Non è che internet sia un posto fantasy solo perché ci sono i troll

Italia, A.D. a caso. Discorso di insediamento di un nuovo Presidente (della Repubblica, del Consiglio…fate voi):

– Sarò il Presidente di tutti gli…

Teste che annuiscono compiaciute. Conoscono già il discorso che un team di macachi ha battuto sotto dettatura. Di un macaco.

– …tutti gli…Australiani!

Sguardi di perplessità nell’assemblea.

– Ah Ah ve l’ho fatta.

Ecco, sarebbe bello che nei momenti formali, nelle situazioni in cui occorre esser rigidi e compassati e seri si potesse inserire, senza conseguenze, un elemento di pazzia, un guizzo di stravaganza, una trollata, come dicevamo noi giovani nell’era delle chat e dei forum.

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Al docente universitario alle prese col 50esimo studente di fila che gli recita a memoria il capitolo 4 del trattato “Storia del calcestruzzo armato comparato”, invece di far cadere la propria mascella sulla mano che la sostiene, abbattuto, aspettando che venga presto la fine della giornata, potrebbe esser concesso di saltar sul tavolo ed esercitarsi nel tip-tap.

A un colloquio di lavoro – ultimamente sembro monotematico ma è un po’ il tema del periodo – per stemperare la tensione e ammazzare l’ansia vorrei, senza che fosse considerato osceno oppure offensivo, calarmi i pantaloni e poggiar sulla scrivania – di vetro, lasciando l’impronta – quel che è ben intuibile.

E perché non far una pernacchia, uno sberleffo, lo scherzo del Eh? Cosa?….Puppa!…al proprio autorevole interlocutore?

Così, de botto, senza senso.

Penso che risparmieremmo tanti interventi di psicanalisi, ricorsi a coadiuvanti dell’umore, corsi di yoga acrobatico e altri scacciapensieri artificiosi se ci fosse concesso di viver qualche gettata di follia amichevole e non perniciosa per scaricarci.

Poi mi connetto al mondo e sento parlare persone. Persone che influiscono sulle vite degli altri. E sento tante di quelle cazzate esponenziali che mi rendo conto che già c’è troppa follia in giro e che allora vorrei trasformarmi nella Signorina Rottermeier e raddrizzar schiene a suon di scudiscio.

Folle, no?

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Non è che ti servano le chiavi per aprire una fabbrica

Ho una ex collega la quale, pur avendo io cessato le mie attività lavorative con lei 2 settimane fa, continua a chiamarmi per cose di lavoro.

Oggi la sua maledetta telefonata mi ha fatto sobbalzare.

Il fatto è che sono in attesa di notizie dall’ultimo colloquio e mi trovo in quella fase in cui l’ansia del desiderio di avere notizie logora dentro e mi fa brutto fuori. Avevo dimenticato com’era avere la posta sempre aperta sul pc e correre a controllare a ogni notifica, per poi scoprire che era solo spam con oggetto acqua casalinga purificata. No, grazie, io bevo acqua addizionata da anidride carbonica, malto e luppolo.

Avevo dimenticato com’era non perdere mai di vista il telefono, anche in bagno, perché le telefonate importanti arrivano nei momenti meno opportuni.

Ricordo una volta, anni fa, per un lavoro ricevetti la telefonata positiva proprio in un momento delicato e personale. Chiusi l’acqua, risposi un po’ freddo per l’imbarazzo, alla lieta novella replicai con un Ah…bene. che lasciò interdetto il Selezionatore, ma altro non riuscivo a esprimere in quel momento.

Non so quanto tempo in futuro ancora potrò reggere questi momenti di stress, il pre, il post, il mentr. Ho deciso ancora qualche anno e poi mi metterò in proprio, creerò un’attività, sarò imprenditore di me stesso e quando avrò urgenza di aver notizie da me mi solleciterò senza tema di esser giudicato.

Devo ancora decidere in che campo buttarmi. Forse il camposanto.

