L’apostata del cuore – Comunicazioni di servizio 2

La settimana scorsa ho ricevuto una lettera di diffida per le mie attività in questa rubrica di consigli sentimentali, da parte di una sedicente e forse anche sedicenne dirigente di un portale glamour, tal Uterina Cervice.

Ho provato a chiamare il mio avvocato, ma lui ha accelerato il passo senza voltarsi.

Ho deciso quindi di far da me e scrivere la lettera di risposta che riporto qui sotto.


Gentile Direttrice,

ho accolto con piacere la sua email la settimana scorsa. Mi è stata utile per capire che il mio filtro di posta indesiderata necessita miglioramenti.

Leggendo la sua lettera ho avuto l’impressione che il nostro rapporto sia partito col piede sbagliato. Il piede giusto andrebbe collocato in direzione del suo fondoschiena, per calciarla il più lontano possibile da me.

Mi sono però reso conto che in questo modo la lascerei senza le necessarie delucidazioni che lei di sicuro abbisogna e attende con ansia. Anche se io credo lei abbisognerebbe con più urgenza dell’asportazione del naso per liberarsi del fastidioso olezzo sottostante che sembra percepire di continuo (sulla cui provenienza indagherei tra le sue ascelle ma è solo un suggerimento).

Venendo al dunque o anche prima (mi perdonerà ma l’ansia mi causa eiaculazione precoce), mi accingo a rispondere punto per punto alle sue osservazioni.

…trovo assolutamente inappropriato l’utilizzo che lei fa delle lettere che i nostri lettori e lettrici ci inviano per chiedere un aiuto in amore e/o sesso e che noi pubblichiamo. Lei, oltre a copiare e ripubblicare tali lettere senza autorizzazione, fornisce consulenza sentimentale privo di alcuna qualifica.

Riconosco di aver commesso l’ingenuità di non chiedere l’autorizzazione, ma respingo le sue accuse. Se sono intervenuto è perché non potevo fare altrimenti: non volevo essere tacciato di omissione di soccorso. Le persone che le scrivono hanno bisogno di aiuto, di spunti di riflessione, di una scossa nelle loro vite. Non servono tante chiacchiere sulle stelle e i pianeti e le citazioni prese a caso dai libri (a proposito, voi chiedete l’autorizzazione agli autori per citare le loro frasi in maniera così barbara?) come fate voi per dare un senso a ciò che dite: sa come diceva Joseph Roux? Una citazione è un diamante al dito di un saggio, un sasso nelle mani di un idiota.

Mi chiedo, lei, per caso, se in strada nota un incidente, tira dritto? Spero di no, perché è reato. Ecco, questo è ciò che faccio, prestare soccorso a chi è in difficoltà.

Sa se fosse un mio collaboratore per quanti anni dovrebbe leccare le mie secrezioni dalla mia biancheria intima per riuscire a essere degno quel tanto che basta per mettere le mani su una tastiera?

Qui si coglie tutta la sua spocchia e arroganza e la sua incapacità nell’essere una vera Leader. Nell’ambiente lavorativo che ha creato non c’è condivisione, non c’è alcuno scambio orizzontale, il flusso fluisce solo in maniera verticale dall’alto (e finisce sulle sue mutande). Ha mai provato a relazionarsi in modo equilibrato coi suoi collaboratori? Ne ha mai annusato le mutande? Potrebbe imparare qualcosa. È per questo che allegati alla presente missiva troverà imbustati un paio dei miei boxer migliori. Per insegnarle il valore della condivisione.

Potrei anche forse accettare il desiderio di emulazione nei confronti della Testata che dirigo ma dalle risposte che fornisce si nota tutta la sua inesperienza, la sua presunzione e i suoi non risolti conflitti anali.

Qui lei si lancia in avventurose interpretazioni freudiane. Prima mi accusa di esercitare l’attività di consulente senza qualifiche, poi è lei invece ad atteggiarsi da psicologa (ho controllato nell’Albo di settore e non c’è nessuna Uterina Cervice)! Lei predica bene, ma Ruzzle male.

