Non è che puoi utilizzare lo Scottex durante le mestruazioni solo perché è carta assorbente

In questi giorni si è tornato a parlare della questione dell’iva sugli assorbenti. Vorrei prendere spunto dal tema per parlare di un argomento correlato: la corsa da parte degli uomini nel dare indicazioni alle donne sul tema mestruazioni e prodotti alternativi da utilizzare. L’ho notata nei dibattiti televisivi, mi è rimbalzata davanti nei commenti online, insomma c’è tanta voglia – come sempre – di dare consigli alle donne su cosa debbano fare con i propri corpi.

Su questo devo denunciare una grande ingiustizia.

Le donne, lasciatemelo dire, non sanno proprio cosa voglia dire essere grate e ricambiare.

Almeno io personalmente, ma i miei amici maschi potrebbero dire lo stesso, non ho mai ricevuto da parte delle donne alcun consiglio, indicazione, raccomandazione o direttiva su cosa fare del mio corpo.

Certo, Madre mi diceva come vestirmi, di non mettere le dita nel naso, di non grattarmi le orecchie con l’alluce. Ma si trattava di normali indicazioni che dà una madre al figlio.

Anche qualche ragazza con cui sono stato mi avrà detto qualche volta non metterti quelle scarpe, lascia a casa la maglietta con la pezzatura da mucca, eccetera, ma, anche qui, si trattava di un rapporto strettamente confidenziale e personale in cui le indicazioni al massimo riguardavano l’abbigliamento.

In generale, nei discorsi delle donne, non è mai emersa alcuna direttiva su come utilizzare, per esempio, le mie gonadi o il mio seme.

Tutto ciò è profondamente ingiusto.

Forse capita solo a me, ma io credo che sia una cosa comune e generale.

Uno si prodiga tanto per dire alle donne come essere donne, come trattare le proprie pelvi, come gestire il proprio apparato riproduttivo e da loro neanche un grazie o un consiglio allo stesso modo.

Che mondo ingiusto!

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Non è che per la rete idrica serva un’insegnante per valutare la condotta

Ho fatto ordine in dei cassetti per fare ordine dentro di me. Ho ritrovato delle vecchie pagelle. A rileggere quei giudizi fatico un po’ a rivedermici.

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Vivace. Irrequieto. Irruente.

In effetti ricordo che le maestre avevano parecchio da lamentarsi su di me. Ero una sorta di Bart Simpson.

Non ero scostumato né violento. Più che altro, per me la scuola era un momento di divertimento.

Figlio unico, non avevo cugini con cui giocare, non abitavo in un condominio dove c’erano altri bambini, non andavo all’oratorio e con l’attività sportiva avevo fallito. Insomma, non avevo molte altre opportunità di socializzazione e svago.

La scuola quindi era a disposizione mia e della mia vitalità. Delle volte, un po’ eccessiva.

In virtù di ciò mi sono guadagnato più volte la via del corridoio. Delle volte ci andavo di mia iniziativa, prima che la maestra potesse aprire bocca. Bastava vederla alzare la testa che capivo di aver esagerato e che per il tempo restante della lezione non sarei più stato gradito in classe. Una volta, invece, mi fregò: teneva la testa china sul registro e io ne approfittavo per lanciare palle di carta a un mio compagno. Lei mi invitò ad andarmene fuori a respirare un po’ di aria di termosifone esausto senza che in tutto questo avesse mai alzato lo sguardo e mi avesse visto. Pensai che avesse poteri paranormali.

I termosifoni valgono due righe di specificazione.
Quelli nelle classi venivano riverniciati ogni estate. La vernice aveva una fragranza al petrolio e pomodori pelati di scarsa qualità inaciditi. Tale odore ci deliziava durante la prima settimana di accensione del riscaldamento, cioè mesi dopo il lavoro fatto. Per fortuna a inizio anni ’90 non eravamo a conoscenza del potenziale tossico delle vernici e per questo credo ci siamo tutti salvati.

Quelli nei corridoi, invece, non venivano mai riverniciati. Quando erano accesi mi ricordavano una stufa alimentata a gomitoli di polvere.

