Non è che al muratore serva uno stilista per una camicia di stucco

Nostalgici delle figurine puzzolenti e del Paperino’s, ho deciso di proseguire il post di ieri sugli anni ’80-’90 perché vivere nella nostalgia è come entrare in un grosso tendone da circo vuoto: sa di plastica esausta, di polvere e di selvatico. Esattamente gli stessi odori che avevano le sorpresine contenute nelle buste di patatine. Posso mai lasciare qualcuno abbandonato, così?

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“Il buon sapore di cicca americana”: ma chi l’ha detta ‘sta minchiata? E perché mai un Paperino deforme inchiodato all’asta dello spazzolino come in una tortura medioevale avrebbe dovuto interessare a un bambino?

Se ancora non credete alle mie parole e ritenete di aver vissuto un’epoca magica, ripensate a uno dei prodotti peggiori dei Novanta: le boy band e la loro musica. Roba che oggi Despacito è un’opera di pregevole fattura musicale.

Trattandosi di un prodotto preconfezionato per il grande pubblico, nella composizione di ogni boy band c’erano degli elementi ricorrenti:

– Quello con l’aria pulita da bravo ragazzo cui le mamme avrebbero dato l’imene delle figlie
– Quello con l’aria da scavezzacollo poco raccomandabile cui le ragazzine avrebbero voluto dare l’imene
– Quello di cui nessuno si ricorda il nome e su cui girano voci di omosessualità
– Altri componenti a caso inutili che servivano a fare numero

Se alle ragazze piacevano perché erano fighi, i ragazzi li seguivano per copiarne la figosità: la calvizie precoce a 30 anni successiva è dovuta all’abuso di gel di dubbia composizione negli anni precedenti, per imitare le acconciature dei fantocci musicali che andavano per la maggiore.

Il gel: tutti ti dicevano “Ma cosa ti sei messo in testa?” ma nessuno che ti ammoniva su cosa ti mettevi sulla testa. Delle paste multicolor che puzzavano di petrolchimico della periferia di Vergate sul Membro che ti fossilizzavano i capelli per un paio di settimane. Se prendevi di testa un Super Santos i tuoi capelli da istrice erano capaci di bucarlo.

Gli outfit comprendevano più o meno elementi come: camicie XXL, t-shirt sopra t-shirt a maniche lunghe, salopette di jeans, jeans ascellari con effetto “scusa ho il pannolone per un problema di dissenteria che mi sono beccato in Messico”, canottiere da muratore bergamasco, tute di acetato modello spacciatore di crack.

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A una girl band (le Spice Girls) dobbiamo invece l’affermazione di uno scempio pedonal-stilistico: le scarpe con le zeppe. Anche per uomini, perché il ridicolo dev’essere no gender. Sul motivo perché una persona sana di mente dovrebbe indossare scarpe scomode per camminare, per guidare, per vivere, non mi soffermo. Ognuno sceglie di torturarsi come preferisce.

Per i più piccoli invece c’erano altri tipi di calzature: quelle con le lucine posteriori. Sembra che i led lanciassero un codice morse per i bulli che diceva più o meno “Per favore picchiatemi perché me lo merito”.

E voi ancora state lì a rimpiangere quell’epoca?!

FINE SECONDA PARTE

(il che non vuol dire che ce ne sarà per forza una terza)

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Non è che il tipo morigerato dopo una corsa si asciughi il pudore

Una volta, più di 10 anni fa ma meno di 15, quando chimica era ancora la fame e non la scia, mi trovavo seduto in compagnia di una ragazza sotto un’estremità del porticato dell’emiciclo di Piazza Plebiscito, in una serena giornata di primavera con poche nuvole sparse che disegnavano genitali nel cielo.

Ci si scambiava dei baci, anche se forse scambiare non è il verbo adatto, giacché lo scambio presuppone che uno dia e l’altro riceva e a sua volta poi dia, mentre lì sembrava difficile discernere consegna e ricezione, diciamo che forse più che uno scambio era una condivisione del bacio anche se poi a questo punto bisognerebbe capire a chi appartenesse realmente il bacio che veniva compartito.

In ogni caso, era una semplice questione di protrusione di labbra con allontanamento graduale dei corpi dal collo sino al bacino, giacché ogni tentativo da parte mia verso un ulteriore contatto esplorativo si risolveva come in un noto film di kung-fu: Cinque dita di violenza. Direttamente sul mio volto.

A un certo punto si avvicinò un uomo di mezza età, aveva l’aria di un addetto di qualcosa e indossava quel che sembrava un abbigliamento da sorvegliante o custode e in effetti il suo atteggiamento paternalista sembrava proprio da custode anche se non mi era chiaro cosa custodisse, se la piazza, l’emiciclo o la basilica o se fosse soltanto un mitomane giacché non mi è mai stato noto che la zona fosse sotto custodia. Sbucò lateralmente rispetto a noi dicendo Ragazzi qui non potete stare, ci sono dei bambini e noi ci guardammo in faccia un po’ perplessi ma ci alzammo e ci allontanammo in virtù di quella che era una rispettosa obbedienza verso gli adulti che a entrambi era stata inculcata come educazione.

In effetti poco lontano al centro della piazza c’erano dei fanciulli, impegnati nel bambinare con biciclettine e palloni.

Forse era stato giusto il richiamo del custode, anche se per me no in quanto stazionando lateralmente e in ombra sotto i portici avevamo avuto il buon senso di non esporci troppo alla vista, inoltre io, fossi stato bambino, avrei avuto il buon senso a mia volta di pensare ai fatti miei. Tra i valori inculcatimi dai genitori c’era infatti un certo pudore e rispetto verso l’intimità altrui, laddove tale intimità non si presentava ovviamente come invadente e oscena.

Al di là di questo insignificante episodio, mi sono trovato spesso negli anni a riflettere su quanti si comportino da custodi di morale usando l’infanzia come pretesto per barricate contro a o contro chi. Dimenticando – forse in maniera dolosa – che i bambini sono spugne e assorbono chissà quanti comportamenti nocivi – di odio, discriminazione e quant’altro – messi in atto da tali custodi.

E ho ripensato a tutto ciò ieri, seduto in un ristorante giapponese di quelli con il nastro trasportatore, mentre attendevo impaziente che arrivasse verso di me un solitario roll al tonno che avevo adocchiato da lontano. Dall’altro lato del nastro, alla mia destra, c’era una famigliola composta da padre, madre e una bambina all’incirca di 7-8 anni. Quando il roll aveva già oltrepassato la famiglia e stava finalmente percorrendo la curva che l’avrebbe condotto verso il mio insaziabile appetito, la bimba si è sporta per prenderlo. Il padre è intervenuto bloccandola: No, rispetta lo spazio altrui e non invadere. La bimba ha quindi arrestato il proprio gesto ed è tornata al proprio posto.

