L’apostata del cuore – Comunicazioni di servizio 2

La settimana scorsa ho ricevuto una lettera di diffida per le mie attività in questa rubrica di consigli sentimentali, da parte di una sedicente e forse anche sedicenne dirigente di un portale glamour, tal Uterina Cervice.

Ho provato a chiamare il mio avvocato, ma lui ha accelerato il passo senza voltarsi.

Ho deciso quindi di far da me e scrivere la lettera di risposta che riporto qui sotto.


Gentile Direttrice,

ho accolto con piacere la sua email la settimana scorsa. Mi è stata utile per capire che il mio filtro di posta indesiderata necessita miglioramenti.

Leggendo la sua lettera ho avuto l’impressione che il nostro rapporto sia partito col piede sbagliato. Il piede giusto andrebbe collocato in direzione del suo fondoschiena, per calciarla il più lontano possibile da me.

Mi sono però reso conto che in questo modo la lascerei senza le necessarie delucidazioni che lei di sicuro abbisogna e attende con ansia. Anche se io credo lei abbisognerebbe con più urgenza dell’asportazione del naso per liberarsi del fastidioso olezzo sottostante che sembra percepire di continuo (sulla cui provenienza indagherei tra le sue ascelle ma è solo un suggerimento).

Venendo al dunque o anche prima (mi perdonerà ma l’ansia mi causa eiaculazione precoce), mi accingo a rispondere punto per punto alle sue osservazioni.

…trovo assolutamente inappropriato l’utilizzo che lei fa delle lettere che i nostri lettori e lettrici ci inviano per chiedere un aiuto in amore e/o sesso e che noi pubblichiamo. Lei, oltre a copiare e ripubblicare tali lettere senza autorizzazione, fornisce consulenza sentimentale privo di alcuna qualifica.

Riconosco di aver commesso l’ingenuità di non chiedere l’autorizzazione, ma respingo le sue accuse. Se sono intervenuto è perché non potevo fare altrimenti: non volevo essere tacciato di omissione di soccorso. Le persone che le scrivono hanno bisogno di aiuto, di spunti di riflessione, di una scossa nelle loro vite. Non servono tante chiacchiere sulle stelle e i pianeti e le citazioni prese a caso dai libri (a proposito, voi chiedete l’autorizzazione agli autori per citare le loro frasi in maniera così barbara?) come fate voi per dare un senso a ciò che dite: sa come diceva Joseph Roux? Una citazione è un diamante al dito di un saggio, un sasso nelle mani di un idiota.

Mi chiedo, lei, per caso, se in strada nota un incidente, tira dritto? Spero di no, perché è reato. Ecco, questo è ciò che faccio, prestare soccorso a chi è in difficoltà.

Sa se fosse un mio collaboratore per quanti anni dovrebbe leccare le mie secrezioni dalla mia biancheria intima per riuscire a essere degno quel tanto che basta per mettere le mani su una tastiera?

Qui si coglie tutta la sua spocchia e arroganza e la sua incapacità nell’essere una vera Leader. Nell’ambiente lavorativo che ha creato non c’è condivisione, non c’è alcuno scambio orizzontale, il flusso fluisce solo in maniera verticale dall’alto (e finisce sulle sue mutande). Ha mai provato a relazionarsi in modo equilibrato coi suoi collaboratori? Ne ha mai annusato le mutande? Potrebbe imparare qualcosa. È per questo che allegati alla presente missiva troverà imbustati un paio dei miei boxer migliori. Per insegnarle il valore della condivisione.

Potrei anche forse accettare il desiderio di emulazione nei confronti della Testata che dirigo ma dalle risposte che fornisce si nota tutta la sua inesperienza, la sua presunzione e i suoi non risolti conflitti anali.

Qui lei si lancia in avventurose interpretazioni freudiane. Prima mi accusa di esercitare l’attività di consulente senza qualifiche, poi è lei invece ad atteggiarsi da psicologa (ho controllato nell’Albo di settore e non c’è nessuna Uterina Cervice)! Lei predica bene, ma Ruzzle male.

Ricorderà in modo vago, data la sua ignoranza, l’episodio delle Forche Caudine in cui i soldati Romani furono costretti dai Sanniti non solo a passare sotto il giogo seminudi, ma anche a subire un atto di sodomia. L’episodio fu fonte di infamia e scoramento a Roma tutta.

I Romani, negli anni successivi, riuscirono poi a prendere via via il controllo dei territori dei Sanniti in varie battaglie, lasciando una scia di sangue nemico sul terreno.

Ora passa a dar anche lezioni di storia: lei millanta competenze non dimostrabili. Ha mai visto dei Sanniti? Io no. Nessuno li ha visti. Ah, certo, ci sono i reperti. Paccottiglia Made in China piazzata lì dagli archeologici per giustificare l’esistenza delle Facoltà di Storia, creare terremoti con i loro scavi, bloccare i lavori pubblici (guarda caso ogni volta che aprono un cantiere salta fuori una nave romana: ma le navi poi non stavano in mare?!) e farci credere che la Terra avesse dei Sanniti. Sveglia!

