Non è che l’erede al trono nuoti solo con lo stile Delfino

Devo avere un problema con gli addetti alla reception per le attività sportive. Li trovo tutti dotati di uno strano senso di ovvietà.

Mi successe ad aprile quando andai a chiedere informazioni in una palestra di Budapest.

Mi è accaduto di nuovo stamattina, quando sono andato a chiedere informazioni in piscina.

Ho deciso infatti di praticare nuoto. Non so per quale insano motivo. Sarà che nelle ultime settimane nell’acqua di rubinetto comunale hanno aumentato la concentrazione di cloro e ne sento il richiamo. Il cloro è stata una buona cosa, ha coperto quel sapore di terra che quell’acqua aveva negli ultimi mesi. Spero facciano qualcosa anche per le blatte che sbucano dai tubi: un mio conoscente se ne è trovata in casa una così grossa che non sapeva se fosse un insetto o Gregor Samsa trasformato.

Quando sono entrato nella reception della piscina mi ha accolto una zaffata di aria al cloro. Per riflesso condizionato mi è venuta sete e volevo il mio rubinetto di casa.

Al tizio che mi accolto ho detto:

– Buongiorno, volevo delle informazioni sulle iscrizioni…
– Prego, qui abbiamo corsi di nuoto

Ma non mi dire. Stavo per replicare Peccato, io cercavo corsi di tamburello!

Mi ha messo davanti una brochure indicando un riquadro:

– Questi sono gli orari.

Ha detto, mostrandosi sempre più sorprendente. Aspettavo mi dicesse che entrando in acqua ci si bagna.

– Come vedi sono indicati gli orari di inizio e fine…inizia un corso e poi finisce…

La sua spiegazione mi ha lasciato un po’ perplesso: in base al suo ragionamento, se quelli nel riquadro sono gli orari di inizio e anche di termine, il martedì e il giovedì per esempio c’è quindi un corso che inizia alle 13:30 e dura 5 ore.

– Scusami, quindi alle 20 inizia un corso o è solo l’orario di fine lezioni?

Chiedo, per metterlo in difficoltà.

– No, alle 20 finisce. Credo. No aspetta ci dovrebbe essere. Non ne sono sicuro.

L’ho mandato in tilt. Magari a quest’ora sta ancora pensando al corso delle 20.

Mi ha poi mostrato la vasca. Abbiamo incrociato una istruttrice. Lei mi ha guardato e ha esclamato Tu mica vieni quando ci sono io?.

Devo aver dimenticato di lavarmi la faccia stamattina e togliere dalla fronte la scritta TOTALMENTE INABILE ALL’ATTIVITÀ NATATORIA.


Ho una fronte spaziosa.


In ogni caso non mi faccio scoraggiare e andrò a fondo della vicenda.
O a fondo della vasca.

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Non è che il pugile non si lavi solo perché ha gettato la spugna

Salve, sono Gintoki, forse vi ricorderete di me per post come Non è che il palestrato riverente si alleni facendo le genuflessioni.

Sono andato in palestra a chiedere informazioni.

Quando sono entrato ho notato che mancava il pavimento. Ho pensato stessero in ristrutturazione, eppure quando c’ero passato davanti giorni addietro la struttura sembrava operativa. Che avessero deciso di chiudere sapendo del mio arrivo?

Prego? Mi fa la ragazza alla Reception
Ehm…siete aperti vero? Dico alludendo al non-pavimento
Sì sì, non farci caso
Un po’ difficile non farci caso (ri-alludo)…Comunque, posso avere delle informazioni?
Certo! Tanto per cominciare, questa è una palestra!
Ah e vedo che vi allenate nella simpatia
Prego?
Sì, dicevo sembra un posto simpatico…riguardo gli accessi?

E mi sventola davanti un foglio, dicendo che quelle sono le tariffe più basse di tutta Budapest.

Quando mi ha invitato a fare una ricognizione della palestra, ho capito il motivo di prezzi così stracciati. Anzi, straccioni.

I macchinari risalgono più o meno all’epoca Sovietica. Qualcuno è fuori servizio. Le barre di ferro dei sostegni dei tapis roulant sono così arrugginite che anche il batterio del tetano ha paura di prendersi il tetano. Le panche hanno i bordi smangiucchiati.