Ho avuto il mio roll e avrei voluto ringraziare quel padre per avermi restituito un po’ di fiducia nell’umanità con quel suo comandamento. Rispettare lo spazio altrui penso sia tra i migliori e più semplici insegnamenti che si possano impartire eppure chissà perché sembra tanto difficile da condividere.

Io per esempio a volte non riesco ad aver rispetto degli spazi e ancora oggi finisce a kung-fu in faccia.

Non è che la ginecologa con dei disturbi legati al lavoro abbia le turbe di Falloppio

Non ho mai ricevuto un’educazione sessuale, se si esclude una precoce iniziazione con Postalmarket proseguita poi con l’anime di Lamù.
Senza andare poi a scomodare le pagine della finta posta del Cioè rubato alle compagne di classe.

Fin dal primo episodio evidenziava il proprio potenziale formativo.

Fin dal primo episodio evidenziava il proprio potenziale formativo.

Quel che ho poi imparato in maniera più seria l’ho appreso di mia iniziativa sui libri. Un po’ per desiderio di conoscenza, un po’ per quella pruriginosa curiosità che può avere un ragazzino.

La prima reazione fu quella di pentirmi del prurito. Insomma, uno dovrebbe poi infilarsi in un posto umido, a volte maleodorante, dalla dubbia estetica e pieno di batteri? In pratica è come entrare in un ristorante cinese.


Beata ingenuità infantile.


Gli insegnanti non hanno mai offerto molto supporto, seppur i vari testi scolastici trattassero l’argomento, con differenti modalità.

Il sussidiario di scienze delle scuole elementari spiegava in un paio di pagine la riproduzione, anche se senza alcun riferimento anatomico: ricordo i disegni di una cellula uovo (stilizzata) e di uno spermatozoo che vi si appropinquava. Quest’ultimo era raffigurato come fosse un biscione nero.


In pratica sul libro avevo il logo dei Queens of The Stone Age:


Il libro di educazione fisica delle scuole medie era molto più dettagliato e completo.

Peccato che un libro di educazione fisica in una classe sia cosa più inutile di un frigorifero in Groenlandia.

Le due ore scarse – il professore aveva divorziato dalla puntualità – di lezione a settimana erano dedicate soltanto a calcio (i maschi) e pallavolo (le femmine). E se eri masculo non giocavi con le femmine: oggi dicono che ci si ammala di gender, allora ti davano del ricchione.


E qui che si capisce che non serve alcuna educazione sessuale: non si deve inculcare ai ragazzi l’idea che non sia normale dare del ricchione a qualcuno.


Qualche volta, quando si era in pochi in classe, abbiamo permesso alle femmine di giocare a calcio con noi. Loro potevano fare cose riservate all’altro sesso ma solo per gentile e temporanea concessione da parte nostra, revocabile in qualsiasi momento.

In genere la partita finiva quando una ragazza rimaneva acciaccata da una pallonata sul petto o sul basso ventre. Quella fu un’altra lezione di anatomia: le parti intime femminili sono delicate e sensibili anche al Super Santos.

Ricordo una sola occasione in cui aprimmo il libro di educazione fisica, in un giorno di pioggia e con le palestre inagibili.

Il professore lesse un capitolo riguardante la pubertà. Finita la lezione chiuse il libro senza aggiungere una parola di spiegazione, della serie Questo è, il mio dovere l’ho fatto.

Quella si potrebbe avvicinare a essere stata una lezione di educazione sessuale avuta a scuola.

A casa invece l’unico insegnamento ricevuto fu quando Madre mi disse “Non portarci nessun dispiacere a casa, capisci a me“, alludendo al prestare attenzione a non impollinare improvvidamente qualche fiore.

Mi sono tornati in mente questi ricordi dopo aver visto un video su Internazionale in cui una giornalista e una regista si interrogano su quanto le persone, in particolare le donne, conoscano la struttura dei genitali.

I risultati sono un po’ sconfortanti. Saranno magari casi estremi ed estrapolati da un contesto, anche se a volte mi chiedo quanta educazione intorno certi temi ci sia tra la gente.

Se molti devono istruirsi da sé – e io almeno avevo l’interesse verso libri di divulgazione – non posso allora considerare inusitato che ci sia chi confonde vagina e vulva o che pensi che l’uretra sia una cantante soul.


La famosa Urethra Franklin.


In realtà tutto il post era teso ad arrivare a questa battuta.


Non è che un pittore vada in discoteca perché ha un periodo cubista

Oggi la Castora, dopo che in un meeting precedente aveva spronato a produrre di più, ha detto più volte che dobbiamo “push! push! push!” e io su questa cosa di spingere ho continuato a vederci metafore defecatorie, sarà perché forse non sono mai uscito da quella che Freud definiva fase anale o perché ormai lei la vivo come un dito nel sedere.


Quindi comunque torniamo sempre in quella fase.


Non è stato un buon inizio settimana.
Forse il contrappasso per essermi alzato dal letto stamattina in stato d’animo positivo, dopo il fine settimana. L’allegria è cosa vietata dalla Risoluzione ONU 132454, che prescrive che il lunedì l’umore debba invece avere le sfumature degli scarichi di un bagno chimico dopo un concerto dei Meshuggah.

Durante il week end sono andato a far visita alla Trallallà.


Avrei scritto “Sono andato a trovarla”, ma non si era persa.


Ho fatto il viaggio più lungo che ho fatto sinora in vita mia: 12 ore di autobus, partito il venerdì sera da Nepliget – l’autostazione di Budapest – e arrivato il giorno dopo.
Ho dormito a tratti, sempre cercando di trovare la miglior posizione per dormire in un autobus. Dicono che non esista ma io invece ci credo. Spero nelle prossime occasioni di trovarla prima di trasformarmi in un quadro di Picasso, periodo cubista.

Non ricordo molto del viaggio, a parte che quando aprivo gli occhi e guardavo fuori mi sembrava di stare sempre nello stesso posto e, inoltre, due ragazzi ungheresi che avevo alle spalle non facevano altro che divorare snack. Hanno cominciato con le patatine a Budapest e poi molti chilometri dopo hanno concluso con dei sandwich che dovevano contenere dei peperoni, a giudicare dall’odore che spandevano.

A bordo c’era un musicista di strada croato con passaporto ungherese e che parlava italiano che amava far conversazione. L’ho visto attaccar bottone alla partenza con un italiano che aspettava l’autobus accanto a me. Ho subodorato subito che il musicista fosse di quelli appassionati di sartoria, nel senso che attaccava pezze. Mi sono allora allontanato fingendo di aver visto tra la nebbia un lampione che avevo già incontrato a Monaco di Baviera nel 2012.

Ogni volta che aprivo gli occhi, oltre al paesaggio uguale e i due mangioni dietro, udivo il musicista ciarlare.

Poi a un certo punto mi sono svegliato e lui non c’era più. Forse l’avranno ucciso e dato in pasto ai due dietro di me.