Capii che la scuola non apparteneva solo a me quando mi capitò, per motivi diversi, di dover fare il giro di altre classi. Lì conobbi l’inibizione e l’imbarazzo dello stare sotto lo sguardo altrui. Gli altri bambini ti guardano sempre con un ghigno beffardo come se ti avessero messo una gomma da masticare sulla sedia. Una volta mi successe di essere ospitato una intera giornata in una di quelle classi, un giorno che tutti gli altri erano in gita e io e altri 4-5 tapini che non partecipavamo all’uscita fummo diasporizzati e deportati. Mi bastarono 10 minuti per portare casino&confusione anche tra quelli che per me erano degli estranei.

Non era tutto un divertimento.

C’erano in classe un paio di bambini un po’ bulli e maneschi. E non capivo perché mi sembrassero godere di una certa impunità; insomma, io dovevo sorbirmi le reprimende di Madre, cui le maestre un giorno sì e uno no ripetevano, fuori scuola, Vostro figlio ha fatto questo, vostro figlio ha detto quest’altro e loro non venivano mai richiamati?

Poi un paio di volte ho visto a scuola i rispettivi padri di costoro.

Erano dei tipi aggressivi. Uno le dava di santa ragione al figlio ogni volta che a casa perveniva un richiamo. Anche l’altro non era da meno.

Quando li vidi capii la fortuna che avevo nel poter essere rimproverato.

Non è che ti serva un sarto per metterti alla prova in altre vesti

Quando bisogna nuotare a delfino, l’istruttore, con sarcasmo e umorismo del tutto personali, ripete sempre che la cosa importante di questo stile è il movimento di bacino. Lo dice mentre mima delle spinte pelviche, alludendo che noi allievi siamo poco allenati in questo tipo di movimento.

Non ha mai fatto ridere. Spero sempre che dopo un tot di volte ci strappi un sorriso per dargli una soddisfazione. Forse è per questo che lo dice sempre.

Si è imprigionato in un ruolo, quello del simpatico, che egli stesso si è creato. Non è più lui a produrre la battuta, è la battuta che produce lui.

Il fenomeno della spersonalizzazione del parlante lo noto soprattutto nei romanzi. Ci sono libri, anche scritti molto bene, in cui i personaggi conversano in un modo del tutto irreale, che non attribuiresti a persone con quelle caratteristiche, in quel contesto, con quei tratti culturali. Ti rendi conto allora di non ascoltare più la voce del personaggio che sta parlando, ma una voce astratta che diventa uguale per tutti.

Ad esempio, immaginiamo due trentenni che convivono. Lui rientra a casa con le buste della spesa:

– Ti sei ricordato di prendere l’Anitra WC?
– Lo sapevo…me ne sono dimenticato…la mia solita memoria!
– La dimenticanza è sempre un brutto demone. Spesso fingiamo di non ricordare quel che ci arreca dolore, lo seppelliamo nella soffitta della mente e non ci pensiamo più. Ci abituiamo allora a dimenticare. Solo che quando qualcuno arriva a rovistare nelle nostre vite temiamo che ci metta a soqquadro e tiri fuori quel che abbiamo nascosto. Questa è la condanna delle relazioni tra esseri umani.

Il nonsense qui sopra potrebbe benissimo comparire in un qualsiasi romanzo che soffre dell’artificiosità dei discorsi  (il “romanzese”, di cui parlavo anche in un altro post) cui accennavo sopra. Quando mi imbatto in una cosa del genere non riesco più a visualizzare i protagonisti del libro. Vedo solo delle figure, dei manichini, che portano in giro sofismi che non gli appartengono ma che gli ha messo in bocca l’autore.

Anche nella realtà vedo spesso persone che sembrano cucite dentro una veste che li porta in giro. Non fanno sofismi (purtroppo o per fortuna) ma più che altro sembrano degli Edgar-abiti (cit.) ambulanti.

Io che abito ho non l’ho capito molto bene. Preferisco non pormi la questione dei vestiti che indosso.

Letteralmente.

L’altro giorno, tornato a casa, mentre toglievo le scarpe mi sono reso conto che sono uscito con indosso un calzino che sul tallone aveva ceduto. Un tempo mi sarei vergognato di ciò, per il pensiero che se mi fosse successo qualcosa e in ospedale mi avessero tolto le scarpe avrebbero visto che giro col calzino bucato. Un’atavica, vecchia, paura materna: più dell’incidente poté il disonore.