Forse aprirò una fabbrica di biancheria intimista. Per uomini e donne ripiegati in sé, attenti alle piccole cose di valore della vita e cul-tori della dimensione affettiva privata. La biancheria intimista è per pelli sensibili, così sensibili ed effimere che in breve volgono nel decadentismo.

Non aspettare di essere decadente: nel segreto del calore domestico, esalta le tue emozioni più che personali indossando un capo intimista!

Non è che ti serva un disegnatore per tracciare il profilo di un candidato

È sempre interessante sostenere un colloquio di lavoro.

Tralasciando la dose di ansia pre-incontro che mi affligge in queste situazioni, che mi porta a immaginare uno scenario di eventi catastrofici in una scala che va da “Morte improvvisa” (la cosa per me migliore) a “Mi cederanno i pantaloni e resterò nudo davanti agli esaminatori e mi denunceranno per atti osceni e spargeranno la voce e la mia vita professionale sarà rovinata”.

Ieri ho passato, tra andata e ritorno per raggiungere la sede dell’incontro, 8 ore in treno. Sono uscito di casa alle 7:30 per ritornarvi alle 22.

Il tutto per 20 minuti di conversazione. E 100 € di biglietto, acquistato per forza di cose due giorni prima appena saputo. Una escort forse sarebbe stata più economica.

Non saprei dire se la durata sia stata poca o no: ormai è impossibile tracciare uno standard colloquiale. Una volta in un’azienda mi tennero un’intera giornata per 3 sessioni di colloquio in cui nell’ultimo mi chiesero Com’è il rapporto coi suoi genitori? e poi mi dissero Arrivederci e grazie. Forse non risposi bene a quell’ultima domanda.

Forse dovevo replicare “Sono Bruce Wayne. E comprerò questa baracca per sbatterti fuori”.

Per il precedente lavoro invece ebbi un colloquio al telefono che durò un’ora ma in cui quello che sarebbe diventato il mio Responsabile non mi parlò di altro che dei suoi personali esami clinici. Pensai che forse si era trattato di un test di empatia, ma anche durante la mia esperienza lavorativa ci ha tenuto a darmi ragguagli medici tra cui lo stato della sua prostata.

C’era una particolarità nell’ufficio dove ho sostenuto ieri il colloquio. Una scrivania di vetro. Secondo me è una roba da psicopatici o pervertiti.

Perché mai uno dovrebbe guardare gambe e piedi della persona seduta di fronte? Senza contare la scomodità di non vedere il bordo, rischiando di sbattervici contro oppure, a ogni accavallamento di gambe, di darvi una ginocchiata sotto.

Nonostante sul mio CV fosse scritto dove vivo (prima riga del riquadro del profilo) e dove lavoro (prima riga del riquadro esperienze), una delle due tizie che mi ha esaminato mi ha fatto una brillante domanda: Tu vivi a Napoli?. Avrei voluto replicare: No, vivo a Baden-Baden (Germania-Germania), faccio il pendolare.

La stessa tizia aveva un evidente raffreddore ultimo stadio. Ha passato tutto il tempo a strusciarsi sul naso e rigirare tra le dita un fazzoletto sbrindellato. E poi mi ha porto la mano alla fine. Mi sono disinfettato con l’accendino appena girato l’angolo.

Quando ho chiesto “Com’è l’ambiente qui?”, che è una domanda che faccio alla fine per generare qualche chiacchiera informale che può tornare a mio vantaggio, mi hanno risposto, guardandosi con un ilare imbarazzo – come a fare “Che gli diciamo?” –  Siamo tutte donne.

Noi vorremmo incrementare la quota – hanno aggiunto – ma non riusciamo….