Poi non mi ricordo più null’altro, il tempo è trascorso veloce. Ricordo poi di aver aperto gli occhi e c’era la Trallallà seduta sul letto che mi chiedeva di allungarle le mie pantofole per andare in bagno.

Allora ho pensato che tutti abbiano diritto ad avere chi presta loro le pantofole per andare in bagno e il pensiero di aver potuto compiere quest’atto mi ha fatto riaddormentare felice.

Non è che avere conversazioni intime significhi parlare agli uccelli

Quando si trascorrono molte ore nello stesso ambiente con la stessa persona è normale si sviluppi un rapporto più intimo e personale. Con la mia collega, la ormai nota su queste pagine CR, sono molto amico. Credo anzi di far le veci di un’amica, visto che l’altro giorno tenne a informarmi che il suo ciclo, sempre stato di 24 giorni, attualmente si è stabilizzato sui 29. Stavo per risponderle che anche il mio fosse un po’ sballato, essendomi compenetrato nel ruolo.

Al di là di tali informazioni di servizio, i suoi argomenti di conversazione sono però alquanto “gigginocentrici”.
Giggino è il fidanzato.


A Napoli abbiamo l’abitudine di trasformare i Luigi in Giggini, indifferentemente da età, familiarità e quant’altro. Il sindaco Luigi de Magistris è, infatti, il Primo Giggino.


Per fare un esempio, ieri mi ha chiesto cosa avessi per pranzo:

– Pasta e lenticchie (mia nonna ne sarebbe contenta)
– Ah ieri Giggino incredibilmente una volta tanto ha cucinato lui e ha fatto pasta al pesto e pomodorini

Oppure, l’altro giorno, commentando una mia sicurezza nella pronuncia di una frase ungherese:

– Ti vedo pratico! Hai una buona pronuncia, sai?
– Io faccio come gli uccelli che imitano i suoni, nulla più
– Giggino si sta cimentando con l’ungherese, non ti dico che risate…

 Oppure, quando mi chiese come a casa accogliessero, di solito, una fanciulla:

– Beh sono in realtà molto riservato anche con i miei…
– Sai Giggino subito è stato preso a benvolere da mio padre, cosa strana perché con gli altri ragazzi era sempre stato gelosissimo


Riservato forse non rende l’idea. Sono essenziale, è diverso. Della serie “Vi basti sapere che non è minorenne, non ha problemi con la legge e non mi introdurrà ad alcool e droghe perché è più probabile il contrario”.


CR non è l’unica a essere così. Ci sono persone che, da un certo punto in poi della vita, cominciano a parlare soltanto dei propri figli, fidanzati, animali domestici.


Le categorie sono sovrapponibili. Un figlio piccolo ha i bisogni di un cucciolo. Un fidanzato può puzzare, lasciare sporco e seminare peli come un animale. Un acquario può avere lo stesso afrore di certe zone del corpo e così via.


Quindi alla fine la vita è solo un grande giardino zoologico.


Immagine rubata da internet

Immagine rubata da internet

Purtroppo non mi sono mai trovato ad avere a che fare a lungo con tali persone. Ecco perché la lunga esperienza attuale mi è molto utile per mettere a punto e tarare un sistema di misurazione del Divegocentrismo (divagare+egocentrismo) da parte degli altri. Lo chiamerò il Gigginometro, in onore dell’inconsapevole ispiratore.

Per chiarire, quanti Giggini può valere (inteso, quanti aneddoti sul soggetto dovrai poi sentire o quanto a lungo può durare il singolo aneddoto) una tua singola informazione trasmessa all’interlocutore?


Perché magari un singolo Giggino può anche essere sezionato: un aneddoto di 10 minuti non vale un solo Giggino come uno di 5.


Spero mi varrà un Nobel.


Che poi non andrò a ritirare perché sono riservato.


Non è che forse “figli di buona famiglia” vada inteso come “figli di buona donna”?

È notizia di ieri che sono state arrestate 5 bestie per aver violentato una ragazza.

I commenti al fatto di cronaca erano che fossero “Cinque ragazzi normali”.


Un po’ vaga e lacunosa come definizione. Andrebbe spiegato come invece violenta una donna un ragazzo anormale. I media avrebbero il dovere di informare riguardo ciò, cosicché si possa poi riconoscere un anormale a prima vista.


Il TG Regionale si è spinto oltre, definendoli “Insospettabili” e “Di famiglie bene”.

Mi interrogo sempre su cosa sia una famiglia bene. Ho chiesto a Madre:

– Madre, noi siamo una famiglia bene?
– Tuo padre bestemmia da quando apre gli occhi fino alla sera quando li chiude, secondo te?

Il Sindaco del Comune dove è avvenuto il fatto, intervistato, ha detto di essere scioccato, la loro “È una comunità bene”.

Qui le cose cominciano a complicarsi: non è ben chiaro come qualificare una comunità bene e se per caso esista una sorta di Denominazione di Origine Controllata per distinguerle dalle finte comunità bene Made in China.

Per fortuna il Primo Cittadino ha poi aggiunto che “[È una comunità] di gente che lavora”, che è invece una esauriente specificazione.

Sono passato quindi a farmi un piccolo esame di coscienza: non ero neanche preparato, quindi sono andato giusto a tentarlo.

È da tempo che io infatti vorrei commettere un reato.


Credo che ognuno nel proprio bagaglio di esperienze debba averne uno, per vantarsi con gli amici al pub o per usarlo come arma politica invocando una persecuzione giudiziaria.


Non sono orientato su cose turpi e/o aberranti e/o violente.
Penso più a un qualcosa di artistico, come una rapina in banca o in appartamento degna di Lupin o Diabolik.

Ma prima di fare questo passo, devo pormi una domanda: avrei i requisiti giusti per non essere poi etichettato come un criminale della peggior specie, bensì come “Un ragazzo normale”, “Un insospettabile”, “Uno come tanti che vuol bene alla mamma e sognava di fare l’astronauta il calciatore”?


Credo gli astronauti come popolarità siano un po’ in ribasso, basti guardare gli insulti su internet a Samantha Cristoforetti, il fatto che andare nello spazio costa soldi quando invece potremmo investirli in tangenti sulla Terra, o le questioni sul fatto che il Mondo sia piatto e il cielo una cupola chiusa.


1) Innanzitutto c’è il problema di ottenere il riconoscimento di “famiglia bene”. Dovrò informarmi se c’è un ente preposto a tale scopo.

2) C’è la questione del salutare i vicini tutti i giorni, che sembra sia importante. Io rispetto l’obbligo in parte: c’è una famiglia, che abita nel palazzo di fronte casa, con cui ci si ignora in modo freddo come tra blocchi geopolitici sotto Cortina di ferro. C’è poi la vicina nella casa di fianco, che semplicemente se ti vede fugge via.
Costoro potrebbero costituire un problema e danneggiare la mia immagine nel caso venissero intervistati dalle telecamere di Barbara D’Urso.