Ricorderà in modo vago, data la sua ignoranza, l’episodio delle Forche Caudine in cui i soldati Romani furono costretti dai Sanniti non solo a passare sotto il giogo seminudi, ma anche a subire un atto di sodomia. L’episodio fu fonte di infamia e scoramento a Roma tutta.

I Romani, negli anni successivi, riuscirono poi a prendere via via il controllo dei territori dei Sanniti in varie battaglie, lasciando una scia di sangue nemico sul terreno.

Ora passa a dar anche lezioni di storia: lei millanta competenze non dimostrabili. Ha mai visto dei Sanniti? Io no. Nessuno li ha visti. Ah, certo, ci sono i reperti. Paccottiglia Made in China piazzata lì dagli archeologici per giustificare l’esistenza delle Facoltà di Storia, creare terremoti con i loro scavi, bloccare i lavori pubblici (guarda caso ogni volta che aprono un cantiere salta fuori una nave romana: ma le navi poi non stavano in mare?!) e farci credere che la Terra avesse dei Sanniti. Sveglia!

Una archeologica che scatta una foto alla nave che ha piazzato nottetempo in un cantiere per mostrarla alla Società Archeologica dimostrando di aver fatto il proprio lavoro di depistaggio

Ebbene, lei vive la condizione di chi vorrebbe praticar la sodomia su una donna per esprimere il suo controllo e dominio e non vi riesce per un blocco mentale, perché inconsciamente vive l’atto come impuro, innaturale e lesivo della dignità e teme per questo di incombere in una tremenda punizione. L’unico modo per sbloccarsi sarebbe una sodomia, ma la sodomia è proprio ciò che le impedisce di sbloccarsi. A causa di questo Limbo in cui si trova, lei scarica la sua frustrazione sui nostri lettori sodomizzandoli con le sue parole

Lei offende la nobile arte della sodomia accostandola ad attività di controllo e dominio. Mi rendo conto che per una persona come lei, abituata solo ad angariare il prossimo e anche il remoto, questa possa essere l’unica interpretazione che può dare al coito anale.

E io in verità, in verità le dico, invece, che il vero atto di sottomissione non è della persona sodomizzata ma del sodomizzatore: è costui che si dà pena per riuscir a ottenere l’agognata penetrazione che gli vien a lungo negata dalla persona proprietaria del culo, che decide e tempi e modi e modalità. Il sodomizzatore è un penitente che con umiltà si piega alla volontà altrui e ne accetta le condizioni. Se i suoi lettori han ricevuto sodomia verbale, è perché con grande magnanimità l’hanno concessa.

Mia cara, credo di averle dimostrato che lei parla senza cognizione. Accusa gli altri di incapacità e inesperienza, ma io qui vedo una sola persona incompetente ed è lei. Lei non è una Direttrice e nemmeno una Direttora: lei è una Direttante.

Detto questo, le porgo i miei più ossequiosi saluti, certo di averle dato materiale su cui riflettere, e la diffido dal diffidarmi.

Gintoki
Gatto professionista per Bontà Felina

Ps. Con “materiale su cui riflettere” non alludevo ai miei boxer.

PPs. Se poi vuole riflettere sui miei boxer, faccia pure.

PPPs Grazie per la copertina della sua rivista, sembra interessante e forse la acquisterò: dipende se la carta è spessa abbastanza per foderare le lettiere.


Speriamo di aver messo la parola fine a questa questione!

Non è che il blocco note sia il divieto di diffondere musica

Ho acquistato un piccolo taccuino con penna incorporata, investendo ben 1 € da Tiger. Carta riciclata perché ho una coscienza. Carta riciclata probabilmente impastata da un bambino bengalese.

Ho deciso di portarlo sempre con me e provare a prendere nota di tutto ciò di cui prenderò nota.

