Non è che ti servano le chiavi per aprire una fabbrica

Ho una ex collega la quale, pur avendo io cessato le mie attività lavorative con lei 2 settimane fa, continua a chiamarmi per cose di lavoro.

Oggi la sua maledetta telefonata mi ha fatto sobbalzare.

Il fatto è che sono in attesa di notizie dall’ultimo colloquio e mi trovo in quella fase in cui l’ansia del desiderio di avere notizie logora dentro e mi fa brutto fuori. Avevo dimenticato com’era avere la posta sempre aperta sul pc e correre a controllare a ogni notifica, per poi scoprire che era solo spam con oggetto acqua casalinga purificata. No, grazie, io bevo acqua addizionata da anidride carbonica, malto e luppolo.

Avevo dimenticato com’era non perdere mai di vista il telefono, anche in bagno, perché le telefonate importanti arrivano nei momenti meno opportuni.

Ricordo una volta, anni fa, per un lavoro ricevetti la telefonata positiva proprio in un momento delicato e personale. Chiusi l’acqua, risposi un po’ freddo per l’imbarazzo, alla lieta novella replicai con un Ah…bene. che lasciò interdetto il Selezionatore, ma altro non riuscivo a esprimere in quel momento.

Non so quanto tempo in futuro ancora potrò reggere questi momenti di stress, il pre, il post, il mentr. Ho deciso ancora qualche anno e poi mi metterò in proprio, creerò un’attività, sarò imprenditore di me stesso e quando avrò urgenza di aver notizie da me mi solleciterò senza tema di esser giudicato.

Devo ancora decidere in che campo buttarmi. Forse il camposanto.

Forse aprirò una fabbrica di biancheria intimista. Per uomini e donne ripiegati in sé, attenti alle piccole cose di valore della vita e cul-tori della dimensione affettiva privata. La biancheria intimista è per pelli sensibili, così sensibili ed effimere che in breve volgono nel decadentismo.

Non aspettare di essere decadente: nel segreto del calore domestico, esalta le tue emozioni più che personali indossando un capo intimista!

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Non è che serva un corso di alpinismo per farti scalare il credito

Ho Padre che vive fuori dal tempo, ultimo baluardo della resistenza alla moderna telefonia. Anni fa fu convinto da Madre a comprarsi un cellulare per una qualsiasi evenienza.

L’avrà utilizzato al massimo una volta all’anno, lasciando poi scadere ogni volta il credito. Praticamente a conti fatti ogni telefonata è costata quanto una chiamata in Messico.

Di recente ha dovuto riattivare la SIM per fare una telefonata (la solita esigenza annuale). Si è poi presentato da me indignato:

– Io non ho capito, ho fatto fare una ricarica di 10 euro e mò sono andato a controllare il credito e risultano 4 euro. Io una telefonata ho fatto, ché si sono presi 6 euro?
– Ma tu ora hai un abbonamento?
– Che vuol dire?
– Tu paghi a chiamata o paghi un fisso mensile e chiami quanto vuoi?
– Chiamo quando voglio io ma questi si son presi 6 euro per una telefonata!
– No, aspetta, tu paghi 6 euro al mese e hai tot minuti a disposizione che si consumano a ogni chiamata, adesso non so quanti ne sono nell’abbonamento che hai sottoscritto
– E questi 4 euro di credito allora che sono?
– Sono quelli che ti serviranno il prossimo mese per pagare l’abbonamento. Devi fare un’altra ricarica ovviamente, visto che l’abbonamento costa 6 euro
– E devo pagare 6 euro al mese?
– Sì però parli quanto vuoi…
– Ma a me non interessa, io non voglio parlare proprio con nessuno non mi serve neanche il telefono!

Chiedo quindi ai gestori di telefonia di valutare di introdurre la tariffa Sticazzi Voi Tutti – Summer Edition, per Padre e quelli come lui che non desiderano telefonare.

Non è che ti servano buone scarpe per affrontare un passo di un libro

Oggi non ho avuto neanche il tempo di entusiasmarmi per la notizia della conferma del rinnovo del mio contratto che sono stato impegnato in una call durata 80 minuti. Quanto una partita di rugby.


Si dice call perché telefonata è volgare: telefoni a tua madre, a tua sorella, alla tua ragazza, ai tuoi amici. Al lavoro fai solo call. Ne fai così tante che dopo ci fai il call.


 

Una delle due partecipanti, con cui non avevo mai parlato perché subentrata da poco, mi ha fatto: Gintoki, ciao, noi già ci conosciamo da tempo, su LinkedIn ci seguiamo da molto prima.

Come, scusa?