3) Il lavoro è il vero nodo spinoso. Nel mio curriculum ci sono dei buchi temporali tra le varie esperienze. Potrei dare la colpa alla congiuntura economica, al governo, alle scie chimiche, a tante cose: ma il messaggio che passerà all’opinione pubblica – e io l’opinione pubblica la osservo bene e so come ragiona – sarà che io non ero un gran lavoratore perché non lavoravo sempre.
Dovrei forse mentire sul cv, allungare qualche esperienza, aggiungerne un’altra qua e là.

4) È necessario assumere un’aria rispettabile ed eliminare qualsiasi oggetto personale che possa essere utilizzato per fornire interpretazioni sulla propria personalità a qualche opinionista: come ad esempio le mie fantastiche camicie che, come dimostra il seguente reperto fotografico, vengono anche copiate:


Io son quello di destra e la risposta è no, io e l’altro tizio non ci eravamo messi d’accordo.


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Mi sono quindi reso conto che è veramente difficile oggigiorno riuscire a passare per un criminale insospettabile. Quindi almeno per il momento il crimine dovrà fare a meno di me.

Tanto sembra che in giro ci siano tanti ragazzi perbene pronti a prendere il mio posto.

Non è che il pallavolista scarso si dia al cabaret perché le sue battute fan ridere

Che io abbia un senso dell’umorismo discutibile, da far rabbrividire anche un inglese e degno di comparire sulla cialda del fu-Cucciolone Eldorado (quello attuale è una pallida imitazione), credo sia noto a chi legge i miei post.

Gli ungheresi, comunque, hanno un senso dell’umorismo tutto loro.
Così “loro” che lo tengono per sé e non lo mostrano a nessuno: non ho ancora avuto a che fare con un ungherese che abbia sense of humour. Non è che non ridano mai, quanto piuttosto sembrino non arrivare proprio ad apprezzare l’ironia.

L’ultimo esempio l’ho avuto questa mattina.

Internet non funzionava in ufficio. Anzi, in tutto lo stabile. Anzi, in tutta la strada e la rete non sarebbe tornata prima di sera.

Allora, io, Aranka Mekkanika e R. dell’ufficio finanza – man mano che passano i giorni sembra diminuisca sempre più il personale presente – decidiamo di tornare a casa e lavorare da lì portandoci dietro i laptop dell’ufficio.

Dopo aver smontato il mio, mentre mi avvio verso l’uscita tenendolo sottobraccio come uno che si è appena fregato un’autoradio, dico ad Aranka Mekkanika

– Ehi, credi che riuscirei a venderlo a piazza Blaha?

Lei rimane impietrita.

– Scherzavo, eh
– Non è divertente.

Va bene, convengo che non sia stato un intermezzo brillante quanto un Woody Allen dei tempi d’oro. Però, come si dice in questi casi: e che cazzo, dai.


Non sono poi così sicuro che Woody Allen, quantomeno la versione di anta anni fa, faccia loro ridere.


Blaha Lujza è la zona dove vivo. È un po’ borderline.

  • È zona di transito di pendolari (crocevia di linee di tram e una metro) e i pullman scaricano lì turisti cinesi. Non capisco perché solo cinesi: in città arrivano gruppi organizzati di italiani, inglesi, tedeschi…ma i cinesi, spesso dai 40 in su, vengono tutti sversati lì, coi loro cappellini (le donne) e i pantaloni ascellari (gli uomini).
  • C’è un uomo sandwich che gira lì intorno al mattino e pubblicizza un kebabbaro che fa anche il gyros e le pizze. Il suo sguardo perso nel vuoto, l’andatura ciondolante e l’espressione allegra come una retrospettiva su un genocidio non sembrano molto invitanti per i potenziali clienti ma io se fossi un uomo sandwich avrei un aspetto anche peggiore.
  • Ho un club-disco di fronte casa che nel week end fa orario continuato e la domenica mattina raccoglie quelli che dalla sera precedente sono rimasti in piedi. E sono anche un discreto numero: sospetto facciano uso di doping.
  • C’è un tizio che ogni venerdì pomeriggio si piazza in piazza (se fosse stato in strada si sarebbe instradato?) a suonare la batteria. Sempre la stessa ritmica: ormai potrei ripeterla a memoria sul pentolame.
  • La zona pullula di senzatetto alcolisti. Innocui. Ho più timore quando mi ritrovo circondato da gente in blazer.

A proposito di blazer, ho notato, un po’ ovunque all’estero, la tendenza da parte di molti di andare al lavoro in monopattino. Ragazzi, ragazze, adulti, persino compassati manager.


Sono sicuro che qualcuno interverrà dicendo: Guarda che anche qui a Cunnilinguo sul Clito andiamo al lavoro in monopattino! Non lo metto in dubbio, ma io non posso saperlo prima di venirlo a sapere.


Sarebbe bello si diffondesse, anzi, se ne sdoganasse l’uso anche dalle mie parti in Italia.

Mi stavo chiedendo, se in Terra Stantìa uscissi in monopattino, sarebbe più probabile che io venga picchiato o messo a testa in giù in un cassonetto? O entrambe le cose?

Non è che il barista che si arrangia sia uno che tira a Campari

Uno dei motivi per me di rammarico per il fatto di non comprendere l’ungherese è il perdermi tutto il florilegio di particolarità ed eccentricità che sicuramente la capitale magiara offre.

È per questo che ogni volta che torno in Terra Natìa (o Terra Stantìa) per me arriva una ventata di aria fresca, potendo godere di un vasto campionario di astrusità.

La giornata di venerdì è iniziata dal barbiere, dove un simpatico cliente appena entrato, nel vedermi, mi ha additato come “Signore dell’ISIS”, alludendo al mio aspetto barbuto. Di tutt’altro avviso è stato il mio vicino di casa, uno che se ti vede si volta dall’altro lato ma che quando ti incontra dal barbiere saluta e scambia con te formali chiacchiere di circostanza. Il vicino mi ha elogiato per la “Bella barba da monaco”. Non so se fosse un complimento o meno e non ho voluto approfondire.

Più tardi, mentre attendevo la metropolitana, tra la gente si è presentato un venditore di calzini.
A Napoli esiste un mercato di vendita per strada di indumenti per piedi, i cui venditori sono quasi tutti ex frequentatori di patrie galere o tossicodipendenti.


Mi sono sempre chiesto per qual motivo proporre proprio calzini e perché mai tutti costoro si siano specializzati in tale indumento.


Uno di questi una volta mi fermò e io non capii se fosse per chiedere soldi o intervistarmi. Esordì infatti dicendo

– Ciao, io sono di Scampia. Che cosa ne pensi di noi ragazzi

E sul “ragazzi” io inarcai un sopracciglio,


Quello sinistro, perché purtroppo non riesco a inarcare quello destro, se non contemporaneamente al sinistro. Credo sia una predisposizione genetica, come saper arrotolare la lingua¹.