Madre ricordo quando mi invitava a sistemarmi prima di uscire diceva «Sennò la gente dice questo la madre come lo fa uscir di casa?». L’onta del giudizio altrui che ricade sulla famiglia intera, da evitare in modo assoluto!

Questi sono i discorsi reali!

Non è che la foca monaca non possa essere laica

Non sono mai stato a scuola dalle suore. Le persone che ci sono state hanno tutte ricordi orribili, tra punizioni corporali e minacce del tipo «Se ti comporti così tua madre muore».  Certo, magari sono metodi educativi che io non comprendo, ma se questi che conosco da adulti si sono scristianizzati o sono diventati bestemmiatori seriali, forse qualcosa non ha funzionato. Ma il mio potrebbe solo essere un bias cognitivo.

Oggi sono andato in una scuola gestita dalle suore. La dirigente, o Madre Superiora o non saprei come altro definirla, minacciava i bambini con frasi tipo «Voi sprecate il cibo e in Africa non hanno niente. Dovrebbero rinchiudervi a vita in un collegio senza mangiare e senza bere». Il discorso era rivolto a tutti ma il dito era puntato contro uno dei bambini più piccoli, che si rendeva ancora più piccolo e stava per scomparirmi davanti. Un fenomeno fisico affascinante.

Per la mia presentazione avevo bisogno di far scorrere delle diapositive in PowerPoint. Avevo pensato di chiedere a uno dei bambini di farmi da assistente, ma la suora ha intimato loro di non muoversi, sgridandoli e invitando una maestra a mettersi al pc.

Ho chiesto alla maestra di scorrere le slide su e giù quando glielo chiedevo. Ho visto lo smarrimento formarsi nei suoi occhi. Un altro fenomeno fisico affascinante!

Le ho detto «Usa le frecce». Lei ha iniziato a muovere a caso la freccia del mouse sperando che accadesse qualcosa. Perché non lasciano fare le cose ai bambini, che ne capiscono di più?

La suora superiora con me è stata invero molto gentile. Mi ha fatto trovare il caffè, servito con il servizio buono, e i pasticcini. Non smetteva di ringraziarmi, di dirmi quanto ero buono, bravo e bello. Quando mi sono congedato mi ha abbracciato e baciato sulle guance.

E io nella mia testa pensavo che da piccolo per lei di sicuro sarei stato uno di quei bambini cui lei avrebbe prospettato di morire infilzato su uno spiedo gigante mentre dei diavoli mi arrostivano a fuoco lento, cantandomi nel mentre tutto il repertorio di Gigi d’Alessio.

Non ero un bambino scostumato né maleducato, ero vivace e avevo problemi a stare fermo a lungo e composto sulla sedia. Il più delle volte ero scomposto. Altre, decomposto (capita di svegliarsi la mattina in preda a una zombieficazione incipiente).

Eppure da grande sembra io sia diventato bravo buono e bello.

Sarà perché non sono andato dalle suore?

Non è che serva un corso di alpinismo per farti scalare il credito

Ho Padre che vive fuori dal tempo, ultimo baluardo della resistenza alla moderna telefonia. Anni fa fu convinto da Madre a comprarsi un cellulare per una qualsiasi evenienza.

L’avrà utilizzato al massimo una volta all’anno, lasciando poi scadere ogni volta il credito. Praticamente a conti fatti ogni telefonata è costata quanto una chiamata in Messico.

Di recente ha dovuto riattivare la SIM per fare una telefonata (la solita esigenza annuale). Si è poi presentato da me indignato:

– Io non ho capito, ho fatto fare una ricarica di 10 euro e mò sono andato a controllare il credito e risultano 4 euro. Io una telefonata ho fatto, ché si sono presi 6 euro?
– Ma tu ora hai un abbonamento?
– Che vuol dire?
– Tu paghi a chiamata o paghi un fisso mensile e chiami quanto vuoi?
– Chiamo quando voglio io ma questi si son presi 6 euro per una telefonata!
– No, aspetta, tu paghi 6 euro al mese e hai tot minuti a disposizione che si consumano a ogni chiamata, adesso non so quanti ne sono nell’abbonamento che hai sottoscritto
– E questi 4 euro di credito allora che sono?
– Sono quelli che ti serviranno il prossimo mese per pagare l’abbonamento. Devi fare un’altra ricarica ovviamente, visto che l’abbonamento costa 6 euro
– E devo pagare 6 euro al mese?
– Sì però parli quanto vuoi…
– Ma a me non interessa, io non voglio parlare proprio con nessuno non mi serve neanche il telefono!