A quel punto avrei voluto chiedere perché non riescono, ma mi sembrava eccessivo. E ho pensato che però un colloquio realmente onesto dovrebbe contemplare la possibilità che il candidato alla fine possa fare domande tendenziose e fastidiose, del tipo (esempi ispirati da tutte le mie esperienze passate):

Perché non fate riparare il citofono?
Questo posto lo avete arredato per scommessa o avete solo pessimo gusto?
Immagino che il vostro settore ricerca biologica sia molto avanzato, a giudicare dalla muffa sulle pareti, giusto?
La persona che prima ricopriva la posizione per cui sono qui perché è andata via? Scelta professionale o esaurimento nervoso?
Lei il mio CV lo ha letto o ne ha fatto un aeroplanino?
Vista la sua età dovrei chiederle come si vede tra 10 anni?
– Ma lei trova intelligente tenere sogni nel cassetto?

Seriamente: perché una scrivania di vetro?

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Non è che ti serva un trapano per far un buco nell’acqua

Sono giornate convulse e di convulsioni giornaliere qui alla Spurghi&Clisteri dove lavoro. Dopo aver fatto Questo&Quello ora devo anche reinventarmi in falegname/elettricista/manutentore, giacché gli altri non possono farlo: sono stati infatti segnalati casi di gomiti che fanno contatto col piede oltre che di violenti attacchi di culopeso.

Il culopeso è una sindrome da non sottovalutare: all’improvviso senza segnali di avvertimento le terga si fanno pesanti e anche alzarsi per rispondere al citofono può risultare difficile, stancante, di grande dispendio energetico.

– Se iniziate a procrastinare gli impegni, anche quelli di rilevanza personale;
– Se iniziate a chiedere agli altri di prendervi qualcosa, perché “tu sei più vicino”;
– Se iniziate a diventare abili come Lebron James nei tiri da 3 punti pur di non alzarvi e arrivare alla pattumiera;
– Se non cambiate canale perché il telecomando è lontano e preferite sorbirvi Barbara d’Urso;

allora è probabile che soffriate di culopeso.


A chi si chiede che lavoro io faccia mai per ritrovarmi coinvolto in mansioni varie anche non conformi al mio profilo contrattuale rispondo che non lo so neanche io più: giacché fin dal primo giorno nella S&C summenzionata mi è parso chiaro che si andasse avanti all’insegna dell’improvvisazione quotidiana e del dadaismo.


Per aiutarci o per complicarci la vita nella sistemazione degli ambienti è giunta in soccorso da noi anche un’esperta e nell’allestimento di aria fritta e nella scienza della fuffa da interni. Costei, ascrivibile al genere M.I.L.F. (Magistrale Improvvisata Leziosa Fuffologa), mi ha subito inquadrato come colui che avrebbe fatto al caso suo. Io cercavo di farmi i cacchi miei fingendo di strapparmi pellicine dai pollici con grande realismo e vero sanguinamento, ma la mia propensione a mettere poi il becco dappertutto per fare il saccente mi si è ritorta contro. Dopo una mia osservazione su un’angolo a 90° la M.I.L.F. si è rivolta a me al suon “Ok parlo con te che mi pare di capire te ne intenda” e, senza manco chiedere, mi ha intimato “Ascolta, là mi devi montare e qui mi devi trapanare”.

Al che io ho acconsentito giacché non è da me rifiutare richieste così perentorie; a dire il vero mi sono però sentito un po’ in imbarazzo e in ansia perché ho sì trapanato in vita mia ma non so se la mia esperienza possa esser ciò che faccia al caso di una tal navigata fuffologa. Mi seccherebbe deludere le sue aspettative.

È un duro lavoro ma qualcuno deve pur farlo, però.

Comunque mi sono licenziato. Ciò non mi darà l’esonero dalle operazioni di montaggio&trapanamento per la signora, ma la mia fuoriuscita è stata accolta dall’alto con un “Ah beh comunque abbiamo intenzione di chiudere i rubinetti giù da voi”.

Spero non intendesse dire che mi toccherà fare pure l’idraulico prima del mio ultimo giorno di lavoro!