¹ Cosa che invece so fare.


perché il “ragazzo” aveva minimo 40 anni.

– Che cosa ne pensi di noi ragazzi di Scampia – disse – che stiamo cercando di vivere in modo onesto mantenere una famiglia, dei figli, nonostante un mondo difficile, il lavoro non si trova ed è veramente difficile. Non è che ci vorresti aiutare?

Avete tutta la mia solidarietà e il mio supporto morale.
È quello che avrei voluto dirgli, ma non credo avesse senso dell’umorismo. Quindi mi limitai a un “Non posso, mi spiace”.

La logorrea è un problema di tutti quelli che a Napoli chiedono denaro. Come se il luogo comune sull’arrangiarsi costringesse tutti a cercare di essere creativi per rimediare qualcosa.

Come quel tossicodipendente che una volta mi agganciò iniziando un discorso filosoficamente confuso che era più o meno così:

– Ciao, tu si vede che sei uno che sa campare, perché uno che sa campare lo sa quello che è giusto fare e sa come funziona il mondo di oggi perché se sai campare

E nel frattempo dovetti tirarlo via dalla strada prima che venisse steso, perché lui, il tizio che riconosce la gente che sa campare, non sa come si campa quando si attraversa.

Dicevo del venditore di calzini di venerdì.
Aveva fermato una signora alla mia destra. Lei gli aveva detto no, lui quindi è andato da altre persone alla mia sinistra. Ignorando me. Non sono stato degnato di uno sguardo né ha tentato di avvicinarsi.

Mi sono sentito offeso e avrei quasi voluto richiamare la sua attenzione per mostrare il mio disappunto.

Più tardi ancora, mentre attendevo le classiche due ore per mangiare una pizza


Non è un’esagerazione. Dopo le 13, mettete in conto due ore della vostra vita da spendere in fila, quindi presentatevi già spuntinati per quietare lo stomaco.


ho sentito una voce alle mie spalle:

– Scusa, ma poi cresce?

Mi sono voltato.
Un tizio ben oltre la quarantina, con un cappello a cilindro, una giacca color argento metallizzato che alla luce del sole rifletteva come una palla da discoteca anni ’80 e una chitarra in spalla, era dinanzi a me.

– Eh?
– La barba, poi cresce come la tua?

Diceva questo indicando il suo mento, dove cresceva una barbetta incolta a ciuffi sparsi come le zolle di gramigna in un campo da calcio di periferia.

– Beh, sì, va curata.
Ho risposto per non disilluderlo.
– E non va tagliata, giusto?
– No, all’inizio no…
– E poi bisogna lavarla?
– Sì…
Se non vuoi puzzare come una capra, volevo aggiungere.
– E poi cresce, si rinfoltisce?
– Sì, se le dai tempo…
– Ti ringrazio! Grazie mille!

E poi è volato via.

The Gintoki Show – 50 sfumature di micio

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Calcio, arte, musica, divinità…ormai il Gintoki Show spazia a 720 gradi (perché per sicurezza fa due volte il giro) su qualsiasi argomento!

Eppure…qualcosa manca. Un pizzico di sensualità, ecco cosa. Ed è per questo che ho coinvolto la spumeggiante, con-turbante (le sta benissimo il copricapo) m3mango!

G: Ho di recente guardato un video dell’Huffington Post: le 48 cose che le donne si sentono dire (luoghi comuni, frasi sessiste eccetera). Tra queste c’era “Ah, ti interessi di calcio?”: esempio di come ci siano settori ritenuti di appannaggio esclusivo maschile, per i quali una donna che ne parla o è un “caso strano” o deve comunque in qualche modo giustificarsi del proprio interesse o “lottare” per ritagliarsi una nicchia come se dovesse dimostrare qualcosa. Tu cosa ne pensi? Ti sei mai sentita dire “Ma come, parli di sesso?”
M: No, nessuno mi ha mai fatto direttamente questa domanda, ma magari l’hanno solo pensato, non saprei. Sicuro sono stata criticata da qualcuno sull’uso di parole forti, eccessivamente esplicite, o sul fatto che è meglio far immaginare al lettore, piuttosto che descrivere, il ti vedo non ti vedo, come quando guardi i film americani, c’è la telecamera puntata sul lettone e l’immagine sfuma. Ma non era quello che volevo io quando scrivevo.
Tutto ciò ha contribuito a mostrare un’immagine di me molto aggressiva e spregiudicata, cosa che in realtà non credo di essere.
Certo, un po’ ho calcato la mano, ammetto che dire ‘lecca il mio miele’ mi fa orrore, preferisco dire ciucciami il clitoride, non sono mica un’ape!
Volevo in qualche modo contrappormi all’immagine romantica che alcune donne hanno nei confronti del sesso, che il vero amore è quello con la A maiuscola, femmina con maschio, uno a uno, che il porno è roba da perversi, ecc. Tutti concetti che ci inculcano fin da bambini. Come ho cercato di spiegare nelle avvertenze del blog il sesso è qualcosa di meraviglioso, ma arrivi all’età in cui potresti iniziare e spesso non sai nulla. O hai un’idea romantica e aspetti il principe azzurro (tipicamente le ragazze) o hai una versione porno in cui cerchi la sborrata galattica (generalmente i ragazzi), in ogni caso rimani deluso.
Poi io non voglio fare la paladina di alcun che, non penso di essere femminista, sono antisessista e vorrei offrire uno spaccato della sessualità femminile, senza pregiudizi, senza tabù o preconcetti.

G: Da cosa dipende secondo te questo atteggiamento con dei pregiudizi? Mancanza di una sana educazione al sesso, ignoranza o anche forse del timore: pensi che questa immagine che alcuni possono vedere di donna aggressiva sia frutto di una ingiustificata “paura” che incute chi semplicemente si esprime senza nascondersi?
Ps: ho immaginato una versione dei Simpson hardcore in cui domina lo slogan “Ciucciami il clitoride”…
M: Paura non credo. Anzi, mi sono resa conto che c’è la fila degli uomini che vorrebbero essere sottomessi e spesso non hanno il coraggio di chiederlo alle loro compagne.
È pura ignoranza, anzi una semi conoscenza distorta. Da chi vengono educati gli adolescenti? I genitori spesso non ne parlano e si nascondono, la scuola se fa educazione sessuale parla dell’apparato riproduttore e degli anticoncezionali, per carità cose sacrosante, ma ti ritrovi a 15 anni a non sapere da che parte iniziare. La società meno che mai. Vidi un intervento di Erika Lust ad un Ted in cui diceva che lei faceva i porno per educare i ragazzi al sesso e che i suoi film li avrebbe mostrati tranquillamente ai suoi figli. Questo bisognerebbe insegnare: consapevolezza e rispetto, non esiste un limite alla perversione (a parte zoofilia e pedofilia e poco altro), parola che comunque ha valenza negativa, tabù, forse esprime meno un giudizio.