Chiedo quindi ai gestori di telefonia di valutare di introdurre la tariffa Sticazzi Voi Tutti – Summer Edition, per Padre e quelli come lui che non desiderano telefonare.

Non è che serva il soccorso alpino per una valanga di chiacchiere

Salve, sono Gintoki. Forse vi ricorderete di me per esperienze come Non è che l’albergatore abbia un fucile di precisione per fare il checkin, in cui raccontavo di come mi cimentavo nel gestire un B&b per un’amica in vacanza.

Questo fine settimana le sto dando di nuovo una mano in sua assenza. Oggi mi sono presentato al B&b e dentro vi ho trovato la madre del proprietario – che era lì per aspettare il tecnico della lavatrice – che parlava con un ospite già presente.

“Parlava” non rende l’idea. Diciamo che subiva una valanga di chiacchiere da questo ragazzo. Appena sono arrivato io lei ne ha approfittato per andare al bar dicendo “Sto via solo 2 minuti”.

È tornata dopo mezz’ora.

Mezz’ora in cui il tizio mi ha fatto fumare le orecchie fino a che non sono arrivati gli ospiti che attendevo. Se durante il suo flusso logorroico io lo interrompevo per rispondere al telefono, lui poi riprendeva dallo stesso punto esatto in cui l’avevo lasciato. Forse da piccolo ha ingoiato un registratore e quindi ora riesce a stoppare a comando e riprendere da quel punto.

Invidio un po’ le persone così. Esauriscono gli altri ma loro non se ne curano affatto. Probabilmente è perché non concepiscono l’idea di fare una normale conversazione: loro recitano dei monologhi. L’interlocutore serve solo come spalla.

Il logorroico non so come nasca. Se è stato un trauma infantile a renderli così o meno: forse hanno taciuto o sono stati costretti a farlo per tutta l’infanzia e l’adolescenza e oggi hanno un surplus di parole da spendere.

Oppure sono stati morsi da un politico radioattivo e ora vivono in un comizio costante. Non ho idea.

In tanti anni di vita non ho ancora trovato il modo di spegnerli. Il modo civile, intendo.

Credo che una botta in testa sia passibile di reato.

Non è che ti servano buone scarpe per affrontare un passo di un libro

Oggi non ho avuto neanche il tempo di entusiasmarmi per la notizia della conferma del rinnovo del mio contratto che sono stato impegnato in una call durata 80 minuti. Quanto una partita di rugby.


Si dice call perché telefonata è volgare: telefoni a tua madre, a tua sorella, alla tua ragazza, ai tuoi amici. Al lavoro fai solo call. Ne fai così tante che dopo ci fai il call.


 

Una delle due partecipanti, con cui non avevo mai parlato perché subentrata da poco, mi ha fatto: Gintoki, ciao, noi già ci conosciamo da tempo, su LinkedIn ci seguiamo da molto prima.

Come, scusa?

Per sicurezza sono andato a controllare. Non siamo in contatto e non lo siamo mai stati. Chissà costei con chi mi ha scambiato: dico io, Gintoki, l’unico, inimitabile, gatto domestico dotato di favella, confuso con chissà quale tizio qualunque?

Lei e l’altra persona con cui ero in comunicazione fanno parte dell’Ufficio Grandi Progetti. Detta così farebbe presupporre che ci siano uffici anche per i piccoli e medi progetti. E uffici per i progetti metà e metà che non si capisce da che parte vogliano stare.

Invece no. Solo Grandi Progetti. Ha un che di megalomane e classista.

Dopo circa una quarantina di minuti dall’inizio della telefonata, quando ancora non si vedeva la fine, ho cominciato a sentire un richiamo fisiologico. Succede, quando bevi mezzo litro d’acqua in un’ora.