Una archeologica che scatta una foto alla nave che ha piazzato nottetempo in un cantiere per mostrarla alla Società Archeologica dimostrando di aver fatto il proprio lavoro di depistaggio

Ebbene, lei vive la condizione di chi vorrebbe praticar la sodomia su una donna per esprimere il suo controllo e dominio e non vi riesce per un blocco mentale, perché inconsciamente vive l’atto come impuro, innaturale e lesivo della dignità e teme per questo di incombere in una tremenda punizione. L’unico modo per sbloccarsi sarebbe una sodomia, ma la sodomia è proprio ciò che le impedisce di sbloccarsi. A causa di questo Limbo in cui si trova, lei scarica la sua frustrazione sui nostri lettori sodomizzandoli con le sue parole

Lei offende la nobile arte della sodomia accostandola ad attività di controllo e dominio. Mi rendo conto che per una persona come lei, abituata solo ad angariare il prossimo e anche il remoto, questa possa essere l’unica interpretazione che può dare al coito anale.

E io in verità, in verità le dico, invece, che il vero atto di sottomissione non è della persona sodomizzata ma del sodomizzatore: è costui che si dà pena per riuscir a ottenere l’agognata penetrazione che gli vien a lungo negata dalla persona proprietaria del culo, che decide e tempi e modi e modalità. Il sodomizzatore è un penitente che con umiltà si piega alla volontà altrui e ne accetta le condizioni. Se i suoi lettori han ricevuto sodomia verbale, è perché con grande magnanimità l’hanno concessa.

Mia cara, credo di averle dimostrato che lei parla senza cognizione. Accusa gli altri di incapacità e inesperienza, ma io qui vedo una sola persona incompetente ed è lei. Lei non è una Direttrice e nemmeno una Direttora: lei è una Direttante.

Detto questo, le porgo i miei più ossequiosi saluti, certo di averle dato materiale su cui riflettere, e la diffido dal diffidarmi.

Gintoki
Gatto professionista per Bontà Felina

Ps. Con “materiale su cui riflettere” non alludevo ai miei boxer.

PPs. Se poi vuole riflettere sui miei boxer, faccia pure.

PPPs Grazie per la copertina della sua rivista, sembra interessante e forse la acquisterò: dipende se la carta è spessa abbastanza per foderare le lettiere.


Speriamo di aver messo la parola fine a questa questione!

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Non è che il blocco note sia il divieto di diffondere musica

Ho acquistato un piccolo taccuino con penna incorporata, investendo ben 1 € da Tiger. Carta riciclata perché ho una coscienza. Carta riciclata probabilmente impastata da un bambino bengalese.

Ho deciso di portarlo sempre con me e provare a prendere nota di tutto ciò di cui prenderò nota.

Ho deciso di portarlo con me ed evitare di tenere a mente quel che devo ricordare.


In genere prendo appunti solo mentali. La memoria mi ha sempre funzionato bene. Soltanto che, per evitare di dimenticare ciò che ho mentalmente appuntato, le cose continuano a girarmi in testa e rimescolarsi e venire su come dopo aver mangiato la peperonata. Voglio quindi verificare se, scrivendole, io riesca a scaricarle dalla testa e ad avere la mente più libera.


Ho deciso di portarlo con me e fingere che mi interessi ciò che mi stanno dicendo tanto da prenderne nota.

È vero che potrei segnar le cose con il cellulare. Purtroppo su alcuni aspetti sono conservatore. Antico. Vecchio dentro.


Seppur una cassiera di Mercato Trionfale due giorni fa porgendo una bottiglietta si è riferita a me esclamando Questa è der ragazzetto. Non so se una persona debba offendersi o inorgoglirsi, in questi casi. Ma per quel poco che ho imparato da Roma ho capito che in realtà, così come qui a Napoli, ci sono cose che non bisogna chiedersi. È così e basta, non c’è giusto, sbagliato, brutto, bello, nero, bianco: Napoli e Roma sono fenomeni quantistici, dove tutto è niente e niente è tutto.


Le cose scritte a mano sono le migliori – Dinosauri conservatori contro la modernità

Ad esempio non mi trovo bene con gli ebook e credo che continuerò ad avere libri cartacei.

Ho deciso inoltre che la prossima casa in cui traslocherò dovrà avere un giradischi perché Spotify mi ha stancato.

Le persone hanno bisogno di un’àncora di sicurezza. Io ho bisogno di un ancòra. Che qualcosa ancora ci sia. Che qualcosa ancora prosegua.

Ho ancora dei posti miei.

Ho ancora delle persone vicino.

Ho ancora degli insegnamenti da ricevere.

I Melvins ancora fanno uscire dischi.

Tutto ciò è rassicurante. E degno di nota.

Non è che un musicista di un libro sia interessato solo alle note

Ho un amico che ha un’attività di ristorazione e, come tutti gli addetti in questo campo, ha il problema ogni tanto delle recensioni fantasiose.

Di recente, una tizia gli ha messo un voto pessimo sul noto portale Trippa Visor. commentando così:

Mi aspettavo di meglio…e le polpette all’interno erano troppo tritate.