Ho deciso di portarlo con me ed evitare di tenere a mente quel che devo ricordare.


In genere prendo appunti solo mentali. La memoria mi ha sempre funzionato bene. Soltanto che, per evitare di dimenticare ciò che ho mentalmente appuntato, le cose continuano a girarmi in testa e rimescolarsi e venire su come dopo aver mangiato la peperonata. Voglio quindi verificare se, scrivendole, io riesca a scaricarle dalla testa e ad avere la mente più libera.


Ho deciso di portarlo con me e fingere che mi interessi ciò che mi stanno dicendo tanto da prenderne nota.

È vero che potrei segnar le cose con il cellulare. Purtroppo su alcuni aspetti sono conservatore. Antico. Vecchio dentro.


Seppur una cassiera di Mercato Trionfale due giorni fa porgendo una bottiglietta si è riferita a me esclamando Questa è der ragazzetto. Non so se una persona debba offendersi o inorgoglirsi, in questi casi. Ma per quel poco che ho imparato da Roma ho capito che in realtà, così come qui a Napoli, ci sono cose che non bisogna chiedersi. È così e basta, non c’è giusto, sbagliato, brutto, bello, nero, bianco: Napoli e Roma sono fenomeni quantistici, dove tutto è niente e niente è tutto.


Le cose scritte a mano sono le migliori – Dinosauri conservatori contro la modernità

Ad esempio non mi trovo bene con gli ebook e credo che continuerò ad avere libri cartacei.

Ho deciso inoltre che la prossima casa in cui traslocherò dovrà avere un giradischi perché Spotify mi ha stancato.

Le persone hanno bisogno di un’àncora di sicurezza. Io ho bisogno di un ancòra. Che qualcosa ancora ci sia. Che qualcosa ancora prosegua.

Ho ancora dei posti miei.

Ho ancora delle persone vicino.

Ho ancora degli insegnamenti da ricevere.

I Melvins ancora fanno uscire dischi.

Tutto ciò è rassicurante. E degno di nota.

Non è che un musicista di un libro sia interessato solo alle note

Ho un amico che ha un’attività di ristorazione e, come tutti gli addetti in questo campo, ha il problema ogni tanto delle recensioni fantasiose.

Di recente, una tizia gli ha messo un voto pessimo sul noto portale Trippa Visor. commentando così:

Mi aspettavo di meglio…e le polpette all’interno erano troppo tritate.

Cosa voglia dire non mi è chiaro. Come dovrebbe essere l’interno di una polpetta essendo composta da carne tritata? Forse la tizia si è risentita vedendosi propinare roba trita e ritrita?

La migliore fu un’altra tizia che mise una recensione negativa, senza neanche essere stata cliente del locale: semplicemente lamentava che le fu impedito di pisciare il cane nell’aiuola vicino ai tavoli, perché pare che faccia cattivo odore e a chi mangia non piace l’odore di cane pisciato nell’aiuola.

Costei secondo me aveva ragione: come faceva il mio amico a sapere che il piscio di quel cane puzzava? Certo, l’esperienza suggerisce che il piscio di cane non sia gradevole, ma siamo sicuri che tutti i cani di tutto il mondo facciano cattivo odore se pisciati? O è quello che la scienza vi vuole far credere?

Io comunque ho deciso che non lascerò mai più commenti negativi, a meno che non mi trattino proprio a pesci (o a piscio) in faccia. Magari un piccolo inconveniente o una serata storta possono pesare come un macigno se raccontati (male) in rete. Troppa gente oggi crede di avere una pistola carica in tasca mentre magari ha solo un pistolino al posto del cervello.

Mi è venuto in mente tutto questo discorso sulle recensioni quest’oggi, quando, aggiornando la mia libreria su Anobii, mi sono reso conto di non aver quasi mai recensito i libri che ho letto.

