Non è che serva il soccorso alpino per una valanga di chiacchiere

Salve, sono Gintoki. Forse vi ricorderete di me per esperienze come Non è che l’albergatore abbia un fucile di precisione per fare il checkin, in cui raccontavo di come mi cimentavo nel gestire un B&b per un’amica in vacanza.

Questo fine settimana le sto dando di nuovo una mano in sua assenza. Oggi mi sono presentato al B&b e dentro vi ho trovato la madre del proprietario – che era lì per aspettare il tecnico della lavatrice – che parlava con un ospite già presente.

“Parlava” non rende l’idea. Diciamo che subiva una valanga di chiacchiere da questo ragazzo. Appena sono arrivato io lei ne ha approfittato per andare al bar dicendo “Sto via solo 2 minuti”.

È tornata dopo mezz’ora.

Mezz’ora in cui il tizio mi ha fatto fumare le orecchie fino a che non sono arrivati gli ospiti che attendevo. Se durante il suo flusso logorroico io lo interrompevo per rispondere al telefono, lui poi riprendeva dallo stesso punto esatto in cui l’avevo lasciato. Forse da piccolo ha ingoiato un registratore e quindi ora riesce a stoppare a comando e riprendere da quel punto.

Invidio un po’ le persone così. Esauriscono gli altri ma loro non se ne curano affatto. Probabilmente è perché non concepiscono l’idea di fare una normale conversazione: loro recitano dei monologhi. L’interlocutore serve solo come spalla.

Il logorroico non so come nasca. Se è stato un trauma infantile a renderli così o meno: forse hanno taciuto o sono stati costretti a farlo per tutta l’infanzia e l’adolescenza e oggi hanno un surplus di parole da spendere.

Oppure sono stati morsi da un politico radioattivo e ora vivono in un comizio costante. Non ho idea.

In tanti anni di vita non ho ancora trovato il modo di spegnerli. Il modo civile, intendo.

Credo che una botta in testa sia passibile di reato.

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Non è che ti servano buone scarpe per affrontare un passo di un libro

Oggi non ho avuto neanche il tempo di entusiasmarmi per la notizia della conferma del rinnovo del mio contratto che sono stato impegnato in una call durata 80 minuti. Quanto una partita di rugby.


Si dice call perché telefonata è volgare: telefoni a tua madre, a tua sorella, alla tua ragazza, ai tuoi amici. Al lavoro fai solo call. Ne fai così tante che dopo ci fai il call.


 

Una delle due partecipanti, con cui non avevo mai parlato perché subentrata da poco, mi ha fatto: Gintoki, ciao, noi già ci conosciamo da tempo, su LinkedIn ci seguiamo da molto prima.

Come, scusa?

Per sicurezza sono andato a controllare. Non siamo in contatto e non lo siamo mai stati. Chissà costei con chi mi ha scambiato: dico io, Gintoki, l’unico, inimitabile, gatto domestico dotato di favella, confuso con chissà quale tizio qualunque?

Lei e l’altra persona con cui ero in comunicazione fanno parte dell’Ufficio Grandi Progetti. Detta così farebbe presupporre che ci siano uffici anche per i piccoli e medi progetti. E uffici per i progetti metà e metà che non si capisce da che parte vogliano stare.

Invece no. Solo Grandi Progetti. Ha un che di megalomane e classista.

Dopo circa una quarantina di minuti dall’inizio della telefonata, quando ancora non si vedeva la fine, ho cominciato a sentire un richiamo fisiologico. Succede, quando bevi mezzo litro d’acqua in un’ora.

Fingo di ignorare il richiamo.

Per 10 minuti.

Poi 20.

Mi sembrava brutto sospendere la telefonata adducendo scuse, così continuavo a resistere.

Al trentesimo minuto del secondo tempo della telefonata ho iniziato a camminare per l’ufficio – tanto ero rimasto completamente da solo – e a esibirmi in passi di danza e contorsionismi vari per tenere a freno la necessità. Ho fatto dei movimenti che neanche la Carolina Kostner dei giorni migliori.

Mentre mi esibivo nelle mie mossette, è entrata d’improvviso l’ultima persona che vorresti vedere mentre fai cose imbarazzanti e che non era affatto previsto arrivasse lì, in quel giorno, in quell’ora, in quel momento.