Non è che il corrotto va fuori tema perché parte per la tangente

Per un futuro prossimo viaggio stavo esaminando qualche alloggio su Airbnb. Ho visto una casa che sembra disegnata da Salvador Dalí:

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È sicuramente intrigante e progettata da qualcuno sotto acidi ma mi ha trasmesso un senso di ansia. Non ne capivo il motivo, finché non ho realizzato: l’assenza di angoli e squadrature mi inquieta.

Mi sono sempre ritenuto un tipo che con l’ordine e l’inquadramento non va molto d’accordo. In un recinto chiuso non ci sto, come cantava Pierluigi Bersani. Eppure invece sono molto più avvezzo a cercare di raggiungere sempre una conformazione geometrica:

– Mi piace ritagliarmi degli angoli solo per me
– Spesso dimostro di essere acuto, delle volte mi sento ottuso
– Mantengo la linea
– Cerco di non deviare dalla retta via
– Mi piace esaminare le cose a 360°
– In una discussione accesa parto per la tangente
– I problemi si affrontano facendo quadrato
– Nonostante non sopporti chi abusa di calcio sono sempre attratto da un rettangolo di gioco

Non avevo piena coscienza di tutto ciò, come se finora avessi vissuto in uno stato di dissociazione tra il mio Io e la visIone che ne avevo.

E tutto ciò l’ho realizzato cercando un appartamento. Invece ho trovato me stesso. Forse non devo neanche partire per un viaggio, l’ho soltanto immaginato: era solo una scusa per rendermi presente a me.

Adesso andrò alla ricerca di me stesso e spero di trovare un alloggio. Possibilmente non lisergico.

Non è che puoi usar un ansiolitico contro le agitazioni sindacali

Una volta uscii con questa ragazza che mi scriveva da qualche settimana. La conoscevo di vista, ma non ci avevo mai parlato perché sostanzialmente se ne stava sempre a braccia conserte, gambe incrociate e sguardo rivolto verso l’infinito e oltre.

Mi era chiaro che se aveva preso a scrivermi era per un interesse, ma io nicchiavo. Mi ero proprio fatto una nicchia in cui mi ero raccolto e facevo finta di niente perché non avevo proprio idea di cosa avessi da spartire con una donna – bella invero – di cui non conoscevo neanche il tono di voce.

Se non che una sera fu lei che mi inchiodò scrivendomi “Che ne dici di parlare davanti a una birra”.

Accettai.

Ero in ansia. Posso sembrar gatto spigliato sempre pronto con la coda ritta ma quando ci sono situazioni sulle quali non ho un controllo totale mi destabilizzo: chi era costei? Di cosa avrei potuto mai parlarci? E se fosse stata appassionata di trifonie della Mongolia Orientale e yoga trascendentale e quindi non avremmo avuto nessun terreno comune di conversazione?

Senza contare la sua apparenza apparentemente apparente come scontrosa: insomma, non ero nelle migliori condizioni mentali.

La andai a prendere sotto casa. Arrivò trafelata, correndo. Entrò in macchina e cominciò a parlare scusahofattotardiseiarrivatoprimamiofratellosièmessoemiamadrenonsaioggiquantaacquablablablabla.

Parlava a raffica. Masticava le parole. Anzi, le masticava, le risputava e le rimasticava. Io annuivo ma capivo un concetto ogni 3 e una parola ogni 5. Credo mi abbia raccontato che una delle sue amiche è un cane pincher. O che ha messo in casa un’amica facendole impersonare un pincher.

Andammo a prendere una birra. Mentre io sorseggiavo lei l’aveva tracannata tutta. Poi fumò una sigaretta in una sola tirata, aspirandone anche il filtro.

Dopo mi sembrò più rilassata, anche se continuava ad agitare le mani mentre parlava in modo così frenetico che credo abbia creato dei tornado in Florida.

E a quel punto realizzai: avevo di fronte una persona agitata per l’appuntamento. D’improvviso, l’illuminazione: se lei è più in ansia di me, di cosa mi preoccupo? Ho di fronte una persona che avrà i miei stessi dubbi elevati al quadrato.