Cosa voglia dire non mi è chiaro. Come dovrebbe essere l’interno di una polpetta essendo composta da carne tritata? Forse la tizia si è risentita vedendosi propinare roba trita e ritrita?

La migliore fu un’altra tizia che mise una recensione negativa, senza neanche essere stata cliente del locale: semplicemente lamentava che le fu impedito di pisciare il cane nell’aiuola vicino ai tavoli, perché pare che faccia cattivo odore e a chi mangia non piace l’odore di cane pisciato nell’aiuola.

Costei secondo me aveva ragione: come faceva il mio amico a sapere che il piscio di quel cane puzzava? Certo, l’esperienza suggerisce che il piscio di cane non sia gradevole, ma siamo sicuri che tutti i cani di tutto il mondo facciano cattivo odore se pisciati? O è quello che la scienza vi vuole far credere?

Io comunque ho deciso che non lascerò mai più commenti negativi, a meno che non mi trattino proprio a pesci (o a piscio) in faccia. Magari un piccolo inconveniente o una serata storta possono pesare come un macigno se raccontati (male) in rete. Troppa gente oggi crede di avere una pistola carica in tasca mentre magari ha solo un pistolino al posto del cervello.

Mi è venuto in mente tutto questo discorso sulle recensioni quest’oggi, quando, aggiornando la mia libreria su Anobii, mi sono reso conto di non aver quasi mai recensito i libri che ho letto.

Anche se volessi farlo ora, per quelli letti in passato, non potrei: non ricordo nulla.

Non ricordo i libri che leggo.

Dal 2013 a oggi, da quando ho iniziato a catalogarli, ho letto 125 libri. Per un totale di 44.230 pagine. Più di 11mila pagine all’anno. Per fare un confronto, quando ero all’università se arrivavo a 2000 pagine di studio all’anno era un’annata record.

Non è che quei libri non mi piacessero o non mi interessassero: ricordo di ogni libro le sensazioni che mi dava mentre lo leggevo e il piacere di andare avanti per scoprire come proseguiva. Di alcuni ricordo la delusione una volta arrivato all’ultima pagina: non perché il finale fosse brutto, ma perché il libro era finito.

Forse leggo troppo veloce e non do il tempo al cervello di assimilare: ma neanche è troppo vero. Credo di dare a ogni il libro il giusto tempo: ce ne sono alcuni che per stile e struttura scorrono via veloci, come andare in bicicletta in discesa da un colle. Ce ne sono altri più “densi”, cui mi dedico invece poche pagine alla volta. Ad esempio in queste ultime due settimane ho letto due libri “in discesa”, mentre sono due mesi che mi dedico a Gadda, poche pagine alla volta, perché ha una scrittura più articolata e cimentarvisi per me è come attraversare un lago a nuoto. Il famoso Lago di Gadda.

Per fortuna o purtroppo non frequento circoli letterari e quindi nessuno mi interrogherà sul contenuto di un romanzo. Anche se è frustrante non ricordare particolari di libri anche famosi. A volte mi chiedo se valga la pena leggere cose che poi verranno dimenticate.

D’altro canto credo che, anche inconsciamente, ogni libro letto lasci comunque qualcosa nel lettore.

Può sembrare una conclusione trita e ritrita, ma vi prego non recensitemi male sennò vi piscio nelle aiuole.

“Molto forte, incredibilmente micino” a breve in tutte le migliori librerie

Non è che se è un libro è un mattone allora è un libro da reggere

Il nuovo collega, il Sam Tarly, ha iniziato questa settimana.

Sembra un tipo a posto, qualunque cosa voglia dire essere a posto. A posto con la coscienza? A posto coi pagamenti?

Dobbiamo ancora un attimo sintonizzarci l’uno con l’altro. Quando mi parla non vorrei essere disturbato perché sono impegnato. Quando gli parlo non mi ascolta per niente.

Appena è arrivato ha detto che gli piace ascoltare, cantare, ballare il reggaeton. E poi mi ha chiesto: Sai cos’è il reggaeton?

Sì, il reggaeton, quello che mi faccio al sugo con una spolverata di parmigiano. Avrei voluto rispondere così, purtroppo in inglese non credo funzioni.

Ha poi questa abitudine di darmi il “5” quando se ne va.

Va bene, sarà un gesto cordiale e quando la gente è cordiale e io non apprezzo mi rendo sempre conto della mia diversità sociale.

La diversità sociale è quella cosa per cui se mi chiedi Come va io rispondo Bene e poi mi tacito come Publio Cornelio. Perché a domanda generica io do risposta generica.

Sembra però tra gli esseri umani non funzioni così.

Non vorrei comunque che io gli abbia lasciato fraintendere di essere tipo da “5” facile e passare quindi per uno che dà il 5 a tutti.

In ogni caso, tra meno di un mese non dovrò vederlo più e preoccuparmi di ciò.

Non ho ancora ben chiaro cosa combinerò nella mia vita ma giusto stamattina stavo sviluppando una idea: quella di darmi ai romanzi brevissimi, anzi, istantanei.