Chiariamo: non vorresti mai che qualcuno ti vedesse mentre fai cose imbarazzanti. Ma in una lista ipotetica, all’ultimo posto c’è di sicuro una persona: la psicologa.

Io sono terrorizzato dalla categoria. Temo non escano mai dal personaggio e anche quando gli stai parlando di cosa hai mangiato a pranzo durante una pausa caffè penso che loro stiano analizzando il tuo modo di parlare per capire quali conflitti irrisolti tu abbia col tuo pene.

Colto in flagranza di carpiato, ho fatto finta di nulla fingendo di fare stretching perché i migliori fisioterapisti consigliano di prendersi cura della propria salute in ufficio.

Lei mi ha guardato ed è corsa via nella propria stanza.

Ironia della sorte, un minuto dopo, la telefonata, pardon, la call, si è conclusa.

Non è che devi stare attento ai pedoni se superi i trenta

Avere trent’anni è la cosa migliore che potesse capitarmi. Consiglio a tutti di provarlo, prima o poi.

A livello fisico mi sento meglio ora che a vent’anni. Non mi danno neanche l’età che ho adesso: pensare che a 17 anni pensavano fossi fratello di mia madre, oggi mi capita di sentirmi chiedere se io abbia finito la scuola/l’università.

Sindrome di Benjamin Button a parte, l’essere umano che supera i 30 deve rendersi conto che il tempo vada contro di lui. La cosa migliore dei trent’anni è iniziare ad avere la consapevolezza di saperlo accettare. Accettare che non puoi più immaginare di diventare un medico, un avvocato, un astronauta o un fantino di giraffe.

Certo, poi ti rammentano esempi di persone che prima dei trenta non avevano realizzato nulla nella vita e poi hanno avuto successo, tipo Joseph Conrad che il vero successo l’ha ottenuto dopo i 30 e a 20 anni non sapeva neanche parlare inglese (figuriamoci scrivere) o Jeff Bezos che ha avviato Amazon a 31, senza contare tanti altri che hanno anche superato i 40 e oltre prima di ottenere qualcosa. Il mio preferito resta il Sig. Momofuku Ando che inventò i noodles istantanei a 48 anni.

A prescindere di questi casi singoli, tu trentenne però devi fare i conti con la prospettiva che il lavoro che hai è forse la cosa migliore che potesse capitarti considerando che forse non sei affatto così speciale. E non puoi prendertela con qualcuno per avertelo fatto credere, perché magari speciale lo sei stato anche ma solo in un dato momento nel tempo e nello spazio poi conclusosi. Hai capito che non puoi dare la colpa alla maestra che ti portava in giro per le classi per farti leggere quel pensiero così creativo e intelligente che avevi scritto nel tema, cosa che ti gonfiava l’ego ma ti imbarazzava anche molto perché affrontavi gli sguardi beffardi e perfidi di altri bambini che non aspettavano altro che prenderti in giro solo perché avevi una stringa della scarpa slacciata. Per superare la tensione adottavi lo sguardo selettivo: trasformavi tutti gli altri in una macchia sfocata di colore bianco e blu e facevi finta di non vederli.

Adesso hai superato i trenta e hai compreso che non sei speciale perché avevi quel potere: ce l’hanno anche gli altri e sono in grado di farti sparire dal loro campo visivo quando vogliono per renderti invisibile.

Cacchio. Avere trent’anni è proprio brutto.

 

Non è che il medico si lavi con l’Anitra WC perché è un prodotto per la pulizia dei sanitari

Trovo assurdo che ci sia bisogno di affiggere un simile cartello, ma è evidente che educazione&modi appropriati non appartengono a tutte le persone.

Capitò anche una volta a Madre, nel rivolgersi a una farmacista: “Signorina, scusi…”. Io la ripresi con un colpo di gomito: “Madre, per favore…”. E Madre non è affatto una persona ottusa, nel senso di persona che ottende. Eppure è evidente che anche lei risente di una certa cultura dominante maschilista che vuole che a un uomo in camice ci si rivolga con deferenza, a una donna in camice con confidenza.

Premetto che trovo ridicoli i titoli e gli appellativi. Io stesso, quando al lavoro mi dissero che dovevo presentarmi come “dottore” – non in quanto medico ovviamente ma in qualità di laureato – mi sentivo un po’ ridicolo. Ma sarà questione di autostima e di sindrome dell’impostore.