Fingo di ignorare il richiamo.

Per 10 minuti.

Poi 20.

Mi sembrava brutto sospendere la telefonata adducendo scuse, così continuavo a resistere.

Al trentesimo minuto del secondo tempo della telefonata ho iniziato a camminare per l’ufficio – tanto ero rimasto completamente da solo – e a esibirmi in passi di danza e contorsionismi vari per tenere a freno la necessità. Ho fatto dei movimenti che neanche la Carolina Kostner dei giorni migliori.

Mentre mi esibivo nelle mie mossette, è entrata d’improvviso l’ultima persona che vorresti vedere mentre fai cose imbarazzanti e che non era affatto previsto arrivasse lì, in quel giorno, in quell’ora, in quel momento.

Chiariamo: non vorresti mai che qualcuno ti vedesse mentre fai cose imbarazzanti. Ma in una lista ipotetica, all’ultimo posto c’è di sicuro una persona: la psicologa.

Io sono terrorizzato dalla categoria. Temo non escano mai dal personaggio e anche quando gli stai parlando di cosa hai mangiato a pranzo durante una pausa caffè penso che loro stiano analizzando il tuo modo di parlare per capire quali conflitti irrisolti tu abbia col tuo pene.

Colto in flagranza di carpiato, ho fatto finta di nulla fingendo di fare stretching perché i migliori fisioterapisti consigliano di prendersi cura della propria salute in ufficio.

Lei mi ha guardato ed è corsa via nella propria stanza.

Ironia della sorte, un minuto dopo, la telefonata, pardon, la call, si è conclusa.

Non è che devi stare attento ai pedoni se superi i trenta

Avere trent’anni è la cosa migliore che potesse capitarmi. Consiglio a tutti di provarlo, prima o poi.

A livello fisico mi sento meglio ora che a vent’anni. Non mi danno neanche l’età che ho adesso: pensare che a 17 anni pensavano fossi fratello di mia madre, oggi mi capita di sentirmi chiedere se io abbia finito la scuola/l’università.

Sindrome di Benjamin Button a parte, l’essere umano che supera i 30 deve rendersi conto che il tempo vada contro di lui. La cosa migliore dei trent’anni è iniziare ad avere la consapevolezza di saperlo accettare. Accettare che non puoi più immaginare di diventare un medico, un avvocato, un astronauta o un fantino di giraffe.

Certo, poi ti rammentano esempi di persone che prima dei trenta non avevano realizzato nulla nella vita e poi hanno avuto successo, tipo Joseph Conrad che il vero successo l’ha ottenuto dopo i 30 e a 20 anni non sapeva neanche parlare inglese (figuriamoci scrivere) o Jeff Bezos che ha avviato Amazon a 31, senza contare tanti altri che hanno anche superato i 40 e oltre prima di ottenere qualcosa. Il mio preferito resta il Sig. Momofuku Ando che inventò i noodles istantanei a 48 anni.

A prescindere di questi casi singoli, tu trentenne però devi fare i conti con la prospettiva che il lavoro che hai è forse la cosa migliore che potesse capitarti considerando che forse non sei affatto così speciale. E non puoi prendertela con qualcuno per avertelo fatto credere, perché magari speciale lo sei stato anche ma solo in un dato momento nel tempo e nello spazio poi conclusosi. Hai capito che non puoi dare la colpa alla maestra che ti portava in giro per le classi per farti leggere quel pensiero così creativo e intelligente che avevi scritto nel tema, cosa che ti gonfiava l’ego ma ti imbarazzava anche molto perché affrontavi gli sguardi beffardi e perfidi di altri bambini che non aspettavano altro che prenderti in giro solo perché avevi una stringa della scarpa slacciata. Per superare la tensione adottavi lo sguardo selettivo: trasformavi tutti gli altri in una macchia sfocata di colore bianco e blu e facevi finta di non vederli.

Adesso hai superato i trenta e hai compreso che non sei speciale perché avevi quel potere: ce l’hanno anche gli altri e sono in grado di farti sparire dal loro campo visivo quando vogliono per renderti invisibile.

Cacchio. Avere trent’anni è proprio brutto.