G: Tocchi un tasto particolare. Ad esempio, l’unico “discorso” se vogliamo definirlo tale che ho avuto da Madre è stato “Non portarci a casa nessun guaio, capito?”. Ma per spezzare una lancia o un’arancia in favore dei genitori, forse è difficile per chi proviene da un’altra epoca approcciarsi a certi argomenti. Spetterebbe forse alle generazioni successive che ora sono diventate padri e madri fare un passo avanti. Ma credi sia possibile? Oppure oggi le persone sono messe male ancor peggio di un tempo?
M: Mi auguro fortemente di sì! Anche se è difficile generalizzare. Sicuramente internet aiuta parecchio, almeno sul reperimento di conoscenza, sull’aggregare le persone, sulla condivisione di passioni, interessi, ecc. Hai accesso alle informazioni in maniera completamente diversa da un tempo, a un età che una volta era impensabile. Ma tutto ciò non deve sostituire l’educazione al rispetto e alla consensualità, compiti fondamentali da non demandare al web, ma dovere dei genitori, della scuola e della società. Chissà se qui in Italia siamo pronti? Il dibattito di questi giorni sul family day mi fa tremare, ma io sono pronta e nel mio piccolo ci credo tanto.

G: Alla luce del discorso che stiamo facendo sul mondo virtuale, torniamo sull’obiettivo che ti sei posta per il blog di non offrire un semplice intrattenimento ma di ispirare anche riflessioni e lasciare qualcosa di più profondo: ritieni di averlo raggiunto o credi si possa sempre andare avanti, avere una crescita continua? Mi riallaccio anche al discorso che faceva Zeus sull’evoluzione del blogger: c’è una dimensione a cui tendi?
M: Credo fermamente nel kaizen, il miglioramento continuo giapponese, che studiai anni e anni fa sui banchi di scuola!
A parte gli scherzi, non so proprio se sono minimamente riuscita a comunicare cosa sta sotto i post, non voglio essere troppo didascalica, preferisco che i concetti emergano in modo naturale, e poi il blog da raccolta di brevi testi erotici, si è trasformato anche in altro, per non rischiare di essere ripetitiva.
Ho provato a raccontare di me, a mixare testi scritti da altri con qualcosa di mio, a scrivere pseudo poesie, a recensire. Insomma, mi piace molto sperimentare, sempre in tono un pò scanzonato, senza mai prendermi troppo sul serio.
Trovo molto gratificante la collaborazione con altri blogger, scrivere qualcosa a quattro mani, mettersi in discussione, trovare spunti di riflessione, su cui soffermarsi. Lo chiamano il Web 2.0 alla fine si tratta di persone che condividono e partecipano a progetti comuni.

G: Ah, io mi baso molto sul kaizen, la mia vita procede proprio a kaizen di cane!
Ehm, lasciamo perdere.
L’interazione tra blogger è quindi per te importante. Ricevi anche messaggi del tipo “posta del cuore”, come ricordi nella tua presentazione? Non vogliamo sapere i dettagli, ovviamente, incuriosisce sapere che tipo di pubblico hai radunato intorno a te.
M: Devo dire che ne ho ricevuti parecchi e non solo di uomini! Questo è un grande motivo d’orgoglio: attrarre indistintamente entrambi i sessi.
In generale immagino che tutti siano accomunati dalla curiosità di sapere chi c’è dietro Mango. Una squilibrata oppure una persona pensante? Poi parlando di sesso alcuni ritengono (sbagliando!) che sia matematico che la dia via come un frisbee, ma devo ammettere che non mi dà fastidio, non ho mai trovato gente insistente.

G: Adesso però vogliamo sapere di più: sei una squilibrata o no?!
Scherzo! Ma com’è Mango nella vita reale (cose private escluse, ovviamente)? E per rispondere, ti chiedo di prender parte al gioco che ha fatto uscire di testa gli psichiatri di tutto il mondo: raccontati inserendo in frasi di senso compiuto queste parole: guepiere, cicisbeo, bacheca.
M: Ma tu, Gintoki sei curioso come un gatto cicisbeo!
Non posso fare a meno di citare un post spassoso dell’amico blogger Ali di velluto che immaginava chi potessi mai essere:
“A tutti appariva come un uomo disfatto, la pancia sformata dalle troppe bevute, la tuta sempre più lurida, la barba e i capelli incrostati”. (https://alidivelluto.wordpress.com/2015/12/18/il-post/)
Scherzava, ovviamente! Però in effetti scelsi un nick apparentemente maschile perché mi piaceva l’idea dell’ambiguità. Mi ritrovo però poi Avvocatolo, che fa sempre finta di non ricordarsi se sono uomo o donna.
Per rispondere alla tua domanda: sono una donna in guêpière (!) che non sa gestire gli imprevisti, con un lavoro gratificante, che ha voglia di giocare e divertirsi, ha una passione per i viaggi, che non sopporta le feste comandate, curiosa, senza il senso dell’orientamento, con notevoli problemi di memoria, introversa, ma che prova a mascherare bene, alla mano, che non ama essere messa in bacheca, ma strapazzata (mannaia a te, Gintoki che mi fai dire ‘ste cose zozze!).

G: Non è curiosità, lo faccio solo per il pubblico!


(applausi registrati)


Infatti, sempre a beneficio di chi ci segue: hai degli spunti che vorresti offrire loro su cui riflettere in materia di amore & sesso?
Ho detto spunti non a caso: i consigli siam bravi tutti, ma lo spunto (o lo spuntino se viene fame) è da fini divulgatori!
M: Colgo l’occasione per ringraziarti tanto, gatto Gintoki, perché è davvero una bella domanda la tua. Parlare al tuo meraviglioso pubblico è un onore. Però più che spunto, sul quale mi sento poco preparata, perché ognuno sull’amore & sul sesso deve trovare la propria strada, potrei suggerire di concentrarsi sulle spinte e sugli sputi, il resto verrà a… cascata!

G: Domanda per chiudere: se invece dovessi dare dei consigli in materia di cinema erotico, cosa suggeriresti a un pubblico “vergine” in materia (tra tanti aggettivi quale prendo!) per approcciarsi all’argomento?
M: 
L’elenco è interminabile! Quanti titoli potrei citare? Visto che mi piace fare l’originale ne citerò solo quattro: bellissimi, tutti francesi, molto raffinati, su quattro argomenti che mi stanno a cuore:
Jules e Jim, di François Truffaut (1962), sull’amore a tre
Une liaison pornographique (1999), sull’amore tra sconosciuti, su cui scrissi anche un post (link: https://m3mango.wordpress.com/2015/09/28/une-liaison-pornographique-liberamente-tratto/)
Incontri d’amore con Daniel Auteuil (2005) sullo scambismo
La vita di Adele (2013), sull’amore lesbico
Non posso però non ricordare il mitico Clercks (1994) e la citazione ormai passata alla storia su mister ‘palla di neve’. Dopo di che c’è tutta la filmografia del classico porno all’italiana dagli anni ’80 al duemila… ah, no, scusa tu hai parlato di erotico, allora mi fermo qui :).