La sindrome dell’impostore colpisce le persone che non sentono un traguardo e un successo come propri, giustificandoli solo come frutto del caso e/o di circostanze fortunate. Essi vivono nella condizione di sentire di non meritare una posizione e temono di essere prima o poi scoperti.


Laddove però esistono contesti formali trovo molto irrispettoso che ci si rivolga a un uomo in un modo e a una donna in un altro.

Fatta tale premessa, al foglio che ho pubblicato all’inizio di questo articolo vorrei fare un’aggiunta sotto il dottoresse: “Ma davvero?”.

Perché l’ambulatorio veterinario che frequento e dove è presente quel cartello sembra gestito come una bancarella del mercato. La titolare fa sia il medico che (male) l’assessore all’ambiente e ha l’aria perenne di chi ha ricevuto una botta in testa e perso la memoria.

Un paio di mesi fa avevo la gatta ricoverata per un ciclo di terapie. Andai a vederla per controllare come stesse e la titolare disse a un tirocinante:

– Questa è la gatta col tumore allo stomaco
– Eh?

Dissi sbiancando

– Ah no no scusa mi sono confusa col cane di quell’altro.

Ah. Ah. A soreta.

Nell’ambulatorio si alternano non so quante dottoresse. Perché ne incontro sempre una diversa. Ho rinunciato a imparare i loro nomi.

Il problema sorge quando devi tornare più volte e a ognuna devi raccontare la storia daccapo perché non si parlano tra di loro. Anche perché quando si parlano ognuna ha la propria versione:

(dottoressa 1) Si deve operare, bisogna aprire
(dottoressa 2) Non si deve operare, basta un prelievo con l’ago
(dottoressa 3) È guarita
(dottoressa 4) Scusa, tu sei?
(va avanti con altre dottoresse)

Avevo la gatta -una quasi ventenne- che pisciava sangue come una statua della Vergine e la soluzione offertami da una dottoressa era darle un integratore e comprare un diffusore di feromoni perché “Sarà colpa dello stress”.

Le diedi solo l’integratore perché 25 euro per uno spruzzatore erano troppo. Tornai dopo una settimana:

– Ma tu lo spruzzatore non l’hai messo, vero?
– No
– Eh…bravo. Hai visto?

Alla fine quindi lo comprai visto che mi si indicava come corresponsabile della patologia per la mia negligenza sparagnina e inoltre tra i due il medico è lei.


I gatti possono soffrire di stress, è vero, e la cistite può esser causata da questo fattore.


Ovviamente non servì a nulla, così dopo un’altra settimana le facemmo un’ecografia e scoprimmo una palla di sangue che occupava 2/3 della vescica e cominciammo quindi delle terapie col cortisone. Avremmo potuto iniziarla facendo un controllo sin da subito ma non si può certo rinunciare a un po’ di feromoni sintetici. Che per la cronaca non sono serviti a niente, a parte che io adesso ho voglia di fare pipì sui muri.

C’è poi una dottoressa che ha un carattere scorbutico. Per esempio, una volta, sempre dovendo fare il consueto riassunto delle puntate precedenti:

– Settimana scorsa ho parlato con la dottoressa…ehm…non ricordo…
– Boadicea? Clitemnestra? Pentesilea?*
– È una giovane
– Più giovane di me? (si indica, con gli occhi sbarrati)
– No no…cioè di me, dico
– Ah ok, no perché già stavo…(e non completa la frase)


* Nomi di fantasia così a caso.


Stavi cosa? Sì, vuoi sapere la verità, lei sembra una liceale e tu sua madre. Ora posso avere il mio responso?

No, qua non ci sono signorine ma teste di clitoride.

Non è che per far cessare il riscaldamento globale basti non pagar più le bollette

C’è un clima strano.

Fino a oggi così caldo e siccità da far sembrare November Rain una canzone di fantascienza. Gli alberi hanno ancora le foglie. Dev’esserci in corso una operazione della lobby che vuol convincere dell’esistenza del riscaldamento globale che nottetempo riattacca le foglie agli alberi appunto per convincerci dell’esistenza del riscaldamento globale.