Ed è così che vorrei brevettare l’invenzione del secolo per tutti noi agitati : l’Ansiogen. Un farmaco in grado di mettere in ansia gli altri. Si potrebbe nebulizzare nell’aria e farlo inalare all’inconsapevole vittima.

Sei nervoso per un colloquio di lavoro? Ansiogen! Metti in ansia il tuo esaminatore, e sentiti tranquillo mentre lui gronderà sudore per l’agitazione!
Primo appuntamento? Agitala/o come una bottiglia di Pepsi e rilassati!

Ansiogen: perché se tu sei in ansia, gli altri debbono allora esserlo più di te!

Non è che lo studente svogliato porti con sé olio e limone per marinare la scuola

Da un’auto di passaggio arrivavano note di Ma come fanno i marinai.

Ho tanti Ma come fanno in mente.

Ma come fanno quelli che prendono il Suv in città, tra problemi di parcheggio, vie molto strette e ansia continua per graffi e specchietti.

Ma come fanno quelle tacco 12 sul basolato che io su un percorso simile una volta ho preso una distorsione con le sneakers.

Anche costei si chiede ma come fanno

Ma come fanno quelli che escono dagli spogliatoi coi capelli bagnati.

Ma come fanno quelli che saltano il pranzo e non muoiono di fame né lo stomaco imita suoni temporaleschi. Se non mangio, io mi spengo e non parlo più né ragiono.

Ma come fanno quelli che stanno insieme da 20 anni con quella che era la compagna di banco del liceo mentre le mie relazioni durano meno di un capo esposto in saldo.

Ma come fanno quelli che parlano di lavoro anche al di fuori dell’ufficio mentre io è sin dai tempi in cui ero studente che, terminato l’orario del dovere, volto decisamente pagina e non voglio parlarne né sentirne più. Fino al mattino dopo.

Ma come fanno quelli che attraversano la strada voltati dall’altra parte o chinati sul telefono a trovare sempre uno come me che non li investe.

Ma come fanno quelle che alle 7 di mattina escono di case perfettamente curate e truccate mentre io sono a tanto così dall’andare a letto vestito per dormire 10 minuti in più al mattino.

Ma come fanno quelli che hanno nostalgie per epoche che non hanno vissuto.

Ma come fanno quelli che “Mi licenzio e giro per il mondo”.

Ma come fanno quelli che, sportivi amatoriali, si imbottiscono di farmaci dopanti per le gare del circolo della parrocchia o i campionati intercondominiali.

Ma come fanno quelli che si radono tutti i giorni a non ridursi il viso come Freddy Krueger.

Ma come fanno i marinai alla fine poi si è capito?

Non è che se Gesù ti ama tu rispondi che volevi solo del sesso

Quella che seguirà è una lettera aperta che al tempo stesso vuole essere un manifesto di un’intera generazione. La paura del fallimento, l’incubo della disgrazia, attanaglia le nostre menti e cosí, in cerca di un palliativo “vitale”, ysingrinus ed io abbiamo cercato di esorcizzare i nostri timori.

Quale modo migliore per tollerare la sconfitta che esternare direttamente la paura di venire sconfitti? Quale modo migliore di venire sconfitti se non di fronte ad un’iconica immagine del sesso e, di conseguenza, della nostra linea temporale?

Non esiste modo piú dignitoso per affrontare la vita, non esiste modo piú dignitoso per venire sconfitti dalla vita, che affrontando la questione sessuale con un’attrice porno.

Noi chiediamo, eliminando la paura di fallire, sperando di riuscire.


Alla cortese attenzione della Ill.ma Sig.ra Nappi Valentina, Pre.ma professionista dell’intrattenimento sessuale,

Buonasera (o buongiorno o buon pomeriggio a seconda dell’orario in cui leggerà questa mia),

mi chiamo Gintoki, ma lei può anche appellarsi a me come Gatto.

Un amico mi ha detto che lei offrirebbe il prodotto che reclamizza (nella fattispecie: del sesso) in modo spontaneo e gratuito, previa presentazione di un test HIV recente.