Signore e Signori, era la divina m3mango!

Non è che l’età avanza e tu puoi conservarla in frigo

Ci riflettevo questa sera dopo l’allenamento. Al corso ci sono dei ragazzi del ’96. 1996, non so se ci si rende conto della cosa. Da quand’è che sono maggiorenni quelli del 1996? Quando io facevo l’esame di maturità, presentandomi alla commissione con dei pantaloni hip hop enormi, un bracciale borchiato al polso e una catena al collo, costoro erano alle scuole elementari. Me li immagino, col grembiule, tutti un po’ impacciati coi loro zainetti colorati seduti in banchi minuscoli.

E ora pensare che in teoria io con una del 1996 potrei legalmente uscirci a cena.

Sì ma poi di cosa parleremmo? Degli 11 anni che si è persa perché non c’era? Io i primi miei 5 anni di vita non li ricordo mica bene.

Ricordo i festeggiamenti per il secondo scudetto del Napoli, che tra l’altro neanche avevo capito cosa fossero, pensavo si trattasse di una festa popolare o una sagra paesana o una festa paesana o una sagra popolare, insomma c’era questo sventolio di bandiere, fuochi d’artificio e gente per strada e tutto ciò che mi chiedevo era se si svolgesse ogni anno questa celebrazione perché le bandiere e i fuochi mi piacevano. Alla mia domanda Madre rispose “Se il Napoli vince pure l’anno prossimo, sì” e io tacqui ma non avevo mica capito bene cosa c’entrasse il Napoli con una festa di paese.

Ricordo il Muro di Berlino. Anche qui manco avevo compreso gli eventi e credevo che invece di buttarlo giù lo stessero costruendo.

Ricordo il mio primo giorno di scuola, in cui entrai in classe accompagnato da Madre che mi aveva istruito sull’importante prova cui ero chiamato: all’ingresso mi avrebbero detto “Come ti chiami?” e io avrei dovuto rispondere fornendo il mio nome e cognome. Insomma, come un gioco di spie, con frasi segrete e parole d’ordine. Ricordo mi si avvicinò questa signora occhialuta che mi ricordava un po’ Nonna Papera che si chinò e pronunciò la formula di rito, alla quale risposi evidentemente in modo corretto perché poi fece un segno su un foglio di carta. Pensai fosse una pensionata che faceva volontariato nella scuola svolgendo questi compiti di accoglienza – già da bimbetto avevo sviluppato il caustico cinismo che mi contraddistingue – ma poi scoprii che era la maestra di matematica ed era la più importante della triade di maestre che ci educava.

La maestra mi chiamava “chiapparié”: non ha nulla a che fare con le chiappe, tranquillizzatevi. I chiapparielli non sono altro che i capperi. Non so che cappero c’entrassi con i capperi io, forse sarà stato perché ero piccolino e scuro (poi con l’età mi son sbiancato, un po’ come Michael Jackson).

Dalla maestra ho ricevuto anche qualche scappellotto. Meritato, a dire il vero. Roba che oggi farebbe accorrere le telecamere del Tg5 nella “scuola degli orrori”, causerebbe il licenziamento della maestra e porterebbe le mamme a organizzare un flash mob al grido di “Nessuno tocchi il bambino”.

Dovrei raccontare questo a quelli del 1996? Manco sapevo della loro esistenza, pensavo ci fosse stato un blocco delle nascite negli anni ’90; dicono tutti che la popolazione invecchia ma io mica me ne sono reso conto di essere invecchiato.

Ho deciso, dall’anno prossimo cambio rotta, cambio stile, scopro l’anno bisestile.

E voi cosa raccontereste a quelli più giovani che si sono persi gli anni in cui non c’erano? O cosa vi fareste raccontare? O cosa mi raccontereste?

Non è che se dichiari guerra al trasporto pubblico puoi gridare “All’Atac!”

(si intravede dietro delle alte mura una grossa cupola) Ehi, dove siamo qui?
– Questa è S. Pietro, oh.
– Dai dai scendiamo qui, su (scrollandolo per le spalle).
– Oh? (infastidito)
– Sì dai – schioccando la lingua* – qui ci sono i marocchini e io devo contrattare per una borsa.


Perché mai nei libri, quando qualcuno parla, deve sempre schioccare la lingua? Voi schioccate la lingua spesso mentre parlate? A me non succede, sono forse anormale?
La ragazza comunque non ha schioccato la lingua, l’ho scritto per capire che effetto e che tono desse al discorso ma il risultato non è stato come speravo.


Quelle riportate sono le uniche parole che sono riuscito a comprendere. Il resto del tempo loro e altri due ragazzi hanno parlato esprimendosi in pugliese stretto. È una dialetto che economizza sulle vocali: in pratica è come recitare un codice fiscale.


DIDASCALIA LINGUISTICA
Credo sia inesatto da parte mia parlare di un dialetto pugliese, viste le varianti esistenti dal Gargano al Salento: credo che quello che parlavano i 4 fosse foggiano.


Non avevo mai considerato S. Pietro come meta di pellegrinaggio del falso. Si apprendono sempre cose nuove nei momenti inaspettati, come accadutomi alle 14 di un attivo lunedì pomeriggio.

I mezzi dell’Atac non sono stati, a dire il vero, molto attivi. La metro A era interrotta mentre gli autobus procedevano come una canzone di Tullio de Piscopo: ad andamento lento. Persone che inveivano, individui rassegnati, turisti smarriti che pretendono di fare il biglietto a bordo come se stessero a casa loro. Qualcuno mi pesta il piede e mi chiede scusa, io con un cenno della mano e un sorriso do la mia assoluzione: le mie dita sono diventate come le antenne delle lumache, appena percepiscono il pericolo si rattrappiscono all’interno della scarpa piegandosi su sé stesse ed evitando il pestaggio.

L’aumento della densità interna dei mezzi quest’oggi ha portato a un incremento di personaggi interessanti come i foggiani che ho citato sopra.

Una signora cinese si reggeva in piedi aggrappandosi con una mano alla maniglia e con l’altra al pantalone del marito, ad altezza del pene o quantomeno dove avrebbe potuto trovarsi se l’uomo avesse l’abitudine di sistemarlo da quel lato. Al che mi sono chiesto: la signora cercava il pene del marito? Sapeva oppure che quella zona fosse libera e riteneva lecito aggrapparvisi? In ogni caso il signore e i suoi pantaloni non facevano una piega, io intanto ho distolto lo sguardo attirato da un folle che, sceso dal mezzo, ha tirato un calcio contro una paratia non so per quale motivo.