Io soffro invece di raffreddamento generalizzato. Congelo emozioni e sensazioni fresche. Come i pisellini primavera. Forse congelerò anche il mio di pisellino. Spero di spegnere i malesseri che mi sento dentro. Gli impacchi ghiacciati curano molte cose. Per tutto il resto, ci sono gli acquisti incauti.

Ho comprato una nuova cuffia da nuoto. Non che ne avessi bisogno, ma questa qui è particolare.


È particolare è quel che dicono tutti i sofferenti di acquisti incauti per giustificare il proprio acquisto incauto perché in cuor loro sanno di avere una dipendenza da acquisto incauto ma non vogliono ammetterlo apertamente.


È una cuffia con sopra disegnate delle cuffie (da musica) che vanno da un orecchio all’altro. Per uno che vive di giochi di parole come me, la cuffia con le cuffie non poteva mancare.

Adesso ci vorrebbe un costume con un costume (di Carnevale) disegnato sopra.

Se nessuno si è mai scandalizzato per delle camicie coi baffi, non vedo perché non possa andar bene il mio costume col costume.

I giochi di parole mi riescono ancora bene.

Quando parlo seriamente, negli ultimi tempi ottengo risposte non in linea con quanto stavo dicendo. Anzi delle volte credo di aver a che fare con degli stitici cronici, visto che non cagano per niente quel che stavo dicendo.

Forse sono io a non farmi capire. Forse i contenuti nella mia mente non coincidono con i significati delle parole che esprimo mentre io invece sono convinto di esprimere esattamente ciò che sto pensando.

Chi ha deciso i significati delle parole? Chi ha deciso che “parola” significa parola, cioè complesso di fonemi, cioè di suoni articolati, o anche singolo fonema (e la relativa trascrizione in segni grafici), mediante i quali l’uomo esprime una nozione generica, che si precisa e determina nel contesto di una frase [Treccani]?

Le parole sono importanti, diceva quel tale. Ed è stato necessario accordarsi sui significati delle parole per poter comunicare.

Non è vero che sia necessario accordarsi.

Quando ero piccolo – 8 anni al massimo – ricordo si trasferì di fronte casa mia una famiglia inglese: padre, madre e figlio, ancor più piccolo di me d’età. Rimasero tutta l’estate, perché il padre, ingegnere, era stato convocato per un progetto nella Grande Fabbrica. Restarono il tempo necessario per svuotare le riserve di Peroni nei supermercati di zona.

Feci amicizia col piccolo suddito di Sua Maestà. Giocavamo spesso insieme. Io gli parlavo ma lui non aveva idea di cosa io dicessi. Lui mi parlava ma io non avevo idea di cosa mi dicesse.


Anche perché, figuriamoci, a inizio anni ’90 per un bambino italiano l’inglese era roba sconosciuta. Adesso nell’asilo nido dove lavora Madre arrivano Madri che chiedono il bilinguismo. E tra parentesi c’è: napoletano e italiano. Che pretendono di più?


Eppure ricordo facevamo conversazione e ci divertivamo nel farlo.

Erano giochi. Di parole.

Il Vocaboletano – 34 – L’uosemo

Ricordo che una sera, dopo una cena a base di pesce quando ormai la tavola era stata già ripulita, si affacciò in cucina la gatta. Miagolava con tono insistito e disperato, quello che utilizza di solito quando vuol qualcosa: si era svegliata tardi e aveva mancato il pesce, anche se ne restava nell’aria l’odore.

Madre esclamò “Ten l’uosemo”.
La guadai stranito. Ma che cacchio voleva dire?

In pratica, l’uosemo è la capacità di percepire qualcosa che non è tangibile, che si avverte nell’aria anche se non si vede. Un esempio concreto è il fiuto del cane, che segue piste invisibili all’occhio umano. Difatti uosemo vuol proprio dire fiuto.

Si tratta di un arcaismo derivato direttamente dal greco antico: ὀσμή (osmé), che vuol dire appunto odore, fiuto. Dal termine greco deriva anche l’italiano usmare, parola desueta che ha lo stesso significato: odorare.


Da cui deriva anche un gioco di parole lombardo con il nome del Comune di Usmate e cioè Usmate Milano.


Il vocabolo non ha connotazioni esclusivamente canine: sentire l’uosemo, infatti, riferito a una persona, vuol dire subodorare qualche inganno celato, avere una cattiva sensazione: “questa faccenda puzza” sarebbe in italiano.