Anche se volessi farlo ora, per quelli letti in passato, non potrei: non ricordo nulla.

Non ricordo i libri che leggo.

Dal 2013 a oggi, da quando ho iniziato a catalogarli, ho letto 125 libri. Per un totale di 44.230 pagine. Più di 11mila pagine all’anno. Per fare un confronto, quando ero all’università se arrivavo a 2000 pagine di studio all’anno era un’annata record.

Non è che quei libri non mi piacessero o non mi interessassero: ricordo di ogni libro le sensazioni che mi dava mentre lo leggevo e il piacere di andare avanti per scoprire come proseguiva. Di alcuni ricordo la delusione una volta arrivato all’ultima pagina: non perché il finale fosse brutto, ma perché il libro era finito.

Forse leggo troppo veloce e non do il tempo al cervello di assimilare: ma neanche è troppo vero. Credo di dare a ogni il libro il giusto tempo: ce ne sono alcuni che per stile e struttura scorrono via veloci, come andare in bicicletta in discesa da un colle. Ce ne sono altri più “densi”, cui mi dedico invece poche pagine alla volta. Ad esempio in queste ultime due settimane ho letto due libri “in discesa”, mentre sono due mesi che mi dedico a Gadda, poche pagine alla volta, perché ha una scrittura più articolata e cimentarvisi per me è come attraversare un lago a nuoto. Il famoso Lago di Gadda.

Per fortuna o purtroppo non frequento circoli letterari e quindi nessuno mi interrogherà sul contenuto di un romanzo. Anche se è frustrante non ricordare particolari di libri anche famosi. A volte mi chiedo se valga la pena leggere cose che poi verranno dimenticate.

D’altro canto credo che, anche inconsciamente, ogni libro letto lasci comunque qualcosa nel lettore.

Può sembrare una conclusione trita e ritrita, ma vi prego non recensitemi male sennò vi piscio nelle aiuole.

“Molto forte, incredibilmente micino” a breve in tutte le migliori librerie

Non è che se è un libro è un mattone allora è un libro da reggere

Il nuovo collega, il Sam Tarly, ha iniziato questa settimana.

Sembra un tipo a posto, qualunque cosa voglia dire essere a posto. A posto con la coscienza? A posto coi pagamenti?

Dobbiamo ancora un attimo sintonizzarci l’uno con l’altro. Quando mi parla non vorrei essere disturbato perché sono impegnato. Quando gli parlo non mi ascolta per niente.

Appena è arrivato ha detto che gli piace ascoltare, cantare, ballare il reggaeton. E poi mi ha chiesto: Sai cos’è il reggaeton?

Sì, il reggaeton, quello che mi faccio al sugo con una spolverata di parmigiano. Avrei voluto rispondere così, purtroppo in inglese non credo funzioni.

Ha poi questa abitudine di darmi il “5” quando se ne va.

Va bene, sarà un gesto cordiale e quando la gente è cordiale e io non apprezzo mi rendo sempre conto della mia diversità sociale.

La diversità sociale è quella cosa per cui se mi chiedi Come va io rispondo Bene e poi mi tacito come Publio Cornelio. Perché a domanda generica io do risposta generica.

Sembra però tra gli esseri umani non funzioni così.

Non vorrei comunque che io gli abbia lasciato fraintendere di essere tipo da “5” facile e passare quindi per uno che dà il 5 a tutti.

In ogni caso, tra meno di un mese non dovrò vederlo più e preoccuparmi di ciò.

Non ho ancora ben chiaro cosa combinerò nella mia vita ma giusto stamattina stavo sviluppando una idea: quella di darmi ai romanzi brevissimi, anzi, istantanei.

L’idea mi è venuta ripensando a quella casa editrice che aveva proposto dei libri in versione bignami, riassunti di romanzi famosi, per chi non ha tempo o voglia di leggere molto.