Sull’autobus delle 20 un anziano signore ha cominciato a parlarmi dopo che gli ho ceduto il posto. Ha esordito spiegandomi dei problemi intestinali e circolatori che lo portano a dover camminare molto durante il giorno, per poi raccontarmi – dopo che avevo dato delle indicazioni a due turiste straniere – dell’importanza di conoscere le lingue. Ha concluso infine raccomandandomi di fare attenzione a ciò che scrivono sui libri perché non sempre dicono la verità: lui tutto ciò che sa l’ha invece appreso dalla gente e dalla strada, perché a scuola c’è stato poco. Mi ha spiegato che mentre era in terza elementare il suo istituto fu bombardato durante la guerra e non ci tornò più.

Tra i due autobus ho incrociato una ragazza inglese che su un polpaccio aveva il tatuaggio del Tardis del dr Who.


Se non sapete di cosa sto parlando, correte a farvi una cultura. Meglio Tardis che mai.


Infine, su un altro autobus ancora, il primo della giornata, tra la folla in attesa sulla banchina ho inquadrato una ragazza che ho ipotizzato potesse essere napoletana. Quando l’ho sentita parlare, ho avuto conferma: era napoletana.

Ciò mi porta a stendere (con un gancio destro) un’altra teoria estetica dopo quella delle nanerottole svampite: noi napoletani siamo un gruppo etnico a sé stante e siamo riconoscibili ovunque. Mi è successo in molti luoghi, a Roma, a Bologna, a Milano, a Parigi, a Londra e anche a Nikko (Giappone): quando inquadravo qualcuno ponendo una scommessa con me stesso sul fatto che fosse napoletano, indovinavo sempre.


È una delle poche scommesse che vinco con me stesso, perché per il resto ho accumulato pesanti debiti di gioco e non so come ripagarmi.


Mi chiedo se sono riconoscibile anche io. Ricordo a proposito della riconoscibilità la maestra alle scuole elementari mi diceva “ti fai sempre riconoscere” e io non capivo cosa volesse dire perché mi conoscevano già quindi per cosa avrebbero dovuto riconoscermi? Ma questa è una storia che non riguarda l’Atac quindi non la riconosco.

Non riesco a comprendere le mie tonsille, tanto che son criptiche

Ho riflettuto che in molti casi mi trovo a cominciare un pensiero partendo con “da bambino…”. È strano, come è strano il fatto che a volte veda l’infanzia come un’età così lontana mentre altre volte così vicina, tanto che se allungo la mano mi sembra di toccare la mia manina scura, perché avevo la pelle molto meno bianca di adesso e passavo molte ore della giornata all’aperto a giocare al sole.

Ricordo che alle elementari un giorno io e un altro compagno di classe volemmo dar vita al club degli acchiappafantasmi: c’era un nostro compagno che aveva la faccia da scienziato e lo eleggemmo a Egon Spengler senza dubbio alcuno. Un altro compagno che aveva i capelli arruffati e col ciuffo, tipicamente anni ’80 seppur fossimo nei primi ’90, sarebbe stato Raymond Stantz. Poi il mio socio cofondatore si girò verso di me e fece: “Tu che sei più scuro fai Winston Zeddemore” e io ci rimasi un po’ così, ma non per una questione epidermica ma perché, diciamocelo, Winston era il più insignificante dei quattro. Io preferivo Peter Venkman e ho sempre apprezzato la seriosa ironia di Bill Murray, tanto che quando ho visto questo articolo 7 Steps to Living a Bill Murray Life, by Bill Murray ho pensato che un po’ vorrei essere Bill Murray.

Da bambino quindi ero seriamente convinto che avrei incontrato dei fantasmi, cercando con un po’ di attenzione. Così come ero seriamente convinto che ci fossero dei passaggi obbligati durante la crescita che non si sarebbero potuti evitare. Mi riferisco alla tonsillectomia e all’appendicectomia. Pensavo che entro la prima adolescenza un bambino dovesse giocoforza subire entrambe le cose, come rito di passaggio verso un’età successiva. Non so come avessi maturato questa convinzione, di certo ricordo che nei telefilm per ragazzi qualcuno dei protagonisti, presto o tardi, doveva operarsi alle tonsille e poi mangiar gelato.

Ora, se sulle tonsille ho ben poco da dire, sull’appendice ci sarebbe un po’ di più da scrivere. Si potrebbe fare un romanzo d’appendicite.

Tutto il discorso mirava ad arrivare a questa battuta.
Scherzo.
Forse.

In ogni caso non mi sono operato né per l’una né per l’altra cosa, anche se per la seconda ci sono andato vicino. Per un periodo stetti così male che saltai la scuola per 10 giorni, tanto che mi portarono in ospedale per farmi guardare da un’amica di mia zia medico. Ricordo un carabiniere che non voleva farmi entrare nel reparto perché avevo meno di 12 anni. Fortuna che la dottoressa uscì e mi fece accomodare in una stanzetta dove, steso su un tavolo di ferro, mi tastò un paio di volte e disse che non era proprio il caso di aprirmi. Mi consigliò una cura alimentare e dopo pochi giorni tornai anche a scuola. Chissà che fine avrà fatto. La dottoressa, non la scuola. Quella è ancora là.

Fatto sta che quindi i passaggi obbligati della vita non fossero affatto questi, così come non era obbligato un altro passaggio di cui mi parlò un compagno di classe alle scuole medie, cioè la rottura del frenulo, che a detta del compagno esperto – perché c’è sempre uno che assume il ruolo di più esperto degli altri e ci tiene ad assolvere il compito di divulgatore con aria seria e illuminata, al che mancherebbe solo che chiosasse con un Così parlò Zarathustra – era un momento decisivo e obbligato nella vita di ogni giovane uomo.

Avrei preferito parlasse meno di rotture eventuali e più di rotture certe, come la rottura dei maglioni.

In questo momento, comunque, penso a un’altra cosa: se all’epoca mi fossi fatto asportare le tonsille, oggi non mi sarei svegliato con le suddette gonfie e con delle macchie bianche nei loro buchetti. E so che non ci tenevate a visualizzare quest’immagine, ma io ho delle tonsille esibizioniste, voglion mettersi in mostra, tanto che ho la cattiva abitudine di sbadigliare a bocca aperta credendo di non essere visto. Poi qualcuno mi vede e mi piazza una mano davanti chiamandomi scostumato. Io non sono molto d’accordo, vorrei far presente che mettere la mano non è una questione di educazione ma un’usanza legata a un’antica credenza secondo la quale l’anima se ne sarebbe potuta uscire attraverso il cavo orale: io mi domando, ma proprio durante lo sbadiglio dovrebbe uscire? Apriamo la bocca tante volte durante il giorno, spesso inutilmente, nessuno ci pensa? A volte credo di dire così tante sciocchezze che se avessi un’anima potrebbe decidere di scappar via tra una parola e l’altra per non ascoltarle. Quindi in virtù di questo ipotetico pericolo mi sia consentito lo sbadiglio, seppur ineducato.

Libero sbadiglio in libero Stato.
Chissà che ne pensa Bill Murray.