L’idea mi è venuta ripensando a quella casa editrice che aveva proposto dei libri in versione bignami, riassunti di romanzi famosi, per chi non ha tempo o voglia di leggere molto.

Perché non estendere l’idea e arrivare al libro istantaneo, composto da una sola parola o una frase estemporanea? Così anche il più pigro finalmente potrà sforzarsi di leggere.

Qui di seguito, in esclusiva per i lettori di questo blog, in anteprima da leggere i primi romanzi istantanei che ho intenzione di pubblicare, divisi per tema:

– Autobiografico: Mi chiamo Gintoki.
– Introspettivo: Mi chiamo.
– Filofofico: Mi chiamo, quindi esisto.
– Storico: Mi chiamarono.
– Trilogia della Solitudine: 1) Non mi chiamano. 2) Chiamo e non mi rispondono. 3) Non mi richiamano.
– Denuncia sociale: Non mi chiamano perché mi temono.
– Attualità: Ti chiamo perché l’ho letto su Google.
– Attualità/2: Ti chiamo perché Whatsupp è crashato.
– Sentimentale: Michi-ama.
– Erotico: Mi chiamò. E venni.

So già che la critica criticherà per una certa monotematicità, ma la critica si sa che è fatta per criticare.

Il Vocaboletano – #7 – Pariare

Uno dei difetti di molti corsi di lingua è quello di essere slegati dal linguaggio corrente. Capita venga insegnata una lingua che esiste sui libri ma che non è utile nella vita quotidiana.

Dato che questo Vocaboletano (compilato da me e crisalide77) è sì old school ma strizza anche l’occhio ai giovani e i giovani alla strizzata d’occhio pensano che ci stia e quindi lo invitano a bere qualcosa ed è sempre cosa buona bere gratis, oggi parleremo del termine pariare, appunto molto in voga tra i giovani.

Pariare vuol dire, in modo generico, divertirsi.

Ci sono almeno quattro diverse sfumature di significato:

  • se vi invitano ad andare a pariare o se vi dicono che in una determinata situazione si parea/c’è pariamiento, vuol dire per l’appunto che ci sarà da divertirsi;
  • se invece vi stanno pariando addosso vi stanno schernendo, si prendono gioco di voi;
  • chi vi sta pariando addosso potrebbe giustificarsi, vedendovi offesi, sostenendo che, in fondo, stava solo pariando: l’affermazione può sembrare tautologica o retorica, ma in questo caso il significato che vuole dare il vostro interlocutore è che stava semplicemente scherzando e non c’era niente di offensivo;
  • pariare con una persona può si voler dire divertirsi insieme a lei, ma può anche stare a indicare una relazione amorosa di poco conto, utilizzata come semplice fonte di intrattenimento.

Ricordo che una volta, ero adolescente, una ragazza volle sottopormi a un test per scoprire se fossi un tipo romantico. Mi chiese “Di solito ti metti con le ragazze con cui parei?”.

Conoscevo il termine pariare nelle prime tre accezioni che ho testé enunciato, ma lo ignoravo riferito alle relazioni sentimentali.

Questa letterata stilnovista era quindi culturalmente più avanti di me: inutile dire che dopo aver chiesto un paio di volte cosa cacchio intendesse lei reputò concluso il test, dicendomi che non ero romantico. Persi quindi forse l’occasione di pariare con costei. Potete immaginare qual rammarico.

Esercizio riassuntivo: tradurre in italiano la seguente espressione
Insieme alla persona con cui pariate, vi invitano in un posto dove si parea. In realtà scoprite che vi stanno pariando addosso, però voi non vi offendete perché in fondo stavano solo pariando.

Etimologia
L’origine del termine è controversa.

Innanzitutto c’è da dire che lo slang giovanile ha improvvidamente storpiato il significato originale della parola, il cui uso era attestato almeno già intorno al 16°/17° secolo. Pariare significava digerire. Il significato attuale si è consolidato soltanto negli ultimi trent’anni nella cultura popolare (o popolana, a volte becera e volgarotta), ricevendo molto slancio grazie ad alcuni sketch comici sulle tv locali durante gli anni ’90.

Non credo i giovani oggi ne conoscano le origini, così come non sono certo che qualcuno possa riuscire a svelare le ragioni di questo salto logico-semantico.

È possibile che l’atto del digerire venga collegato a una sensazione di benessere e leggerezza e, quindi, per estensione, a un rilassamento generale.

La stessa attitudine rilassata con cui chi parea affronta le cose: un po’ svagato, superficiale, il giuovine in cerca di pariamiento è leggero qual piuma al vento.

Dopo i vent’anni, l’uso di questo termine è perseguibile penalmente.


A meno che non abbiate digerito.


Non è che la moglie di Giuda indossasse calze 30 denari

La settimana scorsa ero seduto accanto al capo nella sala riunioni. A un certo punto, prima di parlare, ha schioccato la lingua.

L’ho guardato con ammirazione e sorpresa per il gesto. Lui avrà pensato che apprezzavo la bontà del discorso. In realtà non me ne importava né tanto né poco dei suoi vaniloqui.