Perché non estendere l’idea e arrivare al libro istantaneo, composto da una sola parola o una frase estemporanea? Così anche il più pigro finalmente potrà sforzarsi di leggere.

Qui di seguito, in esclusiva per i lettori di questo blog, in anteprima da leggere i primi romanzi istantanei che ho intenzione di pubblicare, divisi per tema:

– Autobiografico: Mi chiamo Gintoki.
– Introspettivo: Mi chiamo.
– Filofofico: Mi chiamo, quindi esisto.
– Storico: Mi chiamarono.
– Trilogia della Solitudine: 1) Non mi chiamano. 2) Chiamo e non mi rispondono. 3) Non mi richiamano.
– Denuncia sociale: Non mi chiamano perché mi temono.
– Attualità: Ti chiamo perché l’ho letto su Google.
– Attualità/2: Ti chiamo perché Whatsupp è crashato.
– Sentimentale: Michi-ama.
– Erotico: Mi chiamò. E venni.

So già che la critica criticherà per una certa monotematicità, ma la critica si sa che è fatta per criticare.

Il Vocaboletano – #7 – Pariare

Uno dei difetti di molti corsi di lingua è quello di essere slegati dal linguaggio corrente. Capita venga insegnata una lingua che esiste sui libri ma che non è utile nella vita quotidiana.

Dato che questo Vocaboletano (compilato da me e crisalide77) è sì old school ma strizza anche l’occhio ai giovani e i giovani alla strizzata d’occhio pensano che ci stia e quindi lo invitano a bere qualcosa ed è sempre cosa buona bere gratis, oggi parleremo del termine pariare, appunto molto in voga tra i giovani.

Pariare vuol dire, in modo generico, divertirsi.

Ci sono almeno quattro diverse sfumature di significato:

  • se vi invitano ad andare a pariare o se vi dicono che in una determinata situazione si parea/c’è pariamiento, vuol dire per l’appunto che ci sarà da divertirsi;
  • se invece vi stanno pariando addosso vi stanno schernendo, si prendono gioco di voi;
  • chi vi sta pariando addosso potrebbe giustificarsi, vedendovi offesi, sostenendo che, in fondo, stava solo pariando: l’affermazione può sembrare tautologica o retorica, ma in questo caso il significato che vuole dare il vostro interlocutore è che stava semplicemente scherzando e non c’era niente di offensivo;
  • pariare con una persona può si voler dire divertirsi insieme a lei, ma può anche stare a indicare una relazione amorosa di poco conto, utilizzata come semplice fonte di intrattenimento.

Ricordo che una volta, ero adolescente, una ragazza volle sottopormi a un test per scoprire se fossi un tipo romantico. Mi chiese “Di solito ti metti con le ragazze con cui parei?”.

Conoscevo il termine pariare nelle prime tre accezioni che ho testé enunciato, ma lo ignoravo riferito alle relazioni sentimentali.

Questa letterata stilnovista era quindi culturalmente più avanti di me: inutile dire che dopo aver chiesto un paio di volte cosa cacchio intendesse lei reputò concluso il test, dicendomi che non ero romantico. Persi quindi forse l’occasione di pariare con costei. Potete immaginare qual rammarico.

Esercizio riassuntivo: tradurre in italiano la seguente espressione
Insieme alla persona con cui pariate, vi invitano in un posto dove si parea. In realtà scoprite che vi stanno pariando addosso, però voi non vi offendete perché in fondo stavano solo pariando.

Etimologia
L’origine del termine è controversa.

Innanzitutto c’è da dire che lo slang giovanile ha improvvidamente storpiato il significato originale della parola, il cui uso era attestato almeno già intorno al 16°/17° secolo. Pariare significava digerire. Il significato attuale si è consolidato soltanto negli ultimi trent’anni nella cultura popolare (o popolana, a volte becera e volgarotta), ricevendo molto slancio grazie ad alcuni sketch comici sulle tv locali durante gli anni ’90.