Non ho trovato riscontri ma in ogni caso le scrivo questa lettera perché non si può mai sapere. È lo stesso principio con cui vado a votare: non si può mai sapere se ne verrà qualcosa di buono.

Infatti non ho mai saputo niente di buono.

I miei test sono sempre stati positivi. Positivi nel senso che l’esito aveva una connotazione positiva: nel caso specifico del test HIV era negativo, il che è un risultato positivo. Solo una volta ho avuto un test negativo e non era per niente positivo: una versione di greco in quinta ginnasio in cui presi 4,5 come voto. Il punto più basso della mia carriera di umanista.

Le rendo noto questo punto perché mi piace essere chiaro con le persone con cui entro in intimità.

Allo stesso modo mi preme sottolineare che questa non è una ricerca di sesso facilmente accessibile da parte di uno additabile come ‘morto di figa’.

Prova è che le sto scrivendo da vivo.

Non posso escludere che, il giorno della mia dipartita da questo mondo, un esame autoptico approfondito possa trovare sul mio corpo tracce di assunzione di figa e che questa possa essere collegabile al mio decesso.

Ma se dovessi scommettere sulle cause della mia morte ora come ora metterei nella lista, in ordine di pericolosità:

  1. Distrazione
  2. Rotture di coglioni con conseguente emorragia dal sacco scrotale
  3. Olio di palma
  4. Esposizione a radiazioni per la scissione del PD
  5. I Poteri Forti
  6. Il tifo (inteso quello calcistico)
  7. Sarcasmo nel luogo sbagliato
  8. Poteri Così Così che non sono forti abbastanza a causa dei Poteri Forti
  9. La Figa
  10. Qualsiasi altra causa di morte

Dato che siamo ormai siamo in confidenza, le voglio confessare che l’atto ha un’altissima probabilità di concludersi con un fallimento da parte mia.

Soffro di ansia da prestazione.

Ho così tanta ansia che alla riunioni di lavoro non ho modo di accomodarmi che sono già venuto alle conclusioni finali. La cosa mi ha aiutato nel mio ruolo di arrampicatore aziendale perché appaio perspicace e intraprendente, ma mi ha attirato l’astio dei colleghi, generando in me ancor più ansia.

Stanco di dover convivere con le paure ho deciso di affrontare i miei demoni e di rivolgermi a lei.

Lei, che in qualità di attrice del mondo del porno rappresenta per noi tapini e derelitti quello che la Balena Bianca era per il Capitano Achab.

(A scanso di equivoci vorrei sottolineare che non c’è alcuna implicita offesa o insinuazione nelle mie parole. L’esempio della balena non ha alcun riferimento estetico. Trovo anzi che lei si mantenga in perfetta forma nonostante vada verso i trent’anni).

Spero quindi che accoglierà favorevolmente la mia richiesta. Come disse il Saggio, È meglio aver copulato e fallito che non aver mai copulato.

Ringraziandola per l’attenzione dedicatami, porgo i miei più ossequiosi saluti e mi rendo sin da subito disponibile per un colloquio orale.

Gintoki

Non è che l’indiano abbia fascino solo perché è con-turbante

Ero un bambino impaziente. Una volta mi regalarono un calendario dell’Avvento. Dopo il primo giorno avevo già aperto tutte le porticine per sbirciarvi dietro. Salvo poi tentare di reincastrarle nuovamente per coprire il misfatto.

Non ricordo quando l’impazienza mi si è trasformata in ansia. Riesco sempre a essere pronto per uscire in anticipo sul tempo accettabile riconosciuto come anticipo.

Non sono più impaziente su avvenimenti programmati a lungo termine. È come se non riuscissi ad accoglierli più con l’entusiasmo di un bambino. È probabile che sia normale, da adulti. Eppur me ne dispiace molto.

Mi sono guardato allo specchio mentre mi provavo dei maglioni. Mi sono visto brutto tanto.