Mi ritengo un buon lettore. Medio. Diciamo un tipo. Non brutto lettore ma simpatico.
Leggo molti libri all’anno, anche se mi secca non aver letto fino ad ora tutto ciò che avrei voluto leggere. Ci sono poi cose che forse avrei dovuto leggere ma non mi riesce perché non vi trovo interesse.

Nel romanzese*, schioccare la lingua è tra i cliché più comuni.


*Cioè la lingua dei romanzi.


Sembra infatti che dopo che ha aperto bocca sia necessario precisare che il personaggio abbia schioccato. Come se fosse una sorta di certificato di qualità dell’affermazione appena fatta. Se c’è schiocco non c’è inganno.

Nel momento in cui il nostro ha proferito verbo, inoltre, nessun altro personaggio presente risponderà: nei romanzi, infatti, tutti “replicano”, “ribattono”, “esclamano”, “contestano”.

Poi, quando nessuno se l’aspetta, fa la sua comparsa Lei. La donna con “le gambe fasciate dalle calze”. È tra i luoghi comuni più diffusi, che prolifera spesso tra le produzioni amatoriali di scrittori wannabe.

Io una così me la figuro sempre con le cosce ferite e scorticate e delle vistose fasciature intorno come medicazione.

Lo so che “fasciato” in senso esteso può riferirsi anche a dell’abbigliamento che avvolge in modo stretto.


Dizionario De Mauro.


È più forte di me, la trovo una forzatura. Le gambe fasciate non riescono ad avere credibilità letteraria per me.

E quel che mi sfugge è perché mai debba sempre comparire una donna con queste “gambe fasciate dalle calze”. Magari potrebbe indossare dei pantaloni, invece. Certo, poi molte donne indossano lo stesso delle calze al di sotto dei pantaloni. Ma di questo il narratore non potrebbe esserne a conoscenza per esibirsi nel proprio virtuosismo retorico fasciante. A meno che non sia un subdolo maniaco che spia all’interno dei pantaloni delle donne.

E mi domando: le donne con le calze si sentono fasciate? Gli uomini che vedono donne con le calze le considerano fasciate?

La mia unica esperienza con una calzamaglia risale a quando da piccolo volli vestirmi da supereroe a Carnevale. Desistetti quando realizzai che le mutande stanno meglio sotto che sopra.

Non mi sentivo fasciato quanto piuttosto imbecille.

Ecco, nel romanzese che vorrei dovrebbero esserci declinati più imbecilli. Sarebbe più vicino al cosiddetto Paese reale.


Che, se vogliamo, il concetto di Paese reale è anch’esso un cliché. Cos’è un Paese reale? Una monarchia? Un Paese concreto? Non ho mai messo piede in molti Paesi, questo non li rende reali? Siamo tutti reali ma alcuni sono più reali degli altri? Questo concetto potrebbe essere pericoloso e per tanto non lo declino in romanzese per evitare che qualcuno ne faccia un uso non congruo.


Non è che la ginecologa con dei disturbi legati al lavoro abbia le turbe di Falloppio

Non ho mai ricevuto un’educazione sessuale, se si esclude una precoce iniziazione con Postalmarket proseguita poi con l’anime di Lamù.
Senza andare poi a scomodare le pagine della finta posta del Cioè rubato alle compagne di classe.

Fin dal primo episodio evidenziava il proprio potenziale formativo.

Fin dal primo episodio evidenziava il proprio potenziale formativo.

Quel che ho poi imparato in maniera più seria l’ho appreso di mia iniziativa sui libri. Un po’ per desiderio di conoscenza, un po’ per quella pruriginosa curiosità che può avere un ragazzino.

La prima reazione fu quella di pentirmi del prurito. Insomma, uno dovrebbe poi infilarsi in un posto umido, a volte maleodorante, dalla dubbia estetica e pieno di batteri? In pratica è come entrare in un ristorante cinese.


Beata ingenuità infantile.


Gli insegnanti non hanno mai offerto molto supporto, seppur i vari testi scolastici trattassero l’argomento, con differenti modalità.

Il sussidiario di scienze delle scuole elementari spiegava in un paio di pagine la riproduzione, anche se senza alcun riferimento anatomico: ricordo i disegni di una cellula uovo (stilizzata) e di uno spermatozoo che vi si appropinquava. Quest’ultimo era raffigurato come fosse un biscione nero.


In pratica sul libro avevo il logo dei Queens of The Stone Age:


Il libro di educazione fisica delle scuole medie era molto più dettagliato e completo.

Peccato che un libro di educazione fisica in una classe sia cosa più inutile di un frigorifero in Groenlandia.

Le due ore scarse – il professore aveva divorziato dalla puntualità – di lezione a settimana erano dedicate soltanto a calcio (i maschi) e pallavolo (le femmine). E se eri masculo non giocavi con le femmine: oggi dicono che ci si ammala di gender, allora ti davano del ricchione.


E qui che si capisce che non serve alcuna educazione sessuale: non si deve inculcare ai ragazzi l’idea che non sia normale dare del ricchione a qualcuno.