Per sicurezza sono andato a controllare. Non siamo in contatto e non lo siamo mai stati. Chissà costei con chi mi ha scambiato: dico io, Gintoki, l’unico, inimitabile, gatto domestico dotato di favella, confuso con chissà quale tizio qualunque?

Lei e l’altra persona con cui ero in comunicazione fanno parte dell’Ufficio Grandi Progetti. Detta così farebbe presupporre che ci siano uffici anche per i piccoli e medi progetti. E uffici per i progetti metà e metà che non si capisce da che parte vogliano stare.

Invece no. Solo Grandi Progetti. Ha un che di megalomane e classista.

Dopo circa una quarantina di minuti dall’inizio della telefonata, quando ancora non si vedeva la fine, ho cominciato a sentire un richiamo fisiologico. Succede, quando bevi mezzo litro d’acqua in un’ora.

Fingo di ignorare il richiamo.

Per 10 minuti.

Poi 20.

Mi sembrava brutto sospendere la telefonata adducendo scuse, così continuavo a resistere.

Al trentesimo minuto del secondo tempo della telefonata ho iniziato a camminare per l’ufficio – tanto ero rimasto completamente da solo – e a esibirmi in passi di danza e contorsionismi vari per tenere a freno la necessità. Ho fatto dei movimenti che neanche la Carolina Kostner dei giorni migliori.

Mentre mi esibivo nelle mie mossette, è entrata d’improvviso l’ultima persona che vorresti vedere mentre fai cose imbarazzanti e che non era affatto previsto arrivasse lì, in quel giorno, in quell’ora, in quel momento.

Chiariamo: non vorresti mai che qualcuno ti vedesse mentre fai cose imbarazzanti. Ma in una lista ipotetica, all’ultimo posto c’è di sicuro una persona: la psicologa.

Io sono terrorizzato dalla categoria. Temo non escano mai dal personaggio e anche quando gli stai parlando di cosa hai mangiato a pranzo durante una pausa caffè penso che loro stiano analizzando il tuo modo di parlare per capire quali conflitti irrisolti tu abbia col tuo pene.

Colto in flagranza di carpiato, ho fatto finta di nulla fingendo di fare stretching perché i migliori fisioterapisti consigliano di prendersi cura della propria salute in ufficio.

Lei mi ha guardato ed è corsa via nella propria stanza.

Ironia della sorte, un minuto dopo, la telefonata, pardon, la call, si è conclusa.

Non è che il testimone alla maturità traduca la versione dei fatti

Ho fatto l’esame di maturità quando “Dopo l’11 settembre” era un refrain sempre presente in qualsiasi discorso.
Gli aeroporti non sono più sicuri, dopo l’11 settembre.
L’economia è in flessione, dopo l’11 settembre.
Le ragazze non vogliono uscire con te, dopo l’11 settembre.


No, l’ultima cosa era vera anche prima.


Michael Schumacher era il signore assoluto della Formula 1, Lance Armstrong col suo cocktail di steroidi andava in bici come sulla motocicletta, nel mondo ancora si pensava che con un paio di bombardamenti a caso sarebbe regnata la pace, internet per molti andava ancora a 56k e quindi per scaricare la foto di una donna nuda si spendeva l’equivalente di una telefonata in Nicaragua, la tamarrodance italiana dominava ancora la scena musicale tamarra.


Chi dimentica è complice di ciò:


Insomma, a parte la Ferrari era proprio un’epoca del cazzo.

I telefonini – tra i quali regnava il Nokia 3310 – erano proibiti in aula e furono messi sotto sequestro.
Il mio compagno di banco ne aveva due, consegnò il telefono farlocco e utilizzò l’altro per inviare via sms la prima riga della versione di latino a un amico a casa. Storia vera, il complice divenne famoso su Studenti.it per essere stato il primo ad aver diffuso la traccia.

Fu un accorgimento inutile, in quanto il nostro professore – buonanima – dopo un paio d’ore ci dettò la traduzione.

La cosa strana è che pur avendo traduzioni tutte uguali i voti alla fine furono diversi.

In realtà io me l’aspettavo, immaginavo che tutta la faccenda della maturità fosse una farsa e che, con una commissione interna – fatta eccezione per il presidente – il risultato finale fosse né più né meno che una fotografia del rendimento durante gli anni di liceo.

Il primo giorno, alla prova di italiano mi presentai con tutta calma, con soltanto una penna in tasca – che decise di non scrivere più – e nient’altro. Non ho mai sentito l’esigenza di portarmi dietro un vocabolario di italiano. Conosco le coniugazioni e sono in possesso di un decente numero di vocaboli. Se per caso il significato di uno mi fosse stato ignoto – poniamo, zeotropo – la mia regola era “Non utilizzarlo!”.


Dicesi zeotropo una miscela chimica.


