affidarsi all’Apecar?

Terzo step: l’outfit
Un vero venditore non può prescindere dal curare il proprio look, la propria divisa da lavoro, che deve avere quel tocco caratteristico che lo faccia distinguere dagli altri venditori. Per esempio, zi’ Pascal era noto per la maglietta della salute che indossava estate e inverno. Sotto la maglia? No. Come maglia da lavoro usava proprio una maglietta della salute, di quelle di vecchia fattura composte di lana selvaggia che sulla pelle di un uomo normale farebbero l’effetto Vergine di Norimberga:

Nulla invece poteva sulla pelle temprata da sole, pioggia e vento di un uomo dei campi.
Aniello invece ha optato per un look più sobrio e classico, sempre in camicia e sempre vestito di azzurro, lo stesso colore dell’Apecar che guida. Coincidenza? Io non credo.
Rafél come tratto distintivo ha scelto la coppola, portata sempre calata sugli occhi a visibilità praticamente zero. Quando lo vidi senza copricapo stentai a riconoscerlo, pensavo fosse un’altra persona.

Quarto step: il grido di battaglia
Il grido di battaglia È il venditore. È il proprio segno distintivo, ciò che lo rende riconoscibile alle massaie anche a distanza, quello che lo accompagnerà per tutta la carriera perché il grido, una volta scelto, non si cambia mica. Vi immaginate il Signor Nike che un mattino si sveglia e dice “Ragazzi, da oggi niente più Nike, ci chiameremo Bubulonia Sport”. No, non ci sta proprio. Il grido è marketing, è quello che trascina la gente giù in strada a verificare cosa porti di buono nelle loro case.
Non so come funzioni nel resto d’Italia, ma il grido di battaglia da queste parti deve avere tre caratteristiche precise:
1) essere originale (ogni venditore ha il proprio);
2) urlato con la propria voce, niente nastri registrati stile Arrotino & Ombrellaio e ripariamo cucine a gasse. È concesso l’ausilio di un megafono, anche se i puristi preferiscono utilizzare solo polmoni e corde vocali senza aiuti esterni;
3) essere incomprensibile. Ci ho messo anni a capire cosa dicesse Rafél. Scriverò prima il suono che arrivava alle mie orecchie:

Guahuhaheghell!

Nel corso degli anni ho poi capito che diceva “Guard quant è béll”, guarda quanto è bella (la merce, sottointeso).

Aniello invece utilizza un grido più articolato e in due tempi:

Auecaccioffl…Auanieee

Con la seconda parte che viene ripetuta dopo qualche istante di pausa, a mo’ di eco. Purtroppo non sono riuscito a decifrare molto, ho capito solo “caccioffl”, ossia carciofi mentre il finale della seconda parte, quel -anieee credo stia per Aniello, per l’appunto. Tra parentesi, il perché della scelta di urlare proprio “carciofi” non mi è chiaro. È vero che nelle nostre zone è molto in voga l’usanza del carciofo arrostito la domenica mattina da servire poi a tavola per il pranzo. È una delle cose che andrebbero vietate per legge, dato che produce l’inquinamento atmosferico di una fonderia.

Di zi’ Pascal invece resterà purtroppo sempre un mistero cosa dicesse in realtà:

Aiainieee, ieee tchià tchiàààà

Credo fosse accadico o un dialetto sumero, non c’è altra spiegazione. Magari non diceva semplicemente nulla ma faceva solo dei versi e ci ha fregati tutti, un po’ come la scrittura Lineare A di Creta su cui i filologi da decenni sbattono la testa e che magari non significa proprio niente, sarà stato un alfabeto segreto inventato dai bambini per comunicare senza farsi scoprire dagli adulti o da componenti delle “bande” rivali a scuola.

Bene, spero che queste poche indicazioni che ho dato vi siano utili nel caso decideste di puntare su questa attività per il vostro futuro!

Ghintochioiaaaattt! Ghintochioiaaaatttt! (Gintoki il gatto. È il mio grido, non fregatemelo).

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