In senso esteso, l’uosemo è l’intuito guida: È gghiuto a (è andato a) uosemo vuol dire che è andato a naso, per intuizione.

Adesso scappo che fiuto odor di croccantini.

Non è che dopo essere stata scoperta l’America si rivestì

Ho rivisto Clerks l’altro giorno. Mantiene ancora la freschezza iconica slacker-pop dei ’90.

Nello stesso anno in cui il film usciva, si scopriva che Beck era un perdente.

Tutto questo io l’ho scoperto dopo per ovvi limiti di età.

Così come scoprii molto dopo che gli Hanson erano tutti maschi.

Durante gli anni Novanta quando frequentavo le scuole medie esplose la moda delle t-shirt con i loghi della squadre NBA. Un probabile riflesso della fama del Dream Team che il mondo scoprì nel 1992 a Barcelona e che rese pop anche il basket. Io avevo la maglietta dei Chicago Bulls che in quegli anni erano il roster più forte in circolazione.

Ricordo una volta incrociai un bambino che aveva la mia stessa identica maglia e ci guardammo male. Forse avrei dovuto picchiarlo. Ma ero in terra straniera (a Santa Maria degli Angeli) quindi penso spettasse a lui il diritto di picchiarmi. Però alla fine nessuno si picchiò.

Negli anni ’90 scoprii che le erezioni erano umide e che le mie compagne di classe si depilavano tutte le ascelle, tranne la ragazzina che mi piaceva. Le cose non erano collegate. Erezioni, ascelle e il fatto che lei non se le depilasse, intendo.

La maglietta NBA che lei aveva era quella dei Charlotte Hornets. Una squadra di merda e con un logo che all’epoca mi sembrava figo ma ora non tanto. Come tutte le cose cui sei legato e che quando riguardi non comprendi perché tu vi fossi legato. Forse era la distorsione ottica della scoperta delle tettine di lei sotto la maglia bianca trasparente.

In quegli anni emergevano anche i conflitti tra me e Padre, che io sintetizzerei nella filosofia dello specchietto destro.

Il mondo si divide in coloro che non utilizzano lo specchietto destro per guidare e lo ritengono inutile e quelli che invece lo trovano indispensabile. Padre appartiene alla prima categoria, io alla seconda. Ovviamente in quegli anni io non guidavo, ma ricordo bene le lamentele di Padre sul fatto che Madre lo lasciasse sempre aperto.

Quando ero cresciuto abbastanza per sedere sul sedile del passeggero, intorno ai 12 anni, guardavo il mondo che lasciavamo indietro dallo specchietto destro. Avrei dovuto farmi trovare pronto ad avvisare dell’arrivo di qualcuno dalla destra, cosa che di sicuro prima o poi sarebbe avvenuta perché io non mi fidavo degli altri già allora e pensavo di certo avrebbero commesso qualche cazzata.

Oggi a distanza di anni io sono un guidatore da specchietto destro mentre Padre lo odia. Non guido tranquillo se non gli butto uno sguardo. Forse sono un perdente. Oppure la verità è che non si esce vivi dagli anni ’90.

Non è che il ragioniere sia famoso solo perché è uno che conta

Vicino la scuola elementare che frequentavo c’era una tabaccheria. Rammento a malapena il viso della tabaccaia. Ho un ricordo però vivido della massa di capelli che aveva in testa, simile a un nido di rondine.

Madre mi mandava lì a comprare la merendina prima di entrare a scuola.
Nulla più che un pacchetto di crackers. È probabile non fosse molto salutare come merenda ma all’epoca non si badava molto all’alimentazione scolastica.

Avevamo cose più serie cui pensare, tipo invasioni periodiche di zecche nell’istituto o i rubinetti dei bagni che vomitavano fango.


Che comunque era più pulito della pelle di noi alunni.


Madre mi metteva la Mille Lire in mano e mi attendeva fuori. Un utile esercizio per imparare il valore del danaro e come fare i conti.

Ero un po’ riottoso all’apprendimento visto che puntualmente la tabaccaia mi inseguiva fuori agitata, perché

– Avevo dimenticato di pagare
– Avevo dimenticato il resto
– Avevo dimenticato i crackers
– Avevo preso tutto. Compresa la Mille Lire che avevo in precedenza posato sul bancone.