 

Non è che il medico si lavi con l’Anitra WC perché è un prodotto per la pulizia dei sanitari

Trovo assurdo che ci sia bisogno di affiggere un simile cartello, ma è evidente che educazione&modi appropriati non appartengono a tutte le persone.

Capitò anche una volta a Madre, nel rivolgersi a una farmacista: “Signorina, scusi…”. Io la ripresi con un colpo di gomito: “Madre, per favore…”. E Madre non è affatto una persona ottusa, nel senso di persona che ottende. Eppure è evidente che anche lei risente di una certa cultura dominante maschilista che vuole che a un uomo in camice ci si rivolga con deferenza, a una donna in camice con confidenza.

Premetto che trovo ridicoli i titoli e gli appellativi. Io stesso, quando al lavoro mi dissero che dovevo presentarmi come “dottore” – non in quanto medico ovviamente ma in qualità di laureato – mi sentivo un po’ ridicolo. Ma sarà questione di autostima e di sindrome dell’impostore.


La sindrome dell’impostore colpisce le persone che non sentono un traguardo e un successo come propri, giustificandoli solo come frutto del caso e/o di circostanze fortunate. Essi vivono nella condizione di sentire di non meritare una posizione e temono di essere prima o poi scoperti.


Laddove però esistono contesti formali trovo molto irrispettoso che ci si rivolga a un uomo in un modo e a una donna in un altro.

Fatta tale premessa, al foglio che ho pubblicato all’inizio di questo articolo vorrei fare un’aggiunta sotto il dottoresse: “Ma davvero?”.

Perché l’ambulatorio veterinario che frequento e dove è presente quel cartello sembra gestito come una bancarella del mercato. La titolare fa sia il medico che (male) l’assessore all’ambiente e ha l’aria perenne di chi ha ricevuto una botta in testa e perso la memoria.

Un paio di mesi fa avevo la gatta ricoverata per un ciclo di terapie. Andai a vederla per controllare come stesse e la titolare disse a un tirocinante:

– Questa è la gatta col tumore allo stomaco
– Eh?

Dissi sbiancando

– Ah no no scusa mi sono confusa col cane di quell’altro.

Ah. Ah. A soreta.

Nell’ambulatorio si alternano non so quante dottoresse. Perché ne incontro sempre una diversa. Ho rinunciato a imparare i loro nomi.

Il problema sorge quando devi tornare più volte e a ognuna devi raccontare la storia daccapo perché non si parlano tra di loro. Anche perché quando si parlano ognuna ha la propria versione:

(dottoressa 1) Si deve operare, bisogna aprire
(dottoressa 2) Non si deve operare, basta un prelievo con l’ago
(dottoressa 3) È guarita
(dottoressa 4) Scusa, tu sei?
(va avanti con altre dottoresse)

Avevo la gatta -una quasi ventenne- che pisciava sangue come una statua della Vergine e la soluzione offertami da una dottoressa era darle un integratore e comprare un diffusore di feromoni perché “Sarà colpa dello stress”.

Le diedi solo l’integratore perché 25 euro per uno spruzzatore erano troppo. Tornai dopo una settimana:

– Ma tu lo spruzzatore non l’hai messo, vero?
– No
– Eh…bravo. Hai visto?

Alla fine quindi lo comprai visto che mi si indicava come corresponsabile della patologia per la mia negligenza sparagnina e inoltre tra i due il medico è lei.


I gatti possono soffrire di stress, è vero, e la cistite può esser causata da questo fattore.


Ovviamente non servì a nulla, così dopo un’altra settimana le facemmo un’ecografia e scoprimmo una palla di sangue che occupava 2/3 della vescica e cominciammo quindi delle terapie col cortisone. Avremmo potuto iniziarla facendo un controllo sin da subito ma non si può certo rinunciare a un po’ di feromoni sintetici. Che per la cronaca non sono serviti a niente, a parte che io adesso ho voglia di fare pipì sui muri.

C’è poi una dottoressa che ha un carattere scorbutico. Per esempio, una volta, sempre dovendo fare il consueto riassunto delle puntate precedenti:

– Settimana scorsa ho parlato con la dottoressa…ehm…non ricordo…
– Boadicea? Clitemnestra? Pentesilea?*
– È una giovane
– Più giovane di me? (si indica, con gli occhi sbarrati)
– No no…cioè di me, dico
– Ah ok, no perché già stavo…(e non completa la frase)


* Nomi di fantasia così a caso.