Non credo i giovani oggi ne conoscano le origini, così come non sono certo che qualcuno possa riuscire a svelare le ragioni di questo salto logico-semantico.

È possibile che l’atto del digerire venga collegato a una sensazione di benessere e leggerezza e, quindi, per estensione, a un rilassamento generale.

La stessa attitudine rilassata con cui chi parea affronta le cose: un po’ svagato, superficiale, il giuovine in cerca di pariamiento è leggero qual piuma al vento.

Dopo i vent’anni, l’uso di questo termine è perseguibile penalmente.


A meno che non abbiate digerito.


Non è che la moglie di Giuda indossasse calze 30 denari

La settimana scorsa ero seduto accanto al capo nella sala riunioni. A un certo punto, prima di parlare, ha schioccato la lingua.

L’ho guardato con ammirazione e sorpresa per il gesto. Lui avrà pensato che apprezzavo la bontà del discorso. In realtà non me ne importava né tanto né poco dei suoi vaniloqui.

Mi ritengo un buon lettore. Medio. Diciamo un tipo. Non brutto lettore ma simpatico.
Leggo molti libri all’anno, anche se mi secca non aver letto fino ad ora tutto ciò che avrei voluto leggere. Ci sono poi cose che forse avrei dovuto leggere ma non mi riesce perché non vi trovo interesse.

Nel romanzese*, schioccare la lingua è tra i cliché più comuni.


*Cioè la lingua dei romanzi.


Sembra infatti che dopo che ha aperto bocca sia necessario precisare che il personaggio abbia schioccato. Come se fosse una sorta di certificato di qualità dell’affermazione appena fatta. Se c’è schiocco non c’è inganno.

Nel momento in cui il nostro ha proferito verbo, inoltre, nessun altro personaggio presente risponderà: nei romanzi, infatti, tutti “replicano”, “ribattono”, “esclamano”, “contestano”.

Poi, quando nessuno se l’aspetta, fa la sua comparsa Lei. La donna con “le gambe fasciate dalle calze”. È tra i luoghi comuni più diffusi, che prolifera spesso tra le produzioni amatoriali di scrittori wannabe.

Io una così me la figuro sempre con le cosce ferite e scorticate e delle vistose fasciature intorno come medicazione.

Lo so che “fasciato” in senso esteso può riferirsi anche a dell’abbigliamento che avvolge in modo stretto.


Dizionario De Mauro.


È più forte di me, la trovo una forzatura. Le gambe fasciate non riescono ad avere credibilità letteraria per me.

E quel che mi sfugge è perché mai debba sempre comparire una donna con queste “gambe fasciate dalle calze”. Magari potrebbe indossare dei pantaloni, invece. Certo, poi molte donne indossano lo stesso delle calze al di sotto dei pantaloni. Ma di questo il narratore non potrebbe esserne a conoscenza per esibirsi nel proprio virtuosismo retorico fasciante. A meno che non sia un subdolo maniaco che spia all’interno dei pantaloni delle donne.

E mi domando: le donne con le calze si sentono fasciate? Gli uomini che vedono donne con le calze le considerano fasciate?

La mia unica esperienza con una calzamaglia risale a quando da piccolo volli vestirmi da supereroe a Carnevale. Desistetti quando realizzai che le mutande stanno meglio sotto che sopra.

Non mi sentivo fasciato quanto piuttosto imbecille.

Ecco, nel romanzese che vorrei dovrebbero esserci declinati più imbecilli. Sarebbe più vicino al cosiddetto Paese reale.


Che, se vogliamo, il concetto di Paese reale è anch’esso un cliché. Cos’è un Paese reale? Una monarchia? Un Paese concreto? Non ho mai messo piede in molti Paesi, questo non li rende reali? Siamo tutti reali ma alcuni sono più reali degli altri? Questo concetto potrebbe essere pericoloso e per tanto non lo declino in romanzese per evitare che qualcuno ne faccia un uso non congruo.