Il problema della distrazione durante le interazioni mi è rimasto dentro anche una volta cresciuto. Forse ce l’ho da quando sono nato ed era impossibile da correggere.

Adesso non dimentico più di pagare nei negozi. Anche perché non essendo più un bambino credo che mi rincorrerebbero con una spingarda.

Però magari lascio indietro un grazie quando andrebbe dato.
Non mi prendo un complimento quando meriterei.
Fallisco uno scambio di opinioni.

Una volta ho pure lasciato un preservativo in una ragazza. La cosa si risolse in breve tempo dopo un esame speleologico.

Adesso lei lavora per la SISAL, estrae numeri – da dentro di sé – per il SuperEnalotto, mentre il condom recuperato ha un programma su DMAX: Com’è fatta.

Non è che tu ti vesta in modo scontato perché anche l’ovvio vuole la sua parte

L’anno scorso, durante le pulizie decennali, misi in vendita alcuni manga. Un tizio che prese contatto con me, dopo aver concordato la transazione, mi scrisse poi

– Spero che tu non sia un truffatore :/

Faccia triste compresa. Al che ero molto tentato di rispondergli

– Oh no! Pensavo di essere riuscito a gabbarti, invece sei troppo furbo per me!.

Mi ricorda quelle signore che dal salumiere o dal macellaio dicono

– Mi dia un etto di…Ma è buono?

E io vorrei che un commerciante, in nome di tutti gli operatori alimentari che se lo sentono chiedere, rispondesse, per una volta:

– Guardi signora, è proprio una merda, speravo di sbolognarglielo.

Ho un rapporto ostile con le ovvietà, le domande retoriche e/o banali. Il sarcasmo becero è la prima reazione istintiva che provo.

Mi ricordo poi quando mi avviavo verso la porta di casa, abbigliato non certo in modo casalingo, e Madre chiedeva

– Esci?
– No, Madre, questa è la mia tenuta da giardinaggio. Dicono che alle piante bisogna parlare, ma credo sia necessario anche un abbigliamento adeguato, non trovi?

Che dire di quelli che, quando su un treno a lunga percorrenza in prossimità della tua fermata tu ti alzi e ti avvicini alla porta, ti arrivano da dietro chiedendo

– Scende?
– No, guardi, mi piace contemplare la porta che si apre e si chiude. Mi ricorda la caducità dell’esistenza.

Ma l’esperienza in realtà insegna che non bisogna mai, mai porre limiti con le persone.

L’esempio che porterò sempre con me è quello fornito da un aneddoto che, a distanza di anni, ancora raccontano i miei e i loro amici, riguardante un loro amico noto per esser astuto come un cervo.

Una sera, incontrandosi in piazza come sempre, costui chiese ai miei:

– E il piccolo Gintoki (allora avevo 3 anni) dove lo avete lasciato?

Padre, per far lo spiritoso, disse

– L’abbiamo mandato al cinema
– Ah, c’era qualche film della Disney?

E allora mi ricorderò sempre di non dar mai per scontato fin dove possano spingersi le domande altrui.

Il Vocaboletano – #19 – Arrevotare

Siamo arrivati all’appuntamento 19 del Vocaboletano. Il successo che ha riscosso sinora è tale che si può dire che abbiamo proprio arrevotato!

Come? Non sapete cosa voglia dire arrevotare? Eh ma allora bisogna proprio spiegare tutto.

In senso letterale, arrevotare, dal latino volvitare (“volgere”, con il ri- iniziale che sta a indicare “volgere dall’altro lato”) vuol dire proprio rivoltare, verso la parte opposta.

Il termine è però usato in senso figurato: è raro infatti sentir dire di aver arrevutato un oggetto. Si usa, invece, per descrivere aggiungendo enfasi un’azione che crea sconvolgimento in senso positivo, tal da suscitare ammirazione e meraviglia in chi sta intorno.

Ascolta l’audio

Nel gergo giovanile è spesso diventata una spacconata, “Questa sera arrevutamm!”, immaginando una serata con donne che cadono ai propri piedi, sguardi di ammirazione e invidia da parte del popolo, divertimento e sconvolgimento assicurati.


Che poi il più delle volte si traduce nella storia dei pifferai di montagna che andarono per suonare e furono suonati.