Ho detto che sarei ripassato. Magari insieme a qualche ispettore dell’ufficio igiene.

C’è un’altra palestra a 7 minuti a piedi da casa.
Non vi sono manco entrato perché la porta d’ingresso aveva i vetri così sporchi che non erano più trasparenti. Un foglio di carta scritto a penna indicava gli orari. Un cartello OPEN di quelli con le lucine a led verdi-blu-rosse che vendono i bengalesi era mezzo fulminato e recava la scritta PEN.
Se tanto mi dà tanto l’interno non doveva esser tanto curato.

C’è ancora un’altra palestra nella stessa zona. Questa è invece una di quelle iper professionali, con accesso solo tramite badge e scansione ottica, parcheggio riservato con taglio delle gomme di avvertimento quando non ti impegni abbastanza nell’allenamento.

Hanno una sorta di club fedeltà cui ci si può iscrivere. La presentazione sul sito sembra quella di una setta religiosa. In corsivo degli estratti:

  • Unisciti a noi e sarai un membro della comunità Life1. Saremo molto felici di darti il benvenuto tra noi.
  • Il nostro team ti ispirerà e motiverà a raggiungere i tuoi obiettivi di fitness.
  • Potrai essere un membro di una comunità energica e orientata al movimento.
  • Gli allenamenti regolari e il nostro gioioso team ti daranno la giusta energia.
  • I nostri club sono totalmente climatizzati e ricchi di luce naturale. L’ambiente è amichevole e confortevole.

Le macchine sono di ultima generazione, con schermo e connessione internet, allenamenti super personalizzati, con personal trainer così personal che ti seguono anche a casa per controllare se in cucina tu stia calibrando bene proteine e carboidrati.

La retta costa così tanto che credo alla fine sia semplice seguire un regime alimentare ferreo: se ti iscrivi non ti restano soldi per mangiare.

Infine, sempre nei paraggi, c’è una palestra di arti pugilistiche. Ma non so se sono pronto a essere tiranneggiato da un ex pugile magiaro come trainer. Non so perché ma l’idea non mi suona simpatica.

Quindi facciamo che per ora faccio footing sul lungoDanubio dietro casa.

Non è che il palestrato riverente si alleni facendo le genuflessioni

Forse mi iscrivo in palestra.

Mi sorprendo da solo mentre me lo dico e lo scrivo.
Non sono mai stato in vita mia in un posto simile. Non so manco cosa ci sia in una palestra e cosa si faccia. Nella mia immaginazione la gente va a bersi il Gatorade.

C’è una palestra a cento metri da casa mia. Forse domani entro per chiedere informazioni.

Il percorso di avvicinamento ad essa l’ho preso molto alla larga. Allo stesso modo in cui mi approccio a una donna.

Sabato l’ho notata. In realtà sapevo della sua esistenza da quando mi sono trasferito in questa zona, ma non l’avevo mai considerata fino alla settimana scorsa. Ho iniziato a cercare informazioni su di lei sui social. Stamattina ci sono passato davanti osservandola più a lungo. Domani, come dicevo, tenterò un primo informale approccio per vedere come va e se ci sono margini per una frequentazione da parte mia.

Qui a Budapest il fitness va molto. Almeno a giudicare dalla quantità di uomini che girano in t-shirt anche a gennaio, con le braccia larghe e tese tipo Robocop. Forse fanno la ceretta alle ascelle e dopo spruzzano un deodorante troppo alcolico e hanno dei bruciori.

Inoltre hanno una forma strana, gonfi e impettiti verso la parte alta con una testolina minuscola e ristretti verso il basso con due gambe sottili.

Un tipico palestrato ungherese

Più che per la forma fisica – la mia disciplina sportiva, il lancio dei coriandoli, non tollera eccessi di muscolatura – è per occupare il tempo libero. I miei appuntamenti con lo storytelling in spagnolo sono purtroppo cessati. Il narratore, un messicano, è stato rispedito in patria per fornire un contribuente in più cui esigere il conto del muro di Trump.

Non è che il pescatore vada dall’odontoiatra a far controllare i dentici

Non guardo molto la televisione, anche perché è sempre uguale.
Forse dovrei accenderla, qualche volta.

L’altro giorno però ho visto in tv una cosa che mi ha sorpreso: la pubblicità di un dentifricio per soli uomini.