Stavi cosa? Sì, vuoi sapere la verità, lei sembra una liceale e tu sua madre. Ora posso avere il mio responso?

No, qua non ci sono signorine ma teste di clitoride.

Non è che per far cessare il riscaldamento globale basti non pagar più le bollette

C’è un clima strano.

Fino a oggi così caldo e siccità da far sembrare November Rain una canzone di fantascienza. Gli alberi hanno ancora le foglie. Dev’esserci in corso una operazione della lobby che vuol convincere dell’esistenza del riscaldamento globale che nottetempo riattacca le foglie agli alberi appunto per convincerci dell’esistenza del riscaldamento globale.

Io soffro invece di raffreddamento generalizzato. Congelo emozioni e sensazioni fresche. Come i pisellini primavera. Forse congelerò anche il mio di pisellino. Spero di spegnere i malesseri che mi sento dentro. Gli impacchi ghiacciati curano molte cose. Per tutto il resto, ci sono gli acquisti incauti.

Ho comprato una nuova cuffia da nuoto. Non che ne avessi bisogno, ma questa qui è particolare.


È particolare è quel che dicono tutti i sofferenti di acquisti incauti per giustificare il proprio acquisto incauto perché in cuor loro sanno di avere una dipendenza da acquisto incauto ma non vogliono ammetterlo apertamente.


È una cuffia con sopra disegnate delle cuffie (da musica) che vanno da un orecchio all’altro. Per uno che vive di giochi di parole come me, la cuffia con le cuffie non poteva mancare.

Adesso ci vorrebbe un costume con un costume (di Carnevale) disegnato sopra.

Se nessuno si è mai scandalizzato per delle camicie coi baffi, non vedo perché non possa andar bene il mio costume col costume.

I giochi di parole mi riescono ancora bene.

Quando parlo seriamente, negli ultimi tempi ottengo risposte non in linea con quanto stavo dicendo. Anzi delle volte credo di aver a che fare con degli stitici cronici, visto che non cagano per niente quel che stavo dicendo.

Forse sono io a non farmi capire. Forse i contenuti nella mia mente non coincidono con i significati delle parole che esprimo mentre io invece sono convinto di esprimere esattamente ciò che sto pensando.

Chi ha deciso i significati delle parole? Chi ha deciso che “parola” significa parola, cioè complesso di fonemi, cioè di suoni articolati, o anche singolo fonema (e la relativa trascrizione in segni grafici), mediante i quali l’uomo esprime una nozione generica, che si precisa e determina nel contesto di una frase [Treccani]?

Le parole sono importanti, diceva quel tale. Ed è stato necessario accordarsi sui significati delle parole per poter comunicare.

Non è vero che sia necessario accordarsi.

Quando ero piccolo – 8 anni al massimo – ricordo si trasferì di fronte casa mia una famiglia inglese: padre, madre e figlio, ancor più piccolo di me d’età. Rimasero tutta l’estate, perché il padre, ingegnere, era stato convocato per un progetto nella Grande Fabbrica. Restarono il tempo necessario per svuotare le riserve di Peroni nei supermercati di zona.

Feci amicizia col piccolo suddito di Sua Maestà. Giocavamo spesso insieme. Io gli parlavo ma lui non aveva idea di cosa io dicessi. Lui mi parlava ma io non avevo idea di cosa mi dicesse.


Anche perché, figuriamoci, a inizio anni ’90 per un bambino italiano l’inglese era roba sconosciuta. Adesso nell’asilo nido dove lavora Madre arrivano Madri che chiedono il bilinguismo. E tra parentesi c’è: napoletano e italiano. Che pretendono di più?


Eppure ricordo facevamo conversazione e ci divertivamo nel farlo.

Erano giochi. Di parole.

Il Vocaboletano – 34 – L’uosemo

Ricordo che una sera, dopo una cena a base di pesce quando ormai la tavola era stata già ripulita, si affacciò in cucina la gatta. Miagolava con tono insistito e disperato, quello che utilizza di solito quando vuol qualcosa: si era svegliata tardi e aveva mancato il pesce, anche se ne restava nell’aria l’odore.