Qualche volta, quando si era in pochi in classe, abbiamo permesso alle femmine di giocare a calcio con noi. Loro potevano fare cose riservate all’altro sesso ma solo per gentile e temporanea concessione da parte nostra, revocabile in qualsiasi momento.

In genere la partita finiva quando una ragazza rimaneva acciaccata da una pallonata sul petto o sul basso ventre. Quella fu un’altra lezione di anatomia: le parti intime femminili sono delicate e sensibili anche al Super Santos.

Ricordo una sola occasione in cui aprimmo il libro di educazione fisica, in un giorno di pioggia e con le palestre inagibili.

Il professore lesse un capitolo riguardante la pubertà. Finita la lezione chiuse il libro senza aggiungere una parola di spiegazione, della serie Questo è, il mio dovere l’ho fatto.

Quella si potrebbe avvicinare a essere stata una lezione di educazione sessuale avuta a scuola.

A casa invece l’unico insegnamento ricevuto fu quando Madre mi disse “Non portarci nessun dispiacere a casa, capisci a me“, alludendo al prestare attenzione a non impollinare improvvidamente qualche fiore.

Mi sono tornati in mente questi ricordi dopo aver visto un video su Internazionale in cui una giornalista e una regista si interrogano su quanto le persone, in particolare le donne, conoscano la struttura dei genitali.

I risultati sono un po’ sconfortanti. Saranno magari casi estremi ed estrapolati da un contesto, anche se a volte mi chiedo quanta educazione intorno certi temi ci sia tra la gente.

Se molti devono istruirsi da sé – e io almeno avevo l’interesse verso libri di divulgazione – non posso allora considerare inusitato che ci sia chi confonde vagina e vulva o che pensi che l’uretra sia una cantante soul.


La famosa Urethra Franklin.


In realtà tutto il post era teso ad arrivare a questa battuta.


Non è che se ti cade in testa il salvadanaio hai il bernoccolo della finanza

Il precedente appartamento in cui ho vissuto si trovava a Blaha Lujza. Zona centrale e ben servita dal trasporto pubblico, ma un po’ borderline per la gente che vi si aggirava nei dintorni. A cominciare da uno che, tutti i giorni, si piazzava in piazza a suonare la batteria.


D’altronde, cos’altro si può fare in piazza se non piazzarsi? Se si fosse instradato sarebbe andato in strada!


Il ritmo che suonava era sempre lo stesso: tu-tà tutun-tà tattarattattà. Forse era un messaggio in codice per contattare gli alieni.

L’appartamento era spazioso, anche troppo per due persone. La mia stanza era così grande che d’inverno si faceva un po’ freddina.

A parte questo, non ho mai avuto alcun tipo di problema durante i sei mesi che ho vissuto lì.

Adesso vivo da solo in una zona non frequentata da batteristi. L’appartamento è grazioso e accogliente e caldo.

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La libreria essendo vuota viene da me utilizzata come deposito di transito dei vestiti. Notare, nello scomparto in alto a destra, come dicevo in un post precedente, i tre libri che mi basteranno sino a Natale, quando li riporterò indietro per sostituirli con altri tre.


Durante il mese e mezzo che sono qui si sono verificati vari inconvenienti.
Tre lampadine fulminatesi.
La guarnizione del tubo della lavatrice che comincia a gocciolare non si comprende da dove.
Un’interruzione della connessione internet che neanche la compagnia telefonica riusciva a capire. Il tecnico è dovuto salir sul tetto a cambiare un pezzo di ferro al termine del cavo.


Qui internet viaggia attraverso il cavo dell’antenna.


E ora di nuovo la guarnizione della lavatrice.

Il padrone di casa è desolato, non era mai successo niente in precedenza.

Io gli credo. Io alla casa secondo me non piaccio. Infatti ha anche preso a picchiarmi.

Ho tre bernoccoli sparsi per la testa, dovuti a incontri ravvicinati col mobiletto della cucina. Senza contare poi una zuccata al soffitto, perché la zona notte, trovandosi su soppalco, non consente di stare in piedi.
E poi c’è stata l’anta della scarpiera che mi si è aperta su un piede.

Quello delle case che picchiano chi le abita è un problema molto diffuso, ma non se ne sente mai parlare. C’è una cappa di oblìo su questo argomento: i poteri forti del nuovo ordine mondiale dei salvalavita Beghelli e del Lasonil stanno sostituendo ovunque le case normali con case che picchiano le persone.

Condividi se hai un bernoccolo, prima che lo sgonfino.

Non è che se entri in un Caffè ti lamenti di quanto scotti

Sono andato ad ascoltare dei racconti in spagnolo in un caffè letterario.

Racconti in spagnolo a Budapest in un Caffè gestito da un italiano.
Mi rendo conto che invece di impegnarmi nel cercare di integrarmi con la società autoctona io vada in senso contrario.

D’altra parte vivo la mia permanenza qui come una situazione di passaggio.
Avevo portato tre libri con me a settembre. Quando sono rientrato in Italia due settimane fa li ho portati con me per posarli e sono rientrato con altri tre nuovi libri.
Faccio inconsciamente in modo di non mettere radici e non accumulare cose.