Dopo un iniziale stupore, un sopracciglio inarcato e una grattata a una chiappa, ho realizzato che fosse una grande idea.
Ho capito finalmente perché al mattino si incontrano uomini con l’alito che falcia teste: si vergognavano a utilizzare un dentifricio normale, loro erano maschi e necessitavano di un prodotto adatto alle loro esigenze.

La confezione, pardon, volevo dire il packaging, ha un design moderno e accattivante: nera con inserti blu elettrico. È elegante e soprattutto maschile: si può portare finalmente il dentifricio con sé, al lavoro, in palestra, ovunque, sfoderandolo con orgoglio.
Era ora di basta! con quelle confezioni bianche e verdino, bianche e rosato, bianco e azzurrino sbiadito che devono aver causato degli imbarazzi all’orgoglio di noi maschi.

Io sentivo che al mattino ci fosse qualcosa che non andasse. Davo la colpa al lunedì mattina, all’afrore di plastica bruciata che aleggia nell’aria dalle mie parti, al litro di birra la sera precedente, alla congiuntura economica, all’Europa, agli spoiler sulle serie tv.
Invece era il dentifricio sbagliato.

Immagino ora invece ci sia qualcuno che tira fuori in pubblico il proprio dentifricio da uomo: sicuramente alla vista del prodotto lo farà qualcun altro e ci si potrà scambiare un cenno d’intesa, una pacca sulle spalle, un cinque, una fraterna toccata di pene.

Ho letto un po’ di ironia in rete: che gusto avrà? Whiskey? Falegnameria canadese? Pube di Scarlett Johansson?


Che poi sono sempre restìo a idealizzare così, solo perché magari è Scarlett Johansson o chi per lei. Magari invece nel suo intimo non c’è Chilly, chi lo sa.


Immagino invece avrà il gusto da dentifricio normale: sono lontani, purtroppo, i tempi in cui era in vendita questo:

Questo era l’unico, vero, originale dentifricio da uomo: per il maschio che voleva sentirsi sempre fresco e alla moda come una bettola del Tennessee con delle ballerine in burlesque. Hi-hah!


Gli esperti di marketing plauderanno invece a questa scelta di genderizzazione del prodotto, perché in questo modo l’azienda si differenzia innanzitutto dalla concorrenti creando una novità e, in secondo luogo, sembra che oggi paghi differenziare i prodotti per sesso.

Io penso sempre che il marketing sia quella cosa che ti vuol convincere di aver bisogno di qualcosa anche se non ne hai bisogno.


Non mi sono fermato alla terza media e quindi mi è venuta la nausea

Il sistema scolastico italiano è fondato sull’inganno.

Ricordo quando in 5a elementare ci portarono a fare un tour di orientamento tra le principali scuole medie della città. Io ne avevo già scelta una per motivi logistici (era 20 metri più in là della scuola elementare e a 500 metri da casa), ma qualcosa secondo me avrebbe dovuto indurmi a un ripensamento.

Durante il tour ci venne mostrata “la sala computer”: la studentessa scelta per l’ingrato compito di mistificazione della realtà ce la presentò come aula dove “poter studiare, imparare l’informatica e, perché no, anche giocare un po’ (sottolineò queste ultime parole mimando con le dita il gesto di battere sulla tastiera)“.

In questa fantomatica aula computer erano poggiate, per ogni banco, perfettamente allineate le une con le altre in orizzontale e in verticale,  delle calcolatrici a energia solare come questa (ovviamente dal design meno moderno):

Il prestigioso Atari 2600 (l’originale)

Siamo d’accordo, era il 1995 e noi bambini degli anni ’80 non eravamo avvezzi alla tecnologia come i marmocchi di oggi: tanto per dire, a casa potevo vantare una modernissima copia cinese di un Atari 2600 (già di suo costruito in Cina o da quelle parti) dove i videogiochi di calcio avevano un numero di calciatori variabile da 2 a 7, il campo aveva un colore variabile dal nero al verde evidenziatore (ma ricordo una versione col campo blu) e il pallone era quadrato. E facile giocare a PES con Cristiano Ronaldo sulla PlayStation 4: ma per calciare un pallone quadrato ci vogliono le palle…quadrate!