Anche all’esame orale mi presentai molto tranquillo e fu poco più che una chiacchierata piacevole. Fino a che non mi chiesero cosa volessi fare in futuro. Balbettai che non avevo le idee molto chiare. La professoressa di matematica mi disse, solenne come in un film d’azione anni ottanta dove c’era sempre un momento in cui qualcuno diceva qualche frase epica per galvanizzare l’eroe: “Tu puoi fare tutto”.

Questo fu molto scorretto.

Fino al giorno prima un ragazzo si sente ripetere che non può fare questo, che non deve fare quest’altro, che è un imbecille e via dicendo.


La definizione specifica data dal professore era Maccarone di semmenta, che potremmo tradurre con roba da poco, inetto.


Poi dopo ti dicono che sei speciale, che rispetto a chi ti ha preceduto hai tante nuove possibilità. Come il porno online e i deodoranti che non bucano l’ozono.

È questo il problema della mia generazione: ci è stato detto di essere speciali, il che riflettendoci è una cosa che non ha senso: “speciale” è chi si differenzia dagli altri. Se tutti sono speciali, la differenziazione non c’è, ergo nessuno è speciale.

La realtà è che non siamo speciali e sarebbe stato meglio se avessero continuato a trattarci da maccaroni, forse.

Non è che il parroco non percepisca i contributi perché lavora in nero

– Posso chiamarti su Skype?

È un messaggio da parte di CR. Io dico di sì e 5 minuti dopo chiama, con la videocamera accesa.

– Come mai non ti vedo?
– Ehm…non sono presentabile.

Ero in mutande, l’occhio vitreo e i capelli incollati sulla fronte. E il cuscino attaccato ai capelli.


A volte mi sento in colpa per utilizzare il telefono in condizioni troppo casalinghe, come quando rispondo mentre son nudo, appena uscito dalla doccia. E penso che non vorrei lo facessero quando telefono io, a meno che non siano donne. Ma una volta a una ragazza che mi aveva detto di esser in bagno chiesi, con voce bassa e profonda “Sei appena uscita dalla doccia?” – inarcando anche le sopracciglia che chi è al telefono ovviamente non vede ma che intuisce lo stesso – e mi sentii rispondere “No, sto sulla tazza da un’ora”.


“Ben mi sta”, pensai.


Mi aggiorna su un po’ di situazioni interne lì nella società, dice che le manco e che avrebbe tanto voluto assaggiare il mio cannellone. Ebbasta!, penso nella mia testa.


Per chi si fosse perso il precedente cui fa riferimento il doppio senso (mio, non suo): clic


Io so già che il motivo per cui mi ha chiamato non è per fare due chiacchiere o per fare riferimenti ambigui senza volerlo.

Sin da quando me ne sono andato ha sempre detto che avrebbe voluto ci fosse un modo per farmi ritornare. E così stava spingendo all’interno della compagnia affinché si facesse uno sforzo economico in tal senso.

Come si vedrà in seguito, “sforzo economico” è stato inteso non come intervento finanziario ma come “azione con il minor dispendio di risorse”.

Questo era stato già ben chiaro nei giorni antecedenti la telefonata di CR.

Una prima ipotesi che mi era stata illustrata in modo molto vago, al suon di “Ma che ne penseresti di…?” è stata quella di tornare lì, ma senza contratto. In pratica, io avrei lavorato per loro, poi una società terza – che fa questo di professione, evidentemente – avrebbe preparato una fattura di consulenza per la mia società, la quale avrebbe versato il dovuto a tale società terza, che poi mi avrebbe pagato in contanti, trattenendo un 6% perché nessuno lavora gratis.


A parte gli stagisti, ma lo stagista nasce per essere angariato. Altrimenti che gusto c’è ad averne uno? Stavo pensando quest’estate di prenderne un paio per farci giocare i gatti.


Ricapitolando: A (mia società) tramite bonifico paga B (società terza) che pagherà G (io) sottobanco trattenendo un 6% di una cifra non certo da favola.


Quale sarebbe la convenienza per A nel fare ciò è molto semplice da spiegare: in primo luogo, pagando la società B non evaderebbe le tasse e in secondo luogo c’è il vantaggio fiscale rispetto al dover pagare invece direttamente un dipendente contrattualizzato.


Dopo averci pensato a lungo, durante tutto l’arco di tempo in cui pulivo la lettiera del gatto e mi interrogavo sulle proporzioni della “produzione” rispetto alle dimensioni del felino – sarebbe come se un umano producesse quanto un rinoceronte –  sono giunto un parere unanime tra me, me stesso ed io sulla proposta:

Dopo aver detto a CR di provare a tradurre in ungherese la mia risposta a chi di dovere, sono rimasto in attesa di qualche nuova ipotesi sul mio futuro.