A volte arrevutare può anche avere un’accezione negativa, nel senso di crear grande disordine. Ad esempio ricordo è un’accusa che mi è stata spesso mossa da Madre in quanto quando cerco qualcosa e non la trovo ho l’abitudine di mettere sottosopra tutto.

Ascolta l’audio

Un uso più desueto di arrevotare è quello con il significato di dar vita a una rivolta. La piazza s’è arrevotata!. Non succede tutti i giorni, quindi è comprensibile scompaia dall’utilizzo comune.

Spero con questo post di aver arrevutato la vostra serata e di non aver arrevutato casa vostra.

Non è che nell’appartamento ci sia chiacchiericcio solo perché ci sono stanze comunicanti

Ho un blog perché non sono bravo a comunicare.

Il che può sembrare un controsenso. Il blog è uno strumento di comunicazione. E credo che un minimo, tramite i testi, io riesca a trasmettere dei pensieri.

Non è direttamente consequenziale, però, che riuscire a mettere due parole in croce su una pagina equivalga a saperlo fare nel relazionarsi con le persone. Anzi.

Non so se io sia nato incapace a comunicare o se abbia perso la capacità nel corso della vita. Forse è stato nel Vietgatt. Forse in Bolivia con Che Gattara.

A 15 anni comunque già pensavo che io e il resto del Mondo parlassimo lingue diverse. Ma a 15 anni già è tanto sapersi allacciare le scarpe senza dover fare il triplo nodo per non farlo sciogliere, figurarsi mettere due concetti in fila indiana.

A casa forse a livello di ascolto/comprensione/comunicazione ho avuto segnali fuorvianti.

Madre è il tipo di persona che se le muovi una critica o le dici qualcosa che la urta si rinchiude nel mutismo e, come un’inglese, tiene il brunch.

Con Padre invece le conversazioni hanno sempre seguito due princìpi semplici:
– Hai ragione se gli dai ragione. Quindi non c’è motivo di discutere se lui ha ragione.
– Hai torto se gli dai torto. Quindi non c’è motivo di discutere se hai torto.

Se insisti è perché forse non hai afferrato il concetto, quindi affinché possa entrarti in testa alza la voce per superare la barriera del timpano.

Al di là di queste note di colore familiare, ho da tempo maturato la rassegnata convinzione che sono io a non essere in grado di esprimermi. Se non riesco a trasmettere i miei concetti questo non è un problema dovuto agli altri. Accade con più persone, in più contesti.

Ci sono occasioni comunque in cui fatico a tenere salda questa mia convinzione.

La mia collega, CR, ad esempio delle volte mi sembra proprio una vera tonta.

È una persona che stimo per le tante belle qualità che ha ed è una grande amica, ma mi lesiona il sacco scrotale tutte le volte che le dico una cosa e siccome non l’ha capita mi guarda con l’espressione della gallina che osserva una foglia di lattuga in mano al fattore.

Inoltre ho notato che lo stesso atteggiamento lo ha anche la sorella. Quindi è proprio un tratto genetico.


Ma anche queste sono note di colore.
Come disse l’imbianchino al figlio: Un giorno questo colore ti sarà utile.


A volte mi vien da rinunciare a provarci. A dire qualcosa che sia un qualcosa, intendo.

A quelli che obiettano e contraddicono prima che tu abbia terminato di esprimere il concetto.

A quelli che interpretano a modo loro ciò che hai detto, in base a un’idea precostituita nella loro mente.

A quelli che danno una connotazione negativa a ciò che dici, perché pensano tu l’abbia detto per offendere o criticare o giudicare.

A quelli che devono stravolgere o estremizzare i concetti per invalidarli ed evitare un confronto su base razionale.


Il cosiddetto argomento fantoccio o argomento uomo di paglia o straw man argument.


Io rinuncio.

Evidentemente non sono in grado di far pervenire un messaggio al prossimo. Mi esprimo male o, ancora, sono fraintendibile. Ammetto poi di non aver pazienza e diplomazia e questo non giova al mio intento. Ho la calma di Vittorio Sgarbi sotto effetto di caffeina.

Comunicare non fa per me e persistere è un gioco inutile.

È come se mi incaponissi a voler infilare triple come Stephen Curry.

Non sono in grado, perché andare avanti? Troverò altro da fare, un’altra attività. Comunicare non è mia abilità. Si può stare in mezzo alle altre persone lo stesso tenendosi sul generico.