A proposito di radici, le due piantine che ho in casa e che rappresentano quanto più vicino ci sia al concetto di stanzialità, stanno bene. Ma inconsciamente spero che non siano longeve, forse.

Il contastorie che ha allietato la serata nel Caffè è un messicano che lavora qui a Budapest in un centro oncologico. Poi insegna spagnolo. Poi la sera conta storie.

E dire che io invece a stento trovo il tempo di stirarmi i boxer.


Sì, io stiro pure i boxer perché mi piacciono così.
In questo modo le mie avventure sessuali non hanno mai una brutta piega.


Figuriamoci trovare il tempo per lavorare fuori dall’orario di lavoro.

Invece in società secondo loro dovremmo lavorare anche da casa. Senza straordinario.
Produrre di più.

Io quando ho sentito ciò, sono quindi tornato a casa e ho prodotto molto.
Seduto sulla tazza.

Non è che se non ti piacciono i libri per contrappasso verrai messo all’indice

Un amico mi ha chiesto di accompagnarlo a fare un giro a tempo perso in libreria.
In realtà trattavasi di un atto strategico in vista dell’avvicinarsi del suo genetliaco.

Il meccanismo è sempre uguale. Il soggetto, aggirandosi tra gli scaffali, indica con finta e malcelata noncuranza un’opera su cui è caduta la sua attenzione:

– Oh, c’è il libro di William Cock Eatpussy, scrittore blogmoderno che è vissuto 50 anni senza pronunciare la lettera effe come polemica contro il sistema, suicidatosi poi con un colpo di Marzullo nel 2010

E il giorno del compleanno:

– Questo è per te, tanti auguri!
– Oh…cos’è?…Oh, il libro di William Cock Eatpussy, scrittore blogmoderno che è vissuto 50 anni senza pronunciare la lettera effe come polemica contro il sistema, suicidatosi poi con un colpo di Marzullo nel 2010! Come facevate a saperlo?!

A un uomo è complicato fare un regalo. Ben venga chi legge perché con un libro si va in genere sul sicuro.
Qualcuno non sarà d’accordo, affermando che sia più complicato scegliere un regalo per una donna: è falso. In quel caso si consegnano i soldi a un’altra donna che se ne occuperà. Più semplice di così.


Il discorso non vale quando si tratta di compagne/fidanzate/mogli anche se comunque so di uomini che fanno comprare il regalo all’amica.


Purtroppo quest’anno non c’erano libri così interessanti o forse io ero troppo distratto a desiderare cose per me.

Ad esempio in libreria avevo visto qualche giorno addietro Alla ricerca del tempo perduto di Proust, con ben il 15% di sconto. Sono solito farmi trarre in inganno dalle percentuali di sconto – trappole per acquisti – su un libro, immaginando chissà quale grande risparmio quando in realtà lo sconto è sempre minimo. Su un libro di 55 € un 15% però è già qualcosa.


Esistono anche edizioni più economiche, come quelle dei Mammut, che trovo però esteticamente orribili con la loro copertina da libro per bambini stile “Impariamo a crescere”.


Ma guardalo! Vuol far vedere che è impegnato e legge Proust!

In realtà no, infatti non l’ho mai letto e c’è stato un tempo, tanto addietro negli anni, in cui credevo che Proust fosse la corretta pronuncia di Prost, il pilota.


Il quale, in fondo, quando si fermava ai box doveva poi andare alla ricerca del tempo perduto durante la sosta.


Nessuno mi regalerà mai Proust.
Non perché non conosca 9-10 persone che possano spartirsi la quota. È che non darei mai una festa di compleanno e vi inviterei 9-10 persone, per quanto io invece abbia partecipato ai loro rispettivi compleanni. Ma, parafrasando una nota frase di Rita Levi Montalcini, non vorrei mai a un compleanno persone che con così tanta leggerezza accettano di invitare uno come me al loro.

Ho visto anche sconti sui volumi di Zerocalcare, lettura che scrocco nelle librerie delle stazioni in attesa della partenza del treno. Dato che mi seccherebbe cominciare un libro per poi abbandonarlo dopo poche pagine, l’intrattenimento mordi e fuggi ideale è rappresentato dai fumetti. Si sta purtroppo avvicinando il momento in cui non avrò più cose da leggere – mi son già reso conto di aver riletto vecchie cose – quindi o devo cambiare autore o devo sperare che Zerocalcare incrementi la propria produzione.

Purtroppo non lo ammiro così tanto da spingermi ad acquistare un suo volume, per quanto Kobane Calling sia un reportage molto bello e io ho fatto fioretto, spada e sciabola di acquistarlo per sdebitarmi moralmente dei minuti di intrattenimento a scrocco che mi ha offerto.

Ciò che mi blocca è che ZC è il profeta del limone ammuffito in frigo, l’esegeta della fila alla Posta.
L’apologia del quotidiano in cui tutti si riconoscono, con l’amico strambo, il tale che si sposa all’improvviso, le relazioni ansiogene e le famiglie particolari. E i limoni che vanno a male.