Nonostante, comunque, il nostro analfabetismo digitale, presentarci un’aula calcolatrici come sala computer fu un inganno e un insulto all’intelligenza.


Tra l’altro nel corso dei tre anni di scuola non ho mai visto neanche una calcolatrice e in caso di bisogno durante un compito in classe se avevi dimenticato la tua, beh, erano calcoli amari.
L’inganno era sovrapposto a un altro inganno: una truffa quadratica.


Le cose non andarono meglio per la scelta delle scuole superiori. Questa volta, chissà perché, non ci fu nessun tour. Gli open day non erano ancora di moda e anche se qualcuno ce l’avesse proposto non avremmo capito cosa fossero; alcuni di noi però furono coinvolti in un progetto presso un centro no profit che aveva organizzato degli incontri con gli insegnanti delle scuole superiori.

Inutile dire che feci parte della delegazione, come “volontario”: ho sempre avuto una vocazione speciale per attirare seccature.

I professori ci presentarono le materie che insegnavano al liceo e poi illustrarono per linee generali cosa offrivano le scuole da cui provenivano.

Mi fu detto che il liceo che poi scelsi aveva due palestre. Il che era vero, però non fu specificato che una delle due aveva le pareti completamente ammuffite e fare attività fisica lì dentro per 5 anni per due ore la settimana non so quanto bene abbia fatto ai polmoni. In compenso però devo aver inalato così tanta penicillina che negli anni successivi al liceo non ho avuto febbri.
La seconda era invece grande quanto un garage e aveva il pavimento composto da orribili mattonelle rosse a L che andavano di moda negli anni ’80 (purtroppo non si esce vivi dagli anni ’80, come cantavano gli Afterhours) per rivestire i balconi dei condomini.


Ah, ho dimenticato di dirlo: il liceo era ricavato infatti da un ex condominio. C’erano classi con un pilastro in mezzo all’aula (che ho sempre invidiato per mettere in pratica la tattica di occultamento ninja nota come “appiattirsi dietro un pilastro”) e classi come la mia del ginnasio che aveva ancora dei tubi sporgenti dalle pareti in memoria dei servizi igienici che erano stati rimossi, unico ricordo di quando in quelle aule una volta qualcuno espletava i propri bisogni fisiologici e si faceva (mi auguro) il bidet.


La cosa positiva è che c’era realmente una sala computer. Difatti io mi iscrissi a una sezione che prevedeva un corso sperimentale contenente un modulo di informatica, del quale non erano ben specificati i contenuti e a cui aderii perché ancora memore della delusione durante le scuole medie avevo voglia di maneggiare computer sul serio.

Per 5 anni non abbiamo fatto altro che – per un’ora ogni due mesi, sotto la supervisione della professoressa di matematica che gestiva il modulo – risolvere equazioni, disequazioni e poi funzioni. Non era informatica, era informartica, perché rimasi di ghiaccio quando scoprii di cosa si trattava.

Gli esercizi potevano essere anche utili, peccato che per 3 anni non abbiamo fatto altro che scrivere equazioni sul Turbo Pascal.


Il Turbo Pascal è un compilatore per sistemi DOS. In pratica, dal 1998 al 2001, in piena era Windows, noi scrivevamo su DOS (avete presente, schermo nero e caratteri bianchi o a fosfori verdi?) con un programma che credo fosse stato abbandonato nel 1994 o giù di lì.


La scuola è in debito con me di sana attività sportiva e di informatica. Altro che riscatto della laurea: è la scuola dell’obbligo che deve riscattarsi!

Discutere del sesso degli angeli e chiedersi se sia prematrimoniale

Amore e Psiche, Antonio Canova

Ho notato che ovunque tu ti muova, in qualsiasi ambiente, condizione climatica, latitudine, troverai sempre qualcuno disposto a cooptarti. E avviene maggiormente nel caso tu sia un uomo libero.

La Dichiarazione universale dei diritti umani afferma che Tutti gli esseri umani nascono liberi (ONU, 10 dicembre 1948).

Bugia.

Nasci in una famiglia che in qualche modo ti indirizzerà – in buona fede perché non credo una famiglia voglia il male di un figlio (beninteso parliamo di famiglie sane) – o ti fornirà un bagaglio di conoscenze, opinioni, credenze.