L’alternativa sarebbe quella di rispondere e argomentare soltanto in forma scritta. Certo i tempi sarebbero dilatati in modo abnorme, ma forse potrei lanciare una moda.

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No perditempo, no ore pasti e pisolini vari.

Non è che il tipo morigerato dopo una corsa si asciughi il pudore

Una volta, più di 10 anni fa ma meno di 15, quando chimica era ancora la fame e non la scia, mi trovavo seduto in compagnia di una ragazza sotto un’estremità del porticato dell’emiciclo di Piazza Plebiscito, in una serena giornata di primavera con poche nuvole sparse che disegnavano genitali nel cielo.

Ci si scambiava dei baci, anche se forse scambiare non è il verbo adatto, giacché lo scambio presuppone che uno dia e l’altro riceva e a sua volta poi dia, mentre lì sembrava difficile discernere consegna e ricezione, diciamo che forse più che uno scambio era una condivisione del bacio anche se poi a questo punto bisognerebbe capire a chi appartenesse realmente il bacio che veniva compartito.

In ogni caso, era una semplice questione di protrusione di labbra con allontanamento graduale dei corpi dal collo sino al bacino, giacché ogni tentativo da parte mia verso un ulteriore contatto esplorativo si risolveva come in un noto film di kung-fu: Cinque dita di violenza. Direttamente sul mio volto.

A un certo punto si avvicinò un uomo di mezza età, aveva l’aria di un addetto di qualcosa e indossava quel che sembrava un abbigliamento da sorvegliante o custode e in effetti il suo atteggiamento paternalista sembrava proprio da custode anche se non mi era chiaro cosa custodisse, se la piazza, l’emiciclo o la basilica o se fosse soltanto un mitomane giacché non mi è mai stato noto che la zona fosse sotto custodia. Sbucò lateralmente rispetto a noi dicendo Ragazzi qui non potete stare, ci sono dei bambini e noi ci guardammo in faccia un po’ perplessi ma ci alzammo e ci allontanammo in virtù di quella che era una rispettosa obbedienza verso gli adulti che a entrambi era stata inculcata come educazione.

In effetti poco lontano al centro della piazza c’erano dei fanciulli, impegnati nel bambinare con biciclettine e palloni.

Forse era stato giusto il richiamo del custode, anche se per me no in quanto stazionando lateralmente e in ombra sotto i portici avevamo avuto il buon senso di non esporci troppo alla vista, inoltre io, fossi stato bambino, avrei avuto il buon senso a mia volta di pensare ai fatti miei. Tra i valori inculcatimi dai genitori c’era infatti un certo pudore e rispetto verso l’intimità altrui, laddove tale intimità non si presentava ovviamente come invadente e oscena.

Al di là di questo insignificante episodio, mi sono trovato spesso negli anni a riflettere su quanti si comportino da custodi di morale usando l’infanzia come pretesto per barricate contro a o contro chi. Dimenticando – forse in maniera dolosa – che i bambini sono spugne e assorbono chissà quanti comportamenti nocivi – di odio, discriminazione e quant’altro – messi in atto da tali custodi.

E ho ripensato a tutto ciò ieri, seduto in un ristorante giapponese di quelli con il nastro trasportatore, mentre attendevo impaziente che arrivasse verso di me un solitario roll al tonno che avevo adocchiato da lontano. Dall’altro lato del nastro, alla mia destra, c’era una famigliola composta da padre, madre e una bambina all’incirca di 7-8 anni. Quando il roll aveva già oltrepassato la famiglia e stava finalmente percorrendo la curva che l’avrebbe condotto verso il mio insaziabile appetito, la bimba si è sporta per prenderlo. Il padre è intervenuto bloccandola: No, rispetta lo spazio altrui e non invadere. La bimba ha quindi arrestato il proprio gesto ed è tornata al proprio posto.

Ho avuto il mio roll e avrei voluto ringraziare quel padre per avermi restituito un po’ di fiducia nell’umanità con quel suo comandamento. Rispettare lo spazio altrui penso sia tra i migliori e più semplici insegnamenti che si possano impartire eppure chissà perché sembra tanto difficile da condividere.

Io per esempio a volte non riesco ad aver rispetto degli spazi e ancora oggi finisce a kung-fu in faccia.