È ciò che ti fa esclamare “Ehi! È così anche per me!”. È una cosa bella.
A volte, però, mi fa tristezza.
Perché realizzo che viviamo nell’epoca dei limoni ammuffiti. Dobbiamo sapere che esistono anche nelle case altrui per sentirci meno soli.

Io non so se sia sempre stato così o se una volta fosse diverso, anche perché una volta io non c’ero.
Immagino che aver lasciato che un limone andasse a male e averlo raccontato in giro sarebbe stato oggetto di scherno. Oppure sarebbero volati rimproveri per averlo sprecato. Ci sono tanti bambini in Africa che hanno sofferto a causa dei miei sprechi alimentari infantili, infatti.


Almeno così mi han sempre fatto credere.


Eppur oggi, pensandoci, anche io scrivo qui alla ricerca non del tempo perduto ma di altri limoni ammuffiti.

Non è che tu possa giudicare un catalogo di lenzuola dalla copertina

I libri di Coelho sono citazionistici: se ne può espungere un pezzo a caso e si otterrà sempre un aforisma valido per ogni occasione. Del resto la tematica è più o meno sempre la stessa: l’impossibile è solo possibile con un altro nome, quando si chiude una porta si apre un portone, l’infelice è solo un felice che non sa come essere felice e via dicendo.

Un libro del summenzionato, dato in pasto a generazioni di giovani donne che vivono con un romanzo a lustro e che lo eleggono a Bibbia personale, è causa di tedio e ambascia per l’umanità un po’ come le citazioni a cazzo di Alda Merini.

Ma tutto ciò io un tempo lo ignoravo. Era molti anni fa, il poo popopo po poo era solo una canzone appena uscita dei White Stripes.

Conobbi una ragazza che mi intrigò. Saranno stati i suoi magnifici occhi marroni pensosi. O forse la sua terza piena. Di silicone.


Non è una illazione. A 18 anni le fu regalato un impianto mammellare nuovo.


Le piaceva Coelho. Io me ne interessai, perché mi piace sempre allargare i miei orizzonti prendendo in considerazione cose che non avevo considerato sino a quel momento.


Dimenticando che se non le considero di proposito forse è perché ce ne sarà un motivo.


E anche per avere un argomento di conversazione.
Le altre opzioni tra i suoi interessi erano la religione wicca e i videogiochi di ruolo online.

Ho sempre avuto un rapporto molto pragmatico con qualsiasi religione, insomma, ognuno crede di essere il migliore, ma cosa fate per essere i migliori?-mi domando. Almeno offritemi qualcosa per convincermi, se mi volete come cliente. Quindi evito sempre l’argomento.

Dei giochi di ruolo online invece mi annoia eliminare 100 volte lo stesso mostro imbecille che si fa uccidere 100 volte senza imparare, per aumentare di livello e…ottenere una beneamata ceppa.

Così mi buttai su Coelho. Una lettura prima di andare a letto bastò per un ebook de L’Alchimista e la sua scrittura elementare (di quinta, direi) era molto scorrevole.

Sfortunatamente, la ragazza non la rividi più.
Il Coelho poi mi fu però utile con un’altra ragazza che conobbi dopo, stesso genere maestri di vitacitazioni a cazzo.

Promisi comunque a me stesso che non mi sarei più interessato a letture che non mi interessavano.

Sfortunatamente (ancora), ci ricascai.
Questa volta toccò a un altro scrittore che o si ama o si odia. Che sa tanto di frase fatta, in realtà ci sono anche scrittori che tu li vedi e sei un po’ così così però alla fine va bene, come quando non c’è nulla di pronto e potendo scegliere tu ordineresti una pizza, ma ti fai andare bene le melenzane grigliate trovate in frigo.

Baricco io invece non riesco a sopportarlo. Non so se è perché trovo il suo modo di scrivere onanistico o perché in realtà non odio lui ma il suo pubblico, fatto dei programmi di Fabio Fazio, dei film di Sorrentino, magari anche un Ligabue e anzi alle volte sono comunista ma non mi sono sempre interessato (cit.).

In ogni caso lo lessi perché piaceva a una mia ex. E avrei dovuto capire che quella era la punta dell’iceberg, fatta di tutte le cose che ho testé citato.

Un paio di anni fa, invece, avvenne un episodio divertente.

Era il 24 dicembre e mi fiondai in libreria per un regalo last minute. Tra libri, dvd, cd, matite colorate di legno, legnetti colorati di matita e colori matitati legnosi, insomma tutte quelle cazzate rubasoldi che vendono nelle librerie, scelsi un libro di Baricco per andare sul sicuro (il solito discorso Leggo un libro all’anno e solo Baricco).

Incrociai un conoscente, trafelato, nervoso e bestemmiante perché stava mettendo insieme anche lui dei regali last minute.

– Regali, eh?
Dissi, sfoderando il mio Capitan Ovvio d’occasione.

Il conoscente rispose scuotendo la testa in segno di sconforto. E con una bestemmia.

– Io ho dovuto comprare un libro di Baricco.
Aggiunsi.

Lui allora mi fissò negli occhi, mi mise una mano sulla spalla e disse:
– Hai avuto un Natale peggiore del mio.