Madre esclamò “Ten l’uosemo”.
La guadai stranito. Ma che cacchio voleva dire?

In pratica, l’uosemo è la capacità di percepire qualcosa che non è tangibile, che si avverte nell’aria anche se non si vede. Un esempio concreto è il fiuto del cane, che segue piste invisibili all’occhio umano. Difatti uosemo vuol proprio dire fiuto.

Si tratta di un arcaismo derivato direttamente dal greco antico: ὀσμή (osmé), che vuol dire appunto odore, fiuto. Dal termine greco deriva anche l’italiano usmare, parola desueta che ha lo stesso significato: odorare.


Da cui deriva anche un gioco di parole lombardo con il nome del Comune di Usmate e cioè Usmate Milano.


Il vocabolo non ha connotazioni esclusivamente canine: sentire l’uosemo, infatti, riferito a una persona, vuol dire subodorare qualche inganno celato, avere una cattiva sensazione: “questa faccenda puzza” sarebbe in italiano.

In senso esteso, l’uosemo è l’intuito guida: È gghiuto a (è andato a) uosemo vuol dire che è andato a naso, per intuizione.

Adesso scappo che fiuto odor di croccantini.

Non è che dopo essere stata scoperta l’America si rivestì

Ho rivisto Clerks l’altro giorno. Mantiene ancora la freschezza iconica slacker-pop dei ’90.

Nello stesso anno in cui il film usciva, si scopriva che Beck era un perdente.

Tutto questo io l’ho scoperto dopo per ovvi limiti di età.

Così come scoprii molto dopo che gli Hanson erano tutti maschi.

Durante gli anni Novanta quando frequentavo le scuole medie esplose la moda delle t-shirt con i loghi della squadre NBA. Un probabile riflesso della fama del Dream Team che il mondo scoprì nel 1992 a Barcelona e che rese pop anche il basket. Io avevo la maglietta dei Chicago Bulls che in quegli anni erano il roster più forte in circolazione.

Ricordo una volta incrociai un bambino che aveva la mia stessa identica maglia e ci guardammo male. Forse avrei dovuto picchiarlo. Ma ero in terra straniera (a Santa Maria degli Angeli) quindi penso spettasse a lui il diritto di picchiarmi. Però alla fine nessuno si picchiò.

Negli anni ’90 scoprii che le erezioni erano umide e che le mie compagne di classe si depilavano tutte le ascelle, tranne la ragazzina che mi piaceva. Le cose non erano collegate. Erezioni, ascelle e il fatto che lei non se le depilasse, intendo.

La maglietta NBA che lei aveva era quella dei Charlotte Hornets. Una squadra di merda e con un logo che all’epoca mi sembrava figo ma ora non tanto. Come tutte le cose cui sei legato e che quando riguardi non comprendi perché tu vi fossi legato. Forse era la distorsione ottica della scoperta delle tettine di lei sotto la maglia bianca trasparente.

In quegli anni emergevano anche i conflitti tra me e Padre, che io sintetizzerei nella filosofia dello specchietto destro.

Il mondo si divide in coloro che non utilizzano lo specchietto destro per guidare e lo ritengono inutile e quelli che invece lo trovano indispensabile. Padre appartiene alla prima categoria, io alla seconda. Ovviamente in quegli anni io non guidavo, ma ricordo bene le lamentele di Padre sul fatto che Madre lo lasciasse sempre aperto.

Quando ero cresciuto abbastanza per sedere sul sedile del passeggero, intorno ai 12 anni, guardavo il mondo che lasciavamo indietro dallo specchietto destro. Avrei dovuto farmi trovare pronto ad avvisare dell’arrivo di qualcuno dalla destra, cosa che di sicuro prima o poi sarebbe avvenuta perché io non mi fidavo degli altri già allora e pensavo di certo avrebbero commesso qualche cazzata.

Oggi a distanza di anni io sono un guidatore da specchietto destro mentre Padre lo odia. Non guido tranquillo se non gli butto uno sguardo. Forse sono un perdente. Oppure la verità è che non si esce vivi dagli anni ’90.