Ed è così che arriviamo alla telefonata dell’altro giorno.
CR mi informa che ha messo alle strette la Triade che attualmente guida la società, che sarebbe composta dal Capo, che a luglio andrà via, dalla Capa dell’ufficio finanziario e da quello che da luglio diventerà il nuovo Capo. Un bel gruppo di teste, insomma.

Dopo che CR aveva perorato la mia causa e aveva chiesto uno sforzo economico per assicurarmi un ritorno alle loro dipendenze, la risposta è stata che, sì, loro hanno proprio intenzione di esser economici e che quindi preferirebbero avere come risorsa aggiunta un ungherese. Possibilmente neolaureato, ancor meglio se studente in corso.

Ho ringraziato CR per averci provato e le ho rinnovato i miei attestati di stima nei suoi confronti, come collega e come amica. E le ho dato un ultimo compito, cioè di tradurre in ungherese questo:

Essere ingegnoso non fa di te un ingegnere, esser Regina non fa di te un rotolone, ma essere Jon Snow fa di te un ignorante

È possibile che esistano persone che nascano sapendo le cose. Conoscendo già quel che devono fare.

Per esempio, prendiamo una mia ex compagna di classe: terminato il liceo, se ne è immediatamente andata a Milano, ha frequentato la Bocconi, subito dopo si è trasferita a Londra dove lavora in banca. Da queste parti non ci è tornata più (come darle torto), tranne solo per sposarsi la settimana scorsa in un ristorante in collina sul mare (no non è un refuso, è la collina che guarda sul mare, o il mare che guarda dentro la collina, in ogni caso si guardano) con un ragazzo conosciuto nel Regno e che somiglia, per aspetto e portamento, al Principe William. O a Harry, dimentico sempre tra i due chi è il padre di famiglia e chi il puttaniere. Mi auguro abbia sposato il padre di famiglia anche se brutto, forse è meglio un puttaniere bello, comunque diciamo lui somiglia a quello che dovrebbe essere Re, anche se non ho capito alla morte della Regina dai cappelli improbabili chi sarà il Re, se Charles, William o l’ultimo arrivato di cui non ricordo il nome.


INTERMEZZO
Sulla famiglia reale inglese ho un aneddoto riguardante Madre. Un giorno, dopo che un servizio del Tg2 aveva parlato delle vacanze dei reali nel Castello di Windsor, Madre esclamò: “Guarda i nobili possono tutto, hanno messo il loro nome a un castello medioevale”.
Feci presente che era il contrario e che furono loro ad assumere il nome del castello, in quanto in piena guerra mondiale non era carino ostentare un casato di origine tedesca…

Mentre, invece, non ricordo chi sollevò la questione sul perché i reali inglesi avessero nomi italiani…


Io, invece, sono come Giovanni Neve: non so niente. Ma non lo so molto bene e da prima che diventasse di moda.

b92

Vivo seguendo le ispirazioni del momento, a volte anche le aspirazioni.
Come quando a 18 anni mi iscrissi a ingegneria perché mi dissero “sei proprio ingegnere!” una sera d’estate fuori a un bar, quando trovai il modo di continuare a bere una granita nonostante il bicchiere perdesse.

Non ci sono più ricascato, in seguito. Nonostante mi dicano sempre che sono molto diplomatico, non ho mai tentato questa strada. Essenzialmente perché non mi piace. E, in secondo luogo, perché non sono affatto diplomatico. O meglio, so esserlo su questioni che per me non hanno interesse alcuno. Quando invece a essere toccato è un mio interesse personale, sono molto collerico ed emotivo.

Fossi un diplomatico, potrei far scoppiare un conflitto per una telefonata in un momento inopportuno, ad esempio quando sto per farmi una doccia.

Considerando, però, il mio disinteresse congenito per ciò che non m’appartiene, forse sarei stato un buon uomo da relazioni internazionali.


DIDASCALIA LETTERARIA
Come scrisse Honorè de Balzac in “Illusioni perdute”:
Diplomazia, scienza di coloro che non ne hanno nessuna e la cui profondità consiste nel loro vuoto; scienza del resto molto comoda, nel senso che si esplicita con l’esercizio stesso dei suoi alti impieghi; che, esigendo uomini discreti, permette agli ignoranti di non dire nulla, di trincerarsi dietro a misteriose scrollate di capo; che, insomma, ha come vero campione chi nuota tenendo la testa fuori dal fiume degli avvenimenti e sembra così dirigerlo, il che diventa una questione di leggerezza specifica.
P. 52, ed. Oscar Mondadori.


Che dire, sarebbe il mio ritratto se non fosse che non sono capace di tenere la testa fuori dal fiume, in quanto non so nuotare.