Ma non sono brutto o, quantomeno, non lo sono in maniera preponderante. Diciamo ho una bruttezza anonima, si può diluire nella massa. Sono anzi capace di assumere qualche posa conturbante, con la giusta illuminazione e un certo grado alcolico. Nel sangue altrui.

Mi sentivo brutto per una percezione di diversità. Allo specchio ho avuto uno sguardo su me stesso, non riconoscendomi come ricordavo.

Mi chiedo cosa io abbia fatto negli ultimi venti anni. È il tempo che sono andato a dormire e mi sono risvegliato con i piedi più grandi. Che poi mi sono sembrati di nuovo più piccoli, prima di scoprire che le taglie delle scarpe sono state ridefinite.

L’imbarazzante visione della mia bruttezza mi ha fatto fuggir via dal camerino.

Non prima di aver riposto i capi, onde evitare di incorrere in qualche battibecco con un guardiano dalla forma squadrata. Non era quel che poteva definirsi, con un cliché, un armadio. Avrei detto piuttosto un comodino. Brutto e imbruttito ancor più dall’espressione arcigna che è forse costretto ad assumere per lavorare.

Fuori una donna che non ho nemmeno guardato in volto ha provato a vendermi del Dio. Ho fatto un gesto di diniego con la mano. Un’altra donna più avanti ha provato a vendermi del Politico. Ho ripetuto il gesto di diniego.

Lo spaccio dovrebbe essere illecito.

Non è che una cantante metta maglioni di Lana del Rey

Sono uscito di casa questa mattina mentre il cielo sputacchiava pioggia congelata. Gocce che solidificavano e venivano giù fitte.
Una si è insinuata verso la mia schiena attraverso ombrello, giaccone e scaldacollo togliendomi 5 anni di vita e aggiungendone altri al periodo nell’Inferno che dovrò trascorrere nel Girone dei violenti contro la Divinità.

Mi ero alzato presto per andare all’ufficio postale, appena avrebbe aperto, a ritirare una raccomandata. La rassegnazione dominava su di me come una mistress.
Avevo lasciato detto in ufficio che avrei fatto tardi, non quantificando un orario. Ho dato istruzioni a CR per far avvisare i miei genitori nel caso non avessi fatto ritorno. Si sa che negli uffici postali si entra e non si sa quando se ne esce.

Ero pronto al peggio, mi aspettavo non sarebbe stata facile.
Magari l’avviso di giacenza non aveva il codice della raccomandata scritto in modo chiaro, magari l’avevano persa, magari non sarebbe bastata la carta d’identità e avrebbero chiesto il passaporto, l’estratto conto in banca oppure mi avrebbero fatto togliere la maglia e in quel momento avrei avuto la lanetta nell’ombelico.

Magari qualsiasi cosa.
Invece ne sono uscito cinque minuti dopo.
Io, la mia raccomandata, e la mia lanugine ombelicale che, seppur fossi lavato e vestito da mezz’ora o poco più, sicuramente nel frattempo si era già formata dalla maglietta.

Non me l’aspettavo.
Del resto, ho una tecnica inconscia di modifica del futuro basata sul pessimismo.
Qualche sprovveduto la definirebbe ansia. In realtà è una filosofia di vita. Consiste nel visualizzare gli scenari peggiori affinché non si verifichino e nel ricevere quindi un grado di soddisfazione elevato nel momento in cui gli eventi volgono invece in positivo.


Perché è noto che D= A-R, dove D sta per Delusione, A per aspettative e R per realtà. Se D è negativo ne consegue che la realtà è migliore di quanto ci aspettassimo.


Affinché la tecnica funzioni, è necessario che il pessimismo sia sincero.

Non funziona visualizzare di proposito che le cose vadano male. Il pessimismo spontaneo si sviluppa solo con lunga e costante dedizione, attività degna di un asceta.

L’importante è lavarsi, perché sennò poi puzza l’asceta.
E avrà tanta lana nell’ombelico.