È solo in seguito, a mio avviso, che l’individuo si affranca e potrà inseguire la libertà.

Bene, nel momento in cui ti poni come sfera libera che vaga in un modo di tante palline di un colore o di un altro che girano su sé stesse (e quanto girano queste palline!), prima o poi si incontra qualcuno che vorrà portarti nel proprio gruppo di sfere.

Nella vita mi hanno invitato:
– ad andare in una chiesa (più volte)
– a frequentare un gruppo parrocchiale
– a frequentare un circolo politico
– a frequentare la sede di un movimento
– a frequentare un’associazione di cucina etico-bio-vegan-slow-déjeuner sur l’herbe

E tutte le volte mi chiedo perché proprio io e perché si comportino con me come degli assicuratori che vengono a sapere che tu non hai una polizza sulla vita, guardandoti come Wile Coyote guarda Beep Beep.

L’ultima cosa mi è successa ieri, al master: a fine lezione, dopo che il medico di MSF, divagando, ci aveva parlato dell’importanza dell’attività fisica per la salute e la prevenzione di alcune patologie, W. parlando con me mi ha invitato ad andare con lui in palestra. Convintissimo, mi ha detto che può studiarmi un programma d’allenamento su misura.

Va bene che ho il fisico da lanciatore di coriandoli (categoria pesi medi/welter se taglio la barba. Purtroppo il Comitato Olimpico Internazionale non ci ammette ai Giochi), ma non capisco perché avesse tanta voglia di cooptare proprio me.

È simpatico W.
Viene dalla Palestina e mi piace fermarmi a parlare con lui a fine lezione (tranne quando vuol iscrivermi alla palestra). Mi racconta delle differenze culturali esistenti tra i nostri diversi Paesi, come ad esempio la concezione che hanno da lui riguardo le relazioni sentimentali e il sesso. Premesso che in Palestina sono laici, c’è comunque una morale religiosa abbastanza presente. Mi racconta che alle donne lì non interessa stare con tanti uomini, cercano l’uomo della loro vita e uno solo quindi basta loro. E per il sesso c’è il matrimonio.

Che sia condivisibile o meno, è una cultura. E non credo si possa giudicarla stando immersi in un’altra realtà. Chiedersi se alle donne (ma anche agli uomini) interessi realmente una sola persona nella vita per libera scelta personale* o invece per influenza culturale sull’individuo dalla sua nascita sino alla maggiore età, è una discussione oziosa a mio avviso. Come parlare del sesso degli angeli, di cui non si sa niente e infatti sono anni che su youporn cerco “sesso tra angeli” ma non trovo mai nulla di attinente.
*Quando parlo di scelta libera non mi riferisco banalmente alla sola assenza di costrizioni fisiche, ma anche a un pensiero per l’appunto non influenzato da morali, opinioni, credenze esterne. Ma del resto, chi non è influenzato dall’ambiente in cui vive, da ciò che ascolta, legge, impara? Esiste la scelta realmente libera? Se adottiamo un approccio da empiristi radicali, possiamo affermare che tutto il nostro pensiero venga plasmato dall’esperienza sensibile.

Del resto credo che un po’ tutti vorrebbero la persona della loro vita, poi c’è chi la trova e chi ne trova sempre di sbagliate.
Come si fa a sapere quindi quando una persona è quella giusta? Altra domanda inutile.

A proposito di sessi e differenze di impostazioni mentali, vorrei concludere parlando di un fenomeno che sto riscontrando e che mi sembra peculiare tra le donne: il non saper distinguere la destra e la sinistra. Questa mattina ho avuto l’ultima prova, dopo essermi imbattuto in diversi casi simili. Sono tornato giù a Napoli tramite Blablacar (che da quando lo sto utilizzando rappresenta la svolta definitiva) e la conducente, una ragazza simpatica ma un po’ svampita (difatti era una nanerottola, ciò rafforza la tesi che enunciavo qui secondo la quale le nane siano tutte svampite!), aveva difficoltà con la destra e la sinistra e non solo come direzioni: mi ha detto che confonde anche le scarpe quando va a comprarle e deve provarle!

La mia domanda è: il confondere destra e sinistra è una condizione comune tra le donne? Se sì, perché?

Prossimamente su Rieducational Channel.